
Taranto crede nel blitz
A Nocera con Micallo, Larosa e Deleonardis
Serve un Taranto gagliardo e determinato per riuscire a
ritornare a casa questo pomeriggio (ore 14,30) con un risultato positivo
dal difficile campo di Nocera. I tre punti farebbero indubbiamente
estremamente felici i circa 150-200 tifosi che saranno presenti al «San
Francesco». Ma anche il pari sarebbe un buon risultato perché
conquistato contro una delle formazioni più in forma del momento. I
rossoneri hanno incassato finora una sola sconfitta. L'insuccesso risale
alla 4.a giornata e, precisamente al 18 settembre scorso, a Rieti (1-0,
gol di Santinelli al 47'). Per il resto hanno racimolato nove pareggi
(cinque in casa) ed una vittoria, sempre fra le mura amiche, quindici
giorni fa circa sotto i riflettori di Rai Sat contro i «cugini» del
Marcianise (rocambolesco 3-2). L'effetto-Chiancone sta dando i suoi
frutti nelle ultime quattro-cinque settimane.
La squadra è molto forte dal punta di vista agonistico ed ha trovato in
Mazzeo la punta di riferimento in avanti. Il bomber ha segnato finora 7
reti, ma le ultime quattro le ha realizzate nel tris di gare giocate di
recente. In difesa c'è un ex rossoblù, Gianluca Esposito, che si fa
notare anche nelle aeree avversarie soprattutto sui calci piazzati e sui
calci d'angolo. Il Taranto giocherà nella formazione annunciata:
Gentili in porta; Micallo, Caccavale, Pastore e Martinelli sulla linea
difensiva; Mortari, Larosa, Deleonardis in mezzo; Mancini rifinitore;
Catania e Deflorio (ieri mattina si è allenato regolarmente) in avanti.
All'ultimo momento non è partito Francesco Mignogna perchè afflitto da
un risentimento muscolare. Il modulo sarà quello solito (4-3-2-1), ma
cambieranno diversi interpreti. Marino rispolvera Micallo in difesa.
Affida la corsia sinistra a Martinelli (esterno basso) e Deloenardis
(interno). Al centro della linea mediano a tre gioca, per la prima
volta. l'ex andriese Larosa. Mancini, invece, agirà a ridosso delle
punte. A destra rientra Mortari. di Giuseppe
Dimito13 novembre 2005

Le statistiche di
Franco Valdevies
Otto i precedenti
di campionato del Taranto sul campo della Nocerina; il bilancio è di
tre successi per i campani e uno per gli ionici (quattro i pareggi). Nel
primo confronto del 16 febbraio 1930, nel torneo di Prima Divisione
1929-30, si impongono i padroni di casa per 4-2. Rossoblù in vantaggio
con Martino Castellano al 15', quindi la Nocerina si porta sul 3-1 con
una doppietta di Bertagna e la rete di Brindisi; accorcia le distanze
sempre Castellano, poi il definitivo 4-2 di Accarino. Sulla panchina del
Taranto Antonio Powolny, per la prima volta alla guida dei rossoblù.
Successivamente due 0-0 in serie B; il 19 ottobre 1947 l'allenatore
Pietro Piselli schiera così gli «arsenalotti": De Fazio,
Villicich, Canavesi, Valente, Bernardel, Fanelli, Vincenzo Castellano,
Francesco Petagna, Di Fonte, Michelini, Bellucco. Il 6 maggio 1979 Guido
Mazzetti manda invece in campo questa formazione: Petrovic, Giovannone,
Cimenti, Beatrice, Dradi, Nardello, Galli, Panizza, Gori, Selvaggi (76'
Fanti), Caputi. Un nuovo successo per la Nocerina il 28 febbraio 1982,
in serie C1: 1-0 con un gol all'81' dell'ex rossoblù Giovanni Quadri.
Così il Taranto schierato da Angelo Carrano: Rossi M., Caricola,
Cimenti, Raise, Scoppa, Picano, Colucci (87' Cassano), Gori, Barbuti
(82' Rossi R.), Scungio, Rondon. La stagione successiva, il 16 gennaio
1983 e sempre in C1, la terza ed ultima vittoria dei campani: 2-0 il
punteggio con i gol di Zottoli al 13' e Raffaele al 78'. Così l'undici
rossoblù utilizzato da Lauro Toneatto: Rossi, Pighin, Castagnini,
Falcetta, Scoppa, Bacci, Novellino, Barlassina (42' Picano), Chimenti,
Sgarbossa, Biagini (74' Colucci). Ancora uno 0-0 il 6 febbraio 1994 nel
Campionato Nazionale Dilettanti. Questa la formazione tarantina (in
panchina siede Degli Schiavi al posto dello squalificato Selvaggi):
Vergallo, Leoni, Pace, Latartara, Longo, Mancone, Oristanio, De
Gregorio, Aruta, Carrozzo, Albarelli (80' Candita, 88' Simonetti).
L'unica vittoria del Taranto il 9 dicembre 2001 in serie C1: 2-0 con le
reti al 13' di Cazzarò e all'84' di Riganò. Questo l'undici rossoblù
agli ordini di Giovanni Simonelli: Di Bitonto, Galeoto, Pisano,
Giugliano, Siroti, Bennardo, Cazzarò, Andrisani (84' Marziano), Riganò,
Triuzzi, Cariello (80' De Liguori). Nel torneo scorso di serie C2 il
quarto pari tra le due squadre: 1-1 il 13 febbraio 2005, con Rosamilia a
segno al 35' e pareggio rossoblù con un colpo di testa di Maddé al
53'. È questa la prima gara per il tecnico Florimbj (subentrato al duo
Toma-Nemo) che schiera così il Taranto: Leopizzi, Garzja, Arabia, Mela,
Paglialunga, Malagnino, Filippi, Maddé, Mignogna (70' Palumbo), Pupita(
64' Selvaggio), Sergi.13 novembre 2005

Marino si affida ai
ritorni
Domani, contro la Nocerina, rientrano in campo
Larosa e Micallo (fermi da tre turni) e Deleonardis (inutilizzato da due
settimane): il
tecnico confida nel loro entusiasmo
Alla fine Raimondo Marino ha scelto di cambiare senza
cambiare. Di lasciar muovere, cioè, il Taranto sulle stesse linee di
sempre, di giocare con lo stesso impianto. Nessuna deroga al 4-3-1-2:
uomini diversi, però. Diversi per caratteristiche, probabilmente anche
autentica mediazione tra esigenze differenti. Turnover un po' tecnico e
un po' forzato: di certo c'è che nemmeno stavolta il Taranto sarà
uguale alle ultime versioni. Quattro partite, quattro formazioni
diverse: infortuni e squalifiche hanno condizionato l'allenatore, che a
volte ha invece scelto di cambiare per necessità tecnica.
In casa della Nocerina, domani, ci sarà un Taranto disposto come sempre
eppure profondamente diverso. Tre uomini su tutti, tre rientri: Larosa e
Micallo non giocano da tre partite (il primo per squalifica, il secondo
per infortunio), Deleonardis è inutilizzato da due partite. Marino si
affida alla loro voglia, al loro entusiasmo. Spera che abbia effetti
benefici sul gruppo, che coinvolga la squadra.
A parole il risultato c'è già. Perché Francesco Larosa, ad esempio, a
stento si contiene, parlando del suo possibile ritorno in formazione dal
primo minuto: «Sembra così, in effetti. Ma
non lo darei per scontato. Spero di aver posto in squadra, sto provando
determinate cose che posso far presagire ad un mio impiego sin
dall'inizio, ma non correrei. Preferisco aspettare». Tre
giornate di squalifica, tre partite lontano dal campo per punizione:
pochi minuti in campo con il Modica, l'ingenuità costata caro. E,
adesso, l'odore dell'erbetta: «Stare fermi è
dura, davvero. Adesso ho voglia di giocare, di farmi notare. Prima
l'infortunio, poi la squalifica: non ho mai avuto la reale possibilità
di prendermi lo spazio. Ora è il mio turno, è l'ora di dare la mia
mano».
Larosa avrà, domani, un compito delicato: giocherà al posto di Bevo,
nel ruolo fondamentale per i meccanismi del Taranto. Bruno non è
riuscito a rimpiazzare il mediano titolare. A frenare l'avanzata altrui
e rilanciare con rapidità: Larosa dovrà girare da playmaker, davanti
alla difesa, un passo più dietro dei centrocampisti. Un ruolo nuovo: «A
dir la verità in questa posizione ho giocato altre volte. Non è un
problema: Marino conosce le mie caratteristiche, sa quello che posso
dare e saprà anche la mia utilità in una posizione così delicata. E'
una novità, ma forse lo è più per voi: quando si prova in settimana
spesso mi trovo schierato come centrale di centrocampo: sapevo che era
un'alternativa reale». Rientra, in una partita così
importante. Che il Taranto deve vincere, per scollarsi le polemiche di
dosso: «Diventano tutte importanti, ad un
certo punto della stagione. Soprattutto questa, che è fuori casa, può
servirci a fare il salto di qualità: ci mancano i tre punti in
trasferta, ancora». Rientra, soprattutto, promettendosi di
non cadere più nelle trappole della tensione: l'ultima espulsione gli
è costata tre turni in tribuna: «Ho avuto
modo di pensarci: ho fatto ammenda, so che non devo più commettere
certe ingenuità. Non ripeterò più certi gesti, anche se la decisione,
continuo a dirlo, è stata affrettata. Ma non ne parliamo più».
Torna anche Antonio Deleonardis, a Nocera. Torna a sinistra del
centrocampo, al posto di De Liguori. Torna dopo due settimane
di pausa tecnica: Marino lo aveva schierato trequartista a Marcianise,
lo aveva tenuto in tribuna a Gallipoli e in panchina domenica scorsa.
Adesso lo lancia in campo: «Ma non è il mio
impiego - spiega Deleonardis - la
cosa importante. E' chiaro che un calciatore è contento se gioca e non
può esserlo se non gioca. Ma è la squadra che conta, il resto fa parte
del gioco». Il ragazzo barese, però, sa che trovarsi
titolare ha determinate responsabilità: «Lo
so e, come sempre, cerco di farmi trovare pronto. Il mio compito non è
decidere quando devo giocare: è impegnarmi al massimo, quando vengo
chiamato». Torna nella sua posizione, dopo una parentesi
alle spalle delle punte: «Ma anche giocare da
trequartista mi piace molto: ora torno dove ho iniziato la stagione, ma
non esiste un ruolo preferito. E, in fondo, va bene ogni posto quando si
tratta di giocare».
La partita di Nocera ha un risvolto doppio: serve per uscire dal quel
tunnel buio in cui i rossoblu si sono cacciati. Tre partite, due punti,
zero gol fatti. La bufera rischia anche di travolgere Marino, tecnico
non in discussione fino ad adesso ma che potrebbe comunque finire
schiacciato dalle prassi calcistiche: «E' una
partita importante - continua Deleonardis - perché
dobbiamo tornare lassù: abbiamo perso molto terreno, anche se non è
tutta colpa nostra. Non è, però, questo il momento per parlare di
torti arbitrali: ora dobbiamo pensare a Nocerina e riprenderci le zone
alte. Noi faremo il possibile per non complicare la nostra situazione e
quella di Marino: l'allenatore sta mettendo il massimo, ora tocca a noi.
Così possiamo andare avanti senza problemi».
L'altro rientro è quello di Giovanni Micallo, di nuovo impiegato nel
ruolo di terzino dopo tre settimane
alle prese con problemi fisici. Sarà un ritorno che non toglierà il
posto a Martinelli (due volte su tre sostituto a destra), perché l'ex
difensore del Manfredonia emigrerà a sinistra per rimpiazzare Manni,
sicuro assente. L'altro volto che si riaffaccia al campo è Mortari, che
ha scontato il turno di squalifica e ha anche recuperato dai propri
acciacchi: il suo posizionamento a destra del centrocampo porterà
Mancini nel ruolo di trequartista, dove domenica scorsa c'era Campanile.
di Fulvio Paglialunga12
novembre 2005

«Taranto, fidati di
me»
Larosa a Nocera titolare per la prima volta
Il match di Nocera è ormai vicino. Manni, Bevo e De
Liguori sono out. Ieri hanno lavorato a parte. Per la verità anche
Deflorio ha svolto un lavoro differenziato per un principio di
raffreddamento, ma domani sarà regolarmente in campo. La formazione
dovrebbe essere, quindi, quella provata ieri l'altro a Palagianello:
Gentili in porta; Micallo, Caccavale, Pastore, Martinelli; Mortari,
Larosa, Deleonardis; Mancini, Catania, Deflorio. Il modulo sarà
invariato: 4-3-2-1. Il rientro di Micallo dovrebbe dare più saldezza
alla fase difensiva. Il rombo di centrocampo avrà il duplice compito di
fare argine nella zona mediana, ma anche di proporre improvvise e veloci
incursioni per tentare di piazzare la botta vincente. Catania e Deflorio
dovranno incrociarsi per aprire varchi nella difesa partenopea.
Francesco Larosa, 23 anni, un metro e 92 d'altezza, andriese di nascita,
farà domani... un doppio esordio in maglia rossoblù: giocherà per la
prima volta dall'inizio della partita e davanti alla difesa. Finora,
infatti, è stato impiegato in due spezzoni (con il Melfi ed a Lamezia),
più i famosi 8 minuti con il Modica: in tutto, 81 minuti. Confessa: «Premesso
che sono capace di esprimermi anche da laterale di centrocampo, il ruolo
di "guardiano" della difesa mi si addice maggiormente. Due
anni fa Papagni, che utilizzava il 4-3-2-1 come mister Marino, mi
piazzava sempre in quella posizione. Solo nella scorsa stagione, con
Rumignani, giocavo in altre posizioni perché la squadra utilizzava il
4-5-1. Spero di far bene. Ci tengo parecchio». A Nocera ci
sarà da fare tanta interdizione. «Per la
verità in Campania punteremo a riprenderci i punti persi in casa con il
Latina per cui ci difenderemo poco. Io sono convinto, invece, che ci sarà
da correre tantissimo, da "rubare" il maggior numero di
palloni, da lottare con grande agonismo dal primo all'ultimo minuto, da
stare attentissimi nel piazzare la botta vincente al momento opportuno.
Il tutto in un ambientino non propriamente delicato e soprattutto contro
una formazione che fa della giovinezza la sua forza, ma che annovera fra
le sue fila alcuni elementi d'esperienza e di valore». Il
Taranto non segna da tre settimane.
Fuori casa addirittura dalla prima di campionato a Roma contro la Cisco.
«La legge dei grandi numeri dice che è giunta l'ora di ritornare a
segnare. Noi centrocampisti ed i difensori siamo pronti a dare una mano
all'attacco. Sulle palle inattive tutti i «lunghi» della squadra
tenteranno di dare il loro contributo». Quanto vale la formazione
jonica? «Per me tanto. Finora si è espressa sì
e no al sessanta per cento delle sue possibilità. Sfortuna ed errori
arbitrali ci hanno indubbiamente penalizzato. Ma non è il momento di
stilare bilanci». Stamane rifinitura e partenza. Da ieri
sera sono in vendita 500 biglietti al prezzo di 8 euro per assistere a
Nocerina-Taranto al bar Cubana, alla tabaccheria Policicchio ed al bar
Essential. di Giuseppe Dimito12
novembre 2005

«Non si cambia
modulo»
Raimondo Marino, tecnico del Taranto, difende il
suo schema di gioco che, quindi, verrà riproposto anche a Nocera. «Ci
manca solo un po' di tranquillità»
Sembra che la sua coscienza gli imponga il detto “Non
ti curar di loro, ma guarda e passa”. Raimondo Marino ha delle
idee e intende portarle avanti e rispettarle. Lo 0-0 di Taranto-Latina
ha generato delle critiche che non ritiene di condividere. Anzi, le
rigetta con forza, soprattutto se esse sono state mosse dal cattivo
funzionamento dello schema di gioco preferito.
Le sfumature praticate nella gara di Gallipoli hanno rappresentato
l'eccezione. Nella gara esterna contro la Nocerina, si torna o, forse
sarebbe meglio dire, si prosegue con il 4-3-1-2, con tanto di
“rombo” a centrocampo.
L'improvvisata conferenza stampa
organizzata al termine dell'allenamento svolto a Palagianello si segnala
per alcune dichiarazioni nette.
«Quello che voglio precisare è che se il
Taranto non sta ottenendo delle vittorie, non è per colpa del modulo di
gioco. Se arriviamo davanti alla porta avversaria per quattro o cinque
volte, vuole dire che lo schema di gioco funziona. Poi, semmai,
subentrano altri fattori. Non è vero che maciniamo gioco ma ci fermiamo
ai sedici metri. In area ci entriamo Non siamo precisi in fase di
realizzazione. Senza tirare fuori gli episodi, altrimenti si dice che
voglio trovare delle scuse».
Le questioni tecniche sembrano essere relative. Per spiegare una certa
anemia offensiva, Marino tira fuori altre ragioni.
«Alla squadra manca la tranquillità
necessaria che deriva dal fatto che i risultati non arrivano con
continuità. Contesto anche l'analisi che si è fatta dopo la gara
casalinga contro il Latina. Per tutto il primo tempo e per una
quindicina di minuti della ripresa, c'è stata solo una squadra in
campo. Il Taranto meritava di vincere, su questo non si può dissentire.
Se poi si vogliono estrapolare gli ultimi venti minuti per architettare
delle critiche francamente esagerate, fate pure. Credo, però, che non
sia giusto colpevolizzare eccessivamente un modo di giocare».
Sarebbe meglio, però, guardare avanti. Il capitolo Latina si è chiuso
da qualche giorno; ora c'è da concentrarsi sulla Nocerina, squadra che
possiede un curioso ruolino fatto di una vittoria, una sconfitta e ben
nove pareggi. La trasferta campana potrebbe essere affrontata con una
novità sostaziale. Sempre più probabile il lancio di Larosa a
centrocampo al posto di Bevo. Marino, nell'analisi complessiva del test
di ieri pomeriggio, non si vuole sbottonare.
«Le indicazioni della gara contro il
Palagianello sono state utili. Ho visto la squadra adottare certi
movimenti e mi posso ritenere soddisfatto. Larosa? E' una possibilità,
ma potrei fare utilizzare delle soluzioni alternative. Sicuramente non
potrò impiegare Manni, Bevo e De Liguori che sono definitivamente fuori
uso». Defezioni che impongono all'allenatore messinese
un'amara riflessione. «Purtroppo ci sono
ciclicamente questi infortunati. Peccato, perchè non riesco a schierare
la medesima formazione per due settimane
di fila. La Nocerina? E' una buona squadra, allenata da un tecnico molto
esperto. Certamente ci proporrà le solite insidie di una trasferta.
Starai controbattere colpo su colpo e non mollare». di
Luigi Carrieri11 novembre
2005

«Il Collegio
Arbitrale non si è mai pronunciato su Passiatore»
Sulla querelle legata all'attaccante tarantino c'è da
segnalare l'intervento di Lele Di Ponzio, legale difensore del sodalizio
di Via Umbria, che chiarisce: «Il Collegio
Arbitrale non si è mai pronunciato sullo stato fisico di Passiatore,
non ha mai accertato l’idoneità o tantomeno l’inidoneità. Mi
sembra strano che l’avvocato Antonio Marrone (legale e
procuratore di Passiatore, ndr) possa sostenere
una simile tesi».
Le parti, intanto, si incontreranno nuovamente a Firenze il prossimo 25
novembre per discutere il ricorso dell’attaccante riguardo alla
mancata convocazione per il ritiro estivo di Penne. Nel penultimo
incontro, risalente al 3 settembre scorso, il calciatore aveva ottenuto
la possibilità di allenarsi agli ordini di Raimondo Marino. Il giorno
dopo, sabato 4 settembre, presentatosi allo stadio, fu invitato senza
motivo a fare marcia indietro dal responsabile dell’Area Tecnica, Luca
Evangelisti. Dal 6 settembre Passiatore si allena con la squadra
prendendo parte anche alle amichevoli del giovedì. 10
novembre 2005

Lo stadio
"Iacovone" al degrado
In attesa della convenzione, lo “Iacovone” affonda
nel degrado. E le immagini che pubblichiamo, oltre a mostrare un
panorama tristemente familiare per i tifosi che affollano le tribune
dello stadio per sostenere la squadra rossoblu, sono una testimonianza
eloquente di a che punto sia arrivata la situazione di incuria che
caratterizza quello che resta il più importante impianto sportivo della
città oltre ad essere uno dei beni di proprietà del Comune. Mentre lo
scontro Taranto Sport - Amministrazione comunale in merito alla
“famigerata” convenzione che dovrebbe regolare i rapporti tra società
sportiva ed amministrazione resta in una fase di stallo, dall’Ente
proprietario dell’ex Salinella nulla si muove perchè venga messa in
atto una vera e propria opera di bonifica che appare decisamente
necessaria. Prima, obbligata tappa del tour nello stadio è quella ai
bagni. Sono due le alternative: o sono letteralmente sigillati, con
tanto di grate e di sbarre, e vengono “riciclati” come immondezai e
portarifiuti, o - quei pochi disponibili - appaiono ridotti in
condizioni igienico-sanitarie tali da rendere una vera e propria sfida
provare anche solo ad avvicinarsi ai WC. Ma sono le tribune - che
dovrebbero essere i “gioielli” dello stadio - a lasciare davvero
sconcertati. In questo caso si può davvero parlare di “pericolo
aviario”, ma il nemico non è proprio l’influenza dei polli. Lo
Iacovone, infatti, oltre a teatro delle gesta dei giocatori in maglia
rossoblu, sembra infatti svolgere anche la funzione di voliera comunale.
Qui i piccioni (temutissimi ovunque sino all’eccesso da quando il
virus H5R1 riempie le pagine delle cronache) possono infatti volare
liberi ed indisturbati, e magari dare libero sfogo a tutti i loro
istinti nella più assoluta tranquillità. E le conseguenze si vedono
eccome, con alcuni seggoolini assolutamente impraticabili, e che
probabilmente da anni non vengono ripuliti. Non è una esagerazione
parlare, anche in questo caso, di concreto pericolo igienico-sanitario.
Ma, se molti seggiolini - ad un passo da quel settore vip che la
domenica diventa regno delle telecamere - sono ridotti a servizi
igienici per uccelli, altri giacciono divelti, abbandonati sui gradoni,
tra qualche lattina ed un pò di spazzatura. Alcuni sono stati
letteralmente sradicati e lasciti lì. Dell’accostamento cromatico
rosso/blu è rimasto davvero poco, tra voragini e seggiolini appoggiati
in equilibrio quanto meno precario. Così come poco è rimasto della
dignità di uno stadio glorioso, ridotto oggi a fiera del degrado. di
Giovanni Di Meo09 novembre
2005
Tutta la grazia del
pallone in uno scatto
Lo sguardo del calcio Cartier-Bresson, Abbas,
Koudelka. Al Goethe Institut di Roma una mostra sull'universalità del
football negli imprevedibili clic dei fotografi Magnum
Qualche volta i desideri diventano realtà, come quando
trovi all'estero un libro che raccoglie le foto sul calcio della mitica
agenzia Magnum (Magnum Football, Phaidon Press 2002) e speri che prima o
poi ne venga tratta una mostra. Tre anni dopo, ora la mostra c'è e sta
facendo il giro d'Italia col titolo «Il
calcio, una lingua universale»: fino al 25 novembre è a
Roma, al Goethe Institut, che l'ha organizzata in collaborazione con
Magnum Photo Paris in vista dei campionati del mondo del 2006; poi sarà
in tutte le altre grandi città italiane ma anche nelle piccole (Como,
Olbia, Pordenone, Avellino, Guastalla) e attraverserà ben 80 paesi da
qui a giugno come contributo dell'Istituto tedesco al programma di arte
e cultura dei Mondiali dell'estate prossima. L'ingresso è gratuito. La
mostra rende comune a tutti il privilegio di godere di quelle stesse
fotografie, di quelle stesse impressioni, di quegli stessi movimenti, di
quegli stessi sguardi, insomma di quelle stesse epifanie che davvero
parlano da sé. Sono le foto che i fotografi della Magnum hanno scattato
in più di cinquant'anni sul tema del calcio (l'agenzia ne ha scovate più
di 4mila nel proprio archivio) e già questa circostanza è eccezionale,
perché dei fotografi della Magnum siamo abituati a conoscere altro: le
immagini di guerra, di viaggio, dei grandi eventi della storia. Ma anche
il calcio è un tema della realtà; anche il calcio può essere - per
sottrazione, o per negazione - cifra della guerra o sintesi di un
viaggio; anche l'immagine di una partita di pallone può fissare
l'essenza di un luogo, o di un popolo. Dunque, anche il calcio è un
grande evento e queste foto hanno quel sovrappiù di eccezionale che
consiste nel dirci molto dell'anima delle persone che ne sono ritratte e
delle terre del mondo alle quali queste persone appartengono. E perché
tutte le fotografie sono di una bellezza che soltanto una parola può
esprimere, oltre l'ineffabilità: grazia.
«La fotografia è geometria, è la rivelazione
di angoli e forme nascoste», scrive infatti Simon Kuper
nell'introduzione del libro (che nel frattempo è stato pubblicato anche
da noi); e «attraverso il calcio, centinaia di
milioni di persone sembrano in grado di raggiungere la grazia».
La grazia di queste fotografie è nell'esultanza di un bambino, nella
solitudine di un uomo in tunica nera (nella foto di Abbas, in Egitto,
nel 1993), nel palleggio di una donna sotto lo sguardo di alcune
compagne (in una foto ancora di Abbas, a Teheran, nel 1998), nella
torsione di un portiere o nello stop di petto di un carcerato (in una
foto di Alex Majoli, in Brasile, nel 1997), nell'incedere di un giovane
con la palla davanti a un carro armato (nella foto di Philip Jones
Griffiths, a Grenada nel 1983, subito dopo l'invasione americana); in
una partitella in piazzetta nella Roma del 1959 (lo scatto è di Henry
Cartier-Bresson); è ovunque sia disposta a rivelarsi con naturalezza,
cioè con inconsapevole e dolce spontaneità.
La grazia è multiforme, ed è dappertutto. «Lo
sguardo di tutte le persone in queste fotografie è come rapito»
- scrive ancora Simon Kuper - nel senso che «i
giocatori guardano soltanto il pallone, sono persi nel calcio, e non si
accorgono di nient'altro»: questi bambini, queste bambine,
questi uomini e queste donne non vedono il deserto o la miseria che
stanno dietro di loro, non sono disturbati dal fumo delle ciminiere che
li avvolge; quasi non s'accorgono del carro armato sul quale sono
appostati i soldati, giocano davanti alle proprie celle ma potrebbero
essere in uno stadio; com'è naturale, non impediscono loro di giocare né
la pioggia, né la polvere, né il fango, né i sassi. La grazia del
calcio - come la scopriamo in queste fotografie - è nella propria
esclusività rispetto a qualsiasi altra cosa: alla guerra, alla
distruzione, al tempo.
Semplicemente, il calcio è un bellissimo gioco e davanti al
calcio siamo tutti uguali, perché il gioco è un'arte che insegna la
libertà. Anche per questo siamo felici che le foto di David Seymour,
Herbert List, Josef Koudelka e degli altri fotografi della Magnum (che
subito dopo la fondazione, avvenuta nel 1947 al Museo d'Arte Moderna di
New York, intitolò il primo progetto comune «People
are people the world over», le persone sono uguali
dappertutto) siano ora anche una mostra, perché la grazia e la libertà
sono un bene che vale la pena di coltivare anche per piccolissimi
contributi. di Niccolò Nisivoccia09
novembre 2005

«Qualche giocatore
non è da "Iacovone"»
«Se dovessimo perdere a Nocera, non manderò
via il tecnico ma qualche calciatore. A gennaio, chi non avrà convinto
verrà tagliato»
«A Nocera non ci sarò».
Ecco Gigi Blasi, finalmente. A tre giorni abbondanti dal pareggio
interno con il Latina, il numero uno del sodalizio di via Umbria dà
l'impressione di non aver smaltito la delusione per il pari interno con
il Latina. Soprattutto per come la squadra si è espressa nella ripresa.
Tornare a parlare può fargli bene, ma la decisione di non seguire il
Taranto nella trasferta campana (non era mai successo prima, nemmeno
nella passata stagione quando le cose andavano decisamente peggio)
lascia più di qualche dubbio sul suo rapporto con la squadra: «Con
la squadra sono molto arrabbiato - replica secco il
presidente -, ma non è certo per colpa dei
giocatori se domenica non potrò rispondere presente al "San
Francesco". E' a calendario una fiera molto importante in quel di
Bologna, non posso proprio mancare».
E' addirittura più importante del Taranto?
«Il Taranto non esisterebbe se non curassi le
mie aziende. Domenica non ci sarò, ma non è una ripicca. Ci tengo a
sottolienarlo».
Allora, presidente, come ci si sente fuori dai play-off?
«Guardi, i conti si fanno alla fine e il
campionato è ancora troppo lungo per emettere sentenze definitive. Oggi
siamo fuori dalla zona play-off, è vero, ma sono convinto che a maggio
uno di quei quattro posti sarà nostro, e non voglio spingermi oltre...».
Vuol dire che crede ancora nel primo posto?
«Personalmente, mi arrenderò solo
all'aritmetica, ma fino ad allora il Gallipoli non potrà sentirsi in
una botte di ferro. E mi auguro che anche la squadra la pensi come me...».
Si fida ancora dei suoi giocatori?
«Non è una questione di fiducia, vorrei solo
che fossero più combattivi. A volte, ho l'impressione che questa
squadra non sappia soffrire, come se si arrendesse alla prima difficoltà.
Questa almeno è la sensazione che ho provato al termine della sfida con
il Latina. A un primo tempo di tutto rispetto, ha fatto seguito una
ripresa da pensionati».
Possiamo dire, quindi, che questo Taranto sia un tantino sopravvalutato?
«Bè, no, la nostra squadra è formata da
elementi di spessore, solo che a volte non se ne rendono conto oppure
perdono tempo a specchiarsi nel loro stesso valore. Presunzione o scarsa
convinzione nei propri mezzi? Io sincermanete non ci capisco più nulla.
In undici giornate di campionato, solo a Gallipoli ho visto una squadra
gagliarda, pronta a lottare su ogni pallone. Ma quella prestazione è
figlia della sfuriata post Marcianise e sinceramente sono stanco di
arrabbiarmi, vorrei vivere un pò più tranquillo».
E intanto la tifoseria contesta Raimondo Marino: è davvero lui il
colpevole?
«Se Marino sta sbagliando, allora vuol dire
che io non ho mai capito nulla di calcio. Non sono un tecnico, certo, ma
di uomini me ne intendo: Marino è una persona eccezionale, preparata,
perciò andremo avanti con lui costi quel che che costi».
E se a Nocera dovesse arrivare un'altra sconfitta?
«Allora sarò costretto a esonerare qualche
calciatore. Passerò ai fatti. Ricordate Garzja, Leopizzi, Paco Soares?
Non mi farò problemi nel tenere a casa gente profumatamente pagata.
Adesso basta, sono stufo delle parole: se, come dicono in tanti, siamo
davvero da C1, e io credo di sì, dimostriamolo sul campo».
Lo dicono in tanti, ma questo Taranto, secondo lei, è da C1?
«Sì, ma, ripeto, dipende tutto dai
calciatori. Alcuni hanno dimostrato di essere uomini, altri sono ancora
alla ricerca di se stessi e forse non sono adatti per uno stadio come lo
"Iacovone". Al mercato di gennaio mancano ancora una
cinquantina di giorni, il tempo giusto per giocarsi una riconferma».
Ci sembra di capire che alla riapertura del mercato ci sarà una sorta
di repulisti.
«Voglio la C1, questo deve essere chiaro, e
chi non ha voglia di lottare deve trovarsi un'altra sistemazione. Se sarà
necessario cambiaremo anche 10-15 elementi, l'importante è raggiungere
lo scopo. Mi dispiace, ma è la vita: chi non produce deve essere
tagliato. Almeno, questo è il mio modo di ragionare, sarà sbagliato ma
sono fatto così».
Qualche giorno fa confessò, candidamente, che la sterilità del reparto
avanzato rappresentava un serio problema: perchè non si tenta di
sfruttare Passiatore?
«Ne approfitto per lanciare un messaggio al
calciatore stesso: scelga lui un posto dove effettuare la risonanza
magnetica, purchè sia lontano da Taranto. Sarò io stesso ad accollarmi
tutte le spese e se l'esito sarà negativo chiederò a Marino di
schierarlo al centro dell'attacco contro la Nocerina. Io so quanto vale
Passiatore, ma prima di farlo scendere in campo pretendo, a mie spese
sottolineo il concetto, che si sottoponga alla risonanza che valuti lo
stato del suo ginocchio. E visto che ci siamo, dico a Passiatore, e al
suo avvocato naturalemente, di non preoccuparsi perchè il contratto è
garantito, riceveranno tutti i soldi, fino all'ultimo centesimo».
Presidente, è proprio sicuro di non voler fare una scappata al
"San Francesco"?
«Niente da fare, domenica non ci sarò...».
di Dante Sebastio09
novembre 2005

Che frenata
Nessun gol segnato nelle ultime tre partite: solo
il Vittoria (ultimo) ha questo ruolino. I rossoblu hanno anche il
“record” degli 0-0: ben quattro
Quando poi l'analisi scivola nei numeri non ci sono
molte possibilità di replica. Perché i numeri, freddi e anche scomodi
da maneggiare, non sono una questione soggettiva, non sono un punto di
vista. E, spesso, rendono l'idea più di mille parole, ufficializzano le
sofferenze o i momenti di gloria. Il Taranto, adesso, è in sofferenza:
schiacciato dalle cifre di tre giornate passate ad inseguire l'ombra di
se stesso. E' l'attacco a frenare: non un reparto, ma una manovra, non
un giocatore né gli attaccanti, ma la capacità offensiva. Vizio che
debilita: la squadra, adesso, è fuori dalla zona playoff. E nei numeri
ci sono gran parte delle ragioni
Tre partite senza gol: una frenata lunga che ha fatto lentamente
scivolare la banda di Marino. Guardando nelle cifre delle altre lo
squilibrio è evidente: male come il Taranto è andato solo il Vittoria,
che però è ultimo in classifica. Sconfitta a Marcianise, pareggio
bianco a Gallipoli e con il Latina: la contabilità genera il passo
indietro e legittima i mugugni. Il conto delle altre grandi del torneo
è impietoso: Rende (8 gol), Marcianise (4), Giugliano (5), Melfi (4) e
Gallipoli (4), sono le squadre che stanno sopra ai rossoblu in
classifica e che mettono, oltre ai punti, anche diversi gol a segnare la
distanza. Non è stato un periodo agevole, va detto: Marino, in tre
partite, ha cambiato tre volte formazione (facendo ruotare diciotto
uomini diversi) e due volte modulo: un po' per scelta, ma molto anche
per assenze forzate.
Quello dei gol che mancano nelle ultime tre partite non è il solo
numero che gira contro il Taranto: lo 0-0 di domenica è il quarto in
undici partite. Tanti, considerando l'obiettivo: infatti oltre a Rieti e
Latina nessuno ha uno score del genere, nessuno ha messo insieme più
pareggi bianchi. E' un dato doppio: controbilancia un attacco che troppo
spesso si inceppa ad una difesa che concede poco. Ma, comunque, non
produce più di un punto (i pareggi, in totale, sono cinque) e lascia
ancorati al sesto posto. Il dato complessivo, infatti, dice molto: solo
Gallipoli (3 gol) e Pro Vasto (5) hanno subito meno del Taranto (6), ma
ben nove squadre (Gallipoli, Melfi, Giugliano, Marcianise, Rende,
Modica, Nocerina, Potenza, Viterbo) hanno fatto più gol rispetto a
quelli segnati dal Taranto (10, come Cisco Roma e Rieti).
Uno 0-0 è una partita in cui non si segna. Ma ce ne sono anche altre,
che non producono nulla e fermano il cammino: i quattro pareggi senza
gol e le due sconfitte fanno sei partite finite dal Taranto senza
presenze nel tabellino dei marcatori. C'è chi sta peggio, in questa
classifica (8 l'Igea, 7 Latina e Vittoria), ma anche qui sono squadre di
bassa classifica, con altre ambizioni e altri organici. I rossoblu,
invece, devono stare (per obiettivo dichiarato) nelle prime cinque. E da
domenica scorsa non ci sono: mancano i gol, manca lo scatto. «Ma
noi in porta ci arriviamo»: sostiene Marino. Questione di
uomini, allora? O, parole a parte, questione di manovra? Non sono i
numeri a dare la risposta. Ma certificano la sofferenza.09
novembre 2005

C'è un inganno:
capiamo quale
Non si è ancora capito se è un inganno il Taranto
che si fa bello e gioca un calcio godibile o se è un incidente la
squadra che sistematicamente blocca la teorica evoluzione. O, pare più
probabile, siamo di fronte a due mezze verità. Ad un cammino da
“perdoni”, al passo indietro dopo un apparente passo avanti. Non
esiste, perciò, un'analisi completa. Esistono, piuttosto tre aspetti
che arrestano lo sviluppo, che cancellano il chiarore di un risultato
interessante a breve distanza, offuscando segnali confortanti e tracce
di progresso. Mentalmente, tatticamente e verbalmente il Taranto si
accartoccia con regolarità, si piega schiacciato da tre lati difettosi.
Mentalmente la squadra si eclissa ciclicamente. Come avvertisse il
bisogno di urgenze e motivazioni straordinarie per stare dentro la
partita, come si allontanasse con supponenza dai compiti che sembrano
agevoli, affrontandoli in modo superficiale e leggero. E' un lettura
possibile di una squadra compatta e stretta contro la capolista quanto
slabbrata e distratta contro un avversario in crisi. E' un modo per
spiegare l'inspiegabile: la reazione nervosa ad una brutta sconfitta
(Marcianise) e la gestione squilibrata di un punto pieno e incoraggiante
(Gallipoli). Il Taranto che ha pareggiato contro il Latina è una
squadra che si conosce e si illude di risparmiarsi, che finge di
gestirsi e finisce per rendere pesante anche il proprio incedere. E',
probabilmente, una squadra che non ha compreso le insidie di un torneo
selvaggio e complicato, di una fase in cui tutti hanno fame di punti e
ognuno si ingegna a modo suo. Un gruppo che crede di bastarsi, che si
sente padrone della propria tecnica e spesso finisce per possedere il
nulla. Che si gonfia esageratamente e sbatte in anticipo sull'umiltà
dei dirimpettai.
Tatticamente il Taranto è un'incomprensione. E' una somma di qualità
che invocano diverse sistemazioni. Una squadra che, per inclinazioni dei
singoli, non sembra - ad esempio - poter prescindere da una linea di
quattro centrocampisti. La superiorità numerica creata senza saperlo da
un Latina rudimentale è un grosso spunto di riflessione: è un'analisi
che parte da una settimana prima. Dalla linea granitica che, a
Gallipoli, ha annullato le idee avversarie e imposto (per quello che si
poteva) le proprie. Dagli uomini che si hanno a disposizione, anche: De
Liguori, se fa l'interno, perde la possibilità di tentare l'uno contro
uno, Campanile non riesce ancora sistemarsi tra le linee e finisce per
pestare i piedi dei compagni senza rendersi utile. E' anche una
riflessione sui sostituti: Bruno non è Bevo, perché non ha i tempi per
far ripartire la squadra e la personalità per guidarla. Da playmaker si
perde, in linea con altri potrebbe agire più da mediano puro e
assecondare le sue caratteristiche. Ma è anche una questione di effetti
collaterali: se i lati del campo non sono coperti, i terzini non possono
salire, dovendosi preoccupare eccessivamente della chiusura su una zona
sguarnita. E anche in attacco i difetti si allargano: Deflorio è
costretto a stare troppo lontano dalla porta per cucire distanze che
nessuno cuce (il playmaker è lontano, il trequartista è troppo avanti,
ai due interni il pallone non arriva), Catania finisce affogato se gli
si tolgono i metri di campo di cui ha bisogno. La formula di Gallipoli
sembrava ritoccabile per ogni esigenza e si è trovata stravolta. Non è
una questione di scelte del giorno, ma strutturale: il Taranto ha
determinate caratteristiche e non può inventarsene altre. L'errore è
credere più alle vittorie che alle difficoltà, credere che non segnare
da tre giornate sia un caso piuttosto che una disfunzione. E, magari,
continuare ad improvvisare, senza accrescere la densità della manovra
offensiva e senza dare dei movimenti chiari a chi, per caratteristiche
fisiche e tendenze tecniche, può rendere possibile un'altra partita con
qualche cambio in corsa. Per intenderci: finché il gioco non si
allargherà sul fondo (partendo da un centrocampo a quattro sarebbe
anche una strada più percorribile) e si ostinerà a cercare lo
sfondamento centrale, mandare in campo Di Domenico e Gambino vuol dire
esporli al nulla, chieder loro di essere inutili.
Verbalmente, poi, il Taranto deve uscire dalla sindrome di
accerchiamento. Gli episodi contrari non bastano a spiegare. Fingere
che, oltre un rigore invocato e un fuorigioco contestato, non ci siano
altre ragioni in un pareggio spento è dannoso e poco istruttivo. Meglio
concedersi all'analisi, meglio riflettere su quello che non ha girato e
che ha reso decisivo un fischio sbagliato: continuare a ricavarsi
appigli è una ingiusta deviazione dal problema reale. Perché non è
vero che il mondo ce l'ha con il Taranto. E' vero, invece, che il
Taranto rende molto al di sotto del proprio potenziale, che davanti c'è
chi fa fuoco con molta meno legna. Chiediamoci il vero perché.
Altrimenti è tutto inutile. di Fulvio Paglialunga08
novembre 2005

Blasi dà ancora
fiducia
Il presidente, in partenza per un lungo viaggio di
lavoro, non annuncia rivoluzioni: «Si va avanti così». Ora il
compito di risolvere i problemi spetta a Marino
Il giorno dopo è un giorno piatto. Con il sapore amaro
del pareggio sul palato che non va via, nemmeno continuando a masticare.
Ma non ci sono parole nuove né mosse a sorpresa. Tutto, cioè, continua
regolarmente: senza sfoghi dai piani alti, senza niente di clamoroso.
Quasi in silenzio. Il Taranto si interroga sul pari di Latina senza
parlare troppo. Cerca le ragioni, ma non le espone. Si affida alle
certezze che ha e a quelle che si può concedere. Non tocca nulla,
intanto: Raimondo Marino non cade sotto le contestazioni. Non era in
programma una ridiscussione della guida tecnica e, infatti, non è stata
discussa.
L'annuncio del coach messinese non aveva lasciato spazio a dubbi:
«La società continua a darmi fiducia: ringrazio e vado avanti».
E non sembrava una fuga in avanti, né una difesa precoce di se stesso.
A Marino, di certo, non manca la prudenza verbale. E la frase suonava già
come una nuova investitura. Mancava Blasi, per chiudere il cerchio e
ripartire senza traumi. L'assenza del presidente (per la prima volta
nella stagione) in sala stampa
dopo la partita poteva prestarsi a interpretazioni doppie: gli impegni
di lavoro sembravano integrarsi con la (visibile: dicono) rabbia muta e
con la (saggia) voglia di sottrarsi all'ufficialità per non rilasciare
parole troppo cariche di emotività.
Blasi non ha parlato nemmeno ieri, sommerso dagli impegni di lavoro. Ha
avuto il tempo solo per una dichiarazione telegrafica, ma assai
incisiva: «Il Taranto sta bene così, non ha
bisogno di novità». Poche parole, dirette. E
chiarificatrici. E a completare il quadro giunge il viaggio di lavoro di
Blasi: il presidente, ieri sera, è partito per un lungo viaggio di
affari che lo terrà in giro per l'Europa una quindicina di giorni.
Sembrano vicende personali, ma in realtà coinvolgono anche il Taranto:
perché Blasi, da quando è al timone della società, ha sempre voluto
prendere in prima persona le decisioni più importanti. Tiene per sè
anche i tentativi di svolta, anche le sgridate: il viaggio esclude
parecchie possibilità di intervento. Si prosegue: cercando la soluzione
per vie interne, optando per la continuità gestionale e la contestuale
ricerca di correttivi.
Tocca a Marino, adesso. Confortato dalla fiducia silenziosa dei
dirigenti (nessuno si è espresso in toni netti) e la frase strappata
all'intenso giorno di lavoro di Blasi. E gli tocca, con la trasferta di
Nocera in fondo alla settimana, una nuova emergenza. La ripresa,
infatti, potrebbe far registrare parecchie defezioni: a Mortari e Bevo,
acciaccati già dalla scorsa settimana, potrebbero aggiungersi Manni e
Pastore, usciti malconci dalla partita di domenica (per noie muscolari)
e già visitati ieri per verificare l'entità del danno. Le possibilità
di impiego dei quattro acciaccati si scopriranno in settimana, così
come verranno verificate le condizioni di De Liguori, da due settimane
costretto a giocare stringendo i denti. Ma è il tempo dei duri. di
Fulvio Paglialunga08
novembre 2005

La presunta crisi e i
limiti reali
Il Taranto non va colpa di Marino Ma siamo sicuri?
È evidente che Marino stia ancora finendo di
imparare cosa vuol dire guidare una squadra come il Taranto. Con le
ambizioni del Taranto. Con le attenzioni e le aspettative che
accompagnano il Taranto. Ma siamo sicuri che, dopo undici giornate e 17
punti in classifica, il problema sia lui? E che il rendimento della
squadra dipenda dalla sua conduzione? Dalle sue scelte, dalla sua
visione del calcio, dalla sua lettura della partita? Noi avremmo qualche
dubbio. Andiamo alla parte tecnica del progetto: è già fallito dopo
appena tre mesi di campionato? Se tutto era puntato alla conquista del
primo posto, allora sì, è già fallito. Il Taranto non può arrivare
primo. Non è la squadra migliore. Se, invece, l'obiettivo è cominciare
a costruire e, nel frattempo, cercare di non perdere di vista la zona
playoff, allora il progetto non solo è vivo ma può anche darsi stia
faticosamente funzionando. Fatta questa doverosa premessa, veniamo alle
difficoltà di Marino. Perché Marino è un allenatore in difficoltà,
non un allenatore da cambiare. Soffre i limiti strutturali della
squadra: la sua natura, i suoi difetti, le sue mancanze. Nel Taranto non
ci sono tesori nascosti: i più bravi vanno regolarmente in campo. Ci
sono, semmai, giocatori sopravvalutati, giocatori inadatti e giocatori
che rappresentano già dei potenziali errori di mercato. Nessuno l'ha
ancora detto, ma tutti se ne sono ormai accorti. Bruno è solo una
riserva, niente di più. Campanile sembra abbia disperso le sue qualità.
Gambino (soprattutto) e Di Domenico (in parte) sono due centravanti
antichissimi e polverosi: troppo grezzi per entrare in confidenza con
una congegno tecnicamente più sofisticato. Se non giocano con regolarità,
le ragioni sono lampanti. Marino ha certamente sbagliato qualche
formazione, qualche partita e qualche cambio, ma con il suo gruppo di
garanzia e il suo modulo di riferimento è sinora arrivato dove poteva
arrivare: dietro squadre dal tasso tecnico fors'anche inferiore, ma con
altri valori. Valori come l'organizzazione, il carattere, la personalità.
Valori che nel calcio, a qualsiasi livello, fanno spesso la differenza.
E che nel Taranto scarseggiano oppure non sono ancora emersi. Non è una
questione di modulo. Ma qualche equivoco sul 4-3-1-2 stabilmente
adottato da Marino va sciolto. Non è vero, per esempio, che un simile
impianto neghi il gioco sulle fasce. È vero, piuttosto, che gli esterni
del 4-3-1-2 sono i laterali bassi. E che dalla loro disponibilità ad
affondare molto dipende: l'ampiezza del gioco e la profondità della
manovra. Chi sono gli esterni bassi del Taranto di Marino? Micallo ha
esuberanza fisica ma anche fragilità caratteriali che, specie in
trasferta, lo frenano. Manni si amministra, limitando il suo raggio
d'azione. Conclusione: sono esterni che, per motivi diversi, non
spingono, restando bloccati in zona. Non è il modulo a costringerli ad
un atteggiamento di perenne attesa. È la loro personale interpretazione
a farli risultare spesso assenti nella stesura della trama offensiva.
Altro equivoco da chiarire: è il Taranto una squadra carente di
attaccanti o di gioco d'attacco? A giudicare dalla naturalezza con la
quale scivola nella trequarti avversaria, sfruttando spazi che si
liberano all'improvviso (ma non certo per caso), non sembra un problema
di schemi offensivi. Il disagio si avverte quando la costruzione a palla
bassa diventa il tema unico, non potendo essere alternata con la manovra
aggirante e i cross dal fondo, ma solo con traversoni dalla trequarti
(puro disservizio per qualsiasi attaccante). Marino e il suo Taranto non
vanno giudicati in fondo a queste ultime tre partite. I numeri sono
impietosi: 2 punti, 0 gol all'attivo. Ma tirando tutte le somme di
questo primo scorcio di stagione. Ad attraversarlo è stata una squadra
potenzialmente competitiva, ma con qualche buco nell'organico. È sulla
sua forza imperfetta che deve spostarsi il dibattito. È sulla sua forza
imperfetta che la società deve concentrarsi, individuando i necessari
correttivi. Marino sa ciò che manca. Nel frattempo, però, tocca a lui
inventarsi qualcosa, assumendosi la responsabilità di ogni tentativo.
Sino a gennaio bisogna resistere. di
Lorenzo D'Alò08 novembre
2005

Il Taranto frena e
s'interroga
Due punti nelle ultime tre partite ma il
presidente non si abbatte. Blasi: «Marino? Va bene così...».
De Florio: «Serve maggiore personalità, l'obiettivo restano i
playoff»
Il pari bianco contro il Latina non ha, per ora,
intaccato la fiducia del presidente Blasi nei confronti dell'allenatore
Marino: «Sono impegnatissimo nel varo di due
nuove macchine agricole. Saranno presentate al salone internazionale di
Bologna. Il Taranto? Va bene così...». Non ha voluto
aggiungere altro il massimo responsabile del calcio rossoblù.
Decisamente più loquace è stato Andrea Deflorio. Da buon capitano ha
fatto il punto della situazione con grande equilibrio e razionalità,
evitando saggiamente giudizi troppo drastici. Esaminiamo lo 0-0 di
domenica scorsa contro la formazione laziale. «Il
risultato non rispecchia quanto prodotto complessivamente dalle due
formazioni. A mio parere abbiamo disputato un ottimo primo tempo.
Contate le palle-gol che ci siamo procurati: sono almeno quattro. Il
Latina è stato molto fortunato nel neutralizzarle. È evidente che se
fossimo andati negli spogliatoi in vantaggio per 2-0, la gara avrebbe
preso un'altra piega. Invece siamo ripartiti dal nulla di fatto per cui
ci siamo un po' innervositi. Nella ripresa la musica è cambiata. Invece
di continuare a giocare palla a terra come nella prima frazione di
gioco, l'abbiamo alzata. Non chiedetemi il perché. Non lo so. Lo
chiariremo domani (oggi, n.d.r.) alla
ripresa della preparazione. In questa maniera abbiamo involontariamente
agevolato il gioco del Latina. I laziali, infatti, rintuzzavano le
nostre azioni e ripartivano in contropiede». Ci sono altre
concause? «Eravamo quasi contati. In più
Manni è uscito a metà primo tempo, De Liguori e Pastore sono scesi in
campo in condizioni fisiche precarie, l'arbitro ha assunto qualche
decisione incomprensibile per cui alla fine siamo qui a parlare di un
pari e non di una vittoria che avremmo strameritato. Il fallo di mani di
Carfora mi è parso nettissimo. Ho immediatamente girato lo sguardo nei
confronti del signor Pagano, ma ha fatto cenno di continuare. A quel
punto inutile protestare: si rischia solo l'ammonizione. Anche in
occasione del fuorigioco segnalato a Campanile sono rimasto molto
perplesso. Non ho avuto bisogno di rivedere l'azione alla moviola perché
sono stato convintissimo che l'azione era assolutamente regolare».
Come giudica i fischi finali dei tifosi alla squadra e la particolare
contestazione a Marino? «Con la rabbia per non
aver vinto la partita. I nostri supporters sono eccezionali. Non mi
stanco mai di ripeterlo. E' un patrimonio che solo Taranto ha. Mi spiace
per il mister. Non credo che abbia particolari colpe».
L'impressione è che la squadra, dal punto di vista dell'organico,
presenti qualche lacuna. «Va precisato che
l'obiettivo dichiarato era entrare nei playoff e non di vincere il
campionato. Ritengo che la squadra sia effettivamente forte. Solo che a
differenza delle altre formazioni, più di qualche compagno, ed in
particolar modo i giovani, non ha quel carattere determinato che
necessita per scalare la vetta del calcio professionistico. Non basta
essere bravi: alla tecnica bisogna abbinare la personalità. Lo dico
spesso: quando capita la palla per tirare in porta o tentare l'ultimo
dribbling o fare un assist importante, bisogna assumersi la
responsabilità e fare la giocata». di
Giuseppe Dimito08 novembre
2005

“Tifo è Amicizia”
presenta “Il pallone è tondo”
Il club “Tifo è Amicizia 1991”, unitamente alla
libreria Dickens e all’associazione culturale “Il Granaio”,
nell’ambito delle iniziative collegate alla “biblioteca del
tifoso”, presentano il libro “il pallone è tondo” (ed. L’Ancora
del Mediterraneo), curato dal giornalista e scrittore tarantino
Alessandro Leogrande.
Un lavoro collettivo - del quale Leogrande oltre al curatore è anche
uno degli autori - sullo sport più amato, più ricco, più narrato, ma
anche il più corrotto. Rappresentazione del potere e del denaro, ma
anche il divertimento dei poveri, luogo per eccellenza di esibizione
delle abilità, individuali e collettive. Il calcio a tutto tondo, fatto
di storie (tra le quali spicca quella di Maiellaro celebrata dallo
stesso Leogrande), reportage, inchieste: quello di ieri «impastato
di ironia, rabbia, di umanità»; quello di oggi, dal divismo
alla tratta dei baby-calciatori, dalle curve e gli ultrà alle
trasformazioni degli ultimi decenni. Ma anche una riflessione o, se
volete, un tentativo di individuare una via di fuga «incominciando
da un modo di scrivere e di narrare il calcio che provi a rifiutare le
menzogne, le edulcorazioni, gli abbellimenti dominanti. E' esistita, e
continua a esistere, una magia del calcio. Ma questa splende, di rado,
sui prati verdi; sulla carta bisogna prendere atto delle infezioni che
l’aggrediscono, pur non dimenticando la bellezza, l’allegria e le
passioni autentiche che lo sport dei piedi ha saputo offrire».
Tutto questo è “il pallone è tondo”.
Parteciperanno alla serata, insieme al curatore Alessandro Leogrande,
anche l’autrice Ornella Bellucci e Pietro Maiellaro. L’appuntamento
è per giovedì 10 novembre, alle 20 presso la sala da tè del bar
Cubana, in via Acclavio, 62. 08
novembre 2005
La crisi degli stadi e
il calcio smarrito
Gli spalti deserti del campionato italiano
riaprono il dibattito sulla necessità di costruire nuovi impianti dove
le partite possano essere viste e non solo immaginate. Ma è tutto il
pallone ad avere bisogno di un rinnovamento culturale
Il Presidente della Lega Calcio, Adriano Galliani,
sostiene che l'origine del progressivo svuotamento degli stadi italiani
va ricercata nella inadeguatezza e nella obsolescenza - più che
manifeste, peraltro - degli impianti che ospitano il nostro campionato.
Il Presidente vicario della Lega Calcio, Maurizio Zamparini, afferma
invece che la gente si allontana dagli stadi perché è stanca di
assistere a una competizione in cui, da quindici anni, non a vincere ma
addirittura a «poter vincere» sono solo due squadre. Altri mettono
sotto accusa uno scarto sempre più insostenibile tra qualità, assai
bassa, e costi (incomprensibili, in alcuni casi: come spiegare i 50 euro
di una curva per Juventus-Inter se non con la volontà di tenere
lontana, per questioni di ordine pubblico, la gente dallo stadio?) del
prodotto calcio. Oppure evidenziano la scomodità - troppo traffico,
parcheggi introvabili -, l'insicurezza - il ferimento della tifosa
sampdoriana ad Ascoli dà forza a questa tesi, numeri alla mano però
gli stadi italiani non risultano affatto luoghi così a rischio -, la
sgradevolezza generale del clima - discriminazioni politiche, culturali
e razziali - nel quale si è chiamati ad assistere alle partite. E
infine, su tutte, l'argomentazione principale: la qualità e la quantità
dell'offerta televisiva di calcio, da un lato strutturano ormai un
immaginario del tifoso - fatto di replay, di moviole, di primi piani, di
informazioni - che non può in nessun modo trovare soddisfazione da una
visione della partita dagli spalti, dall'altro inflazionano il valore
del singolo evento. Riducendo così la partecipazione allo stadio a una
forma di comunicazione per iniziati.
Nuove misure per ripartire
Ciascuna di queste ragioni ha una propria validità. È auspicabile
quindi - Petrucci permettendo - che gran parte degli stadi italiani
vengano quanto prima e definitivamente messi da parti per lasciare il
posto a impianti confortevoli e facilmente raggiungibili, nei quali
soprattutto le partite possano essere viste e non soltanto immaginate. E
ciò vale - se ne convinca Veltroni, che si picca di essere un esperto -
in primo luogo per l'Olimpico di Roma. È altresì auspicabile che il
costo dei biglietti e degli abbonamenti venga contenuto entro limiti più
accessibili: una partita di calcio oggi incide, o inciderebbe, dato che
sono sempre di più quelli che decidono di abbandonare gli stadi, troppo
pesantemente sui bilanci. È necessario che dagli stadi (e dintorni),
non per grazia divina ma in virtù di misure più eque e mirate di
quelle contenute nel «pacchetto tolleranza zero» confezionato dal
ministro Pisanu, scompaiano definitivamente bastoni, coltelli,
striscioni disgustosi, cori che incitano all'odio e simboli oltraggiosi
per ogni consesso civile. Anche le televisioni, da parte loro, tutte le
televisioni, pubbliche, commerciali e a pagamento, debbono trovare il
modo per mantenere alto il valore dell'insieme del calcio italiano,
piuttosto che valorizzare l'immagine (e il profitto) di quattro o cinque
club a danno di tutti gli altri. E soprattutto, infine, la speranza è
quella di una classe dirigente che sappia innestare un processo capace
di invertire la tendenza ferocemente oligarchica del nostro calcio.
Senza un ampliamento democratico dello stesso, nella possibilità di
sviluppare una reale capacità competitiva, un campionato italiano «costretto»
ad avvitarsi nella sfida sempiterna sull'asse Milano-Torino è destinato
ineluttabilmente, e non nel lungo periodo, a esaurire la propria capacità
di espansione.
Un calcio che non c'è più
Prima si realizza questo insieme di misure, meglio è. Perché il calcio
italiano rischia di non riuscire a innestare l'inversione di una
tendenza che, protratta troppo a lungo, potrebbe rivelarsi
irreversibile. Il clima, la tensione, le aspettative che hanno
accompagnato la curva crescente della presenza degli italiani negli
stadi nella seconda metà del secolo scorso si sono spenti da tempo. Il
calcio dei nostri padri, o della nostra infanzia, quello delle lunghe
file ai botteghini, di gente pigiata sugli spalti, sole o pioggia non
conta, schedina in tasca e radiolina in mano per seguire Tutto il calcio
minuto per minuto, delle risse per un posto o per una bandiera; il
calcio che ha strutturato il nostro immaginario di bambini, i visi, i
volti e le formazioni studiate sugli album Panini e i gol intravisti in
bianco e nero alla Domenica sportiva o a Novantesimo minuto; quel calcio
lì è morto. Ed è morto non per il disegno scellerato di dirigenti
inconsapevoli e inetti (che pure ci sono stati e ancora continuano a far
danni). È morto perché l'Italia di cui, insieme alla televisione
(targata Rai), è stato la più fedele rappresentazione culturale di
massa, l'Italia della Domenica della buona gente (non dimenticato film
di Anton Giulio Majano del 1953, tratto da un racconto di Vasco
Pratolini), fatta di gente con quattro soldi in tasca, il pranzo della
festa da consumare con i parenti, le paste, il gelato a due gusti due,
le partitelle a pallone sotto casa, il cinema di seconda visione dietro
l'angolo, il bar con gli amici e la partita allo stadio al centro della
organizzazione (individuale e collettiva) domenicale, ebbene quella
Italia non c'è più.
L'esempio del cinema
Giuseppe Tornatore, nel suo Nuovo Cinema Paradiso, del 1988, ha
tracciato un affresco appassionato della parabola che ha portato il
cinema, nell'arco breve di due o tre decenni, a smarrire il suo ruolo di
elaboratore e di testimone di mode e costumi della società italiana, di
laboratorio delle culture e degli stili di un tempo di grande
trasformazione. L'Italia che, ammassata, piangeva per le sventure degli
uomini e delle donne di Matarazzo o seguiva con commozione e con un filo
di morbosità i percorsi delle mondine di De Santis, negli anni ottanta
trova altro a cui pensare. Le sale grandi e fumose dei nostri cinema,
per lungo tempo segmenti pulsanti di umanità, finiscono per diventare
testimonianze spettrali di una Italia che aveva scelto di cercare
altrove i luoghi della riflessione e del divertimento. Si parlò allora
di morte del cinema; e si incolpò, anche allora, la televisione, i
prezzi troppo alti e così via. I decenni successivi hanno dimostrato
invece che non di morte del cinema si trattava, bensì di uno scarto
ormai insostenibile tra le strutture esistenti (quelle sale
cinematografiche, cioè) e i bisogni di un pubblico profondamente
cambiato rispetto a quello degli anni cinquanta e sessanta. Seppure a
fatica, nello scorcio finale del vecchio secolo e in quello iniziale di
quello nuovo, anche in Italia i cinematografi hanno saputo offrire forme
di fruizione più aderenti alle aspettative dei "nuovi
clienti". Senza recuperare il volume di presenze dei decenni
passati - obiettivo impensabile questo, ovviamente, visti i
videoregistratori, i dvd e le pay-tv che hanno invaso le case degli
italiani -, riuscendo però ad attribuire alle nuove multisale un ruolo
affatto marginale nella diffusione della cultura di massa contemporanea.
Vedremo se il calcio italiano avrà chiarezza di idee e forza economica
e politica sufficienti per portare avanti una operazione di rinnovamento
e di rilancio di pari rillievo sociale e culturale. di
Guido liguori e Antonio Smargiasse07
novembre 2005

Bonolis si arrende e
lascia il programma
I giornalisti erano pronti allo sciopero: «Gravi
le sue esternazioni in diretta tv
non esistono condizioni per una collaborazione»
Paolo Bonolis sta per abbandonare il programma
"Serie A", dopo la rivolta dei giornalisti. Sarebbe stato
decisivo un colloquio del conduttore con Silvio Berlusconi. E' atteso in
serata un comunicato.
Un documento votato all'unanimità. L'assemblea dei giornalisti ha
votato per la sospensione della collaborazione con il conduttore,
affidando al sindacato un pacchetto di quattro giorni di sciopero. Il
documento è stato votato all'unanimità da 37 giornalisti presenti
nella sede di Cologno Monzese, più 5 collegati da Roma. Prima, il
direttore Ettore Rognoni - che ieri Bonolis ha definito in trasmissione
"er penombra" - ha fatto una breve comunicazione ai redattori
preannunciando un incontro a breve coi vertici aziendali.
Nel comunicato dell'assemblea, diffuso dal cdr, è scritto: «L'assemblea
dei giornalisti di Sport Mediaset ritiene che dopo le gravi esternazioni
del signor Paolo Bonolis avvenute ieri nel corso del programma Serie A
non esistano più le condizioni per una collaborazione comune al
programma».
«L'assemblea chiede inoltre all'azienda quanto
segue: la conferma che a Mediaset l'informazione è prerogativa delle
redazioni giornalistiche; che Serie A sia un programma a cura della
testata giornalistica sport Mediaset; che venga rispettato il contratto
nazionale di lavoro giornalistico». «In
attesa di comunicazioni da parte dell'Azienda - conclude il
comunicato - l'assemblea affida al Cdr un
pacchetto di quattro giorni di sciopero da attuarsi se se non ci saranno
risposte soddisfacenti».
Tutto come prima, anzi peggio. E il lunedì nero è fatto anche di una
sconfitta negli ascolti. Baudo (5,9 milioni), batte Bonolis (4, 5). Per
Pippo uno share del 28,8 per cento, per Paolo il 23,6. La scorsa
domenica, Serie A senza Bonolis aveva ottenuto 3,5 milioni di spettatori
e lo share del 19,4, in una giornata senza Juve, Milan e Inter. Baudo
aveva fatto segnare 4,7 milioni di spettatori, con lo share del 26,3 per
cento.
«L'informazione non è spettacolo -
si legge in una nota diffusa dalla Federazione nazionale della stampa
italiana e dall'Unione stampa
sportiva italiana - presentatori, conduttori,
autori fanno un altro mestiere. Nessuno glielo contesta ma non possono
invadere il campo di lavoro dei giornalisti. Vale anche, e oggi
soprattutto, per Bonolis».
«L'organizzazione del lavoro dei giornalisti
- si legge ancora - e la loro deontologia sono
definiti dal contratto di lavoro e dalla legge professionale. Bonolis
deve saperlo. La guerra dell'audience non consente a nessuno di
modificarle senza rispettare ruoli, professionalità, procedure».
Solidarietà ai giornalisti della redazione sportiva di Mediaset è
stata espressa, fra gli altri, anche dal comitato di redazione di
Raisport, d'intesa con l'Usigrai, e dal cdr del Tg4.07
novembre 2005

Taranto, un solo punto
tanti fischi
I rossoblu pareggiano contro il Latina e, per la
terza domenica di fila, non segnano. Prova deludente: contestato Marino,
squadra fischiata. Proteste per un “mani” in area
Quello che Marino ha indovinato e il Taranto creato,
Marino sbaglia e il Taranto distrugge. L'immagine di squadra solida e
matura si sbiadisce una settimana dopo, frantumando il messaggio di
Gallipoli, disperdendo quello che tatticamente era stato trovato. Il
Taranto che pareggia senza segnare (è la terza domenica in bianco)
contro il Latina è una squadra che scivola all'indietro, che abbandona
la zona playoff e che non raccoglie i meriti necessari per reclamare più
di un punto. Nonostante l'avversario in crisi, nonostante il campo a
favore, nonostante il vento buono ereditato in Salento. In novanta
minuti il Taranto svela un possibile inganno (la prova precedente era
frutto di motivazioni straordinarie, non di uno sviluppo reale) e scopre
i suoi limiti (essenzialmente di costruzione, ma anche di lettura e di
mentalità).
Il conto della partita è giusto. Oltre il rigore reclamato
(“braccio” di Carfora in area), oltre qualche fuorigioco dubbio, c'è
una squadra che non si prende la partita, che esce dalla zona playoff
inciampando su se stessa. Che sbaglia quello che può sbagliare:
l'impostazione, l'approccio, le correzioni, l'ordinaria amministrazione.
Né idee né automatismi: il Taranto esiste per venti minuti e poi
sbatte sull'onesta (e scolastica) organizzazione del Latina, ascolta le
ragioni degli altri senza imporre le proprie. C'è del marcio nel
pareggio: c'è un centrocampo che si concede acriticamente, un attacco
che gira a vuoto e una struttura che viene smontata da una serie di
difetti e da errori commessi a monte.
Non è il Latina che ferma il Taranto: non è una squadra che, pure,
sistematicamente crea un muro di otto uomini disposti su due linee per
difendersi. E' una tesi debole, comoda per uso proprio ma non
istruttiva. E' il Taranto, piuttosto, che si ferma da solo. Perché
Marino (rumorosamente contestato a fine partita e adesso meno sicuro del
suo posto) si fida di uomini che non rispondono e perché torna sui suoi
passi difettosi, dopo aver dato l'impressione (a Gallipoli) di aver
capito come si fa. L'effetto è dannoso: il 4-3-1-2 diventa
clamorosamente inadeguato per le dinamiche collettive e lascia scoperta
gran parte del campo. Il centrocampo è nudo, gli esterni non possono
alzarsi, gli attaccanti sono lontani. Tradiscono i singoli scelti: Bruno
non ha il passo, i tempi e il coraggio per fare il playmaker, Campanile
non trova la posizione perdendosi in movimenti che lo estraniano
dall'azione o lo schiacciano sulla linea degli attaccanti, allungando la
squadra e rendendo inservibile la manovra. Il Latina è didascalico: il
4-4-2 è persino elementare. Ma il Taranto non sa leggere: rinnega
inspiegabilmente la linea a quattro in mediana (felice - e forse
indispensabile - intuizione di sette giorni fa), avanza Catania
chiudendogli spazi vitali, costringe Deflorio ad allontanarsi dalla
porta, non mette Malagnino in condizione di scendere.
La banda di Marino si annulla da sola in partenza e non trova le
correzioni poi: De Liguori (a corto di fiato e di condizione) resta in
campo fino alla fine, Catania non ha il tempo di provarsi in una
posizione alternativa (diventa trequartista, ma esce dopo diciassette
minuti) e, soprattutto, la partita finisce con due torri in campo
(Gambino e Di Domenico) senza prevedere mai il cross dal fondo. Quello
che si vede giustifica il risultato e i fischi: senza una trama lineare
il Taranto è qualche fiammata e poco altro. Non ha una manovra
collettiva e nemmeno avidità offensiva: prende gli avversari troppo
dietro e concede un eccesso di libertà alla prevedibile manovra ospite.
C'è solo un quarto d'ora di promettente furore, costruito dalla
iniziale vena di Deflorio: l'attaccante prima si avvicina al bersaglio
(12'. colpo di testa fermato da Corradi a portiere battuto), poi
suggerisce il colpo di testa a Catania (14', pallone alzato dal
portiere). Poi c'è fumo a banchi, come nebbia in autostrada. Anzi, c'è
nebbia: c'è una manovra che si infrange, una discontinuità che non
trova giustificazioni nell'atteggiamento (logico) del Latina.
Il Taranto produce timidi tentativi fuori contesto, confida nei singoli
avendo disperso l'idea di collegialità. Finisce, però, quasi per dare
coraggio all'avversario: ci sono due tiri nella ripresa (Corradi al 12'
e Perrone al 30') che segnalano l'inquietante presenza del Latina. C'è
una sola giocata di Mancini (17', sfruttata malissimo da Gambino) che
indica la tangibile assenza del Taranto. E c'è un solo episodio (22',
pallone fermato con il braccio in area da Carfora su colpo di testa di
Deflorio) che fa gridare al rigore il fronte rossoblu. Ma che non basta
a spiegare tutto, nonostante tentativi ottusi fuorvianti. Più giusta
l'analisi di chi fischia. di Fulvio Paglialunga07
novembre 2005

Taranto esce dal giro
playoff
Lo 0-0 contro il Latina interrompe la corsa dei
rossoblù. Per la prima volta in questo campionato, gli jonici mancano
l'appuntamento con la vittoria allo Iacovone
Sabbia negli ingranaggi. Il Taranto recupera la sua
immagine un po' barocca e ampollosa, ritagliandosi una partita di scarso
profitto e nessuna praticità. Ghirigori inutili, poca corsa e
ruminazioni insistite per un pareggio asfittico. Pareggio che sporca il
percorso interno (prima d'imbattersi nel Latina, solo vittorie) e che
vale la momentanea esclusione dal giro playoff (sesto posto). Niente
gol, manovra strozzata, qualche rimpianto (ci sono episodi dubbi dentro
l'area laziale) e una progressiva, fastidiosa sensazione d'impotenza. Il
Taranto, stavolta, non ce la fa. Finisce ripiegato su se stesso.
Schiacciato da un peso invisibile. Appiccicato ad una partita collosa.
Nessuno scatto decisivo. Nessuna ispirazione risolutiva. Solo fatica
muta e sudore acido. Un lungo affanno, senza lieto fine. Adagiato
sull'incudine ad aspettare il martello, che però non arriva. E quando
arriva, colpisce senza fare male, senza procurare danni. Il Latina se la
cava con un'onesta partita di contenimento. Una partita di linee strette
e distanze corte. Umiltà, rigore tattico, ordine mentale: non ci sono
vuoti di memoria nella prova del Latina, che un punto cercava e un punto
strappa. Il problema del Taranto non è uno. Sono troppi: gli esterni di
difesa sempre bassi e timidi; gli errati tempi di sganciamento; la
lentezza con la quale si dipana la manovra; l'abulìa delle punte.
Problemi di giornata: Bruno, che non è Bevo, rallenta l'azione;
Malagnino che dovrebbe scorazzare sulla fascia, non spinge; Campanile
che dovrebbe inventare tra le linee, finisce con l'appiattirsi davanti,
formando un anomalo tridente con Deflorio (sempre più esiliato
dall'area di rigore) e Catania (impalpabile); De Liguori è privo di
forza esplosiva. Problemi dei singoli che si riverberano sul collettivo,
deturpando la veduta d'assieme e inficiandone la funzionalità. Non
c'entra il modulo (4-3-1-2), c'entra semmai la sua precaria
interpretazione. Altra verità intangibile: nel calcio vince chi corre
di più e chi ha motivazioni maggiori. Correre significa muoversi senza
palla, andare nello spazio, proporsi. Le motivazioni, poi, non vanno
confuse con le urgenze che sembrano sorreggere il Taranto e che, invece,
finiranno per esaurirlo. Marino non sbaglia la formazione iniziale. È
dinamicamente sbagliata la partita che il Taranto gioca, impantanandosi
in un pomeriggio gramo. Perché non c'è velocità di pensiero e non c'è
fluidità di manovra. Marino, al limite, trascura le sofferenze di De
Liguori, quando decide l'ultimo cambio, preferendo dare maggiore peso
all'attacco (dentro Di Domenico, fuori Catania). Ma lì, forse, ha
prevalso la voglia di reperire il gol, percorrendo altre strade tattiche
(senza cross dal fondo la mossa delle due torri risulterà comunque
vana). Ci sarebbero anche alcune decisioni arbitrali a mortificare le
velleità del Taranto. Episodi sui quali, a fine gara, si condensano
rammarico e recriminazioni. Episodi che appartengono alla più
movimentata ripresa. È molto presunta la posizione di fuorigioco
fischiata a Campanile nell'azione che genera il gol inutile di Mancini
(7'). È, invece, evidente la deviazione a braccio largo di Carfora sul
tocco ravvicinato di Deflorio dentro l'area (22'). Ma sostenere che il
Taranto non vince per colpa dell'arbitro sarebbe troppo riduttivo e
fatalmente tendente a minimizzare la deficitaria prestazione collettiva.
La partita senza gol alimenta una cronaca scarna. Nel primo tempo il
Taranto disegna trame a palla bassa, cercandosi con dialoghi stretti che
però difettano nell'ultimo tocco. Deflorio (di testa) e Catania (di
testa) trovano l'opposizione di Corradi (sulla linea di porta) e
Accialini (deviazione in corner). Il Taranto c'è, ma è solo
un'impressione perché non arriva mai dove vorrebbe. Come Campanile e
Mancini, che sono sulla traiettoria di un invitante cross dal fondo di
Deflorio ma non trovano il pallone. Il Latina (4-4-2) tampona. La
partita di Manni (stiramento) finisce dopo 26' (entra Martinelli). Nella
ripresa Marino muove le torri. Prima Gambino (fuori Campanile, Catania
arretra a fare il trequartista). Poi Di Domenico (fuori Catania,
Deflorio dietro le punte). La resa, però, non è quella sperata. Perché
ci vorrebbe un cambio di scena più drastico. Invece è lo stesso
incedere, lo stesso avanzare. L'occasione più limpida capita a Gambino,
che alza maldestramente il pregevole invito dal fondo di Mancini (17').
Alla fine piovono fischi nello stadio avvolto in una luce viola. di
Lorenzo D'Alò07 novembre
2005

Le pagelle di Lorenzo
D'Alò
GENTILI 6 -
Palloni controllati con un po' di patema per chi guarda. Un paio di
uscite tempestive. E nessuna parata significativa.
MALAGNINO 5,5 - Dovrebbe spingere
lungo la corsia destra. Resta, invece, bloccato in zona, preoccupandosi
soprattutto di curare la fase difensiva.
MANNI sv - Si stira troppo presto
e abbandona il campo dopo ventisei minuti. Ingiudicabile. BRUNO 5,5 -
Non ha le geometrie e la sveltezza interpretativa di Bevo. Con lui
l'azione riparte più lentamente.
PASTORE 6,5 - Sta come una diga
che non teme l'onda. La aspetta paziente. E quando arriva, l'argina con
facilità rassicurante.
CACCAVALE 6,5 - Potrebbe fare
reparto da solo. Fortino inespugnabile, porta blindata. Diagonali
perfette, chiusure da manuale.
CAMPANILE 5 - Altra prova
deludente. Non galleggia tra le linee. Comincia viaggiando in
orizzontale. Finisce schiacciato sulle punte.
MANCINI 6 - Prestazione decorosa.
Perché non si limita ad interdire. Tenta anche di costruire, facendosi
venire qualche idea.
DE LIGUORI 5,5 - Non sta bene e si
vede. Quando parte, non ha la forza necessaria nelle gambe. Si batte
senza incidere.
CATANIA 5,5 - Niente di
irresistibile: né quando affianca Deflorio in attacco, né quando
Marino lo mette dietro le punte.
DEFLORIO 6 - Dribbling lussuosi,
assist fioriti. Ma lontano dall'area la sua pericolosità regredisce.
MARTINELLI 6 - Entra al posto
dell'infortunato Manni. Nessun disimpegno sbagliato.
GAMBINO 5,5 - La sua voglia
barbara di gol è evidente. Ma si agita invano, sbagliando forse
l'occasione più clamorosa.
DI DOMENICO 5 - Entrate scomposte,
falli inutili, movimenti poco felici. Sbatte regolarmente contro gli
avversari.
MARINO sv - La prova difettosa
della squadra è oggettivamente indiscutibile. E in qualche modo lo
coinvolge. Quando non si vince, è sempre così.

«Le ho tentate
tutte»
Marino difende la squadra e attacca l'arbitro: «Siamo
stati penalizzati dalle sue decisioni. La società mi ha confermato la
fiducia». Blasi non c'è, parla Galigani
Blasi non c'è. Diserta l'appuntamento di fine gara con
la sala stampa.
Per la prima volta da quando ha assunto la guida del Taranto.
Il presidente lascia lo “Iacovone” a fine partita. Con mille
pensieri in testa e la delusione per un pareggio che non si aspettava. I
collaboratori giustificano immediatamente l'assenza: il massimo
dirigente ha dovuto raggiungere subito Manduria per motivi di lavoro.
E' la versione ufficiale. Che cela, probabilmente, il desiderio
“presidenziale” di astenersi da ogni commento dopo una prova non
troppo brillante.
La difesa d'ufficio tocca al direttore generale Vittorio Galigani e al
tecnico Raimondo Marino. Le parole del dirigente hanno un unico
obiettivo: l'arbitraggio. La partita scivola in secondo piano, per la
squadra arriva una totale assoluzione: «Ai
ragazzi - esordsce il dg - non
possiamo rimproverare nulla, hanno dato il massimo, hanno combattuto
fino al 95' per aggiudicarsi la vittoria. Certo, avremmo dovuto tirare
di più in porta... però le critiche rivolte dai tifosi a Marino mi
sono sembrate eccessive. Purtroppo, alcuni decisioni del direttore di
gara hanno influito negativamente sul risultato: ci è stato fischiato
un fuorigioco inesistente sulla rete segnata da Mancini, ci è stato
negato un rigore netto su un fallo di mano del laziale Carfora, senza
contare altri episodi dubbi».
Galigani insiste: «Il Latina -
aggiunge - è venuto qui per puntare allo 0-0 e
giocare di rimessa. La conduzione arbitrale ha agevolato il modo di
giocare degli avversari. Persino alla fine, nonostante sei cambi
effettuati nel corso dell'incontro, il signor Pagano ha concesso
soltanto quattro minuti di recupero».
La “requisitoria”, però, non produrrà proteste ufficiali. «In
queste situazioni - sottolinea il direttore generale - non
è opportuno protestare più di tanto. Abbiamo inviato, però, in Lega
alcuni spezzoni dell'ultima gara casalinga: lo faremo anche stavolta per
segnalare gli episodi negativi che ci hanno colpito. L'espulsione di
Evangelisti? Ha protestato per il rigore non concesso: la sua reazione
era pienamente comprensibile».
Marino si accoda. Anche il tecnico assolve i giocatori e punta il dito
contro l'arbitraggio. «E' stata la partita che
immaginavo. Sapevo che il Latina si sarebbe chiuso in difesa, anche se
pensavo che avrebbero attaccato di più. E' una buona squadra. Nel primo
tempo abbiamo avuto anche qualche occasione da gol, nel secondo gli
avversari hanno lasciato in avanti il solo Garba, con l'intento di
punirci in contropiede. Sono stati bravi a chiudersi, ma noi siamo stati
penalizzati in alcune situazioni». L'arbitro sale nuovamente
sul banco degli imputati. «Credetemi,
lavoriamo tutti con serenità e serietà: proprio per questo abbiamo
diritto ad avere arbitri di qualità. Non è un alibi, mi auguro che ci
sia buona fede da parte delle giacchette nere. A causa dei loro errori
abbiamo perso due punti a Vittoria, due a Gallipoli e due col Latina. ne
avremmo ben sei in più. E la gente fischia per le vittorie che non
arrivano: è giusto che i tifosi protestino, che se la prendano con me,
è nel loro diritto. Mi hanno contestato duramente, è inutile
nasconderlo. Ma accetterei meglio questa situazione se la squadra non
giocasse bene. E invece devo subire i fischi per gli sbagli altrui. E i
fischi fanno male».
Ma Marino si sente sulla graticola? «Ringrazio
la società che mi ha espresso fiducia, non è questo il punto. I
direttori di gara dovrebbero rendersi conto che dal loro operato può
dipendere il posto di lavoro di un allenatore».
E' tempo di dettagli, di interrogativi a cui rispondere. Di spiegare il
malessere di una compagine che non riesce a fare gol da tre turni. «E'
semplicemente una casualità. Non sono preoccupato, è un momento poco
fortunato. Le ho provate tutte: di certo posso anche sbagliare. Ho tolto
Campanile per spostare più indietro Catania e liberarlo nell'uno contro
uno; nel contempo ho inserito Gambino che doveva attaccare gli spazi.
Poi ho immesso Di Domenico per Catania, cercando di offrire maggiore
spazio a Deflorio in posizione di trequartista. Alla fine, addirittura,
un 3-3-4 con Caccavale avanzato a destra. Siamo stati penalizzati,
inoltre, dall'infortunio di Manni nella prima frazione che mi ha
costretto a “bruciare” una sostituzione».
L'assenza a centrocampo di Bevo e Mortari si è fatta sentire: il
tecnico, però, dribbla l'osservazione. «Gli
uomini che li hanno sostituiti - conclude - si sono ben comportati.
Cerco sempre di far giocare al meglio gli uomini che ho a disposizione.
Oggi (ieri, ndc) fino alla metà del
secondo tempo la prestazione della squadra mi ha soddisfatto. Poi, per
la troppa foga, abbiamo rinunciato a giocare palla a terra».
di Leo Spalluto07
novembre 2005

Marino: «I fischi
fanno male»
Polemici il mister e Galigani: decisivi gli errori
arbitrali
«I fischi fanno male a tutti.
Io non mi nascondo dietro un dito. La contestazione era nei miei
confronti ed era giusta, ma l'avrei fatta sentire all'arbitro».
Il Taranto di mister Marino, dopo l'ipnosi-Latina, è un mix di verità
e scuse; un cocktail di pretesti e buone intenzioni che, si sa,
lastricano la strada per l'inferno. Marino, e il direttore generale
Galigani, partono subito all'attacco, smontando rapidamente tesi e
illazioni. Non vogliono "processi" in sala stampa,
non vogliono "calvari" da risalire, portando la croce: «La
squadra ha dato il massimo. Il calcio vive di episodi, alcuni sono stati
valutati negativamente dall'arbitro: parliamo del gol che non era
viziato in fuorigioco e della mancata concessione del calcio di rigore
per fallo di mano in area del capitano del Latina Carfora».
Stop, basta. Il presidente Blasi mette tra sé e l'amaro calice una
distanza non solo fisica. Per la prima volta, dall'inizio del
campionato, il patron non rilascia dichiarazioni. Evangelisti, il
direttore sportivo, ha già "dato" in campo, protestando e
facendosi espellere dal signor Pagano, «ma
senza insultarlo», precisa Galigani. Tocca, quindi, al
direttore generale spiegare: «Il calo fisico
della squadra era nelle cose, i ragazzi avevano dato tutto. Il
risultato? Lo accettiamo a malincuore. Se chiediamo all'arbitro, dirà
che non ha visto nulla». Spaventa, di fronte alle amnesie
dei rossoblù nell'arco dei 90 minuti (dov'erano finiti compattezza
tattica e slanci di Gallipoli?), la banalità del male, cioè la lettura
affrettata fino all'alibi: «Il Latina ha
portato via lo 0-0, giocando di rimessa: l'arbitro ha accettato
supinamente il modo di rallentare il gioco dei laziali. Mille
interruzioni, sei cambi: solo 4 minuti di recupero. È una valutazione
generale - spiega Galigani - e, certo, se avessimo tirato di più in
porta avremmo magari fatto gol su azione, ma non mi sento di
rimproverare nulla alla squadra. Rimanderemo alla Lega un altro spezzone
di partita, chiedendo ulteriore attenzione sulle designazioni: c'è
amarezza, sì, la squadra meritava la vittoria; ma un l'arbitraggio così
gliel'ha negata. Voglio dire - chiude Galigani -
che, al di là degli episodi, l'arbitro ha concesso al Latina di fare la
prestazione che voleva: chiudersi, perdere tempo. È la lettura della
partita da parte dell'arbitro che doveva essere diversa. Quanto alla
contestazione nei confronti di Marino - conclude il direttore
generale del Taranto - era infondata».
«I fischi fanno male», ripete
ossessivamente l'allenatore, «specie se li
becchi quando hai giocato bene almeno per un tempo e mezzo. Ma quando si
creano le occasioni, quando ci sono rigori o gol non dati, non posso
stare tranquillo. L'arbitro sa che così un allenatore può perdere il
posto di lavoro? Mi auguro sia stato in buona fede, perché dovrebbero
capire che siamo noi a rischiare il posto. Quando becchi i fischi dalla
curva non sei contento, se poi li becco per colpa di qualcuno che non è
sereno quando deve prendere certe decisioni... I fischi fanno male, ma
sono tranquillo. Certo, preferire bruciarmi con le mie mani e non con
quelle di chi arbitra, se non è capace o non è tranquillo».
Il mister parla di "fiducia" della società nei suoi
confronti. Galigani tace. Roba da silenzio-assenso, ma fino a quando?
Marino, poi, da airone triste, plana sulla partita: «Il
Latina si è chiuso e giocava in contropiede, così ho messo Catania più
dietro e ho fatto entrare Gambino per aggredire gli spazi; poi Di
Domenico, per far giocare più liberamente Deflorio, ma loro si
difendevano bene e noi abbiamo cercato i lanci lunghi. L'errore è stato
quello: bisognava giocare di più palla a terra. Bevo e Mortari? Non
parlo degli assenti. Chi ha giocato ha fatto bene e ha dato il massimo.
Abbiamo avuto il problema di Manni, ho dovuto giocare con due esterni e
un marcatore come Martinelli. Sono soddisfatto per il primo tempo e per
la prima metà del secondo. Poi la sostituzione, l'ingresso di Di
Domenico e Gambino: due torri in avanti - spiega il mister - perché
il Latina si chiudeva. Le sostituzioni? A parte l'infortunio di Manni
posso sbagliarle, non sono mica il Padreterno. Non riusciamo a fare gol?
Capita. Io so il rischio che corro; il lavoro, alla lunga paga. Cerco di
lavorare con serietà, come sempre; e i giocatori pure. Vorrei che a
Taranto, e per il Taranto, ci fossero sempre arbitri di qualità.
Mancini chiude il controcanto alla prestazione deludente: «Abbiamo
giocato con la stessa determinazione di Gallipoli, nel calcio gli
episodi sono determinanti come in questa partita: fanno la differenza, a
nostro sfavore. Dobbiamo continuare ad essere tranquilli. Mi dispiace
per i fischi perché abbiamo giocato bene. Sto bene e spero di crescere,
giocando». Marino non segue questa coda del discorso, è già
lontano. L'airone triste ha spiccato il volo e va verso giorni di
nuvole. di Fulvio Colucci07
novembre 2005

Primo pareggio
casalingo
Primo pareggio casalingo per il Taranto ed arriva dopo
quattro successi consecutivi (2-1 sul Melfi, 1-0 sull'Igea Virus, 2-0
sull'Andria e 4-1 sul Modica). Uno 0-0 per i rossoblù che mancava allo
«Iacovone» dalla 32a giornata del campionato scorso: 0-0 contro il
Morro d'Oro l'1 maggio 2005. In questo torneo la formazione di mister
Marino ha già collezionato quattro 0-0 (a Lamezia Terme l'11 settembre,
a Vittoria il 9 ottobre, a Gallipoli il 30 ottobre e ieri in casa contro
il Latina), mentre in tutto il torneo scorso erano stati appena tre (in
casa contro il Nocerina, a Vasto e poi ancora allo Iacovone contro il
Morro d'Oro). Questi pareggi «ad occhiali» nascono dalla difficoltà
oramai evidente dell'attacco rossoblù che non segna da 272 minuti,
ovvero dall'88' minuto di Taranto-Modica 4-1 (gol su punizione di De
Liguori). Dieci le reti messe a segno dal Taranto in questo torneo:
l'attacco rossoblù è il decimo del campionato e fa meglio solo di sei
squadre. Segnano decisamente molto di più le squadre che ci precedono
in classifica: 22 gol per il Melfi, 18 per Gallipoli e Giugliano, 17 per
il Rende e 15 per il Marcianise. Esordio stagionale dal primo minuto per
Giovanni Malagnino che non giocava da titolare dal 5 giugno scorso,
Ragusa-Taranto 1-2, gara di ritorno degli spareggi salvezza nella quale
metteva a segno due reti (in precedenza per il centrocampista due
spezzoni di partita per complessivi 17 minuti in campo). Con Malagnino
salgono a 19 i rossoblù scesi in campo da titolari; fermo per
infortunio Bevo, restano sei i giocatori sempre impiegati in queste
prime 11 giornate e, tra questi, tre quelli sempre in campo: Gentili,
Caccavale e Pastore. Primo pareggio casalingo tra Taranto e Latina,
mentre in precedenza si erano registrati tre successi per i padroni di
casa: 4-3 nel campionato di serie C il 6 gennaio 1952 allo stadio «Valentino
Mazzola"; gli «arsenalotti» si portano sul 4-0 con le reti di
Ferrara (8'), Tortul (14'), di Sgorbissa su rigore (40') e di Silvestri
(53'), quindi gli ospiti sfiorano un'incredibile rimonta con Masi (59'),
Vitolo (72') e Morroni (90'). 1-0 in serie C1 il 31 gennaio 1982 con un
gol di Rondon al 78' (l'attaccante era subentrato al 51' al posto di
Renzo Rossi). Altro 1-0 il 31 ottobre 2004 in serie C2 con una rete di
Mignogna al 44'; allo «Iacovone» la gara si disputa senza pubblico per
decisione del Giudice Sportivo che ha sanzionato il Taranto con tre gare
a «porte chiuse» dopo gli incidenti verificatisi due
settimane
prima nella partita contro la Cavese sospesa al 29'. Questa vittoria è
la prima stagionale per il Taranto allenato da Sabadini ed arriva dopo 2
pareggi e 5 sconfitte. di Franco Valdevies07
novembre 2005
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