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Venti anni di inciviltà da stadio
Dall'arrivo di Zahoui, primo africano nel campionato italiano, a Oshadogan 
Ascesa del razzismo Da Germano e Cané negli anni '60 a Juary e Barbadillo negli anni `80, l'intolleranza diventa trasversale a tifoserie e squadre

Ventiquattro anni prima di Marc Zoro, c'era Francois Zahoui. Che come Zoro era ivoriano e fu, nella lontana stagione 1981/82, il primo calciatore africano a rompere la barriera razziale del campionato italiano. Lo prelevò dalla Stella Club di Abidjan, il presidentissimo dell'Ascoli, Costantino Rozzi. L'Italia aveva da poco riaperto le frontiere della serie A agli stranieri e Rozzi, per provocare i colleghi più ricchi che inseguivano già Falcao e Platini, ingaggiò lo sconosciuto attaccante di Treichville pagandolo poco più di venti milioni, «la dimostrazione - spiegò il padre padrone bianconero - di come l'Ascoli non possa permettersi gli stranieri, se non quelli da due lire». Zahoui fu presentato dai dirigenti marchigiani come il «nostro negretto dal grande futuro» e i tifosi locali lo ribattezzarono subito Zigulì in onore di una caramella in voga in quegli anni. Il ragazzo, 20 anni, giocò appena 11 partite in due stagioni. Dopodiché fu ceduto in Francia, pare per 100 milioni, grazie ai buoni uffici del papà di Platini. E passarono altri 10 anni prima che un altro giocatore africano si affacciasse di nuovo nel nostro campionato. La storia di Zahoui, con i suoi risvolti di razzismo casereccio, è emblematica perché segna un punto di svolta nella nascita della xenofobia da stadio. Prima di lui infatti, complice il fascismo e la prolungata chiusura del mercato estero decisa dalla Federazione per salvaguardare la nazionale, i tifosi italiani avevano conosciuto pochi calciatori di colore. Il primo era stato nel 1947 il meticcio uruguagio Luis Roberto La Paz, mezzala ambidestra del Napoli. Poi all'inizio degli anni sessanta erano arrivati brasiliani e peruviani che avevano sperimentato sì forme di pregiudizio razziale ma quasi mai sul campo (come la vicenda sentimentale del brasiliano del Milan, Germano de Sales, con la contessina Giovanna Augusta).
Il razzismo sbarca negli stadi italiani all'inizio degli anni ottanta e a ricostruirne genesi e sviluppo è un prezioso libro del sociologo Mauro Valeri, La razza in campo (Edup 2005), che ripercorre la storia della rivoluzione nera nel calcio e dedica al caso italiano storie ed analisi illuminati. Dopo la veloce vendita di Zahoui, i primi calciatori neri a fare i conti con i fischi razzisti dei tifosi italiani sono volti noti di quell'epoca: il mitico Juary beccato da una parte del pubblico interista al grido «Viva il Ku Klux Klan»; il brasiliana del Toro Leo Junior, salutato in un derby dallo striscione della curva bianconera «Junior negro bastardo». Col passare degli anni, spiega Valeri, il razzismo calcistico si caratterizza per la trasformazione degli stadi in luoghi di proselitismo razzista e per l'emergere dell'ultrà razzista anche fuori dallo stadio. Alla fine degli anni `80 si affaccia nelle nostre curve anche l'antisemitismo che prende di mira l'udinese Rosenthal e poco più tardi il laziale Winter. L'Italia comincia ad accorgersi che il razzismo trascende le singole tifoserie a caccia di un unico capro espiatorio: «ebrei, negri, zingari».
I buu contro i giocatori di colore (anche quelli della propria squadra) diventano la regola; svastiche e striscioni intolleranti macchiano le domeniche del calcio; il razzismo sfonda anche in campo, con le prime denunce di provocazioni razziste subite dai calciatori colored. Per fortuna, l'attenzione dei media e l'impegno dei giocatori (nel 2001 quelli del Treviso scesero in campo col volto dipinto di nero in segno di solidarietà col compagno nigeriano Omolade insultato dai tifosi veneti) hanno spinto il popolo degli stadi che non condivide l'intolleranza a diventare parte attiva della battaglia contro il razzismo. Così oggi, sempre più spesso, il pubblico fischia e contesta l'inciviltà dei gruppi ultras più politicizzati; i tifosi stessi organizzano manifestazioni e tornei come i Mondiali antirazzisti; i giocatori si spendono in campagne e iniziative volte ad aprire gli occhi alla gente. Un ultimo episodio, citato da Valeri, ci riporta fino a Zoro. La storia di Dayo Oshadogan, padre nigeriano e madre italiana, il primo black italian a vestire nel 96 la maglia della nazionale under 21. Oshadogan, che un allenatore chiamava scherzosamente Otello, nel `98 si trovava a Messina con la sua squadra, il Foggia, per una partita di Coppa Italia. Insultato dai suoi stessi tifosi, chiese all'arbitro di squalificare il campo dei pugliesi per razzismo. Quello gli rispose: «Hai ragione ma non ribattere, tieni duro fino alla fine». Domenica, vedendo Zoro, avrà esultato anche lui. di Matteo Patrono30 novembre 2005

Ovazione per Mancini
Il giovane centrocampista del Taranto ha conquistato tutti. Bollini (ex tecnico della Primavera della Lazio), Manfredonia (suo procuratore), Evangelisti e Deflorio d'accordo: «Può fare strada»

Manuel Mancini non è più il nome nuovo. Perché ha già smesso di essere una sorpresa e comincia pure a non essere più nemmeno una rivelazione. Si è preso un posto nel Taranto, entrando in silenzio, scalando quanto c'era da scalare. Cominciando in prova, assaggiando i seggiolini della tribuna e le sedie della panchina, finendo in campo. Titolare, adesso quasi inamovibile. Mancini è un centrocampista completo quasi a dispetto dei ventidue anni che ha. Mescola tanta quantità, visibile dalla vasta porzione di campo che copre correndo senza sosta, a buona qualità, evidente nella leggerezza e nell'astuzia dei colpi. 
E' giovane, è bravo: il Taranto ce l'ha e so lo tiene stretto. Chi lo conosce ne parla con piacere. «Mancini non mi sorprende: se posso dirlo è una scommessa che ho vinto»: parla Alberto Bollini, allenatore attualmente senza panchina (l'anno scorso ha cominciato con il Valenzana) e suo tecnico nella Primavera della Lazio. Nel club biancazzurro il giovane rossoblu ha giocato per dodici anni: «Lo seguo - dice ancora Bollini -, mi capita di farlo con tutti i miei ex ragazzi. E sono felice quando uno di loro diventa professionista. Ma lo sono in particolare per Mancini: a Roma faticava a farsi luce per via del fisico gracilino, ebbe anche qualche piccolo problema, ma io ho sempre creduto in lui. E' un ragazzo intelligente e generoso: a volte anche troppo generoso, a rischio di perdere in lucidità». Mancini, adesso, ha quella vetrina che rischiava di non trovare: «Ha avuto coraggio e tenacia per superare i momenti di difficoltà. Stava maturando, adesso raccoglie i risultati: ricordo che Zaccheroni più volte mi chiese di lui». Bollini parla volentieri del gioiellino rossoblu: «Credo che la sua qualità migliore sia l'intensità e la quantità: adesso sta anche affinandosi nel ruolo di trequartista. Ha dinamismo e generosità: credo possa ricoprire tutti i ruoli a centrocampo». 
C'è chi scommette sul binomio Mancini-Taranto, anche. «Secondo me ha trovato la piazza giusta per esplodere»: lo dice Lionello Manfredonia, calciatore dal passato glorioso e attualmente procuratore (insieme con Camillo Mineo) del giocatore. «Luca Evangelisti ha il merito di averlo scoperto per il Taranto: è un mio amico, perché giocava nel Cosenza quando facevo il direttore sportivo dei calabresi, è andato a vederlo l'anno scorso e lo ha apprezzato subito». Manfredonia sembra coccolare il ragazzo dai piedi d'oro: «Taranto è una città che può metterlo in vetrina, una città che può fargli sentire calore. Ha la possibilità di dimostrare ancora tantissimo: è nelle sue potenzialità. Può diventare un giocatore importante, ma deve continuare ad allenarsi come fa e sentire i consigli che gli dà l'allenatore e che gli diamo noi. Ha l'umiltà giusta per fare carriera». L'umiltà che l'ha portato a sfidare il Taranto: in ritiro, senza contratto. Prova superata: «Io conosco le qualità di “Mancio”, Evangelisti ci credeva: decidemmo di cominciare così, sicuri che avrebbe fatto “innamorare” il presidente. Per il Taranto è un buon investimento». 
E Luca Evangelisti, allora? Eccolo: «Mancini viene da un settore giovanile molto serio, ma si era un po' perso. Non aveva capito, ancora, se doveva fare il calciatore o il giocatore. Ora ha capito che può fare il calciatore e può farlo sul serio: può diventare un grande, ma deve continuare a credere in se stesso e capire che per arrivare ad alto livello servono sacrifici». Il diesse del Taranto racconta come è arrivato al giocatore che, adesso, ha conquistato i tarantini: «Sono andato a vedere, l'anno scorso, Pro Sesto-Alto Adige: mi fece una grandissima impressione. Così in estate ho chiamato Manfredonia e abbiamo deciso di portarlo in prova. E' una scommessa, come tutti i giocatori che ho preso». Evangelisti sembra “rapito” da Mancini: «Ha dinamismo, cattiveria, cambio di passo, vede la porta. E ha ancora grossi margini di miglioramento». 
L'ultima parola spetta a Deflorio, capitano del Taranto. E, quindi, capitano di Mancini: «Sta confermando di essere un ragazzo di grado di affermarsi: domenica è stato davvero bravo, in un ruolo delicato come quello di trequartista. Ha qualità, ma ha anche carattere e personalità. Deve continuare così: è umile, lavora tanto. Lo faceva anche quando non giocava: può fare strada». di Fulvio Paglialunga30 novembre 2005

Col Rende la diretta di Rai Sat
Si giocherà venerdì 9 dicembre alle ore 20,45. Ripresa ieri pomeriggio la preparazione. Assenti Martinelli e Pastore. Caccavale squalificato per una giornata. E Deflorio resta in dubbio

Alla ripresa degli allenamenti in vista della trasferta di Vasto, tutti gli occhi erano puntati sulla caviglia sinistra di Andrea Deflorio, che ieri si è sottoposto all'esame ecografico: si attende l'esito, da cui dipendono i tempi di recupero. Al momento c'è un po' di pessimismo nell'ambiente sanitario rossoblù, ma fortunatamente domenica è ancora lontana. Erano assenti Martinelli (in permesso) e Pastore (fastidio al retto femorale). I due dovrebbero essere tuttavia presenti oggi alla doppia seduta. Il giudice sportivo ha squalificato, come previsto, Maurizio Caccavale per un turno; ma ha altresì "stoppato" i vastesi Prosperi e Cacciaglia. Gambino e Micallo sono andati in diffida. La tegola è venuta dall'ammeda di tremila euro comminata per uso da parte dei tifosi di materiale pirotecnico (i fumogeni accesi prima dell'inizio della gara con il Potenza sia in curva che in gradinata) e lo scoppio di un petardo. La società jonica non ha per niente digerito l'entità della sanzione pecuniaria per cui presenterà ricorso per ottenere una sostanziale riduzione. Una buona notizia giunge dalla redazione di Rai Sat. Aderendo alll'invito rivolto dal Taranto a Lega calcio ed alla stessa Rai, la gara Taranto-Rende, in programma l'11 dicembre venturo, è stata anticipata al 9 e sarà irradiata dalla rete satellitare Rai Sport Sat con inizio alle ore 20,45. In questo modo viene "recuperata" la diretta di Taranto-Potenza, saltata per lo sciopero dei tecnici Rai pugliesi. Nell'attesa del match contro i calabresi allenati dall'ex trainer della Pro Vasto, Silipo, bisogna concentrarsi sulla gara di domenica prossima che non si preannuncia per niente facile dal momento che la compagine di casa milita nella zona centrale della classifica. La Pro Vasto, per la verità, sembra avere attitudini esterne. Infatti sul proprio terreno ha ottenuto finora 5 soli punti dei 16 in carniere, frutto di una vittoria (con il Latina cinque turni fa), due pareggi (Nocerina e Viterbo) e ben tre sconfitte (Rende, Gallipoli ed Andria nell'ultima gara interna). Ha segnato due soli gol e ne ha incassati quattro (non molti). In porta milita Marconato, in predicato quest'estate di vestire la maglia tarantina, mentre in difesa c'è l'ex Di Meo. Nelle fila rossoblù ci sono due ex della squadra abruzzese, Campanile e Bruno. In panchina... siede l'ex diesse Luca Evangelisti. I tifosi rossoblù sperano di festeggiare domenica la prima vittoria stagionale esterna, ma non sarà facile anche perché il terreno dei padroni di casa, di questi tempi, risulta spesso pesante per la rigida temperatura e le frequenti precipitazioni piovose. di Giuseppe Dimito30 novembre 2005

Protagonisti controcorrente

Protagonisti. Di una domenica completamente nuova, di una domenica senza sbavature, di una domenica che sembra messa apposta per dare certezze. 
Protagonisti. Come Raimondo Marino: tecnico garbato che dimostra di avere come unica certezza la propria umiltà. Che ascolta e comprende, che non vive di dogmi né di presunzione: Marino soffre e non riesce a nasconderlo. Soffre la pressione e, soprattutto, le contestazioni fuori tempo. Soffre l'essere messo in bilico dalla prima settimana nonostante si senta dire altro, soffre il continuo e sottile indebolimento della sua posizione. Marino sa di essere un allenatore e di essere esposto a tutto, sa di essere legato ai risultati per l'antipatica prassi del calcio, ma anche di essere legato ad un progetto che sta avendo il tempo di rifinire. Non si sottrae al giudizio, lo accetta. Non gradisce la prevenzione, lo mostra. Il Marino di domenica è un Marino un po' vecchio e un po' nuovo: vecchio perché continua a pensare come sempre, perché non ha abbandonato le sue riflessioni e non si è stancato di ascoltare pareri. Il tecnico si è trovato sul banco degli imputati senza aspettarselo, si è visto contestato un po' a sorpresa. Ma nel frattempo ha affrontato con modestia anche analisi differenti dalla sua, ha accettato il contraddittorio e ha arricchito tanto se stesso quanto gli interlocutori. Scrivere di Marino non vuol dire scrivere contro Marino, nemmeno quando le letture divergono: vuol dire fornire una propria interpretazione da un punto di vista più semplice (il tecnico sceglie in corsa, chi giudica lo fa dopo) e scevro da pressioni. Il tecnico non è cambiato e, soprattutto, non ha cambiato la sua propensione al dialogo. Il Taranto che gioca come ha fatto contro il Potenza, con gli esterni che salgono, il pallone che circola rapidamente e l'attacco più pesante è figlio di una lunga riflessione fatta senza tralasciare niente. Il Marino nuovo è quello che, invece, esce dal campo con una vittoria senza sbavature, senza un minuto di amnesia: quello più maturo perché imposta la squadra in modo meno arrembante e più pratico, che ottiene un successo nel quale non c'è niente di contestabile. Ma è, soprattutto, nuovo il Marino che esce dalle parole di Blasi: confermato fino a giugno, adesso anche pubblicamente. Parole dette nel momento forse più difficile del coach messinese, dette dopo una settimana tremenda. Nessun altro attacco consentito, solo dialogo costantemente aperto: sarà lui a portare il Taranto in direzione dei sogni, continuando ad ascoltare. Marino è più forte e, forse, comincia a soffrire meno. 
Protagonisti. Come Fabio Di Domenico, come Francesco Larosa, come Manuel Mancini. Gente che dimostra di essere parte ricca di una rosa ancora non del tutto esplorata. Di Domenico fa capire che tornare sul mercato (comunque necessario per mettersi al riparo da tutto) non è comunque così urgente, che basta dare fiducia a chi c'è e dimenticare gli atteggiamenti censori. Larosa mostra come si possano gestire gli infortuni di tutti con calma, potendo attingere da un organico fornito, come ci siano risorse nascoste che vanno sfruttate e comprese, prima di ricorrere ad analisi semplicistiche. Mancini spiega perché il grande nome non sempre è necessario, perché il calcio ha ancora spazio per le sorprese, perché ci sono tesori che si possono scovare.
Protagonisti. Come Luca Evangelisti, anche. Perché il diesse, finito sotto la gogna mediatica, ha avuto la sua rivincita sul campo: Larosa e Mancini sono due scoperte di cui si può vantare, Micallo un giovane su cui non ha mai ceduto. Ma, soprattutto, la rinnovata dimostrazione di utilità da parte di Di Domenico lo smarca da un'accusa continua: il Taranto forse avrà un altro attaccante a gennaio. Ma non è vero che adesso non ha attaccanti: Di Domenico è in crescita, Deflorio continua a segnare. Serve solo un po' di buonsenso prima di esprimere un concetto. E un po' di pazienza per superare i preconcetti.
Protagonisti. Come il Taranto, inteso come complesso: perfetto nell'esecuzione della manovra, nella lettura della partita e nell'alternanza tra stile e praticità. Una partita decisa in cinque minuti può anche fornire analisi drogate, l'imprevedibilità del calcio può smontare parole una settimana dopo, ma il processo di maturazione è innegabile, così come la forza collettiva della squadra, che comincia ad essere più di una somma di forze individuali. Il gruppo è nell'abbraccio corale a Di Domenico, il gruppo è nella corsa verso Marino, il gruppo è nella forza brutale che serve per schiacciare un avversario in cinque minuti. Il gruppo è in una partita di buoni segni e ottimi segnali. Il gruppo c'è, mettiamoci il punto.
Protagonisti. Come Gigi Blasi: che si avvicina al pulpito da presidente vero. Non si lascia prendere dalla foga della vittoria piena e parla guardando più avanti. Non si tocca Marino, non si tocca Evangelisti. E, soprattutto, non si tocca il Taranto, tornato a rispettare i programmi (è di nuovo nei playoff), lanciato verso il suo completamento. Adesso fermiamo la ricerca forzosa di un colpevole che non c'è. E andiamo avanti.
di Fulvio Paglialunga29 novembre 2005

Ora serve equilibrio
Il Taranto, Marino e il futuro

Nel calcio niente è davvero quello che sembra. Ma ci sono vittorie che lasciano il segno. E partite simili ad un'ecografia: fanno vedere tutto. La forma della squadra e il senso del gioco, la bellezza della fatica e la perfezione dei movimenti. I contorni, le curve, le geometrie, gli spigoli: tutto si vede. Ci sono partite che, guardate col cannocchiale della speranza, anticipano il futuro. Contengono già le risposte alle domande che verranno. Partite di un'evidenza assoluta. Partite che descrivono minuziosamente. Partite che raccontano sapientemente. E dopo averle viste e comprese, si rivelano per quelle che in realtà sono: lezioni. Taranto-Potenza è stata una partita-lezione. Una partita dalla quale trarre utili insegnamenti e istruttive indicazioni. Perché può averci mostrato la definitiva dimensione della forza della squadra (il Taranto) e la rassicurante affidabilità dell'uomo che la guida (Marino). Il Taranto è una squadra competitiva: lo è sempre stata, anche nei passaggi a vuoto, anche quando i risultati non sono venuti. Bastava questa competitività di fondo, da tutti riconosciuta, a non farla scivolare nella pancia oscura della classifica. Marino è un allenatore credibile, che non si limita a gestire l'ovvio, ma cerca caparbiamente la diversità: quella che ti fa giocare meglio e ti fa vincere le partite. La diversità dell'impianto e degli schemi. La diversità delle intuizioni e delle scelte coraggiose. Questo Taranto, finanziato da Blasi, costruito da Evangelisti e ispirato da Galigani, appartiene a Marino più di quanto si possa pensare. E più diventa di Marino, incarnandone i gusti estetici e gli slanci mistici, più diventa maturo, consapevole, cosciente. C'è una scena-simbolo della partita col Potenza: l'abbraccio tra Marino e Di Domenico al momento della sostituzione. C'è una solidità etica in quell'abbraccio, un patto fra uomini. È l'abbraccio che cancella le critiche e azzera i malintesi. Marino che dà a Di Domenico (la fiducia a tempo pieno) e di Domenico che dà a Marino (un gol e una prova persuasiva). Prima della partita con il Potenza questo scambio alla pari non era possibile. Non ne esistevano le premesse tecniche, tattiche e fisiche. Ma lo sapevano solo Marino e Di Domenico. E, infatti, si stavano aspettando. Ecco perché abbiamo difeso Marino quando sembrava la cosa più facile criticare Marino. Ecco perché abbiamo distinto, in tempi in cui le potenzialità del Taranto catturavano giudizi unanimi, tra ricchezza d'organico (quello rossoblù ricco lo è) e completezza d'organico (quello rossoblù completo non lo è ancora). Ecco perché non abbiamo mai smesso di pensare che il Taranto (ripulito e ritoccato) possa servire a Marino. E che Marino (aiutato a realizzarsi) possa tornare utile al Taranto. Non va interrotto questa comunione d'intenti. Non va boicottato questo progressivo processo di simbiosi. Sarebbe un autogol clamoroso cercare altrove quello che forse abbiamo già in casa. Lo diciamo al Taranto dove, al di là delle dichiarazioni nette del presidente Blasi, stava forse attecchendo il grande dubbio sulle reali capacità del tecnico. E lo ricordiamo a Taranto: alla piazza che da troppo tempo aspetta la definitiva resurrezione e nella trepidante attesa qualche volta eccede. Si lascia andare: a comportamenti sleali, a intimidazioni di infimo livello e a sguaiatezze verbali. Passando disinvoltamente dalla deferenza assoluta alla critica più strampalata. Calma ed equilibrio: fossero disponibili sul mercato, li acquisteremmo subito. di Lorenzo D'Alò29 novembre 2005

Il riscatto è doppio
Marino e Di Domenico sono le due facce più felici del Taranto, dopo la bella vittoria sul Potenza. Hanno subito le contestazioni, adesso prendono applausi

Raimondo Marino dopo la partita è scappato senza passare dalla sala stampa. «Dovevo andare via in fretta»: la giustificazione regge, perché era una necessità vera. E' l'antipatica prassi del microfono sotto la doccia che ha reso la questione antipatica suo malgrado. Marino, cioè, non ha parlato. Ma non per tutti. Parla il giorno dopo, però. Con l'abituale disponibilità. Di una partita vinta senza possibilità di replica: «Sono completamente soddisfatto: della prestazione e del risultato». 
Marino, oltre il risultato ci sono le parole di Blasi. «Il tecnico resta fino a giugno», ha detto... 
«Parole che mi rendono felice, fiero. Non ho mai avuto dubbi sulla stima che il presidente ha per me. Mi ha sempre detto di stare tranquillo e ho sempre saputo du avere di fronte una persona che mantiene le promesse. Quello che Blasi ha detto possono essere la scossa per qualcuno, che magari pensava non avessi la fiducia della società». 
Sembra ferito dall'ultima contestazione... 
«Ferito, no. Anche perché non è la prima settimana che vengo contestato. Da sei settimane subisco, ma ho sempre tenuto tutto nascosto. Stavolta si è venuto a sapere, ma le altre volte l'ho tenuto per me. E, visto che ci sono, ringrazio Aldo Scardino, Santino Simone, “Gnuro”, Mimmo Gennarelli e Italo Cianciaruso: mi hanno difeso da ogni attacco, come fossero miei fratelli». 
Vincere è stata la risposta migliore? 
«Guardate: io non ce l'ho con nessuno. Ho sempre detto che la contestazione è giusta finché è fatta in campo. Fuori non lo è più: si tocca l'uomo e non è corretto. Fuori dallo stadio la contestazione diventa insulto. Ma non mi indebolisce nulla: credo nel lavoro e e nelle mie qualità». 
Cosa le è piaciuto della partita di domenica? 
«Tutto: l'umiltà, la rabbia, il cinismo. Altre volte non c'era riuscito, ma non sempre è colpa nostra». 
Di tattico si è visto qualcosa di nuovo... 
«Abbiamo fatto il gioco che voglio». 
Quindi questo Taranto non è così sbagliato? 
«Per me nè Blasi nè Evangelisti hanno sbagliato nulla. Non ho ragioni per parlare male di loro, neanche in presenza di risultati contrari: in campo tocca ai giocatori». 
A proposito di giocatori: è stato il giorno Di Domenico... 
«Fabio è un grande uomo e da tale si è sempre comportato. Sa che non l'ho mai abbandonato e sa anche ce mi sono beccato insulti per difenderlo. Prima non giocava perché non era ancora in condizione e perché era sotto pressione per via delle contestazioni nei suoi confronti. Appena l'ho visto pronto l'ho mandato in campo. E' utile, ci consente un gioco più vario. Il suo abbraccio mi ha fatto piacere: vuol dire che sa che posso essere anche l'allenatore più scarso del mondo, ma sono un uomo vero anche io. Mi ha abbracciato come si fa con un amico: sono felice». 
C'è un suo lavoro psicologico, però, alle spalle del buon momento dell'attaccante... 
«L'ho difeso e ho cercato di evitargli brutte figure. Il resto lo ha fatto lui. Adesso sto cercando di fare lo stesso con Gambino: mi auguro che mi dia la stessa risposta». 
La squadra gioca bene, sembra risvegliatasi di colpo. Proprio dopo una settimana in cui si è parlato di mercato. E' un caso? 
«Intanto spieghiamo: io non ho chiesto nessuno. E' chiaro che se all'improvviso il presidente viene con qualche rinforzo non lo rifiuto, ma non è il momento di parlarne. Quello che Blasi ha detto nei giorni scorsi è servito da stimolo: ha dato una scossa alla squadra. Ora sta ai giocatori dimostrare che non serve nessuno»
Quanto vale questa vittoria? 
«Credo che sia una vittoria come le altre. Però dopo quattro giornate ci voleva: forse la fortuna ha cominciato a girare anche dalla nostra parte». di Fulvio Paglialunga29 novembre 2005

Fabio Di Domenico adesso sorride. «Ma io non sono mai stato triste». Un gol, per un attaccante, è molto. A volte condiziona anche il giudizio, riuscendo pure a far valutare il sacrificio e il lavoro oscuro. Portando, cioè, alla luce quanto facilmente viene sottovalutato. Un gol forse è tutto, soprattutto in una domenica così. E soprattutto quando chiude le polemiche e zittisce le contestazioni. 
Di Domenico, cosa si prova? 
«Una soddisfazione doppia: ho segnato e ho sbloccato il risultato. La partita poi si è messa bene: magari ho qualche merito». 
E' una rivincita dopo tante critiche? 
«Io non ho rivincite da prendere, quindi non ne parlo. Certo, le critiche non piacciono a nessuno, ma ho giocato solo tre partite dall'inizio e ho fatto due gol. Credo che sia un buon bottino, no?». 
Dopo il gol c'è stato un abbraccio di gruppo. Primo segnale... 
«Intanto va detto che era una partita che sentivamo parecchio perché gli ultimi risultati non erano proprio brillanti. L'abbraccio di tutti dopo il vantaggio è l'emblema di un gruppo unito. E che unito lo è stato sempre, anche quando si voleva far credere il contrario». 
Poi il suo abbraccio a Marino. Secondo segnale... 
«Io rispetto sempre le scelte tecniche, anche se finora non ho giocato molto. Ma prima di ogni cosa ci sono gli uomini: con Marino ho un rapporto particolare. Lui sa come motivare le persone e concede un'opportunità a tutti. Sta a noi coglierla». 
Il suo gol dopo una settimana in cui si era parlato di mercato, in cui si era parlato di attaccanti nuovi in arrivo... 
«E' chiaro: gennaio si avvicina, aveva segnato solo Deflorio e si parlava di attaccanti da prendere. Io, però, non mi sentivo in discussione: avevo giocato troppo poco per essere giudicato. E' chiaro che la società è libera di prendere altri attaccanti o meno: il mio compito è solo dimostrare di meritare la fiducia che mi viene concessa». 
Una domenica così l'aveva immaginata? 
«Credo sia da incorniciare: il gol segnato ovviamente impreziosisce la prova. Ma ho fatto una partita simile a quella giocata a Nocera: in Campania non segnai, però. E si vide meno. E' stato bello, però, ricevere gli applausi del pubblico di Taranto: è la prima volta che accade. Forse la gente sta imparando a conoscermi e ad apprezzare il mio spirito di sacrificio». 
Sembra che il Taranto, con Di Domenico in campo, giochi un calcio diverso, più vario? 
«Penso di essere un punto di riferimento davanti: nei momenti difficili la squadra sa di poter buttare la palla avanti perché c'è chi lotta. Quando è uscito Deflorio, domenica, ho retto l'attacco da solo, perché Catania ha giocato come secondo trequartista: dovevo tener palla, far salire la squadra. Credo di averlo fatto bene». 
Ci sono quattro partite prima del mercato di gennaio... 
«Speriamo intanto di avvicinarci al Gallipoli, perché io sono del parere che noi possiamo puntare al primo posto. E poi mi auguro di giocare ancora, di potermi mettere in evidenza, magari anche di sognare». 
Qualcosa può cambiare, così? 
«Penso che se un attaccante fa gol qualche dubbio, ai dirigenti, viene...». di Fulvio Paglialunga29 novembre 2005

Deflorio rischia di non farcela
Caviglia gonfia e dolente: oggi l'attaccante, uscito malconcio dal derby, sarà visitato dal medico sociale Petrocelli

Deflorio rischia di saltare la trasferta di Vasto. La notizia del giorno è questa: e non è una buona notizia. Il capitano, uscito malconcio al 20' del primo tempo del derby con il Potenza, ieri si è svegliato con la caviglia sinistra ancora dolente (e un po' gonfia). Oggi sarà visitato dal dott. Guido Petrocelli il quale molto probabilmente gli prescriverà un esame ecografico: «L'intervento del difensore lucano è stato davvero duro: la caviglia è rimasta sotto e, quindi, si è girata. Al momento non riesco neppure a mettere il piede a terra per cui nutro qualche dubbio di guarire a stretto giro di posta». Un quarto d'ora prima di uscire ha pennellato quella stupenda palla, su punizione, che ha praticamente chiuso il match. «Il tocco di Pastore ha ingannato il portiere che si attendeva il pallone verso il palo libero come si dice in gergo. Infatti, durante la corsa, gli ho visto compiere il mezzo passo verso quella direzione. A quel punto ho pensato bene di incrociare la palla verso l'angolo opposto: non poteva arrivarci». E' stato un gol importante. «Diciamo che ha chiuso praticamente il derby. Non era facile rialzarsi ed organizzarsi dopo quell'uno-due micidiale. E così è stato». State attraversando un momento fecondo. La riprova è il ritrovato aggancio al quinto posto. «Le vittorie servono per acquisire maggiore fiducia nei propri mezzi, far crescere l'entusiasmo all'interno del gruppo e per coinvolgere l'intera tifoseria nel nostro progetto che prevede l'ingresso in C1». Al giro di boa ci sono altre quattro partite, equamente distribuite fra interne ed esterne. Il presidente Blasi vuole dodici punti. «Meglio non stressare il gruppo. Il presidente è il primo tifoso della squadra per cui, chiaramente, pretende il massimo. Io dico che bisogna concentrarsi sul singolo impegno man mano che si presenta ed incasellare quanti più punti è possibile. Ora c'è la Pro Vasto che staziona nei quartieri centrali della classifica per cui è in grado di dar fastidio a chiunque. Se saremo capaci di esprimerci fuori casa con la stessa determinazione mostrata con il Potenza, potremo avere delle buone chanches di strappare i tre punti». Nelle dichiarazioni post-partita mister Marino ha svelato: quando la squadra segue le mie direttive, va bene e vince. «Il mister intendeva lanciare il seguente messaggio: quando scendiamo in campo, ciascuno di noi deve mettersi al servizio del collettivo». Oggi riprende la preparazione. Alla possibile defezione di Deflorio, si aggiunge la certa assenza di Caccavale che, nel pomeriggio, sarà squalificato. Domani Silvestri dovrà comparire dinanzi al Gui (giudice ultima istanza) per la famosa questione-furosemide. Al suo fianco ci saranno l'avv. Canetti e l'avv. Bonavina, inviato dall'assocalciatori. Si punta all'assoluzione come sentenziò la Disciplinare. di Giuseppe Dimito29 novembre 2005

Soldi per il Taranto?

Il deputato Alfredo Biondi ha promosso una proposta di legge che vuole "tutelare le società sportive storiche sostenendone l'attività quale patrimonio culturale, sociale e sportivo per il Paese". In pratica, i sodalizi fondati almeno settant'anni  fa (in riva allo ionio 101 anni fa ndT) sarebbero iscritti in un albo che aprirebbe le porte a contributi per la realizzazione di pubblicazioni, mostre, convegni e celebrazioni. Fra i benefici contemplati dalla proposta del vicepresidente della Camera dei Deputati, anche fondi per la messa a norma delle attrezzature connesse all'attività sociale. Insomma, arriveranno soldi, per la gioia di più di una società di calcio.28 novembre 2005

Il Taranto vince e diverte
I rossoblu battono il Potenza segnando due gol in cinque minuti: apre Di Domenico dopo 34 secondi raddoppia Deflorio

A volte basta brillare un po'. E poi vivere della propria evidente superiorità. A volte non serve tanto: il Taranto fa il giusto e si prende tutto. Fa in fretta: ci mette cinque minuti a sistemare il Potenza, ne utilizza venti per picchiare tatticamente l'avversario, impiega un tempo per marcare il territorio e finisce con una vittoria impossibile da discutere. In un attimo il Taranto esce da dove si era cacciato: vede la luce del gioco in fondo ad un tunnel rischioso, trova la vittoria dopo quattro turni a vuoto, mette d'accordo anche le anime mugugnanti. E, soprattutto, entra laddove deve stare: in zona playoff, due giornate dopo l'inaspettata esclusione. 
C'è molto più Taranto di quanto dica il risultato. E, persino, c'è molto più Taranto di quello che si è visto: superiore al punto di cancellare un avversario di imbarazzante inconsistenza. Capace di controllare la partita nei tempi e nello svolgimento: in grado di gestire il vantaggio con straordinaria sicurezza e di tenere il campo con incontrastabile padronanza. Come si fosse stata una sorta di partita sotterranea: mentalmente il Taranto non ha mai ceduto, né fatto intravedere spazio all'avversario. Non ha perso mai il controllo di sé e pure degli altri, ha finito per gestire i tempi (accelerazioni e circolazione a fasi alterne) e l'intero svolgimento. Ha modificato la sua forma facendo aderire la partita su di sé. Fino a vincere. 
La gara tecnica e tattica, invece, sembra non essere iniziata mai. Il Taranto si è messo subito avanti, ha mandato Di Domenico in gol dopo trentaquattro secondi, ha replicato con Deflorio appena superato il quarto minuto e poi ha passeggiato su un Potenza disteso e incapace di mettere insieme forze nervose e anche azioni elementari. Una cosa (la forza del Taranto e l'approccio esatto) e l'altra (l'evidente pochezza dei lucani) hanno generato una partita interpretata lucidamente e tatticamente vicina alla perfezione: l'inserimento dal primo minuto di Di Domenico è la chiave di un gioco rinfrescato. Perché non si erano mai visti, ad esempio, gli esterni bassi così dinamici: Micallo e Manni hanno affondato a turno e con profitto, avendo anche un punto di riferimento stabile davanti. Il resto si è mosso in modo armonico: l'eleganza di Caccavale e Pastore ha avuto la protezione costante di Larosa (impiegato al posto di Bevo), intelligente anche a trovarsi la posizione ideale per giocare in verticale e tenere il centrocampo raccolto. E poi c'è Mancini: eccezionale in tutto, nel farsi trovare libero e nel trovare compagni liberi, nel coprire campo e suggerire movimenti, nel distribuire palloni e andarsene a cercare. La sintesi sembra vicina alla perfezione e genera superiorità numerica in ogni zona del campo, decide che i meriti del Taranto oltrepassano i demeriti del Potenza. 
Marino non pensava di poter capire trentaquattro secondi dopo il via di vedere inclinata la partita e premiate le scelte. Il solito modulo ha trovato un'inedita partenza: affondo poderoso di Micallo, appoggio a Di Domenico e destro a incrociare. Gol improvviso, replicato un pugno di minuti dopo: Deflorio (5', in collaborazione con Pastore) calcia una punizione perfetta oltre la barriera e oltre il portiere. Porta, invece, non pensava di potersi trovare a reinventare tutto dopo cinque minuti: il 4-3-1-2 dei lucani è speculare solo nelle intenzioni, ma di incerta applicazione e di inesistente resa. Non c'è lo spazio e non c'è identità di interpretazione: il Taranto ha carica devastante e un calcio armonico, arriva al tiro attraverso la manovra, senza improvvisare scelte e movimenti. Tira Mancini, tira De Liguori: due conclusioni mancine intervallate da un angolo, due voli di Iuliano per evitare guai. Un minuto, due tiri: il settimo, quello che idealmente già chiude la partita. Perché il Potenza cerca di recuperare l'agonismo, ma lo riduce ad un calcio rude (Deflorio, toccato duro, esce dopo venti minuti) e il Taranto riesce ad aggirare anche gli ostacoli presunti. 
Spunta il sole su Taranto e piovono insidie sul Potenza. Ci prova Pastore (24', punizione fuori di poco), quasi ci riesce Mancini (34', esterno destro fuori sul portiere in uscita), infine Iuliano si oppone a Micallo (44', sinistro al volo su respinta della difesa). Il volume offensivo che lievita è una continua legittimazione del risultato, è una dilatazione costante delle distanze tecniche tra le due squadre. Porta cerca qualcosa di nuovo nel secondo tempo (due sostituzioni e squadra rimodulata con il 4-3-3), Marino prende le contromisure (Catania fa definitivamente un passo indietro e il Taranto diventa 4-3-2-1). C'è solo un tiro di Morello (16') che Gentili para con poca destrezza. Poi tutto si ferma. Il Taranto decide che va bene così. Che basta brillare un po'. E avere un sorriso pieno. di Fulvio Paglialunga28 novembre 2005

Il Taranto si prende il derby
Di Domenico-Deflorio abbattono il Potenza in soli 5 minuti. Primo tempo bello ed efficace, ripresa di gestione e praticità. Jonici di nuovo in zona playoff

Bellezza ed efficacia (primo tempo). Gestione e praticità (ripresa). Il Taranto si prende il derby. Se lo prende subito e non lo molla più. Due gol all'inizio. Anzi, prima. Prima che la partita cominci, tutto è già compiuto. Dopo 34" (trentaquattro secondi) segna Di Domenico. Dopo 5' (cinque minuti) raddoppia Deflorio. Due morsi e via. Due morsi avidi e furtivi. Derby devitalizzato. Vince il Taranto, uscendo ufficialmente dal periodo arido: risultato pieno dopo tre pareggi consecutivi. E si riabilita Marino agli occhi di una critica un po' strabica e di una piazza un po' diffidente. Vince, bloccando sul nascere, stati d'ansia e stati d'agitazione. La squadra risponde ancora ai comandi: questo dice la partita. Perde il Potenza. Perde perché è poca cosa. Si tratta, adesso, di stabilire se questa sua pochezza sia organica (probabile) oppure occasionale (possibile). Esiste, però, una terza ipotesi. Può darsi, infatti, che questa pochezza (di gioco, di spessore, di idee) sia indotta. Provocata dal Taranto: dalla sua partenza stordente, dalla sua manovra avvolgente, dalla sua trama ariosa. Dal suo stare comodamente in partita, senza accusare cali di tensione, né momenti di stanchezza. Dal suo essere squadra: non solo impianto, non tanto modulo. Ma avendo della squadra l'anima, che non è una reazione biochimica. È essenza di movimenti, di intese e di sguardi. È equilibrio stabile. È combinazione dinamica. Fusione di più Taranto: concreto e barocco, umile e calcolatore, fantasioso e risoluto. Tante versioni, tutte confluenti in una prova esatta. Di un'esattezza rara, perché priva di sbavature, senza il filo di un'imperfezione, senza l'ombra di una macchia. Per vincere il Taranto usa il gioco e muove i giocatori. Sono felici le scelte di Marino, che conferma Larosa davanti alla difesa e ridà fiducia a Di Domenico davanti a tutti (a conferire profondità, a prendere calci, a far salire la squadra). Di Domenico ripaga subito, andando a segno al primissimo affondo. Il suo gol, dopo appena 34", ha la forza del tornado, che arriva e si porta via tutto. Cancella un panorama e ne scolpisce un altro. Succede prestissimo: penetrazione laterale di Micallo, taglio in prossimità del limite dell'area, pallone a Di Domenico, che esplode il destro. Un tiro secco sul quale Iuliano cerca invano d'opporsi. La sorpresa del Potenza, colpito a freddo, diventa incredula rassegnazione al 5'. Punizione dal limite: Deflorio tocca il pallone, Pastore lo ferma, Deflorio lo schiaffeggia, frustandolo con gli adduttori. Traiettoria morbida, Iuliano nuovamente battuto. Dopo i gol c'è la partita. Il Taranto (4-3-1-2) scivola in porta con naturalezza. La manovra, stavolta, non registra scompensi. C'è sviluppo laterale, intanto. E c'è non solo perché salgono gli esterni (Micallo a destra, Manni a sinistra), ma anche perché eseguono quanto provato in settimana i due interni (Mortari a destra, De Liguori a sinistra). Tra le linee è ineccepibile il lavoro di Mancini, che cuce gioco in zona alta, fornendo un contributo tecnico e dinamico di straordinaria efficacia. Deflorio, dopo un sinistro a volo di Mancini e un tiro di poco fuori di De Liguori, si fa male alla caviglia sinistra. Resiste qualche minuto, poi esce. A rimpiazzarlo è Catania (20'). Il Taranto comanda il derby. Ce l'ha in pugno e ne fa sempre un buon uso. Una punizione insidiosa di Pastore, un tocco di Mancini ad anticipare il portiere, un colpo di testa di Larosa, un'accelerazione di Micallo: cronaca che certifica la supremazia della squadra di Marino. Il Potenza (4-3-1-2) è, invece, inutilmente falloso. E comunque incapace di organizzare un benché minimo accenno di reazione. Nell'intervallo Porta ridisegna il Potenza. Cambia uomini e assetto, passando al 4-4-2 (fase di non possesso) e transitando attraverso il 4-2-3-1 (fase di possesso). Niente, però, muta realmente. C'è solo un tiro di Morello (primo e unico dei potentini) sul quale è pronta la respinta di Gentili (16'). Il Taranto si dedica ad una oculata attività di controllo. Fa girare il pallone, cercando lo spazio dove visualizzare la manovra. Catania e Gambino (subentrato a Di Domenico) banalizzano azioni di rimessa che meriterebbero un'altra sorte. Marino, dalla panchina, ordina l'ultima sostituzione (Bruno per l'acciaccato Mortari). Mentre bruciano placidamente i minuti finali. di Lorenzo D'Alò28 novembre 2005

Le pagelle di Lorenzo D'Alò

GENTILI sv - Senza voto perché praticamente inoperoso. Una sola parata, un paio di comode uscite.
MICALLO 6,5 - Stavolta sì. Devastante quando affonda sulla fascia, lasciandosi alle spalle impacci e remore. Entra nella dinamica dei due gol. Lievi imperfezioni in fase difensiva.
MANNI 6 - Chiusure puntuali, inserimenti tempestivi. Spinge meno di Micallo perché cura maggiormente la fase di non possesso.
LAROSA 6,5 - Sta entrando in confidenza col ruolo di vertice basso del rombo di centrocampo. Protegge la difesa, fa ripartire l'azione, sfruttando le lunghe leve.
PASTORE 6 - Prova pulita. Esce a chiudere con perfetta scelta di tempo. Non sbaglia un appoggio.
CACCAVALE 6 - Anticipi di giustezza, coperture di forza. Becca il giallo per un'entrata rude. Diffidato: salterà la Pro Vasto.
DE LIGUORI 6,5 - Sembra che la squadra prenda consistenza quando entra in azione. Perché è rapido e fiorito nei frequenti rovesciamenti. Instancabile.
MORTARI 6 - Grande combattente. Rimpolpa il centrocampo: lo ispessisce. Stremato, e acciaccato, nel finale cede il posto a Bruno.
MANCINI 7 - Prova corposa e di estrema utilità. Fa tutto: corre, distribuisce idee, va a pressare, tira in porta. Impossibile, ormai, farne a meno.
DI DOMENICO 6,5 - Un gol di rabbia e potenza. Una partita che è una risposta: agli scettici, a chi sottovaluta il suo oscuro lavoro.
DEFLORIO 6,5 - Venti minuti in campo: per segnare un gol di rara bellezza e per rimediare un pestone alla caviglia.
CATANIA 6 - Tiene troppo il pallone tra i piedi, eccede nei dribbling, banalizza qualche contropiede. Ma non perde vitalità.
GAMBINO sv - Rimpiazza Di Domenico. La voglia di fare è tanta. Ma c'è poco tempo e ci sono molti errori.
BRUNO sv - Nel finale rivela l'acciaccato Mortari. Ingiudicabile.
MARINO 6,5 - Si sta faticosamente riconquistando la fiducia dell'ambiente. Fiducia che, a parole, non aveva mai perso. Se la squadra lo segue e se arrivano i rinforzi giusti, porterà il Taranto lontano. Noi ci crediamo.

Vittoria storica

Il Taranto torna al successo dopo quasi un mese e mezzo. I rossoblù dopo aver superato per 4-1 il Modica il 16 ottobre scorso, nelle successive quattro gare avevano raccolto solo tre pareggi (prima la sconfitta a Marcianise per 2-0, poi 0-0 a Gallipoli, quindi 0-0 allo «Iacovone» contro il Latina, infine 3-3 a Nocera). I rossoblù superando il Potenza ottengono la quinta vittoria in sei confronti casalinghi (gli altri successi interni: per 2-1 sul Melfi, 1-0 sull'Igea, 2-0 contro l'Andria, infine il già citato 4-1 al Modica). Questi tre punti riportano nuovamente il Taranto in zona playoff. Il successo tarantino è maturato con due reti segnate nei primi quattro minuti e mezzo; i rossoblù sono andati a segno dopo 34 secondi con Di Domenico, poi il raddoppio dopo 4 minuti e 28 secondi con Deflorio. Nella passata stagione la rete più veloce degli ionici era stata realizzata il 26 marzo 2005 da Pupita al 2' minuto di Taranto-Rosetana 2-0 (lo stesso attaccante aveva poi firmato la rete del 2-0). Per trovare invece un gol nel primo minuto di gioco bisogna andare al 21 aprile 2002, in serie C1, a Taranto-Nocerina 3-1 con la rete di Bennardo. Per Fabio Di Domenico secondo gol stagionale (era già andato a segno contro il Modica realizzando il momentaneo 3-1); per l' attaccante otto le presenze stagionali, tre da titolare (va detto che finora non ha mai giocato una gara per intero). Ottava rete per Andrea Deflorio; il capitano rossoblù «viaggia» in questo torneo con una rete ogni 133 minuti di gioco. In 13 turni di campionato Deflorio ha segnato già un gol in più rispetto a tutto il campionato scorso quando con la Reggiana in serie C1 aveva messo a segno 7 reti in 33 partite. Dopo 63 anni il Taranto torna a battere in casa il Potenza; l'ultimo successo risaliva al 29 novembre 1942: 7-0 allo «Stadio del Littorio» (denominato «Valentino Mazzola» nel dopoguerra) con la tripletta di Surra (in gol al 36', 41' e 83'), una doppietta di Lipizer (45' e 53') e le reti di Jachsetich (54') e Molinari (84'). Quel successo era stato il sesto di fila ottenuto dai rossoblù contro i lucani, poi erano arrivati tre pareggi in serie C: 1-1 il 28 gennaio 1962, 0-0 il 9 dicembre 1962 e 1-1 il 13 ottobre 1968. Nelle ultime due sfide si era invece imposto il Potenza, per 3-1 il 25 gennaio 1998 nel Campionato nazionale Dilettanti, poi per 1-0 lo scorso anno in serie C2 il 28 novembre 2004. di Franco Valdevies28 novembre 2005

«Il Taranto ha meritato. Noi no»
La sincerità di Bianconi

E' durata solo cinque minuti la partita del Potenza allo Iacovone di Taranto. L'uno- due della formazione ionica (Di Domenico dopo appena 40 secondi di gioco e De Florio quattro minuti più tardi) ha messo in ginocchio i rossoblù lucani che si sono dimostrati incapaci (fisicamente e mentalmente) di produrre una qualsiasi reazione nei restanti 85 minuti di gioco. Un Potenza assolutamente deludente: distratto in difesa, poco lucido nella zona mediana del campo, inconsistente in attacco. Insomma una squadra trasformata rispetto a quella pimpante e concentrata vista in campo solo quindici giorni fa contro il Melfi. «Quando si perde in questo modo - ha ammesso con estrema sincerità Stefano Bianconi - bisogna avere il coraggio di riconoscere i meriti degli avversari. Oggi il Taranto è stato superiore ed ha vinto giustamente». Cinque minuti, trecento secondi, tanto è bastato al Taranto per perforare la fragile difesa rossoblù. «I due gol in avvio - ha continuato il forte centrale difensivo - ci hanno tagliato le gambe, condizionando il resto del match. E' chiaro che noi possiamo fare meglio ma oggi il Taranto è stato superiore». Bianconi non vede alcun legame tra quanto è accaduto in questi giorni (questione stipendi, allenamenti a singhiozzo causa neve) e lo scivolone sul terreno pugliese. «Inutile attaccarci a queste scuse. In campo certe situazioni si dimenticano. L'unica cosa da fare è assumersi le proprie responsabilità». Difficile capire i motivi di questo passo (doppio) indietro, sta di fatto che il Potenza si ritrova con un solo punto di vantaggio sulla zona play out. «Difficile fare commenti dopo una sconfitta del genere - ha spiegato l'attaccante Zirafa. Difficile dire dove finiscono i nostri demeriti ed iniziano i meriti del Taranto. E' chiaro che l'uno- due iniziale ci ha penalizzati. Fuori casa non è facile per nessuno recuperare il doppio svantaggio. Il Taranto poi è stato molto abile a gestire la partita. Non è il caso comunque di cercare giustificazioni, sarebbe stupido. La questione stipendi? Quando le cose vanno male si cerca sempre di trovare il pelo nell'uovo. Io credo che la verità stia nel mezzo». di Sandro Maiorella28 novembre 2005

I due allenatori commentano la partita
Marino si gode la vittoria Porta: «Fallito l'approccio»

Mister Marino ha dribblato... la sala stampa. Un impegno personale lo ha costretto ad andar via subito dopo il fischio finale del bravo Stefanini di Livorno. Rintracciato al telefonino ha rilasciato solo qualche flash: «Abbiamo disputato una buona partita meritando pienamente la vittoria. Quando la squadra applica gli schemi che proviamo ripetutamente in settimana, i risultati giungono. È stata una settimana difficile. Ringrazio tutti coloro che mi sono stati vicini e che hanno avuto fiducia nel mio lavoro». Sul derby è intervenuto il presidente Blasi: «La nostra vittoria non fa una grinza. Abbiamo profuso grinta, determinazione e cattiveria agonistica: sono queste le armi per vincere le partite. Se riusciremo a metterle in campo anche in trasferta, risaliremo di parecchio la classifica. L'esser riusciti a rientrare nella zona playoff ci lusinga, ma non ci deve accontentare. Nell'ultimo poker di gare che ci separano dal giro di boa, voglio dodici punti. L'obiettivo è alla portata dei miei. Marino? Sarà il nostro allenatore fino a giugno. Dico questo perché qualcuno, in settimana, è stato scorretto con lui (giovedì pomeriggio un ristretto numero di tifosi lo ha contestato all'interno dello stadio, n.d.r.)». Mister Porta, dal canto suo, non accampa scuse: «Abbiamo totalmente fallito l'appoccio alla partita. La doppietta incassata nei primi cinque minuti dell'incontro, ne è la riprova. Purtroppo non è la prima volta che accade. Non dimenticate che ho fra le mani una squadra giovane. Non sono pochi gli '84 e gli '85 presenti nella lista che consegniamo all'arbitro. Le assenze di due uomini-guida come Russo e Maisto, il non aver avuto la possibilità di allenarci al «Viviani» ed il notevole tasso tecnico del Taranto le altre cause di questa sconfitta». di Giuseppe Dimito28 novembre 2005

Taranto, la lezione di Marino

L'abbraccio con Di Domenico l'aveva forse sognato nelle ultime notti senza sonno. Un abbraccio liberatorio, quasi purificatore. Raimondo Marino sapeva di poter scacciare qualche incubo, ma sapeva anche che a farlo potevano essere solo i suoi ragazzi, facendo ruzzolare in porta più palloni possibili. Ma il dopo partita non regala certe confessioni. Semmai silenzi, quelli "fragorosi", guarda un po', di mister Marino rotti da qualche frase sbocconcellata via radiomobile: «Ringrazio il presidente Blasi e tutti coloro i quali mi sono stati vicino in questa settimana difficile. In particolare il massaggiatore e il magazziniere accanto a me durante l'aggressione verbale subìta giovedì scorso. La prestazione dei ragazzi è stata soddisfacente, quando realizzano sul campo il lavoro preparato in settimana mostrano tutto il loro valore». Stop. Più dell'onore delle armi ai suoi detrattori, Marino, non offre. Recita da vincitore, quasi, magnanimo ora che ha rotto l'assedio lungo la sua "Fortezza Bastiani" e quel "Deserto dei Tartari" che qualcuno gli prospettava appare una pianura felice. L'airone, non più (per sua ammissione) triste, spicca il volo e lascia parlare il geometrico 2-0 al Potenza. E chi non ci sta, amen. A parlare, anzi a scagliar parole come sassi, è il presidente Blasi: «Marino resterà fino a giugno. E chi ancora ha qualche dubbio se lo levi dalla testa. A Di Domenico aveva detto: sarà il tuo giorno. Chi li contesta è...», e lascia cadere nel vuoto uno spezzone ardente di parola, mentre gli fa da controcanto un muto direttore Galigani, volto da sfinge e occhi taglienti. «Marino - ha spiegato Blasi - è persona corretta e determinata, fa giocare la squadra e quando i ragazzi sono in forma e fanno bene il loro lavoro i risultati si vedono. Perciò, prima di parlare, qualcuno dovrebbe contare fino a trenta». Il presidente, ai silenzi, ci aveva abituati ultimamente. Il suo ritorno è stato un vero e proprio j'accuse, verso chi semina ombre e sospetti: «Dei critici a buon mercato non mi fido. È facile parlare male quando i risultati non ci sono. Qui c'è gente che vuol distruggere quello che costruiamo. Non è un fatto di oggi. È una tara storica. Un anno fa - ha ricordato Blasi - si parlava del fallimento. Oggi che la parola è tornata al calcio giocato, non avendo appigli, ci si è aggrappati alla qualità del gioco, al mister che deve andar via e ad altri ragionamenti strampalati. Occorreva una risposta adeguata. Eccola». Il Taranto di ieri sembrava seguire la scia dei pensieri e delle parole di Blasi: gioco ben confezionato, occasioni da gol, squadra messa in campo con intelligenza e con intelligenza guidata da Deflorio, Mancini, Larosa, solo per citare tre che hanno fatto la differenza in campo. Con quel pizzico di rabbia da tradurre, secondo il desiderio del presidente, in 15 punti da conquistare nella striscia di cinque match: «Giocheremo due gare fuori casa e dobbiamo recuperare ciò che abbiamo perso - ha spiegato il patron - occorre quindi un supplemento d'anima e un supplemento di rabbia. A partire da Vasto». Confermando gli acquisti a gennaio: «Rinforzeremo la squadra, ma non voglio polemiche su chi resta e chi va via. Il nostro programma triennale prevedeva la salvezza il primo anno e la promozione in C/1 il secondo. Vedrete: a giugno disputeremo i play off». Dire di un contagioso "ottimismo" del presidente appare rischioso. Certo, il suo ritorno in plancia di comando è servito a galvanizzare, vincere, placare le polemiche. Quel suo abbraccio a mister Marino, uscendo dal campo dopo la sostituzione, Fabio Di Domenico non l'aveva studiato. Lava via colpe altrui: «Marino fa le scelte, decide chi va in campo, ma come uomo non si discute. Con lui ho un grandissimo rapporto. In certi frangenti mi è stato vicino». Calore ripagato anche da Micallo: «Marino ha preparato la partita benissimo perché ha sublimato la rabbia che ci portavamo dietro da Nocera, da quell'occasione persa». Già, la rabbia. E l'orgoglio, quello di Mancini. Passo da numero 10, vero, in fase di rifinitura e polmoni da mediano per vedere l'effetto che fa, quando i piedi buoni sanno anche correre: «Se ho superato alcune difficoltà e sono qui lo devo ai compagni che mi sono stati vicino». La lezione di Marino è anche questo. di Fulvio Colucci28 novembre 2005

C'è tensione
Il diverbio tra Marino e alcuni tifosi dopo l'allenamento di giovedì è un campanello d'allarme: i malumori resistono anche alla sosta. La gara di domani diventa fondamentale

Il diverbio tra Raimondo Marino e alcuni tifosi in coda all'allenamento di giovedì è una spia accesa: c'è tensione intorno al Taranto. Ce n'è molta di più di quello che sembra se è capace di resistere ad una sosta e presentarsi con dieci giorni di ritardo. La partita con il Potenza, a questo punto, acquisisce importanza maggiore, oltre quella che già aveva: sembra essere diventato un bivio reale, crocevia della stagione. Sembra, cioè, di essere di fronte alla partita che deciderà come il Taranto andrà avanti, qual è il suo stato di salute e se i problemi che hanno generato la lunga frenata (quattro domeniche senza vittorie, solo tre pareggi raccolti) sono superati. 
Il Taranto è fuori dai playoff: è un dato. E questo genera incomprensioni e nervosismi, timide contestazioni e rumorosi mugugni. Marino ha toccato con mano la delicatezza del proprio ruolo, ammettendo anche di sentirsi un bersaglio facile. La posizione del tecnico, finora, non è stata mai messa realmente in discussione. Il feeling con la piazza però non sembra decollare e, per questo, vista anche la sensibilità di Blasi agli umori della città, non è detto che la panchina sia “blindata”. Di certo decideranno i risultati e, quindi, deciderà la partita di domani. Contro il Potenza il Taranto sa di non poter più sbagliare e sa di trovarsi di fronte ad un obbligo tecnico: deve vincere, per riagganciare la zona prevista dai programmi e per rimettersi in corsa. Deve vincere per superare il momentaccio e evitare di finire ai confini di una crisi che sembra sonnecchiare in un angolo sempre meno nascosto. 
Non sbagliare vuol dire, intanto, scegliere la formazione migliore: Marino, per farlo, si lascia attraversare dai dubbi. Il ballottaggio tra Catania e Di Domenico in attacco è nato sin da giovedì: il tecnico ha provato il primo tra i titolari, ma al secondo ha fatto giocare qualche minuto in più. Si tratta di scegliere se confermare l'assetto di Nocera (quello che ha consentito di segnare tre gol) o se puntare tutto sull'imprevedibilità e, quindi, cambiare. Non sembrava in dubbio la presenza di Bevo, ma ieri Larosa ha guadagnato considerazione. Il tecnico sembra essere tentato, perché Larosa ha dimostrato di essere in buona condizione e sembra non fidarsi completamente dello stato fisico di Bevo, fermo per venti giorni per via dell'infortunio alla caviglia. 
Non dovrebbe, invece, riservare sorprese il resto della formazione. Micallo sarà l'esterno destro, Caccavale e Pastore i centrali e Manni tornerà a coprire la corsia sinistra in difesa. A centrocampo, detto del dubbio nel ruolo di playmaker, è certo che Mortari e De Liguori saranno gli altri due interni. Mancini, dopo la convincere prova di Nocera, verrà confermato nel ruolo di trequartista, mentre la maglia di Deflorio in attacco non verrebbe mai messa in discussione da nessuno. 
I dubbi si trascineranno fino a domani. E la tensione li seguirà in silenzio. Sembra un braccio di ferro. Chi vincerà? di Fulvio Paglialunga26 novembre 2005

Taranto, ultimi dubbi per Marino
Cresce l'attesa per il derby di domani allo "Iacovone" (ore 14,30) col Potenza. Stamane allenamento di rifinitura e ritiro. Bevo-Larosa, Catania-Di Domenico: «Voglio decidere con calma»

Clima apparentemente sereno in casa tarantina alla vigilia del derby contro il Potenza. Il penultimo allenamento settimanale ha consegnato a mister Marino una rosa concentrata e fermamente decisa ad acciuffare quella vittoria che manca dal 16 ottobre scorso (4-1 rifilato al Modica). Il trainer jonico non ha voluto svelare la formazione che scenderà inizialmente in campo dichiarando apertamente che l'annuncerà direttamente agli interessati alle ore 13 di domani mattina. I dubbi che lo assillerebbero sarebbero due: il ruolo di centrocampista davanti alla difesa e quello di attaccante da affiancare a Deflorio. A centrocampo Bevo, pur essendo finalmente guarito dalla distorsione alla caviglia rimediata a Gallipoli, non è apparso prontissimo al rientro (ha saltato diversi allenamenti per cui la condizione atletica ne ha risentito). Oltretutto Larosa, a Nocera, ha fatto bene per cui meriterebbe la conferma. La circostanza che la gara si disputerà allo «Iacovone», potrebbe convincere Marino a mandarlo in campo. Per l'attacco, Marino sembra indeciso se ridare fiducia a Di Domenico oppure schierare Catania. «Tutto dipenderà dall'impostazione che darò alla fase offensiva», ha confermato ieri sera il mister rossoblù. Di Domenico, per caratteristiche tecniche e fisiche, potrebbe costituire un punto di riferimento per i compagni ma anche per gli avversari. Mentre Catania è più propenso a dare agilità e velocità al gioco d'attacco, ma non presenza stabile al centro dell'area di rigore avversaria. In definitiva la formazione per il derby potrebbe essere la seguente: Gentili in porta; Micallo, Caccavale, Pastore e Manni in difesa; Mortari, Larosa o Bevo in mezzo; Mancini trequartista; Deflorio e Di Domenico o Catania in avanti. Stamane rifinitura e partenza per il ritiro. di Giuseppe Dimito26 novembre 2005

Colletto: «Il Potenza non sfigurerà»
L'ex difensore rossoblù torna allo Iacovone

Il match di domani pomeriggio contro il Potenza in programma allo Iacovone, rappresenta un crocevia importante per il Taranto, chiamato a fornire incoraggianti risposte dopo il magro bottino di punti racimolato nelle ultime quattro apparizioni stagionali. I rossoblù punteranno alla quinta vittoria casalinga stagionale, fondamentale per non perdere ulteriore terreno dalle battistrada. Di contro ci sarà un Potenza in cerca di riscatto e di un'affermazione di prestigio dopo l'altalenante avvio di stagione che, considerando i proclami precampionato, è stato ben al di sotto delle aspettative della società. Nell'undici titolare che il tecnico potentino Antonio Porta schiererà allo Iacovone, ci sarà sicuramente Domenico Colletto, che torna a Taranto da ex, dopo aver militato nelle fila degli ionici nelle stagioni 2000-01, conclusa con la promozione in C1, e 2001-02, coincisa con un grave infortunio al ginocchio per il laterale difensivo che ne minò il rendimento: «Torno a Taranto con piacere, visto che con quella maglia ho conquistato una promozione in C1 insieme ad un gruppo straordinario - ha dichiarato - anche se purtroppo il ricordo più forte che ho è quello relativo all'infortunio al ginocchio dal quale pensavo di non riprendermi più. Anzi, colgo l'occasione per ringraziare pubblicamente il dottor Volpe per avermi rimesso in sesto ed avermi consentito di ritornare a giocare». Intanto, però, domani ci sarà una gara delicata da giocare, e Colletto, questa volta sarà tra gli avversari del Taranto: «A parte l'emozione che proverò all'ingresso in campo, penso che sia io che i miei compagni penseremo unicamente a fare risultato. Mi aspetto una partita maschia, ma sostanzialmente corretta. Per noi - ha proseguito - sarà fondamentale offrire una prova convincente, anche se in tutta franchezza, nonostante i proclami di inizio stagione, credo che la classifica rispecchi fedelmente le potenzialità della mia squadra». Il tecnico tarantino, Raimondo Marino, in virtù dell'annullamento della diretta televisiva ed il conseguente spostamento della gara a domani ha potuto svuotare un'infermeria che nelle ultime settimane era sovraffollata, potendo così contare su una rosa più ampia. Lo stesso discorso non vale invece per i lucani, che anzi recriminano per non aver avuto la possibilità di disputare il match con un vetrina prestigiosa come RaiSportSat: «Mi dispiace sinceramente molto - ha puntualizzato Colletto - perché a tutti noi la diretta Tv avrebbe dato degli ulteriori stimoli per far bene. Nonostante questo, e nonostante l'organico a disposizione di Marino, mi sento di poter affermare che non sfigureremo di fronte al Taranto, che insieme alla Cisco Roma, escludendo ovviamente il Gallipoli, considero la compagine con maggiori probabilità di salire di categoria attraverso i play-off». di Alfredo Ghionna26 novembre 2005

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