L'uomo dei gol
Dopo una partita senza gol, l'uomo dei gol. La sequenza è perfetta. La regia involontaria è di Luigi Blasi, presidente del Taranto, che ha chiuso il girone d'andata perdendo in casa col Viterbo. E ha aperto idealmente il girone di ritorno, consolandosi con Alessandro Ambrosi, attaccante atipico. «Atipico» è l'aggettivo che Ambrosi ha scelto, parlando di se stesso, raccontando com'è, come si muove, come difende il pallone. Atipicità legata al suo non essere: né una prima punta, né una seconda punta. Ma una sorta di ibrido, una specie di incrocio: un punta, cioè, che sta bene in area, ma anche fuori. E che soprattutto segna: 136 gol in 304 partite ufficiali. Ambrosi, che ha 34 anni, è il primo rinforzo di gennaio. Porta in dote - almeno questa è la speranza - i gol, grandi assenti mercoledì nell'ultima partita del 2005. I gol contro il Viterbo non sono venuti. Un Taranto afflitto da bulimica voracità ha dilapidato un tesoro di occasioni (sette nitide) e un patrimonio di situazioni propizie (almeno una mezza dozzina). Ha, cioè, creato e dissipato, prodotto e distrutto, innalzato e demolito. Senza gol ogni partita - anche la più fiorita di opportunità - è destinata a rimanere vuota. Vuota come una dimenticanza. Ma il Taranto che si dimentica di segnare e che alla fine soccombe, trafitto dal gol degli avversari, resta una squadra credibile. Una squadra finalmente definita negli uomini e nella tattica. Capace di conservare una sua fisionomia e una sua consistenza anche nella sconfitta. Perché contro il Viterbo è mancato solo il gol. Il resto, tutto ciò che fa di un gruppo di giocatori un collettivo funzionale, si è visto: la palla bassa (non sempre), le distanze corte (specie nella ripresa), l'assistenza reciproca (assidua), la giustezza dei movimenti (a lungo). Il Taranto è comunque piaciuto. Soltanto nel primo tempo, la porzione di partita paradossalmente più ricca di occasioni, ha stentato, non riuscendo a disattivare il pressing alto dei laziali. E rimanendo spesso nell'impossibilità di far ripartire l'azione da dietro (da qui il ricorso a qualche lancio lungo o all'appoggio centrale). Fasce trascurate, specie quella sinistra, dove Manni ha sempre avuto (e raramente sfruttato) il corridoio libero (i laziali si sono preoccupati soprattutto di non far salire Micallo). A Marino questi difetti nella costruzione del gioco non sono sfuggiti. Nella ripresa, nel tentativo di recuperare entrambe le corsie allo sviluppo laterale dell'azione, ha sostituito Manni con Deleonardis, allargando e abbassando De Liguori. Mossa non casuale, che sa tanto di futuro. Futuro che Marino ha già inquadrato. Anche se per qualche altra notte ancora, tornerà sulla scena di Taranto-Viterbo, provando a spostare uomini e pallone, anche di un millimetro, per inceppare l'ingranaggio imperfetto che ha determinato la sconfitta. Ovviamente, non ci riuscirà. Ma per maneggiare il prossimo inizio è un ottimo allenamento. di Lorenzo D'Alò
Il regalo? Ambrosi Forse la sconfitta contro il Viterbo ha velocizzato
l'ufficializzazione; forse è stata la voglia di scartare in anticipo il
regalo da tempo impacchettato. Il presidente Gigi Blasi ha voluto
iniziare con il mercato di riparazione con un nome sonante. Alessandro
Ambrosi è l'attaccante che innerva il reparto; usando il pretesto della
rescissione del contratto con la Juve Stabia, fresca società di
appartenenza, il 34enne romano è stato presentato ieri mattina. Il 2
gennaio sarà depositato il contratto e domenica otto, contro la Cisco
Roma, farà coppia con Andrea Deflorio, al centro dell'attacco rossoblu.
E il Taranto si consola
con Ambrosi Alle 9,52 di ieri mattina Alessandro Ambrosi, 34 anni, laziale di Fiuggi, di professione "attaccante", ha vestito ufficialmente la maglia rossoblù. E' stato il presidente Blasi a presentarlo: «E' il nostro primo acquisto della nuova campagna di trasferimento. Abbiamo preso il miglior attaccante esistente attualmente sul mercato. E sono contento di metterlo a disposizione di mister Marino. Ha sottoscritto un contratto annuale, ad obiettivo come tutti i componenti la nostra rosa, ma con l'opzione per la prossima stagione. E forse anche più. In questa prima parte del campionato, nella Juve Stabia, in C1 non è stato molto fortunato perché si è ritrovato in una squadra che è un po' in difficoltà. Per questo motivo va sostenuto ed aiutato ad inserirsi nel gruppo nel minor tempo possibile. Permettemi ancora una volta di ringraziare il pubblico presente mercoledì allo "Iacovone". E' stato di una correttezza unica. Sono convinto che molti di loro hanno trascorso una notte insonne come quella che ho trascorso io. Ogni tanto mi svegliavo e mi chiedevo: forse dobbiamo ancora giocare con il Viterbo? In ogni caso le altre, ad eccezione del Gallipoli, non stanno certamente correndo. Ribadisco per l'ennesima volta che l'unico nostro obiettivo è la risalita in C1 a fine stagione». Al fianco del presidente Blasi c'erano Ambrosi, il direttore generale Galigani e quello sportivo, Evangelisti. Galigani: «Abbiamo potuto già presentare Ambrosi perché avevamo raggiunto l'accordo con la sua ex società, la Juve Stabia, il cui presidente ha già firmato la lista di trasferimento che consegneremo il prossimo 2 gennaio, alla riapertura ufficiale del mercato. In tal maniera il ragazzo potrà essere schierato nella prossima gara interna contro la Cisco Roma. Vi svelo un particolare. Evangelisti ovviamente sapeva dell'accordo, ma ieri sera (mercoledì, n.d.r.) non sapeva che la società aveva deciso di presentarlo oggi (ieri, n.d.r.)». Infine lo stesso Luca Evangelisti: «Il bilancio della squadra, nel girone d'andata, è positivo: siamo terzi, ossia già nei playoff. Ci mancano le vittorie in tre gare esterne. Ma non ci fermeremo. Dopo Ambrosi, giungerà qualche altro puntello. Si tratta di gente d'esperienza e personalità. Vogliamo costruire un Taranto di classificarci al primo posto». di Giuseppe Dimito
Mercato, ci saranno altre novità Il mercato invernale del Taranto s'infiamma proprio il giorno dopo la sconfitta casalinga contro il Viterbo. La società del presidente Blasi ieri mattina ha calato il primo asso, presentando alla stampa l'esperto centravanti Alessandro Ambrosi, fresco di rottura con la Juve Stabia, club di C1, un bel regalo di Natale per i tifosi e per il tecnico Marino, che dalla gara contro la Cisco Roma del prossimo 8 gennaio potrà contare su un attaccante che il gol ce l'ha nel sangue. Ma il colpo Ambrosi (il cui contratto di trasferimento verrà depositato già il 2 gennaio) è solo il primo dei quattro arrivi previsti per rinforzare il Taranto in vista dell'infuocato girone di ritorno. Sul taccuino del diesse Evangelisti figurano altri nomi, su cui la dirigenza sta lavorando già da qualche settimana, anche per anticipare l'agguerrita concorrenza. Arriverà sicuramente un altro attaccante che, salvo sorprese, dovrebbe rispondere al nome di Stefano Morello, classe '81, di proprietà del Lecce e attualmente in forza al Potenza, società con cui ha già messo a segno otto gol, finendo spesso in panchina nelle ultime domeniche. Sul calciatore salentino, svezzato dal Sora, avrebbe espresso parere favorevole proprio il tecnico Marino, che ha avuto modo di apprezzarne le doti quando allenava le giovanili del Lecce. Morello, secondo radio mercato, sarebbe in netto vantaggio su Daniele Martinetti, sempre classe '81 in organico al Novara, pallino a quanto pare di Evangelisti. Ma la società rossoblù è pronta a intervenire anche a centrocampo. Circola con insistenza il nome del navigato Rubens Pasino del Pisa, classe '71, centrocampista avanzato, ma restano sempre alte le quotazioni di Michele Menolascina, classe '70, mente pensante del centrocampo del Manfredonia. Ma al Taranto necessita anche un ritocco di peso nel settore arretrato. Di nomi per ora non se ne fanno, anche se pare che si insegua un elemento che sappia ricoprire il ruolo di centrale e di laterale mancino. Ma a fronte di quattro arrivi sicuri, dovrebbe registrarsi anche qualche partenza. In lista di sbarco ci sarebbero i vari Gambino (Reggiano o Pro Vasto), Bruno (Rende) e Campanile, oltre a Mignogna che dopo aver rifiutato il Legnano di Spagnulo, potrebbe accasarsi al Pisa di Toma. di Enrico Sorace
Ambrosi, dall'Alatri al Taranto Alessandro Ambrosi, 34 anni compiuti il 12 luglio scorso, inizia la carriera nei dilettanti con l'Alatri nel 1990. Nel 1995-96 passa all'Isola Liri dove in due tornei di serie D segna 18 gol. Nel 1997-98 è alla Cavese in C2 dove conquista il titolo di capocannoniere con 17 reti (32 partite). Nel 1998-99 passa al Crotone in C1 dove si riconferma il miglior bomber con 19 gol in 31 gare. Nel 1999 va al Monza in serie B (36 presenze e 12 reti), poi al Crotone, sempre in B, dove disputa 17 gare (5 i gol), quindi nel gennaio 2001 passa in prestito al Catania in C1 (10 gol in 16 partite) e manca la promozione in B perdendo la finale playoff contro il Messina. Torna al Crotone ma viene subito ceduto all'Ancona. Solo 3 gol con i marchigiani in serie B nel 2001-02: resta questo il peggior campionato per l'attaccante che in carriera è sempre andato a segno «in doppia cifra». Nella stagione 2002-03 è al Pisa in C1; segna 15 gol nella regolar season più 2 nei playoff, ma ancora una volta è sconfitto nella finale promozione (in B l'AlbinoLeffe). 12 gol con i toscani nel 2003-04, poi nel 2004-05 passa alla Juve Stabia in C2. 16 gol in 31 partite, quindi la sconfitta contro la Cavese nelle semifinali playoff, però in questa occasione arriva il ripescaggio in C1. 12 le presenze quest'anno per complessivi 958 minuti di gioco. 5 le reti segnate tutte in casa: due gol contro il Perugia, due rigori decisivi contro il Foggia (1-0) e la Sangiovannese (1-1), 0più una rete ininfluente in occasione della sconfitta contro il Chieti. di Franco Valdevies
Taranto, che beffa Il conto, volutamente ridotto, dice che il Taranto ha
avuto almeno sette opportunità per vincere. Il risultato dice che il
Viterbo ha vinto. Con l'unica occasione, nell'unico momento di
distrazione, nel modo più irriverente possibile: al secondo minuto di
recupero di una partita controllata, dominata e soprattutto sciupata. La
differenza è qui: nel gol mancato (in rigoroso ordine cronologico) da
Pastore, Caccavale, Catania, Di Domenico, De Liguori, Pastore, Micallo,
nel gol trovato, senza una valida premessa ma con un goffo aiuto, da
Bordacconi. L'esito, così com'è, sembra un'incredibile capovolta della
sorte, una feroce conto presentato dal destino, che chiede
immediatamente indietro (e con le stesse modalità) quello che ha dato
domenica. Vince il Viterbo, non si sa perché. Perché ha fatto tutto il
Taranto, ha giocato, ha corso, ha ragionato, ha controllato, ha
costruito, ha dominato, ha sbagliato, ha perso. Ha perso mancando
l'appuntamento con ogni occasione possibile, disperdendo il patrimonio
di calcio prodotto.
Piange il Taranto delle
beffe Un inno allo scialo. Mai creato tanto e mai sbagliato tanto. Fosse finita 0-0, sarebbe già stato anomalo. Clamorosamente anomalo. Finisce, invece, che vince il Viterbo e l'anomalia s'infittisce. Diventa mistero cupo. Si trasforma in beffa atroce. È proprio vero: quando il calcio sfugge a se stesso, può diventare di una crudeltà assoluta. E regalare finali come questo: incongrui, irrispettosi, irriverenti. Al Taranto, trafitto in casa, non resta che dolersene. Prima lo spreco, poi la condanna. Ci sono partite che non sembrano segnate, invece lo sono. Perché covano un segreto da svelare. Una verità tenebrosa e sconvolgente, che solitamente si rivela alla fine, cogliendoti a tradimento. Un pallone tagliato (Faraone), un buco aereo (Micallo), un girata fulminante (Bordacconi): ecco svelato il segreto, ecco rivelata la verità. Al minuto 47' della ripresa la logica fa una capriola e i meriti si frantumano. È il minuto del gol che non doveva esserci. È il minuto del gol che incenerisce la prova del Taranto, rendendo inutile il suo dominio, la sua supremazia, il suo prodigarsi. La sconfitta del Taranto è di un'incoerenza vistosa. Non può essere questo l'esito di un confronto in cui la squadra che soccombe, esercita una titolarità su tutto: gioco (a tratti di una bellezza geometrica) e occasioni (sette nitide). E la squadra che prevale, a parte un'iniziale e infastidente attività pressoria, nella ripresa assume e conserva un atteggiamento passivo. No, non doveva finire così: col Taranto che si dispera e il Viterbo che esulta. Ma il finale non si può riscrivere e il verdetto non si può abrogare. La sconfitta, per quanto ingiusta, resta e merita di essere analizzata. Il Taranto, prima di perdere, è anche una squadra che non riesce a vincere, cioè a fare gol: è questo il grande limite di giornata. Il gol ripetutamente sfiorato e puntualmente fallito: per imperizia, per sfortuna, per ingordigia. Cinque occasioni nel primo tempo: al 6' Pastore (schema su punizione e colpo di testa che sorvola la traversa); al 17' Caccavale (gran tiro da fuori sul quale Fimiani si oppone, inarcandosi); al 18' Catania (pallonetto impreciso sul tocco delizioso di De Liguori); al 47' Di Domenico (sinistro sbilenco a porta spalancata); al 48' De Liguori (tocco ravvicinato che si spegne addosso al portiere). Cinque occasioni dentro un primo tempo complesso. Perché il Viterbo non sta a guardare. Pressa alto, ammucchiando uomini nella zona della palla. La squadra di Chiappini centralmente si dispone spesso a rombo, tenendo Statuto davanti alla difesa e Pagliarini dietro le punte (il polveroso Vidallè, il manovriero Bordacconi). Il Taranto si concede qualche pausa interpretativa. È nell'assetto abituale (4-3-1-2). Gli uomini sono quelli di sempre. Fioccano le opportunità, ma le difficoltà nello sviluppo dell'azione permangono. E a ribadirle c'è quella punizione insidiosa di Pagliarini, che al 46' manda il pallone a lambire l'incrocio dei pali. La ripresa è una storia potente. Da raccontare. Comanda il Taranto, che alimenta con continuità la propria manovra, avventandosi con bramosìa anche sulle cosiddette palle secondarie. Colossale equivoco al 5': l'arbitro, fraintendendo un gesto d'intesa con l'assistente di linea, assegna al Taranto un rigore che non c'è (Catania casca in area). Proteste e decisione revocata. Marino comincia a giocare con la panchina. Larosa (ammonito e stanco) cede il posto a Bevo. Deleonardis rileva Manni: mossa che produce il salutare arretramento di De Liguori, liberando il suo dinamismo sulla corsia mancina. Nel frattempo, Pastore (girata acrobatica) e Catania (tocco timido) sprecano altre due occasioni. Nei minuti finali Marino si gioca la carta del doppio centravanti (entra Gambino, esce Catania). Il Taranto attacca, ma non passa. Il copione prevede altro. Il destino ha deciso diversamente: segna Bordacconi, rifinendo un'azione forse viziata, all'origine, da un malandrino fallo di mano. di Lorenzo D'Alò
Non restano che gli
auguri Il dolce è nella coda. E serve per mitigare l'aria
mesta di una sconfitta indigesta. Il capitano rossoblu Ivano Pastore
stempera la delusione con i classici auguri di fine stagione. «A
nome della squadra vorrei fare gli auguri alla città di Taranto e ai
nostri tifosi che sono stati fantastici».
Le pagelle di Lorenzo D'Alò GENTILI 6 - Qualche buona parata. La solita riluttanza
nelle uscite.
«Arrivano i
rinforzi» Il presidente Blasi maschera molto bene la sua delusione per la prima sconfitta interna stagionale: «Non sono amareggiato. Perché dovrei esserlo? La squadra ha giocato bene, ha offerto uno spettacolo di livello qualitativo notevole, ha fallito almeno sette-otto palle gol, ha messo in campo aggressività, concentrazione e determinazione. Insomma non posso muovere alcuna critica né a mister Marino, che ancora una volta ha presentato una formazione valida, capace cioè di esprimere schemi all'altezza della situazione, né alla squadra. Abbiamo perso perché non siamo riusciti a tramutare in rete nemmeno una delle tante occasioni capitateci. Anche la sfortuna ha recitato la sua parte. Non è mio costume invocarla. Ma questa volta credo che non se ne possa fare a meno» Cosa ha da dire sull'arbitraggio di Manni? «Meglio lasciar perdere ogni giudizio. Purtroppo gli arbitri sbagliano. A Coverciano, nell'ultima riunione di Lega, moltissime società si sono lamentate. Evidentemente non stanno attraversando un buon momento di forma. Sul rigore non assegnato ha avuto ragione: non c'era. Poi però ho visto, qualche minuto dopo, Catania volare in area di rigore avversaria. Ma anche in occasione della rete della vittoria del Viterbo c'era un netto fallo di mani a centrocampo». Servono rinforzi. «Ed arriveranno. Specialmente in zona avanzata. Lo devo fare per la città, per la tifoseria, per dare più tranquillità all'intero settore tecnico». Il Melfi ha pareggiato in casa. Se il Taranto avesse vinto sarebbe secondo in classifica. «Siamo ancora a metà campionato. In palio ci sono ancora sessantuno punti». Intanto stamane (ore 9,30) conferenza stampa di Blasi nella sala stampa dello "Iacovone". Novità in arrivo? di Giuseppe Dimito
Iacovone violato dopo nove mesi Prima sconfitta allo «Iacovone» per il Taranto; la battuta d'arresto arriva dopo sei vittorie ed un pareggio con 12 gol fatti e 2 subiti. Prima del ko col Viterbo i rossoblù vantavano il miglior ruolino casalingo fra le 18 squadre del girone C. Il Taranto non perdeva in casa dalla 24ª giornata del campionato scorso, 27 febbraio 2005, 0-1 contro il Gela. Successivamente gli ionici battevano il Melfi per 3-0 (tripletta di Sergi), la Rosetana per 2-0 (doppietta di Pupita), quindi l'Igea per 1-0 (Paglialunga), poi lo 0-0 col Morro d'Oro ed infine un altro successo per 4-2 contro la Pro Vasto nell'ultima gara della regolar season (Sergi, Mela, Deleonardis e Niscemi); arrivava poi la vittoria per 2-1 col Ragusa nella gara d'andata dei playout salvezza (doppietta di La Cava). In questo torneo invece 4 successi di fila: 2-1 sul Melfi (Mortari e Deflorio), 1-0 sul Giugliano (Pastore), 2-0 sull'Andria (Deflorio e Catania) e 4-1 sul Modica (doppietta di Deflorio, Di Domenico e di De Liguori), poi lo 0-0 contro il Latina ed infine altre due vittorie con il 2-0 sul Potenza (in gol Di Domenico e Deflorio) e l' 1-0 sul Rende (segna Mortari su rigore). L'ultima sconfitta dei rossoblù risaliva al 23 ottobre scorso, 0-2 a Marcinise, poi erano arrivati sette risultati utili con tre successi (2-0 sul Potenza, 1-0 sul Rende e 1-0 a Rieti) e quattro pareggi (0-0 a Gallipoli, 0-0 contro il Latina in casa, 3-3 a Nocera e 2-2 a Vasto). Finiamo l'andata al terzo posto con 28 punti con un bottino di 7 vittorie, 7 pari e 3 ko. Per trovare un bilancio migliore di questo dobbiamo risalire al campionato di serie C1 2001-2 quando chiudemmo l'andata al 2° posto con 31 punti. Il Viterbo rafforza la sua tradizione positiva in casa del Taranto; i laziali ottengono il terzo successo in sei confronti (le precedenti due vittorie in C2 e sempre per 1-0, il 22 ottobre 1995 con una rete di Ghezzi al 32' e l'8 settembre 1996, neutro di Altamura, col gol di Balducci al 55'), mentre per i rossoblù si registra una sola vittoria (1-0 in C1 il 2 novembre 2003: segna al 48' Del Signore). di Franco Valdevies
Taranto, la beffa più
atroce Perdere fa sempre male. Se la sconfitta, poi, giunge nei minuti di recupero, al termine di una gara dominata e costellata dalle numerose occasioni sciupate, è una batosta difficile da smaltire. Raimondo Marino è soddisfatto della prestazione della sua squadra. Il rammarico maggiore, oltre che dal risultato, giunge da un gesto poco sportivo compiuto a fine gara dal suo collega Chiappini. «Ha applaudito i nostri tifosi, compiendo un gesto intollerabile per un allenatore. Sarà stato bravo a vincere la partita, ma ha ancora molto da imparare sotto l'aspetto umano e professionale». Marino passa alla disamina della gara. «Non posso rimproverare nulla alla squadra. Tutti i calciatori hanno lottato fino all'ultimo, tant'è che i nostri sostenitori ci hanno applaudito ugualmente nonostante la sconfitta. Abbiamo giocato sempre nella metà campo avversaria, senza riuscirci a portare in vantaggio. E quando sbagli tanto, capita di perdere in questo modo. Mi è capitato anche da calciatore: con il Napoli ho perso uno scudetto a Perugia, pareggiando a reti bianche dopo aver gettato alle ortiche diverse occasioni da rete. Gli episodi? Preferisco non commentarli. Il rigore su Catania non c'era, ma sul corner successivo Di Domenico è stato cinturato da un difensore laziale». Tra i giocatori la voglia di parlare è davvero poca. L'entusiasmo generato dal primo successo esterno sul campo del Rieti è stato subito sostituito dalla cocente delusione per la sconfitta casalinga contro il Viterbo. Pastore: «Quando perdi dopo aver subito un tiro in porta, resta l'amarezza per il risultato; allo stesso tempo siamo consapevoli che, continuando a giocare in questo modo, non potremo far altro che migliorarci. Il gol mancato in rovesciata? Ho colpito la palla di taglio, spedendola di poco a lato. Purtroppo la nostra rincorsa al Gallipoli ha subìto uno stop imprevisto, ma torneremo più forti di prima a partire dalla gara contro la Cisco Roma». «Gol sbagliato, gol subìto», recita un famoso detto del calcio. Che, questo pomeriggio, ha visto Lele Catania nelle vesti di sfortunato protagonista. «Quando ho fatto il pallonetto ero convinto che la palla sarebbe entrata. L'ho colpita perfettamente, senza nemmeno darle potenza. Resta il rammarico per un risultato bugiardo, ma credo che ci rifaremo a partire dalla prossima occasione». Vincenzo De Liguori è stato fra gli ultimi a gettare la spugna. La sua prestazione, prima da interno sinistro e poi da terzino, è stata condita dal solito dinamismo atletico. «Abbiamo chiuso il Viterbo nella sua metà campo, - esordisce il centrocampista partenopeo -, senza concedere mai la possibilità di tirare in porta. Purtroppo abbiamo sbagliato troppi gol e alla prima indecisione siamo stati castigati. La sconfitta è sicuramente immeritata, ma continuando a giocare in questo modo non avremo difficoltà a ripartire». Bevo: «E' sempre difficile digerire queste sconfitte. Siamo stati molto sfortunati. Abbiamo sciupato diverse palle gol, subendo la rete decisiva sull'unico tiro in porta del Viterbo. Per giunta viziato da un fallo di mano di Statuto a centrocampo». di Fabio Di Todaro
Le statistiche di Franco Valdevies Il Viterbo (la Viterbese fino al 2004) è stata per anni una "bestia nera" per il Taranto; i rossoblù sono riusciti a superare la formazione laziale solo al nono tentativo dopo aver subito prima tre sconfitte e poi raccolto cinque pareggi. Il bilancio dei dieci precedenti, tra casa e trasferta, vede il Viterbo in vantaggio con quattro succesi contro uno degli ionici. Rivediamo nel dettaglio le dieci sfide. 1995-96 campionato di serie C2, gara d'andata del 22 ottobre 1995: Taranto-Viterbese 0-1 con una rete di Ghezzi al 32'; il rossoblù Caputo fallisce un rigore al 62', quindi due espulsi al 69' Pernisco e al 71' Bertoni. Nel ritorno a Viterbo (il 10 marzo 1996) 1-0 per i padroni di casa con gol di Cozzella su rigore al 13' (sulla panchina del Taranto siede Pietro Ruisi subentrato la settimana prima a Ivo Iaconi; al 91' viene espulso Triuzzi, entrato in campo 10 minuti prima in sostituzione di Panarelli). Stagione 1996-97, sempre in C2, all'andata (l'8 settembre 1996) sul neutro di Altamura per inagibilità dello Iacovone Taranto-Viterbese 0-1 con gol di Balducci al 55'. La gara, subito dopo la rete dei laziali, viene sospesa per 6 minuti a causa di una invasione di una decina di tifosi ionici. Finalmente nella gara di ritorno, il 26 gennaio 1997, i rossoblù ottengono il primo punto pareggiando per 0-0 a Viterbo. Campionato 2001-2002 di serie C1, il 21 ottobre 2001: 1-1 a Viterbo con le reti di Martinetti al 22' e pareggio di Riganò al 70'. Ancora 1-1 nella gara di ritorno il 3 marzo scorso con le reti di Monza all'8' e pareggio su rigore di Frau al 50'. Torneo 2002-2003 in C1, all'andata l'1 dicembre 2002: Taranto-Viterbese 2-2. Doppio vantaggio per gli ospiti con Pollini al 13' e Aurino al 20', quindi i rossoblù pareggiano con due rigori di Filippi al 42' e 45'. 0-0 nella gara di ritorno giocata sabato 19 aprile 2003. Alla 10.ma giornata del campionato di serie C1 2003-04, è il 2 novembre 2003, i rossoblù superano per la prima volta la Viterbese: 1-0 allo «Iacovone» con il gol di Del Signore al 48'. Questa la formazione ionica guidata da Brini: Di Bitonto, Panarelli, Stendardo, Braca, Filippi, Del Signore, Croce, Apa (79' Di Fausto), Triuzzi, De Liguori (85' Bettoni), Banchelli (85' Casale). Il 28 marzo 2004, nella gara di ritorno, si impongono nuovamente i laziali: 1-0 con una rete di Evacuo al 96'. Il tecnico del Taranto è Bianchetti appena subentrato in settimana a Brini. Così l'undici ionico: Di Bitonto, Panarelli, Esposito, Filippi, Paoli (64' Di Fausto), Del Signore, Bettoni, De Liguori (59' Croce), Catinali (77' Braca), Vidallé, Triuzzi. In questa gara contro la Viterbese va dunque in panchina Bianchetti ma è da rilevare che nell'occasione i rossoblù giocano la quarta partita di fila con un allenatore diverso: il 7 marzo 2004 in Benevento-Taranto 2-0 Dellisanti disputa l'ultima delle 11 gare alla guida del Taranto; viene esonerato e il 14 marzo in Giulianova-Taranto 2-0 va in panchina il direttore sportivo Barone, poi ritorna Brini (l'allenatore delle prime 12 giornate) che resta solo per la partita del 21 marzo 2004, Taranto-Sora 0-2, quindi si dimette e arriva così Bianchetti.
Il Taranto prova ad
allungare Giorno di partita. Allo "Iacovone" il Taranto, forte del primo successo esterno stagionale, ospita il Viterbo degli ex Gagliarducci e Vidallè. Pastore e compagni cercheranno di allungare il filotto di risultati positivi e di ottenere il terzo successo consecutivo dopo quelli con Rende e Rieti. FORMAZIONE- Pastore, Caccavale e Larosa sono leggermente affaticati, ma difficilmente Marino farà a meno di tutti e tre. I primi due sono le colonne portanti del reparto difensivo, impossibili da sostituire per esperienza e personalità; Larosa, titolare da cinque giornate, sta ricoprendo con successo la posizione di mediano, sfruttando le sue caratteristiche fisiche per agire da scudo dinanzi alla difesa. Potrebbe essere proprio lui, però, a rifiatare e a concedere una nuova chance a Bevo (fuori dall'undici titolare da sette giornate). Il mediano di Ponticelli scalpita per tornare a guidare il centrocampo e la gara contro i laziali potrebbe essere l'occasione giusta per rilanciarsi. Se non dovessero esserci complicazioni, comunque, il tecnico di Messina potrebbe riproporre la stessa formazione che ha espugnato il «Manlio Scopigno». Dinanzi a Gentili la linea difensiva sarà composta da Micallo, Caccavale, Pastore e Manni (da destra verso sinistra); Larosa (o Bevo) play-maker davanti alla difesa, Mortari (a destra) e De Liguori (a sinistra) interni di centrocampo con Mancini a chiudere il rombo e a cucire gli spazi tra i due reparti. In attacco confermata la coppia composta da Catania e Di Domenico. GLI AVVERSARI Chiappini deve fare a meno del difensore Rivolta e del centrocampista Rossi (entrambi infortunati). I laziali dovrebbero schierarsi secondo un classico 4-4-2. Davanti al portiere Fimiani, il pacchetto difensivo sarà composto da Campione, Gagliarducci, Gimmelli e Ginobili (in ballottaggio con Farris); a centrocampo regia affidata a Scarchilli e Bussi, con Morici e Bordacconi (o Farris qualora non dovesse essere schierato come terzino) sugli esterni. In avanti Vidallè e Tiberi. DEFLORIO Il capitano tornerà disponibile per la prima gara del nuovo anno con la Cisco Roma. La visita specialistica sostenuta ieri non ha fatto emergere complicazioni. Il bomber si riaggregherà al gruppo martedì 27 dicembre, giorno fissato per la ripresa della preparazione. di Fabio Di Todaro
Stadio Iacovone, fumata
bianca L'incontro in Prefettura sulla questione-stadio Iacovone convocato dal Vice Prefetto facente funzioni dott. Sessa, ha sortito gli effetti sperati. Taranto Sport e Comune di Taranto hanno trovato l'intesa, quella definitiva, per l'utilizzo dell'impianto sportivo, anche se la firma sul contratto di locazione in uso non esclusivo è stata rinviata di un paio di giorni per consentire ai tecnici del Comune di aggiornare il documento. Il nuovo accordo prevede, infatti, il versamento da parte della Taranto Sport al Comune dei 40mila euro già pattuiti, a cui si sono aggiunti, proprio ieri, altri 10mila euro per servizi accessori, individuabili nelle spese relative alla pulizia dei locali degli spogliatoi, della tribuna stampa e della sala stampa. Alla riunione, iniziata alle 12.40 e terminata intorno alle 13.45, hanno partecipato il Prefetto Carlo Sessa, il vice Prefetto aggiunto Paolo Gentilucci, il Capo di Gabinetto della Questura Michelangelo Giusti, due rappresentanti della Taranto Sport (il presidente Blasi e il fido diggì Galigani), mentre per il Comune erano presenti il direttore generale Franco De Feis, il capo di gabinetto Pino Licciardello, oltre ad Alfredo Venturini e Vincenzo Piccolo. Un'ora di confronto, in taluni frangenti anche acceso, per limare alcuni dettagli che impedivano di trovare l'accordo. A metà riunione sono usciti di scena i rappresentanti di Prefettura e Questura Sessa, Gentilucci e Giusti, per consentire alle parti interessate di trattare serenamente i termini del contratto e chiudere una fastidiosa diatriba che rischiava di causare problemi di ordine pubblico. Alla fine l'attesa fumata bianca, accolta con soddisfazione da Taranto Sport e Comune. Il primo a rilasciare dichiarazioni è stato il presidente rossoblù Gigi Blasi: «La riunione è andata bene, ci siamo confrontati su alcuni punti critici, accordandoci alla fine sul contratto che firmeremo nei prossimi giorni, quando ci chiameranno dal Comune. All'accordo di base è stato aggiunto un canone per le spese di pulizia di tribuna e spogliatoi, le altre spetteranno, ovviamente, all'Amministrazione comunale. Un grazie al Prefetto per averci dato una mano a risolvere positivamente la vicenda». Per il Comune ha parlato il Capo di Gabinetto Pino Licciardello: «E' stata una riunione importante e definitiva, anche per la sensibilità mostrata dal Prefetto. Le parti non erano distanti, infatti è bastato sedersi attorno a un tavolo per trovare l'accordo per un importo di 50mila euro complessivi, oltre alle polizze fideiussorie che la Taranto Sport si è impegnata a stipulare contro eventuali atti vandalici e danni a terzi. La frima del contratto è un mero atto formale». Infine ha parlato il Prefetto Sessa: «La mia mediazione è stata dettata soprattutto da esigenze di ordine pubblico, per evitare che potessero esserci problemi durante l'ultimo Consiglio comunale. Sono contento che sia servita per mettere la parola fine alla vicenda stadio, anche se il merito maggiore è da attribuire alle parti in causa, capaci ridefinire le clausole contrattuali e stringere l'accordo». di Enrico Sorace Di Canio,
l'esibizionista dell'antica Roma
Troppo severa o troppo poco? Il giorno dopo, la
squalifica di un turno comminata a Paolo Di Canio per l'ennesimo saluto
fascista esibito sabato sera all'Olimpico divide i tifosi, solletica i
politici e fa arrabbiare la Lazio. Lui, incazzatissimo, questa sera si
guarderà la partita col Lecce davanti alla tv, appiedato dal giudice
sportivo per un inequivocabile saluto romano mostrato «con
piena consapevolezza della sua illiceità». Questa volta, la
storia del simbolo dell'antica Roma e del suo apolitico valore di
appartenenza non se l'è bevuta nemmeno il giudice Laudi (il grande
Thuram pare di sì, dopo un colloquio ravvicinato al termine della sfida
con la Juve). Sul significato di quel gesto, Di Canio ha alternato
spesso due versioni. Quella del saluto agli amici della curva con cui
condivide i valori dell'Urbe (niente nazismo e niente razzismo, solo un
po' di storia) e quella del gesto ribelle di uno che non accetta due
pesi e due misure dentro uno stadio (il pugno chiuso sì, il braccio
teso no) e dunque sta con gli ultras discriminati della curva Nord, alla
cui trasmissione radiofonica si concede sovente per disquisire
amabilmente del Duce, della comunità ebraica e delle ingiustizie
sociali che affliggono questo porco mondo. Il suo club (presidente,
compagni, allenatore) l'ha difeso a spada tratta su questo versante,
sposando appieno la prima tesi e definendo «assurdo
e aberrante» (Delio Rossi) il turno di stop imposto al
giocatore per un semplice ciao ciao. Gli Irriducibili hanno organizzato
un sit-in di protesta, venerdì, sotto gli uffici della Federcalcio.
Lotito ha calato uno dei suo mirabolanti paragoni: «Se
quello di Di Canio è un saluto fascista, allora anche il saluto del
Papa può essere interpretato allo stesso modo». La
comprensione per il numero nove non è comune a tutti i tifosi
biancocelesti. Molti non ne possono più delle scenate fasciste di Di
Canio e avrebbero voluto una squalifica più dura anche perché chi era
allo stadio, sabato sera, ha notato come ormai anche le altre tifoserie
di destra inneggino all'attaccante laziale come a un simbolo
trasversale: gli striscioni dei tifosi della Juve in trasferta («Onore
a Di Canio») fanno il paio con quelli esibiti nel campionato
scorso dagli ultras dell'Inter dopo il saluto romano nel derby. Un
risultato politico rilevante e pericoloso che non può sfuggire a chi
voglia guardare la vicenda senza paraocchi. Una punizione più severa
potrebbe comunque arrivare a gennaio quando la Commissione disciplinare
prenderà in esame il lavoro dell'Ufficio indagini sulla partita col
Livorno e sulle farneticanti dichiarazioni rese da Di Canio sulla sua
domenica speciale in terra rossa. Chi ha ribadito di non voler fare
sconti è il colonnelo della Fifa, Sepp Blatter, che dopo aver chiesto
l'allontanamento del giocatore dalla granda famiglia del calcio, ieri ha
rincarato la dose assicurando che «presto ci
saranno misure per intervenire in maniera rapida e più severa» contro
i razzisti della pedata.
Quello che mancava per sentirsi grandi C'era un evidente processo di maturazione in corso:
si leggeva nei movimenti e nella mentalità che il Taranto cominciava a
mostrare, nella svolta che si era autoimposto e che i fatti avevano reso
ormai un bisogno ineludibile. C'è, adesso, una vittoria esterna che in
campionato non si era mai vista, c'è il dato inedito di due successi di
fila. C'è, insomma, quello che si cominciava a vedere una settimana fa,
quei percettibili segnali di cambiamento e quel diverso atteggiamento
che apparivano come una promessa. Ora il Taranto è diventato grande:
non per la classifica, che pure sembra assai seducente (un punto dal
Melfi, nove dal Gallipoli), ma per il suo modo di porsi di fronte al
campionato, per la sua nuova sicurezza. Soprattutto perché sembra aver
capito come ci si muove in questo torneo selvaggio, tra squadre
barricate e gioco negato, tra spirito operaio e spazio solo per menti
pazienti. Vola il Livorno
superstar A Berlino, un noto esponente politico della Pds è
finito sulle pagine di tutti i quotidiani locali per la sua smodata
passione verso una squadra di calcio. Fin qui niente di strano, non
fosse che il politico in questione, già da un paio di domeniche, ha
preso la brutta abitudine di abbandonare o interrompere riunioni per
essere aggiornato sul risultato della sua squadra del cuore. Se poi la
squadra in questione non è l'Hertha né il Bayern, ma il Livorno,
allora la sorpresa è totale. Il Livorno ormai è un fenomeno mondiale
che attira interesse e simpatie in tutto il mondo. Per Lucarelli si è
smossa perfino la tv di stato cinese, di lui si è interessato il
quotidiano cubano Granma e Aleida Guevara, figlia dell'indimenticato
Che, lo ha voluto conoscere personalmente. Per vedere all'opera gli ultrà
delle Bal, poi, arrivano da tutta Europa. Politica o meno, però, di
questi tempi il Livorno fa parlare di sé soprattutto per i risultati
ottenuti sul campo: 31 punti in 16 partite, quinto a due lunghezze dalla
zona-Champions League e 13 punti conquistati nelle ultime 5 gare. Numeri
da grande squadra sebbene il budget della società amaranto (e il
monte-stipendi) sia il più basso della serie A. Poco male quando hai un
presidente come Aldo Spinelli e due dirigenti quali Nelso Ricci ed Elio
Signorelli, competenti di calcio come pochi, gente che mastica pallone
da una vita e che ha le amicizie «giuste». A maggio, la Livorno del
calcio è andata in crisi per il ritiro del suo uomo simbolo, Igor
Protti. Sembrava una perdita irrimediabile e invece Spinelli, grazie ai
suoi buoni uffici con la Juve (vedere il tesseramento-fantasma di Mutu),
strappa il prestito del giovane fenomeno Palladino, sbaragliando la
concorrenza di almeno una decina di squadre. La "Domenica Sportiva" non c'è più Che brutta fine ha fatto la gloriosa Domenica Sportiva, quella che da bambini valeva la pena restare alzati fino a tardi per rivedere i gol e ascoltare le voci dei protagonisti ma anche quelle sempre sferzanti di Stagno, Ciotti, Brera e Beppe Viola. Quella trasmissione, esempio di giornalismo critico, garbato e mai subalterno, non esiste più. L'hanno sostituita con una fiera della chiacchiera che assomiglia sempre più a un Reality show e infatti i conduttori (talvolta anche gli ospiti) sono più o meno gli stessi. Se ne è avuta un'altra deprimente prova l'altra sera, quando la Ds ha steso il tappeto rosso dei propri studi ai piedi dell'amministratore delegato della Juventus, Antonio Giraudo, assolto mercoledì nel processo per doping contro il club bianconero. Ospite gradito e forse non proprio casuale dopo che la Rai, sabato sera, aveva rinunciato a mandare in onda una puntata di Un giorno in pretura tutta dedicata alle vicende giudiziarie della farmacia bianconera. La puntata, intitolata «Zeman è rock», è stata sostituita con un bel documentario per non spezzare la continuità del racconto (era prevista una seconda parte che sarebbe andata in onda a gennaio). Meglio rimandare tutto a dopo la befana dunque e affidare la materia calda del processo di Torino all'allegra brigata della Ds e al suo illustre ospite. Giraudo, che qualche anno fa si arrabbiò moltissimo perché la trasmissione Report (sempre Rai3) aveva mostrato le audizioni omertose e balbettanti dei calciatori juventini, si è calato nelle improbabili vesti del signor Malaussène. Ha spiegato che la Juve è stata usata come capro espiatorio per colpire l'immagine del calcio italiano. Si è chiesto se Zeman non abbia fatto parte di un'associazione che voleva incastrare il club più blasonato d'Italia. Ha attaccato il pm Guariniello, ha messo in dubbio la professionalità dell'ematologo Giuseppe D'Onofrio (sostenendo che la perizia super partes con cui questi aveva fatto condannare in primo grado il medico bianconero Riccardo Agricola per somministrazione di Epo era completamente diversa da perizie presentate sempre da D'Onofrio in altri processi: basta leggere quelle perizie per capire che l'accusa è una bufala), ha promesso reazioni durissime per chi ha infangato il buon nome della vecchia signora. A proposito del quale, giusto qualche settimana fa, Karl-Heinz Rummenigge, ha evocato i metodi «mafiosi» dell'attuale dirigenza bianconera e chissà mai perché. In assenza di una controparte che potesse ribattere, il resto della scena se l'è preso Giorgio Tosatti, grande totem della moderna Ds e vero scudo crociato del giornalismo sportivo italiano. Anche Tosatti ha fatto il tiro al piccione con gli scienziati che hanno maltrattato il pallone. Ha consigliato loro di dedicarsi ai congressi e ha spiegato che un calciatore ha sicuramente bisogno di almeno 280 farmaci diversi perché può sbattere il ginocchio, avere il mal di pancia, persino sentirsi un po' depresso perché il figlio non dorme la notte. Quel processo, ce l'aveva detto lui, non s'aveva da fa'. I conduttori annuivano ammirati, il presidente del Cagliari Cellino chiosava con il solito slogan: «il doping nel calcio non esiste». Applausi e sipario. Ma chi ha inventato e reso celebre la Domenica Sportiva avrà forse spento la tv dalla vergogna. di Matteo Patrono
Marino non è sazio Certi giorni sono tanto inseguiti e, poi, non si ha il
tempo per godere. Così il Taranto, poche ore dopo la vittoria in casa
del Rieti, era già in campo. Perché si gioca di nuovo, si gioca
domani. Arriva il Viterbo. E Raimondo Marino non vuole disperdere in un
attimo il patrimonio accumulato nelle ultime due partite. Due vittorie
consecutive, la prima in trasferta della stagione. Ragioni sufficienti
per un sorriso, ma non per rassicurare Marino: «Il
rischio è un rilassamento: spesso, nel calcio, capita che ad una
vittoria fuori casa fa seguito una sconfitta in casa. E' una questione
mentale, quasi una pausa che la squadra si sente in diritto di
prendersi. Noi non dobbiamo correre questo rischio: prestiamo
attenzione, quindi».
Taranto, cade a Rieti
il tabù esterno La vittoria arriva dopo una partita giocata con il gol
nell'aria, proprio quando non sembrava possibile.
Il Taranto infrange il
tabù Il luogo era esatto: precisamente il centro d'Italia. Qui il Taranto raggiunge la sospirata pienezza del risultato. Qui la squadra di Marino trova la prima vittoria in trasferta. Accade a Rieti e non succede per caso, anche se il successo matura al culmine di una partita caotica. All'ultimo assalto di un confronto bloccato. Al quarto dei quattro minuti di recupero: una punizione maligna (Deleonardis), una respinta difettosa (Groppioni), un tocco furtivo (Di Domenico). Gol: conclusione perfetta. Un modo di finire, che però continua: con altri minuti di discussione animata, di parapiglia verbale, di tumultuosa agitazione. Poi arriva la fine vera e la partita, dilatatasi oltre il minutaggio concesso, smette finalmente di pulsare. Diventa risultato: 0-1. Vince il Taranto e vincendo dà una robusta scrollata alla classifica, accorciando su Melfi (-1) e Gallipoli (-9). Opacità diffusa e fosforescenze decisive: il Taranto a Rieti vive di intermittenze. Quando fa girare ostinatamente il pallone, nel tentativo vano di stanare gli avversari, dà l'impressione di spegnersi. Quando riesce a reperire lo spazio dove visualizzare la manovra, aprendo varchi che un attimo prima non c'erano, dà la sensazione di accendersi. E', in realtà, un'opera di paziente attesa e di laboriosa tessitura. Una condotta prevista dal copione tattico. E massicciamente condizionata dall'atteggiamento del Rieti: né di contenimento, né di aggressione. Ma di sagace presidio: tutti regolarmente dietro la linea della palla quando a fare gioco è il Taranto. Una scelta che tradisce una precisa volontà: non scoprirsi, non spalancare campo, non favorire la controgiocata. L'attività di reciproco controllo (il Taranto gestendo il pallone, il Rieti occupando gli spazi) produce all'inizio un effetto inibente sulla contesa. La partita resta così sospesa in una specie di limbo calcistico, in attesa di uno sviluppo, di uno spunto, di una svolta. Nella speranza, fondata solo per il Taranto, che qualcosa all'improvviso cambi dentro la fissità di quell'ambientazione tattica. E che un drastico mutamento di scena sveli il finale, ribaltando il destino di una partita che stava per consegnarsi al pareggio. L'avvio del Taranto è brioso. Sembra posseduta da un'energia consolante la squadra rossoblù, che parte all'attacco, trovando la giustezza della trama e la rapidità dell'esecuzione. Marino conferma uomini e impianto (4-3-1-2), cercando di collegarsi idealmente alla prestazione precedente. Ma lo smarrimento del Rieti dura poco. E quando finisce, comincia un'altra partita: quella vera, quella che si trascinerà ottusamente sino al termine. Sino al minuto che spaccherà il confronto, dando tutto al Taranto e lasciando niente al Rieti. La squadra di Pirozzi si muove all'interno di un caldo e rassicurante 4-1-4-1. In fase di non possesso, infatti, Montella e Strauss si abbassano, allineandosi ai mediani di centrocampo, mentre Santinelli resta appiccicato alla difesa. Il primo tempo è quasi privo di cronaca. Il Taranto conduce il gioco, ma non comanda la partita. Il Rieti osserva. Non ha fretta. L'occasione più seria capita a Strauss, liberato da un sevizio tagliente di Montella. Lo sloveno dentro l'area elude l'intervento di Micallo e con un pallonetto cerca di sorprendere Gentili (43'). La ripresa è più varia, a tema tattico maggiormente accentuato. Il Taranto capisce di potercela fare. Ma non sa esattamente come e, soprattutto, quando accadrà. C'è ancora da attendere. Il movimento che libera la giocata: Di Domenico sembra trovarlo al 12', ma il suo tiro si spegne addosso a Groppioni. Poi Marino comincia a muovere gli uomini della panchina. Fuori De Liguori, dentro Campanile, che si piazza dietro le punte. Fuori Catania, dentro Deleonardis: mossa che ha lo scopo di far alzare gli immobili difensori laziali e che fa oscillare il modulo (4-3-2-1). Fuori Mancini (esausto), dentro Bevo: mossa che libera Larosa, facendolo diventare attaccante aggiunto. La partita sta andando incontro al finale elettrico. La pressione del Taranto si fa insistente. Di Domenico colpisce al 49', raccogliendo un pallone sfuggito al controllo di Groppioni sulla punizione dal limite di Deleonardis. Sarebbe finita, ma invece continua. Perché Sentinelli passeggia sulla tibia di Campanile. L'arbitro lo espelle, mostrando inspiegabilmente il cartellino rosso anche a Mortari, che non c'entra nulla. C'è concitazione. Mortari resta in campo, dove al triplice fischio irrompono festosi alcuni tifosi rossoblù. di Lorenzo D'Alò
Le pagelle di Lorenzo D'Alò GENTILI 6 Nessun
intervento decisivo, nessuna grossolana esitazione. Trema solo su quel
pallonetto dello sloveno Strauss.
Un successo atteso da 196 giorni Dopo 196 giorni il Taranto torna al successo in trasferta (in questo periodo otto gare fuori casa in campionato con sei pareggi e due sconfitte); l'ultima vittoria esterna dei rossoblù risaliva al 5 giugno scorso: 2-1 a Ragusa nella gara di ritorno dei play-out salvezza (doppietta di Malagnino e rigore di Plasmati). Ancora più «vecchio», di 252 giorni, l'ultimo successo in una gara della regolar season: 29ª giornata, 1-0 a Potenza il 10 aprile 2005 con una rete di testa di Michele Sergi al 92'. Anche contro il Rieti il gol della vittoria è arrivato nei minuti di recupero con Fabio Di Domenico a segno al 93'; per il 29enne attaccante biscegliese è la quarta rete in questa stagione (era già andato a segno in Taranto-Modica 4-1, Taranto-Potenza 2-0 e Pro Vasto-Taranto 2-2). Di Domenico ha già realizzato lo stesso numero di marcature di tutto il torneo scorso (per lui 23 gare con la Vis Pesaro in serie C1). In questo campionato ha invece disputato 11 gare e solo l'ultima l'ha giocata per intero (in 5 occasioni è stato sostituito, mentre 5 volte è subentrato). Sette le gare utili consecutive per il Taranto; dopo la sconfitta a Marcianise, per 2-0 il 23 ottobre scorso, i rossoblù hanno infilato tre pari di fila, 0-0 a Gallipoli, 0-0 in casa contro il Latina, quindi 3-3 a Nocera Inferiore, poi hanno vinto 2-0 in casa contro il Potenza, poi ancora un pari per 2-2 a Vasto, quindi 1-0 allo «Iacovone» contro il Rende, ed infine l'1-0 a Rieti. Per la prima volta in questo campionato sono dunque arrivati due successi consecutivi che mancavano dalle due gare dei play-out contro il Ragusa (due vittorie per 2-1), mentre nella regolar season c'erano state tre vittorie tra la 28ª e la 30ª giornata (26 marzo-17 aprile), rispettivamente 2-0 in casa contro la Rosetana, 1-0 a Potenza e 1-0 allo «Iacovone» contro l'Igea Virtus. Dopo nove giornate torniamo a recuperare punti sul Gallipoli; ora il distacco dai salentini è di 9 lunghezze, mentre il Melfi ha solo un punto in più. Un altro dato confortante è il consolidamento della zona playoff visto il vantaggio di sei punti sulla sesta posizione. Taranto alla seconda vittoria in tre gare giocate a Rieti. Rossoblù sconfitti per 3-1 il 2 marzo 1947 (dopo essere andati in vantaggio per 1-0), quindi il successo per 1-0 il 30 maggio 1948 con la rete di Giuseppe Petagna all'83'. di Franco Valdevies
Occhi gonfi di gioia A fine partita Raimondo Marino festeggia in mezzo al
campo insieme ai suoi giocatori, insieme a tutta la panchina e insieme
ai tifosi che hanno invaso il campo. In un'atmosfera magica, creata ad
hoc dalla rete di Di Domenico. Dieci minuti dopo, dopo l'abbraccio
caloroso con i giocatori, è già in sala stampa
a commentare l'1-0 arrivato a tempo praticamente scaduto:
Taranto sfata il tabù
trasferta Per la prima vittoria fuori casa, il presidente Blasi ha scomodato la divina provvidenza. Secondo il patron del Taranto, infatti, lassù qualcuno ci avrà messo del suo nel far rotolare la palla calciata da Di Domenico al 94' in fondo alla porta del Rieti . Successo esterno rossoblù, dopo più di sei mesi: bisognava pagar dazio al trascendente. Sfatare un tabù, dopo la lunga sequela di delusioni. Capitava prima o poi. Ma bisognava aver fede, appunto. Così, mentre il triplice fischio arbitrale stava per materializzarsi, sbattendo addosso alle stalattiti dello "Scopigno", il patron non esitava a scandire un «Grazie Signore, grazie» per quel gol scucito, appunto, al paradiso del pallone. Un salamelecco interrotto solo dalle baruffe di coda: espulsioni comminate e revocate, pubblico a bordo campo, persino Radi del Rieti che insegue supporter rossoblù in vena di caccia al pallone. Tutto in stridente contrasto col gelo diffuso intorno. Quando si sfora la zona Cesarini, beccando gol inopinati, in una partita che i padroni di casa volevano asservire alla causa del pareggio, l'immaginazione, certo, non va al potere e non aiuta a mettere fiori nei cannoni, anzi. Ma Blasi, che pure ha visto in frantumi il parabrezza dell'auto (colpa di una pietra), non ha perso l'aplomb: «Il Rieti si è difeso alla morte e su questo campo era difficile far gol - ha spiegato il presidente - perciò dico che la partita si è messa in scia al match di domenica scorsa col Rende e conferma i nostri miglioramenti, la voglia di battere la sfortuna, il cambio di mentalità. Non resterà l'unica vittoria - ha aggiunto Blasi - potete scommetterci. Giocando sempre così e con un pubblico bravissimo che ci sostiene, sobbarcandosi tutti quei chilometri, andremo lontano. Del resto, con il mezzo passo falso del Gallipoli e qualche altro risultato a noi utile, torniamo a dire che la classifica del campionato è ancora tutta da scrivere». Mister Marino non ama i calcoli e pensa al turno infrasettimanale di mercoledì. Voglia di immortalare il primo successo esterno, Marino non ne ha. O, almeno, non dimostra di averne. Vuole tenere insieme il suo tradizionale basso profilo, «non ho meriti in questa vittoria, ad essere bravi sono stati la squadra e il presidente, che ci ha detto di metterci il cuore», e l'idea che la baracca tattica, fuori casa, sia stata definitivamente raddrizzata, che il Taranto abbia finalmente cambiato pelle: «Abbiamo giocato con armonia e umiltà, dominando la partita. Loro si chiudevano e a noi è toccato puntare sui cambi. Così ho deciso di metter dentro Deleonardis al posto di un trequartista (Catania, ndr) per ottimizzare le giocate, snidare i difensori avversari, avere consistenza nell'uno contro uno. Prim'ancora ho pensato fosse opportuna un'iniezione di fantasia ed è toccato a Campanile darci dentro al posto di De Liguori. Infine ho ritenuto che la presenza di Bevo dietro, con Larosa spostato in avanti, fornisse maggior spinta alla squadra. Tutto qui». Con semplicità asciutta, Marino spiega ciò che solo qualche giorno fa sembrava indicibile. «Io a quella palla ho creduto. Ho creduto alla traiettoria impressa da Deleonardis, ho creduto alla promessa insincera che la sfera ha fatto al portiere del Rieti. Groppioni non l'ha trattenuta. Bastava buttarla dentro». Di Domenico, sveltamente, liquida con faccia evangelica il tabù appena rotto. È un altro Taranto, per la seconda volta vittorioso senza il suo capitano Deflorio, «ma è una coincidenza», scandiscono in fretta i rossoblù. È un altro Taranto. Ora si vede. di Fulvio Colucci
Il d.g. De Feis «E' la legge» L'ordine è partito dagli uffici comunali. E Franco De
Feis, direttore generale del Comune, spiega cosa è accaduto: «Il
Taranto, negli ultimi periodi, ha ricevuto diverse diffide, ha
partecipato a incontri per risolvere la questione, ma non ha mai inteso
sottoscrivere il contratto. Così i dirigenti comunali hanno dovuto
prendere la decisione. Perché in questi casi la competenza - e anche le
responsabilità - sono dei dirigenti, non dei politici. Noi siamo
costretti a rispettare le leggi». Il Taranto non firma, il
Taranto non gioca. L'equazione, nelle stanze dei bottoni di Palazzo di
Città, è stata semplice: «Sembrava risolto
tutto, sembrava di essere ad un passo dalla firma, ma il Taranto non ha
voluto firmare e continua a non farlo. Per i dirigenti comunali questa
è una situazione che non può continuare: rischiamo procedimenti
penali, rischiamo di essere chiamati dalla Corte dei Conti. Per questo
abbiamo inviato al Taranto diffide nelle quali chiedevamo di firmare la
convenzione, altrimenti saremmo stati costretti a inibire l'utilizzo
dello stadio. A fronte dell'ennesimo, eloquente, silenzio, abbiamo dato
mandato ai Vigili Urbani di impedire l'allenamento».
«Questo è il
regalo del compleanno» Gigi Blasi, tanto per cambiare, è fuori città per
lavoro. Ma sa tutto, ha vissuto l'alternarsi di notizie cattive e buone.
Si è sfogato a stadio chiuso, ha chiarito a stadio aperto. Di certo il
presidente del Taranto non l'ha presa bene. Perché, soprattutto, non se
l'aspettava: «Ero a Bologna: mi hanno chiamato
dicendo che in sede era arrivato un fax e che un minuto dopo erano
andati i vigili urbani a dire al magazziniere Aldo Scardino che non si
poteva più entrare. Nemmeno la famiglia peggiore viene sfratta in
questo malomodo». Poi tutto è rientrato, ma ora siamo alle
battute finali. La convenzione va firmata, altrimenti lo scontro sarà
totale: «Ma per noi - spiega Blasi
-. Non ci sono problemi: siamo pronti a pagare
i quarantamila euro che ci hanno chiesto per la convenzione. Le pulizie
dello stadio? Non competono a noi, certamente. Quindi ci accolliamo
questa spesa. A queste condizioni firmiamo».
I duelli continui e... Castellaneta Il duello tra Comune di Taranto e locale società di
calcio, in questi anni, si è riproposto ciclicamente con maggiore o
minore intensità. La fase più accesa, però, rimanda agli avvenimenti
che caratterizzarono il periodo che andò dall'estate 96 al gennaio del
1998: uno dei momenti più turbolenti della storia calcistica rossoblu.
Taranto sfrattato dallo
Iacovone. Anzi, no Taranto sfrattato dallo stadio Iacovone. Anzi, no. Tutto è accaduto nella giornata di ieri, un venerdì che sembrava condurre serenamente alla trasferta di Rieti, prossimo appuntamento di campionato della squadra di Marino, che ha, però, rischiato di non allenarsi per uno sfratto intimato dal Comune al Taranto e bloccato soltanto grazie al tempestivo intervento del sindaco Rossana Di Bello, abile a prendere ancora tempo in attesa della svolta definitiva. Ma procediamo con ordine. Alle 12.45 due vigili urbani si presentavano allo stadio per notificare ad alcuni dipendenti della società rossoblù un provvedimento di sgombero dei locali dello Iacovone, annunciato con un fax inviato alle 12.50 da Palazzo di Città alla sede della Taranto Sport. Un fulmine a ciel sereno, che lasciava di sasso anche i dirigenti, pronti a comunicare la decisione del Comune al presidente Blasi, da qualche giorno a Bologna per motivi di lavoro. La tensione era palpabile, finché alle 15.15, dopo una lunga e trepidante attesa, un vigile urbano raggiungeva lo stadio, annunciando che per «ordini superiori si poteva riprendere possesso della struttura»: lo stadio, cioè, tornava a disposizione del Taranto. Il primo a parlare della Taranto Sport è stato il direttore generaleVittorio Galigani, scosso per quanto accaduto: «Inutile nascondere che non ci aspettavamo una simile mossa da parte del Comune, ma è opportuno sottolineare che la società ringrazia il sindaco Di Bello che, ancora una volta, ha dimostrato grande sensibilità nei confronti del Taranto. Ora attendiamo fiduciosi l'incontro in programma nei prossimi giorni in Prefettura (lunedì alle 12), sperando che in quella circostanza si possa trovare una soluzione equa, in grado di soddisfare le esigenze di tutti». Fin qui il diggì rossoblù, ma ha parlato, seppur a distanza, anche un irritato presidente Blasi: «Quello che è accaduto ha del clamoroso, anche se ringrazio il sindaco per il suo intervento. Uno sfratto immediato non si notifica neanche al peggior nemico. Noi non vogliamo sfruttare una struttura di proprietà del Comune, visto che ci siamo anche detti pronti a firmare l'accordo sulla base di 40mila euro, ma l'Amministrazione si deve accollare le pulizie, oltre a rendere agibile l'impianto». Il presidente Blasi è un fiume in piena e continua deciso: «il Comune non stava sfrattando solo il Taranto, ma l'intera città e i tifosi, a cui vogliamo regalare la C1». di Enrico Sorace
«La partita con i
farmaci è finita» Ad aprile uscirà il suo libro sul processo per doping e
frode sportiva alla Juventus. Si intitolerà La perizia della vita: 385
pagine edite da Minimum Fax, in cui Giuseppe D'Onofrio ricostruisce per
filo e per segno «una storia così densa che meritava di essere
raccontata». Anche se questa storia, almeno per lui, si è conclusa nel
peggiore dei modi. Nominato come superperito dal giudice di primo grado,
Giuseppe Casalbore, D'Onofrio (con un illustre passato da ematologo e
oncologo) aveva dimostrato l'utilizzo di Epo (o emotrasfusioni) da parte
di alcuni giocatori juventini. Casalbore accettò le sue valutazioni e
condannò il medico sociale bianconero Riccardo Agricola, ma la Corte
d'Appello mercoledì le ha praticamente ignorate, sentenziando che per
l'assunzione di Epo «il reato non sussiste». Come non bastasse su
D'Onofrio ieri si è abbattuta la durissima reazione dei due imputati
assolti: l'amministratore delegato bianconero Antonio Giraudo e lo
stesso Agricola. Lui, tuttavia, non ha perso il suo aplomb. E ha
incassato le bordate dell'entourage bianconero con fin troppa signorilità.
Marino vota la fiducia Raimondo Marino ha già deciso: «Gioca
la squadra di domenica scorsa». Nessun cambiamento, niente
da segnalare. L'amichevole giocata in casa del Francavilla Fontana ha
come unica novità la sicurezza del tecnico. Secco, deciso. Come poche
altre volte. Al punto di annunciare la sua scelta: «Si
dice che squadra che vince non si cambia, non vedo perché giusto io
dovrei cambiare». Fiducia al Taranto che ha battuto il
Rende. A quel Taranto bello e maturo che ha sedotto anche la critica. A
quel Taranto, però, che ha dovuto rinunciare a Deflorio. Vuol dire che
anche stavolta Marino dovrà farne a meno. E, la notizia è questa, non
solo stavolta: «Deflorio rientrerà dopo le
feste, praticamente nel prossimo anno: preferiamo che recuperi con
calma, senza rischiare guai maggiori per troppa fretta».
L'attaccante ha lavorato a Taranto, con lui c'era anche Pastore. Ma
Pastore, a Rende, ci sarà.
Marino non cambia il
Taranto Il Taranto ha battuto a domicilio la forte formazione di casa militante in Eccellenza, ben messa in campo dall'ex Maurizio Raggi, ed ha immagazzinato fiato, morale ed entusiasmo in vista della difficile trasferta di Rieti. Si è trattato di un buon galoppo, abbastanza tirato dal punto di vista agonistico, che ha dato ai due tecnici utili indicazioni. Marino ha utilizzato l'intera rosa a sua disposizione ad eccezione di Pastore (il forte difensore si è allenato in sede, ma sarà sicuramente in campo a Rieti), Deflorio (purtroppo l'attaccante dovrà saltare sia la prossima trasferta che quella interna con il Viterbo) e Mignogna in "castigo" (la sospensione è scaduta ieri per cui oggi riprenderà ad allenarsi con il gruppo). Ieri il giocatore ha avuto un colloquio con la staff dirigenziale tecnico rossoblù: gli è stato proposto il rinnovo del contratto per tre anni (rifiutato) e il trasferimento a Legnano, dove allena l'ex Gianpaolo Spagnulo (prospettiva respinta). Sulle sue piste c'è anche il Pisa di Toma. Il piccolo sfogo televisivo del giocatore si ritorcerà contro di lui, in quanto la società lo costringerà a pagare una multa. Il test è servito anche per dare la possibilità al Taranto di visionare il bravo esterno difensivo Tartaglia (classe '80): il ragazzo è piaciuto per cui non è escluso che a gennaio possa rivestire la maglia rossoblù. Tornando alla partita, il Francavilla ha disputato un primo tempo a grandi ritmi. Al 10' è passato in vantaggio con De Giorgio (Marino gli ha fatto i complimenti) che ha messo in rete da pochi passi una palla respinta da Gentili su precedente tiro dello stesso esterno. I brindisini hanno mancato il raddoppio al 16' con Quarta (bravo Gentili a deviare la sfera in angolo). Verso la fine del primo tempo (durato 30') Di Domenico e Catania hanno avuto due possibilità di pareggiare, ma le hanno fallite. Nella ripresa si è visto di più il Taranto. Il pari è giunto al 12' con Passiatore (pallonetto sull'uscita di Tasselli). Dopo aver colpito due "legni" con Campanile al 18' ed al 24', ed aver sbagliato il raddoppio con lo stesso Passiatore (il portiere di casa gli ha respinto la conclusione), il 2-1 è giunto al 35' con Gambino che ha trasformato un rigore per fallo di mani in area di Gallù A. Soddisfatto Marino: «La squadra è già concentrata sul match di Rieti. Manderò in campo gli stessi uomini di domenica scorsa anche se oggi (ieri, n.d.r.) Catania mi ha fatto un po' arrabbiare. In terra laziale vedrete un Taranto che dovrà stare molto attento innanzitutto a non scoprirsi e, successivamente, a piazzare la botta vincente. Abbiamo diverse frecce al nostro arco». Il programma è mutato. Oggi nuova seduta. La partenza avverrà domani subito dopo la rifinitura. Cinquecento i biglietti a disposizioni dei tifosi rossoblU (in vendita da ieri al costo di 8 euro). di Giuseppe Dimito
Non c'era doping nella
farmacia Juve A rileggere le trecento pagine delle motivazioni della
sentenza di primo grado, è difficile capire quali ragioni abbiano
spinto la Corte d'Appello di Torino ad assolvere la Juventus dal reato
di frode sportiva e somministrazione pericolosa di farmaci. Ieri
pomeriggio, mentre la giuria presieduta da Gustavo Witzel era riunita in
camera di consiglio, alcuni ipotizzavano addirittura un inasprimento
della decisione di Giuseppe Casalbore, con la condanna
dell'amministratore delegato bianconero Antonio Giraudo. Molti
prevedevano una conferma della sentenza di primo grado. Pochi -
probabilmente neppure lo stesso entourage bianconero - immaginavano che
la Corte d'Appello potesse assolvere sia Giraudo sia il medico sociale
Riccardo Agricola. Un liberi tutti che ha scatenato l'entusiasmo dei
dirigenti della Juventus e la reazione piccata di quanti, negli ultimi
anni, si erano dedicati anima e corpo al processo per doping più
importante della storia del calcio italiano. Primo fra tutti Giuseppe
D'Onofrio, superperito nominato dal giudice Casalbore, che aveva desunto
dall'andamento dei valori ematici dei giocatori bianconeri il ricorso
all'Epo o alle trasfusioni di sangue. Un compito improbo e quanto mai
delicato, quello di D'Onofrio, che pure - nonostante l'ostruzionismo
della difesa - era riuscito a venire a capo della questione. «Ma
questa sentenza - ha sottolineato il perito -
dimostra che il pallone è intoccabile. D'ora in poi nessuna indagherà
più su quello che accade nelle infermerie delle società di calcio».
Un'occasione persa, insomma. Perché ieri è stato eretto un muro
invalicabile tra il mondo del calcio e quello della legalità: non solo
in ambito finanziario (dove i bilanci fasulli e le fideiussioni
farlocche sono la normalità: è il doping amministrativo baby), ma
anche in quello sanitario. La sentenza parla chiaro: la legge 401 del
1989 (quella sulla frode sportiva) non è applicabile per l'uso di
farmaci alla Juventus, poiché «il
fatto non è previsto dalla legge come reato». E'
stata così bocciata in pieno l'interpretazione data alla legge da
Casalbore, per il quale i considerevoli quantitativi di farmaci
utilizzati dalla squadra bianconera erano destinati ad alterare le
prestazioni sportive dei calciatori. E la farmacia ambulante denunciata
dallo stesso Casalbore? L'assenza di documentazione medica e
commerciale? Le testimonianze contraddittorie dei giocatori juventini?
L'acquisto "preventivo" e la somministrazione massiccia di
farmaci a soggetti sani? La Corte d'Appello ha cancellato tutto. E di
fatto ha cestinato la perizia di D'Onofrio: per il reato relativo
all'utilizzo di Epo, ha ritenuto che il «il
fatto non sussiste». Foto e testi presenti in tifo-e-amicizia.it sono stati in parte prelevati da Internet e quindi valutati di pubblico dominio. Se i soggetti o gli autori avessero qualcosa in contrario alla pubblicazione possono segnalarlo alla redazione che provvederà prontamente alla rimozione. |
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