Torna all'elenco delle settimane disponibili

L'uomo dei gol

Dopo una partita senza gol, l'uomo dei gol. La sequenza è perfetta. La regia involontaria è di Luigi Blasi, presidente del Taranto, che ha chiuso il girone d'andata perdendo in casa col Viterbo. E ha aperto idealmente il girone di ritorno, consolandosi con Alessandro Ambrosi, attaccante atipico. «Atipico» è l'aggettivo che Ambrosi ha scelto, parlando di se stesso, raccontando com'è, come si muove, come difende il pallone. Atipicità legata al suo non essere: né una prima punta, né una seconda punta. Ma una sorta di ibrido, una specie di incrocio: un punta, cioè, che sta bene in area, ma anche fuori. E che soprattutto segna: 136 gol in 304 partite ufficiali. Ambrosi, che ha 34 anni, è il primo rinforzo di gennaio. Porta in dote - almeno questa è la speranza - i gol, grandi assenti mercoledì nell'ultima partita del 2005. I gol contro il Viterbo non sono venuti. Un Taranto afflitto da bulimica voracità ha dilapidato un tesoro di occasioni (sette nitide) e un patrimonio di situazioni propizie (almeno una mezza dozzina). Ha, cioè, creato e dissipato, prodotto e distrutto, innalzato e demolito. Senza gol ogni partita - anche la più fiorita di opportunità - è destinata a rimanere vuota. Vuota come una dimenticanza. Ma il Taranto che si dimentica di segnare e che alla fine soccombe, trafitto dal gol degli avversari, resta una squadra credibile. Una squadra finalmente definita negli uomini e nella tattica. Capace di conservare una sua fisionomia e una sua consistenza anche nella sconfitta. Perché contro il Viterbo è mancato solo il gol. Il resto, tutto ciò che fa di un gruppo di giocatori un collettivo funzionale, si è visto: la palla bassa (non sempre), le distanze corte (specie nella ripresa), l'assistenza reciproca (assidua), la giustezza dei movimenti (a lungo). Il Taranto è comunque piaciuto. Soltanto nel primo tempo, la porzione di partita paradossalmente più ricca di occasioni, ha stentato, non riuscendo a disattivare il pressing alto dei laziali. E rimanendo spesso nell'impossibilità di far ripartire l'azione da dietro (da qui il ricorso a qualche lancio lungo o all'appoggio centrale). Fasce trascurate, specie quella sinistra, dove Manni ha sempre avuto (e raramente sfruttato) il corridoio libero (i laziali si sono preoccupati soprattutto di non far salire Micallo). A Marino questi difetti nella costruzione del gioco non sono sfuggiti. Nella ripresa, nel tentativo di recuperare entrambe le corsie allo sviluppo laterale dell'azione, ha sostituito Manni con Deleonardis, allargando e abbassando De Liguori. Mossa non casuale, che sa tanto di futuro. Futuro che Marino ha già inquadrato. Anche se per qualche altra notte ancora, tornerà sulla scena di Taranto-Viterbo, provando a spostare uomini e pallone, anche di un millimetro, per inceppare l'ingranaggio imperfetto che ha determinato la sconfitta. Ovviamente, non ci riuscirà. Ma per maneggiare il prossimo inizio è un ottimo allenamento. di Lorenzo D'Alò23 dicembre 2005

Il regalo? Ambrosi
Il Taranto ha presentato ieri il primo rinforzo del mercato di riparazione. L'attaccante, che ha rescisso il contratto con la Juve Stabia, sarà in campo alla ripresa contro la Cisco Roma

Forse la sconfitta contro il Viterbo ha velocizzato l'ufficializzazione; forse è stata la voglia di scartare in anticipo il regalo da tempo impacchettato. Il presidente Gigi Blasi ha voluto iniziare con il mercato di riparazione con un nome sonante. Alessandro Ambrosi è l'attaccante che innerva il reparto; usando il pretesto della rescissione del contratto con la Juve Stabia, fresca società di appartenenza, il 34enne romano è stato presentato ieri mattina. Il 2 gennaio sarà depositato il contratto e domenica otto, contro la Cisco Roma, farà coppia con Andrea Deflorio, al centro dell'attacco rossoblu. 
«Ho raccolto con entusiasmo questa opportunità - ha detto Ambrosi - Sono stato colpito dai programmi e dalla serietà della società. Avevo altre offerte anche di categorie superiori, non posso negarlo, ma giocare a Taranto ti dà particolari stimoli. Con tutto il rispetto, meglio stare a Taranto in C2, che per esempio, al Cittadella in B. Sono arrivato in rossoblu con qualche anno di ritardo. Qualche stagione fa, sempre con Evangelisti direttore sportivo, fummo vicinissimi ad un accordo». 
A 34 anni si può, a maggior ragione, ancora parlare di scelta oculata. «Alla mia età e con l'esperienza maturata in queste stagioni, conosco le piazze che possono garantirmi delle soddisfazioni. A Taranto potrò avere le possibilità di togliermele. Il motivo della rescissione con la Juve Stabia? I problemi erano di natura economica. Io sono una persona che ha bisogno di sicurezza; quando queste garanzie finiscono, credo sia meglio cambiare aria. Mi piace parlare chiaro con i miei interlocutori, senza mettere di mezzo terze persone. Il binomio si è spezzato e la società campana ha permesso il taglio, accettando la mia decisione di andare via». 
I tifosi sognano le prodezze in combinata di Ambrosi e Deflorio: in coppia hanno vissuto la prima parte di stagione del Crotone appena promosso in serie B, prima che lo stesso Ambrosi dirottasse i propri interessi a Catania. Sicuramente un'accoppiata che incuterà timore. 
«Non solo Deflorio. Al Taranto conosco Ivano Pastore, sono stato avversario varie volte di Caccavale. L'organico dei rossoblu mi sembra di tutto rispetto. Poi capisco che la gente vuole sognare soprattutto con gli attaccanti e pensa a come mi completerò con Andrea. Qualche anno ci consideravano una delle coppie più forti della serie B; non credo sia passato tanto tempo da allora... Non mi sento affatto vecchio». 
Ambrosi ha una caratteristica peculiare. E' un rigorista infallibile. La sua corsa dal dischetto è ipnotica: lenta e con l'ultimo passo ritardato che beffa il portiere, quasi sempre sbilanciato dalla parte opposta alla direzione della palla. Rigori che, con sapiente mestiere, lo stesso Ambrosi sa bene conquistare. 
«Non ho uno stile di gioco preciso. Posso muovermi sia come prima che come seconda punta. L'importante è buttarla dentro». Il “quello che ci manca” aggiunto dal presidente Blasi la dice lunga su quali siano le attese che la società ionica ripone sull'elemento. 
Ambrosi accompagnerà il Taranto per tutto il girone di ritorno. Uno degli alfieri massimi per la ricerca dell'obiettivo tanto invocato e inseguito. L'ex attaccante di Catania e Pisa, però, non vuole assolutamente parlare di campionato deciso. 
«Il campionato di C2 lo conosco bene. Sono informato anche per merito di mio fratello Stefano che gioca nel Rende. Per mia esperienza posso dire che nulla è scontato. Con la Juve Stabia, l'anno scorso, abbiamo recuperato undici punti a due squadre. Riconosco la forza del Gallipoli, ma nel calcio ci può stare tutto. L'importante è credere nella rimonta che per me è possibile. di Luigi Carrieri23 dicembre 2005

E il Taranto si consola con Ambrosi
Presentato ieri mattina l'ex attaccante della Juve Stabia: 34 anni, 136 gol in 304 partite ufficiali. Disponibile per la sfida con la Cisco Roma. «Avevo altre offerte ma sento di aver fatto la scelta giusta». Blasi: «È il primo rinforzo»

Alle 9,52 di ieri mattina Alessandro Ambrosi, 34 anni, laziale di Fiuggi, di professione "attaccante", ha vestito ufficialmente la maglia rossoblù. E' stato il presidente Blasi a presentarlo: «E' il nostro primo acquisto della nuova campagna di trasferimento. Abbiamo preso il miglior attaccante esistente attualmente sul mercato. E sono contento di metterlo a disposizione di mister Marino. Ha sottoscritto un contratto annuale, ad obiettivo come tutti i componenti la nostra rosa, ma con l'opzione per la prossima stagione. E forse anche più. In questa prima parte del campionato, nella Juve Stabia, in C1 non è stato molto fortunato perché si è ritrovato in una squadra che è un po' in difficoltà. Per questo motivo va sostenuto ed aiutato ad inserirsi nel gruppo nel minor tempo possibile. Permettemi ancora una volta di ringraziare il pubblico presente mercoledì allo "Iacovone". E' stato di una correttezza unica. Sono convinto che molti di loro hanno trascorso una notte insonne come quella che ho trascorso io. Ogni tanto mi svegliavo e mi chiedevo: forse dobbiamo ancora giocare con il Viterbo? In ogni caso le altre, ad eccezione del Gallipoli, non stanno certamente correndo. Ribadisco per l'ennesima volta che l'unico nostro obiettivo è la risalita in C1 a fine stagione». Al fianco del presidente Blasi c'erano Ambrosi, il direttore generale Galigani e quello sportivo, Evangelisti. Galigani: «Abbiamo potuto già presentare Ambrosi perché avevamo raggiunto l'accordo con la sua ex società, la Juve Stabia, il cui presidente ha già firmato la lista di trasferimento che consegneremo il prossimo 2 gennaio, alla riapertura ufficiale del mercato. In tal maniera il ragazzo potrà essere schierato nella prossima gara interna contro la Cisco Roma. Vi svelo un particolare. Evangelisti ovviamente sapeva dell'accordo, ma ieri sera (mercoledì, n.d.r.) non sapeva che la società aveva deciso di presentarlo oggi (ieri, n.d.r.)». Infine lo stesso Luca Evangelisti: «Il bilancio della squadra, nel girone d'andata, è positivo: siamo terzi, ossia già nei playoff. Ci mancano le vittorie in tre gare esterne. Ma non ci fermeremo. Dopo Ambrosi, giungerà qualche altro puntello. Si tratta di gente d'esperienza e personalità. Vogliamo costruire un Taranto di classificarci al primo posto». di Giuseppe Dimito23 dicembre 2005

Mercato, ci saranno altre novità

Il mercato invernale del Taranto s'infiamma proprio il giorno dopo la sconfitta casalinga contro il Viterbo. La società del presidente Blasi ieri mattina ha calato il primo asso, presentando alla stampa l'esperto centravanti Alessandro Ambrosi, fresco di rottura con la Juve Stabia, club di C1, un bel regalo di Natale per i tifosi e per il tecnico Marino, che dalla gara contro la Cisco Roma del prossimo 8 gennaio potrà contare su un attaccante che il gol ce l'ha nel sangue. Ma il colpo Ambrosi (il cui contratto di trasferimento verrà depositato già il 2 gennaio) è solo il primo dei quattro arrivi previsti per rinforzare il Taranto in vista dell'infuocato girone di ritorno. Sul taccuino del diesse Evangelisti figurano altri nomi, su cui la dirigenza sta lavorando già da qualche settimana, anche per anticipare l'agguerrita concorrenza. Arriverà sicuramente un altro attaccante che, salvo sorprese, dovrebbe rispondere al nome di Stefano Morello, classe '81, di proprietà del Lecce e attualmente in forza al Potenza, società con cui ha già messo a segno otto gol, finendo spesso in panchina nelle ultime domeniche. Sul calciatore salentino, svezzato dal Sora, avrebbe espresso parere favorevole proprio il tecnico Marino, che ha avuto modo di apprezzarne le doti quando allenava le giovanili del Lecce. Morello, secondo radio mercato, sarebbe in netto vantaggio su Daniele Martinetti, sempre classe '81 in organico al Novara, pallino a quanto pare di Evangelisti. Ma la società rossoblù è pronta a intervenire anche a centrocampo. Circola con insistenza il nome del navigato Rubens Pasino del Pisa, classe '71, centrocampista avanzato, ma restano sempre alte le quotazioni di Michele Menolascina, classe '70, mente pensante del centrocampo del Manfredonia. Ma al Taranto necessita anche un ritocco di peso nel settore arretrato. Di nomi per ora non se ne fanno, anche se pare che si insegua un elemento che sappia ricoprire il ruolo di centrale e di laterale mancino. Ma a fronte di quattro arrivi sicuri, dovrebbe registrarsi anche qualche partenza. In lista di sbarco ci sarebbero i vari Gambino (Reggiano o Pro Vasto), Bruno (Rende) e Campanile, oltre a Mignogna che dopo aver rifiutato il Legnano di Spagnulo, potrebbe accasarsi al Pisa di Toma. di Enrico Sorace23 dicembre 2005

Ambrosi, dall'Alatri al Taranto

Alessandro Ambrosi, 34 anni compiuti il 12 luglio scorso, inizia la carriera nei dilettanti con l'Alatri nel 1990. Nel 1995-96 passa all'Isola Liri dove in due tornei di serie D segna 18 gol. Nel 1997-98 è alla Cavese in C2 dove conquista il titolo di capocannoniere con 17 reti (32 partite). Nel 1998-99 passa al Crotone in C1 dove si riconferma il miglior bomber con 19 gol in 31 gare. Nel 1999 va al Monza in serie B (36 presenze e 12 reti), poi al Crotone, sempre in B, dove disputa 17 gare (5 i gol), quindi nel gennaio 2001 passa in prestito al Catania in C1 (10 gol in 16 partite) e manca la promozione in B perdendo la finale playoff contro il Messina. Torna al Crotone ma viene subito ceduto all'Ancona. Solo 3 gol con i marchigiani in serie B nel 2001-02: resta questo il peggior campionato per l'attaccante che in carriera è sempre andato a segno «in doppia cifra». Nella stagione 2002-03 è al Pisa in C1; segna 15 gol nella regolar season più 2 nei playoff, ma ancora una volta è sconfitto nella finale promozione (in B l'AlbinoLeffe). 12 gol con i toscani nel 2003-04, poi nel 2004-05 passa alla Juve Stabia in C2. 16 gol in 31 partite, quindi la sconfitta contro la Cavese nelle semifinali playoff, però in questa occasione arriva il ripescaggio in C1. 12 le presenze quest'anno per complessivi 958 minuti di gioco. 5 le reti segnate tutte in casa: due gol contro il Perugia, due rigori decisivi contro il Foggia (1-0) e la Sangiovannese (1-1), 0più una rete ininfluente in occasione della sconfitta contro il Chieti. di Franco Valdevies23 dicembre 2005

Taranto, che beffa 
I rossoblu, al 92', incassano la prima sconfitta in casa della stagione contro il Viterbo, dopo aver sbagliato tantissime palle-gol

Il conto, volutamente ridotto, dice che il Taranto ha avuto almeno sette opportunità per vincere. Il risultato dice che il Viterbo ha vinto. Con l'unica occasione, nell'unico momento di distrazione, nel modo più irriverente possibile: al secondo minuto di recupero di una partita controllata, dominata e soprattutto sciupata. La differenza è qui: nel gol mancato (in rigoroso ordine cronologico) da Pastore, Caccavale, Catania, Di Domenico, De Liguori, Pastore, Micallo, nel gol trovato, senza una valida premessa ma con un goffo aiuto, da Bordacconi. L'esito, così com'è, sembra un'incredibile capovolta della sorte, una feroce conto presentato dal destino, che chiede immediatamente indietro (e con le stesse modalità) quello che ha dato domenica. Vince il Viterbo, non si sa perché. Perché ha fatto tutto il Taranto, ha giocato, ha corso, ha ragionato, ha controllato, ha costruito, ha dominato, ha sbagliato, ha perso. Ha perso mancando l'appuntamento con ogni occasione possibile, disperdendo il patrimonio di calcio prodotto. 
Partita con una logica evidente, risultato assolutamente privo di ogni ragione. Il Taranto si scopre quasi più potente del solito e impotente al tempo stesso. Potente per la qualità delle giocate: grosse porzioni della partita sono totalmente appaltate alla banda di Marino. Bella a vedersi, con una manovra capace di allargarsi e allungarsi a piacere, facendo salire gli esterni o sfruttando la profondità garantita da Di Domenico. Nessuna sbavatura, tranne quelle fisiologiche: c'è Taranto in ogni momento e in ogni situazione. C'è Taranto nella sapiente circolazione di palla e nella oculata gestione degli spazi, nella pazienza per coordinare i tempi e per avanzare con il collettivo. Il meccanismo quasi perfetto si inceppa regolarmente all'ultimo tiro e genera l'inganno finale. Lasciando al Viterbo, squadra di discreta qualità e buona cifra tecnica, la possibilità di sorprendere nel finale. 
La superiorità del Taranto è nell'atteggiamento: non c'è arrembaggio, non c'è assalto. C'è un controllo costante e una manovra lineare, una partenza limpida e un naturale sbocco. Il difetto è unico e decisivo. E accartoccia il racconto di una partita che non trova giustizia e che non ne avrebbe avuta nemmeno con un pareggio. C'è un taccuino fitto a sorreggere la tesi, una lunga sequenza di tiri a giustificare le imprecazioni. Ci sono venticinque minuti di bellezza accecante: il Taranto (nessuna variazione: stesso modulo, stessi uomini) gioca come vuole e ammucchia rimpianti. Comincia Pastore (6', colpo di testa alto su punizione di De Liguori), continua Caccavale (17', sinistro perfetto, alzato dal portiere in angolo). Offesa collettiva: se i difensori arrivano al tiro, il resto della squadra gira come deve: Micallo sale con continuità, De Liguori non esaurisce il suo moto, Mancini mantiene una posizione tatticamente strategica, Larosa garantisce presenza e spessore al centrocampo. 
Tutto gira, non tutto torna. Il Taranto gioca sciolto e tira in modo agevole. Non segna: Catania (18') alza troppo un pallonetto comodo sul portiere in uscita. Il Viterbo appare schiacciato, ma non è disertore: il 4-3-1-2 di Chiappini si poggia sull'estro di Bordacconi e sui tagli di Pagliarini, che creano sovrannumero quando si può. Statuto, geometra della squadra, non ha molto da regolare perché il pallone è sequestrato dal Taranto. Il contenimento (faticoso) riesce meglio quando gli esterni riescono ad alzarsi, otturando gli sbocchi laterali del Taranto e producendo qualche timido tentativo (45', Pagliarini calcia una punizione pericolosa). La banda di Marino sa, invece, dettare il ritmo: conosce la spinta feroce e l'avanzata ragionata. Una e l'altra portano al tiro. Di Domenico (47') si inserisce alle spalle della difesa su lancio di Catania, ma affretta la conclusione e, con il solo Fimiani di fronte, calcia fuori di sinistro. La gloria, però, il guardasigilli ospite se la guadagna dopo, opponendosi con il corpo quando De Liguori (48') si inserisce su un pallone vagante e calcia da un passo. 
Nemmeno il giro di boa della partita cambia qualcosa: il Taranto si illude su un rigore fischiato (5', ma era una cattiva interpretazione dell'arbitro su segnalazione dell'assistente) e continua ad attaccaRe. Pastore gira fuori (14') un pallone toccato da Catania. Poi Catania (18') non sfrutta un'indecisione del portiere su tiro di Mancini. I tentativi di Marino per rinfrescare la circolazione (12', Bevo per Larosa) e per aumentare la spinta a sinistra (23', Manni per Deleonardis e De Liguori a fare il terzino) sono logici, anche se non rendono come dovrebbero. La presenza costante del Taranto fa evaporare definitivamente il Viterbo: i laziali ammettono l'inferiorità ritirandosi, rinunciando al gioco, cercando platealmente il pareggio. Che Micallo rende prima possibile (44', “liscio” su centro di Mortari), poi, addirittura, inferiore alla resa reale: è il difensore rossoblu a mancare il pallone su lancio tagliato di Faraone e a lasciare Bordacconi alle sue spalle libero di far partire il tiro (sinistro a incrociare) che supera Gentili e confeziona l'inspiegabile beffa. di Fulvio Paglialunga22 dicembre 2005

Piange il Taranto delle beffe
Imperizia, sfortuna e ingordigia condannano la squadra jonica che attacca ma non passa. Girata fulminante di Bordacconi al 92'e il Viterbo ringrazia

Un inno allo scialo. Mai creato tanto e mai sbagliato tanto. Fosse finita 0-0, sarebbe già stato anomalo. Clamorosamente anomalo. Finisce, invece, che vince il Viterbo e l'anomalia s'infittisce. Diventa mistero cupo. Si trasforma in beffa atroce. È proprio vero: quando il calcio sfugge a se stesso, può diventare di una crudeltà assoluta. E regalare finali come questo: incongrui, irrispettosi, irriverenti. Al Taranto, trafitto in casa, non resta che dolersene. Prima lo spreco, poi la condanna. Ci sono partite che non sembrano segnate, invece lo sono. Perché covano un segreto da svelare. Una verità tenebrosa e sconvolgente, che solitamente si rivela alla fine, cogliendoti a tradimento. Un pallone tagliato (Faraone), un buco aereo (Micallo), un girata fulminante (Bordacconi): ecco svelato il segreto, ecco rivelata la verità. Al minuto 47' della ripresa la logica fa una capriola e i meriti si frantumano. È il minuto del gol che non doveva esserci. È il minuto del gol che incenerisce la prova del Taranto, rendendo inutile il suo dominio, la sua supremazia, il suo prodigarsi. La sconfitta del Taranto è di un'incoerenza vistosa. Non può essere questo l'esito di un confronto in cui la squadra che soccombe, esercita una titolarità su tutto: gioco (a tratti di una bellezza geometrica) e occasioni (sette nitide). E la squadra che prevale, a parte un'iniziale e infastidente attività pressoria, nella ripresa assume e conserva un atteggiamento passivo. No, non doveva finire così: col Taranto che si dispera e il Viterbo che esulta. Ma il finale non si può riscrivere e il verdetto non si può abrogare. La sconfitta, per quanto ingiusta, resta e merita di essere analizzata. Il Taranto, prima di perdere, è anche una squadra che non riesce a vincere, cioè a fare gol: è questo il grande limite di giornata. Il gol ripetutamente sfiorato e puntualmente fallito: per imperizia, per sfortuna, per ingordigia. Cinque occasioni nel primo tempo: al 6' Pastore (schema su punizione e colpo di testa che sorvola la traversa); al 17' Caccavale (gran tiro da fuori sul quale Fimiani si oppone, inarcandosi); al 18' Catania (pallonetto impreciso sul tocco delizioso di De Liguori); al 47' Di Domenico (sinistro sbilenco a porta spalancata); al 48' De Liguori (tocco ravvicinato che si spegne addosso al portiere). Cinque occasioni dentro un primo tempo complesso. Perché il Viterbo non sta a guardare. Pressa alto, ammucchiando uomini nella zona della palla. La squadra di Chiappini centralmente si dispone spesso a rombo, tenendo Statuto davanti alla difesa e Pagliarini dietro le punte (il polveroso Vidallè, il manovriero Bordacconi). Il Taranto si concede qualche pausa interpretativa. È nell'assetto abituale (4-3-1-2). Gli uomini sono quelli di sempre. Fioccano le opportunità, ma le difficoltà nello sviluppo dell'azione permangono. E a ribadirle c'è quella punizione insidiosa di Pagliarini, che al 46' manda il pallone a lambire l'incrocio dei pali. La ripresa è una storia potente. Da raccontare. Comanda il Taranto, che alimenta con continuità la propria manovra, avventandosi con bramosìa anche sulle cosiddette palle secondarie. Colossale equivoco al 5': l'arbitro, fraintendendo un gesto d'intesa con l'assistente di linea, assegna al Taranto un rigore che non c'è (Catania casca in area). Proteste e decisione revocata. Marino comincia a giocare con la panchina. Larosa (ammonito e stanco) cede il posto a Bevo. Deleonardis rileva Manni: mossa che produce il salutare arretramento di De Liguori, liberando il suo dinamismo sulla corsia mancina. Nel frattempo, Pastore (girata acrobatica) e Catania (tocco timido) sprecano altre due occasioni. Nei minuti finali Marino si gioca la carta del doppio centravanti (entra Gambino, esce Catania). Il Taranto attacca, ma non passa. Il copione prevede altro. Il destino ha deciso diversamente: segna Bordacconi, rifinendo un'azione forse viziata, all'origine, da un malandrino fallo di mano. di Lorenzo D'Alò22 dicembre 2005

Non restano che gli auguri
La sconfitta con il Viterbo è difficile da accettare. Il capitano rossoblu Ivano Pastore coglie l'occasione per estendere il “Buon Natale” alla città di Taranto e ai suoi tifosi

Il dolce è nella coda. E serve per mitigare l'aria mesta di una sconfitta indigesta. Il capitano rossoblu Ivano Pastore stempera la delusione con i classici auguri di fine stagione. «A nome della squadra vorrei fare gli auguri alla città di Taranto e ai nostri tifosi che sono stati fantastici». 
Iniziativa condivisibile che chiude un cerchio, paradossalmente, facile da tondeggiare. Difficile trovare dnei demeriti; comodo, invece, proporre una lettura della gara che ha visto i rossoblu dannarsi l'anima inutilmente per gli interi novanta minuti. 
«Gare del genere sono semplici o difficili da commentare a seconda dalla prospettiva - riflette Pastore - Le azioni che abbiamo costruito in tutta la gara sono sotto gli occhi di tutti. La mole si gioco è stata enorme e purtroppo siamo qui a recriminare su una partita incredibile». 
Un paio di queste occasioni portano la firma proprio del capitano rossoblu che, in un paio di raid offensivi, ha sfiorato il gol. 
«Già dall'inizio della partita, con il mio colpo di testa, si era compreso qualcosa. Poi nel secondo tempo, dopo una percussione di Catania, ho calciato al volo a colpo sicuro. Ho colpito molto bene e non ero in fuorigioco. Nello spogliatoio ci siamo detti che molto spesso si gioca male e si ottengono punti. In questa occasione si sono invertite le parti. La cosa positiva è che sono parecchie gare che giochiamo molto bene e sotto il profilo delle prestazioni non dobbiamo rimproverarci nulla». 
La staffilata di Bordacconi al 92' matura un'amara considerazione nel capitano rossoblu ionico. 
«Quello che abbiamo guadagnato a Rieti ce lo hanno tolto prima delle feste con gli interessi. Passeremo un Natale, sotto l'aspetto sportivo, un po' dimesso. Ripeto, però, il Taranto non deve abbattersi più di tanto. Con prestazioni del genere, andremo molto lontano». 
I giocatori, in genere poco propensi alla loquacità, in queste occasioni si sentono davvero in crisi. Non c'è modo di differire dall'opinione altrui. Occhi tristi e voce sommessa. E poi il solito ritornello da intonare. Vincenzo De Liguori è uno di quei rossoblu che ci ha provato fino alla fine. Con le incursione sulla fascia sinistra è stato uno dei giocatori più propositivi. Numerosi le sue iniziative culminate sulla linea di fondo. 
«Posso dire che se giochiamo in questa maniera, non ci sono avversari che tengano. Sono molto dispiaciuto perchè non si dovrebbero perdere gare del genere. Siamo stati puniti dall'unico tiro in porta del Viterbo fatto nel secondo tempo in cui, peraltro, non hanno mai superato la linea di metà campo. In stagione ci era capitato di concedere qualcosa agli avversari, ma contro i gialloblu non abbiamo permesso di fare nulla». 
Da centrocampista mancino a laterale di difesa, si è notata molto poco la differenza. Favorito dall'atteggiamento passivo degli uomini di Chiappini, De Liguori ha potuto affondare a piacimento. Un'interpretazione del ruolo lodata apertamente in conferenza stampa dal suo allenatore, Raimondo Marino. 
«Sul ruolo non c'è problema, posso esprimermi bene in entrambi i casi. Peccato per quell'inserimento al termine del primo tempo in cui il portiere mi si è opposto con tanta fortuna. Come si reagisce dopo una sconfitta del genere? Bisogna cancellare in fretta questa delusione e ci dobbiamo subito mettere al lavoro e continuare con questa determinazione e questo approccio. Questa gara non può che rappresentare un caso isolato. L'unica colpa che possiamo riconoscerci è quella di non avere fatto gol». 
Emanuele Catania ha alternato aspetti del gioco lodevoli a fase leggermente più confusionarie. Il mancino siciliano ha avuto il merito di essere molto presente nelle azioni di attacco. La più clamorosa della prima frazione ha avuto il suo piede sinistro protagonista al 18'. Il pallonetto ben dosato, però, ha sfiorato la traversa. 
«Mai come oggi (ieri, ndc) ci trovavamo a meraviglia. C'era grande intesa tra tutti i compagni. Purtroppo non siamo stati bravi a mettere la palla dentro. La mia opportunità? Pensavo realmente che la passa finisse dentro. Magari se colpiva la palla di piatto... Alla fine della gara, tra di noi, non sapevamo cosa dirci. Ci siamo guardati in faccia, senza dire una parola». 
La prima sconfitta interna sarà metabolizzata anche per merito del Natale ormai prossimo. Si riprende il 27 dicembre. Viterbo, è questo l'augurio, sarà una tappa allora definitivamente accantonata. di Luigi Carrieri22 dicembre 2005

Le pagelle di Lorenzo D'Alò

GENTILI 6 - Qualche buona parata. La solita riluttanza nelle uscite. 
MICALLO 5,5 - Comincia bene, finisce male, saltando a vuoto su quel pallone che finirà con l'armare il sinistro di Bordacconi. 
MANNI 5 - Timidezze sparse. Non affonda, non spinge. Limite, ormai, ufficiale. Sostituito.
LAROSA 5,5 - È un po' appannato, forse perché non ha smaltito la fatica di Rieti. Quando l'arbitro l'ammonisce, cede il posto a Bevo. 
PASTORE 6 - Puntuale nella copertura difensiva. Sfiora il gol di testa e con un girata volante.
CACCAVALE 5,5 - Meno sicuro e preciso del solito. Non è da lui incespicare sul pallone o sbagliare l'appoggio più comodo. 
DE LIGUORI 7 - Prova di estrema efficacia. Nel primo tempo è il più reattivo. Nella ripresa mostra duttilità, abbassandosi a fare l'esterno di difesa. 
MORTARI 6 - Avvio un po' faticoso. Ma finale ricco di generosi slanci. Non molla mai: è questa la sua forza. 
MANCINI 6,5 - Una partecipazione assidua. Difficile trovare un centrocampista in grado di fornire un contributo così vario: corsa, giocate e finalizzazioni. 
DI DOMENICO 6 - Efficace nella copertura del pallone, bravo nel lavoro di sponda. Ma il gol, stavolta, non c'è. 
CATANIA 5,5 - Non capitalizza quello che è in grado di provocare con i suoi dribbling e le discese fiorite. 
BEVO 5,5 - Entra al posto di Larosa e sconta inevitabilmente la lunga permanenza ai box. DELEONARDIS sv - Troppa foga e poco tempo a disposizione. Ingiudicabile.
GAMBINO sv - Nel minuti conclusivi entra al posto di Catania. Non valutabile. 
MARINO 6 - È tutto corretto: la tattica, la strategia, la formazione iniziale e le mosse per aiutarla a vincere. Non è corretta la sconfitta, ma questa è completamente un'altra storia.22 dicembre 2005

«Arrivano i rinforzi» 
Blasi non è deluso. Oggi conferenza stampa del presidente

Il presidente Blasi maschera molto bene la sua delusione per la prima sconfitta interna stagionale: «Non sono amareggiato. Perché dovrei esserlo? La squadra ha giocato bene, ha offerto uno spettacolo di livello qualitativo notevole, ha fallito almeno sette-otto palle gol, ha messo in campo aggressività, concentrazione e determinazione. Insomma non posso muovere alcuna critica né a mister Marino, che ancora una volta ha presentato una formazione valida, capace cioè di esprimere schemi all'altezza della situazione, né alla squadra. Abbiamo perso perché non siamo riusciti a tramutare in rete nemmeno una delle tante occasioni capitateci. Anche la sfortuna ha recitato la sua parte. Non è mio costume invocarla. Ma questa volta credo che non se ne possa fare a meno» Cosa ha da dire sull'arbitraggio di Manni? «Meglio lasciar perdere ogni giudizio. Purtroppo gli arbitri sbagliano. A Coverciano, nell'ultima riunione di Lega, moltissime società si sono lamentate. Evidentemente non stanno attraversando un buon momento di forma. Sul rigore non assegnato ha avuto ragione: non c'era. Poi però ho visto, qualche minuto dopo, Catania volare in area di rigore avversaria. Ma anche in occasione della rete della vittoria del Viterbo c'era un netto fallo di mani a centrocampo». Servono rinforzi. «Ed arriveranno. Specialmente in zona avanzata. Lo devo fare per la città, per la tifoseria, per dare più tranquillità all'intero settore tecnico». Il Melfi ha pareggiato in casa. Se il Taranto avesse vinto sarebbe secondo in classifica. «Siamo ancora a metà campionato. In palio ci sono ancora sessantuno punti». Intanto stamane (ore 9,30) conferenza stampa di Blasi nella sala stampa dello "Iacovone". Novità in arrivo? di Giuseppe Dimito22 dicembre 2005

Iacovone violato dopo nove mesi

Prima sconfitta allo «Iacovone» per il Taranto; la battuta d'arresto arriva dopo sei vittorie ed un pareggio con 12 gol fatti e 2 subiti. Prima del ko col Viterbo i rossoblù vantavano il miglior ruolino casalingo fra le 18 squadre del girone C. Il Taranto non perdeva in casa dalla 24ª giornata del campionato scorso, 27 febbraio 2005, 0-1 contro il Gela. Successivamente gli ionici battevano il Melfi per 3-0 (tripletta di Sergi), la Rosetana per 2-0 (doppietta di Pupita), quindi l'Igea per 1-0 (Paglialunga), poi lo 0-0 col Morro d'Oro ed infine un altro successo per 4-2 contro la Pro Vasto nell'ultima gara della regolar season (Sergi, Mela, Deleonardis e Niscemi); arrivava poi la vittoria per 2-1 col Ragusa nella gara d'andata dei playout salvezza (doppietta di La Cava). In questo torneo invece 4 successi di fila: 2-1 sul Melfi (Mortari e Deflorio), 1-0 sul Giugliano (Pastore), 2-0 sull'Andria (Deflorio e Catania) e 4-1 sul Modica (doppietta di Deflorio, Di Domenico e di De Liguori), poi lo 0-0 contro il Latina ed infine altre due vittorie con il 2-0 sul Potenza (in gol Di Domenico e Deflorio) e l' 1-0 sul Rende (segna Mortari su rigore). L'ultima sconfitta dei rossoblù risaliva al 23 ottobre scorso, 0-2 a Marcinise, poi erano arrivati sette risultati utili con tre successi (2-0 sul Potenza, 1-0 sul Rende e 1-0 a Rieti) e quattro pareggi (0-0 a Gallipoli, 0-0 contro il Latina in casa, 3-3 a Nocera e 2-2 a Vasto). Finiamo l'andata al terzo posto con 28 punti con un bottino di 7 vittorie, 7 pari e 3 ko. Per trovare un bilancio migliore di questo dobbiamo risalire al campionato di serie C1 2001-2 quando chiudemmo l'andata al 2° posto con 31 punti. Il Viterbo rafforza la sua tradizione positiva in casa del Taranto; i laziali ottengono il terzo successo in sei confronti (le precedenti due vittorie in C2 e sempre per 1-0, il 22 ottobre 1995 con una rete di Ghezzi al 32' e l'8 settembre 1996, neutro di Altamura, col gol di Balducci al 55'), mentre per i rossoblù si registra una sola vittoria (1-0 in C1 il 2 novembre 2003: segna al 48' Del Signore). di Franco Valdevies22 dicembre 2005

Taranto, la beffa più atroce 
Marino: «Assurda sconfitta». Pastore: «Non ci credo»

Perdere fa sempre male. Se la sconfitta, poi, giunge nei minuti di recupero, al termine di una gara dominata e costellata dalle numerose occasioni sciupate, è una batosta difficile da smaltire. Raimondo Marino è soddisfatto della prestazione della sua squadra. Il rammarico maggiore, oltre che dal risultato, giunge da un gesto poco sportivo compiuto a fine gara dal suo collega Chiappini. «Ha applaudito i nostri tifosi, compiendo un gesto intollerabile per un allenatore. Sarà stato bravo a vincere la partita, ma ha ancora molto da imparare sotto l'aspetto umano e professionale». Marino passa alla disamina della gara. «Non posso rimproverare nulla alla squadra. Tutti i calciatori hanno lottato fino all'ultimo, tant'è che i nostri sostenitori ci hanno applaudito ugualmente nonostante la sconfitta. Abbiamo giocato sempre nella metà campo avversaria, senza riuscirci a portare in vantaggio. E quando sbagli tanto, capita di perdere in questo modo. Mi è capitato anche da calciatore: con il Napoli ho perso uno scudetto a Perugia, pareggiando a reti bianche dopo aver gettato alle ortiche diverse occasioni da rete. Gli episodi? Preferisco non commentarli. Il rigore su Catania non c'era, ma sul corner successivo Di Domenico è stato cinturato da un difensore laziale». Tra i giocatori la voglia di parlare è davvero poca. L'entusiasmo generato dal primo successo esterno sul campo del Rieti è stato subito sostituito dalla cocente delusione per la sconfitta casalinga contro il Viterbo. Pastore: «Quando perdi dopo aver subito un tiro in porta, resta l'amarezza per il risultato; allo stesso tempo siamo consapevoli che, continuando a giocare in questo modo, non potremo far altro che migliorarci. Il gol mancato in rovesciata? Ho colpito la palla di taglio, spedendola di poco a lato. Purtroppo la nostra rincorsa al Gallipoli ha subìto uno stop imprevisto, ma torneremo più forti di prima a partire dalla gara contro la Cisco Roma». «Gol sbagliato, gol subìto», recita un famoso detto del calcio. Che, questo pomeriggio, ha visto Lele Catania nelle vesti di sfortunato protagonista. «Quando ho fatto il pallonetto ero convinto che la palla sarebbe entrata. L'ho colpita perfettamente, senza nemmeno darle potenza. Resta il rammarico per un risultato bugiardo, ma credo che ci rifaremo a partire dalla prossima occasione». Vincenzo De Liguori è stato fra gli ultimi a gettare la spugna. La sua prestazione, prima da interno sinistro e poi da terzino, è stata condita dal solito dinamismo atletico. «Abbiamo chiuso il Viterbo nella sua metà campo, - esordisce il centrocampista partenopeo -, senza concedere mai la possibilità di tirare in porta. Purtroppo abbiamo sbagliato troppi gol e alla prima indecisione siamo stati castigati. La sconfitta è sicuramente immeritata, ma continuando a giocare in questo modo non avremo difficoltà a ripartire». Bevo: «E' sempre difficile digerire queste sconfitte. Siamo stati molto sfortunati. Abbiamo sciupato diverse palle gol, subendo la rete decisiva sull'unico tiro in porta del Viterbo. Per giunta viziato da un fallo di mano di Statuto a centrocampo». di Fabio Di Todaro22 dicembre 2005

Le statistiche di Franco Valdevies

Il Viterbo (la Viterbese fino al 2004) è stata per anni una "bestia nera" per il Taranto; i rossoblù sono riusciti a superare la formazione laziale solo al nono tentativo dopo aver subito prima tre sconfitte e poi raccolto cinque pareggi. Il bilancio dei dieci precedenti, tra casa e trasferta, vede il Viterbo in vantaggio con quattro succesi contro uno degli ionici. Rivediamo nel dettaglio le dieci sfide. 1995-96 campionato di serie C2, gara d'andata del 22 ottobre 1995: Taranto-Viterbese 0-1 con una rete di Ghezzi al 32'; il rossoblù Caputo fallisce un rigore al 62', quindi due espulsi al 69' Pernisco e al 71' Bertoni. Nel ritorno a Viterbo (il 10 marzo 1996) 1-0 per i padroni di casa con gol di Cozzella su rigore al 13' (sulla panchina del Taranto siede Pietro Ruisi subentrato la settimana prima a Ivo Iaconi; al 91' viene espulso Triuzzi, entrato in campo 10 minuti prima in sostituzione di Panarelli). Stagione 1996-97, sempre in C2, all'andata (l'8 settembre 1996) sul neutro di Altamura per inagibilità dello Iacovone Taranto-Viterbese 0-1 con gol di Balducci al 55'. La gara, subito dopo la rete dei laziali, viene sospesa per 6 minuti a causa di una invasione di una decina di tifosi ionici. Finalmente nella gara di ritorno, il 26 gennaio 1997, i rossoblù ottengono il primo punto pareggiando per 0-0 a Viterbo. Campionato 2001-2002 di serie C1, il 21 ottobre 2001: 1-1 a Viterbo con le reti di Martinetti al 22' e pareggio di Riganò al 70'. Ancora 1-1 nella gara di ritorno il 3 marzo scorso con le reti di Monza all'8' e pareggio su rigore di Frau al 50'. Torneo 2002-2003 in C1, all'andata l'1 dicembre 2002: Taranto-Viterbese 2-2. Doppio vantaggio per gli ospiti con Pollini al 13' e Aurino al 20', quindi i rossoblù pareggiano con due rigori di Filippi al 42' e 45'. 0-0 nella gara di ritorno giocata sabato 19 aprile 2003. Alla 10.ma giornata del campionato di serie C1 2003-04, è il 2 novembre 2003, i rossoblù superano per la prima volta la Viterbese: 1-0 allo «Iacovone» con il gol di Del Signore al 48'. Questa la formazione ionica guidata da Brini: Di Bitonto, Panarelli, Stendardo, Braca, Filippi, Del Signore, Croce, Apa (79' Di Fausto), Triuzzi, De Liguori (85' Bettoni), Banchelli (85' Casale). Il 28 marzo 2004, nella gara di ritorno, si impongono nuovamente i laziali: 1-0 con una rete di Evacuo al 96'. Il tecnico del Taranto è Bianchetti appena subentrato in settimana a Brini. Così l'undici ionico: Di Bitonto, Panarelli, Esposito, Filippi, Paoli (64' Di Fausto), Del Signore, Bettoni, De Liguori (59' Croce), Catinali (77' Braca), Vidallé, Triuzzi. In questa gara contro la Viterbese va dunque in panchina Bianchetti ma è da rilevare che nell'occasione i rossoblù giocano la quarta partita di fila con un allenatore diverso: il 7 marzo 2004 in Benevento-Taranto 2-0 Dellisanti disputa l'ultima delle 11 gare alla guida del Taranto; viene esonerato e il 14 marzo in Giulianova-Taranto 2-0 va in panchina il direttore sportivo Barone, poi ritorna Brini (l'allenatore delle prime 12 giornate) che resta solo per la partita del 21 marzo 2004, Taranto-Sora 0-2, quindi si dimette e arriva così Bianchetti.21 dicembre 2005

Il Taranto prova ad allungare
La squadra rossoblù cerca il tris di vittorie con Viterbo

Giorno di partita. Allo "Iacovone" il Taranto, forte del primo successo esterno stagionale, ospita il Viterbo degli ex Gagliarducci e Vidallè. Pastore e compagni cercheranno di allungare il filotto di risultati positivi e di ottenere il terzo successo consecutivo dopo quelli con Rende e Rieti. FORMAZIONE- Pastore, Caccavale e Larosa sono leggermente affaticati, ma difficilmente Marino farà a meno di tutti e tre. I primi due sono le colonne portanti del reparto difensivo, impossibili da sostituire per esperienza e personalità; Larosa, titolare da cinque giornate, sta ricoprendo con successo la posizione di mediano, sfruttando le sue caratteristiche fisiche per agire da scudo dinanzi alla difesa. Potrebbe essere proprio lui, però, a rifiatare e a concedere una nuova chance a Bevo (fuori dall'undici titolare da sette giornate). Il mediano di Ponticelli scalpita per tornare a guidare il centrocampo e la gara contro i laziali potrebbe essere l'occasione giusta per rilanciarsi. Se non dovessero esserci complicazioni, comunque, il tecnico di Messina potrebbe riproporre la stessa formazione che ha espugnato il «Manlio Scopigno». Dinanzi a Gentili la linea difensiva sarà composta da Micallo, Caccavale, Pastore e Manni (da destra verso sinistra); Larosa (o Bevo) play-maker davanti alla difesa, Mortari (a destra) e De Liguori (a sinistra) interni di centrocampo con Mancini a chiudere il rombo e a cucire gli spazi tra i due reparti. In attacco confermata la coppia composta da Catania e Di Domenico. GLI AVVERSARI Chiappini deve fare a meno del difensore Rivolta e del centrocampista Rossi (entrambi infortunati). I laziali dovrebbero schierarsi secondo un classico 4-4-2. Davanti al portiere Fimiani, il pacchetto difensivo sarà composto da Campione, Gagliarducci, Gimmelli e Ginobili (in ballottaggio con Farris); a centrocampo regia affidata a Scarchilli e Bussi, con Morici e Bordacconi (o Farris qualora non dovesse essere schierato come terzino) sugli esterni. In avanti Vidallè e Tiberi. DEFLORIO Il capitano tornerà disponibile per la prima gara del nuovo anno con la Cisco Roma. La visita specialistica sostenuta ieri non ha fatto emergere complicazioni. Il bomber si riaggregherà al gruppo martedì 27 dicembre, giorno fissato per la ripresa della preparazione. di Fabio Di Todaro21 dicembre 2005

Stadio Iacovone, fumata bianca
Raggiunto l'accordo tra Comune e Taranto Sport per l'uso della struttura. La società verserà 40mila euro più 10mila per servizi accessori. Decisiva la mediazione della Prefettura

L'incontro in Prefettura sulla questione-stadio Iacovone convocato dal Vice Prefetto facente funzioni dott. Sessa, ha sortito gli effetti sperati. Taranto Sport e Comune di Taranto hanno trovato l'intesa, quella definitiva, per l'utilizzo dell'impianto sportivo, anche se la firma sul contratto di locazione in uso non esclusivo è stata rinviata di un paio di giorni per consentire ai tecnici del Comune di aggiornare il documento. Il nuovo accordo prevede, infatti, il versamento da parte della Taranto Sport al Comune dei 40mila euro già pattuiti, a cui si sono aggiunti, proprio ieri, altri 10mila euro per servizi accessori, individuabili nelle spese relative alla pulizia dei locali degli spogliatoi, della tribuna stampa e della sala stampa. Alla riunione, iniziata alle 12.40 e terminata intorno alle 13.45, hanno partecipato il Prefetto Carlo Sessa, il vice Prefetto aggiunto Paolo Gentilucci, il Capo di Gabinetto della Questura Michelangelo Giusti, due rappresentanti della Taranto Sport (il presidente Blasi e il fido diggì Galigani), mentre per il Comune erano presenti il direttore generale Franco De Feis, il capo di gabinetto Pino Licciardello, oltre ad Alfredo Venturini e Vincenzo Piccolo. Un'ora di confronto, in taluni frangenti anche acceso, per limare alcuni dettagli che impedivano di trovare l'accordo. A metà riunione sono usciti di scena i rappresentanti di Prefettura e Questura Sessa, Gentilucci e Giusti, per consentire alle parti interessate di trattare serenamente i termini del contratto e chiudere una fastidiosa diatriba che rischiava di causare problemi di ordine pubblico. Alla fine l'attesa fumata bianca, accolta con soddisfazione da Taranto Sport e Comune. Il primo a rilasciare dichiarazioni è stato il presidente rossoblù Gigi Blasi: «La riunione è andata bene, ci siamo confrontati su alcuni punti critici, accordandoci alla fine sul contratto che firmeremo nei prossimi giorni, quando ci chiameranno dal Comune. All'accordo di base è stato aggiunto un canone per le spese di pulizia di tribuna e spogliatoi, le altre spetteranno, ovviamente, all'Amministrazione comunale. Un grazie al Prefetto per averci dato una mano a risolvere positivamente la vicenda». Per il Comune ha parlato il Capo di Gabinetto Pino Licciardello: «E' stata una riunione importante e definitiva, anche per la sensibilità mostrata dal Prefetto. Le parti non erano distanti, infatti è bastato sedersi attorno a un tavolo per trovare l'accordo per un importo di 50mila euro complessivi, oltre alle polizze fideiussorie che la Taranto Sport si è impegnata a stipulare contro eventuali atti vandalici e danni a terzi. La frima del contratto è un mero atto formale». Infine ha parlato il Prefetto Sessa: «La mia mediazione è stata dettata soprattutto da esigenze di ordine pubblico, per evitare che potessero esserci problemi durante l'ultimo Consiglio comunale. Sono contento che sia servita per mettere la parola fine alla vicenda stadio, anche se il merito maggiore è da attribuire alle parti in causa, capaci ridefinire le clausole contrattuali e stringere l'accordo». di Enrico Sorace21 dicembre 2005

Di Canio, l'esibizionista dell'antica Roma 
La squalifica dell'attaccante laziale per il saluto romano esibito contro la Juve divide politici e tifosi. Blatter lo attacca, Berlusconi lo coccola («è un bravo ragazzo»), lui si appella alla Storia

Troppo severa o troppo poco? Il giorno dopo, la squalifica di un turno comminata a Paolo Di Canio per l'ennesimo saluto fascista esibito sabato sera all'Olimpico divide i tifosi, solletica i politici e fa arrabbiare la Lazio. Lui, incazzatissimo, questa sera si guarderà la partita col Lecce davanti alla tv, appiedato dal giudice sportivo per un inequivocabile saluto romano mostrato «con piena consapevolezza della sua illiceità». Questa volta, la storia del simbolo dell'antica Roma e del suo apolitico valore di appartenenza non se l'è bevuta nemmeno il giudice Laudi (il grande Thuram pare di sì, dopo un colloquio ravvicinato al termine della sfida con la Juve). Sul significato di quel gesto, Di Canio ha alternato spesso due versioni. Quella del saluto agli amici della curva con cui condivide i valori dell'Urbe (niente nazismo e niente razzismo, solo un po' di storia) e quella del gesto ribelle di uno che non accetta due pesi e due misure dentro uno stadio (il pugno chiuso sì, il braccio teso no) e dunque sta con gli ultras discriminati della curva Nord, alla cui trasmissione radiofonica si concede sovente per disquisire amabilmente del Duce, della comunità ebraica e delle ingiustizie sociali che affliggono questo porco mondo. Il suo club (presidente, compagni, allenatore) l'ha difeso a spada tratta su questo versante, sposando appieno la prima tesi e definendo «assurdo e aberrante» (Delio Rossi) il turno di stop imposto al giocatore per un semplice ciao ciao. Gli Irriducibili hanno organizzato un sit-in di protesta, venerdì, sotto gli uffici della Federcalcio. Lotito ha calato uno dei suo mirabolanti paragoni: «Se quello di Di Canio è un saluto fascista, allora anche il saluto del Papa può essere interpretato allo stesso modo». La comprensione per il numero nove non è comune a tutti i tifosi biancocelesti. Molti non ne possono più delle scenate fasciste di Di Canio e avrebbero voluto una squalifica più dura anche perché chi era allo stadio, sabato sera, ha notato come ormai anche le altre tifoserie di destra inneggino all'attaccante laziale come a un simbolo trasversale: gli striscioni dei tifosi della Juve in trasferta («Onore a Di Canio») fanno il paio con quelli esibiti nel campionato scorso dagli ultras dell'Inter dopo il saluto romano nel derby. Un risultato politico rilevante e pericoloso che non può sfuggire a chi voglia guardare la vicenda senza paraocchi. Una punizione più severa potrebbe comunque arrivare a gennaio quando la Commissione disciplinare prenderà in esame il lavoro dell'Ufficio indagini sulla partita col Livorno e sulle farneticanti dichiarazioni rese da Di Canio sulla sua domenica speciale in terra rossa. Chi ha ribadito di non voler fare sconti è il colonnelo della Fifa, Sepp Blatter, che dopo aver chiesto l'allontanamento del giocatore dalla granda famiglia del calcio, ieri ha rincarato la dose assicurando che «presto ci saranno misure per intervenire in maniera rapida e più severa» contro i razzisti della pedata.
Sull'affare Di Canio ha voluto dire la sua, alla fine, anche Berlusconi. Non con una nota ufficiale, per carità (che già si scommette su quale partito del centrodestra potrà in futuro giocare la carta del popolarissimo calciatore), ma con una delle solite battute del premier nel corso di un pranzo con la stampa estera. «Di Canio è un bravo ragazzo ma un po' esibizionista», ha detto il padrone del Milan senza calcare troppo la mano sull'ex giocatore del diavolo. E comunque, ha aggiunto, «non è rappresentativo dei giovani italiani». Molto più interessata alla «sentenza politica» piovuta sul capo di Di Canio si è mostrata Alessandra Mussolini, che già in passato si era commossa per il braccio teso del ragazzo al derby di Roma ricevendo in cambio solo brutte parole. «Quello che sta capitando a Di Canio è vergognoso - ha fatto sapere la leader di Alternativa Sociale - è una cosa strumentale che non ha senso. Vuol dire che comincerò anche io a fare il saluto romano in tutte le sedi». La nipote del Duce ha difeso la libertà di opinione dell'attaccante e ha lanciato un avvertimento alla Federazione. «Per par condicio, ci sarebbe da fare un bel pugno chiuso e un saluto romano davanti agli uffici della Figc», ha spiegato la Mussolini che però non è troppo gradita agli Irriducibili e dunque difficilmente presenzierà la manifestazione di venerdì prossimo. E ha concluso in scivolata: «La politica non dovrebbe entrare nel calcio ma allora il Che Guevara di Maradona?». Il senatore Andreotti aveva liquidato la faccenda già lunedì. «Il saluto romano è passato di moda, meglio lasciar perdere». di Matteo Patrono21 dicembre 2005

Quello che mancava per sentirsi grandi

C'era un evidente processo di maturazione in corso: si leggeva nei movimenti e nella mentalità che il Taranto cominciava a mostrare, nella svolta che si era autoimposto e che i fatti avevano reso ormai un bisogno ineludibile. C'è, adesso, una vittoria esterna che in campionato non si era mai vista, c'è il dato inedito di due successi di fila. C'è, insomma, quello che si cominciava a vedere una settimana fa, quei percettibili segnali di cambiamento e quel diverso atteggiamento che apparivano come una promessa. Ora il Taranto è diventato grande: non per la classifica, che pure sembra assai seducente (un punto dal Melfi, nove dal Gallipoli), ma per il suo modo di porsi di fronte al campionato, per la sua nuova sicurezza. Soprattutto perché sembra aver capito come ci si muove in questo torneo selvaggio, tra squadre barricate e gioco negato, tra spirito operaio e spazio solo per menti pazienti. 

Il nuovo, del Taranto, è questo: una squadra che sa di poter possedere la partita, ma che non lo fa subito: la corteggia, non la violenta. A Rieti ha atteso con infinita pazienza, ha cercato varchi e controllato l'istinto: niente fughe in avanti, nessun arrembaggio bello ma troppo spesso (finora) inutile. Solo un continuo controllo della partita, un dominio mentale dell'incontro, mai sfuggito eppure preso solo all'ultimo. In questa evoluzione della partita il Taranto si è mosso come doveva: facendo circolare il pallone, non lasciando varchi all'interpretazione furba dell'avversario, cercando lo spazio per tirare un morso e mangiarsi tutto. Ha giocato come deve una squadra di C2, conservando il tasso qualitativo di calciatori di categoria superiore. Tirando poco, ma non lasciandosi alle spalle l'abituale ritornello di recriminazioni. 

Il nuovo, quindi, sta nell'adattamento alla forma della partita, nell'umiltà che lentamente sta abbattendo l'imbarazzante superbia di prima, motivo valido di occasioni sfumate. Nella pazienza di una squadra che conosce la sua superiorità, ma non la esercita come un diritto di prelazione. La usa per scardinare il fortino (superiore è anche la botta di Deleonardis su punizione, il guizzo rapace di Di Domenico) e per convincersi dei propri mezzi.

Il nuovo è anche la vivacità di Raimondo Marino. Che, dopo il pareggio di Vasto che rischiava di far nascere dubbi sull'affidabilità del collettivo (come gruppo e soluzioni che vanno oltre la semplice somma dei singoli), ha cominciato a fidarsi di più: di sé, delle proprie intuizioni e della rosa intera. Contro il Rende e, soprattutto, contro il Rieti, il tecnico rossoblu non ha sbagliato né l'approccio alla partita, né l'interpretazione, né, soprattutto, la lettura. Ha cambiato modulo, ha cambiato le caratteristiche degli uomini all'interno dell'impianto stesso. Ha giocato la sua partita, come fosse un difensore, come volesse attaccare: poteva finire pari lo stesso, ma era stato fatto tutto. A Vasto è finita pari, ma rimaneva un sapore incompiuto. La variazione è qui, innanzitutto. E il Taranto, per completare l'opera, ha vinto. Scoprendo di essere diventato grande
. di Fulvio Paglialunga20 dicembre 2005

Vola il Livorno superstar 
I toscani sono quinti e fanno notizia in tutto il mondo. Oggi sfida col Milan

A Berlino, un noto esponente politico della Pds è finito sulle pagine di tutti i quotidiani locali per la sua smodata passione verso una squadra di calcio. Fin qui niente di strano, non fosse che il politico in questione, già da un paio di domeniche, ha preso la brutta abitudine di abbandonare o interrompere riunioni per essere aggiornato sul risultato della sua squadra del cuore. Se poi la squadra in questione non è l'Hertha né il Bayern, ma il Livorno, allora la sorpresa è totale. Il Livorno ormai è un fenomeno mondiale che attira interesse e simpatie in tutto il mondo. Per Lucarelli si è smossa perfino la tv di stato cinese, di lui si è interessato il quotidiano cubano Granma e Aleida Guevara, figlia dell'indimenticato Che, lo ha voluto conoscere personalmente. Per vedere all'opera gli ultrà delle Bal, poi, arrivano da tutta Europa. Politica o meno, però, di questi tempi il Livorno fa parlare di sé soprattutto per i risultati ottenuti sul campo: 31 punti in 16 partite, quinto a due lunghezze dalla zona-Champions League e 13 punti conquistati nelle ultime 5 gare. Numeri da grande squadra sebbene il budget della società amaranto (e il monte-stipendi) sia il più basso della serie A. Poco male quando hai un presidente come Aldo Spinelli e due dirigenti quali Nelso Ricci ed Elio Signorelli, competenti di calcio come pochi, gente che mastica pallone da una vita e che ha le amicizie «giuste». A maggio, la Livorno del calcio è andata in crisi per il ritiro del suo uomo simbolo, Igor Protti. Sembrava una perdita irrimediabile e invece Spinelli, grazie ai suoi buoni uffici con la Juve (vedere il tesseramento-fantasma di Mutu), strappa il prestito del giovane fenomeno Palladino, sbaragliando la concorrenza di almeno una decina di squadre.
Ma l'abilità maggiore della «triade», tanto per usare un termine che adesso va per la maggiore, sembra essere quella di scovare giocatori nelle serie minori e rigenerare veterani dati per spacciati. Della prima categoria fa parte a buon diritto Marc Pfertzel, classe 1981, a Livorno meglio conosciuto come «il francesino». Nella stagione 2001/2002, mentre gli amaranto stavano uscendo dal trentennale purgatorio della serie C, Spinelli si regalò una vacanza in Costa Azzurra. Ne approfittò per andare a vedere una partita di serie C, a Sète, ed osservare una punta di cui gli avevano tessuto sperticate lodi, ma se ne andò con un pre-contratto in tasca che lo legava a quel terzino destro tutto pepe. Marc Pfertzel, appunto. Costato una cinquantina di milioni delle vecchie lire, adesso il suo valore di mercato si è centuplicato. Affabile, disponibile ed estremamente educato, «il francesino» è da subito entrato nel cuore dei tifosi. Sin dal suo primo anno in maglia amaranto (serie B, 2002/2003) è stato più volte invocato a gran voce dalla curva con il coro «Metti Pfertzel, tanto va a far gol», indirizzato all'allenatore di turno che spesso lo lasciava in panchina. Domenica, a Palermo, dopo essere stato ignorato per un mese, ha deciso di premiare se stesso e i suoi tifosi andando a siglare il suo primo gol in serie A.
Tra i resuscitati, invece, ci sono due «belloni» del calcio italiano, Francesco Coco e Fabio Galante, due sui quali nessuno era più disposto a spendere un soldo bucato. Nessuno tranne Spinelli. Coco, dopo anni di depressione, infortuni fisici e problemi vari, sta tornando il golden-boy di inizio carriera. Idem Galante, che senza Spinelli avrebbe avuto buone probabilità di fare la stessa fine di Bettarini: reality show e discoteche. Si narra che con l'arrivo all'Inter dell'attuale ct della nazionale, Marcello Lippi (correva l'anno 1999), Galante fosse talmente terrorizzato dall'ipotesi di lasciare Milano (e in particolare l'Hollywood, la discoteca più amata dai calciatori milanesi) che abbia elemosinato a Lippi «anche un posto da panchinaro fisso». «Un buon motivo per cacciarlo», si è sempre giustificato Lippi. Cinque anni di anonimato, quindi la chiamata di Spinelli e la rinascita. E poi tanti altri bravi giocatori e seri professionisti quali Dario Passoni, soprannominato il «metronomo», ripescato dalla lontana Calmucchia. Oppure Stefano Morrone (quattro gol per lui finora), svenduto dal Palermo e Marco Amelia, rispettivamente mediano e portiere, il meglio che il campionato italiano sta offrendo in quei ruoli. Gregari di prim'ordine di una squadra che si poggia sul suo elemento più rappresentativo, quel Cristiano Lucarelli che non ha certo bisogno di presentazioni. 60 reti in due stagioni e mezzo, capocannoniere uscente, ma soprattutto un giocatore capace di essere decisivo anche quando non segna. Domenica ha colpito la traversa da posizione defilata con un numero degno del miglior Maradona, ma non ne ha parlato nessuno. Fosse nato in qualsiasi altra nazione, con questi numeri e queste doti avrebbe già in tasca la convocazione per i Mondiali. Invece è nato in Italia e il solo fatto di essere una voce fuori dal coro è sufficiente per essere timbrato dai vertici calcistici come persona sgradita. Oggi, all'Ardenza, appuntamento con il Milan. di Tommaso Tintori20 dicembre 2005

La "Domenica Sportiva" non c'è più

Che brutta fine ha fatto la gloriosa Domenica Sportiva, quella che da bambini valeva la pena restare alzati fino a tardi per rivedere i gol e ascoltare le voci dei protagonisti ma anche quelle sempre sferzanti di Stagno, Ciotti, Brera e Beppe Viola. Quella trasmissione, esempio di giornalismo critico, garbato e mai subalterno, non esiste più. L'hanno sostituita con una fiera della chiacchiera che assomiglia sempre più a un Reality show e infatti i conduttori (talvolta anche gli ospiti) sono più o meno gli stessi. Se ne è avuta un'altra deprimente prova l'altra sera, quando la Ds ha steso il tappeto rosso dei propri studi ai piedi dell'amministratore delegato della Juventus, Antonio Giraudo, assolto mercoledì nel processo per doping contro il club bianconero. Ospite gradito e forse non proprio casuale dopo che la Rai, sabato sera, aveva rinunciato a mandare in onda una puntata di Un giorno in pretura tutta dedicata alle vicende giudiziarie della farmacia bianconera. La puntata, intitolata «Zeman è rock», è stata sostituita con un bel documentario per non spezzare la continuità del racconto (era prevista una seconda parte che sarebbe andata in onda a gennaio). Meglio rimandare tutto a dopo la befana dunque e affidare la materia calda del processo di Torino all'allegra brigata della Ds e al suo illustre ospite. Giraudo, che qualche anno fa si arrabbiò moltissimo perché la trasmissione Report (sempre Rai3) aveva mostrato le audizioni omertose e balbettanti dei calciatori juventini, si è calato nelle improbabili vesti del signor Malaussène. Ha spiegato che la Juve è stata usata come capro espiatorio per colpire l'immagine del calcio italiano. Si è chiesto se Zeman non abbia fatto parte di un'associazione che voleva incastrare il club più blasonato d'Italia. Ha attaccato il pm Guariniello, ha messo in dubbio la professionalità dell'ematologo Giuseppe D'Onofrio (sostenendo che la perizia super partes con cui questi aveva fatto condannare in primo grado il medico bianconero Riccardo Agricola per somministrazione di Epo era completamente diversa da perizie presentate sempre da D'Onofrio in altri processi: basta leggere quelle perizie per capire che l'accusa è una bufala), ha promesso reazioni durissime per chi ha infangato il buon nome della vecchia signora. A proposito del quale, giusto qualche settimana fa, Karl-Heinz Rummenigge, ha evocato i metodi «mafiosi» dell'attuale dirigenza bianconera e chissà mai perché. In assenza di una controparte che potesse ribattere, il resto della scena se l'è preso Giorgio Tosatti, grande totem della moderna Ds e vero scudo crociato del giornalismo sportivo italiano. Anche Tosatti ha fatto il tiro al piccione con gli scienziati che hanno maltrattato il pallone. Ha consigliato loro di dedicarsi ai congressi e ha spiegato che un calciatore ha sicuramente bisogno di almeno 280 farmaci diversi perché può sbattere il ginocchio, avere il mal di pancia, persino sentirsi un po' depresso perché il figlio non dorme la notte. Quel processo, ce l'aveva detto lui, non s'aveva da fa'. I conduttori annuivano ammirati, il presidente del Cagliari Cellino chiosava con il solito slogan: «il doping nel calcio non esiste». Applausi e sipario. Ma chi ha inventato e reso celebre la Domenica Sportiva avrà forse spento la tv dalla vergogna. di Matteo Patrono20 dicembre 2005

Marino non è sazio
Il tecnico del Taranto vuole evitare cali di concentrazione: «Spesso ad una vittoria fuori casa corrisponde una sconfitta interna: dobbiamo stare attenti»

Certi giorni sono tanto inseguiti e, poi, non si ha il tempo per godere. Così il Taranto, poche ore dopo la vittoria in casa del Rieti, era già in campo. Perché si gioca di nuovo, si gioca domani. Arriva il Viterbo. E Raimondo Marino non vuole disperdere in un attimo il patrimonio accumulato nelle ultime due partite. Due vittorie consecutive, la prima in trasferta della stagione. Ragioni sufficienti per un sorriso, ma non per rassicurare Marino: «Il rischio è un rilassamento: spesso, nel calcio, capita che ad una vittoria fuori casa fa seguito una sconfitta in casa. E' una questione mentale, quasi una pausa che la squadra si sente in diritto di prendersi. Noi non dobbiamo correre questo rischio: prestiamo attenzione, quindi». 
La giornata ravvicinata non concede riposo, ma lascia ancora margini di riflessione. Perché il Taranto ha fatto quello che ancora non era riuscito a fare: ha vinto sul campo di altri. «Merito dei ragazzi, di certo non merito mio: ho una grande squadra, ho un grande gruppo. L'ho sempre detto, lo dico una volta di più: questa squadra può andare lontano». Intanto va su, scalando la classifica. L'effetto secondario, ma affatto trascurabile, del successo di Rieti, è nelle distanze accorciate dalla vetta: un punto più sotto del Melfi, nove sotto il Gallipoli. Cioè: c'è materiale per sperare, per accarezzare qualche sogno. Magari con timidezza, senza eccessivi voli: «Non è avanti che dobbiamo guardare - spiega Marino -, rischieremmo di dimenticare chi ci sta dietro ed è molto vicino. Ecco: guardiamoci dietro». 
Sguardo dietro, allora. Per un attimo anche indietro nel tempo. A Rieti: «Di questa partita mi è piaciuto tutto: il carattere, la determinazione. La pazienza, soprattutto. E' così che dobbiamo giocare: senza distrarci, senza farci prendere dalla frenesia, senza forzare la giocata. Spesso troviamo avversari che ci negano gli spazi, che si chiudono. In quei casi perdere la pazienza vuol dire prestarci al contropiede, incassare beffe. A Rieti questo non è accaduto: non abbiamo perso la pazienza, non ci siamo scoperti e, alla fine, abbiamo vinto. Dobbiamo essere noi a far spazientire l'altra squadra e condurla fino all'errore». 
La vittoria segue quella con il Rende. Diventa ancora più importante. E diventa naturale anche la riflessione elementare: il Taranto sa vincere anche senza Deflorio: «L'assenza del nostro attaccante principale è stata coperta con mestiere e sacrificio da parte di tutti. Con voglia, con attenzione: così non abbiamo sentito l'assenza di Deflorio. Ma presto vorrei sentire la sua presenza: ad un giocatore così non si rinuncia mai. E noi continuiamo ad averne bisogno». 
La ripresa di ieri è stata, ovviamente, anomala: lavoro defaticante per chi ha giocato, allenamento normale per gli altri. L'obiettivo, adesso, è il Viterbo. E Marino potrebbe cambiare qualcosa. «Voglio intanto parlare con i ragazzi: due partite ravvicinate sono un impegno gravoso. Poi il viaggio di ritorno è stato massacrante: abbiamo trovato ghiaccio e neve che ci hanno complicato il rientro. Vedrò chi ha recuperato e chi no». L'impressione, scavando nelle parole, è che sia tornato il momento di Vincenzo Bevo: il centrocampista campano domenica ha giocato il secondo spezzone di partita consecutivo e potrebbe prendere il posto di regista arretrato, che prima era suo e, dopo l'infortunio, è diventato di Larosa. E' giunto il momento del ricambio, ma potrebbe non essere l'unica variazione. Marino, ovviamente, dribbla tutto: «Vedrò, sfrutterò ogni minuto per decidere che squadra schierare e per capire che avversario avremo di fronte. Il Viterbo è da temere. ha gente che ha giocato in serie A nel suo organico». Il Taranto di Rieti potrebbe farcela. Ma Marino sa di poter ottenere ancora di più: «La squadra può crescere, non ha ancora dato tutto. E posso crescere molto anche io: a certi colleghi sto rubando i trucchi del mestiere». di Fulvio Paglialunga20 dicembre 2005

Taranto, cade a Rieti il tabù esterno
Un guizzo di Di Domenico, nell'ultimo minuto del recupero, regala ai rossoblu 
la prima gioia esterna dell'anno. Vittoria cercata e trovata contro un Rieti-bunker

La vittoria arriva dopo una partita giocata con il gol nell'aria, proprio quando non sembrava possibile. 
La vittoria arriva all'ultimo dei quattro minuti di recupero: dopo tanto, prima di tutto. Il gol decide: lo segna Di Domenico, con un guizzo vorace, con una deviazione felice in una mischia rabbiosa. Lo segna un po' tutto il Taranto, spinto nell'ultimo assalto di una partita a lungo maledetta, sorretto dal desiderio di riuscirci nonostante le barricate, dalla voglia di elevarsi al di sopra di se stesso dopo essersi già fermato troppe volte allo stesso punto. 
Rieti battuto, vittoria esterna finalmente raggiunta, secondo posto ad un passo, Gallipoli più vicino: tutto nel gol giunto dopo abbondanti premesse ma senza sufficienti indizi. Ma, anche, "di tutto" dopo il gol: l'espulsione vera di Sentinelli, quella prontamente revocata di Mortari, i nervi scoperti, l'invasione dei tifosi rossoblu che scatena la lucida follia degli ammaccati padroni di casa (il reatino Radi finisce per inseguire alcuni sostenitori del Taranto). Parte finale - e decisiva - di una partita estrema: giocata in equilibrio sulla sensibilità psichica, sull'accortezza tattica e sull'atteggiamento mentale. Di una partita posseduta dal Taranto, ma governata dal Rieti: perché è il contenimento puro dei laziali a decidere la cadenza, a imporre un passo lento anche ai rossoblu, impegnati a trovare spazi in un colossale ingorgo, in una disposizione simil-militare di uomini alla difesa del fortino. La maturità di una squadra che si arricchisce ancora sta nell'attesa cosciente, nella pazienza limpida e nell'intelligenza visibile. Nella ricerca meno estetica e più cinica della vittoria. 
C'è squilibrio di motivazioni, di obiettivi, di idee: quindi c'è un falso equilibrio che resiste quasi fino alla fine, rotto dalla voglia ottusa del Taranto e dall'ineluttabilità di un successo maturato nei sotterranei della partita. Laddove, cioè, in assenza di gol la banda di Marino ha continuato a credere in sé, ha continuato a cercare il tesoro senza lasciare incustoditi gli spiccioli. A chiedere la vittoria, cioè, senza pretenderla, ad attaccare senza occasionali forzature. Superando la resistenza sfinita del Rieti, ufficializzata dalla scelta tattica (4-1-4-1) e rafforzata dalle consegne date: difesa bloccata, Sentinelli alle spalle del centrocampo e a guardia di Mancini, e poi Strauss e Montella esterni con il compito appena accennato di migrare in avanti in fase offensiva, di variare il modulo quando si può (riesce solo all'inizio) in 4-3-3. Teoria studiata che, pian piano, si fonde con il bisogno: Pirozzi, in realtà, raccoglie tutti i suoi uomini al di sotto della linea della palla, otturando gli sbocchi e cercando di tirare avanti fino alla fine, magari approfittando di uno sbilanciamento improvviso del Taranto. Che, però, non si nota mai: la risposta della banda di Marino infatti non è una variazione di posizioni (si parte, come sempre, dal 4-3-1-2), ma un'evoluzione del proprio processo di crescita, un avanzamento lieve e continuo. Di un atteggiamento sicuro, come mai si era visto in trasferta. Di uno svolgimento paziente, in modo quasi inimmaginabile. Il Taranto, cioè, si accontenta del ritmo basso, ma sa come tenere dalla propria parte la pendenza della partita. Equazione logica: se la palla è del Taranto non può essere del Rieti. E solo chi ha la palla può segnare e, quindi, vincere. 
Cronaca, inevitabile, di un possesso continuo, di un pallone che gira anche all'interno di una manovra alternata: insistente in avvio (le prime azioni sono una promessa di assalto), incostante a metà (poco movimento senza palla, troppo campo da coprire prima di un passaggio) e ragionevole fino in fondo (prendendo il Rieti per sfinimento). 
Due punizioni di Pastore (deviata in angolo al 6' e fuori al 18') sono quello che il Taranto produce in un tempo. Un tocco morbido e pericoloso, ma alto di poco, di Strauss (43', Micallo superato e Gentili virtualmente battuto) è l'azione più vera, appaltata - paradossalmente - agli altri. Niente che modifichi le idee di Marino, niente che produca variazione all'atteggiamento migliore da tenere: il Rieti non produce per volontà, il Taranto non lo fa per impedimento. Dai minuti piatti che ne nascono emergono l'autocontrollo dei rossoblu, l'ossessiva ricerca degli spazi e un numero di Di Domenico (12', avversario saltato in palleggio e tiro di destro) fermato dal guardasigilli avversario Groppioni. 
Pirozzi trincera i suoi (Malloni per Montella), Marino comincia ad agitare le sue pedine: passa al 4-3-2-1 (Campanile rileva De Liguori) per costringere qualche difensore in più a uscire e togliere il riferimento al mediano basso del Rieti, prima ombra dell'unico trequartista. Passano minuti e si prendono metri, Larosa pare quasi una seconda punta e dà l'idea di una squadra che ci crede. E che, credendoci, ottiene. Minuto quarantanove: Deleonardis calcia una punizione, Groppioni respinge, Manni ci prova, Di Domenico ci riesce. Il tap-in è, insieme, un salto leggero e il tocco che scardina la partita. Che porta tre punti e non solo: ci sono, alla fine, benefici in classifica e sorrisi mai visti. La vittoria che arriva in trasferta, improvvisamente, appare come una splendida donna che si concede dopo un corteggiamento insistente e insicuro. Dopo, magari, si vive felici e contenti. di Fulvio Paglialunga19 dicembre 2005

Il Taranto infrange il tabù
I rossoblù a Rieti centrano la prima vittoria in trasferta. A segno Di Domenico all'ultimo assalto. La squadra di Marino accorcia su Melfi e Gallipoli

Il luogo era esatto: precisamente il centro d'Italia. Qui il Taranto raggiunge la sospirata pienezza del risultato. Qui la squadra di Marino trova la prima vittoria in trasferta. Accade a Rieti e non succede per caso, anche se il successo matura al culmine di una partita caotica. All'ultimo assalto di un confronto bloccato. Al quarto dei quattro minuti di recupero: una punizione maligna (Deleonardis), una respinta difettosa (Groppioni), un tocco furtivo (Di Domenico). Gol: conclusione perfetta. Un modo di finire, che però continua: con altri minuti di discussione animata, di parapiglia verbale, di tumultuosa agitazione. Poi arriva la fine vera e la partita, dilatatasi oltre il minutaggio concesso, smette finalmente di pulsare. Diventa risultato: 0-1. Vince il Taranto e vincendo dà una robusta scrollata alla classifica, accorciando su Melfi (-1) e Gallipoli (-9). Opacità diffusa e fosforescenze decisive: il Taranto a Rieti vive di intermittenze. Quando fa girare ostinatamente il pallone, nel tentativo vano di stanare gli avversari, dà l'impressione di spegnersi. Quando riesce a reperire lo spazio dove visualizzare la manovra, aprendo varchi che un attimo prima non c'erano, dà la sensazione di accendersi. E', in realtà, un'opera di paziente attesa e di laboriosa tessitura. Una condotta prevista dal copione tattico. E massicciamente condizionata dall'atteggiamento del Rieti: né di contenimento, né di aggressione. Ma di sagace presidio: tutti regolarmente dietro la linea della palla quando a fare gioco è il Taranto. Una scelta che tradisce una precisa volontà: non scoprirsi, non spalancare campo, non favorire la controgiocata. L'attività di reciproco controllo (il Taranto gestendo il pallone, il Rieti occupando gli spazi) produce all'inizio un effetto inibente sulla contesa. La partita resta così sospesa in una specie di limbo calcistico, in attesa di uno sviluppo, di uno spunto, di una svolta. Nella speranza, fondata solo per il Taranto, che qualcosa all'improvviso cambi dentro la fissità di quell'ambientazione tattica. E che un drastico mutamento di scena sveli il finale, ribaltando il destino di una partita che stava per consegnarsi al pareggio. L'avvio del Taranto è brioso. Sembra posseduta da un'energia consolante la squadra rossoblù, che parte all'attacco, trovando la giustezza della trama e la rapidità dell'esecuzione. Marino conferma uomini e impianto (4-3-1-2), cercando di collegarsi idealmente alla prestazione precedente. Ma lo smarrimento del Rieti dura poco. E quando finisce, comincia un'altra partita: quella vera, quella che si trascinerà ottusamente sino al termine. Sino al minuto che spaccherà il confronto, dando tutto al Taranto e lasciando niente al Rieti. La squadra di Pirozzi si muove all'interno di un caldo e rassicurante 4-1-4-1. In fase di non possesso, infatti, Montella e Strauss si abbassano, allineandosi ai mediani di centrocampo, mentre Santinelli resta appiccicato alla difesa. Il primo tempo è quasi privo di cronaca. Il Taranto conduce il gioco, ma non comanda la partita. Il Rieti osserva. Non ha fretta. L'occasione più seria capita a Strauss, liberato da un sevizio tagliente di Montella. Lo sloveno dentro l'area elude l'intervento di Micallo e con un pallonetto cerca di sorprendere Gentili (43'). La ripresa è più varia, a tema tattico maggiormente accentuato. Il Taranto capisce di potercela fare. Ma non sa esattamente come e, soprattutto, quando accadrà. C'è ancora da attendere. Il movimento che libera la giocata: Di Domenico sembra trovarlo al 12', ma il suo tiro si spegne addosso a Groppioni. Poi Marino comincia a muovere gli uomini della panchina. Fuori De Liguori, dentro Campanile, che si piazza dietro le punte. Fuori Catania, dentro Deleonardis: mossa che ha lo scopo di far alzare gli immobili difensori laziali e che fa oscillare il modulo (4-3-2-1). Fuori Mancini (esausto), dentro Bevo: mossa che libera Larosa, facendolo diventare attaccante aggiunto. La partita sta andando incontro al finale elettrico. La pressione del Taranto si fa insistente. Di Domenico colpisce al 49', raccogliendo un pallone sfuggito al controllo di Groppioni sulla punizione dal limite di Deleonardis. Sarebbe finita, ma invece continua. Perché Sentinelli passeggia sulla tibia di Campanile. L'arbitro lo espelle, mostrando inspiegabilmente il cartellino rosso anche a Mortari, che non c'entra nulla. C'è concitazione. Mortari resta in campo, dove al triplice fischio irrompono festosi alcuni tifosi rossoblù. di Lorenzo D'Alò19 dicembre 2005

Le pagelle di Lorenzo D'Alò

GENTILI 6 Nessun intervento decisivo, nessuna grossolana esitazione. Trema solo su quel pallonetto dello sloveno Strauss.
MICALLO 6 Cerca ripetutamente la sovrapposizione sulla fascia destra. Ma gli spazi spesso intasati rappresentano un intralcio.
MANNI 6 Si limita a presidiare la zona di competenza, affondando di rado. Si catapulta su quella palla sfuggita al portiere in occasione del gol di Di Domenico.
LAROSA 6 Diligente nell'opera di segmentazione della trama avversaria. Meno efficace nel far ripartire l'azione. Finisce all'attacco.
PASTORE 6 Prestazione priva di sbavature. Puntuale negli anticipi, preciso nelle chiusure. Non trova la porta su due punizioni dal limite.
CACCAVALE 6 Affidabile sempre. Sia quando difende, stringendo in marcatura sullo statuario Zarineh. Sia quando s'incarica di far girare palla per vie interne.
DE LIGUORI 5,5 Avvio promettente. Ricco di generosi slanci e pieno di iniziative. Poi si spegne, meritando la sostituzione.
MORTARI 6,5 Non molla mai. Prezioso in copertura, utile in disimpegno. Conquista caparbiamente la punizione che genera il gol.
MANCINI 6 Meno brillante e intuitivo del solito. Soffre la marcatura di Sentinelli e la ristrettezza degli spazi.
DI DOMENICO 6,5 Segna. E quando un centravanti segna, fa sempre notizia. Prima del gol, tanto lavoro oscuro.
CATANIA 5,5 Guizzi iniziali, dribbling fioriti, scatti ripetuti. Ma non è la partita ideale per uno con le sue caratteristiche.
CAMPANILE 6 Entra al posto di De Liguori e trova, quasi d'incanto, i colpi del repertorio. E' un'alternativa.
DELEONARDIS 6 Rileva Catania e si ambienta in fretta. Troppo in fretta: ammonito. Ma torna utile nel finale.
BEVO sv Una manciata di minuti in campo. Ingiudicabile.
MARINO 6,5 Nel rinnovato comportamento esterno del Taranto c'è molto di suo: scelte, visione, strategia, aggiustamenti in corsa. Il risultato è una squadra più matura e maggiormente consapevole.19 dicembre 2005

Un successo atteso da 196 giorni

Dopo 196 giorni il Taranto torna al successo in trasferta (in questo periodo otto gare fuori casa in campionato con sei pareggi e due sconfitte); l'ultima vittoria esterna dei rossoblù risaliva al 5 giugno scorso: 2-1 a Ragusa nella gara di ritorno dei play-out salvezza (doppietta di Malagnino e rigore di Plasmati). Ancora più «vecchio», di 252 giorni, l'ultimo successo in una gara della regolar season: 29ª giornata, 1-0 a Potenza il 10 aprile 2005 con una rete di testa di Michele Sergi al 92'. Anche contro il Rieti il gol della vittoria è arrivato nei minuti di recupero con Fabio Di Domenico a segno al 93'; per il 29enne attaccante biscegliese è la quarta rete in questa stagione (era già andato a segno in Taranto-Modica 4-1, Taranto-Potenza 2-0 e Pro Vasto-Taranto 2-2). Di Domenico ha già realizzato lo stesso numero di marcature di tutto il torneo scorso (per lui 23 gare con la Vis Pesaro in serie C1). In questo campionato ha invece disputato 11 gare e solo l'ultima l'ha giocata per intero (in 5 occasioni è stato sostituito, mentre 5 volte è subentrato). Sette le gare utili consecutive per il Taranto; dopo la sconfitta a Marcianise, per 2-0 il 23 ottobre scorso, i rossoblù hanno infilato tre pari di fila, 0-0 a Gallipoli, 0-0 in casa contro il Latina, quindi 3-3 a Nocera Inferiore, poi hanno vinto 2-0 in casa contro il Potenza, poi ancora un pari per 2-2 a Vasto, quindi 1-0 allo «Iacovone» contro il Rende, ed infine l'1-0 a Rieti. Per la prima volta in questo campionato sono dunque arrivati due successi consecutivi che mancavano dalle due gare dei play-out contro il Ragusa (due vittorie per 2-1), mentre nella regolar season c'erano state tre vittorie tra la 28ª e la 30ª giornata (26 marzo-17 aprile), rispettivamente 2-0 in casa contro la Rosetana, 1-0 a Potenza e 1-0 allo «Iacovone» contro l'Igea Virtus. Dopo nove giornate torniamo a recuperare punti sul Gallipoli; ora il distacco dai salentini è di 9 lunghezze, mentre il Melfi ha solo un punto in più. Un altro dato confortante è il consolidamento della zona playoff visto il vantaggio di sei punti sulla sesta posizione. Taranto alla seconda vittoria in tre gare giocate a Rieti. Rossoblù sconfitti per 3-1 il 2 marzo 1947 (dopo essere andati in vantaggio per 1-0), quindi il successo per 1-0 il 30 maggio 1948 con la rete di Giuseppe Petagna all'83'. di Franco Valdevies19 dicembre 2005

Occhi gonfi di gioia
Il presidente Gigi Blasi non riesce a trattenere l'entusiasmo per i tre punti conquistati. Il tecnico Marino festeggia in campo con tifosi e giocatori

A fine partita Raimondo Marino festeggia in mezzo al campo insieme ai suoi giocatori, insieme a tutta la panchina e insieme ai tifosi che hanno invaso il campo. In un'atmosfera magica, creata ad hoc dalla rete di Di Domenico. Dieci minuti dopo, dopo l'abbraccio caloroso con i giocatori, è già in sala stampa a commentare l'1-0 arrivato a tempo praticamente scaduto: 
«E' stato un risultato giusto e meritato, che ci ripaga di tanto lavoro - esordisce - Nel primo tempo abbiamo cercato di forzare le giocate e loro si sono difesi bene, con quasi tutti i giocatori nella loro metà campo. Hanno cercato in più di una circostanza di impensierirci in contropiede: usavano i capovolgimenti di fronte e i lanci lunghi. Su 45' minuti di gioco della prima frazione 34' sono stati i nostri». 
E il Rieti non c'è mai stato oppure un paio di pericoli li ha creati nel primo tempo? «Assolutamente no. Usavano solo il contropiede mentre noi cercavamo le giocate in profondità. Io non voglio offendere nessuno dicendo che il Rieti ha agito solo di rimessa: loro hanno determinati giocatori e in base a quelli giocano in un certo modo. Facendo la loro degna partita, sia ben chiaro. Nel secondo tempo poi, quando siamo stati più ordinati li abbiamo messi ancora di più in difficoltà e si è visto. Il campo ha parlato chiaro. Facendo un'analisi globale della partita posso dire certamente che dal punto di vista del gioco siamo stati nettamente superiori a loro e se guardiamo il finale, è ovvio che siamo stati fortunati, anzi fortunatissimi a trovare il gol allo scadere. Questo però fa parte del calcio e capisco perfettamente la rabbia del Rieti per aver perso una partita all'ultimo minuto». 
Davanti ci sono Gallipoli e Melfi, pensa di prenderle? «Non guardo mai a casa degli altri, non sono abituato a farlo. Mi interessa solo la mia squadra e i miei ragazzi. Non voglio sapere neanche i risultati delle squadre che sono davanti a noi: il nostro obiettivo sono i playoff. Mi interessa solo questo e sono sicuro che li raggiungeremo. Con questa vittoria abbiamo dimostrato di essere forti, come del resto è stato fatto vedere anche nelle occasioni precedenti, solo che poi alla fine conta il risultato e naturalmente non sempre questo si può portare a casa». 
Dopo la disamina del tecnico, parla anche Gigi Blasi, il numero uno del Taranto: «Ci ho creduto fino alla fine - afferma con gli occhi spiritati e gonfi di soddisfazione - sapevo che questo Taranto ce la poteva fare e così è stato. Sono estremamente soddisfatto del gioco espresso dalla mia squadra. Abbiamo dimostrato di essere un gruppo all'altezza della posizione che ricopre in classifica e questo ci fa onore». 
Poi continua elogiando il tecnico e i giocatori. «Oggi si è dimostrato carattere: dal tecnico a tutti i ragazzi, che ci hanno messo lo spirito giusto per vincere meritatamente questa partita. Questo risultato è importante non solo per i tre punti, che ovviamente ci servivano, ma anche per il morale. Ora dovremo essere bravi a sfruttare questo momento per proseguire il nostro cammino in classifica. Vincere e farlo soprattutto in questo modo, credendoci fino alla fine, ci da la carica giusta per affrontare al meglio i prossimi impegni» 
Riguardo ai brutti episodi che hanno portato al danneggiamento della sua auto, Blasi li liquida in maniera fin troppo diplomatica. «Appena l'arbitro ha fischiato la fine, io mi sono subito diretto verso gli spogliatoi: non ho visto assolutamente nulla di quello che è successo, mi dispiace non poter commentare». di F. P.19 dicembre 2005

Taranto sfata il tabù trasferta
Blasi: «Nuova mentalità». Marino: «E' la vittoria del cuore»

Per la prima vittoria fuori casa, il presidente Blasi ha scomodato la divina provvidenza. Secondo il patron del Taranto, infatti, lassù qualcuno ci avrà messo del suo nel far rotolare la palla calciata da Di Domenico al 94' in fondo alla porta del Rieti . Successo esterno rossoblù, dopo più di sei mesi: bisognava pagar dazio al trascendente. Sfatare un tabù, dopo la lunga sequela di delusioni. Capitava prima o poi. Ma bisognava aver fede, appunto. Così, mentre il triplice fischio arbitrale stava per materializzarsi, sbattendo addosso alle stalattiti dello "Scopigno", il patron non esitava a scandire un «Grazie Signore, grazie» per quel gol scucito, appunto, al paradiso del pallone. Un salamelecco interrotto solo dalle baruffe di coda: espulsioni comminate e revocate, pubblico a bordo campo, persino Radi del Rieti che insegue supporter rossoblù in vena di caccia al pallone. Tutto in stridente contrasto col gelo diffuso intorno. Quando si sfora la zona Cesarini, beccando gol inopinati, in una partita che i padroni di casa volevano asservire alla causa del pareggio, l'immaginazione, certo, non va al potere e non aiuta a mettere fiori nei cannoni, anzi. Ma Blasi, che pure ha visto in frantumi il parabrezza dell'auto (colpa di una pietra), non ha perso l'aplomb: «Il Rieti si è difeso alla morte e su questo campo era difficile far gol - ha spiegato il presidente - perciò dico che la partita si è messa in scia al match di domenica scorsa col Rende e conferma i nostri miglioramenti, la voglia di battere la sfortuna, il cambio di mentalità. Non resterà l'unica vittoria - ha aggiunto Blasi - potete scommetterci. Giocando sempre così e con un pubblico bravissimo che ci sostiene, sobbarcandosi tutti quei chilometri, andremo lontano. Del resto, con il mezzo passo falso del Gallipoli e qualche altro risultato a noi utile, torniamo a dire che la classifica del campionato è ancora tutta da scrivere». Mister Marino non ama i calcoli e pensa al turno infrasettimanale di mercoledì. Voglia di immortalare il primo successo esterno, Marino non ne ha. O, almeno, non dimostra di averne. Vuole tenere insieme il suo tradizionale basso profilo, «non ho meriti in questa vittoria, ad essere bravi sono stati la squadra e il presidente, che ci ha detto di metterci il cuore», e l'idea che la baracca tattica, fuori casa, sia stata definitivamente raddrizzata, che il Taranto abbia finalmente cambiato pelle: «Abbiamo giocato con armonia e umiltà, dominando la partita. Loro si chiudevano e a noi è toccato puntare sui cambi. Così ho deciso di metter dentro Deleonardis al posto di un trequartista (Catania, ndr) per ottimizzare le giocate, snidare i difensori avversari, avere consistenza nell'uno contro uno. Prim'ancora ho pensato fosse opportuna un'iniezione di fantasia ed è toccato a Campanile darci dentro al posto di De Liguori. Infine ho ritenuto che la presenza di Bevo dietro, con Larosa spostato in avanti, fornisse maggior spinta alla squadra. Tutto qui». Con semplicità asciutta, Marino spiega ciò che solo qualche giorno fa sembrava indicibile. «Io a quella palla ho creduto. Ho creduto alla traiettoria impressa da Deleonardis, ho creduto alla promessa insincera che la sfera ha fatto al portiere del Rieti. Groppioni non l'ha trattenuta. Bastava buttarla dentro». Di Domenico, sveltamente, liquida con faccia evangelica il tabù appena rotto. È un altro Taranto, per la seconda volta vittorioso senza il suo capitano Deflorio, «ma è una coincidenza», scandiscono in fretta i rossoblù. È un altro Taranto. Ora si vede. di Fulvio Colucci19 dicembre 2005

Il d.g. De Feis «E' la legge»

L'ordine è partito dagli uffici comunali. E Franco De Feis, direttore generale del Comune, spiega cosa è accaduto: «Il Taranto, negli ultimi periodi, ha ricevuto diverse diffide, ha partecipato a incontri per risolvere la questione, ma non ha mai inteso sottoscrivere il contratto. Così i dirigenti comunali hanno dovuto prendere la decisione. Perché in questi casi la competenza - e anche le responsabilità - sono dei dirigenti, non dei politici. Noi siamo costretti a rispettare le leggi». Il Taranto non firma, il Taranto non gioca. L'equazione, nelle stanze dei bottoni di Palazzo di Città, è stata semplice: «Sembrava risolto tutto, sembrava di essere ad un passo dalla firma, ma il Taranto non ha voluto firmare e continua a non farlo. Per i dirigenti comunali questa è una situazione che non può continuare: rischiamo procedimenti penali, rischiamo di essere chiamati dalla Corte dei Conti. Per questo abbiamo inviato al Taranto diffide nelle quali chiedevamo di firmare la convenzione, altrimenti saremmo stati costretti a inibire l'utilizzo dello stadio. A fronte dell'ennesimo, eloquente, silenzio, abbiamo dato mandato ai Vigili Urbani di impedire l'allenamento».
Poi è intervenuto il sindaco. E lo stadio è stato riaperto, provvisoriamente: «Quando il sindaco ha saputo, ha voluto cambiare tutto. Ha quasi accusato noi, che applicavamo la legge, ma soprattutto non ha voluto togliere lo stadio al Taranto con effetto immediato. Diciamo che si è fatta mediatrice non tra gli uffici comunali e il Taranto, ma tra gli uffici e i tifosi. Perché il Taranto non mostra comprensione, sembra non voler risolvere il problema. Allora abbiamo sospeso il procedimento di chiusura dello stadio e abbiamo aperto un tavolo di mediazione: lunedì (poi verrà rinviata a martedì, ndc), a mezzogiorno, ci sarà un incontro in Prefettura. Il Comune da una parte, il Taranto dall'altra: va trovato un accordo, non si può rinviare ancora».
De Feis non è duro, ma non è nemmeno eccessivamente accomodante. Difende il suo lavoro, invoca la parità di trattamento che, evidentemente, altre società invocano: «Ci sono società che utilizzano lo Iacovone e pagano regolarmente l'affitto. Il Taranto, invece, non vuole firmare la convenzione. La disciplina è uguale per tutti, invece. E non si può far leva, sempre, sulle ragioni di ordine pubblico. Perché ci sono le leggi: non ci possono impedire di fare il nostro dovere».17 dicembre 2005

«Questo è il regalo del compleanno»
Blasi: «Paghiamo, ma...»

Gigi Blasi, tanto per cambiare, è fuori città per lavoro. Ma sa tutto, ha vissuto l'alternarsi di notizie cattive e buone. Si è sfogato a stadio chiuso, ha chiarito a stadio aperto. Di certo il presidente del Taranto non l'ha presa bene. Perché, soprattutto, non se l'aspettava: «Ero a Bologna: mi hanno chiamato dicendo che in sede era arrivato un fax e che un minuto dopo erano andati i vigili urbani a dire al magazziniere Aldo Scardino che non si poteva più entrare. Nemmeno la famiglia peggiore viene sfratta in questo malomodo». Poi tutto è rientrato, ma ora siamo alle battute finali. La convenzione va firmata, altrimenti lo scontro sarà totale: «Ma per noi - spiega Blasi -. Non ci sono problemi: siamo pronti a pagare i quarantamila euro che ci hanno chiesto per la convenzione. Le pulizie dello stadio? Non competono a noi, certamente. Quindi ci accolliamo questa spesa. A queste condizioni firmiamo». 
Eccolo il nodo. Si sa da tempo, ma adesso non si può più rimandare nemmeno la discussione. A chi toccano le pulizie dello stadio? Blasi è sibillino: «L'impianto è comunale, non di nostra proprietà: noi paghiamo l'utilizzo. Come paga chiunque utilizza la struttura».
Blasi non lo dice, ma il Taranto contesta a Palazzo di Città anche il ritardo nei lavori di adeguamento al Decreto Pisanu. La scadenza è fissata per il 28 febbraio, dificile che tutto venga completato in quella data. Intanto lo stadio è agibile solo per 9.600 spettatori. Cioè: stadio a norma e noi paghiamo. Il Comune, intanto, dice che il Taranto non risponde nemmeno alle diffide inviate: «Dal Comune - spiega Blasi - possono dire quello che vogliono. Noi abbiamo risposto a tutte le diffide ricevute. Noi non speculiamo, facciamo calcio».
Il rischio (diciamolo) è che il calcio finisca altrove. Un'altra volta. Dipende dal cammino della convenzione. Blasi non ci crede: «Perché non credo che Rossana Di Bello possa farci uno sgarbo del genere. Del resto è stata lei a revocare la decisione di chiudere lo stadio con tempestività: non credo che il Comune ci voglia sbattere fuori. E' giusto che le carte si mettano a posto, ma noi dobbiamo giocare. Non vogliamo arrivare a chiedere disponibilità altrove. Magari troviamo città che ci pagano per farlo, ma noi siamo il Taranto. Non vogliamo giocare gratis, ma vogliamo giocare a Taranto».17 dicembre 2005

I duelli continui e... Castellaneta

Il duello tra Comune di Taranto e locale società di calcio, in questi anni, si è riproposto ciclicamente con maggiore o minore intensità. La fase più accesa, però, rimanda agli avvenimenti che caratterizzarono il periodo che andò dall'estate 96 al gennaio del 1998: uno dei momenti più turbolenti della storia calcistica rossoblu. 
Tutto parte dalla diatriba tra il sindaco Giancarlo Cito e la triade societaria formata da Pasquale Ruta, Gino Bitetti e Giacomo Comegna: il pretesto è la confisca del titolo di presidente onorario (concesso a Cito nel novembre precedente) che il Taranto Calcio esegue nell'ambito dell'azzeramento delle cariche del 28 marzo 96. Cito, che nell'aprile 96 sarà eletto onorevole, parte al contrattacco. Nell'agosto 96 l'Amministrazione comunale dichiara inagibile lo stadio e invita il Taranto a sgomberare i locali entro sette giorni. Dopo un lungo tira e molla, il 20 ottobre Taranto-Catania segna l'ultima gara interna dei rossoblu. Comincia la prima migrazione verso Castellaneta e Pulsano per giocare le partite casalinghe e per effettuare gli allenamenti. Il 19 gennaio 1997, dopo tre mesi, il Taranto torna allo Iacovone nella gara contro l'Albanova. Quel torneo termina con la retrocessione e nell'estate successiva si assiste alla paradossale esistenza di due società: il Taranto Calcio 1906 e la nascente Taranto 2000 (Terza Categoria) di Giancarlo Cito. Il 25 luglio il sindaco Mimmo De Cosmo concede la gestione dello stadio al Taranto 2000 per la stagione 97/98. Ad agosto Cito ufficializza l'acquisizione dell'Altamura con il progetto di farlo giocare allo Iacovone. Il 31 agosto, prima gara di campionato, il Taranto Calcio gioca a Castellaneta contro la Pro Ebolitana, mentre nel periodo iniziale di stagione l'Altamura disputa alcune gare allo Iacovone. Il 17 ottobre, dai due PM Perrone e Argentino, viene disposto il sequestro preventivo dello stadio con l'emissione di quattro informazioni di garanzia per Cito, De Cosmo, Vito Rotolo e Vito Tarantino. Il 26 novembre il Taranto Calcio chiede lo stadio per le gare interne e quattro giorni dopo torna a giocare allo Iacovone battendo il Sanità per 1-0. Il 17 gennaio 1998 viene accolta la richiesta di dissequestro dello stadio. 
Il 16 luglio 2004 dopo tre giorni di camera di consiglio, alle 13.31, in merito a quelle vicende legate alla chiusura dello stadio Iacovone, vengono condannati gli ex sindaci Cito (due anni e mezzo), De Cosmo (due anni), l'ex vice-sindaco Rotolo (un anno e sette mesi) e il dirigente comunale Marcello Vuozzo (otto mesi).17 dicembre 2005

Taranto sfrattato dallo Iacovone. Anzi, no
La vertenza si sposta in Prefettura dove per lunedì è previsto l'incontro decisivo. De Feis: «La convenzione va firmata». Blasi: «Ringrazio la Di Bello». Fax in società e vigili urbani allo stadio: poi il sindaco sospende il provvedimento

Taranto sfrattato dallo stadio Iacovone. Anzi, no. Tutto è accaduto nella giornata di ieri, un venerdì che sembrava condurre serenamente alla trasferta di Rieti, prossimo appuntamento di campionato della squadra di Marino, che ha, però, rischiato di non allenarsi per uno sfratto intimato dal Comune al Taranto e bloccato soltanto grazie al tempestivo intervento del sindaco Rossana Di Bello, abile a prendere ancora tempo in attesa della svolta definitiva. Ma procediamo con ordine. Alle 12.45 due vigili urbani si presentavano allo stadio per notificare ad alcuni dipendenti della società rossoblù un provvedimento di sgombero dei locali dello Iacovone, annunciato con un fax inviato alle 12.50 da Palazzo di Città alla sede della Taranto Sport. Un fulmine a ciel sereno, che lasciava di sasso anche i dirigenti, pronti a comunicare la decisione del Comune al presidente Blasi, da qualche giorno a Bologna per motivi di lavoro. La tensione era palpabile, finché alle 15.15, dopo una lunga e trepidante attesa, un vigile urbano raggiungeva lo stadio, annunciando che per «ordini superiori si poteva riprendere possesso della struttura»: lo stadio, cioè, tornava a disposizione del Taranto. Il primo a parlare della Taranto Sport è stato il direttore generaleVittorio Galigani, scosso per quanto accaduto: «Inutile nascondere che non ci aspettavamo una simile mossa da parte del Comune, ma è opportuno sottolineare che la società ringrazia il sindaco Di Bello che, ancora una volta, ha dimostrato grande sensibilità nei confronti del Taranto. Ora attendiamo fiduciosi l'incontro in programma nei prossimi giorni in Prefettura (lunedì alle 12), sperando che in quella circostanza si possa trovare una soluzione equa, in grado di soddisfare le esigenze di tutti». Fin qui il diggì rossoblù, ma ha parlato, seppur a distanza, anche un irritato presidente Blasi: «Quello che è accaduto ha del clamoroso, anche se ringrazio il sindaco per il suo intervento. Uno sfratto immediato non si notifica neanche al peggior nemico. Noi non vogliamo sfruttare una struttura di proprietà del Comune, visto che ci siamo anche detti pronti a firmare l'accordo sulla base di 40mila euro, ma l'Amministrazione si deve accollare le pulizie, oltre a rendere agibile l'impianto». Il presidente Blasi è un fiume in piena e continua deciso: «il Comune non stava sfrattando solo il Taranto, ma l'intera città e i tifosi, a cui vogliamo regalare la C1». di Enrico Sorace17 dicembre 2005

«La partita con i farmaci è finita»
Intervista al professor Giuseppe D'Onofrio, perito superpartes al processo per doping e abuso di farmaci che ha assolto la Juventus. «Il calcio si è dimostrato intoccabile, i giocatori continueranno a imbottirsi di farmaci. La perizia sull'Epo l'avrei scritta così anche per il Canicattì»

Ad aprile uscirà il suo libro sul processo per doping e frode sportiva alla Juventus. Si intitolerà La perizia della vita: 385 pagine edite da Minimum Fax, in cui Giuseppe D'Onofrio ricostruisce per filo e per segno «una storia così densa che meritava di essere raccontata». Anche se questa storia, almeno per lui, si è conclusa nel peggiore dei modi. Nominato come superperito dal giudice di primo grado, Giuseppe Casalbore, D'Onofrio (con un illustre passato da ematologo e oncologo) aveva dimostrato l'utilizzo di Epo (o emotrasfusioni) da parte di alcuni giocatori juventini. Casalbore accettò le sue valutazioni e condannò il medico sociale bianconero Riccardo Agricola, ma la Corte d'Appello mercoledì le ha praticamente ignorate, sentenziando che per l'assunzione di Epo «il reato non sussiste». Come non bastasse su D'Onofrio ieri si è abbattuta la durissima reazione dei due imputati assolti: l'amministratore delegato bianconero Antonio Giraudo e lo stesso Agricola. Lui, tuttavia, non ha perso il suo aplomb. E ha incassato le bordate dell'entourage bianconero con fin troppa signorilità.

E' amareggiato Professor D'Onofrio?
Sono tranquillo. Non mi sento sminuito. Accetto con serenità la sentenza della Corte d'Appello e la rispetto.
Giraudo ha detto che lei, per quello che ha dichiarato ieri, dovrebbe vergognarsi per la sua faziosità...
Non mi ritengo fazioso. Forse Giraudo si riferisce a quello che ho detto mercoledì, cioè che il calcio è intoccabile. E allora sarò più preciso: con questa sentenza finisce una battaglia importante. Sarà difficile, in futuro, aprire nuovamente un'inchiesta sulla medicina nel pallone. D'ora in avanti ogni calciatore si sentirà autorizzato a imbottirsi di farmaci: basta che non siano proibiti.
Giraudo ha anche promesso che in futuro sarà durissimo con i «cosiddetti scienziati» che verranno chiamati nei processi.
Aveva già avuto il sentore di dichiarazioni simili nei giorni scorsi. E devo dire che mi inquietano. Che messaggio nascondono?
Hai mai subito pressioni nel corso del procedimento giudiziario?
Sono sempre stato sotto pressione.
Minacce?
Preferiscono non rispondere. Dico solo che mi è stato fatto capire, per vie traverse, che la mia perizia aveva scontentato molte persone.
Agricola invece ha dichiarato che lei non è stato super-partes e ora può tornare al suo laboratorio e rispettare la sentenza...
Non commento cose simili. Per il resto ho già seguito il suo consiglio. Sono tornato al mio laboratorio, dove ho parecchio da lavorare. E la sentenza - ripeto - la accetto con serenità e la rispetto.
Ha riconosciuto lo stile Juve nelle parole di Giraudo e Agricola?
Scusi, cos'è lo stile Juve? O forse è proprio questo lo stile Juve. La difesa, nel corso del processo, ha fatto tante cose per mettermi in cattiva luce. Badi bene però, senza mai entrare nel merito della perizia.
Ne dica qualcuna.
Sono andati a pescare due mie vecchie perizie. Quella come perito di parte nella difesa di Michele Ferrari e quella come perito del giudice nel processo a Francesco Conconi, cercando di tirare fuori delle discordanze che non c'erano. Sono andati a caccia di qualsiasi vizio di forma. Durante il procedimento mi hanno dato del romanista: che è stata una cosa sconcia, la più grave di tutte. E bastava sentire le loro dichiarazioni dopo la sentenza di primo grado per capire che intenzioni avessero. Non hanno capito che io questa perizia l'avrei fatto allo stesso modo anche se al posto della Juventus ci fosse stato il Canicattì.
Hanno utilizzato anche il famoso documento richiesto alla Commissione di vigilanza anti-doping del Ministero della Salute sui controlli sangue-urine della Figc e firmato da lei?
Penso proprio di sì. Ripeto: sono ricorsi a ogni mezzo.
Il peso della Juventus è contato nella decisione della Corte d'Appello?
Sono contati il peso della Juve e il peso del calcio in generale
E il fatto che il giudice ha praticamente ignorato la sua perizia.
Semplicemente non è entrato nel merito della perizia. Il mio lavoro è fornire indizi al giudice, che poi deve valutarli e accettarli come prove. Per quanto riguarda Epo e emotrasfusione, per Conte e Tacchinardi, nella mia perizia mi dichiaravo quasi certo del loro utilizzo, poiché si trattava di giocatori in condizioni morbose che avevano un recupero molto veloce dell'emoglobina. Casalbore aveva dato più peso al certo, questa giuria ha dato più peso al quasi.
Senza chiedere neppure una controperizia, come peraltro caldeggiavano anche i legali della Juventus?
Che dire, sono rimasto sorpreso anch'io. Non so come spiegarmelo. Quello che conta è che la mia perizia è stata giudicata insufficiente. E qui finisce il discorso.
Si aspettava una sentenza simile?
No, pensavo che sarebbe stata confermata quella di primo grado. Oppure che sarebbe stato aperto un nuovo discorso tecnico, ovviamente con una controperizia da affidare a un altro ematologo.
Come valutava la sentenza di primo grado, che condannava Agricola e assolveva Giraudo?
Una sentenza accettabile.
Riscriverebbe la stessa perizia?
Certo, mi è costata sei mesi di lavoro. La considero ancora valida e corretta.
La Corte d'Appello non ha neppure applicato la legge sulla frode sportiva per il presunto abuso di farmaci.
Queste sono disquisizioni giuridiche. Non ho la competenza necessaria per valutarle.
Ha ricevuto attestati di solidarietà dal mondo del calcio?
No, nessuno.
E dal mondo scientifico?
Parecchi, il commento più frequente è stato: ma chi te l'ha fatto fare?
Ha sentito Guariniello?
No, ma da amicizie comuni ho saputo che è molto arrabbiato.16 dicembre 2005

Marino vota la fiducia 
Il tecnico conferma il Taranto che ha battuto il Rende: «Non c'è da cambiare una formazione che gioca così». Deflorio fermo: tornerà in campo a gennaio

Raimondo Marino ha già deciso: «Gioca la squadra di domenica scorsa». Nessun cambiamento, niente da segnalare. L'amichevole giocata in casa del Francavilla Fontana ha come unica novità la sicurezza del tecnico. Secco, deciso. Come poche altre volte. Al punto di annunciare la sua scelta: «Si dice che squadra che vince non si cambia, non vedo perché giusto io dovrei cambiare». Fiducia al Taranto che ha battuto il Rende. A quel Taranto bello e maturo che ha sedotto anche la critica. A quel Taranto, però, che ha dovuto rinunciare a Deflorio. Vuol dire che anche stavolta Marino dovrà farne a meno. E, la notizia è questa, non solo stavolta: «Deflorio rientrerà dopo le feste, praticamente nel prossimo anno: preferiamo che recuperi con calma, senza rischiare guai maggiori per troppa fretta». L'attaccante ha lavorato a Taranto, con lui c'era anche Pastore. Ma Pastore, a Rende, ci sarà. 
Ecco perché la formazione resta uguale: stesse assenze, stesse presenze. E la fiducia del tecnico, che non ha visto imperfezioni nemmeno in un'amichevole vinta a fatica (2-1 alla squadra locale, militante in Eccellenza): «Di certo non mi interessava il risultato. Volevo vedere intensità, volevo vedere impegno. E così è andata: è stato un buon allenamento». Marino sembra rafforzato anche nelle proprie convinzioni: protetto dalla corazza dei risultati, da una forza che sembra acquisire ogni giorno in misura maggiore. L'assenza di Deflorio non lo allarma nemmeno più: «C'è Catania, no? Domenica l'ho visto bene, oggi magari mi ha fatto arrabbiare un po'. Ma se non commette leggerezze gioca lui». Perché le scelte saranno anche fatte, ma c'è sempre l'avvertimento da lanciare: «E' vero che ho deciso di far giocare la squadra che ha battuto il Rende, ma questo vale solo se nessuno fa il lavativo. Altrimenti cambio». 
Tutto uguale ad una settimana fa. L'atteggiamento, i movimenti, le idee: «Non ho visto nulla di particolare da correggere: il nostro calcio è quello. Dobbiamo essere noi a convincerci delle nostre capacità, a continuare a giocare come sappiamo». Forse, però, dalla partita di domenica è uscita anche una squadra più matura. Che, quindi, può avere anche un altro atteggiamento in trasferta: «Domenica abbiamo vinto soffrendo. E, così, ci siamo anche allenati alla sofferenza: è un buon segnale per superare anche il problema delle vittorie in trasferta. Con questa mentalità possiamo ottenere qualcosa di più». 
C'è il tempo per tornare sul caso-Mignogna, protagonista di una lite con il tecnico. Marino non si smarca: «Io non ho creato nessun caso: con me, da quando sono allenatore, gioca chi merita e chi si impegna». Domanda su Passiatore, ormai abituale cannoniere del giovedì, ma regolarmente fuori dall'elenco dei convocati: «Sta entrando in condizione, al momento non lo è completamente. Quando starà bene non avrò problemi a inserirlo in squadra». Episodio da raccontare: rigore finale, amichevole in pareggio. Marino urla e decide: lo batte Gambino: «Ho voluto che lo battesse lui per fargli capire che ha la mia fiducia. Deve stare più tranquillo, non deve avere atteggiamenti ribelli: non ha nulla da dimostrare a nessuno, deve solo giocare come sa». 
L'ultima battuta è per il Rieti. Ma è davvero una battuta, piuttosto che un commento tecnico: «Rieti? E' a otto ore di viaggio da qui. Non so altro». di Fulvio Paglialunga16 dicembre 2005

Marino non cambia il Taranto
Due gol al Francavilla. Deflorio tornerà a gennaio

Il Taranto ha battuto a domicilio la forte formazione di casa militante in Eccellenza, ben messa in campo dall'ex Maurizio Raggi, ed ha immagazzinato fiato, morale ed entusiasmo in vista della difficile trasferta di Rieti. Si è trattato di un buon galoppo, abbastanza tirato dal punto di vista agonistico, che ha dato ai due tecnici utili indicazioni. Marino ha utilizzato l'intera rosa a sua disposizione ad eccezione di Pastore (il forte difensore si è allenato in sede, ma sarà sicuramente in campo a Rieti), Deflorio (purtroppo l'attaccante dovrà saltare sia la prossima trasferta che quella interna con il Viterbo) e Mignogna in "castigo" (la sospensione è scaduta ieri per cui oggi riprenderà ad allenarsi con il gruppo). Ieri il giocatore ha avuto un colloquio con la staff dirigenziale tecnico rossoblù: gli è stato proposto il rinnovo del contratto per tre anni (rifiutato) e il trasferimento a Legnano, dove allena l'ex Gianpaolo Spagnulo (prospettiva respinta). Sulle sue piste c'è anche il Pisa di Toma. Il piccolo sfogo televisivo del giocatore si ritorcerà contro di lui, in quanto la società lo costringerà a pagare una multa. Il test è servito anche per dare la possibilità al Taranto di visionare il bravo esterno difensivo Tartaglia (classe '80): il ragazzo è piaciuto per cui non è escluso che a gennaio possa rivestire la maglia rossoblù. Tornando alla partita, il Francavilla ha disputato un primo tempo a grandi ritmi. Al 10' è passato in vantaggio con De Giorgio (Marino gli ha fatto i complimenti) che ha messo in rete da pochi passi una palla respinta da Gentili su precedente tiro dello stesso esterno. I brindisini hanno mancato il raddoppio al 16' con Quarta (bravo Gentili a deviare la sfera in angolo). Verso la fine del primo tempo (durato 30') Di Domenico e Catania hanno avuto due possibilità di pareggiare, ma le hanno fallite. Nella ripresa si è visto di più il Taranto. Il pari è giunto al 12' con Passiatore (pallonetto sull'uscita di Tasselli). Dopo aver colpito due "legni" con Campanile al 18' ed al 24', ed aver sbagliato il raddoppio con lo stesso Passiatore (il portiere di casa gli ha respinto la conclusione), il 2-1 è giunto al 35' con Gambino che ha trasformato un rigore per fallo di mani in area di Gallù A. Soddisfatto Marino: «La squadra è già concentrata sul match di Rieti. Manderò in campo gli stessi uomini di domenica scorsa anche se oggi (ieri, n.d.r.) Catania mi ha fatto un po' arrabbiare. In terra laziale vedrete un Taranto che dovrà stare molto attento innanzitutto a non scoprirsi e, successivamente, a piazzare la botta vincente. Abbiamo diverse frecce al nostro arco». Il programma è mutato. Oggi nuova seduta. La partenza avverrà domani subito dopo la rifinitura. Cinquecento i biglietti a disposizioni dei tifosi rossoblU (in vendita da ieri al costo di 8 euro). di Giuseppe Dimito16 dicembre 2005

Non c'era doping nella farmacia Juve
La Corte d'Appello ribalta la sentenza di primo grado e assolve Agricola e Giraudo dall'accusa di frode sportiva e abuso di farmaci. I bianconeri esultano ma la partita con Guariniello finirà in Cassazione

A rileggere le trecento pagine delle motivazioni della sentenza di primo grado, è difficile capire quali ragioni abbiano spinto la Corte d'Appello di Torino ad assolvere la Juventus dal reato di frode sportiva e somministrazione pericolosa di farmaci. Ieri pomeriggio, mentre la giuria presieduta da Gustavo Witzel era riunita in camera di consiglio, alcuni ipotizzavano addirittura un inasprimento della decisione di Giuseppe Casalbore, con la condanna dell'amministratore delegato bianconero Antonio Giraudo. Molti prevedevano una conferma della sentenza di primo grado. Pochi - probabilmente neppure lo stesso entourage bianconero - immaginavano che la Corte d'Appello potesse assolvere sia Giraudo sia il medico sociale Riccardo Agricola. Un liberi tutti che ha scatenato l'entusiasmo dei dirigenti della Juventus e la reazione piccata di quanti, negli ultimi anni, si erano dedicati anima e corpo al processo per doping più importante della storia del calcio italiano. Primo fra tutti Giuseppe D'Onofrio, superperito nominato dal giudice Casalbore, che aveva desunto dall'andamento dei valori ematici dei giocatori bianconeri il ricorso all'Epo o alle trasfusioni di sangue. Un compito improbo e quanto mai delicato, quello di D'Onofrio, che pure - nonostante l'ostruzionismo della difesa - era riuscito a venire a capo della questione. «Ma questa sentenza - ha sottolineato il perito - dimostra che il pallone è intoccabile. D'ora in poi nessuna indagherà più su quello che accade nelle infermerie delle società di calcio». Un'occasione persa, insomma. Perché ieri è stato eretto un muro invalicabile tra il mondo del calcio e quello della legalità: non solo in ambito finanziario (dove i bilanci fasulli e le fideiussioni farlocche sono la normalità: è il doping amministrativo baby), ma anche in quello sanitario. La sentenza parla chiaro: la legge 401 del 1989 (quella sulla frode sportiva) non è applicabile per l'uso di farmaci alla Juventus, poiché «il fatto non è previsto dalla legge come reato». E' stata così bocciata in pieno l'interpretazione data alla legge da Casalbore, per il quale i considerevoli quantitativi di farmaci utilizzati dalla squadra bianconera erano destinati ad alterare le prestazioni sportive dei calciatori. E la farmacia ambulante denunciata dallo stesso Casalbore? L'assenza di documentazione medica e commerciale? Le testimonianze contraddittorie dei giocatori juventini? L'acquisto "preventivo" e la somministrazione massiccia di farmaci a soggetti sani? La Corte d'Appello ha cancellato tutto. E di fatto ha cestinato la perizia di D'Onofrio: per il reato relativo all'utilizzo di Epo, ha ritenuto che il «il fatto non sussiste».
Le reazioni. Scatenate le azioni della Juve a Piazza Affari, dove hanno guadagnato il 2% in due ore. Euforici dirigenti bianconeri, quasi ripetitiva la triade nelle sue dichiarazioni. Per Giraudo è «un trionfo da dedicare agli Agnelli, una grandissima giornata, in cui finalmente è stata fatta giustizia». L'amministratore delegato bianconero ha invitato Zednek Zeman a leggersi bene la sentenza, «visto che ha tanto tempo libero per farlo» e si è augurato «di non incontrare mai più» il pm Raffaele Guariniello, che aveva dato il via al processo Juve. Secondo il direttore generale Luciano Moggi è «fallito il tentativo di infangare anni di vittorie», mentre il vicepresidente Roberto Bottega ha dedicato la vittoria ai tifosi bianconeri. Infine l'avvocato bianconero Luigi Chiappero, che ha salutato «una grande giornata di sport e - bontà sua - di democrazia» e Agricola: «Nessuno mi ripagherà di sette anni che mi hanno distrutto». Non ha parlato Guariniello (comprensibilmente) e soprattutto nessun personaggio del calcio italiano, a testimonianza di un velato imbarazzo per la sentenza e di un timore reverenziale nei confronti di chi, della sentenza, era oggetto.
Quali le prossime tappe della vicenda? Tra novanta giorni (o forse prima), la pubblicazione delle motivazioni della decisione della Corte: e lì si potranno capire tante cose, in primis perché Giraudo è stato condannato a un'ammenda di 2.000 euro per la violazione della legge 626 del 1994 sulla sicurezza nei luoghi di lavoro. Poi l'eventuale e probabile ricorso in Cassazione da parte dell'accusa. Con due piccole consolazioni. La prima - per restare in tema di potenti - è che ieri è stato rinviato a giudizio Lance Armstrong dal Tribunale di Latina per diffamazione nei confronti del collega Filippo Simeoni: il 7 marzo la prima udienza, e l'americano rischia fino a sei anni di reclusione. La seconda riguarda una società di calcio, che ha militato per parecchi anni in Serie A, ed è da poco finita nel mirino della magistratura per le stesse motivazioni della Juventus. E in particolare per avere messo a punto un ospedale ambulante, con massicci acquisti preventivi di farmaci consentiti e non.

Foto e testi presenti in tifo-e-amicizia.it sono stati in parte prelevati da Internet e quindi valutati di pubblico dominio. Se i soggetti o gli autori avessero qualcosa in contrario alla pubblicazione possono segnalarlo alla redazione che provvederà prontamente alla rimozione.

index