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Taranto crede nel blitz
A Nocera con Micallo, Larosa e Deleonardis

Serve un Taranto gagliardo e determinato per riuscire a ritornare a casa questo pomeriggio (ore 14,30) con un risultato positivo dal difficile campo di Nocera. I tre punti farebbero indubbiamente estremamente felici i circa 150-200 tifosi che saranno presenti al «San Francesco». Ma anche il pari sarebbe un buon risultato perché conquistato contro una delle formazioni più in forma del momento. I rossoneri hanno incassato finora una sola sconfitta. L'insuccesso risale alla 4.a giornata e, precisamente al 18 settembre scorso, a Rieti (1-0, gol di Santinelli al 47'). Per il resto hanno racimolato nove pareggi (cinque in casa) ed una vittoria, sempre fra le mura amiche, quindici giorni fa circa sotto i riflettori di Rai Sat contro i «cugini» del Marcianise (rocambolesco 3-2). L'effetto-Chiancone sta dando i suoi frutti nelle ultime quattro-cinque settimane. La squadra è molto forte dal punta di vista agonistico ed ha trovato in Mazzeo la punta di riferimento in avanti. Il bomber ha segnato finora 7 reti, ma le ultime quattro le ha realizzate nel tris di gare giocate di recente. In difesa c'è un ex rossoblù, Gianluca Esposito, che si fa notare anche nelle aeree avversarie soprattutto sui calci piazzati e sui calci d'angolo. Il Taranto giocherà nella formazione annunciata: Gentili in porta; Micallo, Caccavale, Pastore e Martinelli sulla linea difensiva; Mortari, Larosa, Deleonardis in mezzo; Mancini rifinitore; Catania e Deflorio (ieri mattina si è allenato regolarmente) in avanti. All'ultimo momento non è partito Francesco Mignogna perchè afflitto da un risentimento muscolare. Il modulo sarà quello solito (4-3-2-1), ma cambieranno diversi interpreti. Marino rispolvera Micallo in difesa. Affida la corsia sinistra a Martinelli (esterno basso) e Deloenardis (interno). Al centro della linea mediano a tre gioca, per la prima volta. l'ex andriese Larosa. Mancini, invece, agirà a ridosso delle punte. A destra rientra Mortari. di Giuseppe Dimito13 novembre 2005

Le statistiche di Franco Valdevies

Otto i precedenti di campionato del Taranto sul campo della Nocerina; il bilancio è di tre successi per i campani e uno per gli ionici (quattro i pareggi). Nel primo confronto del 16 febbraio 1930, nel torneo di Prima Divisione 1929-30, si impongono i padroni di casa per 4-2. Rossoblù in vantaggio con Martino Castellano al 15', quindi la Nocerina si porta sul 3-1 con una doppietta di Bertagna e la rete di Brindisi; accorcia le distanze sempre Castellano, poi il definitivo 4-2 di Accarino. Sulla panchina del Taranto Antonio Powolny, per la prima volta alla guida dei rossoblù. Successivamente due 0-0 in serie B; il 19 ottobre 1947 l'allenatore Pietro Piselli schiera così gli «arsenalotti": De Fazio, Villicich, Canavesi, Valente, Bernardel, Fanelli, Vincenzo Castellano, Francesco Petagna, Di Fonte, Michelini, Bellucco. Il 6 maggio 1979 Guido Mazzetti manda invece in campo questa formazione: Petrovic, Giovannone, Cimenti, Beatrice, Dradi, Nardello, Galli, Panizza, Gori, Selvaggi (76' Fanti), Caputi. Un nuovo successo per la Nocerina il 28 febbraio 1982, in serie C1: 1-0 con un gol all'81' dell'ex rossoblù Giovanni Quadri. Così il Taranto schierato da Angelo Carrano: Rossi M., Caricola, Cimenti, Raise, Scoppa, Picano, Colucci (87' Cassano), Gori, Barbuti (82' Rossi R.), Scungio, Rondon. La stagione successiva, il 16 gennaio 1983 e sempre in C1, la terza ed ultima vittoria dei campani: 2-0 il punteggio con i gol di Zottoli al 13' e Raffaele al 78'. Così l'undici rossoblù utilizzato da Lauro Toneatto: Rossi, Pighin, Castagnini, Falcetta, Scoppa, Bacci, Novellino, Barlassina (42' Picano), Chimenti, Sgarbossa, Biagini (74' Colucci). Ancora uno 0-0 il 6 febbraio 1994 nel Campionato Nazionale Dilettanti. Questa la formazione tarantina (in panchina siede Degli Schiavi al posto dello squalificato Selvaggi): Vergallo, Leoni, Pace, Latartara, Longo, Mancone, Oristanio, De Gregorio, Aruta, Carrozzo, Albarelli (80' Candita, 88' Simonetti). L'unica vittoria del Taranto il 9 dicembre 2001 in serie C1: 2-0 con le reti al 13' di Cazzarò e all'84' di Riganò. Questo l'undici rossoblù agli ordini di Giovanni Simonelli: Di Bitonto, Galeoto, Pisano, Giugliano, Siroti, Bennardo, Cazzarò, Andrisani (84' Marziano), Riganò, Triuzzi, Cariello (80' De Liguori). Nel torneo scorso di serie C2 il quarto pari tra le due squadre: 1-1 il 13 febbraio 2005, con Rosamilia a segno al 35' e pareggio rossoblù con un colpo di testa di Maddé al 53'. È questa la prima gara per il tecnico Florimbj (subentrato al duo Toma-Nemo) che schiera così il Taranto: Leopizzi, Garzja, Arabia, Mela, Paglialunga, Malagnino, Filippi, Maddé, Mignogna (70' Palumbo), Pupita( 64' Selvaggio), Sergi.13 novembre 2005

Marino si affida ai ritorni
Domani, contro la Nocerina, rientrano in campo Larosa e Micallo (fermi da tre turni) e Deleonardis (inutilizzato da due settimane): il tecnico confida nel loro entusiasmo

Alla fine Raimondo Marino ha scelto di cambiare senza cambiare. Di lasciar muovere, cioè, il Taranto sulle stesse linee di sempre, di giocare con lo stesso impianto. Nessuna deroga al 4-3-1-2: uomini diversi, però. Diversi per caratteristiche, probabilmente anche autentica mediazione tra esigenze differenti. Turnover un po' tecnico e un po' forzato: di certo c'è che nemmeno stavolta il Taranto sarà uguale alle ultime versioni. Quattro partite, quattro formazioni diverse: infortuni e squalifiche hanno condizionato l'allenatore, che a volte ha invece scelto di cambiare per necessità tecnica.
In casa della Nocerina, domani, ci sarà un Taranto disposto come sempre eppure profondamente diverso. Tre uomini su tutti, tre rientri: Larosa e Micallo non giocano da tre partite (il primo per squalifica, il secondo per infortunio), Deleonardis è inutilizzato da due partite. Marino si affida alla loro voglia, al loro entusiasmo. Spera che abbia effetti benefici sul gruppo, che coinvolga la squadra. 
A parole il risultato c'è già. Perché Francesco Larosa, ad esempio, a stento si contiene, parlando del suo possibile ritorno in formazione dal primo minuto: «Sembra così, in effetti. Ma non lo darei per scontato. Spero di aver posto in squadra, sto provando determinate cose che posso far presagire ad un mio impiego sin dall'inizio, ma non correrei. Preferisco aspettare». Tre giornate di squalifica, tre partite lontano dal campo per punizione: pochi minuti in campo con il Modica, l'ingenuità costata caro. E, adesso, l'odore dell'erbetta: «Stare fermi è dura, davvero. Adesso ho voglia di giocare, di farmi notare. Prima l'infortunio, poi la squalifica: non ho mai avuto la reale possibilità di prendermi lo spazio. Ora è il mio turno, è l'ora di dare la mia mano».
Larosa avrà, domani, un compito delicato: giocherà al posto di Bevo, nel ruolo fondamentale per i meccanismi del Taranto. Bruno non è riuscito a rimpiazzare il mediano titolare. A frenare l'avanzata altrui e rilanciare con rapidità: Larosa dovrà girare da playmaker, davanti alla difesa, un passo più dietro dei centrocampisti. Un ruolo nuovo: «A dir la verità in questa posizione ho giocato altre volte. Non è un problema: Marino conosce le mie caratteristiche, sa quello che posso dare e saprà anche la mia utilità in una posizione così delicata. E' una novità, ma forse lo è più per voi: quando si prova in settimana spesso mi trovo schierato come centrale di centrocampo: sapevo che era un'alternativa reale». Rientra, in una partita così importante. Che il Taranto deve vincere, per scollarsi le polemiche di dosso: «Diventano tutte importanti, ad un certo punto della stagione. Soprattutto questa, che è fuori casa, può servirci a fare il salto di qualità: ci mancano i tre punti in trasferta, ancora». Rientra, soprattutto, promettendosi di non cadere più nelle trappole della tensione: l'ultima espulsione gli è costata tre turni in tribuna: «Ho avuto modo di pensarci: ho fatto ammenda, so che non devo più commettere certe ingenuità. Non ripeterò più certi gesti, anche se la decisione, continuo a dirlo, è stata affrettata. Ma non ne parliamo più».
Torna anche Antonio Deleonardis, a Nocera. Torna a sinistra del centrocampo, al posto di De Liguori. Torna dopo due settimane di pausa tecnica: Marino lo aveva schierato trequartista a Marcianise, lo aveva tenuto in tribuna a Gallipoli e in panchina domenica scorsa. Adesso lo lancia in campo: «Ma non è il mio impiego - spiega Deleonardis - la cosa importante. E' chiaro che un calciatore è contento se gioca e non può esserlo se non gioca. Ma è la squadra che conta, il resto fa parte del gioco». Il ragazzo barese, però, sa che trovarsi titolare ha determinate responsabilità: «Lo so e, come sempre, cerco di farmi trovare pronto. Il mio compito non è decidere quando devo giocare: è impegnarmi al massimo, quando vengo chiamato». Torna nella sua posizione, dopo una parentesi alle spalle delle punte: «Ma anche giocare da trequartista mi piace molto: ora torno dove ho iniziato la stagione, ma non esiste un ruolo preferito. E, in fondo, va bene ogni posto quando si tratta di giocare». 
La partita di Nocera ha un risvolto doppio: serve per uscire dal quel tunnel buio in cui i rossoblu si sono cacciati. Tre partite, due punti, zero gol fatti. La bufera rischia anche di travolgere Marino, tecnico non in discussione fino ad adesso ma che potrebbe comunque finire schiacciato dalle prassi calcistiche: «E' una partita importante - continua Deleonardis - perché dobbiamo tornare lassù: abbiamo perso molto terreno, anche se non è tutta colpa nostra. Non è, però, questo il momento per parlare di torti arbitrali: ora dobbiamo pensare a Nocerina e riprenderci le zone alte. Noi faremo il possibile per non complicare la nostra situazione e quella di Marino: l'allenatore sta mettendo il massimo, ora tocca a noi. Così possiamo andare avanti senza problemi».
L'altro rientro è quello di Giovanni Micallo, di nuovo impiegato nel ruolo di terzino dopo tre settimane alle prese con problemi fisici. Sarà un ritorno che non toglierà il posto a Martinelli (due volte su tre sostituto a destra), perché l'ex difensore del Manfredonia emigrerà a sinistra per rimpiazzare Manni, sicuro assente. L'altro volto che si riaffaccia al campo è Mortari, che ha scontato il turno di squalifica e ha anche recuperato dai propri acciacchi: il suo posizionamento a destra del centrocampo porterà Mancini nel ruolo di trequartista, dove domenica scorsa c'era Campanile. di Fulvio Paglialunga12 novembre 2005

«Taranto, fidati di me»
Larosa a Nocera titolare per la prima volta

Il match di Nocera è ormai vicino. Manni, Bevo e De Liguori sono out. Ieri hanno lavorato a parte. Per la verità anche Deflorio ha svolto un lavoro differenziato per un principio di raffreddamento, ma domani sarà regolarmente in campo. La formazione dovrebbe essere, quindi, quella provata ieri l'altro a Palagianello: Gentili in porta; Micallo, Caccavale, Pastore, Martinelli; Mortari, Larosa, Deleonardis; Mancini, Catania, Deflorio. Il modulo sarà invariato: 4-3-2-1. Il rientro di Micallo dovrebbe dare più saldezza alla fase difensiva. Il rombo di centrocampo avrà il duplice compito di fare argine nella zona mediana, ma anche di proporre improvvise e veloci incursioni per tentare di piazzare la botta vincente. Catania e Deflorio dovranno incrociarsi per aprire varchi nella difesa partenopea. Francesco Larosa, 23 anni, un metro e 92 d'altezza, andriese di nascita, farà domani... un doppio esordio in maglia rossoblù: giocherà per la prima volta dall'inizio della partita e davanti alla difesa. Finora, infatti, è stato impiegato in due spezzoni (con il Melfi ed a Lamezia), più i famosi 8 minuti con il Modica: in tutto, 81 minuti. Confessa: «Premesso che sono capace di esprimermi anche da laterale di centrocampo, il ruolo di "guardiano" della difesa mi si addice maggiormente. Due anni fa Papagni, che utilizzava il 4-3-2-1 come mister Marino, mi piazzava sempre in quella posizione. Solo nella scorsa stagione, con Rumignani, giocavo in altre posizioni perché la squadra utilizzava il 4-5-1. Spero di far bene. Ci tengo parecchio». A Nocera ci sarà da fare tanta interdizione. «Per la verità in Campania punteremo a riprenderci i punti persi in casa con il Latina per cui ci difenderemo poco. Io sono convinto, invece, che ci sarà da correre tantissimo, da "rubare" il maggior numero di palloni, da lottare con grande agonismo dal primo all'ultimo minuto, da stare attentissimi nel piazzare la botta vincente al momento opportuno. Il tutto in un ambientino non propriamente delicato e soprattutto contro una formazione che fa della giovinezza la sua forza, ma che annovera fra le sue fila alcuni elementi d'esperienza e di valore». Il Taranto non segna da tre settimane. Fuori casa addirittura dalla prima di campionato a Roma contro la Cisco. «La legge dei grandi numeri dice che è giunta l'ora di ritornare a segnare. Noi centrocampisti ed i difensori siamo pronti a dare una mano all'attacco. Sulle palle inattive tutti i «lunghi» della squadra tenteranno di dare il loro contributo». Quanto vale la formazione jonica? «Per me tanto. Finora si è espressa sì e no al sessanta per cento delle sue possibilità. Sfortuna ed errori arbitrali ci hanno indubbiamente penalizzato. Ma non è il momento di stilare bilanci». Stamane rifinitura e partenza. Da ieri sera sono in vendita 500 biglietti al prezzo di 8 euro per assistere a Nocerina-Taranto al bar Cubana, alla tabaccheria Policicchio ed al bar Essential. di Giuseppe Dimito12 novembre 2005

«Non si cambia modulo»
Raimondo Marino, tecnico del Taranto, difende il suo schema di gioco che, quindi, verrà riproposto anche a Nocera. «Ci manca solo un po' di tranquillità»

Sembra che la sua coscienza gli imponga il detto “Non ti curar di loro, ma guarda e passa”. Raimondo Marino ha delle idee e intende portarle avanti e rispettarle. Lo 0-0 di Taranto-Latina ha generato delle critiche che non ritiene di condividere. Anzi, le rigetta con forza, soprattutto se esse sono state mosse dal cattivo funzionamento dello schema di gioco preferito. 
Le sfumature praticate nella gara di Gallipoli hanno rappresentato l'eccezione. Nella gara esterna contro la Nocerina, si torna o, forse sarebbe meglio dire, si prosegue con il 4-3-1-2, con tanto di “rombo” a centrocampo. 
L'improvvisata conferenza stampa organizzata al termine dell'allenamento svolto a Palagianello si segnala per alcune dichiarazioni nette. 
«Quello che voglio precisare è che se il Taranto non sta ottenendo delle vittorie, non è per colpa del modulo di gioco. Se arriviamo davanti alla porta avversaria per quattro o cinque volte, vuole dire che lo schema di gioco funziona. Poi, semmai, subentrano altri fattori. Non è vero che maciniamo gioco ma ci fermiamo ai sedici metri. In area ci entriamo Non siamo precisi in fase di realizzazione. Senza tirare fuori gli episodi, altrimenti si dice che voglio trovare delle scuse». 
Le questioni tecniche sembrano essere relative. Per spiegare una certa anemia offensiva, Marino tira fuori altre ragioni. 
«Alla squadra manca la tranquillità necessaria che deriva dal fatto che i risultati non arrivano con continuità. Contesto anche l'analisi che si è fatta dopo la gara casalinga contro il Latina. Per tutto il primo tempo e per una quindicina di minuti della ripresa, c'è stata solo una squadra in campo. Il Taranto meritava di vincere, su questo non si può dissentire. Se poi si vogliono estrapolare gli ultimi venti minuti per architettare delle critiche francamente esagerate, fate pure. Credo, però, che non sia giusto colpevolizzare eccessivamente un modo di giocare». 
Sarebbe meglio, però, guardare avanti. Il capitolo Latina si è chiuso da qualche giorno; ora c'è da concentrarsi sulla Nocerina, squadra che possiede un curioso ruolino fatto di una vittoria, una sconfitta e ben nove pareggi. La trasferta campana potrebbe essere affrontata con una novità sostaziale. Sempre più probabile il lancio di Larosa a centrocampo al posto di Bevo. Marino, nell'analisi complessiva del test di ieri pomeriggio, non si vuole sbottonare. 
«Le indicazioni della gara contro il Palagianello sono state utili. Ho visto la squadra adottare certi movimenti e mi posso ritenere soddisfatto. Larosa? E' una possibilità, ma potrei fare utilizzare delle soluzioni alternative. Sicuramente non potrò impiegare Manni, Bevo e De Liguori che sono definitivamente fuori uso». Defezioni che impongono all'allenatore messinese un'amara riflessione. «Purtroppo ci sono ciclicamente questi infortunati. Peccato, perchè non riesco a schierare la medesima formazione per due settimane di fila. La Nocerina? E' una buona squadra, allenata da un tecnico molto esperto. Certamente ci proporrà le solite insidie di una trasferta. Starai controbattere colpo su colpo e non mollare». di Luigi Carrieri11 novembre 2005

«Il Collegio Arbitrale non si è mai pronunciato su Passiatore»

Sulla querelle legata all'attaccante tarantino c'è da segnalare l'intervento di Lele Di Ponzio, legale difensore del sodalizio di Via Umbria, che chiarisce: «Il Collegio Arbitrale non si è mai pronunciato sullo stato fisico di Passiatore, non ha mai accertato l’idoneità o tantomeno l’inidoneità. Mi sembra strano che l’avvocato Antonio Marrone (legale e procuratore di Passiatore, ndr) possa sostenere una simile tesi».
Le parti, intanto, si incontreranno nuovamente a Firenze il prossimo 25 novembre per discutere il ricorso dell’attaccante riguardo alla mancata convocazione per il ritiro estivo di Penne. Nel penultimo incontro, risalente al 3 settembre scorso, il calciatore aveva ottenuto la possibilità di allenarsi agli ordini di Raimondo Marino. Il giorno dopo, sabato 4 settembre, presentatosi allo stadio, fu invitato senza motivo a fare marcia indietro dal responsabile dell’Area Tecnica, Luca Evangelisti. Dal 6 settembre Passiatore si allena con la squadra prendendo parte anche alle amichevoli del giovedì. 10 novembre 2005

Lo stadio "Iacovone" al degrado

In attesa della convenzione, lo “Iacovone” affonda nel degrado. E le immagini che pubblichiamo, oltre a mostrare un panorama tristemente familiare per i tifosi che affollano le tribune dello stadio per sostenere la squadra rossoblu, sono una testimonianza eloquente di a che punto sia arrivata la situazione di incuria che caratterizza quello che resta il più importante impianto sportivo della città oltre ad essere uno dei beni di proprietà del Comune. Mentre lo scontro Taranto Sport - Amministrazione comunale in merito alla “famigerata” convenzione che dovrebbe regolare i rapporti tra società sportiva ed amministrazione resta in una fase di stallo, dall’Ente proprietario dell’ex Salinella nulla si muove perchè venga messa in atto una vera e propria opera di bonifica che appare decisamente necessaria. Prima, obbligata tappa del tour nello stadio è quella ai bagni. Sono due le alternative: o sono letteralmente sigillati, con tanto di grate e di sbarre, e vengono “riciclati” come immondezai e portarifiuti, o - quei pochi disponibili - appaiono ridotti in condizioni igienico-sanitarie tali da rendere una vera e propria sfida provare anche solo ad avvicinarsi ai WC. Ma sono le tribune - che dovrebbero essere i “gioielli” dello stadio - a lasciare davvero sconcertati. In questo caso si può davvero parlare di “pericolo aviario”, ma il nemico non è proprio l’influenza dei polli. Lo Iacovone, infatti, oltre a teatro delle gesta dei giocatori in maglia rossoblu, sembra infatti svolgere anche la funzione di voliera comunale. Qui i piccioni (temutissimi ovunque sino all’eccesso da quando il virus H5R1 riempie le pagine delle cronache) possono infatti volare liberi ed indisturbati, e magari dare libero sfogo a tutti i loro istinti nella più assoluta tranquillità. E le conseguenze si vedono eccome, con alcuni seggoolini assolutamente impraticabili, e che probabilmente da anni non vengono ripuliti. Non è una esagerazione parlare, anche in questo caso, di concreto pericolo igienico-sanitario. Ma, se molti seggiolini - ad un passo da quel settore vip che la domenica diventa regno delle telecamere - sono ridotti a servizi igienici per uccelli, altri giacciono divelti, abbandonati sui gradoni, tra qualche lattina ed un pò di spazzatura. Alcuni sono stati letteralmente sradicati e lasciti lì. Dell’accostamento cromatico rosso/blu è rimasto davvero poco, tra voragini e seggiolini appoggiati in equilibrio quanto meno precario. Così come poco è rimasto della dignità di uno stadio glorioso, ridotto oggi a fiera del degrado. di Giovanni Di Meo09 novembre 2005

Tutta la grazia del pallone in uno scatto
Lo sguardo del calcio Cartier-Bresson, Abbas, Koudelka. Al Goethe Institut di Roma una mostra sull'universalità del football negli imprevedibili clic dei fotografi Magnum

Qualche volta i desideri diventano realtà, come quando trovi all'estero un libro che raccoglie le foto sul calcio della mitica agenzia Magnum (Magnum Football, Phaidon Press 2002) e speri che prima o poi ne venga tratta una mostra. Tre anni dopo, ora la mostra c'è e sta facendo il giro d'Italia col titolo «Il calcio, una lingua universale»: fino al 25 novembre è a Roma, al Goethe Institut, che l'ha organizzata in collaborazione con Magnum Photo Paris in vista dei campionati del mondo del 2006; poi sarà in tutte le altre grandi città italiane ma anche nelle piccole (Como, Olbia, Pordenone, Avellino, Guastalla) e attraverserà ben 80 paesi da qui a giugno come contributo dell'Istituto tedesco al programma di arte e cultura dei Mondiali dell'estate prossima. L'ingresso è gratuito. La mostra rende comune a tutti il privilegio di godere di quelle stesse fotografie, di quelle stesse impressioni, di quegli stessi movimenti, di quegli stessi sguardi, insomma di quelle stesse epifanie che davvero parlano da sé. Sono le foto che i fotografi della Magnum hanno scattato in più di cinquant'anni sul tema del calcio (l'agenzia ne ha scovate più di 4mila nel proprio archivio) e già questa circostanza è eccezionale, perché dei fotografi della Magnum siamo abituati a conoscere altro: le immagini di guerra, di viaggio, dei grandi eventi della storia. Ma anche il calcio è un tema della realtà; anche il calcio può essere - per sottrazione, o per negazione - cifra della guerra o sintesi di un viaggio; anche l'immagine di una partita di pallone può fissare l'essenza di un luogo, o di un popolo. Dunque, anche il calcio è un grande evento e queste foto hanno quel sovrappiù di eccezionale che consiste nel dirci molto dell'anima delle persone che ne sono ritratte e delle terre del mondo alle quali queste persone appartengono. E perché tutte le fotografie sono di una bellezza che soltanto una parola può esprimere, oltre l'ineffabilità: grazia.
«La fotografia è geometria, è la rivelazione di angoli e forme nascoste», scrive infatti Simon Kuper nell'introduzione del libro (che nel frattempo è stato pubblicato anche da noi); e «attraverso il calcio, centinaia di milioni di persone sembrano in grado di raggiungere la grazia». La grazia di queste fotografie è nell'esultanza di un bambino, nella solitudine di un uomo in tunica nera (nella foto di Abbas, in Egitto, nel 1993), nel palleggio di una donna sotto lo sguardo di alcune compagne (in una foto ancora di Abbas, a Teheran, nel 1998), nella torsione di un portiere o nello stop di petto di un carcerato (in una foto di Alex Majoli, in Brasile, nel 1997), nell'incedere di un giovane con la palla davanti a un carro armato (nella foto di Philip Jones Griffiths, a Grenada nel 1983, subito dopo l'invasione americana); in una partitella in piazzetta nella Roma del 1959 (lo scatto è di Henry Cartier-Bresson); è ovunque sia disposta a rivelarsi con naturalezza, cioè con inconsapevole e dolce spontaneità.
La grazia è multiforme, ed è dappertutto. «Lo sguardo di tutte le persone in queste fotografie è come rapito» - scrive ancora Simon Kuper - nel senso che «i giocatori guardano soltanto il pallone, sono persi nel calcio, e non si accorgono di nient'altro»: questi bambini, queste bambine, questi uomini e queste donne non vedono il deserto o la miseria che stanno dietro di loro, non sono disturbati dal fumo delle ciminiere che li avvolge; quasi non s'accorgono del carro armato sul quale sono appostati i soldati, giocano davanti alle proprie celle ma potrebbero essere in uno stadio; com'è naturale, non impediscono loro di giocare né la pioggia, né la polvere, né il fango, né i sassi. La grazia del calcio - come la scopriamo in queste fotografie - è nella propria esclusività rispetto a qualsiasi altra cosa: alla guerra, alla distruzione, al tempo.
Semplicemente, il calcio è un bellissimo gioco e davanti al calcio siamo tutti uguali, perché il gioco è un'arte che insegna la libertà. Anche per questo siamo felici che le foto di David Seymour, Herbert List, Josef Koudelka e degli altri fotografi della Magnum (che subito dopo la fondazione, avvenuta nel 1947 al Museo d'Arte Moderna di New York, intitolò il primo progetto comune «People are people the world over», le persone sono uguali dappertutto) siano ora anche una mostra, perché la grazia e la libertà sono un bene che vale la pena di coltivare anche per piccolissimi contributi. di Niccolò Nisivoccia09 novembre 2005

«Qualche giocatore non è da "Iacovone"» 
«Se dovessimo perdere a Nocera, non manderò via il tecnico ma qualche calciatore. A gennaio, chi non avrà convinto verrà tagliato»

«A Nocera non ci sarò». Ecco Gigi Blasi, finalmente. A tre giorni abbondanti dal pareggio interno con il Latina, il numero uno del sodalizio di via Umbria dà l'impressione di non aver smaltito la delusione per il pari interno con il Latina. Soprattutto per come la squadra si è espressa nella ripresa. Tornare a parlare può fargli bene, ma la decisione di non seguire il Taranto nella trasferta campana (non era mai successo prima, nemmeno nella passata stagione quando le cose andavano decisamente peggio) lascia più di qualche dubbio sul suo rapporto con la squadra: «Con la squadra sono molto arrabbiato - replica secco il presidente -, ma non è certo per colpa dei giocatori se domenica non potrò rispondere presente al "San Francesco". E' a calendario una fiera molto importante in quel di Bologna, non posso proprio mancare».
E' addirittura più importante del Taranto?
«Il Taranto non esisterebbe se non curassi le mie aziende. Domenica non ci sarò, ma non è una ripicca. Ci tengo a sottolienarlo».
Allora, presidente, come ci si sente fuori dai play-off?
«Guardi, i conti si fanno alla fine e il campionato è ancora troppo lungo per emettere sentenze definitive. Oggi siamo fuori dalla zona play-off, è vero, ma sono convinto che a maggio uno di quei quattro posti sarà nostro, e non voglio spingermi oltre...».
Vuol dire che crede ancora nel primo posto?
«Personalmente, mi arrenderò solo all'aritmetica, ma fino ad allora il Gallipoli non potrà sentirsi in una botte di ferro. E mi auguro che anche la squadra la pensi come me...».
Si fida ancora dei suoi giocatori?
«Non è una questione di fiducia, vorrei solo che fossero più combattivi. A volte, ho l'impressione che questa squadra non sappia soffrire, come se si arrendesse alla prima difficoltà. Questa almeno è la sensazione che ho provato al termine della sfida con il Latina. A un primo tempo di tutto rispetto, ha fatto seguito una ripresa da pensionati».
Possiamo dire, quindi, che questo Taranto sia un tantino sopravvalutato?
«Bè, no, la nostra squadra è formata da elementi di spessore, solo che a volte non se ne rendono conto oppure perdono tempo a specchiarsi nel loro stesso valore. Presunzione o scarsa convinzione nei propri mezzi? Io sincermanete non ci capisco più nulla. In undici giornate di campionato, solo a Gallipoli ho visto una squadra gagliarda, pronta a lottare su ogni pallone. Ma quella prestazione è figlia della sfuriata post Marcianise e sinceramente sono stanco di arrabbiarmi, vorrei vivere un pò più tranquillo».
E intanto la tifoseria contesta Raimondo Marino: è davvero lui il colpevole?
«Se Marino sta sbagliando, allora vuol dire che io non ho mai capito nulla di calcio. Non sono un tecnico, certo, ma di uomini me ne intendo: Marino è una persona eccezionale, preparata, perciò andremo avanti con lui costi quel che che costi».
E se a Nocera dovesse arrivare un'altra sconfitta?
«Allora sarò costretto a esonerare qualche calciatore. Passerò ai fatti. Ricordate Garzja, Leopizzi, Paco Soares? Non mi farò problemi nel tenere a casa gente profumatamente pagata. Adesso basta, sono stufo delle parole: se, come dicono in tanti, siamo davvero da C1, e io credo di sì, dimostriamolo sul campo». 
Lo dicono in tanti, ma questo Taranto, secondo lei, è da C1?
«Sì, ma, ripeto, dipende tutto dai calciatori. Alcuni hanno dimostrato di essere uomini, altri sono ancora alla ricerca di se stessi e forse non sono adatti per uno stadio come lo "Iacovone". Al mercato di gennaio mancano ancora una cinquantina di giorni, il tempo giusto per giocarsi una riconferma».
Ci sembra di capire che alla riapertura del mercato ci sarà una sorta di repulisti.
«Voglio la C1, questo deve essere chiaro, e chi non ha voglia di lottare deve trovarsi un'altra sistemazione. Se sarà necessario cambiaremo anche 10-15 elementi, l'importante è raggiungere lo scopo. Mi dispiace, ma è la vita: chi non produce deve essere tagliato. Almeno, questo è il mio modo di ragionare, sarà sbagliato ma sono fatto così».
Qualche giorno fa confessò, candidamente, che la sterilità del reparto avanzato rappresentava un serio problema: perchè non si tenta di sfruttare Passiatore?
«Ne approfitto per lanciare un messaggio al calciatore stesso: scelga lui un posto dove effettuare la risonanza magnetica, purchè sia lontano da Taranto. Sarò io stesso ad accollarmi tutte le spese e se l'esito sarà negativo chiederò a Marino di schierarlo al centro dell'attacco contro la Nocerina. Io so quanto vale Passiatore, ma prima di farlo scendere in campo pretendo, a mie spese sottolineo il concetto, che si sottoponga alla risonanza che valuti lo stato del suo ginocchio. E visto che ci siamo, dico a Passiatore, e al suo avvocato naturalemente, di non preoccuparsi perchè il contratto è garantito, riceveranno tutti i soldi, fino all'ultimo centesimo».
Presidente, è proprio sicuro di non voler fare una scappata al "San Francesco"?
«Niente da fare, domenica non ci sarò...». di Dante Sebastio09 novembre 2005

Che frenata
Nessun gol segnato nelle ultime tre partite: solo il Vittoria (ultimo) ha questo ruolino. I rossoblu hanno anche il “record” degli 0-0: ben quattro

Quando poi l'analisi scivola nei numeri non ci sono molte possibilità di replica. Perché i numeri, freddi e anche scomodi da maneggiare, non sono una questione soggettiva, non sono un punto di vista. E, spesso, rendono l'idea più di mille parole, ufficializzano le sofferenze o i momenti di gloria. Il Taranto, adesso, è in sofferenza: schiacciato dalle cifre di tre giornate passate ad inseguire l'ombra di se stesso. E' l'attacco a frenare: non un reparto, ma una manovra, non un giocatore né gli attaccanti, ma la capacità offensiva. Vizio che debilita: la squadra, adesso, è fuori dalla zona playoff. E nei numeri ci sono gran parte delle ragioni 
Tre partite senza gol: una frenata lunga che ha fatto lentamente scivolare la banda di Marino. Guardando nelle cifre delle altre lo squilibrio è evidente: male come il Taranto è andato solo il Vittoria, che però è ultimo in classifica. Sconfitta a Marcianise, pareggio bianco a Gallipoli e con il Latina: la contabilità genera il passo indietro e legittima i mugugni. Il conto delle altre grandi del torneo è impietoso: Rende (8 gol), Marcianise (4), Giugliano (5), Melfi (4) e Gallipoli (4), sono le squadre che stanno sopra ai rossoblu in classifica e che mettono, oltre ai punti, anche diversi gol a segnare la distanza. Non è stato un periodo agevole, va detto: Marino, in tre partite, ha cambiato tre volte formazione (facendo ruotare diciotto uomini diversi) e due volte modulo: un po' per scelta, ma molto anche per assenze forzate. 
Quello dei gol che mancano nelle ultime tre partite non è il solo numero che gira contro il Taranto: lo 0-0 di domenica è il quarto in undici partite. Tanti, considerando l'obiettivo: infatti oltre a Rieti e Latina nessuno ha uno score del genere, nessuno ha messo insieme più pareggi bianchi. E' un dato doppio: controbilancia un attacco che troppo spesso si inceppa ad una difesa che concede poco. Ma, comunque, non produce più di un punto (i pareggi, in totale, sono cinque) e lascia ancorati al sesto posto. Il dato complessivo, infatti, dice molto: solo Gallipoli (3 gol) e Pro Vasto (5) hanno subito meno del Taranto (6), ma ben nove squadre (Gallipoli, Melfi, Giugliano, Marcianise, Rende, Modica, Nocerina, Potenza, Viterbo) hanno fatto più gol rispetto a quelli segnati dal Taranto (10, come Cisco Roma e Rieti). 
Uno 0-0 è una partita in cui non si segna. Ma ce ne sono anche altre, che non producono nulla e fermano il cammino: i quattro pareggi senza gol e le due sconfitte fanno sei partite finite dal Taranto senza presenze nel tabellino dei marcatori. C'è chi sta peggio, in questa classifica (8 l'Igea, 7 Latina e Vittoria), ma anche qui sono squadre di bassa classifica, con altre ambizioni e altri organici. I rossoblu, invece, devono stare (per obiettivo dichiarato) nelle prime cinque. E da domenica scorsa non ci sono: mancano i gol, manca lo scatto. «Ma noi in porta ci arriviamo»: sostiene Marino. Questione di uomini, allora? O, parole a parte, questione di manovra? Non sono i numeri a dare la risposta. Ma certificano la sofferenza.09 novembre 2005

C'è un inganno: capiamo quale

Non si è ancora capito se è un inganno il Taranto che si fa bello e gioca un calcio godibile o se è un incidente la squadra che sistematicamente blocca la teorica evoluzione. O, pare più probabile, siamo di fronte a due mezze verità. Ad un cammino da “perdoni”, al passo indietro dopo un apparente passo avanti. Non esiste, perciò, un'analisi completa. Esistono, piuttosto tre aspetti che arrestano lo sviluppo, che cancellano il chiarore di un risultato interessante a breve distanza, offuscando segnali confortanti e tracce di progresso. Mentalmente, tatticamente e verbalmente il Taranto si accartoccia con regolarità, si piega schiacciato da tre lati difettosi.
Mentalmente la squadra si eclissa ciclicamente. Come avvertisse il bisogno di urgenze e motivazioni straordinarie per stare dentro la partita, come si allontanasse con supponenza dai compiti che sembrano agevoli, affrontandoli in modo superficiale e leggero. E' un lettura possibile di una squadra compatta e stretta contro la capolista quanto slabbrata e distratta contro un avversario in crisi. E' un modo per spiegare l'inspiegabile: la reazione nervosa ad una brutta sconfitta (Marcianise) e la gestione squilibrata di un punto pieno e incoraggiante (Gallipoli). Il Taranto che ha pareggiato contro il Latina è una squadra che si conosce e si illude di risparmiarsi, che finge di gestirsi e finisce per rendere pesante anche il proprio incedere. E', probabilmente, una squadra che non ha compreso le insidie di un torneo selvaggio e complicato, di una fase in cui tutti hanno fame di punti e ognuno si ingegna a modo suo. Un gruppo che crede di bastarsi, che si sente padrone della propria tecnica e spesso finisce per possedere il nulla. Che si gonfia esageratamente e sbatte in anticipo sull'umiltà dei dirimpettai.
Tatticamente il Taranto è un'incomprensione. E' una somma di qualità che invocano diverse sistemazioni. Una squadra che, per inclinazioni dei singoli, non sembra - ad esempio - poter prescindere da una linea di quattro centrocampisti. La superiorità numerica creata senza saperlo da un Latina rudimentale è un grosso spunto di riflessione: è un'analisi che parte da una settimana prima. Dalla linea granitica che, a Gallipoli, ha annullato le idee avversarie e imposto (per quello che si poteva) le proprie. Dagli uomini che si hanno a disposizione, anche: De Liguori, se fa l'interno, perde la possibilità di tentare l'uno contro uno, Campanile non riesce ancora sistemarsi tra le linee e finisce per pestare i piedi dei compagni senza rendersi utile. E' anche una riflessione sui sostituti: Bruno non è Bevo, perché non ha i tempi per far ripartire la squadra e la personalità per guidarla. Da playmaker si perde, in linea con altri potrebbe agire più da mediano puro e assecondare le sue caratteristiche. Ma è anche una questione di effetti collaterali: se i lati del campo non sono coperti, i terzini non possono salire, dovendosi preoccupare eccessivamente della chiusura su una zona sguarnita. E anche in attacco i difetti si allargano: Deflorio è costretto a stare troppo lontano dalla porta per cucire distanze che nessuno cuce (il playmaker è lontano, il trequartista è troppo avanti, ai due interni il pallone non arriva), Catania finisce affogato se gli si tolgono i metri di campo di cui ha bisogno. La formula di Gallipoli sembrava ritoccabile per ogni esigenza e si è trovata stravolta. Non è una questione di scelte del giorno, ma strutturale: il Taranto ha determinate caratteristiche e non può inventarsene altre. L'errore è credere più alle vittorie che alle difficoltà, credere che non segnare da tre giornate sia un caso piuttosto che una disfunzione. E, magari, continuare ad improvvisare, senza accrescere la densità della manovra offensiva e senza dare dei movimenti chiari a chi, per caratteristiche fisiche e tendenze tecniche, può rendere possibile un'altra partita con qualche cambio in corsa. Per intenderci: finché il gioco non si allargherà sul fondo (partendo da un centrocampo a quattro sarebbe anche una strada più percorribile) e si ostinerà a cercare lo sfondamento centrale, mandare in campo Di Domenico e Gambino vuol dire esporli al nulla, chieder loro di essere inutili. 
Verbalmente, poi, il Taranto deve uscire dalla sindrome di accerchiamento. Gli episodi contrari non bastano a spiegare. Fingere che, oltre un rigore invocato e un fuorigioco contestato, non ci siano altre ragioni in un pareggio spento è dannoso e poco istruttivo. Meglio concedersi all'analisi, meglio riflettere su quello che non ha girato e che ha reso decisivo un fischio sbagliato: continuare a ricavarsi appigli è una ingiusta deviazione dal problema reale. Perché non è vero che il mondo ce l'ha con il Taranto. E' vero, invece, che il Taranto rende molto al di sotto del proprio potenziale, che davanti c'è chi fa fuoco con molta meno legna. Chiediamoci il vero perché. Altrimenti è tutto inutile. di Fulvio Paglialunga
08 novembre 2005

Blasi dà ancora fiducia
Il presidente, in partenza per un lungo viaggio di lavoro, non annuncia rivoluzioni: «Si va avanti così». Ora il compito di risolvere i problemi spetta a Marino

Il giorno dopo è un giorno piatto. Con il sapore amaro del pareggio sul palato che non va via, nemmeno continuando a masticare. Ma non ci sono parole nuove né mosse a sorpresa. Tutto, cioè, continua regolarmente: senza sfoghi dai piani alti, senza niente di clamoroso. Quasi in silenzio. Il Taranto si interroga sul pari di Latina senza parlare troppo. Cerca le ragioni, ma non le espone. Si affida alle certezze che ha e a quelle che si può concedere. Non tocca nulla, intanto: Raimondo Marino non cade sotto le contestazioni. Non era in programma una ridiscussione della guida tecnica e, infatti, non è stata discussa. 
L'annuncio del coach messinese non aveva lasciato spazio a dubbi: «La società continua a darmi fiducia: ringrazio e vado avanti». E non sembrava una fuga in avanti, né una difesa precoce di se stesso. A Marino, di certo, non manca la prudenza verbale. E la frase suonava già come una nuova investitura. Mancava Blasi, per chiudere il cerchio e ripartire senza traumi. L'assenza del presidente (per la prima volta nella stagione) in sala stampa dopo la partita poteva prestarsi a interpretazioni doppie: gli impegni di lavoro sembravano integrarsi con la (visibile: dicono) rabbia muta e con la (saggia) voglia di sottrarsi all'ufficialità per non rilasciare parole troppo cariche di emotività. 
Blasi non ha parlato nemmeno ieri, sommerso dagli impegni di lavoro. Ha avuto il tempo solo per una dichiarazione telegrafica, ma assai incisiva: «Il Taranto sta bene così, non ha bisogno di novità». Poche parole, dirette. E chiarificatrici. E a completare il quadro giunge il viaggio di lavoro di Blasi: il presidente, ieri sera, è partito per un lungo viaggio di affari che lo terrà in giro per l'Europa una quindicina di giorni. Sembrano vicende personali, ma in realtà coinvolgono anche il Taranto: perché Blasi, da quando è al timone della società, ha sempre voluto prendere in prima persona le decisioni più importanti. Tiene per sè anche i tentativi di svolta, anche le sgridate: il viaggio esclude parecchie possibilità di intervento. Si prosegue: cercando la soluzione per vie interne, optando per la continuità gestionale e la contestuale ricerca di correttivi. 
Tocca a Marino, adesso. Confortato dalla fiducia silenziosa dei dirigenti (nessuno si è espresso in toni netti) e la frase strappata all'intenso giorno di lavoro di Blasi. E gli tocca, con la trasferta di Nocera in fondo alla settimana, una nuova emergenza. La ripresa, infatti, potrebbe far registrare parecchie defezioni: a Mortari e Bevo, acciaccati già dalla scorsa settimana, potrebbero aggiungersi Manni e Pastore, usciti malconci dalla partita di domenica (per noie muscolari) e già visitati ieri per verificare l'entità del danno. Le possibilità di impiego dei quattro acciaccati si scopriranno in settimana, così come verranno verificate le condizioni di De Liguori, da due settimane costretto a giocare stringendo i denti. Ma è il tempo dei duri. di Fulvio Paglialunga08 novembre 2005

La presunta crisi e i limiti reali
Il Taranto non va colpa di Marino Ma siamo sicuri?

È evidente che Marino stia ancora finendo di imparare cosa vuol dire guidare una squadra come il Taranto. Con le ambizioni del Taranto. Con le attenzioni e le aspettative che accompagnano il Taranto. Ma siamo sicuri che, dopo undici giornate e 17 punti in classifica, il problema sia lui? E che il rendimento della squadra dipenda dalla sua conduzione? Dalle sue scelte, dalla sua visione del calcio, dalla sua lettura della partita? Noi avremmo qualche dubbio. Andiamo alla parte tecnica del progetto: è già fallito dopo appena tre mesi di campionato? Se tutto era puntato alla conquista del primo posto, allora sì, è già fallito. Il Taranto non può arrivare primo. Non è la squadra migliore. Se, invece, l'obiettivo è cominciare a costruire e, nel frattempo, cercare di non perdere di vista la zona playoff, allora il progetto non solo è vivo ma può anche darsi stia faticosamente funzionando. Fatta questa doverosa premessa, veniamo alle difficoltà di Marino. Perché Marino è un allenatore in difficoltà, non un allenatore da cambiare. Soffre i limiti strutturali della squadra: la sua natura, i suoi difetti, le sue mancanze. Nel Taranto non ci sono tesori nascosti: i più bravi vanno regolarmente in campo. Ci sono, semmai, giocatori sopravvalutati, giocatori inadatti e giocatori che rappresentano già dei potenziali errori di mercato. Nessuno l'ha ancora detto, ma tutti se ne sono ormai accorti. Bruno è solo una riserva, niente di più. Campanile sembra abbia disperso le sue qualità. Gambino (soprattutto) e Di Domenico (in parte) sono due centravanti antichissimi e polverosi: troppo grezzi per entrare in confidenza con una congegno tecnicamente più sofisticato. Se non giocano con regolarità, le ragioni sono lampanti. Marino ha certamente sbagliato qualche formazione, qualche partita e qualche cambio, ma con il suo gruppo di garanzia e il suo modulo di riferimento è sinora arrivato dove poteva arrivare: dietro squadre dal tasso tecnico fors'anche inferiore, ma con altri valori. Valori come l'organizzazione, il carattere, la personalità. Valori che nel calcio, a qualsiasi livello, fanno spesso la differenza. E che nel Taranto scarseggiano oppure non sono ancora emersi. Non è una questione di modulo. Ma qualche equivoco sul 4-3-1-2 stabilmente adottato da Marino va sciolto. Non è vero, per esempio, che un simile impianto neghi il gioco sulle fasce. È vero, piuttosto, che gli esterni del 4-3-1-2 sono i laterali bassi. E che dalla loro disponibilità ad affondare molto dipende: l'ampiezza del gioco e la profondità della manovra. Chi sono gli esterni bassi del Taranto di Marino? Micallo ha esuberanza fisica ma anche fragilità caratteriali che, specie in trasferta, lo frenano. Manni si amministra, limitando il suo raggio d'azione. Conclusione: sono esterni che, per motivi diversi, non spingono, restando bloccati in zona. Non è il modulo a costringerli ad un atteggiamento di perenne attesa. È la loro personale interpretazione a farli risultare spesso assenti nella stesura della trama offensiva. Altro equivoco da chiarire: è il Taranto una squadra carente di attaccanti o di gioco d'attacco? A giudicare dalla naturalezza con la quale scivola nella trequarti avversaria, sfruttando spazi che si liberano all'improvviso (ma non certo per caso), non sembra un problema di schemi offensivi. Il disagio si avverte quando la costruzione a palla bassa diventa il tema unico, non potendo essere alternata con la manovra aggirante e i cross dal fondo, ma solo con traversoni dalla trequarti (puro disservizio per qualsiasi attaccante). Marino e il suo Taranto non vanno giudicati in fondo a queste ultime tre partite. I numeri sono impietosi: 2 punti, 0 gol all'attivo. Ma tirando tutte le somme di questo primo scorcio di stagione. Ad attraversarlo è stata una squadra potenzialmente competitiva, ma con qualche buco nell'organico. È sulla sua forza imperfetta che deve spostarsi il dibattito. È sulla sua forza imperfetta che la società deve concentrarsi, individuando i necessari correttivi. Marino sa ciò che manca. Nel frattempo, però, tocca a lui inventarsi qualcosa, assumendosi la responsabilità di ogni tentativo. Sino a gennaio bisogna resistere. di Lorenzo D'Alò08 novembre 2005

Il Taranto frena e s'interroga
Due punti nelle ultime tre partite ma il presidente non si abbatte. Blasi: «Marino? Va bene così...». De Florio: «Serve maggiore personalità, l'obiettivo restano i playoff»

Il pari bianco contro il Latina non ha, per ora, intaccato la fiducia del presidente Blasi nei confronti dell'allenatore Marino: «Sono impegnatissimo nel varo di due nuove macchine agricole. Saranno presentate al salone internazionale di Bologna. Il Taranto? Va bene così...». Non ha voluto aggiungere altro il massimo responsabile del calcio rossoblù. Decisamente più loquace è stato Andrea Deflorio. Da buon capitano ha fatto il punto della situazione con grande equilibrio e razionalità, evitando saggiamente giudizi troppo drastici. Esaminiamo lo 0-0 di domenica scorsa contro la formazione laziale. «Il risultato non rispecchia quanto prodotto complessivamente dalle due formazioni. A mio parere abbiamo disputato un ottimo primo tempo. Contate le palle-gol che ci siamo procurati: sono almeno quattro. Il Latina è stato molto fortunato nel neutralizzarle. È evidente che se fossimo andati negli spogliatoi in vantaggio per 2-0, la gara avrebbe preso un'altra piega. Invece siamo ripartiti dal nulla di fatto per cui ci siamo un po' innervositi. Nella ripresa la musica è cambiata. Invece di continuare a giocare palla a terra come nella prima frazione di gioco, l'abbiamo alzata. Non chiedetemi il perché. Non lo so. Lo chiariremo domani (oggi, n.d.r.) alla ripresa della preparazione. In questa maniera abbiamo involontariamente agevolato il gioco del Latina. I laziali, infatti, rintuzzavano le nostre azioni e ripartivano in contropiede». Ci sono altre concause? «Eravamo quasi contati. In più Manni è uscito a metà primo tempo, De Liguori e Pastore sono scesi in campo in condizioni fisiche precarie, l'arbitro ha assunto qualche decisione incomprensibile per cui alla fine siamo qui a parlare di un pari e non di una vittoria che avremmo strameritato. Il fallo di mani di Carfora mi è parso nettissimo. Ho immediatamente girato lo sguardo nei confronti del signor Pagano, ma ha fatto cenno di continuare. A quel punto inutile protestare: si rischia solo l'ammonizione. Anche in occasione del fuorigioco segnalato a Campanile sono rimasto molto perplesso. Non ho avuto bisogno di rivedere l'azione alla moviola perché sono stato convintissimo che l'azione era assolutamente regolare». Come giudica i fischi finali dei tifosi alla squadra e la particolare contestazione a Marino? «Con la rabbia per non aver vinto la partita. I nostri supporters sono eccezionali. Non mi stanco mai di ripeterlo. E' un patrimonio che solo Taranto ha. Mi spiace per il mister. Non credo che abbia particolari colpe». L'impressione è che la squadra, dal punto di vista dell'organico, presenti qualche lacuna. «Va precisato che l'obiettivo dichiarato era entrare nei playoff e non di vincere il campionato. Ritengo che la squadra sia effettivamente forte. Solo che a differenza delle altre formazioni, più di qualche compagno, ed in particolar modo i giovani, non ha quel carattere determinato che necessita per scalare la vetta del calcio professionistico. Non basta essere bravi: alla tecnica bisogna abbinare la personalità. Lo dico spesso: quando capita la palla per tirare in porta o tentare l'ultimo dribbling o fare un assist importante, bisogna assumersi la responsabilità e fare la giocata». di Giuseppe Dimito08 novembre 2005

“Tifo è Amicizia” presenta “Il pallone è tondo”

Il club “Tifo è Amicizia 1991”, unitamente alla libreria Dickens e all’associazione culturale “Il Granaio”, nell’ambito delle iniziative collegate alla “biblioteca del tifoso”, presentano il libro “il pallone è tondo” (ed. L’Ancora del Mediterraneo), curato dal giornalista e scrittore tarantino Alessandro Leogrande. 
Un lavoro collettivo - del quale Leogrande oltre al curatore è anche uno degli autori - sullo sport più amato, più ricco, più narrato, ma anche il più corrotto. Rappresentazione del potere e del denaro, ma anche il divertimento dei poveri, luogo per eccellenza di esibizione delle abilità, individuali e collettive. Il calcio a tutto tondo, fatto di storie (tra le quali spicca quella di Maiellaro celebrata dallo stesso Leogrande), reportage, inchieste: quello di ieri «impastato di ironia, rabbia, di umanità»; quello di oggi, dal divismo alla tratta dei baby-calciatori, dalle curve e gli ultrà alle trasformazioni degli ultimi decenni. Ma anche una riflessione o, se volete, un tentativo di individuare una via di fuga «incominciando da un modo di scrivere e di narrare il calcio che provi a rifiutare le menzogne, le edulcorazioni, gli abbellimenti dominanti. E' esistita, e continua a esistere, una magia del calcio. Ma questa splende, di rado, sui prati verdi; sulla carta bisogna prendere atto delle infezioni che l’aggrediscono, pur non dimenticando la bellezza, l’allegria e le passioni autentiche che lo sport dei piedi ha saputo offrire». 
Tutto questo è “il pallone è tondo”. 
Parteciperanno alla serata, insieme al curatore Alessandro Leogrande, anche l’autrice Ornella Bellucci e Pietro Maiellaro. L’appuntamento è per giovedì 10 novembre, alle 20 presso la sala da tè del bar Cubana, in via Acclavio, 62. 08 novembre 2005

La crisi degli stadi e il calcio smarrito
Gli spalti deserti del campionato italiano riaprono il dibattito sulla necessità di costruire nuovi impianti dove le partite possano essere viste e non solo immaginate. Ma è tutto il pallone ad avere bisogno di un rinnovamento culturale

Il Presidente della Lega Calcio, Adriano Galliani, sostiene che l'origine del progressivo svuotamento degli stadi italiani va ricercata nella inadeguatezza e nella obsolescenza - più che manifeste, peraltro - degli impianti che ospitano il nostro campionato. Il Presidente vicario della Lega Calcio, Maurizio Zamparini, afferma invece che la gente si allontana dagli stadi perché è stanca di assistere a una competizione in cui, da quindici anni, non a vincere ma addirittura a «poter vincere» sono solo due squadre. Altri mettono sotto accusa uno scarto sempre più insostenibile tra qualità, assai bassa, e costi (incomprensibili, in alcuni casi: come spiegare i 50 euro di una curva per Juventus-Inter se non con la volontà di tenere lontana, per questioni di ordine pubblico, la gente dallo stadio?) del prodotto calcio. Oppure evidenziano la scomodità - troppo traffico, parcheggi introvabili -, l'insicurezza - il ferimento della tifosa sampdoriana ad Ascoli dà forza a questa tesi, numeri alla mano però gli stadi italiani non risultano affatto luoghi così a rischio -, la sgradevolezza generale del clima - discriminazioni politiche, culturali e razziali - nel quale si è chiamati ad assistere alle partite. E infine, su tutte, l'argomentazione principale: la qualità e la quantità dell'offerta televisiva di calcio, da un lato strutturano ormai un immaginario del tifoso - fatto di replay, di moviole, di primi piani, di informazioni - che non può in nessun modo trovare soddisfazione da una visione della partita dagli spalti, dall'altro inflazionano il valore del singolo evento. Riducendo così la partecipazione allo stadio a una forma di comunicazione per iniziati.

Nuove misure per ripartire

Ciascuna di queste ragioni ha una propria validità. È auspicabile quindi - Petrucci permettendo - che gran parte degli stadi italiani vengano quanto prima e definitivamente messi da parti per lasciare il posto a impianti confortevoli e facilmente raggiungibili, nei quali soprattutto le partite possano essere viste e non soltanto immaginate. E ciò vale - se ne convinca Veltroni, che si picca di essere un esperto - in primo luogo per l'Olimpico di Roma. È altresì auspicabile che il costo dei biglietti e degli abbonamenti venga contenuto entro limiti più accessibili: una partita di calcio oggi incide, o inciderebbe, dato che sono sempre di più quelli che decidono di abbandonare gli stadi, troppo pesantemente sui bilanci. È necessario che dagli stadi (e dintorni), non per grazia divina ma in virtù di misure più eque e mirate di quelle contenute nel «pacchetto tolleranza zero» confezionato dal ministro Pisanu, scompaiano definitivamente bastoni, coltelli, striscioni disgustosi, cori che incitano all'odio e simboli oltraggiosi per ogni consesso civile. Anche le televisioni, da parte loro, tutte le televisioni, pubbliche, commerciali e a pagamento, debbono trovare il modo per mantenere alto il valore dell'insieme del calcio italiano, piuttosto che valorizzare l'immagine (e il profitto) di quattro o cinque club a danno di tutti gli altri. E soprattutto, infine, la speranza è quella di una classe dirigente che sappia innestare un processo capace di invertire la tendenza ferocemente oligarchica del nostro calcio. Senza un ampliamento democratico dello stesso, nella possibilità di sviluppare una reale capacità competitiva, un campionato italiano «costretto» ad avvitarsi nella sfida sempiterna sull'asse Milano-Torino è destinato ineluttabilmente, e non nel lungo periodo, a esaurire la propria capacità di espansione.

Un calcio che non c'è più

Prima si realizza questo insieme di misure, meglio è. Perché il calcio italiano rischia di non riuscire a innestare l'inversione di una tendenza che, protratta troppo a lungo, potrebbe rivelarsi irreversibile. Il clima, la tensione, le aspettative che hanno accompagnato la curva crescente della presenza degli italiani negli stadi nella seconda metà del secolo scorso si sono spenti da tempo. Il calcio dei nostri padri, o della nostra infanzia, quello delle lunghe file ai botteghini, di gente pigiata sugli spalti, sole o pioggia non conta, schedina in tasca e radiolina in mano per seguire Tutto il calcio minuto per minuto, delle risse per un posto o per una bandiera; il calcio che ha strutturato il nostro immaginario di bambini, i visi, i volti e le formazioni studiate sugli album Panini e i gol intravisti in bianco e nero alla Domenica sportiva o a Novantesimo minuto; quel calcio lì è morto. Ed è morto non per il disegno scellerato di dirigenti inconsapevoli e inetti (che pure ci sono stati e ancora continuano a far danni). È morto perché l'Italia di cui, insieme alla televisione (targata Rai), è stato la più fedele rappresentazione culturale di massa, l'Italia della Domenica della buona gente (non dimenticato film di Anton Giulio Majano del 1953, tratto da un racconto di Vasco Pratolini), fatta di gente con quattro soldi in tasca, il pranzo della festa da consumare con i parenti, le paste, il gelato a due gusti due, le partitelle a pallone sotto casa, il cinema di seconda visione dietro l'angolo, il bar con gli amici e la partita allo stadio al centro della organizzazione (individuale e collettiva) domenicale, ebbene quella Italia non c'è più.

L'esempio del cinema

Giuseppe Tornatore, nel suo Nuovo Cinema Paradiso, del 1988, ha tracciato un affresco appassionato della parabola che ha portato il cinema, nell'arco breve di due o tre decenni, a smarrire il suo ruolo di elaboratore e di testimone di mode e costumi della società italiana, di laboratorio delle culture e degli stili di un tempo di grande trasformazione. L'Italia che, ammassata, piangeva per le sventure degli uomini e delle donne di Matarazzo o seguiva con commozione e con un filo di morbosità i percorsi delle mondine di De Santis, negli anni ottanta trova altro a cui pensare. Le sale grandi e fumose dei nostri cinema, per lungo tempo segmenti pulsanti di umanità, finiscono per diventare testimonianze spettrali di una Italia che aveva scelto di cercare altrove i luoghi della riflessione e del divertimento. Si parlò allora di morte del cinema; e si incolpò, anche allora, la televisione, i prezzi troppo alti e così via. I decenni successivi hanno dimostrato invece che non di morte del cinema si trattava, bensì di uno scarto ormai insostenibile tra le strutture esistenti (quelle sale cinematografiche, cioè) e i bisogni di un pubblico profondamente cambiato rispetto a quello degli anni cinquanta e sessanta. Seppure a fatica, nello scorcio finale del vecchio secolo e in quello iniziale di quello nuovo, anche in Italia i cinematografi hanno saputo offrire forme di fruizione più aderenti alle aspettative dei "nuovi clienti". Senza recuperare il volume di presenze dei decenni passati - obiettivo impensabile questo, ovviamente, visti i videoregistratori, i dvd e le pay-tv che hanno invaso le case degli italiani -, riuscendo però ad attribuire alle nuove multisale un ruolo affatto marginale nella diffusione della cultura di massa contemporanea. Vedremo se il calcio italiano avrà chiarezza di idee e forza economica e politica sufficienti per portare avanti una operazione di rinnovamento e di rilancio di pari rillievo sociale e culturale. di Guido liguori e Antonio Smargiasse07 novembre 2005  

Bonolis si arrende e lascia il programma
I giornalisti erano pronti allo sciopero: «Gravi le sue esternazioni in diretta tv
non esistono condizioni per una collaborazione»

Paolo Bonolis sta per abbandonare il programma "Serie A", dopo la rivolta dei giornalisti. Sarebbe stato decisivo un colloquio del conduttore con Silvio Berlusconi. E' atteso in serata un comunicato. 
Un documento votato all'unanimità. L'assemblea dei giornalisti ha votato per la sospensione della collaborazione con il conduttore, affidando al sindacato un pacchetto di quattro giorni di sciopero. Il documento è stato votato all'unanimità da 37 giornalisti presenti nella sede di Cologno Monzese, più 5 collegati da Roma. Prima, il direttore Ettore Rognoni - che ieri Bonolis ha definito in trasmissione "er penombra" - ha fatto una breve comunicazione ai redattori preannunciando un incontro a breve coi vertici aziendali. 
Nel comunicato dell'assemblea, diffuso dal cdr, è scritto: «L'assemblea dei giornalisti di Sport Mediaset ritiene che dopo le gravi esternazioni del signor Paolo Bonolis avvenute ieri nel corso del programma Serie A non esistano più le condizioni per una collaborazione comune al programma». 
«L'assemblea chiede inoltre all'azienda quanto segue: la conferma che a Mediaset l'informazione è prerogativa delle redazioni giornalistiche; che Serie A sia un programma a cura della testata giornalistica sport Mediaset; che venga rispettato il contratto nazionale di lavoro giornalistico». «In attesa di comunicazioni da parte dell'Azienda - conclude il comunicato - l'assemblea affida al Cdr un pacchetto di quattro giorni di sciopero da attuarsi se se non ci saranno risposte soddisfacenti». 
Tutto come prima, anzi peggio. E il lunedì nero è fatto anche di una sconfitta negli ascolti. Baudo (5,9 milioni), batte Bonolis (4, 5). Per Pippo uno share del 28,8 per cento, per Paolo il 23,6. La scorsa domenica, Serie A senza Bonolis aveva ottenuto 3,5 milioni di spettatori e lo share del 19,4, in una giornata senza Juve, Milan e Inter. Baudo aveva fatto segnare 4,7 milioni di spettatori, con lo share del 26,3 per cento. 
«L'informazione non è spettacolo - si legge in una nota diffusa dalla Federazione nazionale della stampa italiana e dall'Unione stampa sportiva italiana - presentatori, conduttori, autori fanno un altro mestiere. Nessuno glielo contesta ma non possono invadere il campo di lavoro dei giornalisti. Vale anche, e oggi soprattutto, per Bonolis». 
«L'organizzazione del lavoro dei giornalisti - si legge ancora - e la loro deontologia sono definiti dal contratto di lavoro e dalla legge professionale. Bonolis deve saperlo. La guerra dell'audience non consente a nessuno di modificarle senza rispettare ruoli, professionalità, procedure». Solidarietà ai giornalisti della redazione sportiva di Mediaset è stata espressa, fra gli altri, anche dal comitato di redazione di Raisport, d'intesa con l'Usigrai, e dal cdr del Tg4.07 novembre 2005

Taranto, un solo punto tanti fischi
I rossoblu pareggiano contro il Latina e, per la terza domenica di fila, non segnano. Prova deludente: contestato Marino, squadra fischiata. Proteste per un “mani” in area

Quello che Marino ha indovinato e il Taranto creato, Marino sbaglia e il Taranto distrugge. L'immagine di squadra solida e matura si sbiadisce una settimana dopo, frantumando il messaggio di Gallipoli, disperdendo quello che tatticamente era stato trovato. Il Taranto che pareggia senza segnare (è la terza domenica in bianco) contro il Latina è una squadra che scivola all'indietro, che abbandona la zona playoff e che non raccoglie i meriti necessari per reclamare più di un punto. Nonostante l'avversario in crisi, nonostante il campo a favore, nonostante il vento buono ereditato in Salento. In novanta minuti il Taranto svela un possibile inganno (la prova precedente era frutto di motivazioni straordinarie, non di uno sviluppo reale) e scopre i suoi limiti (essenzialmente di costruzione, ma anche di lettura e di mentalità).
Il conto della partita è giusto. Oltre il rigore reclamato (“braccio” di Carfora in area), oltre qualche fuorigioco dubbio, c'è una squadra che non si prende la partita, che esce dalla zona playoff inciampando su se stessa. Che sbaglia quello che può sbagliare: l'impostazione, l'approccio, le correzioni, l'ordinaria amministrazione. Né idee né automatismi: il Taranto esiste per venti minuti e poi sbatte sull'onesta (e scolastica) organizzazione del Latina, ascolta le ragioni degli altri senza imporre le proprie. C'è del marcio nel pareggio: c'è un centrocampo che si concede acriticamente, un attacco che gira a vuoto e una struttura che viene smontata da una serie di difetti e da errori commessi a monte. 
Non è il Latina che ferma il Taranto: non è una squadra che, pure, sistematicamente crea un muro di otto uomini disposti su due linee per difendersi. E' una tesi debole, comoda per uso proprio ma non istruttiva. E' il Taranto, piuttosto, che si ferma da solo. Perché Marino (rumorosamente contestato a fine partita e adesso meno sicuro del suo posto) si fida di uomini che non rispondono e perché torna sui suoi passi difettosi, dopo aver dato l'impressione (a Gallipoli) di aver capito come si fa. L'effetto è dannoso: il 4-3-1-2 diventa clamorosamente inadeguato per le dinamiche collettive e lascia scoperta gran parte del campo. Il centrocampo è nudo, gli esterni non possono alzarsi, gli attaccanti sono lontani. Tradiscono i singoli scelti: Bruno non ha il passo, i tempi e il coraggio per fare il playmaker, Campanile non trova la posizione perdendosi in movimenti che lo estraniano dall'azione o lo schiacciano sulla linea degli attaccanti, allungando la squadra e rendendo inservibile la manovra. Il Latina è didascalico: il 4-4-2 è persino elementare. Ma il Taranto non sa leggere: rinnega inspiegabilmente la linea a quattro in mediana (felice - e forse indispensabile - intuizione di sette giorni fa), avanza Catania chiudendogli spazi vitali, costringe Deflorio ad allontanarsi dalla porta, non mette Malagnino in condizione di scendere. 
La banda di Marino si annulla da sola in partenza e non trova le correzioni poi: De Liguori (a corto di fiato e di condizione) resta in campo fino alla fine, Catania non ha il tempo di provarsi in una posizione alternativa (diventa trequartista, ma esce dopo diciassette minuti) e, soprattutto, la partita finisce con due torri in campo (Gambino e Di Domenico) senza prevedere mai il cross dal fondo. Quello che si vede giustifica il risultato e i fischi: senza una trama lineare il Taranto è qualche fiammata e poco altro. Non ha una manovra collettiva e nemmeno avidità offensiva: prende gli avversari troppo dietro e concede un eccesso di libertà alla prevedibile manovra ospite. C'è solo un quarto d'ora di promettente furore, costruito dalla iniziale vena di Deflorio: l'attaccante prima si avvicina al bersaglio (12'. colpo di testa fermato da Corradi a portiere battuto), poi suggerisce il colpo di testa a Catania (14', pallone alzato dal portiere). Poi c'è fumo a banchi, come nebbia in autostrada. Anzi, c'è nebbia: c'è una manovra che si infrange, una discontinuità che non trova giustificazioni nell'atteggiamento (logico) del Latina. 
Il Taranto produce timidi tentativi fuori contesto, confida nei singoli avendo disperso l'idea di collegialità. Finisce, però, quasi per dare coraggio all'avversario: ci sono due tiri nella ripresa (Corradi al 12' e Perrone al 30') che segnalano l'inquietante presenza del Latina. C'è una sola giocata di Mancini (17', sfruttata malissimo da Gambino) che indica la tangibile assenza del Taranto. E c'è un solo episodio (22', pallone fermato con il braccio in area da Carfora su colpo di testa di Deflorio) che fa gridare al rigore il fronte rossoblu. Ma che non basta a spiegare tutto, nonostante tentativi ottusi fuorvianti. Più giusta l'analisi di chi fischia. di Fulvio Paglialunga07 novembre 2005

Taranto esce dal giro playoff
Lo 0-0 contro il Latina interrompe la corsa dei rossoblù. Per la prima volta in questo campionato, gli jonici mancano l'appuntamento con la vittoria allo Iacovone

Sabbia negli ingranaggi. Il Taranto recupera la sua immagine un po' barocca e ampollosa, ritagliandosi una partita di scarso profitto e nessuna praticità. Ghirigori inutili, poca corsa e ruminazioni insistite per un pareggio asfittico. Pareggio che sporca il percorso interno (prima d'imbattersi nel Latina, solo vittorie) e che vale la momentanea esclusione dal giro playoff (sesto posto). Niente gol, manovra strozzata, qualche rimpianto (ci sono episodi dubbi dentro l'area laziale) e una progressiva, fastidiosa sensazione d'impotenza. Il Taranto, stavolta, non ce la fa. Finisce ripiegato su se stesso. Schiacciato da un peso invisibile. Appiccicato ad una partita collosa. Nessuno scatto decisivo. Nessuna ispirazione risolutiva. Solo fatica muta e sudore acido. Un lungo affanno, senza lieto fine. Adagiato sull'incudine ad aspettare il martello, che però non arriva. E quando arriva, colpisce senza fare male, senza procurare danni. Il Latina se la cava con un'onesta partita di contenimento. Una partita di linee strette e distanze corte. Umiltà, rigore tattico, ordine mentale: non ci sono vuoti di memoria nella prova del Latina, che un punto cercava e un punto strappa. Il problema del Taranto non è uno. Sono troppi: gli esterni di difesa sempre bassi e timidi; gli errati tempi di sganciamento; la lentezza con la quale si dipana la manovra; l'abulìa delle punte. Problemi di giornata: Bruno, che non è Bevo, rallenta l'azione; Malagnino che dovrebbe scorazzare sulla fascia, non spinge; Campanile che dovrebbe inventare tra le linee, finisce con l'appiattirsi davanti, formando un anomalo tridente con Deflorio (sempre più esiliato dall'area di rigore) e Catania (impalpabile); De Liguori è privo di forza esplosiva. Problemi dei singoli che si riverberano sul collettivo, deturpando la veduta d'assieme e inficiandone la funzionalità. Non c'entra il modulo (4-3-1-2), c'entra semmai la sua precaria interpretazione. Altra verità intangibile: nel calcio vince chi corre di più e chi ha motivazioni maggiori. Correre significa muoversi senza palla, andare nello spazio, proporsi. Le motivazioni, poi, non vanno confuse con le urgenze che sembrano sorreggere il Taranto e che, invece, finiranno per esaurirlo. Marino non sbaglia la formazione iniziale. È dinamicamente sbagliata la partita che il Taranto gioca, impantanandosi in un pomeriggio gramo. Perché non c'è velocità di pensiero e non c'è fluidità di manovra. Marino, al limite, trascura le sofferenze di De Liguori, quando decide l'ultimo cambio, preferendo dare maggiore peso all'attacco (dentro Di Domenico, fuori Catania). Ma lì, forse, ha prevalso la voglia di reperire il gol, percorrendo altre strade tattiche (senza cross dal fondo la mossa delle due torri risulterà comunque vana). Ci sarebbero anche alcune decisioni arbitrali a mortificare le velleità del Taranto. Episodi sui quali, a fine gara, si condensano rammarico e recriminazioni. Episodi che appartengono alla più movimentata ripresa. È molto presunta la posizione di fuorigioco fischiata a Campanile nell'azione che genera il gol inutile di Mancini (7'). È, invece, evidente la deviazione a braccio largo di Carfora sul tocco ravvicinato di Deflorio dentro l'area (22'). Ma sostenere che il Taranto non vince per colpa dell'arbitro sarebbe troppo riduttivo e fatalmente tendente a minimizzare la deficitaria prestazione collettiva. La partita senza gol alimenta una cronaca scarna. Nel primo tempo il Taranto disegna trame a palla bassa, cercandosi con dialoghi stretti che però difettano nell'ultimo tocco. Deflorio (di testa) e Catania (di testa) trovano l'opposizione di Corradi (sulla linea di porta) e Accialini (deviazione in corner). Il Taranto c'è, ma è solo un'impressione perché non arriva mai dove vorrebbe. Come Campanile e Mancini, che sono sulla traiettoria di un invitante cross dal fondo di Deflorio ma non trovano il pallone. Il Latina (4-4-2) tampona. La partita di Manni (stiramento) finisce dopo 26' (entra Martinelli). Nella ripresa Marino muove le torri. Prima Gambino (fuori Campanile, Catania arretra a fare il trequartista). Poi Di Domenico (fuori Catania, Deflorio dietro le punte). La resa, però, non è quella sperata. Perché ci vorrebbe un cambio di scena più drastico. Invece è lo stesso incedere, lo stesso avanzare. L'occasione più limpida capita a Gambino, che alza maldestramente il pregevole invito dal fondo di Mancini (17'). Alla fine piovono fischi nello stadio avvolto in una luce viola. di Lorenzo D'Alò07 novembre 2005

Le pagelle di Lorenzo D'Alò

GENTILI 6 - Palloni controllati con un po' di patema per chi guarda. Un paio di uscite tempestive. E nessuna parata significativa. 
MALAGNINO 5,5 - Dovrebbe spingere lungo la corsia destra. Resta, invece, bloccato in zona, preoccupandosi soprattutto di curare la fase difensiva. 
MANNI sv - Si stira troppo presto e abbandona il campo dopo ventisei minuti. Ingiudicabile. BRUNO 5,5 - Non ha le geometrie e la sveltezza interpretativa di Bevo. Con lui l'azione riparte più lentamente. 
PASTORE 6,5 - Sta come una diga che non teme l'onda. La aspetta paziente. E quando arriva, l'argina con facilità rassicurante. 
CACCAVALE 6,5 - Potrebbe fare reparto da solo. Fortino inespugnabile, porta blindata. Diagonali perfette, chiusure da manuale. 
CAMPANILE 5 - Altra prova deludente. Non galleggia tra le linee. Comincia viaggiando in orizzontale. Finisce schiacciato sulle punte. 
MANCINI 6 - Prestazione decorosa. Perché non si limita ad interdire. Tenta anche di costruire, facendosi venire qualche idea. 
DE LIGUORI 5,5 - Non sta bene e si vede. Quando parte, non ha la forza necessaria nelle gambe. Si batte senza incidere. 
CATANIA 5,5 - Niente di irresistibile: né quando affianca Deflorio in attacco, né quando Marino lo mette dietro le punte. 
DEFLORIO 6 - Dribbling lussuosi, assist fioriti. Ma lontano dall'area la sua pericolosità regredisce.
MARTINELLI 6 - Entra al posto dell'infortunato Manni. Nessun disimpegno sbagliato. 
GAMBINO 5,5 - La sua voglia barbara di gol è evidente. Ma si agita invano, sbagliando forse l'occasione più clamorosa. 
DI DOMENICO 5 - Entrate scomposte, falli inutili, movimenti poco felici. Sbatte regolarmente contro gli avversari. 
MARINO sv - La prova difettosa della squadra è oggettivamente indiscutibile. E in qualche modo lo coinvolge. Quando non si vince, è sempre così.

«Le ho tentate tutte»
Marino difende la squadra e attacca l'arbitro: «Siamo stati penalizzati dalle sue decisioni. La società mi ha confermato la fiducia». Blasi non c'è, parla Galigani

Blasi non c'è. Diserta l'appuntamento di fine gara con la sala stampa. Per la prima volta da quando ha assunto la guida del Taranto. 
Il presidente lascia lo “Iacovone” a fine partita. Con mille pensieri in testa e la delusione per un pareggio che non si aspettava. I collaboratori giustificano immediatamente l'assenza: il massimo dirigente ha dovuto raggiungere subito Manduria per motivi di lavoro. 
E' la versione ufficiale. Che cela, probabilmente, il desiderio “presidenziale” di astenersi da ogni commento dopo una prova non troppo brillante. 
La difesa d'ufficio tocca al direttore generale Vittorio Galigani e al tecnico Raimondo Marino. Le parole del dirigente hanno un unico obiettivo: l'arbitraggio. La partita scivola in secondo piano, per la squadra arriva una totale assoluzione: «Ai ragazzi - esordsce il dg - non possiamo rimproverare nulla, hanno dato il massimo, hanno combattuto fino al 95' per aggiudicarsi la vittoria. Certo, avremmo dovuto tirare di più in porta... però le critiche rivolte dai tifosi a Marino mi sono sembrate eccessive. Purtroppo, alcuni decisioni del direttore di gara hanno influito negativamente sul risultato: ci è stato fischiato un fuorigioco inesistente sulla rete segnata da Mancini, ci è stato negato un rigore netto su un fallo di mano del laziale Carfora, senza contare altri episodi dubbi». 
Galigani insiste: «Il Latina - aggiunge - è venuto qui per puntare allo 0-0 e giocare di rimessa. La conduzione arbitrale ha agevolato il modo di giocare degli avversari. Persino alla fine, nonostante sei cambi effettuati nel corso dell'incontro, il signor Pagano ha concesso soltanto quattro minuti di recupero». 
La “requisitoria”, però, non produrrà proteste ufficiali. «In queste situazioni - sottolinea il direttore generale - non è opportuno protestare più di tanto. Abbiamo inviato, però, in Lega alcuni spezzoni dell'ultima gara casalinga: lo faremo anche stavolta per segnalare gli episodi negativi che ci hanno colpito. L'espulsione di Evangelisti? Ha protestato per il rigore non concesso: la sua reazione era pienamente comprensibile». 
Marino si accoda. Anche il tecnico assolve i giocatori e punta il dito contro l'arbitraggio. «E' stata la partita che immaginavo. Sapevo che il Latina si sarebbe chiuso in difesa, anche se pensavo che avrebbero attaccato di più. E' una buona squadra. Nel primo tempo abbiamo avuto anche qualche occasione da gol, nel secondo gli avversari hanno lasciato in avanti il solo Garba, con l'intento di punirci in contropiede. Sono stati bravi a chiudersi, ma noi siamo stati penalizzati in alcune situazioni». L'arbitro sale nuovamente sul banco degli imputati. «Credetemi, lavoriamo tutti con serenità e serietà: proprio per questo abbiamo diritto ad avere arbitri di qualità. Non è un alibi, mi auguro che ci sia buona fede da parte delle giacchette nere. A causa dei loro errori abbiamo perso due punti a Vittoria, due a Gallipoli e due col Latina. ne avremmo ben sei in più. E la gente fischia per le vittorie che non arrivano: è giusto che i tifosi protestino, che se la prendano con me, è nel loro diritto. Mi hanno contestato duramente, è inutile nasconderlo. Ma accetterei meglio questa situazione se la squadra non giocasse bene. E invece devo subire i fischi per gli sbagli altrui. E i fischi fanno male»
Ma Marino si sente sulla graticola? «Ringrazio la società che mi ha espresso fiducia, non è questo il punto. I direttori di gara dovrebbero rendersi conto che dal loro operato può dipendere il posto di lavoro di un allenatore». 
E' tempo di dettagli, di interrogativi a cui rispondere. Di spiegare il malessere di una compagine che non riesce a fare gol da tre turni. «E' semplicemente una casualità. Non sono preoccupato, è un momento poco fortunato. Le ho provate tutte: di certo posso anche sbagliare. Ho tolto Campanile per spostare più indietro Catania e liberarlo nell'uno contro uno; nel contempo ho inserito Gambino che doveva attaccare gli spazi. Poi ho immesso Di Domenico per Catania, cercando di offrire maggiore spazio a Deflorio in posizione di trequartista. Alla fine, addirittura, un 3-3-4 con Caccavale avanzato a destra. Siamo stati penalizzati, inoltre, dall'infortunio di Manni nella prima frazione che mi ha costretto a “bruciare” una sostituzione». 
L'assenza a centrocampo di Bevo e Mortari si è fatta sentire: il tecnico, però, dribbla l'osservazione. «Gli uomini che li hanno sostituiti - conclude - si sono ben comportati. Cerco sempre di far giocare al meglio gli uomini che ho a disposizione. Oggi (ieri, ndc) fino alla metà del secondo tempo la prestazione della squadra mi ha soddisfatto. Poi, per la troppa foga, abbiamo rinunciato a giocare palla a terra». di Leo Spalluto07 novembre 2005

Marino: «I fischi fanno male»
Polemici il mister e Galigani: decisivi gli errori arbitrali

«I fischi fanno male a tutti. Io non mi nascondo dietro un dito. La contestazione era nei miei confronti ed era giusta, ma l'avrei fatta sentire all'arbitro». Il Taranto di mister Marino, dopo l'ipnosi-Latina, è un mix di verità e scuse; un cocktail di pretesti e buone intenzioni che, si sa, lastricano la strada per l'inferno. Marino, e il direttore generale Galigani, partono subito all'attacco, smontando rapidamente tesi e illazioni. Non vogliono "processi" in sala stampa, non vogliono "calvari" da risalire, portando la croce: «La squadra ha dato il massimo. Il calcio vive di episodi, alcuni sono stati valutati negativamente dall'arbitro: parliamo del gol che non era viziato in fuorigioco e della mancata concessione del calcio di rigore per fallo di mano in area del capitano del Latina Carfora». Stop, basta. Il presidente Blasi mette tra sé e l'amaro calice una distanza non solo fisica. Per la prima volta, dall'inizio del campionato, il patron non rilascia dichiarazioni. Evangelisti, il direttore sportivo, ha già "dato" in campo, protestando e facendosi espellere dal signor Pagano, «ma senza insultarlo», precisa Galigani. Tocca, quindi, al direttore generale spiegare: «Il calo fisico della squadra era nelle cose, i ragazzi avevano dato tutto. Il risultato? Lo accettiamo a malincuore. Se chiediamo all'arbitro, dirà che non ha visto nulla». Spaventa, di fronte alle amnesie dei rossoblù nell'arco dei 90 minuti (dov'erano finiti compattezza tattica e slanci di Gallipoli?), la banalità del male, cioè la lettura affrettata fino all'alibi: «Il Latina ha portato via lo 0-0, giocando di rimessa: l'arbitro ha accettato supinamente il modo di rallentare il gioco dei laziali. Mille interruzioni, sei cambi: solo 4 minuti di recupero. È una valutazione generale - spiega Galigani - e, certo, se avessimo tirato di più in porta avremmo magari fatto gol su azione, ma non mi sento di rimproverare nulla alla squadra. Rimanderemo alla Lega un altro spezzone di partita, chiedendo ulteriore attenzione sulle designazioni: c'è amarezza, sì, la squadra meritava la vittoria; ma un l'arbitraggio così gliel'ha negata. Voglio dire - chiude Galigani - che, al di là degli episodi, l'arbitro ha concesso al Latina di fare la prestazione che voleva: chiudersi, perdere tempo. È la lettura della partita da parte dell'arbitro che doveva essere diversa. Quanto alla contestazione nei confronti di Marino - conclude il direttore generale del Taranto - era infondata». «I fischi fanno male», ripete ossessivamente l'allenatore, «specie se li becchi quando hai giocato bene almeno per un tempo e mezzo. Ma quando si creano le occasioni, quando ci sono rigori o gol non dati, non posso stare tranquillo. L'arbitro sa che così un allenatore può perdere il posto di lavoro? Mi auguro sia stato in buona fede, perché dovrebbero capire che siamo noi a rischiare il posto. Quando becchi i fischi dalla curva non sei contento, se poi li becco per colpa di qualcuno che non è sereno quando deve prendere certe decisioni... I fischi fanno male, ma sono tranquillo. Certo, preferire bruciarmi con le mie mani e non con quelle di chi arbitra, se non è capace o non è tranquillo». Il mister parla di "fiducia" della società nei suoi confronti. Galigani tace. Roba da silenzio-assenso, ma fino a quando? Marino, poi, da airone triste, plana sulla partita: «Il Latina si è chiuso e giocava in contropiede, così ho messo Catania più dietro e ho fatto entrare Gambino per aggredire gli spazi; poi Di Domenico, per far giocare più liberamente Deflorio, ma loro si difendevano bene e noi abbiamo cercato i lanci lunghi. L'errore è stato quello: bisognava giocare di più palla a terra. Bevo e Mortari? Non parlo degli assenti. Chi ha giocato ha fatto bene e ha dato il massimo. Abbiamo avuto il problema di Manni, ho dovuto giocare con due esterni e un marcatore come Martinelli. Sono soddisfatto per il primo tempo e per la prima metà del secondo. Poi la sostituzione, l'ingresso di Di Domenico e Gambino: due torri in avanti - spiega il mister - perché il Latina si chiudeva. Le sostituzioni? A parte l'infortunio di Manni posso sbagliarle, non sono mica il Padreterno. Non riusciamo a fare gol? Capita. Io so il rischio che corro; il lavoro, alla lunga paga. Cerco di lavorare con serietà, come sempre; e i giocatori pure. Vorrei che a Taranto, e per il Taranto, ci fossero sempre arbitri di qualità. Mancini chiude il controcanto alla prestazione deludente: «Abbiamo giocato con la stessa determinazione di Gallipoli, nel calcio gli episodi sono determinanti come in questa partita: fanno la differenza, a nostro sfavore. Dobbiamo continuare ad essere tranquilli. Mi dispiace per i fischi perché abbiamo giocato bene. Sto bene e spero di crescere, giocando». Marino non segue questa coda del discorso, è già lontano. L'airone triste ha spiccato il volo e va verso giorni di nuvole. di Fulvio Colucci07 novembre 2005

Primo pareggio casalingo

Primo pareggio casalingo per il Taranto ed arriva dopo quattro successi consecutivi (2-1 sul Melfi, 1-0 sull'Igea Virus, 2-0 sull'Andria e 4-1 sul Modica). Uno 0-0 per i rossoblù che mancava allo «Iacovone» dalla 32a giornata del campionato scorso: 0-0 contro il Morro d'Oro l'1 maggio 2005. In questo torneo la formazione di mister Marino ha già collezionato quattro 0-0 (a Lamezia Terme l'11 settembre, a Vittoria il 9 ottobre, a Gallipoli il 30 ottobre e ieri in casa contro il Latina), mentre in tutto il torneo scorso erano stati appena tre (in casa contro il Nocerina, a Vasto e poi ancora allo Iacovone contro il Morro d'Oro). Questi pareggi «ad occhiali» nascono dalla difficoltà oramai evidente dell'attacco rossoblù che non segna da 272 minuti, ovvero dall'88' minuto di Taranto-Modica 4-1 (gol su punizione di De Liguori). Dieci le reti messe a segno dal Taranto in questo torneo: l'attacco rossoblù è il decimo del campionato e fa meglio solo di sei squadre. Segnano decisamente molto di più le squadre che ci precedono in classifica: 22 gol per il Melfi, 18 per Gallipoli e Giugliano, 17 per il Rende e 15 per il Marcianise. Esordio stagionale dal primo minuto per Giovanni Malagnino che non giocava da titolare dal 5 giugno scorso, Ragusa-Taranto 1-2, gara di ritorno degli spareggi salvezza nella quale metteva a segno due reti (in precedenza per il centrocampista due spezzoni di partita per complessivi 17 minuti in campo). Con Malagnino salgono a 19 i rossoblù scesi in campo da titolari; fermo per infortunio Bevo, restano sei i giocatori sempre impiegati in queste prime 11 giornate e, tra questi, tre quelli sempre in campo: Gentili, Caccavale e Pastore. Primo pareggio casalingo tra Taranto e Latina, mentre in precedenza si erano registrati tre successi per i padroni di casa: 4-3 nel campionato di serie C il 6 gennaio 1952 allo stadio «Valentino Mazzola"; gli «arsenalotti» si portano sul 4-0 con le reti di Ferrara (8'), Tortul (14'), di Sgorbissa su rigore (40') e di Silvestri (53'), quindi gli ospiti sfiorano un'incredibile rimonta con Masi (59'), Vitolo (72') e Morroni (90'). 1-0 in serie C1 il 31 gennaio 1982 con un gol di Rondon al 78' (l'attaccante era subentrato al 51' al posto di Renzo Rossi). Altro 1-0 il 31 ottobre 2004 in serie C2 con una rete di Mignogna al 44'; allo «Iacovone» la gara si disputa senza pubblico per decisione del Giudice Sportivo che ha sanzionato il Taranto con tre gare a «porte chiuse» dopo gli incidenti verificatisi due settimane prima nella partita contro la Cavese sospesa al 29'. Questa vittoria è la prima stagionale per il Taranto allenato da Sabadini ed arriva dopo 2 pareggi e 5 sconfitte. di Franco Valdevies07 novembre 2005

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