
Taranto alla pari della
capolista
I rossoblu impongono il pari casalingo al
Gallipoli (0-0)
Il pari è tutto quello che la partita ha detto. E' un
reciproco annullamento, una contrapposizione continua, decisa, persino
studiata. E' una serie di mosse contrarie, di accorgimenti per evitare
l'iniqua sopraffazione. Gallipoli e Taranto, alla fine, si elidono: si
tolgono l'aria, occupano reciprocamente gli spazi altrui, soffocano le
idee all'origine, si adeguano ad ogni movimento. Si accontentano quasi
per sfinimento, in fondo ad una partita pari in tutto eppure combattuta
e viva fino alla fine. Che serve al Taranto per ribadire il suo diritto
di esistenza, senza un rumoroso rilancio, ma anche senza l'affossamento
definitivo.
Serve per scoprire una squadra diversa, forse nuova: nell'atteggiamento
tattico e nell'approccio mentale. Una squadra di ferro, che combatte e
non si fa superare, che prova - a sua volta - a superare con umiltà
operaia e dignitose distensioni. E che, poi, si accorge di essere stata
alla pari con la capolista.
C'è molto Taranto e molto di nuovo: non c'è una resurrezione completa,
ma una interessante trasformazione. C'è una partita indovinata. Da
Marino, soprattutto, che ha pensato e applicato un 4-1-4-1 elastico e
adatto. Due trequartisti in campo: mediani in copertura, sostegno
alternato in distensione. Mancini e Catania fanno molto di più di
quello che sembra: pressano sui mediani del Gallipoli (Iennaco e Capece)
privandoli del tempo e della lucidità per costruire, si allungano
tentando l'invenzione o il supporto a Deflorio. Finiscono per diventare
il cuore della manovra e la parte più densa della gara. Un mediano
vero, poi, a guardia della difesa. Bevo è l'argine di tutto: stringe
sul tridente e avanza su chi propone. Marca e riparte, coprendo la linea
di dietro e rifornendo la terra di mezzo. Riesce tutto: il centrocampo a
quattro e il mediano in più, il contenimento attivo e l'avanzamento
cadenzato. E anche l'impoverimento della manovra del Gallipoli,
rinchiuso in 3-4-3 prima frizzante, poi cauto, infine spento. L'armata
di Auteri cerca di adempiere ai doveri di favorita e, soprattutto, di
fare la partita: prova l'azione manovrata, cerca di far salire gli
esterni (meglio con Esposito, sulla sinistra) e di far fruttare gli
scambi dei tre davanti, di campare sul genio di chi attacca. Si muove a
memoria, ma non può farlo troppo: il Taranto si posiziona alto e si
mantiene corto. Tiene a distanza l'avanzata altrui, non consente
l'approdo sul fondo e si giova del nuovo ruolo azionando le ripartenze e
cercando la profondità intelligente. Non c'è, però, un avversario
distratto: Deflorio (unica punta di partenza) non ha mai meno di due
uomini addosso, la difesa salentina si rinforza con l'abbassamento di
Nigro e Esposito, diventando spesso una linea a cinque.
E' una sfida di nervi, simile ad una partita di scacchi. Pedine che si
muovono secondo logica, panchine attive e giocatori attenti. Per il
Gallipoli non è un tema nuovo, anche se lo svolgimento scalfisce
l'immagine di gruppo inarrestabile e il progressivo spegnimento
assomiglia ad una simbolica resa. Per il Taranto, invece, è un
progresso certificabile. Vigile, rigorosa, determinata: la banda di
Marino appare improvvisamente più matura, probabilmente provata dal
recente schiaffo, sicuramente attenta e giudiziosa come mai, in
trasferta, era capitato. Le insidie sono nascoste in movimenti
silenziosi: il Gallipoli, almeno inizialmente, prova a sfruttare
l'avanzata di Esposito oppure la furbizia di Clemente, che spesso si fa
trovare alle spalle di Manni (suo dirimpettaio) per suggerire il
passaggio profondo. Il Taranto, per risposta, si fa trovare sempre vivo
(Manni, dopo un po', trova il modo per non inguaiarsi) e pronto a
sorprendere, costringendo l'avversario a conservare un minimo di
prudenza.
C'è tensione agonistica e battaglia leale. Quello che accade in campo
è anche quello che accade sugli spalti: gente ovunque (i tarantini sono
anche più dei milletrecento annunciati), qualche piccola incomprensione
iniziale e poi sostegno caldo, accesso ma corretto. Festa, quasi.
Partita nella partita: ugole contro senza acrimonia. Passione pura.
Rispettata da chi, sul tappeto sintetico che sostituisce l'erba, non
oltrepassa mai il buonsenso, rifugiandosi nel calcio e nella ricerca
della perfezione tattica. Probabilmente raggiunta da entrambe le
squadre, se - a conti fatti - ci sono brividi ma non pericoli, tentativi
ma nulla che possa legittimare recriminazioni. Il Taranto è anche
meglio del Gallipoli, ma non quanto basta per finire avanti.
Sicuramente, però, il Taranto è meglio delle ultime versioni di se
stesso. E' improvvisamente un blocco, dà una inedita sensazione di
solidità tattica e caratteriale, cenni di un completamento vicino. Non
passa perché il sacrificio dei due trequartisti addiziona quantità al
centrocampo, ma sottrae pericolosità a Deflorio, troppo spesso solo in
attacco o spalle alla porta. Ma ha il tempo per reclamare un rigore nel
primo tempo (8', Minadeo forse ferma di mano il pallone su avanzata di
Deflorio) e per chiamare Lafuenti all'unica parata vera della partita in
un secondo tempo persino di maggiore presenza offensiva (11',
percussione di Catania e sinistro respinto). Il Gallipoli produce solo
su cross e solo nel primo tempo: Esposito per Nigro (23', destro fuori),
Clemente per Innocenti (26', colpo di testa alto), ancora Esposito per
Castillo (40', torsione di testa oltre la traversa). Nulla impensierisce
Gentili, nulla toglie i meriti al Taranto. Il sussulto finale di Mancini
(45', tiro dal limite) è l'immagine di tante scelte esatte. Che mettono
il Taranto ufficialmente alla pari della prima. di
Fulvio Paglialunga31
ottobre 2005

Gallipoli
"ingessato" dal Taranto
I padroni di casa, sempre primi in classifica,
costretti a cercare gli attaccanti con i lanci lunghi: dalle retrovie o
dalla trequarti. I salentini non riescono a sfondare il muro di gomma
rossoblu. Niente gol
Il derby non è di nessuno. Ma la partita è di tutti.
Del Gallipoli, che si illude di poterla fare. E del Taranto, che si
sforza di condurre il gioco. Perché fare la partita non significa
necessariamente condurre il gioco. Se si coglie questa differenza, è
possibile stabilire l'assoluta equità del pareggio. Pareggio che al
Gallipoli torna utile e al Taranto serve. Pareggio che il campionato,
continuando a dipanare la sua trama, provvederà a rivalutare. Perché
dal derby non gocciola soltanto un punto, che tiene sempre in testa il
Gallipoli e ancora in gioco il Taranto. Sgorga anche calcio: quello
smanioso della capolista e quello ragionato della squadra che insegue.
Calcio che riflette stati d'animo e stati d'ansia. Calcio che dà e
toglie, senza tregua, senza respiro. Impegnando Gallipoli e Taranto in
un duello di selvaggia bellezza. Nel punto che il Gallipoli ottiene dal
derby ci sono la voglia palpabile d'imporsi e la preoccupazione visibile
di non farcela. C'è una squadra che vive consapevolmente le difficoltà
e gli ingorghi di una partita complessa. Ci sono la spinta, l'energia e
le motivazioni. Manca, però, la tagliente lucidità, che ha
caratterizzato questo primo scorcio di stagione. Segno distintivo di una
squadra prima non per caso. Ma in virtù di un collettivo che esprime
valori e sprigiona potenza. E che, nella circostanza, non riesce a
liberare completamente la forza che lo anima e lo sorregge. Nel punto
che il Taranto spreme dal derby c'è, probabilmente, di più. C'è la
risposta della squadra che smette di dubitare e si rimette a giocare. C'è
un'assistenza continua e reciproca, quasi una spontanea comunione
d'intenti. C'è il senso dell'appartenenza. C'è la volontà feroce di
non soccombere. C'è nuovamente una squadra che crede in quello che fa.
E fa esattamente ciò che ha previsto e provato. Tatticamente il derby
è un tizzone ardente, difficile da maneggiare. Né fuoco, né cenere.
Solo vampate di calore. Quelle che produce il Gallipoli hanno
apparentemente una temperatura più elevata. Ma bruciano senza lasciare
segni evidenti sul corpo degli avversari. Quelle che alimenta il Taranto
sono vampate in cui si scorge la geometrica costruzione del gioco e la
puntuale coerenza della trama. Auteri non si sposta dal 3-4-3, ma per
farlo funzionare dovrebbe comandare più corsa sulle fasce, cercando la
manovra aggirante. Marino, invece, aggiorna il modulo (4-3-2-1 in fase
di distensione) e dall'organico pesca nuovi interpreti (Mancini). Le
intuizioni del tecnico sono felici. Perché è corretto l'atteggiamento
della squadra, che riesce a tenere le linee sempre corte. Ed è
soprattutto logica la destinazione d'uso di ogni singolo, specie dei due
trequartisti. Mancini e Catania hanno un duplice compito: disturbare la
nascente azione avversaria (fase di non possesso) e organizzare veloci
ripartenze (fase di possesso). Senza il loro sacrificio dinamico, la
gestione della partita pensata da Marino si sarebbe rivelata più
faticosa. Mancini e Catania, protetti alle spalle da Bevo, e assistiti
lateralmente da Mortari e De Liguori, erigono in mezzo una specie di
paratia mobile. Un muro di gomma, che costringe il Gallipoli a cercare i
suoi attaccanti con i lanci lunghi: dalle retrovie o dalla trequarti.
Cross che prevedono la «spizzata» di testa per l'inserimento laterale
o la riconquista della palla sulla ribattuta della difesa. Tema unico e,
purtroppo, ricorrente, che dà raramente alla capolista la possibilità
di liberare l'uomo dentro l'area. E che consente al Taranto una rigorosa
attività di presidio e controllo. Lasciandogli anche il tempo e lo
spazio per visualizzare la giocata offensiva. Non c'è cronaca. Ci sono
episodi sui quali il Taranto recrimina: un rigore possibile (tocco di
Deflorio e pallone che rimbalza sul braccio di Minadeo) e qualche
fuorigioco dubbio. E cross del Gallipoli per le inzuccate imprecise di
Castillo e Innocenti e per un tiro fuori misura di Nigro. Nella ripresa
l'azione del Gallipoli si sfrangia puntualmente sulla trequarti. Il
gioco della capolista diventa un grumo. Il Taranto, invece, resta
coerentemente attaccato alla sua partita. La parata più significativa
la effettua Lafuenti su un tiro di Catania. Forza inespressa e gambe
pesanti: il Gallipoli finisce così. Presenza costante e coscienza
serena: il Taranto chiude meglio. di Lorenzo
D'Alò31
ottobre 2005

Le pagelle di Lorenzo
D'Alò
GENTILI 6 Puntuale nelle
uscite. Rassicurante nei piazzamenti. Ma la partita gli risparmia parate
decisive.
MARTINELLI 6 Le sovrapposizioni di Esposito
rischiano di creargli qualche imbarazzo. Succede soprattutto nel primo
tempo.
MANNI 6 Chiude la fascia, cercando anche di
rendersi utile in fase di appoggio. Lotta con accanimento.
BEVO 6,5 Prova superba. Impeccabile
nell'opera di interdizione. Assiduo nell'alimentare la manovra. Trae
giovamento dalla vicinanza delle linee.
PASTORE 6,5 La febbre lo abbandona alla
vigilia del derby, senza però ridurre l'efficacia dei suoi interventi
difensivi.
CACCAVALE 6,5 Stavolta non ci sono
esitazioni a «sporcare» la sua prova, che risulta priva di sbavature.
E ricca di chiusure tecnicamente perfette.
MORTARI 6,5 Fa quello che Marino gli ordina
di fare: suturare spazio in fase di non possesso, aprire varchi in fase
di distensione. Non si risparmia.
MANCINI 7 Abilissimo nella gestione del
pallone. Inesauribile nel pressare i mediani salentini. E' sempre dove
maggiormente serve. L'uomo nuovo del centrocampo tarantino.
DE LIGUORI 6 Grande cuore e grande corsa. A
sinistra è il solito stantuffo. Quando parte dà l'impressione di poter
fare il vuoto.
CATANIA 6,5 Prova giudiziosa in un ruolo o
con delle mansioni che avrebbero potuto prosciugarlo in anticipo. Finché
il fiato l'assiste, c'è. E si sente. Suo il tiro più pericoloso del
derby.
DEFLORIO 6 Gioca al di là di tutti,
coprendo l'intero fronte dell'attacco. I difensori lo temono. Temono le
sue finte e i suoi dribbling.
MALAGNINO 6 Entra al posto di Catania e si
guadagna la sufficienza, galoppando sulla fascia e conquistando un
corner.
BRUNO sv Rimpiazza nel finale Bevo.
Ingiudicabile.
CAMPANILE sv Nei minuti di recupero rileva
De Liguori. Ingiudicabile.
MARINO 6,5 Logiche le scelte iniziali.
Corretta la gestione della partita. Alla squadra chiedeva una prova che
lo rassicurasse. L'ha ottenuta. di Lorenzo D'Alò31
ottobre 2005

«E' la squadra che
voglio»
Il presidente Blasi scambia frecciate con il suo
collega Barba. Poi ammette: «La C1 è il premio per la nostra
meravigliosa gente». Marino: «Abbiamo provato a vincere»
Un pari che accontenta. Si sorride nel dopo gara del big
match contro il Gallipoli, perché sono arrivate risposte precise e
concrete. Quelle che si aspettavano. Cancellare l'opaca prova di
Marcianise non era semplice perché di fronte c'era la "macchina da
gol" targata Castillo-Innocenti. Contro la prima della classe il
Taranto ha marcato la sua migliore prova caratteriale della stagione.
Annichilendo chi alla vigilia auspicava gol a grappoli (quante le
giornate giocate) e smentendo le statistiche (per la prima volta i
leccesi non sono andati in gol tra le mura amiche). Un Taranto
tatticamente perfetto, è riuscito a difendersi senza affanno, sfiorando
anche il gol, soprattutto nella ripresa.
L'analisi del tecnico Marino parte proprio da qui.
«Abbiamo disputato un ottima gara e nella ripresa, negli ultimi
venticinque minuti meritavamo anche di vincere. Questo buon pareggio -
prosegue il tecnico - dimostra tutta la qualità
della squadra, che ha dimostrato di essere un gruppo compatto. I
giocatori hanno giocato con grande cuore e determinazione. E quando le
partite si affrontano così, difficilmente ci possono mettere in
difficoltà. Non ci è riuscita nemmeno la capolista. Ho cercato
comunque di vincere. I ragazzi hanno giocato a viso aperto, ma non
sempre possiamo vincere, perché bisogna fare i conti con l'avversario.
Un avversario che si si chiamava Gallipoli, con un grande organico e un
grande allenatore».
Una parentesi a parte meritano le novità espresse dalla partita, che
hanno due nomi e cognomi precisi: Manuel Mancini e Giovanni Malagnino. «Questi
due ragazzi hanno giocato bene e sapevo che potevo contare su di loro in
questo determinato momento. Non mi faccio male da solo. Se non li ho
schierati prima è perché non erano al meglio della condizione. Mancini
ha avuto problemi di postura, Malagnino doveva raggiungere la condizione
ottimale. Ho il compito di valutare settimanalmente chi sta meglio e chi
no. Credo che gli stessi giocatori siano consapevoli del loro momento di
forma migliore».
Le ultime parole del tecnico del Taranto sputano veleno. Marino non fa
il nome dell'arbitro Mannella, ma si capisce che il destinatario è lui.
«Ancora una volta siamo stati penalizzati da
alcuni episodi. Non è la prima volta che avviene in trasferta. In avvio
di gara abbiamo subito tantissimi falli e non sono stati utilizzati
cartellini, su Deflorio c'era rigore netto. Non voglio entrare nel
merito della buona fede o meno, ma tutto ciò finisce per distruggere il
lavoro che si fa nel corso della settimana. Il sottoscritto rischia il
posto di lavoro e non può essere penalizzato in maniera così evidente».
Botta e risposta nel dopo partita anche da parte dei due presidentissimi
"B & B", ovvero Blasi e Barba. I due analizzano il match
senza alzare più di tanto la voce (come avvenuto in settimana), non
mancando alcune frecciate di carattere, stavolta, puramente sportivo.
«Va bene così - dice un tiratissimo Blasi a fine gara - perché
questo è il Taranto che vogliamo. Grintoso e aggressivo. I giocatori
hanno dato prova che quando vogliono riescono a tirare fuori gli
attributi. Mi sembra che Gentili non sia mai stato impegnato e questa la
dice lunga di come è andata la partita. Alla fine meritavamo qualcosa
in più noi. Sicuramente. Bisogna ringraziare anche il nostro
meraviglioso pubblico. E' stato eccezionale. A loro dico che possono
stare tranquilli, perché questo Taranto andrà in C/1. E' un obbiettivo
che oggi più che mai va raggiunto per la meravigliosa gente di Taranto.
Ai miei giocatori dico sempre che devono dare il massimo soprattutto per
rispettare una città bella e importante come Taranto. Il Gallipoli? Con
questa squadra Barba avrà difficoltà ad andare in C/1».
«Questa partita non ci ha soddisfatto molto
- ha replicato dall'altro lato Barba - abbiamo
provato a giocare ma di fronte avevamo un Taranto che è venuto qui solo
per difendersi e per ottenere un punto. Ci è riuscito. Le tensioni?
Fanno parte del gioco, servono anche a scaldare in maniera positiva i
cuori della tifoseria. Alla fine è andato tutto per il meglio. Tifosi e
società hanno dato prova di grande civiltà e sportività. Peccato solo
per la partita. Il pari è frutto della giornata poco positiva dei miei
giocatori, ma anche della bravura del Taranto. Aspetto la gara di
ritorno. Non credo che il Taranto in casa si chiuderà come ha fatto a
Gallipoli. E allora, vedremo chi è più forte». La sfida è
nuovamente lanciata. di Fulvio Paglialunga31
ottobre 2005

«Le decisioni
dell'arbitro ci hanno condizionato»
Le recriminazioni di Marino, allenatore del
Taranto
Recrimina molto su qualche decisione arbitrale mister
Marino, allenatore del Taranto. «Ho dovuto
constatare ancora una volta», dice l'allenatore tarantino, «che
ci sono state alcune decisioni arbitrali che hanno condizionato la
nostra prestazione. Soprattutto nel primo tempo, infatti, quando
prendevamo la palla e avevamo la possibilità di ripartire con dei
veloci contrattacchi venivamo fermati per qualche motivo strano. Poi, su
un paio di occasioni abbiamo recriminato per dei falli commessi dai
nostri avversari che non sono stati sanzionati.» Mister
Marino mostra molta amarezza perchè «noi
lavoriamo sodo per tutta la settimana e prepariamo la partita nel
migliore dei modi e poi per queste assurde decisioni qualcuno rischia di
perdere il posto di lavoro e questo non è giusto». Per
quanto riguarda la partita l'allenatore tarantino ha le idee molto
chiare. «Siamo consapevoli di quali sono le
nostre qualità e ancora una volta, se ne avessi bisogno, ho capito che
i miei ragazzi hanno un cuore grande e che in campo danno sempre il
massimo. Infatti, abbiamo affrontato la capolista e siamo riusciti a
imbrigliare le sue azioni. Per questo sono contento della prestazione
che abbiamo fornito qui nel Salento. Negli ultimi 25 minuti di gioco
abbiamo creato delle buone palle gol che purtroppo non si sono
concretizzate». Alcuni hanno criticato la scelta di tenere
Malagnino in panchina e schierato solo negli ultimi minuti di gioco.
«Se faccio scendere in campo alcuni giocatori», conclude
mister Marino, «ed altri invece li tengo in
panchina è perché ci sono dei motivi perchè come allenatore cerco di
fare sempre le scelte migliori per il bene della squadra. Poi, i motivi
di queste scelte li spiego ai giocatori ma solamente nello spogliatoio e
non mi sembra giusto dire questi motivi in giro per rispetto nei
confronti dei ragazzi». di Roberto
Cataldi31
ottobre 2005

E' splendido intreccio
Fra piacere di vincere e paura di perdere
I presidenti hanno straparlato. Gli allenatori hanno
cercato di comprendere. I giocatori hanno detto. Nessuno, però, è
riuscito a spiegare, sino in fondo, le ragioni che rendono questa
partita diversa dalle altre. Cos'è che la caratterizza intimamente,
oltre quello che si sa. Oltre la classifica, le ambizioni, le
aspettative. Oltre le fibrillazioni di due tifoserie in ansiosa attesa.
Gallipoli-Taranto, dopo una settimana di stucchevoli schermaglie
verbali, riversa finalmente sul campo il suo carico: di calcio e di
passione. E si offre per quello che promette di essere: confronto
tecnico, intreccio tattico, palio emotivo. Una partita in cui,
improvvisamente, il piacere di vincere sembra quasi cancellato dalla
paura di perdere. Il derby del Gallipoli è un'occasione irripetibile:
per ribadire la legittimità del primato (22 punti) e per scavare un
solco incolmabile tra sé e l'avversario più temuto. La squadra di
Auteri sembra chiusa in un'armatura impenetrabile, forgiata da sette
vittorie, un pareggio e una sconfitta. Troppa linearità di rendimento
per non essere presa sul serio. Una prova di efficienza dietro l'altra.
Il Gallipoli è probabilmente la squadra più forte del campionato. Dove
forte è l'aggettivo che tutto riassume: solidità, equilibrio,
bellezza. Il Gallipoli è ormai una macchina che incute ammirato
stupore. Stupisce l'armonia tattica del collettivo. Stupisce l'arroganza
tecnica dei singoli. Il Gallipoli è la sintesi degli automatismi e dei
colpi. Un ibrido perfetto. Il 3-4-3 di Auteri sembra esaltare le
inclinazioni e le esigenze del gruppo. Tre difensori bloccati che in
fase di non possesso ricevono l'assistenza di un degli esterni di
centrocampo. Quattro centrocampisti, ovvero due interni (per le
geometrie e per l'interdizione) e due esterni (che si alzano per
spingere e si abbassano per difendere). E, davanti, un trio molto
latino: con il loro calcio ballato e travolgente. Un trio da 12 gol in 9
partite che accoppia potenza e rapidità, il senso dell'agguato e il
gusto della giocata. E che ha nell'argentino Castillo il vertice
fisicamente più avanzato: l'uomo che, appena si mette in moto, non lo
sposti più. Il derby del Taranto è una specie di strettoia. Per
superarla Marino sembra disposto a cambiare: interpreti e impianto.
Nasce così una squadra diversa. Con un uomo davanti alla difesa (Bevo)
e un uomo davanti a tutti (Deflorio). Alle loro spalle una linea di
quattro difensori (Martinelli, Caccavale, Pastore e Manni) e una paratia
mobile formata da due incursori (Mortari e De Liguori) e due
trequartisti (Catania e Mancini). Soluzione che ha una sua logica, ma
che potrebbe pure rivelarsi un azzardo. Dipende dal derby: da come va,
da come viene. di Lorenzo D'Alò30
ottobre 2005

Le statistiche di
Franco Valdevies
Secondo derby stagionale per il Taranto; nel primo,
giocato allo Iacovone il 2 ottobre scorso, i rossoblù hanno battuto
l'Andria per 2-0 con le reti di Deflorio e Catania. È invece inedita la
sfida di campionato contro la capolista Gallipoli, che sarà
nell'occasione la 41.ma squadra pugliese affrontata almeno una volta dal
Taranto. Oltre ai tantissimi derby regionali, negli anni '30 e '40 i
rossoblù hanno anche disputato dei derby «cittadini» affrontando la
Pro Italia, il Cantieri Tosi, la Pietro Resta ed infine l'Arsenale.
Vediamo nel dettaglio queste storiche «stracittadine» nelle quali i
rossoblù hanno mantenuto l'imbattibilità contro il «Tosi» con cinque
vittorie e un pareggio, battuto in entrambi i confronti la «Resta»,
quindi non hanno mai superato né la Pro Italia, raccogliendo due pari e
due sconfitte, né l'Arsenale contro cui hanno pareggiato e perso gli
unici due derby giocati nell'ambito di un campionato di serie B.
Campionato di Prima Divisione, 23 ottobre 1932: Cantiere Tosi-Taranto
1-1. E' questo in assoluto il primo derby tra due formazioni tarantine
dopo la fusione tra Audace e Pro Italia. Così in campo il Cantieri
Tosi: Stocco, Salvati, Schievano, Scorcia, Caputo, Falcone, De Lorenzo,
Capitanio, Madonna, Romano, Sacco. Per il Taranto questa la formazione:
Bolognini, Toso, Boninsegna, Arzeni, Perrucci, Sculto, Nicolini, Parisi,
Orsi, Castellano, Tosini. Segna prima il «Tosi» con Sacco al 50',
quindi pareggio del Taranto con Martino Castellano nove minuti dopo. Nel
derby di ritorno, giocato il 26 febbraio 1933, si impone il Taranto per
2-0 con i gol di Parisi al 22' e Sculto al 24'. Altri quattro successi
sempre per i rossoblù nelle successive sfide. Campionato di Prima
Divisione, 1 ottobre 1933: Taranto-Cantieri Tosi 4-0 (doppietta di Monti
a segno al 57' e poi all'87' su rigore, quindi al 59' Gullé e all' 89'
Massironi); 14 gennaio 1934: Cantiere Tosi-Taranto 0-2 (in gol al 6'
Tosini e al 44' Monti, mentre al 61' il «tosino» De Lorenzo calcia
fuori un rigore). Campionato Serie C, 18 ottobre 1936: Taranto-Cantieri
Tosi 2-0 (le reti al 50' Colaussi e al 66' Cavazza); 21 febbraio 1937:
Cantieri Tosi-Taranto 0-3 (al 18' Martino Castellano, al 70' Cioni e al
90' su rigore Colaussi). Campionato serie C, 28 ottobre 1938:
Taranto-Pro Italia Taranto 1-1 di fronte a 5.000 spettatori (segna al
70' Negri, quindi pareggio della «Pro» all' 82' con Valentino); 19
febbraio 1939: Pro Italia-Taranto 1-0 (rete al 6' di Carenza).
Campionato Serie C, 8 ottobre 1939: Taranto-Pro Italia 0-1 (gol di
Bellucco al 70'); 11 febbraio 1940: Pro Italia-Taranto 0-0. Campionato
serie C, 8 novembre 1942: Pietro Resta-Taranto 0-2 (doppietta di
Molinari, in gol all' 8' e al 73'); 7 febbraio 1943: Taranto-Pietro
Resta 3-1 (reti di Penza, Raguso per la «Resta», Salvati su rigore e
Moretti). Gli ultimi due derby tarantini nel Campionato di serie B
1946-47; il 13 ottobre 1946: Arsenale-Taranto 2-2 (rossoblù due volte
in vantaggio con Molinari al 6' e Cuscela su rigore al 67', mentre gli
«arsenalotti» impattano due volte con Silvestri a segno al 29' e al
75'). Il derby di ritorno, il 9 marzo 1947, si gioca a Bari per la
squalifica del Corvisea, il terreno di gara del Taranto (l'Arsenale
gioca invece sul Campo «Allievi Operai» della Marina in via Cugini).
Si impongono gli «arsenalotti» con una rete di Petagna al 9'. Così il
Taranto in campo: Tedeschi, Scarabelli, Villicich, Picogna, Cuscela, De
Vitis, Molinari, Mina, Merlin, Di Fonte, Coccia; l'Arsenale risponde con
questo schieramento: Santarosa, Mignozzi, Marchioli, Fanelli, Bernardel,
Raguso, Lacerenza, Petagna, Silvestri, Vincenzo Castellano, Bellucco.30
ottobre 2005

Taranto, derby verità
A Gallipoli non può perdere. Diretta tv
Gli spalti del "Bianco" di Gallipoli ci
saranni non meno di 1200 tifosi tarantini. Occuperanno una curva e parte
della gradinata. Auto e bus dovranno sostare nel piazzale antistante il
settore ospiti dello stadio (area che sarà vigilata dalle forze
dell'ordine). Nel cuore avranno la speranza di ritornare a casa con un
risultato positivo. Di questi tempi anche il pareggio lo sarebbe. Per
chi non è riuscito a reperire il biglietto, c'è la diretta tv su
Studio 100: la decisione della Prefettura di Lecce, venerdì scorso, è
stata tempestiva quanto giudiziosa. Inutile intraprendere il viaggio per
Gallipoli senza biglietto: l'imponente ed attentissimo servizio d'ordine
predisposto dalla Questura salentina impedirà l'avvicinarsi allo stadio
a chi è sprovvisto di tagliando. Oltretutto i botteghini rimarranno
chiusi secondo i dettami del Decreto Pisanu. Ultima raccomandazione:
evitare le eventuali provocazioni. Il derby è naturalmente molto
difficile ed ostico. La squadra di casa aggiunge al suo notevole tasso
tecnico, l'ampia dose d'entusiasmo per via del primo posto assoluto in
classifica. Ha un tridente (Clemente-Innocenzi-Castillo) che incute
rispetto. Ma non bisogna trascurare Jennaco e Capece, due centrocampisti
abili nell'interdizione e nelle ripartenze. Il Taranto, come giustamente
suggerisce Marino, dovrà tentare di impedire ai giallorossi di casa di
fare gioco, di far circolare la palla, di conquistare metri preziosi che
conducono alla porta difesa da Gentili. Il terreno di gioco, oltre ad
essere sintetico (quindi molto tecnico e veloce), ha dimensioni
piuttosto ridotte per cui Bevo e compagni dovranno notevolmente alzare i
ritmi di gioco per impedire ai salentini di procurare pericoli alla
porta rossoblù. Alla vigilia dell'incontro Marino, nell'incitare i
suoi, ha detto: «Serve tanta cattiveria
agonistica. Quella che nella ripresa di Marcianise, è rimasta... negli
spogliatoi». Formazione decisa: rientra Mortari; Catania e
Mancini agiranno alle spalle dell'unica punta Deflorio (4-1-4-1). di
Giuseppe Dimito30
ottobre 2005

In mille. Gli altri in
tv
Per Gallipoli-Taranto concessi ai tifosi rossoblu
altri trecento biglietti, esauriti in poche ore come gli altri
settecento. La Prefettura di Lecce dispone la diretta
L'attesa è in un dato: gli altri trecento biglietti
messi a disposizione dei tifosi del Taranto in serata non hanno
praticamente avuto il tempo di essere messi in vendita. Bruciati in
pochi minuti, come i settecento precedenti.
Benvenuti sulle strade del derby, con l'ansia che cresce e la tensione
gonfiata da parole sproporzionate e nemmeno tanto opportune.
Gallipoli-Taranto, di colpo, è diventata molto di più di una partita
inedita (è la prima volta che le due si affrontano), molto più di una
sfida d'alta quota tra squadre che, organici e pareri alla mano, sono
tra le più accreditate del torneo. E' una sfida a rischio, che prevederà
un imponente spiegamento di forze dell'ordine e che, proprio ieri, ha
aperto la serie dei provvedimenti straordinari. Il derby, infatti, sarà
trasmesso in diretta tv: su Studio 100 per la zona di Taranto, mentre
non è certo che ci sia analoga decisione per la zona di Gallipoli.
Misura presa ieri, durante un incontro in Prefettura a Lecce: c'è
bisogno di scongiurare un esodo superiore al consentito (mille
biglietti, più altri duecento a disposizione della società), c'è
bisogno di convincere a rimanere a casa la gran massa di gente che
ancora ieri, a tagliandi esauriti, cercava di acquistare il biglietto
per la partita.
L'incontro leccese, al quale hanno partecipato il Prefetto e il Questore
di Lecce, i rappresentanti delle società, il sindaco di Gallipoli
Giuseppe Venneri, l'assessore allo sport di Taranto Emma Scarfato e gli
esponenti della Commissione di Vigilanza, ha affrontato il
problema-biglietti cercando di evitare disordini e problemi vari. Si era
pensato, in un primo momento, di spostare la partita in settimana e
trasferirla a Lecce: ipotesi abortita poi, visto che la gara è inserita
nelle schedina di Totocalcio e Totogol. Quindi la scelta della diretta e
altri biglietti per i tarantini. Che non bastano, comunque. Che dovranno
bastare, però (ma il rischio di gente in partenza senza biglietto
esiste). Però non si può abbassare la febbre, improvvisamente esplosa:
perché Gallipoli-Taranto è comunque un derby, è comunque una sfida
importante. Vale per i salentini, capofila del torneo, vale per i
rossoblu, chiamati al riscatto. Potevano esserci i risvolti romantici di
una sfida esclusivamente calcistica, con lo Ionio come comune
denominatore e un po' di sano campanilismo tra una realtà emergente e
una con una storia gloriosa (e impolverata) alle spalle. Invece è
diventata qualcosa di più e, anche, di più pericoloso: colpa, anche,
di dichiarazioni fuori posto, di schermaglie verbali cominciate una
settimana prima della vigilia e proseguite in sgrammaticati e infelici
paragoni. Così per il derby è suonato l'allarme, nonostante si
susseguano i tentativi di distensione forse ritardati, forse comunque
utili.
C'è la partita sulla soglia, adesso: si gioca domani. C'è una
classifica che divide i sogni di una e le recriminazioni dell'altra. E
c'è anche tanta tensione. Mille tarantini in viaggio, sistemati tra
Curva e Gradinata, mille tarantini che sperano. Gli altri avranno la tv
a disposizione: ordine pubblico, hanno detto. Ma pure un'opportunità.
Per stemperare le tensioni. Chi doveva, perché ha la responsabilità
dirigenziale, non ci ha pensato prima. di
Fulvio Paglialunga29
ottobre 2005
Ultras e Cpt, Ancona
docet
Al vecchio stadio Dorico una giornata di sport
all'insegna della solidarietà, con la partecipazione dei migranti e
un'esibizione di cricket. Ultrà contro la costruzione di un centro di
permanenza
La schizofrenia che sta colpendo il nostro calcio ci ha
abituati (anche) all'annuale sparizione di importanti squadre dal
cosiddetto calcio «che conta». Una di queste è sicuramente l'Ancona,
soltanto un anno e mezzo fa in serie A, fallita l'11 agosto 2004 in
seguito all'arresto dell'allora presidente Pieroni, un filibustiere
allevato alla corte del Perugia di Gaucci, che è riuscito a liquidare
il galantuomo Simoni per prendere un allenatore targato Gea e a farsi
ridere dietro da mezza Europa per l'ingaggio di un Jardel somigliante a
Ollio. Dalle ceneri della vecchia Ancona Calcio è poi nata, dopo
l'acquisto del titolo sportivo dalla curatela fallimentare, l'AC Ancona
SpA, che è così ripartita dalla serie C2, dove attualmente vivacchia
in una zona di metà classifica, avendo formato una squadra con molti
giovani e alcuni esperti vagabondi delle serie semiprofessionistiche.
Chi invece non è mai morta, è la gloriosa curva Nord dello stadio
Conero, quella che ospita la frangia più calda della tifoseria
biancorossa. Negli ultimi tempi è cambiato il nome del gruppo
principale (non più Collettivo ma Ultras Ancona), ma non certo la
passione e l'impegno politico e sociale di chi ne fa parte. Tanto per
iniziare, gli ultrà dorici sono una delle tifoserie più coinvolte in
Progetto Ultrà, una struttura nata col preciso obiettivo di difendere
la cultura popolare del tifo e limitare la violenza e l'intolleranza
razzista. Molte le iniziative di solidarietà che li hanno visti
protagonisti nel recente passato: dal sostegno al progetto El estadio
del Bae in favore delle comunita zapatiste (i ragazzi di Ancona sono
anche tra i pochi che possono vantare di aver parlato col subcomandante
Marcos), fino alla raccolta fondi da destinare ad un progetto di Ya
Basta! a sostegno dei piqueteros argentini.
Il weekend appena trascorso ha fatto tornare la curva Nord ai fasti di
un tempo: sabato 22 ottobre, grazie all'organizzazione dalla
polisportiva antirazzista Assata Shakur di Ancona e alla fattiva
collaborazione degli ultrà, si è svolta al vecchio stadio Dorico una
bella giornata di sport all'insegna della fratellanza e della solidarietà.
Dapprima un'esibizione di cricket tra la formazione del Banglancona e
una selezione di migranti pakistani, quindi un triangolare di calcio a
cui hanno partecipato una squadra formata dagli stessi ultras e da
alcuni ospiti del centro di prima accoglienza cittadino ed una
formazione di cittadini sudamericani.
Il giorno seguente, in occasione della partita che ha visto opposto
l'Ancona al Castel San Pietro (finita con un pareggio per 1-1 che ha
messo a rischio la panchina già traballante del tecnico Alessandrini),
50 migranti (di cui 11 profughi) hanno raccolto l'invito degli ultras e
si sono recati allo stadio.
Una partita «particolare» malgrado la scarsa rilevanza del match: i
calciatori delle due squadre sono scesi in campo con uno striscione
contro il razzismo della Fare, un'associazione attiva in tutta Europa
nella lotta al razzismo e alla xenofobia nel mondo del calcio. Nel
frattempo, veniva issata in curva un'enorme maglia sopra un grosso
striscione di 50 metri che recitava «l'importante è che sia
biancorossa e non il colore di chi la indossa». Tra il primo e il
secondo tempo è stato esposto uno striscione in favore dell'amnistia
anche nei confronti di quegli ultras che lo scorso 3 marzo 2004, a
Corridonia, hanno occupato il consiglio comunale mentre era in corso di
approvazione la costruzione di un Cpt. Il testo del lenzuolo biancorosso
esposto recitava «La vostra repressione non fermerà la nostra forza
d'azione....Amnistia anche agli ultras e No ai Cpt».
Il blitz, targato Disobbedienti, portò alla ferma opposizione della
Regione Marche alla costruzione di qualunque centro di permanenza, ma
costò ben 5 denunce (di cui 3 indirizzate ai tifosi anconetani). Il
prossimo 9 novembre ci sarà la prima udienza preliminare. di
Tommaso Tintori29
ottobre 2005

Prove tecniche
In vista della gara di Gallipoli, il tecnico
Marino sta vagliando alcune soluzioni differenti rispetto al solito
4-3-1-2. Problemi al ginocchio per De Liguori
Se sarà un Taranto diverso lo vedremo solo a Gallipoli
domenica a partire dalle 14.30. Troppi i giocatori in bilico che lottano
con i rispettivi infortuni e che tengono in sospeso le possibili
soluzioni tattiche.
Marino promette che non ci saranno stravolgimenti, ma a giudicare dalla
prima frazione disputata contro la formazione “Berretti” si è
avvertita la netta sensazione che il tecnico messinese voglia provare
alcuni accorgimenti al canovaccio del 4-3-1-2 proposto finora in
campionato.
Osservando la squadra in fase di non possesso e studiando i movimenti
dei singoli reparti, quello che si è mosso nella prima frazione è
sembrato più un 4-1-4-1. I moduli si prestano a tante interpretazioni
e, magari, stiamo solo parlando di sfumature.
Ecco, quindi, il Taranto che ha affrontato la selezione giovanile
rossoblu. In difesa occorreva armarsi di soluzioni alternative, visto le
indisponibilità di Micallo e Pastore. Il primo è certamente
irrecuperabile per la trasferta salentina. Il malanno al piede gli ha
consentito di vedere la seduta pomeridiana in borghese. Pastore, invece,
è rimasto a casa colpito improvvisamente da un violento mal di gol.
Febbre salita a 38 e pomeriggio a letto. Ora c'è da verificare in
quanto tempo e con quali cure, il vice-capitano rossoblu si potrà
rimettere in sesto. Allora in difesa Marino ha previsto uno schieramento
con Malagnino, Caccavale, Martinelli e Manni. Bevo ha agito come mediano
centrale davanti alla difesa e punto di riferimento costante per la
manovra. Qui arrivano le presunte novità: si scorgeva nitidamente una
linea chiara di quattro uomini a sostegno di Deflorio unica punta. Da
destra Mortari (pienamente recuperato), Mancini, Catania e De Liguori,
anch'egli largo a sinistra. Scevrando nei particolari Mortari e De
Liguori avrebbero un compito di chiusura delle fasce avversarie e,
contemporaneamente, di incursori sulle fasce. Mancini e Catania avranno
l'ordine di appoggiare in qualità di trequartisti il lavoro di
Deflorio. Un cambiamento sostanziale rispetto alla gara di Marcianise
rispetto a sette giorni fa. Anche se c'è sempre l'impressione che da
qui a domenica possano variare tante cose e che di quello visto ieri non
c'è nulla di definitivo, appare chiaro e limpido che il cosiddetto
centravanti di potenza, verrà messo da parte, almeno per la sfida di
Gallipoli. A spargere altri punti interrogativi ci hanno pensato
l'avvicendamento tra Bevo e Bruno a protezione della difesa e
l'infortunio patito da De Liguori verso la fine della prima frazione. Il
mancino campano ha sentito una fitta al ginocchio sinistro proprio
mentre si accingeva a calciare. Le visite odierne chiariranno l'entità
del malanno, anche se prima vista non è sembrato nulla di
particolarmente grave. Al suo posto ha completato il lavoro di
centrocampista sinistro Campanile. In questa prima frazione, durata 42
minuti, un solo gol realizzato da un ritrovato Mortari.
Nella seconda frazione spazio al resto della rosa e, come spesso capita,
molte occasioni per mettersi in mostra a livello realizzativo. In gol
con una doppietta ciascuno Passiatore (molto applaudito), Gambino e
Mignogna (uno di questi su calcio di rigore. Un gol per Di Domenico che,
invece rispetto al suo compagno, ha fallito la massima punizione dagli
undici metri. Anche in questo secondo tempo, Marino ha voluto alternare
Bevo e Bruno in qualità di regista. Nello stilare la formazione, però,
si dovrà verificare anche la condizione fisica di Deleonardis che ieri
non ha svolto il test un risentimento all'adduttore.
Le intenzioni non sono peregrine. Il 4-3-1-2 solito concederebbe un uomo
al centrocampo avversario. Marino tenta con qualche variazione sul tema
di creare quanto meno parità numerica. Occorrerà, però, mantenere una
squadra attenta nel non concedere spazi ai contropiede giallorossi.
Soprattutto creare una forte linea di sbarramento centrale perchè il
Gallipoli è squadra compatta e che corre tanto nella zona mediana del
campo. di Luigi Carrieri28
ottobre 2005

Marino
"nasconde" il Taranto
Possibile il cambio di modulo. Oggi vertice in
Prefettura per Gallipoli
Pastore e Deleonardis non si sono allenati. Bevo provato davanti alla
difesa nel 4-1-4-1. Deflorio unica punta?
Marino è stato di parola. Non solo ha nascosto la
formazione che scenderà in campo dopodomani a Gallipoli, quanto ha
seminato dubbi ed incertezze sul modulo da attuare. Pastore e
Deleonardis, due possibili titolari, non si sono allenati: il difensore
ha accusato qualche linea di febbre; il centrocampista, dolore agli
adduttori, si è allenato a parte. Micallo è rimasto in borghese per
cui è out. In più Vincenzino De Liguori, dopo 26' del primo tempo
della partitella contro la Berretti, ha accusato un indolenzimento ad un
ginocchio (dovrebbe essere recuperato al pari di Deleonardis). Con
questi presupposti è difficile dare un volto preciso all'undici che
scenderà in campo contro la formazione di Auteri. Anche il modulo è
avvolto in una fitta nebbia. Nel primo tempo Marino ha mostrato un
inedito 4-1-4-1; nella ripresa, invece, ha schierato i suoi con il
4-3-3. Nella prima frazione di gioco, durata 42', sono scesi in campo i
seguenti undici: Gentili in porta; Malagnino, Caccavale, Martinelli e
Manni; Bevo dinanzi alla difesa; Mortari, Mancini, Catania, De Liguori
in mezzo; Deflorio unica punta. Segnato un solo gol: Mortari. Dopo 21'
il trainer jonico ha sostituito Bevo con Bruno. Cinque minuti più tardi
l'infortunio a De Liguori. Lo ha sostituito Campanile. Qualcosina di
diverso si è visto. Mortari e De Liguori sono risultati abbastanza
penetranti sugli esterni. In mezzo è mancata l'interdizione anche perchè
Mancini e Catania non ne hanno le caratteristiche. Davanti alla difesa
è piaciuto di più Bruno probabilmente perchè ha caratteristiche più
interdittive dell'ex Igea Virtus. A tal proposito, sempre a fine
galoppo, Marino ha detto: «Sono indeciso se schierare Bruno o Bevo come
«guardiano» del pacchetto arretrato. Tutti e due? Mah, vedremo nei
prossimi giorni». Non è escluso che il trainer jonico faccia
pretattica per cui potrebbe schierare l'ex vastese come mediano e Bevo
in posizione più avanzata in mezzo al campo al fianco di Deleonardis.
Nella ripresa, durata 40', sono andati in campo Gori; un ragazzo rumeno
(ha chiesto di allenarsi con il Taranto), Silvestri, Capone, Mignogna;
Campanile, Larosa, Bevo; Gambino, Di Domenico, Passiatore. Segnate ben
sette reti: doppiette di Gambino, Mignogna (una su rigore), Passiatore e
Di Domenico (ha fallito un rigore). Dopo 18', sempre per scelta tattica,
Bruno ha rilevato Bevo. Larosa si è mosso bene (oggi si discute il suo
ricorso alla Disciplinare avverso i tre turni di squalifica, apparsi un
po' eccessivi), ma non sarà utilizzabile. Gambino e Di Domenico si sono
dati un gran da fare. Mignogna si è sacrificato sulle linea difensiva
(come del resto Malagnino nel primo tempo): entrambi sono stati generosi
e professionali al massimo. Questa la formazione più probabile:
Gentili; Martinelli, Pastore, Caccavale, Manni; Bruno; Mortari, Bevo,
Deleonardis, De Liguori, Deflorio. I 700 biglietti giunti in città per
assistere a Gallipoli-Taranto stanno per esaurirsi. Stamane è prevista
una riunione nella Prefettura di Lecce per decidere le strategie per
quanto riguarda l'ordine pubblico (bisogna assolutamente evitare di
rispondere in qualsiasi modo alle provocazioni dei tifosi di casa). La
Lega ha fatto sapere che Taranto-Potenza, valevole per la 13.a giornata
sarà anticipata a venerdì 25 novembre e trasmessa in diretta su
Raisport Sat (ore 20,45). di Giuseppe Dimito28
ottobre 2005

Deflorio e Castillo:
due bomber a confronto
Così diversi, così importanti. Il rispettivo peso
specifico all'interno della propria squadra muove dalla loro leadership,
il fiuto in zona gol, la capacità di risolvere una partita in maniera
fulminea e intelligente. Andrea Deflorio e Ignacio Castillo sono lo
stemma distintivo di Taranto e Gallipoli. Guidano la classifica
cannonieri (7 il giallorosso, 5 il rossoblu) è sono il pericolo numero
uno delle difese avversarie.
Dicevamo così diversi. Insieme formerebbero un micidiale dynamic duo.
L'uno beneficerebbe dell'assist dell'altro; l'altro aprirebbe gli spazi
per l'ideale compagno. Castillo più centravanti, Deflorio che, con il
passare degli anni, ha completato mirabilmente il suo gioco, offrendo un
sempre maggiore contributo alla manovra di attacco. Probabilmente se
giocassero nello stesso club, occorrerebbe aggiornare in anticipo lo
score di quella fortunata e ipotetica formazione. Si partirebbe, cioè,
sempre un gol di vantaggio. Ma non è così, ringraziano le altre.
Caratteristiche diverse, carriere da calciatore agli antipodi. Come due
linee che, partendo da punti opposti, si attraggono e finiscono con il
confluire poi in medesimi palcoscenici. Deflorio che ha sempre
galleggiato tra tornei di B e C1; Castillo che, invece, è arrivato in
Italia partendo dal basso, dai massimi campionati dilettantistici e solo
quest'anno si misura con i tornei italiani professionistici.
Castillo ha sangue argentino. Il prossimo 4 novrembre compirà 30 anni
ed è stato segnalato da Cesar Gustavo Ghezzi, ex attaccante della
Ternana negli anni '80. dopo aver lasciato il gruppo sportivo
dell'Università Tandil dove aveva segnato 18 reti in 17 partite (in
precedenza esperienza con l'Huracan de Tres Arroyos) e aver lasciato
anche gli studi universitari in economia e commercio a Buenos Aires. Il
suo arrivo è datato estate del 2001. Manna dal cielo per le squadre che
hanno potuto godere del suo contributo: Brindisi, Nardò, Vigor Lamezia
e ora Gallipoli. Una media-gol terrificante. In 124 partite 84 gol
realizzati. Vale a dire una media di un gol ogni due apparizioni. Una
qualità che l'accomuna al suo concorrente rossoblu è la grande
costanza di rendimento in fatto di realizzazioni. Quasi sempre i due
gironi di andata e ritorno sono punteggiati dallo stesso numero di gol.
Andrea Deflorio è come il vino; più invecchia e più inala sapore
pregiato. La sua carriera ha avuto una decisa accelerata negli ultimi
anni. La svolta, sicuramente, è stato l'approdo a Crotone nell'estate
del 1999. Fino a quel torneo, nelle undici stagioni precedenti
in cui aveva vestito sette casacche diverse, il 35enne nato a Noicattaro
aveva siglato 44 gol. Nella prima stagione calabrese c'è il boom con 28
reti che gli valgono record e promozione in B. Ben diciotto le reti nel
girone di ritorno con Fabbrini o Elia a fungere da punto di appoggio per
le giocate di Deflorio appunto e Pasino. Non per niente quel magico
torneo è ancora nei ricordi più fulgici dell'attaccante rossoblu. Da
quell'anno si innesca una nuova ventata realizzativa. Ben sedici
nell'anno di cadetteria successiva (compagno di reparto Ambrosi) a cui
fanno seguito altre dieci reti nella stagione 2001/02 che culminerà con
la retrocessione in C1. Poi Lucchese, Teramo e Reggiana con un
contributo a tutto tondo: ventuno reti complessive, ma soprattutto un
lavoro di trade-union con il reparto di centrocampo.
Nel classico gioco delle parti e dei giudizi specifici, si può
articolare un parallelo tre le qualità di questi due ambiti giocatori.
Deflorio è sicuramente un elemento di grande personalità, trascinatore
in campo e fuori. Forte tecnicamente, con ottima visione di gioco. Abile
a chiudere triangolo e a servire il compagno meglio piazzato. Brevilineo
risulta mortifero nel dribbling stretto e nella difesa del pallone che
spesso gli crea dei problemi, vedi entrate dure degli avversari.
“Nacho” Castillo è un vero rapace dell'area di rigore. partecipa
meno all'azione, ma non assorbe l'intera mole di gioco della squadra. In
carriera lo dimostrano i tanti gol che i suoi compagni di reparto hanno
messo a segno. Davanti alla porta sbaglia davvero poco. Certamente c'è
anche da sottolineare come le peculiarità fisiche facciano spiccare
alcune aspetti tecnici: la potenza e il colpo di testa gli appartengono
naturalmente. In meno rispetto a Deflorio ha certamente il dribbling; in
più un ispiratissimo senso del gol.
Angoli del gioco che vengono puntualizzati dai due allenatori.
«Premettendo che Castillo è un giocatore importante come tutti gli
altri - ammette il tecnico dei giallorossi Gaetano Auteri - non posso
disconoscere il valore di Ignacio. Lui è un realizzatore, ha qualità».
Solo un giocatore di area di rigore? «Assolutamente
no. Castillo sa anche muoversi con profitto, disponendo anche di buona
tecnica. Deflorio? Lo conosciamo tutti. E' rapido, mobile, grande
tecnica. Non sarà però l'unico elemento del Taranto di cui dovremo
preoccuparci. Si gioca sempre undici contro undici».
Raimondo Marino, invece, è più diretto. L'allenatore siciliano ha una
preferenza precisa. «Io mi tengo stretto
Deflorio. Andrea ha più qualità». Il lapidario giudizio non vuole,
però, limitare l'impatto tecnico dell'argentino. «Castillo ha più
corsa, nell'uno contro uno può risultare pericoloso grazie ad una
maggiore forza fisica. Deflorio, però, vede il gioco in maniera più
totale e partecipa molto bene al gioco collettivo. Sicuramente, però,
sarebbe un piacere vederli giocare insieme. Credo che per
caratteristiche individuali, si combinerebbero alla perfezione».
Gallipoli-Taranto è lo scenario naturale per incidere. Siamo certi che
Deflorio e Castillo abbiano in serbo qualcosa di speciale. di
Luigi Carrieri 27
ottobre 2005

Il Taranto resta solo
Alla ripresa degli allenamenti non ci sono tifosi
e non c'è nemmeno Blasi. Confronto tra i giocatori e Marino. Il
tecnico: «Cambiamo mentalità»
La ripresa è un giorno di riflessione e di reazioni. Di
pensieri e analisi. Da soli: senza tifosi che contestano, senza parole
del presidente. Il Taranto è ripartito, dopo una sconfitta rumorosa e
una prova zoppa, deludente. Stesso posto, stesse facce: risultato
diverso e, intorno, il silenzio. Né contestazione né altre parole di
fuoco. Blasi non c'era e, praticamente, non c'era nessun altro.
Indifferenza, insomma. Forse anche peggio, forse anche più chiassosa.
Il Taranto si ritrova solo, con le cicatrici della sconfitta e con il
compito di risolvere i propri problemi, di creare dentro di sé i
presupposti di una svolta immediata. Che passa da una partita scottante:
a Gallipoli, contro la capolista. Forse tutto è rimandato a domenica
prossima: l'analisi definitiva e le decisioni, le reprimende e le rese
dei conti. Il Taranto, cioè, ha tempo per rimettersi nella giusta
direzione, ha tempo per evitare danni. Il silenzio, della società e
della gente, forse nasce da questo rinvio ideale, da questo nuovo
appuntamento con i giudizi.
Il confronto, però, c'è stato. Dentro gli spogliatoi, come sempre. «Ma
non parlerei di confronto: abbiamo analizzato la partita, abbiamo
provato a capire cosa è successo a Marcianise»: Raimondo
Marino ha parlato con la squadra. C'era anche Luca Evangelisti. C'erano,
soprattutto, i giocatori: «Ora -
prosegue il tecnico - sappiamo di doverci
rimboccare le maniche». Parole dette, cause ricercate,
promesse: comunque non è stato un dialogo qualsiasi, non è stato un
banale scambio di idee. E' stato un confronto interno ad un gruppo che
sa di aver quasi consumato il credito di cui gode. C'è la possibilità
di ripartire e di farlo subito, in modo persino imponente. C'è la sfida
con la capolista: «Siamo sinceri: allo stato
attuale loro sono più forti di noi. Lo dice la classifica, lo dicono i
numeri. Il nostro compito sarà reagire». Alzare le teste
uscite basse dal viaggio in Campania, tornare a dare un'immagine chiara
di sé: il Taranto ha avuto il tempo di rifletterci su, di parlarsi, di
pensare con spirito cooperativo alla via d'uscita da una situazione
scomoda. Serve una strada per tornare ad essere il Taranto. O meglio:
per esserlo sempre, senza il continuo inganno tecnico di una squadra
tanto irresistibile in casa quanto fragile in trasferta: «E'
una delle cose che ci siamo detti - fa sapere Marino -:
fuori casa dobbiamo avere la stessa mentalità che abbiamo in casa.
Dobbiamo capire che non ci sono avversari disposti a regalarci nulla,
soprattutto perché siamo il Taranto».
Capire la responsabilità del nome, il peso della maglia. Quindi
adeguarsi alle pressioni, ai fischi e agli umori cangianti. Le linee che
il Taranto si è dato non sono nemmeno tante segrete: una volta giunta
l'ora delle responsabilità non si può più fuggire. Adesso serve una
reazione: perché trovarsi da soli è anche più brutto che sentire i
fischi. Vivere un martedì come questo non può, alla fine, essere un
sospiro di sollievo. E' tutto rimandato, c'è persino passione
affievolita. E' un altro segnale di allarme: «Sì,
ma noi dobbiamo reagire. Questo è il pensiero principale, forse anche
più importante del risultato. Perché non è questo che si contesta
della partita di Marcianise, ma il modo in cui è arrivato. Si può
perdere, può capitare. Ma non così, non si può perdere senza lottare.
Ecco: a Gallipoli dobbiamo lottare, non dobbiamo sbagliare approccio.
Perché si può sbagliare una partita a livello caratteriale, ma non due».
Altrimenti, pare di capire, è patologia. E il Taranto non può
concedersela, ora che è sul filo della zona playoff e, quindi, ancora
dentro gli obiettivi che si è posto. Tutto passa da domenica prossima,
tutto passa da una squadra che deve capire di essere all'ultima
chiamata. Che deve mettere ordine nella mente: «Ho
visto i ragazzi tranquilli, lo sono anche io. Guai, adesso, a perdere la
testa». di Fulvio Paglialunga26
ottobre 2005

Taranto, Marino indica
la via
Marino: «Per salire ci sono due posti: uno dei
due sarà nostro»
Visi ancora tristi alla ripresa della preparazione ieri
pomeriggio. Marino ha tenuto a rapporto i suoi "rivivendo" il
match di Marcianise in tutte le sue sfumature. Micallo non si è
allenato. Lo tormenta un'infezione all'alluce . Mortari, invece, ha
lavorato con il gruppo. Il programma settimanale prevede per oggi doppia
seduta (in mattinata al Vivisport, nel pomeriggio allo Iacovone-B);
domani partitella, venerdì seduta interlocutoria, sabato rifinitura e
partenza per il Salento. Fra coloro che sono maggiormente giù di tono
c'è Maurizio Caccavale, fino a domenica l'altra pilastro della difesa
rossoblù unitamente a Pastore: «Cosa volete.
Sono incidenti che capitano in una stagione. Purtroppo il mio errore ci
è costato addirittura il primo gol. E dire che fino a quel momento non
solo eravamo in partita come si suol dire, ma avevamo costretto la
squadra di casa ad assumere un atteggiamento prudenziale. E non per
propria scelta tattica, quanto per necessità dettata dal nostro
atteggiamento in campo che era votato alla ricerca del vano giusto per
piazzare la botta vincente. Dopo i due rigori abbiamo avuto una buona
reazione, rischiando quanto meno di dimezzare le distanze. Nella
ripresa, invece, non abbiamo dato seguito alle belle iniziative del
primo tempo. Neanche a mente fredda riesco a dare delle spiegazioni
plausibili. Non è escluso che il doppio svantaggio ci abbia
demoralizzati al punto da impedirci di riorganizzarci e ripartire. E'
una ipotesi. In ogni caso non dovremo mai più commettere l'identico
errore». Deleonardis infonde coraggio all'ambiente: «Real
Marcianise appartiene oramai al passato. Inutile pensarci su. Rischiamo
di compromettere il futuro. Prendiamo di buono le cose migliori. Ad
esempio la prestazione del primo tempo è da salvare in pieno. Contate
le parate che ha fatto il portiere di casa e quelle di Gentili: vi
accorgerete immediatamente di chi ha tenuto il pallino del gioco. E'
ovvio che dovremo totalmente cancellare la ripresa. Al momento la
classifica non ci condanna. Tutto sommato siamo sempre quinti. Per
salire in C1 ci sono due posti: sono convinto che uno dei due sarà
nostro». Marino fa il punto della situazione: «Credetemi.
Ho una precisa convinzione del perché noi a Marcianise abbiamo perso.
Vi anticipo immediatamente che non è una questione di modulo o di
schemi. Se così fosse non avremmo disputato, nel primo tempo, una buona
partita. Le censure sono per la ripresa in cui è mancata la reazione.
La conclusione del preambolo è che, fuori casa, dovremo giocare con la
stessa mentalità con la quale affrontiamo le partite interne. Dovremo,
insomma, giocare da provinciale». Tradotto il discorso in
termini più pratici al Taranto servono maggiore personalità e
superiore determinazione. A partire da domenica a Gallipoli. di
Giuseppe Dimito26
ottobre 2005

E se il vero limite del
Taranto fosse l'adattabilità?
Disagi esterni e difetti strutturali
Il problema non può essere nella qualità dei
giocatori. Ma continuando a non discuterli tecnicamente, rischiamo di
allontanarci dalla verità più evidente: quella del campo. Continuando
a specchiarci nella superiore cifra tecnica di questa squadra, a
riempirci la bocca con le sue bellezze e i suoi eccessi, stiamo perdendo
le partite e, soprattutto, il contatto con la realtà del campionato.
Che va avanti, premiando esperienze e progetti diversi. Basta guardare
la classifica. Osservare la struttura delle squadre che precedono il
Taranto: da chi sono formate e come funzionano. Mentre la concorrenza
cresce, il Taranto, dopo due mesi di partite, va definendo i suoi
limiti. Dando, a volte, la sensazione di averne cura. In trasferta il
disagio della squadra è maggiore. E il rendimento ne risente: tre
aridissimi pareggi, due sconfitte nette, un gol all'attivo. Sono numeri
che inchiodano. E che qualcosa vogliono dire e probabilmente la stanno
dicendo. Fuori casa il Taranto resta una squadra in eterna attesa: del
colpo, della giocata, della prodezza. Nell'attesa brucia energie
psicofisiche, si logora nel tentativo di uscire dall'impaccio, si
attorciglia nello sforzo vano di cercare l'evidenza della propria
superiorità. E alla fine, pareggia o perde. Dipende dagli episodi e
dalla qualità media dell'avversario. Pareggia a Roma (agli albori del
campionato), a Lamezia e a Vittoria. Perde a Giugliano e a Marcianise. E
ogni volta si stupisce di non avercela fatta. Pur essendo ormai chiaro
ciò che non va. E, soprattutto, quello che fa la differenza su molti
campi: la reattività, la capacità di restare corti sulle tre linee, la
laboriosa aggressività, il mutuo soccorso, la disponibilità al
sacrificio dinamico, lo spirito mediano. Ecco ciò che il Taranto non ha
o forse non sa di avere: lo «spirito mediano». Chi dovrebbe
incarnarlo? Il limite - perché di limite si tratta - è strutturale. Fa
riferimento alla costruzione della squadra, al suo tessuto connettivo,
alla sua morfologia. Continuando ad invocare il centravanti d'area (ma
Di Domenico e Gambino che cosa sono?), abbiamo forse trascurato le
difficoltà ricorrenti di un centrocampo che è privo di ruba-palloni e
di giocatori in grado di ribaltare l'azione. Un centrocampo che
normalmente prevede un distributore di palloni secondari (Bevo) e due
incursori (Mortari e De Liguori). Gente che va in affanno quando subisce
l'attività pressoria degli avversari (spesso in superiorità numerica)
o quando è costretta a giocare in spazi troppo ristretti. Il disagio in
casa non svanisce. Resta nascosto dentro partite che hanno un altro
andamento. Un po' perché il prato dello «Iacovone», in lunghezza e in
larghezza, regala qualche metro salutare allo sviluppo delle trame
offensive. Molto perché l'atteggiamento degli avversari è condizionato
dal contesto. L'aggressività è meno totale, la furia agonistica è
meno costante. In termini di spazio e di situazioni, le squadre
avversarie a Taranto finiscono sempre col concedere qualcosa. Un varco,
un buco, un malinteso: momenti in cui basta la forza del talento.
Talento individuale che nel Taranto è persino eccedente. E che, però,
qualche volta, tracima in esercizi di stile tanto inutili quanto
dannosi. Sfociando, in alcuni casi, in supponenza tecnica. Alla luce di
tutto ciò, non condividiamo la voglia di gogna che rischia di montare,
nella settimana della sfida bollente di Gallipoli, attorno al tecnico
Marino. Il Taranto, pur avendo ottimi giocatori, non è la migliore
squadra del campionato, in cui, anzi, sta mostrando limiti di
adattabilità. Bocciare lui significherebbe bocciare un intero progetto:
chi l'ha pensato e chi l'ha portato avanti. Il punto, semmai, è un
altro. Ha capito Marino i suoi errori? Dove sbaglia lui e dov'è
sbagliata la squadra? Li hanno capiti i giocatori e le tante anime della
società? Marino, al contrario, va aiutato a realizzarsi. Perderlo
adesso non avrebbe molto senso. Significherebbe dover nuovamente
investire sugli errori di un altro allenatore. Non pensiamo che il
Taranto possa permetterselo. di Lorenzo
D'Alò25
ottobre 2005

«Taranto devi
reagire»
Rifessioni dopo la sconfitta. Evangelisti: «Una
ripresa così brutta mi preoccupa». Marino: «Chi non se la
sente, me lo dica». Deflorio: «Non basta il nome per vincere»
Tre voci, cercando di capire. Tre voci di dentro, per
scovare il male del Taranto. Per arrivare a chiarire un aspetto
teoricamente incomprensibile, per decriptare la trasformazione di una
squadra tanto efficace e bella in casa quanto goffa e scollata in
trasferta. Tre voci: una da dietro le scrivanie (Evangelisti), una dalla
panchina (Marino), una dal campo (Deflorio).
Un breve viaggio con l'eco delle accuse di Blasi in sottofondo, con la
tempestosa coda di Marcianise come punto di partenza. «Cosa
si può dire? Fuori casa non riusciamo ad essere la stessa squadra che
in casa vince quasi facilmente. Ci trasformiamo e non riusciamo a
rendere: non lo dico io, lo dicono i numeri». Luca
Evangelisti ha vissuto la domenica infelice in panchina, al fianco del
tecnico. Ha visto il Taranto sciogliersi inesorabilmente, sparire dalla
partita senza una ragione: «E' la prima volta
che accade una cosa del genere: nella ripresa siamo praticamente rimasti
negli spogliatoi. Questo mi preoccupa, più degli errori individuali. La
squadra si è spenta, improvvisamente». Il Taranto ha smesso
di giocare, disertando una porzione consistente di partita. Blasi lo ha
fatto notare a modo suo: «Il presidente
- dice Evangelisti - ha ragione e, forse, una
scossa del genere può servire a tutti. Non possiamo continuare così,
serve umiltà e lavoro: fuori casa siamo da playout». E',
anche il momento di trovare una soluzione: «Dobbiamo
dare fiducia alla squadra e al tecnico, stare vicini a loro. La società
non può fare molto di più: se è la fiducia che serve, siamo pronti a
ribadirla a tutti. Ma adesso bisogna migliorare».
Raimondo Marino ha una lettura pronta: «Ci ho
pensato più volte: c'è affinità temporale tra i primi fischi dei
nostri tifosi e il crollo della squadra. E' venuto meno il carattere, si
è sentito il peso dei mugugni: non vedo, davvero, altra ragione ad un
secondo tempo così brutto. E non lo giustifico nemmeno: i fischi, tra
l'altro, erano per me, mica per loro». I fischi a Marino,
appunto: «Giusto che io venga fischiato: sono
l'allenatore, devo accettarli». Però il tecnico ha deciso:
il vizio è nella psiche fragile del gruppo. «Una
squadra che nel primo tempo, nonostante i due gol, non viene messa sotto
non può avere un problema tattico, mentre una squadra che crolla dopo i
fischi ha un problema mentale. Ma il vero giocatore si vede nei momenti
di difficoltà: non si possono comprare carattere e personalità per
nessuno». Ripartire è necessario. Ma prima bisogna trovare
l'antidoto per una squadra sotto processo: «Bisogna
far capire che è il momento di prendersi le responsabilità. Chi non ha
le palle (testuale, ndc) deve alzare
la mano e dirmelo, chiamandosi fuori: non tutti i giocatori possono
essere adatti a piazze come Taranto. Chi gioca, però, deve dare tutto:
a Marcianise in cinquanta minuti dovevamo morire sul campo, invece siamo
spariti».
Andrea Deflorio è la voce del campo. Capitano, mica niente: «Ormai
si è capito: siamo due squadre insieme. Perfetti in casa, difettosi in
trasferta. Ma dopo nove partite, di cui cinque in trasferta, non ci
possono essere dubbi: c'è qualcosa che non va. Il problema è mentale:
fuori casa pensiamo che basti il nome, che sia sufficiente chiamarsi
Taranto. Ma senza grinta, senza carattere, non serve nulla: devi
dimostrare, invece, di essere il Taranto, devi comandare tu».
Parole che nascono da una prova da dimenticare. Da una frazione triste: «Il
secondo tempo è stato allucinante: non abbiamo nemmeno cercato il gol
che poteva riaprire la partita. Eravamo morti». Bisogna
reagire: «Ognuno ha il suo modo per farlo. Il
presidente ha avuto la sua reazione, il mister non riusciva a spiegarsi
cosa fosse accaduto. Noi, però, siamo quelli che andiamo in campo:
dobbiamo capire che abbiamo i mezzi tecnici per vincere sempre. E
dobbiamo giocare per vincere. Sempre». di
Fulvio Paglialunga25
ottobre 2005
Da Genova nuovo
scandalo scommesse
Bazzani chiama in causa il derby Roma-Lazio
dell'anno scorso, deferito Flachi
Un giocatore deferito: Francesco Flachi (Sampdoria); un
manipolo di squadre - è proprio il caso di dirlo - «chiacchierate»:
Messina, Livorno, Juventus, Milan, Palermo, Roma, Lazio, Lecce, Reggina,
Verona. Sarebbero questi, secondo le indiscrezioni raccolte e pubblicate
da Il Secolo XIX, i soggetti coinvolti in un nuovo filone di
calcio-scommesse. Tutto nascerebbe da sei mesi di intercettazioni
telefoniche, da gennaio a giugno. Da Verona-Genoa a Messina-Livorno,
passando per Milan-Palermo, Livorno-Juventus, Roma-Lazio, Lecce-Reggina.
Secondo il quotidiano genovese, Flachi avrebbe avuto il vizio di
informarsi, ed informare, su eventuali combine. Partite che il
sampdoriano sapeva come sarebbero andate a finire e sulle quali
investire e fare investire cospicue somme di denaro.
In alcuni casi, telefonate precedenti
alla partita indicano non solo il segno in schedina, ma pure il
risultato esatto e i marcatori. E' il caso di Messina-Livorno: Graziano
Belziti, una delle persone intercettate, racconta di sapere per certo
del pareggio e che avrebbero segnato Zampagna e Lucarelli. Il match
termina proprio 1-1, con le reti di Zampagna e Lucarelli. Ma il Livorno
sarebbe nell'occhio del ciclone anche per un'altra partita, quella
contro la Juventus del 22 maggio, terminata 2-2. Anche in questa
occasione un paio di telefonate avevano anticipato il risultato. «Vai
tranquillo su Livorno-Juve», avrebbe detto Belziti. «Balleri
(David, terzino del Livorno con un lungo trascorso in maglia
blucerchiata, nda) è passato in negozio da
Sanfilippo (titolare di una jeanseria di Nervi) e
gli ha detto che faranno una festa». Nel caso fosse tutto
confermato - cosa affatto scontata - ad alleggerire la posizione di
Livorno, Messina e Juve potrebbe essere la totale ininfluenza dei
risultati delle partite in questione sia ai fini della loro classifica
che di quella delle altre squadre. In Messina-Livorno, gara dell'ultimo
turno di campionato, non vi era niente in palio ad esclusione della
corsa (poi risultata vincente) di Cristiano Lucarelli al trono della
classifica dei cannonieri. Idem per la gara tra Livorno e Juve, andata
in scena la domenica precedente e terminata 2-2. La Juve, grazie al
pareggio nell'anticipo tra Milan e Palermo (altro incontro oggetto di
una telefonata che ne preannunciava un pareggio certo), era già
matematicamente campione d'Italia. Dall'altra parte c'era un Livorno già
salvo che oltre a lottare per Lucarelli cercava di festeggiare nel
migliore dei modi l'addio al calcio del suo campione Igor Protti.
Insomma, se partita a tarallucci e vino è stata, può anche essere
legittimo chiedersi perché mai le due squadre avrebbero dovuto farsi la
guerra. Balleri fa sapere di cadere dalle nuvole. Idem Gennaro Ruotolo,
altro giocatore amaranto con un lunghissimo passato genovese (ma con la
maglia del Genoa). I carabinieri sostengono che proprio lui avrebbe
informato Belziti (tramite tale Sanfilippo) del pareggio di
Messina-Juve.
Nel mirino degli investigatori ci sarebbe pure il derby romano dello
scorso 15 maggio, finito con uno 0-0 talmente noioso e accomodante da
provocare già al 60' di gioco l'ira e la contestazione di tutto lo
stadio Olimpico. L'allora laziale Fabio Bazzani ha spiegato nel corso di
un interrogatorio reso lo scorso luglio ai carabinieri di Genova che
hanno condotto l'inchiesta, una telefonata fatta all'amico Flachi: «Ricordo
d'aver detto a Flachi che su Roma-Lazio sette o otto giocatori si erano
messi d'accordo, ma che Di Canio non ne sapeva nulla. Ricordo d'aver
detto che Di Canio, se avesse voluto, avrebbe potuto fare i nomi dei
giocatori ai capi tifosi e che li avrebbero ammazzati tutti».
Telefonata che a Flachi, per l'appunto, è costata un deferimento
davanti alla Disciplinare per violazione dell'articolo 1 del codice di
giustizia sportiva («violazione della lealtà sportiva»), ma non per
infrazione dell'articolo 7, quello che concerne l'illecito sportivo,
stralciato dall'inchiesta perché il fatto non sussiste. di
Tommaso Tintori25
ottobre 2005

Taranto, sconfitta
netta
A Marcianise i rossoblu, al di sotto delle attese,
incassano il secondo stop del campionato. I campani prevalgono con due
rigori siglati da Galizia e Manco
Due rigori, ma anche molto di più. C'è differenza tra
il Marcianise e il Taranto e, quindi, c'è equità nel risultato.
C'è una sconfitta molto più chiara degli episodi, molto più netta
della cronaca. Che trova spiegazione nello spazio evidente tra una
squadra coesa, aggressiva, dinamica e lucida (il Marcianise) e un'altra
disunita, leggera e a lungo impacciata (il Taranto), tra chi non finisce
di giocare mai e chi smette di crederci troppo presto. Perde chi merita
di perdere: la banda di Marino scivola sull'avversario e sui propri
vizi, su un palese vuoto di personalità. Si illude di essere in partita
accorgendosi dopo di non esserci entrata mai o di averlo fatto per
troppo poco. Perde l'attimo per dimostrare una maturità reale e per
mostrarsi anche fuori casa. Funziona poco e quello che funziona non
dura: c'è Taranto solo all'inizio, poi ci sono un errore difensivo
(primo rigore), un'accelerazione degli altri lasciata senza controllo
(secondo rigore) e la successiva legittimazione di una supremazia (prima
mentale e poi tecnica) del Marcianise.
Non restano episodi a cui aggrapparsi (due tiri dal dischetto sono tutto
il risultato), né rimpianti in cui eccedere (il Taranto fa tiri più
pericolosi dell'avversario) e nemmeno alibi già sentiti (stavolta non
c'era un dirimpettaio arroccato dietro): tutto, alla fine, torna. La
sconfitta e i mugugni, le riflessioni amare e le parole dure. Restano
solo la testa bassa del gruppo, la manifesta inferiorità, le ammissioni
di colpa, la contestazione dei tifosi e la rabbia di Blasi. Poco, cioè:
quanto basta per mettere la squadra improvvisamente sul filo di una
crisi di fiducia, schiacciata con progressiva tenacia da un avversario
mostratosi, nel complesso, migliore. Migliore di chi fuori casa si
inceppa, inesorabilmente (tre pareggi, due sconfitte, solo un gol
fatto), di chi dopo un viaggio perde l'identità e si camuffa in modo
incomprensibile. E tradisce, sistematicamente.
Tutto, a queste premesse, smette di flirtare con la logica. Non c'è, ad
esempio, nessun legame tra la partita pensata da Marino (squadra
aggressiva e pesante con Deleonardis e Di Domenico nei meccanismi del
4-3-1-2) e quella interpretata dal Taranto. C'è solo un avvio di
flebile equilibrio e di affannosa ricerca degli spazi, di tentativi vani
di trasformazione tattica (si cerca più la sponda alta di Di Domenico e
meno la circolazione bassa) e di teorica reattività, circoscritta ad
un'alternanza di ribaltamenti.
C'è il Marcianise che si sistema (3-4-1-2 con Pagano, quarto di
sinistra di centrocampo, che spesso rafforza la linea dei difensori) e
c'è una finta di Taranto diverso che sembra pronto a prendersi il campo
e che, invece, dura ventisette minuti. Dentro i quali ci sono un tiro di
Bevo (11', punizione a girare di destro, respinta da Della Corte) e
qualche affondo svanito. Dopo i quali, invece,c'è il rigore che spacca
la gara. Impietoso nella genesi (eccesso di confidenza di Caccavale,
pallone intercettato da Poziello, accelerazione geniale e atterramento
da parte di Pastore per evitare guai immediati), perfetto
nell'esecuzione (Galizia spiazza Gentili), devastante negli effetti.
Perché fa barcollare il Taranto e decollare il Marcianise. Rigore
numero due, poco dopo: Manco se lo procura entrando nella difesa
(passaggio di Poziello), superando Gentili e cadendo in area al
contatto, e lo trasforma pure (35') rendendo vana l'intuizione del
guardasigilli rossoblu.
Colpo doppio, dagli effetti letali ma non immediati. Concede una morte
lenta e inesorabile. Il sussulto del Taranto ha tre momenti: un sinistro
al volo di De Liguori (40', Della Corte salva con i piedi), una
punizione perfetta di Deflorio (43') deviata in volo dal portiere e un
sinistro violento di De Liguori respinto ancora dall'estremo di casa.
Sono gli ultimi battiti di una squadra abbattuta: i rossoblu, dopo il
giro di boa, perdono la logica tattica, si svuotano mentalmente e si
fanno sovrastare senza comabttere: il Marcianise tiene alto il ritmo e
sfianca l'avversario, rendendo inutile ogni tentativo di Marino.
Rafforzare la linea d'attacco (Catania per Deleonardis e squadra con il
4-3-3), movimentare il centrocampo (fuori Bevo, dentro Mignogna),
cambiare la torre (Gambino al posto di Di Domenico): ogni sforzo del
tecnico (contestato dagli ultrà) sbatte contro una squadra ormai
arresa, incapace di tornare a produrre gioco e con troppi pensieri
scoordinati. La differenza con chi, di fronte, non smette di ringhiare
è nell'intero sviluppo della ripresa: il Marcianise (tornato per
esigenza alla difesa a 4) spinge con lo stesso ardore dell'inizio,
avanza con voracità e crea ancora pericoli con Di Napoli (12',
deviazione fuori a portiere battuto) e con Corsale (30', colpo di testa
deviato da Gentili). Dice, cioè, che il risultato ha un padrone certo.
Il Taranto finisce accartocciato. Sconfitto da molto più di due rigori.
di Fulvio Paglialunga24
ottobre 2005

Blasi, parole di fuoco
Il presidente del Taranto, a fine partita, si
lascia andare ad un durissimo sfogo contro i suoi giocatori: «Non
sono degni di giocare in questa squadra»
«Prenderò provvedimenti».
Le parole di Gigi Blasi, a fine partita, sono più incisive delle finte
di Poziello, più profonde degli attacchi del Marcianise. Sono pietre,
quasi. «Non sono degni di giocare nel Taranto».
Le frasi quasi dettate di fronte alle telecamere, rivolte ai giocatori,
fanno più male del doppio rigore. Il presidente è furioso: gronda
accuse più di quanto la sua fronte grondi sudore. Parla con l'ardore
che al Taranto è mancato: «Non abbiamo la
mentalità, il carattere, la cattiveria per vincere queste partite.
Perché è vero che abbiamo perso per due rigori, ma è vero anche che
ci sono stati cinquanta minuti di partita per recuperare, per cercare di
pareggiare e magari di vincere. E non li abbiamo sfruttati».
La festa è degli altri: i campani si abbracciano e guardano i musi
lunghi del Taranto. Ha vinto il Marcianise: «E
ha meritato di farlo: hanno giocato a calcio. Noi, nel secondo tempo
soprattutto, non lo abbiamo fatto: non ho visto il Taranto che voglio,
non ho visto voglia di lottare».
Blasi si trattiene. O meglio: cerca di farlo. Vorrebbe dire tanto, prova
a dire meno. Infine cede: «Forse dopo una
vittoria in casa si sentono protagonisti, pensano che tutto sia
diventato facile. Ma non c'è spazio per i protagonisti nel Taranto.
Serve gente di carattere».
La tensione è nel tono. Nei bassi che accompagnano lo sconforto, negli
alti che precedono gli sfoghi. La sconfitta non finisce dopo novanta
minuti: «Prenderò provvedimenti: è l'ora di
tirare fuori la cattiveria. Che non è violenza, ma è voglia di
arrivare prima degli avversari. E' fare quello che ha fatto il
Marcianise».
Provvedimenti è un termine generico. Che Blasi lascia sospeso, senza
fornire dettagli: «Qualcosa farò: mi fa
rabbia vedere una squadra che, invece di cercare la rimonta, smette di
crederci. Non è questo il Taranto che abbiamo costruito: così, però,
non si va da nessuna parte».
Provvedimenti è anche un termine che galleggia pericolosamente, nel
giorno in cui gli ultrà hanno invitato Marino ad andare via:
«Il problema è chi va in campo, non Marino, non la società. Ed è un
problema mentale, soprattutto. Non abbiamo la mentalità vincente, non
abbiamo capito che i campionati si vincono con i punti fatti fuori casa,
con i risultati afferrati con i denti».
Invece il Taranto continua a sdoppiarsi: a fare in casa tutto quello che
non gli riesce in trasferta: «E' assurdo
pensare che giocatori che a Taranto fanno la differenza, a Marcianise
non fanno un tiro in porta».
Blasi suda, il Taranto pure. Perché ha sentito le urla del presidente a
fine partita, perché ha visto la faccia contrariata del padrone. E
perché il peggio deve ancora venire: «Non
sono degni di giocare a Taranto. Siamo stati presuntuosi e abbiamo
perso. Di fronte, invece, il Marcianise ha giocato a calcio e ha vinto».
I tarantini hanno smesso di fischiare da poco. Di fischiare tutti, senza
risparmiare nessuno: «Ai tifosi continuo a
dire grazie per il loro calore, per la loro fede. E anche per la loro
pazienza, perché non possiamo nasconderci: il Taranto non sta dando
quello che deve e quello che la nostra gente merita e, giustamente,
chiede».
Infatti la classifica si dilata, i rossoblu scivolano:
«Non è importante adesso, è importante vederla alla fine. Certo è
che così non facciamo strada. Allora mi sento di intervenire: mi
riservo di prendere le mie decisioni».
La svolta verrà intimata: «Dobbiamo cambiare
mentalità. Altrimenti pagherò la gente, ma la farò restare a casa».
Quindi: esclusioni. «Hanno la pancia piena,
ecco cos'è. Allora li faccio restare con la pancia piena, ma a casa
loro».
L'obiettivo, senza dubbi, sono i giocatori: «Sì,
Marino non c'entra». di Fulvio
Paglialunga24
ottobre 2005

Il Taranto non sa
reagire
A Marcianise seconda sconfitta stagionale che
ridimensiona le ambizioni dei rossoblu. Due gol su rigore nel primo
tempo e va in tilt. Ripresa da dimenticare
Errori individuali e amnesie collettive. La somma dà
una sconfitta secca, esatta nella sua secchezza. Battuto il Taranto,
ridimensionate le sue velleità d'alta classifica. L'esito del confronto
è pertinente. Non c'è abuso di risultato. Vince il Marcianise. E vince
capitalizzando al meglio ogni vantaggio: quelli che si costruisce col
suo calcio lucido e fremente e quelli che il caso capriccioso gli
elargisce. Bella squadra quella di Boccolini: viva, logica, densa. Ormai
una realtà di questo campionato che comincia a fare la selezione,
scolpendo differenze e gerarchie. Una macchina che agonizza, sfiatando
gli ultimi vapori. Le ruote all'aria, come le gambe di un mediano
qualsiasi, abbattuto dalla fatica. Alla fine il Taranto regala
l'immagine di una squadra sfinita. Distrutta da uno sforzo vano.
Sfiancata da un'attesa inutile. Tutto evapora, inesorabilmente. Tutto
scola, lentamente. Niente, da un preciso momento in poi, può cambiare
l'inerzia del confronto. La partita, studiata e immaginata alla vigilia,
non dura a lungo. Ma finché dura il Taranto ci sta diligentemente
dentro. Non la subisce. La vive attivamente, riempiendola di sé. Ma
quando la scena cambia drasticamente e la partita ideale diventa una
specie di incubo, il Taranto resta schiacciato dal peso dei due gol
incassati nel giro di otto minuti. Due rigori: il primo stordisce (27'),
il secondo annichilisce (35'). Dopo è completamente un'altra storia.
Per il Taranto è impossibile rientrare in partita. C'è come un filtro
d'ingresso ad impedirglielo, a farlo restare fuori. Il Marcianise è un
tritacarne ad alta tecnologia. Grande corsa, ritmo forsennato ed
efficace lettura delle situazioni. Quando c'è da chiudere, chiude.
Quando c'è da stringere, stringe. E quando c'è da ripartire, riparte,
allargando i suoi uomini a raggiera. A tenere insieme la squadra campana
è una specie di colla dinamica. A non farla mai andare in affanno è
un'aggressività a tutto campo. La partita si decide nel primo tempo,
che il Taranto s'illude di poter orientare e che invece chiude sotto di
due gol. Ma la sconfitta, paradossalmente, si consuma nella ripresa,
quando a rientrare in campo è una squadra diversa (negli uomini e
nell'impostazione) e vuota (di gambe e di testa). Non c'è reazione. C'è,
anzi, una smagnetizzazione progressiva: tardano i tempi di gioco,
vacillano le geometrie, s'inaridisce la manovra. Una ricerca spasmodica
di spazi vitali caratterizza le fasi inziali. Il Taranto (4-3-1-2)
risponde alle sollecitazioni del confronto. Le scelte di Marino sembrano
avere un senso: Martinelli in difesa, Deleonardis tra le linee, Di
Domenico riferimento più avanzato. Il Marcianise (3-4-1-2) aspetta,
ricompattandosi all'indietro. Una punizone di Bevo chiama Della Corte al
prima parata (11'). Partita in apparente equilibrio. Poi, però, accade
l'irreparabile. Caccavale sbaglia l'appoggio, servendo direttamente
Poziello, che entra in area, disorienta Pastore con una finta e va giù.
Rigore ineccepibile: dal dischetto Galizia non sbaglia (27'). Il Taranto
sembra tramortito. Anzi, lo è. Poziello buca lateralmente la
retroguardia rossoblù, assecondando la penetrazione di Manco, che salta
Gentili e finisce a terra. Altro rigore, stavolta meno plateale. Dal
dischetto Manco non perdona (35'). Il Taranto ha come un sussulto
d'orgoglio. E con De Liguori (due volte) e Deflorio sfiora il gol. La
ripresa, malgrado le correzioni in corsa, è di una vaghezza
inquietante. Catania (per Deleonardis) e poi Mignogna (per Bevo) e
Gambino (per Di Domenico) non riescono a scuotere il Taranto dal suo
letargo mentale. Il Marcianise non infierisce, pur potendo (con Di
Napoli, Corsale e Poziello). Gambino colpisce la base superiore della
traversa, ma è troppo tardi. di Lorenzo D'Alò24
ottobre 2005

Le pagelle di Lorenzo
D'Alò
GENTILI 6 - Non ci sono
errori clamorosi a sporcare la sua prova. Forse c'è un po' d'ingenuità
quando provoca il secondo rigore. La sufficienza regge.
MARTINELLI 5,5 - Troppe timidezze e qualche
malinteso in fase di disimpegno. La partita non gli consente granché.
MANNI 6 - Molta attività di presidio, poca
disponibilità nell'appoggiare l'azione. Ma dietro è probabilmente il
più lucido.
BEVO 5 - Travolto dai ritmi troppo alti
della partita. Non ha mai il tempo e lo spazio per far ripartire
l'azione.
PASTORE 5,5 - Prova difettosa. La velocità
di Galizia e Poziello lo fa vacillare nelle chiusure centrali.
Emblematica l'azione del primo rigore.
CACCAVALE 5 - Irriconoscibile. Sbaglia
clamorosamente in occasione del rigore che sblocca la partita, armando
Poziello. Molti impacci in disimpegno.
DELEONARDIS 5,5 - Resta in campo un tempo,
cercando disperatamente di entrare in partita. L'impegno e l'ardore
agonistico non gli fanno difetto. Ma non incide.
BRUNO 5 - Altra prova opaca, senza
personalità, senza coraggio. Non opera da esterno. S'inserisce di rado.
Perde palla troppo spesso.
DI DOMENICO 5,5 - All'inizio non sbaglia.
Poi, però, si disunisce. Cerca sempre il contatto fisico con i
difensori. L'arbitro non gli crede, ignorando le sue continue cadute.
DE LIGUORI 6 - Non si risparmia. Corre e
tira in porta (due volte). Nella ripresa Marina lo sposta al centro.
DEFLORIO 5,5 - Pericoloso solo su calcio
piazzato. Con Di Domenico non sembra esserci feeling tecnico. Gioca
molti palloni lontano dall'area.
CATANIA 5 - Entra al posto di Deleonardis.
Si perde in volate tanto velleitarie quanto inutili.
MIGNOGNA sv - Rivede la luce della prima
squadra dopo tempo immemorabile. Non giudicabile. GAMBINO
6 - Indirizza di testa a lato e colpisce la base superiore della
traversa con una girata volante.
MARINO sv - Nel primo tempo sono gli
episodi a ingannarlo. Nella ripresa è la squadra a tradirlo. Ma quando
si perde l'allenatore è sempre responsabile. Tocca a lui, adesso,
tornare ad indicare la via.24
ottobre 2005

Blasi: «La squadra
non c'è»
La rabbia del presidente. Marino: «E' anche
colpa mia»
Alla fine è l'immagine di un allibito presidente Blasi,
gli occhi bassi, la testa tra le mani, a parlare. «Il
Taranto non ha carattere. Prenderò provvedimenti duri. La gente che
scende in campo o cambia mentalità o rimane a casa».
Marcianise, la sconfitta di Marcianise, è il terzo indizio, dopo
Giugliano e Vittoria, che fa la prova: il Taranto, lontano dallo
Iacovone, resta un'ipotesi di squadra. Perché? «Non
ho visto - spiega Blasi - la
cattiveria agonistica, necessaria soprattutto nelle partite esterne;
questa squadra è stanca, mentalmente e fisicamente. Il Taranto manca in
tutto. Non è una questione di punti in classifica; va chiarito
definitivamente che esiste un problema di mentalità vincente. Che non
c'è». Il Gallipoli dista sette punti, ormai. E domenica
tocca affrontarlo col pugnale tra i denti per non sprofondare ancora,
ricordando il monito di Blasi: «Non è
importante il nome della squadra che abbiamo di fronte, bisogna scendere
in campo convinti». Sbaglia, però, chi pensa che lo
spogliatoio di Marcianise diventi una lavanderia, dove pulire i panni
sporchi della famiglia rossoblù. Non è (ancora) resa dei conti.
Anzitutto, il presidente non sfiducia Marino. Apertamente: «Il
tecnico non c'entra niente, ha fatto quel che era necessario».
E in filigrana: «In campo si vince col sudore
della fronte». L'allenatore, a sua volta, non cerca alibi,
pensando ai due rigori: «La squadra non ha
dato quello che doveva. Ora pensiamo agli errori. È anche colpa mia».
I due rigori sono un esorcismo; parlarne è una danza macabra, dopo la
paradossale disfatta. Quasi servissero ad allontanare le nuvole
minacciose, che già s'addensano su Gallipoli: un primo tempo
all'altezza, o quasi, e due penalty sul groppone. Un secondo tempo fatto
di poco, anzi nulla. Via alla giostra: «I
rigori ci hanno spezzato le gambe», (Bevo). «I
rigori? Non fatemi commentare, non sono abituato», (De
Leonardis). «I due rigori concessi al
Marcianise nel primo tempo ci hanno condizionato pesantemente»
(De Liguori). Caccavale riconosce l'errore nell'episodio del primo
fallo: «Dispiace. Ma ora ricominciamo,
dimenticando Marcianise. In trasferta ci vuole più cuore».
Si sveste di ogni ipocrisia Ivano Pastore: «Sicuramente
è stata la partita più brutta che abbiamo giocato, più brutta anche
del match di Vittoria. Abbiamo concesso troppo, altro che primo tempo
all'altezza. Il Taranto non riesce ad esprimere il suo valore, eppure
mister Marino ha preparato bene la partita». Riavvolgendo il
nastro, questa coda a favore del tecnico sbianchetta la puntura di
spillo firmata dal dirigente Walter Scotti: «Gli
schemi vanno rivisti. Perché fuori casa non dobbiamo giocare in
contropiede? La sconfitta è incomprensibile. I provvedimenti di Blasi?
Il presidente ha ragione, non si vince solo in casa. Forse pensa ad una
multa. Spiace soprattutto per i tifosi venuti sin qui». Già,
i tifosi. Il presidente Blasi, in questo caso, cambia tono: «Sono
stati eccezionali e i giocatori non meritano tutto quel calore. Loro sì-
chiude con voce tagliente - mostrano
attaccamento alla maglia». di
Fulvio Colucci24
ottobre 2005

«Il tecnico non
c'entra»
Blasi accusa la squadra: «La colpa è di chi
va in campo»
La durezza di Blasi. L'onestà di Marino. Il presidente
boccia il Taranto. Non gli è piaciuto e lo dice, senza usare perifrasi.
Andando direttamente al cuore del problema. «Non
c'è stata reazione e questo è grave. Perché certifica l'immaturià
della mia squadra. Ormai è quasi ufficiale. In trasferta il Taranto
recita male. Non gioca per vincere. Gioca per limitare i danni. Si
rintana in un atteggiamento censurabile. Le partite si possono anche
perdere e per colpa di due rigori, il secondo dei quali abbastanza
dubbio, la stavamo perdendo. Ma una squadra matura cerca comunque di
reagire, tirando fuori il carattere, facendo leva sull'amor proprio. Il
tempo per rimediare c'era. E' mancata la voglia di provarci, il coraggio
di spendersi. Così non va. Questa sconfitta merita un'analisi
approfondita». Blasi è deluso. E medita provvedimenti.
«Il tecnico non c'entra. La colpa è di chi va in campo e si lascia
condizionare da un ingiustificato senso di appagamento. Non basta essere
vincenti sulla carta. Bisogna poi dimostrarlo sul campo. Sindrome
esterna? No, sindrome da pancia piena. Ma prossimamente chi non si
adegua, resta a casa». L'allenatore non discute la
sconfitta. «Il Marcianise ha meritato, anche
se è stato favorito dagli episodi, che del calcio sono spesso una
componente preponderante. Il Taranto inzialmente non ha sbagliato
partita. C'eravamo, ci credavamo. Le prime avversità hanno incrinato le
nostre sicurezze. E' volato qualche fischio e qualcuno si è smarrito».
Marino non è preoccupato. «Sono solo
amaraggiato per quel secondo tempo pieno di niente. Servivano un'altra
spinta e un impeto diverso. Ho cercato di cambiare uomini, variando
assetto. Ma non è bastato. Abbiamo continuato a portare palla, senza
troppa convinzione». di Lorenzo
D'Alò24
ottobre 2005

Tre punti in 5
trasferte
La Campania è ancora "amara" per la squadra
del Taranto. Dopo la sconfitta per 1-0, infatti a Giugliano, del 25
settembre scorso, i rossoblù perdono anche a Marcianise. Cinque
trasferte in questo campionato ed appena tre punti all'attivo frutto di
altrettanti pareggi: 1-1 contro il Cisco Roma, 0-0 contro il Vigor
Lamezia e 0-0 contro il Vittoria. Cinque partite in trasferta ed una
sola rete, segnata da Andrea Deflorio al venticinquesimo minuto di
Cisco-Taranto 1-1 giocata il 27 agosto 2005; quel giorno i rossoblù
anticipavano al sabato la gara contro i romani ed il nostro attaccante
realizzava nell'occasione la prima marcatura del campionato di serie C2
2005-2006. La nostra "astinenza" di marcature fuori casa è
arrivata dunque a 425 minuti (recuperi esclusi). La sofferenza del
Taranto in trasferta sembra oramai cronica; dopo aver vinto 8 gare
esterne nel campionato di serie D 1999-2000 (resta questo il record
assoluto), i rossoblù hanno raccolto cinque vittorie in serie C2 nel
2000-01, quindi quattro nei due tornei di C1 2001-02 e 2002-03, poi è
iniziata una sorta di crisi a partire dal 2003-04. Da quel torneo ad
oggi 41 partite fuori casa e solo quattro vittorie: due nel 2003-04 in
C1 (a Paternò e L'Aquila sempre per 2-1), quindi altre due lo scorso
anno in C2 (a Potenza per 1-0 e poi a Ragusa per 2-1 nella gara di
ritorno dei playout); a questo «povero» ruolino esterno vanno poi
aggiunti 12 pareggi e 25 sconfitte. A Marcianise il Taranto ha giocato
la 74ª partita esterna nell'ambito dei tornei di serie C2; ora il
bilancio è di 9 vittorie, 28 pareggi e 37 sconfitte: i k.o. sono
esattamente il 50%. Restiamo fermi a 15 punti, scivolando ora a sette
lunghezze dalla capolista Gallipoli che affronteremo tra sette giorni.
Abbiamo attualmente il triplo dei punti rispetto alla distastrosa
partenza del campionato scorso, ma il k.o. a Marcinise riduce in questo
momento le nostre ambizioni. Prima gara per il Taranto contro il
Marcianise che diventa la 230ª compagine affrontata almeno una volta
dai rossoblù in un campionato. Debutto stagionale per Francesco
Mignogna; il centrocampista nella passata stagione era stato, tra i 45
rossoblù schierati, quello che aveva giocato di più: 33 gare con 5
reti all'attivo. Per Mignogna in totale 46 presenze in campionato con il
Taranto. di Franco Valdevies24
ottobre 2005
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