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Oggi il Taranto può brindare ai playoff
Basta vincere con la Pro Vasto. Biglietti nominativi: primo test per lo stadio Iacovone. La squadra di Papagni ha la possibilità di tagliare il sospirato traguardo con tre giornate d'anticipo. Martinelli al posto di Pastore. Torna Di Domenico

Conquistare la matematica certezza di disputare i playoff. Alla sfida con la Pro Vasto il Taranto chiede di tagliare il primo traguardo stagionale. L'impresa è abbastanza difficile perché il team abruzzese, oltre ad avere un elevato tasso tecnico, scende allo "Iacovone" motivatissimo perché insegue l'obiettivo di strappare ad una delle tre squadre che lo precedono (Melfi, Cisco Roma e Rende) una delle poltrone utili proprio per giocarsi la C1 attraverso la lotteria degli spareggi. Serve, pertanto, un Taranto concentrato ed umile per aggiudicarsi la sedicesima vittoria stagionale, decima interna. Sarà determinante mantenere il più possibile il possesso della palla per evitare agli abruzzesi di operare quelle ripartenze che costituiscono la manovra che meglio gradiscono, in particolar modo nelle gare esterne. La formazione degli jonici dovrebbe essere quella annunciata. Rispetto alla vittoriosa gara di Potenza rientreranno Martinelli (al posto dello squalificato Pastore) e Di Domenico (gli farà posto nello scacchiere Bussi). Il pubblico è chiamato a recitare, come al solito, la propria preziosa opera di appoggio a Deflorio e soci i quali dovranno sentire alle proprie spalle il possente incitamento. A proposito dei tifosi val la pena ricordare la innovativa normativa in tema di biglietti. Da oggi, infatti, i tagliandi di tutti i settori (curva, gradinata e tribuna) dovranno essere nominativi per cui sul frontespizio il rivenditore dovrà scrivere le generalità di colui che lo acquista. Per questo motivo bisognerà avere in tasca una fotocopia del proprio documento da consegnare al punto-vendita. L'operazione dura un paio di minuti in più. Al momento dell'arrivo allo stadio, una cinquantina di metri prima della porta d'ingresso, ci saranno gli stewart della società che controlleranno i biglietti: solo coloro che ne saranno effettivamente in possesso, accederanno alla porta d'ingresso. I tagliandi sono in vendita in società e nei 23 punti-vendita fno alle ore 13 di questa mattina. I botteghini dello «Iacovone» saranno chiusi. di Giuseppe Dimito15 aprile 2006

E Deflorio vuole cancellare Riganò
«Ho quattro partite a disposizione per entrare nella storia del Taranto». Domenica scorsa a Potenza ha eguagliato il record di gol stabilito in C2 dal bomber di Lipari

Parla da capitano, anteponendo gli interessi della squadra alla gloria personale. Andrea Deflorio considera il record di marcature in C2 con la casacca rossoblù un obiettivo secondario. E dà la priorità alla sfida in programma questo pomeriggio contro la Pro Vasto. «Ho ancora quattro gare per diventare il miglior marcatore del Taranto in questa categoria. Ci penso, ma le attenzioni principali sono rivolte alla partita. Battendo gli abruzzesi, avremmo già in tasca i playoff. La classifica ci consente di giocare senza badare ai risultati provenienti dagli altri campi. È un grande vantaggio, non dobbiamo lasciarcelo sfuggire». La compagine biancorossa ha il miglior rendimento nel girone di ritorno. 27 punti conquistati in 13 partite hanno lanciato la formazione guidata dall'emergente Pierini a ridosso della zona utile per disputare gli spareggi per la promozione. Che Pro Vasto si attende Andrea Deflorio? «È una buona squadra, capace di difendersi con dieci elementi e di distendersi con grande rapidità. All'andata mi fecero un'ottima impressione. Ci aggredirono sin dalle prime battute, ma affrontavano un Taranto tatticamente diverso. Si trovano a due punti dal terzetto composto da Melfi, Rende e Cisco Roma e giocheranno senza assilli. Erano partiti per salvarsi, adesso si trovano a giocare per la C1. Ma non credo che la partita di oggi rappresenti per loro l'ultima chance per entrare tra le prime cinque. Domenica prossima ospiteranno in casa il Melfi e guarderanno con attenzione alla nostra partita in casa del Rende. E allora, probabilmente, potrebbero tirare le somme». Deflorio parla del Taranto esaltando le qualità di un gruppo emerso con prepotenza dopo il giro di boa del campionato. «Stiamo attraversando un ottimo periodo di forma. Non è facile incontrare una squadra reduce da 10 risultati utili consecutivi (8 vittorie e 2 pareggi) che ha subito soltanto due reti (contro Igea Virtus e Latina). È per questo motivo che dovremo affrontare le restanti partite senza fare troppi calcoli sugli avversari. Siamo consapevoli della nostra forza, ma abbiamo l'umiltà necessaria per capire che ogni gara va affrontata mantenendo alta la concentrazione». E se l'atipico sabato di calcio prepasquale dovesse regalare i playoff, potrebbe mutare l'atteggiamento dei rossoblù nelle restanti tre giornate? «A quel punto giocheremo per conquistare il secondo posto, forti del buon margine di vantaggio che abbiamo accumulato». di Fabio Di Todaro15 aprile 2006

Le statistiche di Franco Valdevies

Il Taranto è imbattuto nei cinque precedenti di campionato giocati contro la Pro Vasto; i rossoblù hanno vinto le due sfide casalinghe, quindi pareggiato le tre giocate in trasferta. Le prime due gare nel campionato di serie D 1999-2000; per il Taranto 2-1 allo «Iacovone» il 7 novembre 1999: a segno al 70' Campioli, pareggio degli ospiti al 73' con Taraborelli, quindi al 90' la rete decisiva di Migliozzi. Guida il Taranto Angelo Carrano che schiera questo «undici": Spagnulo, Pizzolla (dal 75' Miale), Migliozzi, Ferri (dal 62' Sacco), Nettis, Rubino, Magno, Campioli, Dell'Oglio, De Luca, D'Antò . Uno 0-0 nella gara di ritorno disputata il 19 marzo 2000, nella quale i rossoblù si schierano così: Spagnulo, Pizzolla (dall'88' Cela), Migliozzi, Nettis, Zangla, Baldari (dal 73' Orsini), Stasi, Magno (dal 65' Pacetti), D'Isidoro, Dell'Oglio, D'Antò. Nella passata stagione in serie C2 gli altri due confronti; ancora uno 0-0 a Vasto il 6 gennaio 2005 con il Taranto affidato al duo tecnico Toma-Nemo che sostituisce l'esonerato Tato Sabadini. Questa la formazione rossoblù che conquista nell'occasione il primo punto nella gestione del presidente Luigi Blasi: Leopizzi, Garzja, Marrazza, Mela, Maddé, Del Gaudio, Arabia, Sangermano (dal 53' Niscemi), Mollo, Mignogna (dal 93' Magno), Paco Soares (dal 84' Amico). Il 15 maggio 2005, nell'ultimo turno di campionato, si impongono i rossoblù per 4-2; questa la formazione ionica schierata da Florimbj: Signorile, Peruzzi, Monaco, Mela, Maddé, Silvestri, Meacci (dal 83' Malagnino), De Leonardis, La Cava, Selvaggio (dal 69' Mignogna), Sergi (dal 50' Niscemi). Le reti del confronto: al 13' Sergi, al 44' Mela, al 63' Dombolo, al 79' Deleonardis, all' 84' Adduono, infine all' 88' Niscemi. Il terzo pari a Vasto il 4 dicembre scorso; abruzzesi in vantaggio per 2-0 con Maccagnan al 6' e Morante al 29', poi in 60 secondi il Taranto raggiunge il pari con le reti di Manni al 40' e di Di Domenico al 41'. Così i rossoblù in campo guidati da Raimondo Marino: Gentili, Micallo, Martinelli, Pastore, Manni, Mortari, La Rosa, Mancini, De Liguori, Di Domenico (dall'83' Catania), Deflorio. Il Taranto è reduce da dieci gare utili con un ruolino di 8 vittorie e 2 pareggi; con Papagni allenatore i rossoblù hanno perso solo la prima gara, giocata in casa contro la Vigor Lamezia il 22 gennaio scorso. Queste 10 gare di imbattibilità rappresentano un record eguagliato per i tornei di serie C2; gli ionici avevano fatto lo stesso nel 2000-2001 con 3 successi e 7 pareggi tra la 7ª e la 17ª giornata (senza contare la partita contro il Fasano non disputata alla 15ª giornata e rinviata per motivi di ordine pubblico). Per trovare una striscia più lunga d'imbattibilità bisogna risalire al campionato di serie D 99-2000 quando i turni senza sconfitte furono 17 tra la 13ª e la 29ª giornata (con 11 vittorie e 6 pareggi).15 aprile 2006

L'ultras pensa solo a mamma
Il loro innato istinto di protezione è filtrato dalla civiltà

Tra la via Aurelia e il Bronx. Sospettando l'esistenza di una trama tesa a detronizzarlo, il leader della curva del Genoa, Pietro Bottino detto "lo squalo", irrompe nella sede degli Ultras, estrae una pistola e scarica cinque colpi contro il presunto usurpatore. Poi esce, sale in macchina, e si dirige verso casa di mammà, a Sassello. La squadra rossoblù è in testa al girone A della C1 ed ha buone probabilità di promozione. Disgraziatamente, "lo squalo" appena imboccata l'autostrada, tampona una Jaguar, e si sa come sono permalosi i proprietari delle Jaguar quando si sfiora la scocca metallizzata del loro ego: lo sa anche lo squalo, che china la testa e si dichiara, obtorto collo, responsabile dell'incidente.
Senonché, una volta risalito in vettura, coi nervi ancora a fior di pelle per la congiura ai suoi danni, e alquanto seccato per essersi dovuto umiliare di fronte al bellimbusto jaguardotato, decide di vendicarsi. Così si lancia nuovamente sulla vettura del rivale, la affianca, tira fuori il revolver e vuota il caricatore, fornito di altre cinque pallottole, sui finestrini, prima di ripartire per Piampaludo. Bilancio della giornata: tre feriti, di cui uno grave, e tante morali, tutte molto, troppo italiane. 
La prima, tornata d'attualità proprio in questi giorni con l'arresto del "pastore" Bernardo Provenzano in una spelonca invivibile, è: migghiu cumannari ca futtiri. Meglio comandare che fottere. Il codice d'onore del tifo è in effetti quanto di più simile alla logica e soprattutto alla mistica mafiosa del potere: la squadra come la famiglia, la curva come il territorio su cui esercitare l'egemonia. Un'egemonia quasi sovrannaturale che si ottiene non coi soldi, ma con la pratica spregiudicata e calcolata della violenza e della magnanimità. Gli eredi si scelgono e si incoronano, i traditori vanno eliminati. Semplice come premere un grilletto. 
La seconda morale è che tutti gli italiani, ivi compreso lo squalo, quando ne fanno una si rifugiano sotto la gonna della mamma. Si comincia da piccoli quando si picchia il compagno all'asilo e si ottiene una carezza comprensiva anziché un ceffone; si continua da ragazzini quando si viene bocciati in terza media e sul banco d'accusa ci capita il professore insensibile, si finisce da grandi quando si raccontano un fracco di bugie agli italiani e mamma Rosa se le beve tutte. Sicuro che anche il mostro di Firenze trovava conforto presso il focolare domestico dopo ogni marachella.
Le mamme sono fatte così dappertutto. Ma altrove , che consiglia di abdicare al loro ruolo non appena i figli raggiungono la maturità. Gli italiani, invece, non solo tendono a procrastinare sine die l'ingresso nell'età adulta, ma sono gli unici ad essere così cinici da sfruttare la debolezza delle loro madri cercando di fregare anche loro.
Sempre questa settimana, e sempre parlando di curve, è uscita un'intervista ai famigliari del tifoso interista arrestato per aver aggredito Cristiano Zanetti all'aeroporto. Ebbene, il papà del reo sosteneva che suo figlio non avrebbe mai fatto una cosa simile, che sicuramente era stato tirato dentro da altri, che al massimo gli era potuto scappare uno spintone e che comunque i calciatori erano gente viziata e strapagata, lasciando intendere che quand'anche il rampollo avesse menato le mani, non avrebbe fatto altro che il suo dovere.
L'ultima morale è che in Italia le constatazioni amichevoli di danno non sono mai del tutto amichevoli. Perché in macchina siamo tutti un po' ultras. Non solo lo squalo. di Andrea De Benedetti15 aprile 2006

C'è chi vi ruba dati e identità
Occhio alle bollette che buttate. Si chiama "trashing" il rovistare tra i rifiuti per trovare informazioni personali o per spionaggio industriale. Una ricerca mostra che noi italiani non gacciamo caso a ciò che gettiamo. Svelando molto delle nostre vite

Se il giornale che avete letto oggi lo avete ricevuto in abbonamento, fate attenzione. Attenzione a dove (e come) buttate l'etichetta con il vostro nome, cognome e indirizzo che ha permesso il recapito a casa. Qualche malintenzionato, infatti, potrebbe rovistare nei cassonetti dove gettate l'immondizia per rubare i vostri dati personali, Impossibile? Beh, non proprio. Per rendersene conto si può dare una occhiata al rapporto finale del progetto Identity Trash (letteralmente pattumiera di identità), realizzato dal centro ricerche e studi di sicurezza e criminalità (Rissc), una non profit fondata da criminologi. Gli autori dell'indagine, condotta a Schio (comune in provincia di Vicenza di circa 40 mila anime), hanno analizzato i rifiuti di 954 utenze familiari e 172 aziende, tra soggetti pubblici e privati, per un totale di circa due tonnellate di immondizia in una sessantina di cassonetti. Il compito dei ricecatori è quello di aprire sacchetto per sacchetto (per lo più provenienti dalle campane per la raccolta della carta) e osservare il contenuto. Risultato: una montagna di dati personali. Nel rapporto, infatti, si legge che «informazioni e dati qualitativamente significativi sono stati riscontrati in più del 42 per cento dei sacchetti analizzati, sia domestici che commerciali». E che «per ogni sacchetto analizzato sono stati ritrovati, in media, sette documenti», dove per documenti si intendono quei «pezzi di carta» da cui si può facilmente risalire all'identità o ad altre informazioni personali come bollette, cartelle cliniche, carte d'identità scadute.
«In realtà abbiamo trovato quello che ci aspettavamo», commenta Mara Mignone, criminologa del Rissc. «Anche se lo studio è stato condotto in un solo comune (è stato scelto Schio perché da tempo ha avviato da un'efficace politica di sensibilizzazione per la raccolta dif ferenziata dei rifiuti, affidata alla Cooperativa Igiene Ambientale Schio, ndr.), la tendenza si può estendere a tutta Italia. Anzi, nelle zone in cui la raccolta differenziata non è efficiente i rischi aumentano visto che i rifiuti, e quindi i dati personali, rimangono nel cassonetto per un tempo più lungo».
Ma quali sono i rischi che si corrono buttando via i dati personali? Furto d'identità e di soldi. All'estero (soprattutto negli Stati Uniti e in Gran Bretagna), ma anche in Italia, sono diverse le organizzazioni che invece di cercare e rubare dati personali attraverso Internet scelgono il cassonetto per assumere l'identità della vittima e magari prelevare soldi dal suo conto corrente.
«Si tratta ovviamente di una nicchia, circa il 3 per cento dei furti d'identità avviene tra i rifiuti», continua Mignone, «Ma un'informazione rubata nell'immondizia assume un valore maggiore di una presa dal web. Quando, infatti, si lasciano dati personali in Internet si è generalmente più attenti di quando invece li si gettano nei cassonetti. Ciò significa che per la vittima è più difficile risalire al momento della frode».
In molti dei sacchetti che abbiamo analizzato, spiega Fabio Tortora, responsabile soluzioni antifrode di Experian, la società di consulenza che ha commissionato lo studio, sono state trovate informazioni e documenti riguardanti le finanze dei cittadini: carte di credito scadute, estratti conto, fotocopie di assegni, Pin di bancomat e cosi via. Bisogna stare attenti quando si cestinano informazioni di questo tipo. Da una carta di credito scaduta, infatti, si può risalire al nuovo numero, codice segreto e scadenza, attraverso software facilmente reperibili su Intemet». Cosa fare, quindi? «Banalmente evitare di gettare il dato integro. Per farlo esistono anche dei dispositivi che distruggono la carta», secondo l'indagine condotta a Schio questa non è una pratica molto diffusa.
Dal rapporto emerge che «i documenti trovati dentro i sacchetti erano ben conservati: l'85 per cento delle informazioni raccolte apparteneva a fogli di carta integri o, al massimo, strappati in due, ma facilmente ricomponibili». A peggiorare le cose, poi, ci si mette anche la carta riciclata: se su un foglio vengono appuntati dati personali (il numero di un cellulare, per esempio) e poi si utilizza il retro per scrivere altre cose, e come se le informazioni appuntate la prima volta venissero cancellate e della loro tutela non si occupa nessuno. «Di una famiglia -continua Tortora -siamo riusciti addirittura a ricostruire l'intero profilo dei quattro componenti (nome, cognome, lavoro dei genitori, scuola dei figli, conto corrente, circolo sportivo a cui erano iscritti, eccetera). Il tutto solo con l'analisi dei rifiuti di due sacchetti».
Ma se i dati personali vengono gestiti male da una singola famiglia, il livello di sicurezza non migliora se si parla dei rifiuti trattati da amministrazioni pubbliche e aziende private: riguardo le utenze commerciali, infatti, sono stati ritrovati in media 12,8 documenti per sacchetto aperto. E qui la noncuranza nel trattamento dei dati diventa più grave. Sì, perché, nel caso di un'assicurazione, di una banca o di un ufficio comunale non vengono buttati via solamente informazioni riguardanti l'ente ma anche quelli dei clienti e dei cittadini.
Ecco perché Il trashing (il furto di dati personali rovidando nell'immondizia) viene usato anche nello spionaggio industriale. Guardando i cassonetti accanto la sede di una società si possono recuperare sì i dati dei clienti, ma anche ricostruire alcune strategie aziendali. «E' molto difficile capire come avvenga un furto di dati o d'identità», spiega Maurizio Masciopinto, direttore della direzione investigativa della Polizia delle Comunicazioni, «ma in passato abbiamo registrato alcuni casi in cui l'ipotesi più accreditata era quella del trashing».
Insomma, i cassonetti dell'immondizia possono trasformarsi in una vera e propria miniera d'oro. Non sempre gratis, però. Chi volesse acquistare dati personali da coloro che rovistano nei sacchetti deve infatti sborsare un bel po' di soldi. «Lo abbiamo riscontrato in Gran Bretagna», conclude Tortora, «dove esiste una tariffario dei documenti gettati. Una ricevuta firmata di carta di credito, per esempio, costa circa sette euro». di Federico Ferrazza14 aprile 2006

Quelli che giocano sotto assedio
La Uisp e le Onlus Jalla e Salah in Palestina per un torneo di calcio Palla al centro Dodici squadre locali e tre europee impegnate per il secondo anno nei campi profughi, a Gaza, Gerico e Gerusalemme. Per sorridere e capirsi

A distanza di un anno, prosegue il progetto di regalare un sorriso al popolo palestinese attraverso il calcio. Ecco quindi la seconda edizione di "Sport sotto l'assedio", la campagna di cooperazione sportiva promossa dalle associazioni italiane onlus "Jalla" e "Salah" in collaborazione con la Uisp di Milano che porterà nella West Bank e nella Striscia di Gaza una delegazione di circa 60 persone appartenenti a tifoserie organizzate, associazioni, società sportive, collettivi politici, realtà di base ed enti locali. Dal 16 al 22 aprile, una quindicina di squadre (12 palestinesi ed 3 europee) si affronteranno in sei mini tornei nelle città di Gerico, Jenin, Tubas e Gaza City e nei campi profughi di Deheishe, Al Aroub, Al Farah, Khan Younis e Jabalia. L'evento conclusivo è invece previsto a Gerusalemme dove una rappresentativa europea giocherà contro una selezione locale. A margine del torneo, e non potrebbe essere altrimenti, sono previsti incontri e iniziative, in particolare con le comunità ospitanti, per una migliore comprensione della difficile situazione palestinese. 
Un momento affatto facile quello politico attuale (ammesso che dal '48 ad oggi, in Palestina, ce ne sia mai stato uno) ma che non dovrebbe pregiudicare il tranquillo svolgimento della manifestazione. Mancheranno, purtroppo, i componenti danesi di "Sport for Freedom" che a causa della controversa vicenda delle vignette su Maometto hanno deciso di rinunciare al viaggio: proprio fatti come questi dimostrano forse quanto sia importante continuare ad investire su progetti del genere.
Qualche problema, soprattutto logistico, lo potrebbe invece determinare il duplice bombardamento del campo di gioco dello stadio nazionale di Gaza da parte dell'aviazione israeliana, avvenuto circa due settimane fa in una zona peraltro considerata di interdizione. Un episodio fortemente stigmatizzato dalla stessa Fifa, che ha promesso di finanziare la ristrutturazione del campo palestinese annunciando anche sanzioni per la Federazione israeliana. «Nel mondo di oggi, lacerato dalla violenza e da lunghi conflitti - ha detto il presidente della Fifa, Joseph Blatter, all'indomani del raid aereo - il calcio è uno dei pochi strumenti universali di cui dispone l'umanità per avvicinare le nazioni e i popoli e mostrare cosa unisce il nostro pianeta e cosa lo divide».
Malgrado la forzata indisponibilità dello stadio nazionale, una cosa è certa: "Sport sotto l'assedio" non si ferma. I positivi riscontri raccolti sia in Palestina che in Europa hanno permesso alle associazioni proponenti di aumentare i loro sforzi per la valorizzazione degli interventi di cooperazione sportiva. Non a caso, "Sport sotto l'assedio" è oggi un patrimonio condiviso anche da realtà molto differenti tra loro, ognuna con le proprie specificità, ma tutte indistintamente pronte a confrontarsi per dare efficacia a questo e ad altri progetti di cooperazione già in cantiere. 
«Resta comunque fondamentale il coinvolgimento popolare a supporto di questa campagna - fanno sapere Jalla e Salah - perché la capacità e la voglia di mettersi in gioco in prima persona devono continuare ad essere i veri motori trainanti. Lo sport deve restare un momento di incontro e in una situazione quanto meno complessa come quella dei territori occupati, riteniamo utile disporre di nuovi e diversi strumenti di comprensione». I devastanti effetti dell'occupazione militare, del resto, sono sotto gli occhi di tutti: i più lampanti hanno il volto degli insediamenti, dei checkpoints e di quel muro della vergogna che rimanda a vecchi apartheid che si pensavano definitivamente superati. «A questo senso di ingiustizia - proseguono gli organizzatori - centinaia di migliaia di persone oppongono ogni giorno la più efficace forma di resistenza: continuano a vivere. E vivere significa anche trovare il coraggio e la volontà di giocare, praticare uno sport in uno stato d'assedio». di Tommaso Tintori14 aprile 2006

Pastore fuori, dentro Martinelli

Il difensore nato a Matera si appresta a fare il suo ritorno nell'undici titolare, riprendendo quel discorso interrotto più di un mese fa per un problema muscolare. Domani contro la Pro Vasto dovrebbe essere questa la principale novità, oltre al rientro in zona offensiva di Fabio Di Domenico.
«Sono stato piuttosto sfortunato - dichiara Martinelli - perchè il malanno è arrivato in un momento in cui giocavo con continuità e mi sentivo piuttosto bene. Ho vissuto più di un mese dividendomi tra terapia e palestra. Ora, però, la forma è tornata ad un livello accettabile. Il rientro a Potenza domenica scorsa mi ha dato morale».
L'obiettivo personale è quello di proseguire nella striscia vincente di promozioni. Alle stagioni vittoriose con le maglie di Frosinone e Manfredonia, non sarebbe male accompagnare il graffio tutto a tinte rossoblu. Per ora, sull'onda di perseguire un traguardo alla volta, c'è la gara contro la Pro Vasto che ha un prioritario significato.
«Quando si arriva agli sgoccioli del calendario un'occhiata alla classifica viene di conseguenza. L'aspetto più importante di questa partita è che in caso di successo, raggiungeremmo la quota playoff in maniera aritmetica. Questo sarebbe un primo passo decisivo, che poi è quello per cui società e squadra si sta battendo dall'inizio dell'anno. Al secondo posto penseremo successivamente. La Pro Vasto? Sarà una gara impegnativa. Loro sono molto organizzati, guidati da un tecnico preparato. Non penso, però, che giocheranno in maniera scriteriata. Non si giocano tutto allo Iacovone e quindi avranno una condotta accorta per poi colpirci al momento giusto. Noi, dal canto nostro, dovremo ripetere le ultime prestazioni e non perdere».
Martinelli comporrà con Caccavale la coppia centrale di retroguardia. Per il 29enne difensore la concorrenza, davvero autorevole, è molto utile. «Quando sono arrivato a Taranto, sapendo di avere due calciatori come Pastore e Caccavale nel mio ruolo, mi sono detto che avrei potuto imparare qualcosa dopo ogni partita. Giocare al fianco di certi compagni, aiuta tanto e ti fa giocare con parecchia tranquillità».
Difesa che, come reparto, si sta comportando in modo egregio. Il segreto di questa impermeabilità, tuttavia, sconfina in altre zone del campo.
«Perchè prendiamo così pochi gol? Perchè la squadra ha trovato un sua compattezza - afferma Martinelli - Dal suo arrivo il tecnico Papagni ha ripetuto, e ripete ancora, una frase: quell'aiuto reciproco. Io credo che sia cresciuto tutto il gruppo. Attacco e centrocampo ci consentono con il loro movimento e il loro lavoro di essere più protetti. Siccome il valore individuale e di insieme della difesa era alto, questa adeguata protezione non ha fatto altro che agevolare il nostro rendimento. I risultati ci stanno dando ragione e non vogliamo fermarci certo ora». di Luigi Carrieri14 aprile 2006

Taranto, torna Di Domenico
Mignogna disponibile. Gli ultimi dubbi di Papagni

Cresce l'attesa per il difficile match contro la Pro Vasto nelle cui fila militano l'ex Di Meo ed il bomber Morante (13 reti sinora firmate) Mignogna si è allenato con il gruppo per cui figurerà sicuramente nell'elenco dei convocati. Ambrosi, invece, ha girato ancora a parte per cui la sua eventuale utilizzazione è rinviata alla prossima gara esterna di Rende. Papagni non ha ancora deciso l'undici da inviare inizialmente in campo. Il rientro di Di Domenico al centro dell'attacco e l'utilizzazione di Martinelli al centro della difesa in coppia con Caccavale sono certi. Resta in piedi il discorso-Bussi che, a Potenza, ha ben impressionato, le cui caratteristiche tecniche somigliano molto a quelle di Manoni. Oltretutto sarebbe probabilmente l'elemento ideale per tenere a bada Schettino, un trequartista scaltro ed imprevedibile. Il trainer jonico, per la verità, non vorrebbe rinunciare alle lunghe leve di Larosa (l'ex andriese è utile anche nella fase offensiva) per cui si potrebbero utilizzare i due al fianco di Mancini consegnando a quest'ultimo determinati compiti escludendo inizialmente Catania. Senza Bussi la formazione potrebbe essere la seguente: Gori, Mortari, Caccavale, Martinelli, Manni; Catania, Mancini, Larosa, De Liguori; Di Domenico, Deflorio. Con Bussi, fermo restando i reparti difensivi ed offensivi, il centrocampo potrebbe assumere questo schieramento: Mancini, Bussi, Larosa, De Liguori. La Pro Vasto ha un curriculum esterno di tutto rispetto: ha inanellato, infatti, ben nove pareggi. Nessuna formazione ha fatto meglio. Ha perso due gare, entrambe nel ritorno: a Rende (2-1) nella terza giornata ed a Andria (1-0) un mesetto fa. Completano il rendimento le quattro gare vinte, fra cui spicca quella di Gallipoli per 3-2. Vanta soltanto due punti di distacco dal terzetto Cisco Roma, Rende e Melfi che lo precede per cui punterà senza mezzi termini ad avvicinarsi ancora di più alla zona playoff. Stamane il Taranto effettuerà la rifinitura dopodicchè andrà nel solito ritiro. di Giuseppe Dimito14 aprile 2006

Pierini è per 4-2-3-1 
Pro Vasto, ultima chance in chiave playoff Morante è l'uomo dei gol

Da Taranto, probabilmente, passa l'ultimo treno per raggiungere i playoff. E la Pro Vasto, rivelazione di questo campionato, proverà a non lasciarselo sfuggire. La compagine biancorossa, partita con l'obiettivo di centrare la salvezza, spera di uscire dallo "Iacovone" con un risultato positivo per sperare ancora in un piazzamento nelle prime cinque posizioni. Un gruppo giovane, rinforzato da qualche elemento di esperienza: è questa la ricetta vincente che sta consentendo alla società abruzzese di raccogliere tante soddisfazioni in un campionato di livello superiore rispetto a quello degli ultimi anni. Danilo Pierini, reduce dalla sfortunata avventura sulla panchina della Rosetana (fallita al termine dello scorso campionato), è il braccio di un progetto ideato e realizzato dal presidente Crisci e dal direttore generale Natali. L'organico costruito in estate ha ottenuto i risultati migliori nel girone di ritorno (8 vittorie, 3 pareggi e 2 sconfitte), proprio quando ha dovuto fare a meno di due elementi importanti come Prosperi e Maccagnan (entrambi ceduti nella sessione invernale del calciomercato). L'impianto tattico utilizzato da Pierini è il 4-2-3-1 (in fase di distensione), elastico a tal punto da trasformarsi in 4-4-1-1 quando gli avversari gestiscono il possesso di palla. Dinanzi all'estremo difensore Marconato, cercato a più riprese dal Taranto, la linea difensiva è composta da Ciano, Di Meo, Cresta e Vitale. Testa e Cazzola sono gli elementi filtranti del centrocampo, con Biagianti, Schettino (abile a muoversi tra le linee e a smarcare i suoi compagni) e D'Allocco nelle vesti di incursori alle spalle dell'unica punta Morante. Ed è proprio il centravanti l'elemento di maggiore pericolosità. Cresciuto nel settore giovanile della Lazio, Morante ha giocato sempre nei giorni settentrionali della serie C prima di approdare a Vasto. E i 13 gol siglati sino a questo momento ne fanno uno degli attaccanti più ambiti in vista della prossima stagione. Ma oltre ad un buon rendimento offensivo, la Pro Vasto vanta la terza miglior difesa del campionato: 23 reti subite, 3 in più del Gallipoli e 2 in più rispetto ai rossoblù e alla Cisco Roma. Taranto-Pro Vasto è anche la partita degli ex. Il Direttore Sportivo Luca Evangelisti e Fabio Prosperi tra i padroni di casa, il difensore Giuseppe Di Meo e il preparatore atletico Carlo Pescosolido attualmente tra le fila degli abruzzesi. di Fabio Di Todaro14 aprile 2006

Biglietti nominali: prevendita ok

È incoraggiante la prevendita di Taranto-Pro Vasto. Ricordiamo che per acquistare il tagliando per qualsivoglia posto (curva, gradinata o tribuna) occorre presentare la fotocopia del proprio documento di rinoscimento. Le operazioni di rilascio sono un tantino rallentate, ma solo perch siamo alla prima settimana. È opportuno, quindi, non attendere gli ultimi minuti per recarsi nel punto-vendita. C'è tempo fino alle ore 13 di domani mattina. I botteghini dello stadio resteranno chiusi. Ad una cinquantina di metri dall'ingresso gli stewart della società faranno prefiltraggio: chi avrà il biglietto, si accosterà alla porta d'ingresso. Altrimenti sarà rispedito indietro. di Giuseppe Dimito14 aprile 2006

Bolivia, partite gratis

Evo Morales, presidente boliviano, vuole che le immagini televisive dei prossimi mondiali vengano diffuse gratuitamente. Morales ha annunciato di voler intraprendere una vera e propria battaglia, affinchè il suo popolo possa vedere gratis, e in chiaro, le immagini televisive della Coppa del Mondo di Germania 2006. In Bolivia, i diritti del mondiale sono attualmente detenuti da una catena televisiva a pagamento. «Siamo avanti nelle trattative e penso che riusciremo a diffondere in chiaro le immagini del mondiale», ha dichiarato il capo di stato, dopo una riunione con l'ex calciatore Marco Antonio Etcheverry, al quotidiano La Razon. «Non è possibile che solo i ricchi possano vedere le partite dei mondiali», ha concluso Evo Morales.

Giulianova, in coma Cherubini
Il calciatore, colpito da aneurisma in campo, si è accasciato al suolo. In un primo momento si è pensato alle conseguenze di una pallonata

Sono gravi le condizioni di Gianluca Cherubini, il giocatore del Giulianova colpito da una emorragia cerebrale durante l'incontro di calcio fra la sua squadra e il Novara (C1, girone A). Il calciatore è in coma farmacologico, ed è stato sottoposto a un delicato intervento chirurgico presso l'ospedale di Teramo. In un primo momento sembrava che fosse stato raggiunto da una pallonata. Ma all'origine del malore vi sarebbe in realtà un aneurisma cerebrale. 
Cherubini ha perso i sensi si è accasciato al suolo al 15' quindicesimo del primo tempo. Inizialmente si era detto che era stato colpito dalla palla mentre era in barriera. Ma poi i suoi compagni hanno chiarito che non era così, che il centrocampista non aveva subito nessun contatto con avversari e nessuna pallonata. 
Lo staff medico della squadra abruzzese, dopo un primo tentativo di rianimare Cherubini sul campo, ha subito chiamato il 118. I sanitari hanno trasportato il calciatore prima all'ospedale di Giulianova e poi a quello di Teramo, dove al calciatore è stata riscontrata un'emorragia cerebrale, dovuta a un aneurisma. 
Cherubini, romano, 32 anni, ha giocato anche con Roma (cinque partite in serie A), Reggiana, Chieti e Torres. 

Papagni ha già scelto
Il Taranto, contro la Pro Vasto, tornerà al 4-4-2, con il rientro di Di Domenico e con Martinelli al posto di Pastore. Ambrosi e Mignogna, se ne parla alla prossima

Come previsto: si torna al 4-4-2, ufficialmente la versione migliore del Taranto. Si torna indietro dopo la parentesi forzata di Potenza, generata più dall'emergenza che dalle reali volontà. 
Adesso Papagni può contare nuovamente su due punte (Di Domenico ha scontato la squalifica) e può anche affidarsi all'impianto più comodo, più adatto ai giocatori a disposizione e più funzionale seguendo le caratteristiche dei singoli. Il 4-5-1 “elastico” di domenica scorsa era una toppa, ma non, evidentemente, una via da seguire. Al di là delle lievi disfunzioni evidenziate, soprattutto per disabitudine ad alcuni movimenti (provati, ma non riusciti), il ragionamento di Papagni è logico: il Taranto più convincente è un altro, quello con quattro centrocampisti in linea e due attaccanti di ruolo. Questione ormai chiara, colpevolmente ignorata nella prima parte del campionato: non c'è una versione più produttiva e, quindi, si torna all'antico. 
Papagni, del resto, si fida molto dei suoi uomini e ritiene il 4-4-2 come una base di partenza per un sistema di gioco un po' più complesso, ma sicuramente rodato. E' capitato spesso che i giocatori si siano disposti, soprattutto in fase di distensione, con un 3-4-3 o con un 4-3-3. Forse anche per questo Papagni sembra intenzionato a confermare Mortari come esterno basso di destra. Per avere un giocatore in più con propensioni offensive, nonostante il recupero di Micallo: il centrocampista leccese è piaciuto molto a Papagni nelle ultime due partite e, per questo, ha guadagnato la riconferma anche in una posizione che non è la sua abituale. Le prove generali di ieri hanno confermato la volontà del tenico: a destra la “catena” sarà formata da Mortari e Catania, che saranno praticamente i due responsabili della trasformazione del modulo in fase di possesso. 
La mini-partitella di ieri (preceduta da esercitazioni sulla circolazione di palla) non ha mostrato altre novità. Le scelte sembrano fatte e non si vede niente di sorprendente: al posto di Pastore (squalificato) giocherà Martinelli, che già domenica a Potenza è tornato in campo dopo l'infortunio. Rientrerà, come detto, Di Domenico e questo costerà il posto a Bussi, nell'ultima partita vertice basso del centrocampo. L'idea del vertice basso, però, non è stata abbandonata: ieri, nelle verifiche fatte da Papagni, spesso Larosa (dei due interni quello più di quantità) si staccava per proteggere la difesa quando il possesso era degli altri. 
Confermato il resto, difficile recuperare gli altri acciaccati. Mignogna ieri era in discrete condizioni, ma difficilmente verrà impiegato sabato, avendo così il tempo per guarire nel modo migliore e con maggiore calma. Ha lavorato anche Ambrosi, saltando tuttavia alcune parti dell'allenamento: anche lui sarà disponibile per la prossima sfida, in casa con il Rende. Infine una curiosità: ieri era aggregato al gruppo il giovane centrocampista Andrea Martucci, classe '85. Martucci l'anno scorso ha cominciato la stagione con il Como finendo poi al Calangianus (trentatre partite, tre gol). In questo campionato sta giocando con la Castellettese (serie D, girone A) e, approfittando della sosta nel campionato interregionale, ha ottenuto il nulla-osta (tra l'altro è un free agent) per allenarsi con i rossoblu e mettersi in mostra. di Fulvio Paglialunga13 aprile 2006

Il Taranto ritorna al 4-4-2
In vista del match di sabato con la Pro Vasto, il mister ha provato questo modulo nella partitella. Va sciolto il dubbio Larosa-Bussi per l'interdizione. Si ricompone la coppia offensiva Deflorio-Di Domenico. Martinelli sostituisce Pastore

La doppia seduta disputata ieri dal Taranto ha consegnato ai tifosi tre certezze sulla squadra che riceverà la forte Pro Vasto dopodomani pomeriggio (ore 15). La prima riguarda il modulo. Papagni ritorna allo storico 4-4-2. La seconda, conseguenziale alla prima, prevede il ritorno di Fabio Di Domenico al comando dell'attacco, in coppia con Andrea Deflorio. La terza individua in Martinelli il sostituto dello squalificato Pastore. Resterebbe da sciogliere il dubbio Larosa-Bussi per il ruolo di interdittore al fianco di Mancini. Tenendo presente quanto visto ieri pomeriggio sia nelle esercitazioni (circa 45') che nel corso della partitella in famiglia (24' in tutto) disputata su campo ridotto, il prescelto dovrebbe essere Larosa il quale ha giocato in maniera stabile nella formazione cosiddetta titolare. Ma c'è da considerare che in tal maniera mancherebbe il cosiddetto uomo di filtro a centrocampo per cui non è escluso che alla fine mister Papagni maturi l'idea di affidarsi a Bussi. Molto dipenderà sia dalla seduta odierna che dalla rifinitura di domani mattina. Chi offre maggiori garanzie in fatto di tenuta atletica (non va dimenticato che in questa settimana la squadra si è allenata un giorno in meno), giocherà. Contro la Pro Vasto, dunque, potrebbe scendere in campo la seguente formazione: Gori; Mortari, Caccavale, Martinelli, Manni; Catania, Larosa (Bussi), Mancini, De Liguori; Di Domenico, Deflorio. Tornando alla seduta di ieri le buone notizie hanno riguardato Micallo (è ufficialmente guarito dai problemi tibiali grazie ai plantari consigliatigli dal dott. Petrocelli), ma soprattutto Ambrosi e Mignogna. Tutti e tre hanno preso parte alle esercitazioni tattiche predisposte dal trainer rossoblù all'intera rosa. Sono stati provati degli schemi interessanti, idonei soprattutto alla fase cosiddetta di possesso-palla. Sono particolarmente piaciuti quelli che prevedevano l'utilizzazione delle fasce laterali. Subito dopo c'è stata la rituale partitella in famiglia su campo ridotto. Micallo vi ha preso parte. Ambrosi e Mignogna, invece, hanno girato a parte. Nel primo tempo, durato 11', sono stati schierati in casacca Blu: Gori; Mortari, Martinelli, Caccavale, Manni; Catania, Mancini, Larosa, De Liguori; Di Domenico, Deflorio. In casacca Verde, invece, c'erano: Gentili, Micallo, Capone, Pastore, Silvestri; Malagnino, Bussi, Deleonardis, un ragazzo in prova; Maiorino, Prosperi. Non sono state segnate delle reti. Nella ripresa, durata 13', Micallo, Malagnino e Deleonardis si sono cambiati la maglia con Mortari, Catania e Mancini. In più Troccoli ha preso il posto di Maiorino. È finita 1-1 grazie alle reti di Mancini e Deflorio. L'intensa giornata lavorativa è stata rallegrata in mattinata dalla consegna di uova di Pasqua da parte di una ditta tarantina del campo dell'estetica. Nel pomeriggio il direttore generale, Vittorio Galigani, ha accompagnato 4 funzionari della Siae in un sopralluogo della tribuna Vip. Il comune ha chiesto la sottoscrizione dell'accordo, raggiunto da tempo, per il fitto dello "Iacovone". Il Taranto ha già inviato all'ente comunale una bozza del contratto firmato dal presidente Blasi, chiedendo il verbale di constatazione dell'impianto congiunto. Una volta effettuata l'accertamento, sottoscriverà il legame giuridico (fitto per 40mila euro). di Giuseppe Dimito13 aprile 2006

«La matematica per i playoff» 
Papagni: «Punteremo ovviamente a non farci sfuggire l'importantissima occasione»

Papagni è felice per l'ampia striscia positiva «firmata» dalla squadra sotto la sua guida (26 punti in 11 partite). Al termine dell'allenamento ha indossato una vistosa e ben augurante camicia rosa (accostamento con il Giro d'Italia?): «Sono contento dello stato di forma dei ragazzi. Erano un tantino stanchi, ma c'è da considerare che stamattina - ieri ndr - hanno svolto un pesante lavoro imperniato sulla forza e sui balzi. Le notazioni positive riguardano anche gli infortunati: Micallo si è ripreso e, quindi, sarà a disposizione. Ambrosi e Mignogna sono nettamente sulla via di guarigione. Forse dovremo attendere un po' più per l'attaccante che per l'esterno». Si ritorna al 4-4-2. «Quando a disposizione si hanno due elementi come Deflorio e Di Domenico diventa quasi naturale affidarsi soprattutto a loro per arrivare al gol. Allargando il discorso vorrei ribadire un concetto già espresso in passato: non ragiono con la staticità dei numeri, ma con la dinamicità delle posizioni in campo». In difesa sarà Martinelli il sostituto dello squalificato Pastore? «Potrebbe essere, ma ho altre soluzioni: Larosa, Prosperi, Manni stesso con Prosperi sul lato sinistro». In mezzo Bussi torna in panchina? «Non lo so. Fino a metà settimana il mio unico pensiero è quello di curare più che altro la preparazione atletica della squadra. Dal penultimo giorno, invece, comincio a pensare alla formazione valutando soprattutto la condizione psico-fisica di ciascuno». Ora c'è da assicurarsi il "biglietto" utile per disputare sicuramente i playoff. «E punteremo ovviamente a non farci sfuggire l'importantissima occasione. Oltretutto giocheremo in casa per cui avremo un'altra freccia in più nel nostro arco perché avremo il grande incitamento del pubblico amico». La Pro Vasto è un osso duro? «Certamente. È la squadra che ha conquistato più punti nel girone di ritorno. In avanti Morante va tenuto d'occhio; in mezzo Schettino ama giocare fra le linee ed è dotato di un buon assist. Dovremo stare attenti alle loro ripartenze che rappresentano delle serie minacce». di Giuseppe Dimito13 aprile 2006

Cento: «Il biglietto nominativo è incostituzionale»
Già formate le prime code alle rivendite... e siamo a mercoledì

Ci siamo. Per la prima volta, dall'entrata in vigore del "decreto Pisanu", i tifosi rossoblu accederanno allo stadio in possesso dei "ticket nominativi". Ricordiamo che è necessario presentarsi alle rivendite con una copia di un documento di identità e firmare l'autorizzazione al trattamento dei dati personali, modulo che troverete a disposizione dove acquisterete il biglietto. Una raccomandazione è d'obbligo: non aspettate l'ultimo giorno (sabato) per entrare in possesso del tagliando, pensate che ieri sera (ed era martedì), al bar Cubana, alle 20 si è formata una coda. L'operazione dura in media 3 minuti ad acquirente. E' bene ricordare che la novità è solo un approccio all'attuazione della legge, infatti, dal prossimo anno, lo stadio "Iacovone" dovrebbe essere fornito di "tornelli" all'ingresso, di posti numerati in ogni settore e di impianti di sorveglianza a 360 gradi. Sempre se non ci saranno modifiche legislative. Questo lo abbiamo chiesto all'onorevole Cento, coordinatore politico dei Verdi, da tempo attento al "fenomeno ultras", critico nei confronti con il decreto.
Onorevole Cento, il 10 aprile è trascorso, siete maggioranza. Adesso?
«Come sapete mi sono già battuto in passato, e lo farò di nuovo, per l'abolizione del decreto Pisanu che è inappropriato a prevenire la violenza ed è fortemente punitivo nei confronti delle tifoserie e delle curve».
Domenica, per la prima volta, i tifosi del Taranto dovranno munirsi del tagliando nominale. Cosa pensa di questa norma?
«Il biglietto nominativo rappresenta una decisione incostituzionale che limita la libertà delle persone allontanando le famiglie dagli stadi, e rende più difficile la partecipazione delle tifoserie alle trasferte delle squadre».
Un altro problema per i tifosi, in particolare gli ultras, è la diffida. Ci saranno modifiche?
«Oltre al Decreto Pisanu ci stiamo battendo per modificare l'istituzione della diffida traslando il potere decisionale dal questore a un giudice terzo, sentito il contraddittorio tra le parti compreso ovviamente l'avvocato difensore del tifoso». 
Onorevole, una promessa 
«Questa battaglia di civiltà contro la criminalizzazione delle curve dobbiamo continuarla tutti insieme negli stadi e per quanto mi riguarda anche in Parlamento».
Grazie Onorevole
«Grazie a voi. Colgo l'occasione per fare i complimenti alla tifoseria tarantina, sempre numerosa, colorata e appasionata. E complimenti per il sito». di uctea12 aprile 2006

Un razzo bigamo finito in fuorigioco
Scompiglio in Bundesliga Il centrocampista iraniano dell'Amburgo, Mehdi Mahdavikia, era sposato con duemogli senza che nessuno lo sapesse. E' stato scoperto dopo un fortuito incontro in tribuna tra signore

Nel febbraio scorso Mehdi Mahdavikia correva spensierato sulla sua amata fascia destra, maglia numero sette dell'Amburgo sulle spalle, il portiere avversario nel mirino. Sugli spalti i tifosi intonavano i cori per il loro imprendibile «razzo iraniano». In tribuna due donne si incontravano per caso. «Salve, sono la signora Mahdavikia», diceva una. «Non è possibile, la signora Mahdavikia sono io», rispondeva l'altra. A fine gara, il signor Mahdavikia scopriva di aver combinato un bel casino. La Bild ieri ha raccontato la buffa disavventura, degna di un film di Jafar Panahi, capitata al centrocampista persiano, primo giocatore bigamo del campionato tedesco. Una storia che ha creato scompiglio in Germania non solo perché lì avere più di una moglie è un reato penalmente perseguibile, ma anche perché ultimamente i burrascosi rapporti diplomatici Berlino- Tehran hanno spesso coinvolto il pallone. L'Iran parteciperà ai mondiali tedeschi del prossimo giugno nonostante le numerose richieste di boicottaggio nei confronti della nazionale del presidenteMahmud Ahmadinejad. La sua farneticante negazione dell'Olocausto l'ha trasformato nel paladino degli ultras neonazisti legati all'Npd che hanno preannunciato manifestazioni di solidarietà in occasione delle partite che i biancoverdi disputeranno in Germania con Portogallo, Angola e Messico. L'uomo che vorrebbe cancellare Israele dalle cartine geografiche, vorrebbe pure seguire dal vivo la squadra allenata dal ct croato Branko Ivankovic ma il governo e la federazione tedesca hanno già lasciato intendere che senza una ritrattazione di quelle assurde teorie, Ahmadinejad non metterà mai piede in uno stadio mondiale la prossima estate. Anche perché rischierebbe l'arresto. Della nazionale che illumina i sogni del presidente iraniano («Dovete arrivare agli ottavi di finale - ha arringato i giocatori tempo fa, tirando qualche rigore con loro - così due terzi dei popoli del mondo saranno felici. Poi nel 2010 arriveremo fino in semifinale»), il ventottenne Mahdavikia è uno dei simboli più famosi. Nato terzino di spinta nel Pirouzi di Tehran, si è fatto strada in Germania a forza di accelerazioni e tiri impossibili che in patria hanno subito ribattezzato «missili in superficie ». E' uno che segna gol speciali Mahdavikia, mai banali. Ai mondiali del '98 in Francia, andò in rete nella storica sfida vinta contro gli Stati uniti 2-1, facendosi mezzo campo palla al piede e infilando il portiere Keller in uscita. Dopo l'exploit contro gli yankee che gli valse l'esonero dal servizio militare, ebbe un brutto incidente in macchina che lo tenne fermo diversi mesi. Lo chiamarono in Cina, dove era famoso per aver rifilato due gol alla nazionale rossa, ma lui preferì aspettare l'occasione buona in Europa. Lo presero i tedeschi del Bochum, andò bene e passò quindi all'Amburgo, col quale nel 2000 bucò pure la porta della Juventus in un rocambolesco 4-4 di Champions League. Nel 2001 fece impazzire i centomila dello stadio Azadi della capitale, lasciando la firma anche contro l'Iraq (2-1). Sul suo sito si trovano barzellette su Beckham e citazioni maccheroniche del Trap. Quando l'anno scorso la Federazione iraniana invitò i capelloni come il compagno Karimi a fare un salto dal barbiere pena l'esclusione dalla nazionale, lui si schierò prontamente per la libertà di pelo. Fino a due mesi fa la sua vita di ala sgusciante e un po' anarchica scorreva felice. Era sposato da otto anni con Sepideh, una ragazza della sua età dalla quale ha avuto una bambina. Nel dicembre scorso si era sposato una seconda volta, con Samira, figlia di un noto professore iraniano. Conosciuta in una discoteca di Amburgo, le aveva raccontato di essere divorziato e l'aveva sistemata in un appartamento di 180 metri quadrati, mettendole a disposizione tutte le sue carte di credito. Mahdavikia faceva la spola tra le due case, distanti solo due chilometri: in trasferta portava sempre Samira, ad Amburgo privilegiava Sepideh. «Quando la sera non rientrava a casa - ha raccontato Samira - mi diceva che doveva andare dalla sua ex sposa per vedere la figlia». Per sua fortuna, Mahdavikia ha avuto l'accortezza di celebrare entrambe le nozze a Tehran e dunque non sarà inseguito dalla legge tedesca contro la bigamia. Fermato da piccoli infortuni e relegato in panchina nell'ultimo periodo perché l'allenatore Thoma Doll (ex Lazio) lo vedeva un po' affaticato, il giocatore è tornato dalla prima moglie chiedendo perdono. «Sepideh ha capito e resterà con me - ha confessato sereno alla Bild - sono felice che tutto sia venuto a galla, non ne potevo più». di Matteo Patrono13 aprile 2006

Francia, tolleranza zero per gli ultras
Il Parlamento approva nuove misure anti-violenza: pene fino a 2 anni di carcere

Basta alla violenza negli stadi. Basta agli insulti razzisti, alle svastiche sugli spalti, alle guerriglie con i poliziotti. Basta alle minacce di morte verso i giocatori, alle aggressioni xenofobe. In Francia, è tolleranza zero contro gli hooligan. Ieri, il Parlamento ha approvato una serie di misure per reprimere in modo definitivo le derive del mondo del mondo dello sport e del calcio in particolare. Tra i dispositivi proposti dallo sceriffo Nicolas Sarkozy, il Ministro degli Interni che aspira all'Eliseo, anche la possibilità di sciogliere, in tempi brevissimi e per decreto, «le associazioni o gruppi di tifosi colpevoli di aver commesso ripetutamente atti di distruzione, violenze, incitazioni all'odio o alla discriminazione». In questo modo si prendono di mira quei gruppuscoli di ultrà che hanno trasformato gli stadi in un territorio off limits per tifosi pacifici e famiglie. Ma il pugno di ferro non si limita all'atto amministrativo. I deputati hanno deciso di facilitare l'interdizione agli stadi, ricalcando la legge antiterrorismo, e di alzare le pene per punire i delinquenti degli spalti: fino a due anni di prigione e fino a 30 mila euro di multa per chi infrange le regole. Inoltre, la nuova legge prevede la creazione di una Commissione nazionale consultativa di prevenzione, che vigilerà anche a livello amatoriale. Secondo un rapporto della Digos francese, il clima di violenza nel calcio d'oltralpe avrebbe ormai raggiunto livelli preoccupanti. Nella stagione in corso, gli atti di teppismo sono aumentati del 26%, rispetto ad un anno fa (162 contro 204). Quelli razzisti sono quadruplicati. Gli arresti sono già a quota 458, contro i 512 totali della scorsa stagione e i 257 dell'anno precedente. I fermi per razzismo sono passati da 2 a 17. Dei 700 hooligan noti alle forze dell'ordine almeno 250 sono parigini. E non è un caso. Dallo scorso ottobre, infatti, due fazioni di "tifosi" del Paris Saint Germain si fanno una guerra spietata. Da una parte i Mystic Tigris, di stampo anarchico, dall'altra i Boulogne Boys, vicini all'estrema destra. Due curve opposte politicamente, unite dalla stessa visione violenta del tifo. Una guerra fratricida culminata lo scorso 25 febbraio con la distruzione di una stazione di servizio al rientro da una trasferta a Nantes e accoltellamenti vari. «Il mondo del calcio - ha sottolineato Sarkozy - è infettato da un'ideologia nauseabonda, proveniente dai bassifondi dell'estrema destra. Non posso accettare che qualche decina di ultras, che di supporters non hanno che il nome, guastino la festa dello sport». Il progetto legge è stato accolto favorevolmente da tutto l'emiciclo. Lo hanno votato anche i socialisti, nonostante il muro contro muro degli ultimi mesi sul Contratto di Primo Impiego. Gli unici ad astenersi sono stati quelli del Partito Comunista che hanno espresso perplessità su un testo che rischia di «aggravare la frattura sociale del paese». di Alessandro Grandesso12 aprile 2006

Gori, l'impenetrabile
Il portiere del Taranto ha subito soltanto un gol nelle ultime nove partite giocate: «Il merito è di tutti. Ma quanta tensione quando arriva un tiro in novanta minuti»

Potesse, Ghigo Gori, cancelerebbe solo un momento della sua stagione. Il suo esordio, richiesto a gran voce dal presidente Blasi: nella sciagurata partita di Melfi, capolinea di Raimondo Marino. Tre gol, in una domenica da incubo per tutti, protetto (anzi, no) da una squadra in disarmo. Poi tutto è cambiato: il comandante, ma anche il vento. Papagni si è fidato di Gentili nella prime due partite della sua gestione, prima di affidarsi a lui. Indovinando un'altra mossa. Perché con Gori in porta il Taranto è, praticamente, impenetrabile. Numeri, innanzitutto: nove partite a guardia dei pali, un solo gol subito. In mezzo domenica inoperose oppure interventi salvifici. E anche un felice sospetto: che sia proprio Gori una delle chiavi della riscossa. Meglio non dirglielo: «I numeri sono a mio favore, indubbiamente: per un portiere subire pochi gol è sempre una bella notizia. Ma non si può dire certo che sia esclusivamente merito mio. L'inviolabilità va condivisa con tutti». 
Sembra strano, ma la vita da portiere non è facile nemmeno così, nemmeno di fronte a certi numeri: «Credo che sia normale, perché quando vieni chiamato in causa poche volte hai l'obbligo di stare attento. E' una regola non scritta: se subisci otto-dieci tiri a partita sei notato maggiormente e anche un gol incassato passa inosservato. In una squadra come la nostra, invece, gli avversari arrivano poche volte e se subisci un gol passi per disattento». Servono nervi saldi: «La tensione, non ci crederete, è tantissima. Anche perché spesso chiudiamo le partite con un gol di scarto e, quindi, sei nervoso fino alla fine. Vi faccio l'esempio della partita contro la Nocerina: li stavamo prendendo a pallonate, ma non riuscivamo a segnare. E io ho vissuto tutta la partita con una grande tensione addosso: bastava mezzo tiro, una deviazione, un colpo della domenica per ingannarmi e farmi finire sul banco degli imputati». 
Vivere da portiere è diverso. E' muoversi in modo differente dal gruppo, allenarsi per conto proprio, con un tecnico tutto per sé. Gori segue i consigli di Degli Schiavi, ma non riesce ad ascoltare complimenti: «Qualche volta gli scappa, ma molto spesso rimane sulle sue, senza sbilanciarsi. Capita spesso, nel nostro campo, di trovare allenatori dei portieri che non si fanno sfuggire niente, che non si prodigano in complimenti. Degli Schiavi non fa eccezione: credo che sia una buona medicina». Si è con la squadra solo quando si entra nello spogliatoio: «E lì - spiega Gori - qualche complimento mi capita di riceverlo. Ma è un periodo che ci scambiamo complimenti un po' tutti». 
La stagione del Taranto è ad una svolta: «Abbiamo capito che era il momento di mettersi mentalmente alla pari con le altre, senza pensare di essere più forti. Ora, però, dobbiamo tenerci stretto il secondo posto che abbiamo conquistato. Sappiamo di essere un'ottima squadra, ma non dobbiamo fare calcoli: vincere ancora è il modo migliore per partire bene nei playoff». E la stagione di Gori, invece, si è improvvisamente colorata: «Per questo ringrazio la società, che mi ha richiamato in un periodo nero per me, visto che non avevo una sistemazione. E parlo di società perché le persone da ringraziare, per questo mio momento, sono molte e non vorrei escludere nessuno». di Fulvio Paglialunga12 aprile 2006

Taranto, una vittoria istruttiva
A Potenza la squadra di Papagni trova nella ripresa misura e spazio per prendersi tutto. Le difficoltà del primo tempo. E l'importanza di Di Domenico

A Potenza il Taranto è tornato a vincere come sa e come meglio gli riesce: rischiando nulla e prendendosi tutto. L'ha fatto quando ha potuto. L'ha fatto quando la partita, fino a quel momento ridotta ad un prolungato e avvinghiante corpo a corpo in spazi strettissimi, ha cominciato a concedere: la superiorità numerica all'avversario e il campo aperto al Taranto. L'uomo in più ha indotto il Potenza a presumere di poter finalmente osare, abbandonando ogni prudenza e ogni cautela. Il campo aperto ha, invece, rimesso il Taranto, pur penalizzato dall'uscita precoce di Pastore (espulso), nella condizione di poter trovare nello spazio, improvvisamente libero, la misura della propria bravura. Nell'azione del rigore ci sono gli effetti pratici di questo drastico cambio di scenario tattico: il Potenza che si sbilancia, il Taranto che riparte. Sapendo, però, dove andare. Trasformando, cioè, una normale ripartenza in un mirato ribaltamento. Con Deflorio che trova il tempo per avviare l'azione e De Liguori che recupera lo spazio per rifinirla, procurandosi il rigore. Il calcio, del resto, altro non è: un'equazione tempo-spazio. Tempo e spazio che la partita, nel corso di una frazione iniziale fitta come un cespuglio, ha continuamente negato. E che il Taranto, nato da una privazione (l'infortunio di Manoni) e corretto da una necessità (la squalifica di Di Domenico), ha attraversato con smarrimento. Non riconoscendosi nelle dinamiche di un modulo che, contemplando una sola punta di ruolo (Deflorio), doveva elevare a sistema di gioco: la palla bassa, l'abilità nel fraseggio stretto, la capacità di capovolgere l'azione, gli inserimenti laterali, i tagli dall'esterno verso l'interno. Il Taranto, per la verità, ha cercato di fare tutto ciò, sforzandosi di riprodurre quanto provato in settimana, ma non ha mai trovato né il tempo per pensare la giocata, né lo spazio per realizzarla. Complice l'atteggiamento assunto dal Potenza che presidiava la propria metà campo con una moltitudine di uomini. Sulle difficoltà incontrate dal Taranto nel primo tempo è, dunque, opportuna una riflessione finale. Perché qualcosa hanno voluto dire. E qualcosa hanno dimostrato. Hanno detto che il Taranto - quello dei dieci risultati utili consecutivi - è essenzialmente 4-4-2, pur conservando una lodevole disponibilità ad essere anche altro. È, infatti, il 4-4-2 l'impianto che meglio riassume caratteristiche individuali e inclinazioni collettive. Hanno dimostrato che è riconosciuta ad ogni squadra una dorsale storica. Quella del Taranto si completa con la presenza di un centravanti fisico che, come Di Domenico, sappia giocare di sponda o far salire la squadra, offrirsi per lo scarico o dare profondità. di Lorenzo D'Alò12 aprile 2006

«Il segreto è il gruppo»
Aldo Papagni parla di come lo ha portato il Taranto a vincere cinque partite consecutive in trasferta: «Squadra flessibile, giocatori disponibili, organizzazione»

Aldo Papagni, il secondo posto del Taranto sembra blindato... 
«No, non credo. Forse potremmo parlarne dopo la partita di Rende. Prima, però, abbiamo queste due partite, partendo da quella di sabato. L'ho già detto: non abbiamo niente da gestire, solo partite da giocare. Queste due - Pro Vasto e Rende - diranno se abbiamo la forza per mantenere il secondo posto. Io, però, temo la Cisco: può fare dodici punti in quattro partite, il calendario lo consente. E noi, quindi, siamo costretti a fare almeno otto punti». 
Domenica, però, si è visto un Taranto meno brillante. E' d'accordo? 
«Credo che il riferimento sia al primo tempo e allora dico: abbiamo giocato contro una squadra tra le più in forma del campionato, che in casa propria aveva battuto Melfi e Rende, pareggiando con il Gallipoli e la Cisco Roma. Ma secondo il mio parere anche nel primo tempo c'è stato equilibrio. A questo aggiungiamoci che ci mancava la punta centrale, che per struttura fisica ci consente di fare un tipo di gioco altrimenti inapplicabile. Sappiamo di non essere stati brillanti, ma c'erano anche giustificazioni valide e un avversario da non sottovalutare». 
Cosa non è andato, secondo lei? 
«Ogni volta che siamo riusciti a ripartire abbiamo sbagliato la gestione della palla, soprattutto nella metà campo avversaria. Non abbiamo buttato il pallone, però: abbiamo sempre cercato di giocare, ma in questa circolazione c'è stato qualche difetto. C'erano pochi spazi, ma comunque dovevamo gestire meglio. Rivedrò la partita, capirò». 
La squadra ha vinto quando ha avuto paura di perdere... 
«Quando siamo rimasti con un uomo in meno abbiamo avuto più possibilità. Secondo me sono venuti fuori loro, smettendo di aspettarci. Ma è vero anche che ci siamo stretti maggiormente: psicologicamente ci siamo ricompattati, abbiamo raddoppiato le energie. Gli spazi nuovi, soprattutto, sono stati decisivi: anche il gol è nato così». 
Non è che il 4-4-2 è l'unico modo in cui il Taranto rende al massimo? 
«Noi non possiamo parlare di moduli: siamo una squadra dinamica, spesso stiamo a tre dietro. Ci adeguiamo alla situazione: tante volte ci mettiamo con un 4-3-3 e produciamo anche così. Il nostro vantaggio è l'elasticità: i ragazzi sono veramente bravi a cambiare. Io, quindi, non mi fermo ai numeri: guardo all'atteggiamento, alla prova in inferiorità numerica, all'anima che ha questa squadra. All'aiuto che danno quelli che entrano dalla panchina: Martinelli, Deleonardis, Malagnino, ma anche Bussi, che è partito titolare dopo tanto tempo». 
Tre gol subiti da quando lei è a Taranto, uno solo nelle ultime nove partite. Il vero segreto è in difesa? 
«Il nostro segreto è l'organizzazione: si subisce quasi nulla e questo è importante. Ma non segnamo nemmeno poco, se rapportiamo il nostro dato alla media del torneo in questo momento. Credo che questa saldezza sia merito della disponibilità di giocatori: si parte dagli attaccanti quando si difende, l'aiuto reciproco è un nostro caposaldo. E poi c'è la forza dei singoli che abbiamo in difesa». 
Come si vincono cinque partite consecutive in trasferta? 
«Vi deluderò, ma non c'è niente di nuovo: la garanzia è il gruppo, è la coscienza di tutti. Io so che già domani (oggi, ndc) troverò ragazzi pronti a lavorare e a migliorare. Non sono un caso nè i risultati né i progressi. E' l'impegno, la professionalità dei giocatori: c'è la cultura di squadra. Lavoriamo non solo per vincere, ma soprattutto per tracciare la strada per vincere ancora». 
Ma di suo non c'è proprio niente? 
«Un tecnico può solo regolamentare, spronare il gruppo nel lavoro. Ma il vantaggio è avere ragazzi motivati, che con i risultati stanno accrescendo la consapevolezza e credono maggiormente nel lavoro che stanno facendo». 
Quattro partite da giocare: cosa si aspetta? 
«Non mi sono posto la domanda: spero di superare le difficoltà, di recuperare qualche giocatore. Mi consola la prontezza di chi entra. Mi aspetto altri passi avanti, però. Mi aspetto, soprattutto, una buona partita con la Pro Vasto». 
Dispiaciuto, a questo punto, di non essere arrivato prima? 
«Io ringrazio per la possibilità che ho avuto, venendo a lavorare a Taranto. Alleno questa squadra da undici partite ed è già una grande gioia».11 aprile 2006

Caccavale fa reparto da solo
Insuperabile in difesa. «Consapevoli della nostra forza»

Nemmeno l'espulsione di Pastore è riuscita a scalfire la sua prestazione. Maurizio Caccavale è un elemento insostituibile per il reparto arretrato, il difensore che nessun centravanti vorrebbe incontrare lungo la sua strada. E anche Stefano Morello, che di gol in questo campionato ne ha messi a segno 11, è rimasto a bocca asciutta in una domenica che avrebbe voluto vivere da protagonista (a gennaio è stato cercato a più riprese dal Taranto). Superbo in campo, abile analista a mente fredda. «È stata la nostra miglior prestazione in trasferta. Nel primo tempo abbiamo studiato l'avversario, cercando di capire quali fossero i loro punti deboli. Nella ripresa abbiamo reagito con grande carattere ad una decisione arbitrale che rischiava di penalizzarci. L'espulsione di Pastore è stata ingiusta. Un intervento del genere a centrocampo, commesso da un calciatore già ammonito, non può essere sanzionato con il secondo cartellino giallo». Osservare la squadra dalle retrovie consente di studiare i movimenti, di notare gli accorgimenti tattici. Senza Di Domenico il Taranto ha giocato con un solo attaccante e cinque centrocampisti con licenza di inserirsi negli spazi. Esperimento perfettamente riuscito? «Abbiamo lavorato per tutta la settimana su questo impianto tattico. È andata bene anche perché lo avevamo già sperimentato a partita in corso. Andrea (Deflorio, ndr) è una punta in grado di svariare, di tenere palla per favorire gli inserimenti. Guardate l'azione del gol: è partito defilato dopo il centrocampo e ha servito De Liguori che si era accentrato. E poi c'è stata quella deviazione di mano che ci è stata di aiuto». La vittoria finale è stata festeggiata con un abbraccio forte e sincero con il direttore sportivo, Luca Evangelisti. «Ma è un gesto consueto, non eccezionale. Ha vissuto un momento difficile all'inizio del girone di ritorno, è stato contestato in prima persona. Poi ha deciso di vivere dietro le quinte e di far parlare i risultati. Adesso sta avendo ragione, la squadra che ha costruito a luglio sta lottando per la serie C1». Nove vittorie e due pareggi. Il Taranto è in serie utile da undici giornate in cui ha subito appena due reti. Caccavale rimarca concetti già espressi. «Le quattro sconfitte subite tra dicembre e gennaio ci hanno fatto cambiare mentalità. Viviamo alla giornata, pensiamo soltanto al prossimo avversario. Adesso ci attende la Pro Vasto. È una gara importante, vincere vorrebbe dire avere matematicamente in tasca i playoff. Affronteremo, però un avversario in salute, che cercherà di fare punti per inserirsi nelle prime cinque posizioni». I dati delle ultime giornate dicono che il Taranto è la compagine più in forma tra quelle che disputeranno l'appendice degli spareggi per la promozione. Nelle ultime tre giornate, Rende e Cisco Roma hanno conquistato 5 punti (due pareggi e una vittoria), il Melfi non vince da 4o giornate (un pareggio e due sconfitte). Vale la pena, comunque, mantenere alta la concentrazione. «Siamo consapevoli della nostra forza, la condizione psico-fisica è ottimale. E dovremo continuare su questi ritmi fino al 7 maggio. Pur vincendo domenica prossima, ci sarà da lottare per conquistare il secondo posto. È un vantaggio da tenere in considerazione». Ma è anche il momento delle recriminazioni. «È vero. La nostra crescita è coincisa con una piccola flessione del Gallipoli. Ci separano otto lunghezze, ma se avessimo vinto lo scontro diretto e contro la Nocerina il campionato sarebbe ancora aperto». di Fabio Di Todaro11 aprile 2006

La cultura sportiva, questa sconosciuta
Il calcio fruito è soprattutto passione irrazionale ed estetica

Si parla di "cultura della sconfitta", da acquisire e coltivare. Invocazione senza senso, se riportata, in particolare, ai tifosi, o anche semplici simpatizzanti interisti, che, anzi, di cultura della sconfitta ne hanno fin troppa, fino quasi alla rassegnazione e all'autocompiacimento, tanto da far sospettare che la comunichino anche alla società e ai giocatori, incapaci da tempo immemore, ormai, di vincere qualcosa di importate. O è viceversa? E' un po' la vecchia storiella dell'uovo e la gallina, ma tant'è. In ogni caso, parlare di "cultura della sconfitta" è assai riduttivo e contiene in sé qualcosa di masochistico e rinunciatario a priori che non ha niente a che fare con l'agonismo insito nello sport. Meglio parlare di "cultura sportiva", piuttosto, in cui ci sta sia di vincere che di perdere, sia di gioire che di dolersi rimandando tutto a domani con la testa tra le mani, come in una celebre canzone di Vasco Rossi. Perché si può anche vincere male, irridendo gli avversari sconfitti ad esempio, come non di rado capita. E allora bisognerebbe parlare di "cultura della vittoria". Ma forse è lo stesso concetto di "cultura" che è sballato se applicato al calcio di oggi. Bisognerebbe tornare ai primordi per recuperarlo. E poi, rigenerati, compiere un back to the future, conservando l'entusiasmo passionale e facendo piazza pulita degli eccessi di pragmatismo.
Perché il calcio fruito è soprattutto passione irrazionale ed estetica, fremente attesa della bella giocata. E anche la sconfitta, in fondo, può essere messa in conto, a patto, però, che si sia fatto tutto il possibile per vincere. Quando, ad esempio, in caso di eliminazione dalla Champions League, anziché limitarsi a rammaricarsene da un punto di vista agonistico-sportivo si sottolinea il danno economico che ne deriva è difficile chiedere ai tifosi una complice (affettuosa) partecipazione alla delusione. Non spetta a loro fare i conti. E' legittimo che dei bilanci delle società non gliene freghi niente. Quello che importa è vedere battersi fino all'ultima goccia di sudore i loro rappresentanti sul campo. Pessima mossa, da parte di un padrone di società, è quella di lagnarsi pubblicamente del rendimento dei propri giocatori. Altrettanto pessima è la mossa di un allenatore che parla di spioni che spifferano ai giornalisti episodi che dovrebbero rimanere chiusi nello spogliatoio, al riparo da orecchie indiscrete. Eppure questo hanno fatto, dopo l'eliminazione dell'Inter dall'Europa, Massimo Moratti, che pure è un gentiluomo al di sopra di ogni sospetto, solo esasperato di dover perennemente rimandare una gioia che si merita, e Roberto Mancini, dando la stura, loro malgrado, alla virulenza demente di frange di tifoseria ultras che niente hanno a che fare con la stragrande maggioranza della compassata e pazientissima tifoseria interista, ma che comunque ci sono e della loro esistenza si sa. Gruppuscoli dichiaratamente fascisti, dunque in netto contrasto con una società che ha nette pulsioni progressiste. E già questo basterebbe, nel surriscaldato clima di una delle campagne elettorali più violente e volgari della storia della Repubblica, perché solo chi invoca la totale estraneità del calcio dalla politica, e dunque dalla realtà, è più ingenuo (o in malafede) di chi invoca la "cultura della sconfitta".
E' difficile, dunque, non leggere nell'aggressione fisica da parte di quelle "frange" subita dai giocatori dell'Inter alla Malpensa, qualcosa che va al di là dei risultati acquisiti sul campo. Tanto più che facevano ritorno da una trasferta vincente. Più che dagli arbitri, sempre dichiarati ostili quando fischiano contro, più che dagli avversari sul campo, è il caso di guardare nelle curve dei sedicenti "sostenitori", per ripulirle prima ancora di lavare i propri panni sporchi a casa. di Roberto Duiz11 aprile 2006

«Son tarantino... e me ne vanto»

Una favola chiamata Taranto. Un racconto che, da ieri, non è più un patrimonio esclusivo dei tifosi rossoblu, ma dell'Italia televisiva. O, perlomeno, di coloro che hanno guardato “Quelli che... il calcio” su Rai Due. 
Tra gli ospiti, si sapeva, era annunciato il presidente del Taranto, Luigi Blasi. Ma nessuno, forse, avrebbe osato sperare tanto: dopo l'ora d'attesa di “Quelli che... aspettano”, la compagine ionica e la sua storia recente sono diventate l'argomento inziale della trasmissione “madre”. Paradigma di un calcio che funziona, che sa restituire emozioni, che coinvolge il pubblico allo stadio, che premia sforzi e sudore. 
La favola di Blasi 
Giusto il tempo della sigla-balletto e dei convenevoli di rito: il Taranto è l'antipasto della domenica dei gol. Una fiaba, appunto, come ricorda la stessa Simona Ventura presentando l'ospite inconsueto: «E' la favola di un presidente che ha risollevato la società da un quasi fallimento» racconta, avvicinandosi al massimo dirigente rossoblu. Blasi risponde: il sorriso sulle labbra, l'eleganza del completo blu, l'opportunità di una piccola correzione. «Il Taranto, in realtà, era già fallito. L'ho preso dal tribunale e ho cercato di salvare la squadra dalla serie D. Avevamo diversi punti di distacco dalla penultima in classifica, abbiamo conquistato la permanenza ai playout battendo il Ragusa. Anche quest'anno le cose stanno andando bene: siamo secondi alle spalle del Gallipoli, puntiamo a tornare in B nell'ambito di un programma triennale. Negli ultimi dieci anni, la società aveva fatto parlare di sè solo per momenti poco felici: noi, invece, stiamo lavorando duramente, tenendo sempre presenti i bilanci. Io sono contentissimo: abbiamo un grande pubblico, il terzo della C dopo Napoli e Genova, ed una città che ci sostiene». Gene Gnocchi, comico-opinionista del programma coglie la palla al balzo: «Taranto merita grandi palcoscenici, hanno uno stadio bellissimo, lo Iacovone». E la Ventura osserva: «Si parla sempre troppo poco di una città così bella...». 
Uno dei cori più noti della tifoseria rossoblu diviene improvvisamente protagonista, rilanciato dalla presentatrice con una domanda sorprendente: «Presidente, cosa prova quando i supporters cantano: La nostra fede è una soltanto, sono tarantino e me ne vanto?». Blasi si illumina: «Mi emoziono, i nostri sostenitori sono meravigliosi». 
Il momento-rossoblu termina così: con uno spot positivo per l'immagine della città. Simona Ventura presenta gli altri ospiti: l'annunciatrice Lisa Gritti, splendida vicina di posto di Blasi e tifosa del Treviso, Patrizia Rossetti, Enrico Brignano, Serse Cosmi, Renato Manheimer, Elena Santarelli, Leda Battisti. I ritmi della trasmissione sono frenetici, per un'ora il presidente del Taranto scompare. Viene chiamato in causa, di nuovo, quando il dibattito si sposta sulla contestazione dei tifosi della Lazio al presidente Lotito. Ed esprime un parere misurato e carico di buon senso: «La violenza - spiega - non c'entra nulla con il calcio. Quando si vince, si vince tutti insieme, quando si perde, perdono solo i presidenti». A fine trasmissione, mentre passano i titoli di coda, la mossa a sorpresa: Blasi regala alla presentatrice una maglia del Taranto con tanto di 10 sulle spalle e il nome “Simona” impresso in bianco. «Che bei colori» esclama la Ventura che la indossa a mo' di scialle. Dopo l'apertura, anche la chiusura di “Quelli che...” si tinge di rossoblu. 
Quello che... non abbiamo visto 
Ma cosa è successo dietro le quinte? Il racconto è firmato dallo stesso Blasi, rintracciato al telefono qualche minuto dopo: «Ho avuto un'accoglienza meravigliosa. Avrei voluto dire qualcos'altro ma non c'era tempo. Simona, però, è rimasta colpita dalle nostre idee e mi ha detto: “Gigi, arriva in C1 e poi torna qui: devi parlare di contratti a obiettivo e del tuo modo di fare calcio. Hai il coraggio che pochi hanno nel nostro mondo”. A lei e Gnocchi abbiamo regalato le nostre maglie e un manufatto in ceramica. Mi aveva anche invitato a cena ma ho dovuto dire di no. Sto già per riprendere l'aereo... Cosmi, invece, mi ha detto: “La seguo presidente”. E' un tecnico in gamba: chissà, nella vita può accadere di tutto». Anche la redazione di “Quelli che...” ha dovuto fare i conti con l'amore dei tarantini per la propria squadra. «I tifosi hanno inondato di e-mail la redazione. C'era un sondaggio scherzoso di Gnocchi sull'Inter: hanno dovuto bloccarlo. Anche i miei telefonini sono pieni di sms. E Macalli mi ha chiamato per congratularsi. E' stata una grande giornata, abbiamo pure vinto!».10 aprile 2006

Deflorio recordman
La copertina è per il capitano rossoblu Andrea Deflorio. Con il quattordicesimo gol stagionale realizzato su rigore ieri, il barese ha eguagliato la quota-gol di Christian Riganò come numero di reti in C2. Il precedente record risaliva alla stagione vincente 2000/01

«Non mi può che far piacere - dice l'uomo del match - è sempre un record da conservare e che fa piacere, ma vorrei ricordare che detengo anche quello in C1 di 28 gol in un anno, altrettanto importante. Comunque, sono contento per me e per il Taranto che questa rete sia arrivata a sancire una vittoria». Giustamente, quindi, Deflorio si coccola questi suoi record, fulgidi esempi di quanto sia felice il suo rapporto con il gol. Poi, naturalmente, l'analisi si sposta sul match: «La gara sembrava incanalata sullo 0-0. Devo dire che l'espulsione di Pastore, con il senno del poi, tutto sommato ci ha favorito, perché il Potenza si è aperto un po' e ci ha dato spazio. Non siamo stati messi in difficoltà dai lucani, ma ultimamente ci siamo calati nella realtà della categoria. Siamo più cinici e badiamo molto al sodo. Questi campionati vanno affrontati così, senza fronzoli, badando soprattutto al risultato. Se qualcuno pensa di poter vincere e garantire il bel gioco, finisce con l'illudersi. Questo è quanto ho maturato in anni di esperienza in queste categorie». Della gara parla anche il difensore Ivano Pastore, espulso al primo minuto della ripresa. Il calciatore non ci sta, non accetta la decisione del direttore di gara, che etichetta senza troppi peli sulla lingua. «Assolutamente vergognoso: ho rimediato due cartellini gialli nelle uniche occasioni in cui non ho fatto falli. Direi che la terna arbitrale abbia preso un abbaglio. Ad essere onesto, meritavo un'ammonizione per un fallo a metà campo in una precedente occasione,e invece niente. Non credo che meritassi i cartellini gialli nelle occasioni in cui hanno preso le decisioni disciplinari». Anche Pastore, poi, fornisce una sua versione della gara. «Devo dire che comunque la partita è stata molto equilibrata e i miei compagni sono stati bravi a non soffrire l'inferiorità numerica. Non era facile, anche perchè di contro avevamo una grandissima squadra, organizzata molto bene, che ha dimostrato di non aver bisogno della superiorità numerica per fare il suo gioco». Un applauso all'onestà di Larosa sulle proteste dei padroni di casa, per un presunto suo fallo di mano. Il calciatore non ha avuto difficoltà nell'ammettere l'irregolarità. «Ho lisciato il pallone e l'ho toccato con il braccio. Il tocco c'è stato, quello che però devo dire, per amore della verità, che non era volontario. Sono sempre stato un atleta onesto, anche nelle dichiarazioni del dopo gara ho sempre espresso il mio pensiero cercando di dare una versione quanto più serena dai fatti accaduti in campo. Credo che l'arbitro fosse coperto, al momento in cui ha dovuto prendere questa decisione, e che il guardalinee non lo abbia potuto aiutare più di tanto, perchè non era nella posizioone ideale per farlo. Comunque, rispetto la decisione che è stata presa dalla terna arbitrale, del resto non sarebbe nemmeno utile stare a rimurginare più di tanto». «Dopo l'espulsione ci siamo compattati - dice Mortari - e abbiamo dimostrato di avere una grande determinazione. Un carattere fondamentale per questa parte finale della stagione, nella quale dobbiamo mettere in campo, giocoforza, il massimo delle nostre potenzialità. Comunque, sono soddisfatto: ho visto una squadra in condizioni psicofisiche eccezionali, che non ha nulla da invidiare alle altre». La chiusura è con Emanuele Catania: «Abbiamo giocato meglio in dieci - ha detto - quando il Potenza ha cercato di vincere la partita. Siamo stati bravi a sfruttare l'occasione del rigore e dopo il vantaggio ci siamo coperti molto bene. Questi di Potenza sono tre punti fondamentli soprattutto per il carattere con il quale li abbiamo conquistati».10 aprile 2006

Taranto trova il gusto dell'oltraggio
Due scofitte per i lucani. Gli jonici blindano il secondo posto, la squadra di Porta rallenta la sua corsa. Potenza scivola nella zona rossa

Per vincere qui, con un uomo in meno e dopo un primo tempo un po' caotico, bisogna avere senso dell'agguato e gusto dell'oltraggio. Bisogna, cioè, pensare in grande, alzando la voce al momento giusto. Graffiare senza unghie, se è possibile. Il Taranto ci riesce, allungando la sua serie di vittorie esterne. Ora sono cinque. Per perdere sul proprio campo, interrompendo una striscia di quattro successi consecutivi, basta non capire l'eccezionalità di quello che si sta realizzando. E, magari, pretendere di più, ipotizzare nuovi scenari, immaginare orizzonti diversi. Il Potenza si ferma così, passando da un approccio corretto (scelte logiche, atteggiamento utile) ad un sorta di cortocircuito mentale (cambi spaesanti, crisi d'identità). La sfida che ha le sonorità e il carico emotivo di un derby (pur non essendolo) dà ragione al Taranto e torto al Potenza. È il risultato a spaccare il giudizio. È quel gol che il Taranto trova in dieci e che il Potenza subisce in undici a rendere più marcata la differenza. L'inferiorità numerica come occasione di rivalsa. L'uomo in meno come pretesto per riordinare le idee, ritrovando spirito di corpo e consapevolezza di squadra. La menomazione vissuta senza panico. Ma come un segno del destino: da leggere e da rovesciare. Il Taranto vince, blindando il secondo posto (+5 sul Melfi). Il Potenza perde, scivolando a ridosso della zona playout (+3 su Nocerina e Igea Virtus). L'esito del confronto produce questi effetti. Niente ancora di definitivo. Il campionato continua. La storia di Potenza-Taranto, invece, comincia e finisce. A stabilire il finale è il gol-partita di Deflorio, che al 26' della ripresa trasforma dal dischetto e raggiunge Riganò (14) fra i cannonieri della C2 tarantina. A connotare il primo tempo è l'assoluta mancanza di spazi. Avvio claustrofobico. Sulla sottrazione sistematica della superficie giocabile il Potenza (4-4-2) sembra fondare la sua strategia difensiva. Ammassare unità mobili dietro la linea della palla per rendere problematica la circolazione e difficoltoso il possesso all'avversario: lo scopo è evidente. Il Taranto è in una tela di ragno, dove la manovra s'impiglia e il gioco si sfilaccia. A rendere più acuto il disagio della squadra di Papagni è il nuovo impianto. Un 4-5-1 ricco di varianti interne e dai molteplici vasi comunicanti. Modulo che prevede una punta di ruolo (Deflorio) e, a turno, incursori a sostegno (Mancini o Larosa, Catania o De Liguori). E che in fase di distensione contempla (non sempre) l'attacco dello spazio da parte di Mortari, il quale avanzando fa oscillare il modulo (3-4-2-1). Movimenti inediti che qualche scompenso creano, lasciando margini alle ripartenze manovrate del Potenza. La cronaca non offre granché. Pastore chiude troppo il tiro sulla «spizzata» di testa di Larosa (32'). Nolè, invece, è perfetto nel controllo, nell'avvitamento e nella conclusione di destro: Gori, però, c'è e si rifugia in corner. Piccoli sussulti di una partita un po' stanca e sfasata. Nell'intervallo Porta decide di cambiare il Potenza. Fuori Pignatta e Platone. Dentro Di Roberto e Berretti. Doppia sostituzione che provoca ulteriori spostamenti: Nolè scivola a destra, Dettori si accentra. È sempre 4-4-2, ma è completamente un'altra idea di squadra (più audace forse, meno riflessiva sicuramente). A cambiare il volto della partita provvede Pastore dopo un minuto. Fallo impalpabile su Nolè e secondo giallo. Il Taranto si ritrova con un uomo in meno. Papagni lo ridisegna (4-4-1). Larosa diventa centrale di difesa. Paradossalmente la partita del Taranto si semplifica: ora sa esattamente quello che deve fare e può godere dello spazio per farlo. A concederlo è il nuovo atteggiamento del Potenza che s'ingolosisce. Deflorio arma De Liguori che si allarga e tira: Gona respinge con un braccio. È rigore. Deflorio, stavolta, non sbaglia. È il gol che decide tutto. La rabbia e i tentativi successivi del Potenza che al 29' reclamerà invano un rigore (mano di Larosa); la calma e la solidità del Taranto che Papagni puntellerà con sostituzioni logiche. E che De Liguori non aiuterà, sciupando il pallone del raddoppio (48'). di Lorenzo D'Alò10 aprile 2006

Le pagelle di Lorenzo D'Alò

GORI 6,5 - Tempestivo nelle uscite. Puntuale sul tiro di Nolè. Trasmette sicurezza. Non è poco.
MORTARI 6 - Contributo corposo. Nel primo tempo trascura di sovrapporsi con regolarità. Nella ripresa si offre per fare tutto: difendere e attaccare.
MANNI 6 - Presidia la sua zona, cercando di non sbagliare il piazzamento. Nelle situazioni più scabrose s'aiuta col mestiere.
CACCAVALE 7 - Uno scoglio. Dalle sua parti non si passa. Chiusure millemetriche, copertura costante. Chiude con la fascia di capitano.
PASTORE 5,5 - L'espulsione sporca una prova sino a quel momento priva di sbavature. Ma il secondo giallo, all'alba della ripresa, è una forzatura.
DE LIGUORI 6,5 - Un po' frenato nella frazione iniziale. Quando la partita libera gli spazi, torna in sé e incide, procurandosi il rigore.
BUSSI 5 - Fa ciò che il copione tattico prevede. Ma lo fa con approssimazione, preoccupandosi esclusivam di garantire un ancoraggio arretrato alla linea mediana. LAROSA 6,5 - Gioco ovunque e in qualsiasi ruolo s'adatta. Incursore più avanzato, difensore centrale, interno di centrocampo. Versatile.
CATANIA 5,5 - Avvio brioso, ma dura poco. Poi ci sono le solite svagatezze e l'immancabile afflosciamento.
MANCINI 6 - Poca brillantezza, molta sostanza. Non ha spesso il tempo e lo spazio per pensare la giocata. Cresce nel finale, quando Papagni gli assegna compiti da unico attaccante.
DEFLORIO 6,5 - Soffre gli intasamenti del primo tempo. Ritrova i colpi nella ripresa. Un po' di sano timore al momento di battere il rigore.
MALAGNINO 6 - Rileva Catania e offre il suo contributo dinamico, giocando con crescente personalità.
MARTINELLI sv - In campo al posto di Bussi. Va a difendere. Ingiudicabile.
DELEONARDIS sv - Una manciata di minuti a disposizione per sfogare la sua voglia arretrata di partita. Ingiudicabile.
PAPAGNI 6,5- Un allenatore che vince cinque volte di fila in trasferta e che è al decimo risultato utile consecutivo merita soltanto rispetto. E ammirazione.10 aprile 2006

Fuori casa marcia inarrestabile

Quinta vittoria consecutiva in trasferta per il Taranto (nonché sesta esterna nel torneo 2005-06). I rossoblù avevano iniziato il campionato ottenendo fuori casa 6 pareggi e 2 sconfitte, poi il 18 dicembre avevano battuto il Rieti allo stadio "Centro d'Italia" con il gol di Di Domenico al 94'. Nella trasferta successiva gli ionici perdevano a Melfi per 3-2 quindi, a seguito del k.o. contro i lucani, Marino veniva esonerato e gli subentrava Papagni. Con il tecnico barese solo successi in trasferta per il Taranto, ed ora sono di fila: 2-1 contro l'Igea Virus (doppietta di Deflorio), 1-0 ad Andria (gol De Liguori), 1-0 a Modica (autogol di Ettori), 2-1 a Latina (Deflorio e Mancini i bomber rossoblù) e infine 1-0 a Potenza (con la rete di capitan Deflorio). Per il Taranto il record di vittorie in trasferta è di 8 successi in serie D nel campionato 1999-2000, poi se ne contano 7 nel campionato di Prima Divisione 1934-35; proprio in quel torneo i rossoblù ottenevano il primato di vittorie esterne consecutive con 6 di fila: 2-1 a Campobasso, 1-0 a Jesi e 3-1 a Manfredonia nella regular season; tre successi nel girone finale: 4-1 a Genova sul terreno dell'Andrea Doria, 2-0 a Sesto San Giovanni contro l'Acciaierie e Ferrovie Lombarde Falck e 2-0 a tavolino contro la Palmese che rinunciava a giocare la partita. Dieci le gare utili per il Taranto: 8 vittorie e 2 pareggi (con Papagni sono una sconfitta per i rossoblù, in casa per 1-0 contro la Vigor Lamezia). Era dal torneo 2000-2001 in serie C2 che la formazione ionica non collezionava 10 gare senza sconfitte: 3 vittorie e 7 pareggi tra la 7a e la 17a giornata (senza contare il confronto contro il Fasano della 15a giornata che veniva rinviato per ordine pubblico). Andrea Deflorio con il 14esimo gol stagionale ha eguagliato Christian Riganò come miglior marcatore del Taranto in un torneo di serie C. Il "cobra" di Noicattaro fa comunque meglio di Riganò con 14 reti in 27 gare ed una rete segnata ogni 162' minuti di gioco, mentre "Riga-gol" nel 2000-01 aveva disputato 31 partite segnando un gol ogni 191' minuti. Dodicesimo precedente del Taranto a Potenza e settimo successo (tre le vittorie per i lucani). di Franco Valdevies10 aprile 2006

I rossoblu sbancano Potenza
Papagni: «Vittoria del cuore». Deflorio: «Prova di carattere»

È inutile chiedere a mister Papagni di festeggiare il secondo posto: «In tasca non c'è nulla. La Cisco Roma, da qui alla fine del campionato, raccoglierà 12 punti. Abbiamo due scontri importantissimi: Pro Vasto e Rende. Dobbiamo giocare con l'anima come qui a Potenza». Già, l'anima. Non quella pallida, tremula, del primo tempo, ma quella vestita d'orgoglio della ripresa, quando il Taranto, sotto la spinta della "grande paura" successiva all'espulsione di Pastore, ha fatto scattare, quasi freudianamente, l'"idea di squadra", l'"idea di gruppo" care all'allenatore rossoblù. «Espulsione ingiusta nei miei confronti», si è difeso Pastore. Ma poi, annusando l'aria, ricordando che il copione del successo esige un tributo, il vicecapitano si è unito al coro: «Siamo un gruppo che nei momenti difficili riesce ad esaltarsi. La mia espulsione è stata una ragione in più per battere il Potenza». Più che ragione, dicevamo, "pulsione". Freudiana, da psicoanalizzare. Non di rado, il Taranto, sotto attacco, ha offerto il meglio di sé. Quasi avesse bisogno di una "linea del Piave" da difendere per non finire accoppato. La ritrovata compattezza di squadra e lo spirito di gruppo sono sembrati figli "degeneri" di alcune emergenze: le assenze di Manoni e Di Domenico; appunto la contingente uscita di scena di Pastore e l'amarcord di Larosa difensore centrale (Papagni lo utilizzava in questo ruolo ad Andria e non smette mai di ricordarlo). Alcune scelte, da qui alla fine del campionato, potrebbero risultare decisive: per esempio l'innesto di Bussi a protezione della difesa nel posto che è stato di Manoni; per esempio il modulo con una punta (4-5-1, divenuto 4-4-1 per forza e non per amore dopo l'espulsione di Pastore). Quel modulo ha esaltato ed esalta le doti del bomber Deflorio fuori casa (ma, chissà, forse anche allo "Iacovone", almeno in alcune occasioni. E nessuno gridi alla bestemmia tattica!). Quel modulo consente, a centrocampo, guizzi assortiti: a cominciare dalle puntate del Golem-Mancini. Ma occorrono gli spazi. Come a Potenza. Le cinque lunghezze che ora "blindano" la piazza d'onore, dietro il Gallipoli, non hanno turbato il tecnico rossoblù. Il Taranto, in Basilicata, si è ripreso i punti persi in casa con la Nocerina ed è tornato a marciare, snocciolando le virtù più care a Papagni: «Anima, sacrificio, spirito di squadra, serietà e serenità. E il grande attaccamento dei tifosi». Il mister le ha recitate, con studiata lentezza, davanti ai giornalisti, non tralasciando altri, capitali, dettagli. «Per esempio l'apporto di chi non ha giocato, come Fabio Prosperi», ha rammentato l'allenatore, «o la prontezza di chi è stato chiamato a scendere in campo come Bussi e Larosa». Già, Bussi e Larosa. Il primo ha lodato l'esperimento: «Se non giochi spesso e, tuttavia, entri e sei in palla, va bene». Il secondo si è aggrappato al beneficio del dubbio: «Tornare in campo, dopo un mese e mezzo, e giocare a certi livelli non è facile». Ma hanno avuto ragione Catania: «È una vittoria bella» e Gori: «La squadra ha mostrato grande determinazione». Alla fine resta quel rigore, che Deflorio non poteva sbagliare: «Mi è andata bene, al contrario di Latina». Per il capitano il secondo posto «è in cassaforte, a condizione che si continui a giocare così» e che lui batta quel record di Riganò, ieri eguagliato: 14 gol nel campionato di C2. Per restare negli occhi e nel cuore di Taranto. di Fulvio Colucci10 aprile 2006

Blasi: «La B in tre anni»
Il presidente ospite della trasmissione "Quelli... che il calcio" . Promessa confermata in diretta TV da Simona Ventura

L'esperienza è stata comunque positiva. Nonostante anche la sua esuberanza sia stata travolta dai ritmi forsennati e dall'impeto irrefrenabile di Simona Ventura. La presenza di Gigi Blasi a "Quelli... che il calcio" ha catalizzato le attenzioni dei tanti tarantini fuorisede e di chi ha seguito da casa la vittoriosa gara contro il Potenza. Espressione chiara, concetti semplici ma essenziali. Il massimo dirigente rossoblù ha raccontato quella che, fino a questo momento, è stata l'esaltante cavalcata alla guida della Taranto Sport. Dall'acquisizione del titolo sportivo dal Tribunale Fallimentare, alla miracolosa salvezza della passata stagione conseguita nel doppio spareggio contro il Ragusa. Fino ai giorni nostri, alla rincorsa fallita sul Gallipoli e ad una serie C1 che dovrà obbligatoriamente passare dalla porta dei play-off. Nessuno scoop, quindi, così come anticipato. Blasi parla per cinque minuti, il tempo utile per tessere le lodi di un pubblico straordinario, meritevole di poter competere con le tifoserie della serie B. Che, stando a quanto dichiarato in diretta televisiva, dovrebbe essere centrata da qui a tre campionati. Iniziano le partite, il tran tran dei collegamenti dai vari campi diventa incessante e per Blasi c'è il tempo per difendere la categoria dei presidenti «Quando le cose vanno male, sono i primi a terminare sul banco degli imputati» e per far schizzare alle stelle l'orgoglio dei tanti sostenitori rossoblù regalando la casacca del Taranto a Simona Ventura. «Che bei colori», è il succinto commento della conduttrice in chiusura di trasmissione. Non c'è più tempo. Nel frattempo un rigore di Deflorio ha steso il Potenza. Avanti così, presidente. di Fabio Di Todaro10 aprile 2006

«Successo meritato»
Il tecnico Papagni loda la compattezza del gruppo. «Abbiamo compiuto un passo importante verso i playoff. Il pari risultato più giusto? Sono d'accordo a metà»

«In dieci contro undici, il Taranto ha mostrato compattezza e forza. E' stata una vittoria meritata». 
Esordisce così mister Papagni, allenatore del Taranto, dopo il successo di misura maturato sul difficile campo di Potenza. 
Contro i padroni di casa, reduci da un buona striscia di risultati positivi, i rossoblu sfruttano evidenti doti di esperienza ed aggiungono, nella casella delle vittorie, tre punti che consolidano il secondo posto e rendono quasi certa la partecipazione ai playout. 
«Posso affermare con certezza - ha detto Papagni - che vincere questa difficilissima partita a Potenza rappresenta un passo importante per una squadra come la nostra che, domenica dopo domenica, cerca di costruire i presupposti per un rilancio in grande stile. Pareggio, forse, più giusto? Devo dire che su questa analisi, sia pure assolutamente rispettabile, sono d'accordo soltanto a metà». 
Il tecnico ionico precisa il concetto. «Se da un lato il Potenza, soprattutto nel primo tempo, ci ha impedito di giocare creando anche qualche azione pericolosa, dall' altro posso affermare senza problemi che, una volta raggiunto il vantaggio sul calcio di rigore calciato da De Florio, noi, nonostante fossimo rimasti in dieci dopo l'espulsione di Ivano Pastore, abbiamo retto bene il campo, concedendo poco all' avversario». 
L'analisi merita un approfondimento: «Quindi - l'allenatore biscegliese - se vogliamo analizzare la partita con freddezza, vedendo soltanto quelle che sono state le occasioni create, è chiaro che il risultato di pareggio sembra quello più giusto. Se consideriamo però, come è giusto fare, che il Taranto ha giocato parte del match in inferiorità numerica, ebbene, questa defezione legittima e regala una valenza ancora maggiore alla nostra vittoria». 
La disamina di Papagni, dunque, parla di una gara divisa in due tempi: il primo caratterizzato da un Potenza brillante, vicino al gol con conclusioni di Pignatta e Nolè, il secondo amministrato bene dal Taranto che, è riuscito a limitare i danni e addirittura a passare in vantaggio nonostante l'inferiorità numerica. Anzi, è il caso di sottolinearlo, De Florio e soci, una volta rimasti in dieci, hanno acquisto più sicurezza rispetto ad un Potenza che, sotto sotto, sperava di far sua l' intera posta. 
«Il Potenza - continua Papagni - a mio avviso, ha creduto in undici contro dieci di poter vincere la gara. Questo, probabilmente, anche alla luce del risultato finale, è stato un errore di valutazione da parte dei nostri avversari. Le sostituzioni di Platone e Pignatta vanno interpretate proprio in tal senso: ad un certo punto i lucani hanno pensato di poterci battere, forse anche agevolmente. Noi, di contro, abbiamo avuto più spazi a disposizione rispetto alla prima parte del match. Direi che siamo stati bravi a sfruttare i varchi che ci sono stati generosamente concessi: non è sempre facile sfruttare le occasioni che capitano in una partita, quando la formazione avversaria è sbilanciata e va alla ricerca del successo pieno. In una occasione, poi, siamo riusciti a penetrare la difesa ospite ottenendo il calcio di rigore che poi abbiamo trasformato grazie a Deflorio. Poi, abbiamo gestito al meglio una vittoria che per il Taranto può diventare davvero importante». 
Sin qui la disamina dei novanta minuti del "Viviani". L' attenzione si sposta sul prossimo impegno casalingo degli ionici che, allo "Iacovone", ospiteranno la Pro Vasto, squadra in piena corsa per un posto nei playoff. «Saranno novanta minuti di grande intensità - ha concluso Papagni - . Contro gli abruzzesi non bisognerà abbassare la guardia, sarebbe una grossa ingenuità, non possiamo permetterci di commetterla altrimenti vanificheremmo tutto. Concentrazione e forte determinazione costituiranno le armi giuste per continuare questo cammino, sinora positivo della mia squadra. Ho fiducia nei ragazzi».10 aprile 2006

Papagni: «Bravi anche con uno in meno»
Il tecnico del Potenza, Porta: «Abbiamo perso la lucidità». Calluori: «Quel rigore è stata un'invezione»

Umori contrastanti a fine derby negli spogliatoi del "Viviani". Da una parte la gioia (contenuta) del Taranto, dall'altra la rabbia e l'amarezza del Potenza. «Sono molto soddisfatto - ha dichiarato il tecnico tarantino Aldo Papagni - per noi si tratta di un successo importantissimo in proiezione playoff. Ho apprezzato in particolare la reazione della squadra all'inferiorità numerica, il grande spirito di sacrificio del gruppo. È stato un match intenso, molto equilibrato, ben interpretato dai ragazzi. Noi abbiamo rischiato poco in fase difensiva mentre in attacco siamo riusciti a tenere sempre sotto pressione a retroguardia del Potenza». Sulla stessa linea del tecnico il commento di Ivano Pastore, protagonista di un episodio che poteva costare caro alla sua squadra. «Contava vincere - ha spiegato - e guadagnare punti di vantaggio nella rincorsa al secondo posto. Ci siamo riusciti al termine di una gara molto combattuta, equilibrata nella quale anche la sorte ci ha dato una mano. L'espulsione? Incomprensibile. Non ho assolutamente toccato il giocatore del Potenza». Quattro reti al Potenza in questa stagione (uno ieri), quattordici complessivi in campionato (uguagliato il record di Rigano), Andrea De Florio non manca mai all'appuntamento con il gol. «Il Potenza mi porta decisamente bene. Credo comunque, che il pareggio sarebbe stato più giusto. Noi però in questo momento siamo spietati, riusciamo a sfruttare ogni occasione». In casa Potenza, invece si schiuma rabbia. Il presidente Calluori è incontenibile. «Partita decisa dall'arbitro - ha commentato. - Dopo aver messo fuori il numero cinque, non ci ha capito più niente fischiando a senso unico. Al Taranto ha concesso un rigore inventato, a noi a negato uno sacrosanto». Più contenuto il commento del tecnico potentino Antonio Porta. «La partita si è decisa su alcuni episodi sfortunati e poco chiari. Posso dire che fino al momento del rigore la mia squadra meritava molto più del pareggio. Dopo il gol del Taranto non ci siamo più ritrovati». Un involuzione strana quella dei rossoblù lucani: in superiorità numerica sono andati in tilt. «Abbiamo reagito male a questo vantaggio perdendo lucidità e concentrazione, senza ritrovare gli equilibri del primo tempo. I cambi ad inizio ripresa? Pignatta aveva subito una botta e Platone non è in grande forma. La sconfitta comunque, dipende da altre situazione e non dalle sostituzioni effettuate». di Sandro Maiorella10 aprile 2006

Il Potenza colpito e affondato
I lucani soccombono al Viviani contro il Taranto nel derby in rossoblù. Un gol su rigore di De Florio ha deciso la partita, fermando sul più bello la marcia della squadra potentina verso la salvezza

Si ferma sul più bello la marcia del Potenza verso la zona salvezza. La mini serie positiva dei rossoblù lucani s'infrange ancora una volta contro il tabù Taranto. Un vero e proprio incubo per i lucani sempre sconfitti nelle ultime tre partite (una di Coppa Italia) disputate al Viviani contro l'undici ionico. Questa volta però l' 1 a 0 finale in favore del Taranto va oltre i demeriti del Potenza, quasi perfetto per settanta minuti e passa di gioco. L'amarezza e tanta a fine partita è tanta, ma anche la rabbia per alcuni episodi poco chiari delle ripresa. Sotto accusa l'arbitro, Bo di Genova, sul quale cadono gli "strali" del presidente Luigi Calluori. «Partita decisa dall'arbitro - ha commentato il numero uno della società lucana- Dopo aver messo fuori il numero cinque tarantino, non ci ha capito più niente fischiando a senso unico. Al Taranto ha concesso un rigore inventato, a noi a negato uno sacrosanto che poteva evitarci questa sconfitta. Sono arrabbiato e molto amareggiato». A convincere ulteriormente il presidente sugli errori del "fischietto" ligure le dichiarazioni (sotto un certo aspetto concilianti) di Gona, autore del presunto «mani» in area. «Non ho toccato il pallone con il braccio ma con il fianco. L'arbitro ha sbagliato ma può capitare». Contenuto il commento del tecnico potentino Antonio Porta. «La partita si è decisa su alcuni episodi sfortunati e poco chiari. Posso dire che fino al momento del rigore la mia squadra meritava molto più del pareggio. Dopo il gol del Taranto non ci siamo più ritrovati». Un involuzione strana quella dei rossoblù lucani: in superiorità numerica sono andati in tilt. «Abbiamo reagito male a questo vantaggio perdendo lucidità e concentrazione, senza ritrovare gli equilibri del primo tempo. I cambi ad inizio ripresa? Pignatta aveva subito una botta e Platone non è in grande forma. La sconfitta comunque, dipende da altre situazione e non dalle sostituzioni effettuate». Una sconfitta che risucchia in basso il Potenza ma non demoralizza il gruppo. «Vuol dire - ha commentato il difensore Carnevali - che in queste quattro partite faremo i punti salvezza». di Sandro Maiorella10 aprile 2006

Il Taranto tenta di blindare il secondo posto
Mancherà il presidente Blasi, ospite della trasmissione "Quelli... che il calcio"

Riprendere l'opera di consolidamento dell'importante seconda poltrona del girone C della C2. Il Taranto scenderà nel pomeriggio al "Viviani" per inseguire questo obiettivo, un po' bruscamente interrotto domenica scorsa con il pareggio interno senza reti incamerato contro la Nocerina. «Non si possono purtroppo vincere tutte le partite - fa notare mister Papagni, l'allenatore della rinascita del calcio jonico - anche se sarebbe bello festeggiare ogni domenica i tre punti. A Potenza cercheremo di continuare la marcia d'avvicinamento ai playoff. L'impresa non sarà delle più semplici perché troveremo di fronte una formazione in salute e che sta facendo bene nelle ultime settimane». Che Taranto scenderà in campo? «Quello delle ultime nove partite, ossia una squadra che non solo dovrà ribattere, colpo su colpo, le offensive dei padroni di casa, ma che dovrà tentare di "mordere" non appena le si presenterà l'occasione giusta». All'appello mancherà la punta di riferimento, Di Domenico, appiedato da un turno di squalifica. «Pur essendo dispiaciuto per la sua assenza, devo ammettere di avere una "rosa" abbastanza ampia, formata da giocatori intelligenti e bravi che potranno tranquillamente sopperire alla sua assenza». Passerà dal 4-4-2 al 4-5-1? «Più che cambiare il modulo, muteranno alcune posizioni. A mio modo di vedere non bisogna restringere la prospettiva di vedere una partita basandosi unicamente sui rigidi numeri che evidenziano solitamente la maniera di stare in campo. Il calcio è movimento, dinamismo, cultura degli spazi. Bisogna guardare soprattutto le dinamiche che saranno capaci di svolgere i singoli calciatori. Tanto per fare un esempio concreto, Deflorio non sarà il terminale isolato nel cuore della difesa lucana, ma sarà assistito, a turno, dagli altri centrocampisti ed, a volte, addirittura dai difensori in una girandola di combinazioni di gioco che abbiamo curato e preparato non solo nel corso della settimana che si è appena conclusa, ma fin dai primi giorni del mio arrivo in riva allo Jonio». La squadra ha recuperato del tutto la preparazione atletica che forse difettava al momento del suo ingaggio? «È da un paio di settimane che abbiamo raggiunto questo importante obiettivo». Per quanto riguarda la formazione Bussi sostituirà Di Domenico, ma occuperà la posizione di centromediano metodista. L'altra novità è costituita dall'arretramento di Mortari sulla linea dei difensori al posto di Micallo. Curiosità. Mancherà il presidente Blasi, ospite della trasmissione "Quelli... che il calcio" di Simona Ventura. di Giuseppe Dimito09 aprile 2006

Le statistiche di Franco Valdevies

Sono 11 i precedenti di campionato giocati dal Taranto in casa del Potenza, nove nell'ambito dei tornei di serie C, 1 nel Campionato Nazionale Dilettanti e l'ultimo, disputato nella passata stagione, in C2; ionici in testa nel bilancio con sei vittorie contro le tre raccolte dai lucani. Tre successi per il Taranto, tutti per 1-0, nei primi tre confronti: l'1 novembre 1936 con la rete di Oreste Cioni, il 18 settembre 1938 segna Mario Abbatematteo, quindi il 25 febbraio 1940 la marcatura vincente è di Giovanni Mancone al 90'. Prima vittoria per il Potenza il 17 novembre 1940: un rotondo 3-0 con la doppietta di Taverna e il gol di Piva. Ancora una netta vittoria per i padroni di casa nel campionato successivo, 4-1 il 2 novembre 1941 (doppio vantaggio dei potentini con Bressan e Zian, accorcia le distanze il rossoblù Penza, quindi Leonzio e Borromeo). Un 3-0 per il Taranto il 28 febbraio 1943 con le reti di Penza, Molinari e Surra, quindi ancora un successo per 2-0 il 24 settembre 1961. I rossoblù vanno in vantaggio al 35' con Biagioli, poi restano in 10 per l'infortunio di Letari (all'epoca non esistevano ancora le sostituzioni), quindi raddoppiano con Tasso al 63'; quest'ultimo due minuti dopo viene espulso lasciando la squadra con nove uomini (nel finale un «rosso» anche per i lucani). 2-0 per il Potenza il 21 aprile 1963 con le reti di Lodi al 64' e di Alessi al 71', quindi due pareggi per 0-0 il 2 marzo 1969 e 1-1 il 21 settembre 1997 nel CND sul campo neutro di Battipaglia (segna al 43' il senegalese Dossou per il Taranto, quindi per i lucani Stasi nel recupero del primo tempo). Infine 1-0 per i rossoblù il 10 aprile 2005 con la rete di Sergi al 92'. Il Taranto ha vinto le ultime 4 gare giocate in trasferta, battendo per 2-1 l'Igea Virtus (doppietta di Deflorio e momentaneo 1-1 dei siciliani con la rete di Palma), per 1-0 l'Andria (gol di De Liguori), per 1-0 il Modica (autogol di Ettori) e per 2-1 il Latina (a segno Deflorio e Mancini dopo l'iniziale vantaggio dei padroni di casa). Quattro successi esterni di fila rappresentano la terza migliore prestazione del Taranto, che storicamente ha fatto meglio solo in due occasioni vincendone 6 consecutive nel 1934-35 e 5 nel 1928-29. Nel torneo di Prima Divisione 1934-35 (che equivaleva all'attuale serie C1) i rossoblù vincevano le ultime tre gare in trasferta per 2-1 a Campobasso (a segno Perrucci al 19', Giraud al 30' e Malaguri per i molisani al 76'), per 1-0 a Jesi (rete di Spanghero al 25') e per 3-1 a Manfredonia (Spanghero al 23', pareggio di Zanni al 27', Gay al 68' e Ronìmano all'88), quindi coglievano altri tre successi esterni nel girone finale superando per 4-1 a Genova l'Andrea Doria (liguri in vantaggio con Co, quindi la quaterna rossoblù con Svageli, Martino Castellano, Spanghero ed ancora Castellano), per 2-0 a Sesto San Giovanni contro l'Acciaierie e Ferrovie Lombarde Falck (in gol Giraud al 35' e Svagali all'82'), infine un successo a tavolino per 2-0 contro la Palmese che rinunciava a giocare la partita (negli anni Trenta accadeva spesso che una squadra, quando non aveva più interessi di classifica, rinunciava a disputare una gara casalinga per non pagare alla formazione ospite le spese di viaggio). Le cinque vittorie consecutive fuori casa risalgono invece al campionato di Prima Divisione 1928-29 (in quel periodo il torneo equivaleva all'attuale serie B): 2-0 a Molfetta contro la Fulgor, 2-0 a tavolino contro il Lecce (sul campo la gara terminava 5-0 per i salentini, ma quest'ultimi venivano puniti dal Direttorio Federale, la Federcalcio di allora, per atteggiamento antisportivo), 3-2 contro la Biscegliese, 3-0 sul Pizzirani Bari e 2-0 sulla San Pasquale, altra formazione barese.09 aprile 2006

Potenza "stuzzica" il colpo
I rossoblù cercano la quinta vittoria di fila in trasferta

Non ci sarà l'esodo massiccio della tifoseria rossoblù per la gara del Taranto a Potenza. Complice anche la festività delle Palme e la giornata elettorale saranno circa 200-250 al massimo i supporters che seguiranno i rossoblù nell'ostica trasferta in terra lucana. Il match nasconde grosse insidie per cui bisognerà affrontarlo con grande concentrazione, determinazione e carattere per cercare di strappare punti importanti alla formazione di casa la quale, dal canto suo, punterà dritto alla vittoria per festeggiare la quasi matematica certezza di poter giocare nella prossima stagione in C2. Il pari consente gli jonici di restare da soli sulla "comodissima" seconda poltrona solo se il Melfi dovesse perdere o, al massimo, pareggiare sul terreno di gioco dell'Andria Bat. In caso di successo esterno dei ragazzi di mister Novelli, le due formazioni si ritroveranno appaiate a quota 52. Se, tuttavia, Deflorio e soci riuscirannno ad ottenere la quinta importantissima vittoria esterna consecutiva, non solo non dovranno attendere il risultato dei melfitani (il secondo posto assoluto sarebbe matematico) quanto terrebbero sicuramente a distanza Cisco Roma e Rende. La formazione romana ha già raggiunto quota 49 avendo ieri battuto per 3-1 il Latina. E sabato prossimo giocherà nuovamente in casa contro il Viterbo. Il Rende potrebbe ritrovarsi questa sera sull'identica quota 49 se riuscirà nel pur non facile impresa di rispedire a domicilio sconfitto il Rieti, attuale quart'ultima forza del girone "C". Papagni non ha sciolto la riserva sull'undici da mandare inizialmente in campo. A meno, dunque, di sorprese dell'ultim'ora (spesso il trainer biscegliese immette un giocatore che nelle previsioni generali non era candidato a giocare dal primo minuto), dovrebbero scendere in campo: Gori; Mortari, Caccavale, Pastore, Manni in difesa; Catania, Mancini, Bussi, Larosa, De Liguori in mezzo; Deflorio in avanti. In panchina ci andrà Micallo: i plantari sembrano aver funzionato. di Giuseppe Dimito09 aprile 2006

Traffico regolato intorno allo stadio

La massiccia affluenza di pubblico prevista in occasione della sfida Potenza eTaranto (circa seicento i tifosi ospiti) ha consigliato all'amministrazione comunale di istituire una serie di restrizione su traffico e parcheggi. Dalle ore 8.00 di oggi e fino a cessate esigenze non si potrà circolare ne sostare (rimozione dei veicoli) su tutta Via Viviani; V.le Marconi (dallo svincolo del Ponte Musmeci fino alla rotatoria del Seminario), e Via N. Sauro (dall'intersezione con Via E. Toti all'intersezione con V.le Marconi) in questo caso ad eccezione dei veicoli della tifoseria del Taranto.

Sarà un Potenza a trazione anteriore
Il tecnico rossoblù conferma le sue scelte. Mister Porta "vuole" i tre punti per chiudere il discorso relativo alla salvezza

«Vogliamo vincere per chiudere definitivamente il discorso permanenza». Punta al risultato pieno mister Porta nella sfida di questo pomeriggio che vedrà il Potenza affrontare sul terreno "amico" il Taranto. «Non possiamo permetterci il lusso d rallentare la nostra marcia - ha continuato il tecnico rossoblù - anche perché i giochi per i play out non sono ancora chiusi ed è possibile che la quota salvezza lieviti di qualche punto. Con il Vittoria sempre a sei punti dalla zona spareggi è abbastanza plausibile che nessuna formazione abbassi la guardia cercando quanto meno di mantenere la posizione in griglia per i play out. Per fortuna ci sono diversi scontri diretti da disputare». Quaranta punti per avere un minimo di tranquillità, quarantuno, quarantadue per mantenere entrambi i piedi in C2 e dormire su "sette" cuscini. Nessuno sconto al Taranto dunque, che dovrà fare i conti anche con "l'effetto" Viviani. Nello stadio del capoluogo si sono fermate tutte le formazioni di vertice: Gallipoli, Melfi, Cisco, Rende. «Dipende solo da noi - ha continuato Porta - fare una buona partita ed incamerare punti pesanti per la nostra classifica. Sono convinto che abbiamo i mezzi per farcela. Lo abbiamo dimostrato domenica scorsa contro il Melfi ma anche in tutto questo girone di ritorno. Peccato che le cose non siano andate altrettanto bene nella prima fase della stagione. Con questa squadra e un po' più di organizzazione forse oggi ci sarebbero stati altri obiettivi». Al di là del rammarico per il passato, questo Potenza merita la salvezza. Oggi è una squadra vera, con grande personalità, capace di esprimere un gioco e mettere in difficoltà qualunque avversario. «Il gruppo - ha continuato il mister rossoblù - è in un buon momento di forma. Ha trovato gli equilibri giusti, la quadratura ideale per fare bene e grande continuità che poi è ricaduta sulle scelte tecniche. Contro il Taranto non cambierò squadra. Giocheranno gli stessi di Melfi. L'assetto? Dipenderà molto da come si presenteranno in campo gli ionici. Se come credo, Papagni opterà per un centrocampo a cinque (tre centrali e due larghi sulle fasce) allora Nolè assumerà la stessa posizione (esterno d'attacco) di domenica a Melfi. In caso contrario giocherà, più centrale, al fianco di Morello». Un Potenza double face, pronto ad adattarsi al modulo dell'avversario e sfruttare le sue debolezze. «In questo momento - ha concluso il tecnico rossoblù - il Taranto è la squadra più in forma del campionato. Papagni ha un gruppo validissimo dal punto di vista tecnico. Eppoi c'è un grande pubblico, entusiasmo, tanta passione, tutte componenti fondamentali quando si vuole centrare un traguardo importante. Fermarla sarà difficile ma non impossibile». Nocerina docet. di Sandro Maiorella09 aprile 2006

Quelli che... Blasi
Il presidente del Taranto domani sarà ospite della popolare trasmissione di RaiDue condotta da Simona Ventura. «E' un riconoscimento del nostro operato»

Il Taranto torna in tv. Ma stavolta, non c'è una partita di calcio da guardare. La novità è succosa: il presidente rossoblu Luigi Blasi domani sarà ospite di “Quelli che... il calcio”, la popolare trasmissione di RaiDue condotta da Simona Ventura.
L'abboccamento tra Blasi e la tv di stato era in corso da qualche settimana: ma la società ha mantenuto fino all'ultimo il riserbo sull'accattivante sorpresa. Il massimo dirigente ionico, a quanto pare, siederà a qualche metro dalla postazione di Gene Gnocchi. E l'intelligente comico emiliano non si farà scappare l'occasione di “duettare” con Blasi. C'è da scommetterci.
Il presidente ha accolto con piacere l'invito giunto dai produttori della trasmissione: il Taranto torna protagonista di un programma Rai dopo una lontana partecipazione alla “Domenica Sportiva” durante la presidenza Fasano. Luigi Blasi racconta così la nascita del contatto con la redazione di “Quelli che... il calcio”. «E' stato tutto frutto del caso. Ho conosciuto Simona Ventura a Roma, in occasione di una cena organizzata da amici comuni. Si è presentata l'occasione di fare due chiacchiere: ho spiegato alla presentatrice la storia recente del Taranto, gli sforzi che abbiamo fatto per risollevare la squadra dal fallimento, i risultati positivi che abbiamo colto finora. La Ventura, oltre ad essere una donna molto simpatica, è una giornalista di valore e una grande appassionata di sport. E' rimasta affascinata dal mio racconto e mi ha chiesto di andarla a trovare negli studi della trasmissione per parlare delle vicende del Taranto e del nostro secondo posto in classifica».
Blasi è molto contento. E non lo nasconde. «Finalmente - evidenzia - potremo parlare del Taranto a livello nazionale in termini positivi. Negli ultimi anni il nome della città era salito alla ribalta del calcio nazionale solo per questioni di tribunali e fallimenti. Adesso, invece, abbiamo fondato una società seria e corretta che riscuote consensi dappertutto: l'invito di Simona Ventura è un ennesimo riconoscimento della bontà del lavoro che stiamo effettuando. Non dimentichiamo che Taranto resta una piazza importantissima per il calcio nazionale: siamo la terza città della C per numero di abitanti dopo Napoli e Genova. E nella classifica nazionale degli incassi non sono molte le società che ci superano».
Il presidente è pronto a subire “le cure” del duo Ventura-Gnocchi. «Sono sicuro di trascorrere un pomeriggio divertente. Per la mia società sarà una sorta di battesimo a livello nazionale. Di certo non videoregistrerò nulla: cercherò di farmi mandare la cassetta del programma».
L'impegno televisivo costringerà Blasi a non assistere all'importante trasferta di Potenza: «E' vero, ma spero di vedere ugualmente la partita. Probabilmente la guarderò in diretta nel corso della trasmissione, mi hanno promesso che cercheranno di rendere possibile il collegamento. Sono sicuro che questa partecipazione a “Quelli che” ci porterà fortuna». di Leo Spalluto08 aprile 2006

Blasi a "Quelli che... il calcio"
Domani il presidente alla trasmissione di Rai 2. «Alla Ventura racconterò come ho rilanciato il calcio a Taranto. L'obiettivo erano i playoff. Il traguardo è la serie C1»

Che ci farà il presidente Luigi Blasi domani pomeriggio a "Quelli che il calcio"? «È arrivato quest'invito. Non me l'aspettavo. Ci vado per parlare di noi. Del Taranto, del nostro calcio, dei nostri colori. È un'opportunità. E intendo sfruttarla». Com'è nato il contatto con Simona Ventura? «A Roma, a cena. Amici in comune. Stavo raccontando la mia storia, di imprenditore e di presidente di una società di calcio. La mia storia che ormai s'incrocia con quella del Taranto. È piaciuta. Qualcuno ne avrà parlato con la Ventura. Così è nato l'invito». Un'opportunità da sfruttare: come? «È una vetrina nazionale. "Quelli che il calcio" è una trasmissione seguitissima. E il mio Taranto è una realtà a cui i confini provinciali e regionali cominciano a stare stretti. Mettiamola così: con questa mia ospitata a "Quelli che il calcio" la società dà il via all'operazione-simpatia. L'opera di normalizzazione è alle spalle. Il passato è passato. Il Taranto dei debiti, delle firme false, delle continue umiliazioni e delle macerie del fallimento non esiste più. Ora c'è un Taranto che vive di certezze: sana gestione, pagamenti regolari, spese contenute, amministrazione trasparente. E risultati lusinghieri: l'anno scorso ci siamo salvati ai playout, quest'anno... Non lo dico. Non conviene. Dico solo che l'obiettivo di partenza erano i playoff». Sarà contento il presidente Macalli... «Penso che del rilancio e della nuova reputazione del Taranto possa andare fiero anche lui. Lo sento spesso. Macalli aveva qualche prevenzione. Ora non ce l'ha più. Ha visto, ha verificato, si è reso conto. Taranto in serie C è una realtà seconda solo al Napoli e al Genoa. Nessuno ha nostri numeri. Nessuno può vantare il pubblico dello Iacovone. Taranto-Gallipoli ha ribadito la forza di una piazza, che al Sud viene immediatamente dopo Napoli, Palermo e forse Catania». A "Quelli che il calcio" avrà comunque la possibilità di seguire il derby col Potenza? «Sì, me l'hanno promesso. Lo seguirò in studio, da un monitor. Non potevo perdermi il derby. Ho già saltato una partita». Che si aspetta da lei la Ventura? «Ieri mattina mi ha telefonato una sua collaboratrice. Presidente, mi raccomando, ci regali qualche scoop: mi ha detto. Tranquilli, niente scoop: la storia recente del Taranto basta e avanza. Non dobbiamo strafare. Il Taranto si è rifatto una verginità. La nuova immagine del club va salvaguardata. Parlerò dei contratti a rendimento perché il futuro del calcio è quello». Stagione regolare all'epilogo: soddisfatto? «Vediamo come finisce. Dipende dal piazzamento. I playff erano l'obiettivo. Ma il traguardo è la serie C1. Perché esiste un programma triennale: ieri la salvezza in C2, oggi la promozione in C1, domani il salto in B». Sta apprezzando il lavoro di Papagni? «Mi piace la sua serietà. Con la squadra ha un buon rapporto. All'interno dello spogliatoio si respira un'aria diversa. E poi sta dimostrando di saperci fare. È attento, professionale, preparato. E trova sempre il coraggio di cambiare. La sua flessibilità tattica è ciò che maggiormente lo differenzia da Marino». Quelle quattro sconfitte hanno rischiato di incrinare il suo legame col Taranto? L'hanno, cioè, portata a dubitare? «Mi hanno lasciato un'amarezza profonda, che ancora non riesco a smaltire. Sembrava che avessimo sbagliato tutto: scelte, investimenti, rinforzi. Invece, non è così. Sta giocando il Taranto costruito al mercato di luglio. Manoni si è infortunato, Ambrosi non l'abbiamo ancora visto, Bussi fa panchina. Che significa? Significa che a luglio avevamo messo su una squadra competitiva, alla quale però stava venendo a mancare qualcosa». L'esplosione di Mancini è forse la nota più lieta. Se l'aspettava? «Non lo conosceva nessuno. Ora lo vorrebbero in tanti. Udinese e Atalanta gli stanno facendo una corte serrata. Ma serve al Taranto. E il suo processo di maturazione dovrà proseguire a Taranto. È un giocatore straordinario, inesauribile, umile. Un ragazzo serio, soprattutto. Bisogna ammetterlo: è il più bel colpo messo a segno dall'area tecnica». In C1 servirà un altro Taranto? «Non credo. Il gruppo offre garanzie e non sarà rivoluzionato. Ci saranno delle integrazioni. Il contratto in scadenza non deve trasmettere ansia. Il rapporto non si esaurisce a fine giugno. Lo prometto: continuerà. Ma è un discorso prematuro: ancora non siamo in C1». C'è qualcosa che la turba? «Sì, la mancanza di cattiveria in zona-gol. Si segna poco. Domenica il gol è venuto meno. Serve maggiore cinismo in area di rigore, dove spesso si commettono errori clamorosi. In C1 si va segnando. Senza gol, ogni partita diventa un'incognita. Ai tifosi dico: seguiteci, non fateci mancare il vostro sostegno. Alla città ricordo: non vi dimenticate del Taranto. Noto ancora un po' diffidenza nei nostri confronti. Ma forse è colpa nostra: dobbiamo crescere per meritare certe attenzioni. Ma lo faremo, è sicuro». di Lorenzo D'Alò08 aprile 2006

La Caf condanna la società per il caso-Passiatore

Il Taranto sta ultimando la preparazione in vista della trasferta di Potenza in programma domani al "Viviani" (inizio ore 15). Micallo si è ancora allenato a parte per cui il suo impiego non sembra possibile. Non ci saranno ovviamente né Ambrosi, né Mignogna. La formazione dovrebbe essere quella ipotizzata al termine della partitella di ieri l'altro contro la formazione Berretti: Gori in porta; Mortari, Caccavale, Pastore, Manni in difesa; Catania, Mancini, Bussi, Larosa, De Liguori in mezzo; Deflorio in avanti. Gli jonici si ritroveranno di fronte una formazione in salute. Nell'ultimo mese sta viaggiando a livello di playoff avendo vinto i due confronti interni e pareggiato quelli esterni: Nolè e Morello sono stati i marcatori delle cinque reti segnate in quest'ultimo intervallo. Ma c'è da aggiungere che il Potenza ha vinto l'ultimo poker di gare interne e che non esce sconfitto dal suo terreno dal lontano 18 dicembre scorso (16.ma giornata): 0-1 con il Real Marcianise. Deflorio e soci dovranno mettere in campo la stessa determinazione che ha consentito loro di fare poker nelle ultime quattro vittoriose gare esterne. Infine ieri sera, a tarda ora, la Caf ha dichiarato inammissibile il ricorso del Taranto avverso la condanna del Collegio Arbitrale a corrispondere a Passiatore la somma di circa 27mila per la mancata convocazione per il ritiro estivo di Penne. La società rossoblù dovrà quindi corrispondere la somma al calciatore. di Giuseppe Dimito08 aprile 2006

Napoli, elezioni e gol, il voto diverso di Reja
I primi calci in riva all'Isonzo, le cene col geometra Capello, il sogno di chiudere la carriera riportando gli azzurri in serie A. Storia di un allenatore cosmopolita che non si sente un coglione. «Berlusconi è pericoloso e irresponsabile»

Parla indifferentemente italiano, friulano, napoletano o sloveno. Conosce vini, spogliatoi e passioni, ama vivere prima di tutto. Da un paio d'anni Edoardo Reja, detto Edy, l'allenatore di un Napoli finalmente a un passo dalla promozione in serie B, immagina il ritorno a casa. Tra le querce del suo giardino, a un passo da Gorizia, dove nacque nel '45, quando l'Italia era soltanto il confine di uno stato straniero e in città pascolavano americani e inglesi. «E' da qualche tempo che penso di smettere di allenare, sono in giro dal '79, non dall'altro ieri». Iniziò a Molinella, 6000 anime, è arrivato dove un tempo Maradona era il santino preferito dai napoletani. «L'anno scorso, dopo lo spareggio perso con l'Avellino, avevo deciso veramente di dire basta. Venivamo da una rimonta entusiasmante e pensavamo di superare anche l'ultimo ostacolo, purtoppo andò diversamente. Ero stanco e deluso e la prospettiva di un altro anno di terza serie mi atterriva, poi De Laurentiis, telefonandomi anche di notte, mi convinse a rimettermi la tuta. Ora spero di chiudere in serie A con questa squadra. Un pubblico così non esiste in nessun'altra città, è difficile spiegare cosa si prova a lavorare quando 70.000 persone urlano intorno a te». Che il calcio sia uguale a tutte le latitudini è secondo Reja, una menzogna assoluta. «La serie C è proprio un altro mondo. A parte alcune oasi di civiltà in cui siamo stati accolti con sportività, il resto somiglia al far west. Certi climi ostili li avverti fin dall'arrivo allo stadio, De Laurentiis e Marino riescono raramente a godersi sereni una partita in tribuna e la provocazione in campo è sempre dietro l'angolo. E' faticoso, un piccolo inferno da cui scappare il prima possibile, basterà non deconcentrarci e ce l'avremo fatta».
C'è sempre un purgatorio da cui evadere, Reja conosce la storia. «I miei erano contadini, lavoravano nei campi dalla mattina alla sera. Avevamo grandi difficoltà economiche ma pranzo e cena non mancavano mai. Nel dopoguerra il problema principale era mangiare, tutto il resto sembrava secondario». Per non parlare del calcio. «Mi piaceva da pazzi. Con i miei amici attraversavamo l'Isonzo, al di là del fiume c'era un campo, o qualcosa che lo ricordava. Giocavo fino a sera e poi, con le ginocchia rotte tornavo a casa». A giocare il secondo tempo. «Quante botte ho preso. Aprivo la porta e iniziavano le discussioni, mio padre era dolce ma sul calcio s'incazzava sempre, la storia del pallone non gli andava giù. Vedeva nel suo unico figlio il successore naturale e capiva che la situazione gli stava sfuggendo di mano, io volevo fare il calciatore, su questo non avevo dubbi. A sedici anni mi arrivò l'offerta della Spal, Ferrara sembrava un altro mondo, provai a parlarne con lui. Ai quei tempi per poter lasciare il tetto natìo c'era bisogno del permesso scritto dei genitori. "Quel foglio non lo firmo, pensa a cercarti un lavoro vero", diceva papà». Margini esigui per una trattativa. «Gli chiesi di lasciarmi provare almeno per due mesi- racconta Reja - ma rifiutò, anche solo di prendere in considerazione l'ipotesi. Così quell'autorizzazione me la scrissi da solo, passando la notte a imitare la firma di mio padre. Venne bene, il giorno dopo mi misi in viaggio. Dopo l'esordio in serie A, mi venne a trovare, arrendendosi. "Vabbè continua", mi disse. Gli sono grato perché l'educazione che credo di avere, la devo a lui. Tutti dobbiamo qualcosa ai nostri genitori».
E' un pensionato, la prima tappa del minorenne Reja: «Dormivamo in sedici, in un edificio di proprietà del presidente Mazza, in via Roma. Tutti insieme, tutti lontani da casa. Al piano di sotto c'era la sede della Spal». Tutt'intorno, un certo senso di provvisorietà. «All'inizio di ogni stagione arrivavano le nuove promesse, c'era circa un anno di tempo per trovare un abitazione. Molti di noi studiavano, nell'incertezza del futuro». Anni di amicizie ancora vive. «Dopo l'allenamento, dalle sei alle nove, frequentavo un corso da disegnatore tecnico e a tarda sera raggiungevo una trattoria con Fabio Capello, che studiava da geometra. Fabio fu il compagno con cui divisi l'esperienza della convivenza ferrarese, era friulano come me, di Pieris, ci capivamo al volo. Andammo a vivere insieme per risparmiare, la nostra stanza costava cinquemila lire a testa, in tutto ne guadagnavamo 60.000». Una stanza con bagno, dalla bizzarra gestione. «L'affittammo da due zitelle, avranno avuto 70 anni. Adorabili. Cucinavano meravigliosamente, ci trattavano come prìncipi e civettavano a causa nostra. Una parteggiava spudoratamente per me e l'altra per Fabio, io e lui, piegati dal ridere, le ascoltavamo dietro la porta chiusa». La migliore amica di Capello si chiamava Livia. Occhi azzurri, capelli rossi, la ragazza più bella di Aquileia. Reja si innamorò, senza pentirsi mai. A viaggiare inseguendo le sue rotte nomadi, da Torino a Catania, adesso è lei. Sono passati 40 anni, hanno avuto una figlia ormai grande, Elisabetta. «Me la presentò Fabio, non capii più niente. Io gli feci conoscere Laura, che poi sarebbe diventata sua moglie. Uscivamo sempre in quattro, cercando di far piano al ritorno, per non svegliare le padrone di casa».
Ride spesso Reja, senso dell'umorismo cosmopolita, plasmato dalle mille italie incontrate inseguendo palloni, tifosi e presidenti protagonisti, cui ama rispondere, sordo alla convenienza, senza chinare la testa. Gaucci lo cacciò dopo due mesi, Corioni e Cellino dopo essersi fatti riportare la squadra in serie A. Mauro Pederzoli, direttore sportivo del Brescia e del Cagliari guidati da Reja, oggi al Liverpool, traccia dell'amico un ritratto preciso. «Credo che il suo maggior pregio sia quello di non essere un monomaniaco in un mondo, il nostro, dove la monomania paga. Nel suo caso, l'avere interessi diversi, il mare, la sua terra, i libri, non pensare 24 ore al giorno ossessivamente al calcio, lo ha aiutato, lo ha reso libero. Reja è così: quasi sempre dolce e affabile, fino a quando non si arrabbia, in quel caso non c'è verso di frenarlo. Arrivò a Brescia nel '95 per salvarci, sembrava impossibile e ci riuscì. L'anno dopo, senza che nessuno se l'aspettasse, portò la squadra in serie A stravincendo il campionato. Aveva 50 anni, e aveva coronato un'aspirazione antica, eppure bastò un litigio telefonico con Corioni, quando eravamo nel ritiro di Vipiteno, per fargli prendere la decisione di abbandonare l'albergo, la squadra e la serie A all'alba». Il motivo del contendere era il portiere Zunico. Corioni lo aveva confermato contro il volere di Reja. «Alle 4 di mattina Edy bussò in camera e mi annunciò che andava via. Urlammo molto, reciprocamente, non ci fu niente da fare».
De Laurentiis col quale ogni tanto la dialettica è stata accesa, lo ha già confermato per la prossima stagione, Reja ci conta. «Abbiamo un bel rapporto, non è paragonabile a nessuno dei presidenti di oggi, ci diciamo le cose in faccia, a volte sbaglio io, a volte lui, però c'è stima profonda. Lavorare a Napoli non è facile, c'è un continuo bollore popolare alimentato dalla passione e c'è fame di un passato che qui non ritorna da troppo tempo». Qualcosa è cambiato però. «Adesso a Napoli vogliono venire tutti, i calciatori sentono che la società è solida e si illudono di poter strappare contratti milionari. Sarà dura, a Marino, il nostro direttore sportivo, è difficile scucire anche soltanto cinque centesimi». Alla fiera delle illusioni e delle promesse facili della Casa delle libertà, andata in scena ieri sera in Piazza Plebiscito, tra l'inno di Mameli e i palloncini tricolore, Reja non si è fatto vedere. Di passare per coglione non gli importa granchè. «Non mi ci sento assolutamente ma Berlusconi non lo voto, sono da sempre di centrosinistra. La sua frase dell'altro giorno più che rabbia, mi ha provocato dispiacere. In questa campagna elettorale si è andati ampiamente oltre il limite accettabile e non è un buon segno. Mi piacerebbe che la politica riuscisse a parlare di problemi veri e che fosse capace di tornare in mezzo alla gente, anziché chiudersi in uno studio televisivo. In Italia, a iniziare da Napoli, abbiamo grandi problemi, il paese soffre e c'è un problema generazionale. Il mercato del lavoro flessibile poggia su basi sbagliate, regala paura e poche prospettive. In Francia i ragazzi hanno reagito e non mi sembra che avessero torto. Davanti a questo, sostenere che viviamo nel miglior paese del mondo, è sbagliato, promettere l'impossibile pericoloso. Far balenare poi che il pagamento delle tasse è superfluo, irresponsabile. Per costruire un Italia giusta e per mantenere lo stato, il contributo dei cittadini è indispensabile e gli evasori vanno perseguiti duramente».
Come i razzisti allo stadio. «Da giovane speravo in un mondo diverso da quello di adesso, il calcio amplifica l'aggressività di fondo, la violenza che oggi si respira ovunque. Vedere certe cose mi disgusta, viene voglia di alzarsi e andarsene via. In presenza di scontri, striscioni o cori offensivi, io comunque la partita la sospenderei subito. L'altra sera quando ho visto la contestazione alla Juventus ho pensato ad un'allucinazione, mi sono vergognato. Dove stiamo andando a finire?». Giusto rifletterci finchè c'è tempo. di Malcom Pagani08 aprile 2006

Un divo sparigliato
Frammenti della vita di David Beckham, una superstar timida

Casa Beckham, Madrid. Cronaca di una giornata qualunque. Il padrone di casa, David, si alza, si lava, apre una busta con delle mutande nuove (ne compra quaranta paia ogni due settimane), le indossa accertandosi che il paio appena inaugurato non abbia a sparigliare il numero gli slip riposti nell'armadio, nel qual caso provvede subito a ristabilire l'equilibrio estraendone un altro paio e sistemandolo in un apposito contenitore destinato alle eccedenze. Successivamente si veste, facendo attenzione a coordinare i colori dell'abito con quelli del mobilio (dunque quasi sempre di bianco), si dirige verso il frigorifero del cibo estraendone uno yogurt, poi fa altrettanto con quello delle bevande, da cui estrapola una Pepsi, e con quello dei vegetali, scegliendo un frutto. Dopodiché, prima ancora di consumare la colazione, David ripristina scrupolosamente la par condicio alimentare, allineando due a due i prodotti superstiti in modo simmetrico ed espungendo da ciascun frigidaire eventuali intrusi. Terminato il breakfast frugale, e data un'ultima controllatina all'armadio per vedere se le camicie sono ancora ordinate secondo la sequenza dell'iride, David finalmente esce, in pace con se stesso.
Frammenti della vita di una superstar timida, sola e vessata dalla moglie, in cui riconosciamo pezzi di noi stessi (benché siano pochi quelli tra noi che si possono permettere di tenere tre frigoriferi e comprare ottanta mutande al mese), delle nostre vite, delle piccole scaramanzie quotidiane, delle nevrosi più o meno preoccupanti e più o meno appariscenti che ci servono da trincea contro la depressione. Il fatto è che mentre noi comuni mortali cerchiamo di tenerle nascoste per non pregiudicare la nostra vita sociale e perché in fondo siamo in grado di tenerle a bada, David Beckham le ha confessate a una televisione (Itv) e dunque, per estensione, al mondo intero. Insomma, ci ha chiesto aiuto.
La patologia di cui soffre lo spice-boy, un disturbo compulsivo-ossessivo che lo spinge a ordinare tutto metodicamente, è più diffusa di quanto si creda. Ne è affetta, dicono le statistiche, una persona su sessanta, il che significa che nell'habitat sociale di ciascuno di noi c'è sicuramente qualcuno che, più o meno di nascosto, ricompone coppie di oggetti spaiati e li colloca in ordine rigorosamente simmetrico come fa lo spice-boy. Solo che quando a esserne vittima sono personaggi famosi, scatta l'incredulità. Ma come, proprio lui che ha un fracco di soldi, che tra le migliaia di donne che lo volevano sposare ha scelto una quasi più famosa di lui, che è così sexy, cool e trendy. Non c'è niente da fare. Nemmeno averli visti piangere, dire parolacce e ruttare nei reality show è bastato a convincerci che i vip sono esseri umani come noi, che a volte, fuori dall'inquadratura, soffrono, starnutiscono e fanno la cacca.
Invece, a guardarlo da vicino, David Beckham sembra proprio fragile. Ha il timbro di voce di un pettirosso, le capacità oratorie di un pesce e la personalità repressa di un fuco. Gioca nel Real Madrid da tre anni e non ha ancora vinto un tubo. Anzi, la vulgata sostiene che le disgrazie delle meringhe abbiano la loro aleph proprio nell'ingaggio di Beckham, che ha scompaginato lo spogliatoio del Real Madrid peggio di un frigorifero con le Pepsi in numero dispari. Invece è lui la vittima. Di un club surreale, di un mercato abnorme e illogico, di un sistema mediatico-pubblicitario che ne ha fatto un campione senza che lo fosse, imponendo all'allenatore di turno di schierarlo sempre e comunque, indipendentemente dallo stato di forma. 
Gli hanno cucito un vestito addosso, e non gli piace. Perché non fa pendant con i mobili, e soprattutto con lui. di Andrea De Benedetti08 aprile 2006

Colpi proibiti

La scorsa settimana l'aviazione israeliana ha colpito uno stadio palestinese nella Striscia di Gaza. Niente vittime, ma un grosso cratere in mezzo al campo (foto Ap). Era una base missilistica nemica, si erano giustificati i militari. La Fifa non ci ha creduto e ha annunciato sanzioni sportive. «Quel missile non aveva alcuna ragione, vogliamo spiegazioni. Ci stiamo battendo da più di cento anni per rendere il football universale e il bombardamento di un campo di calcio non è un buon segnale».

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