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La rivoluzione degli uomini

Ha una logica parlare del Taranto partendo da Mignogna. Ha una logica perché è negli uomini la rivoluzione di Papagni. Nella ricostruzione morale, nella riabilitazione fisica, nel loro posizionamento, nel loro impiego saggio. La mano è nel complesso (organizzazione leggera, accorgimenti semplici, letture apprezzabili), ma soprattutto nei singoli. Nella forza di fidarsi di tutti e di dare a tutti l'idea dell'utilità, nella capacità di ottenere da ciascuno quello che può dare. Mignogna è l'esempio migliore. Perché prima non c'era: emarginato, tecnicamente e moralmente. Censurato, per incomprensibili decisioni altrui e (poi) anche per colpe proprie. Accantonato fino agli insulti in diretta. Fino a Papagni: che ha anteposto le ragioni tecniche a tutto, che ha mediato e parlato. E osato: schierando il ragazzo a risultato ancora fermo, ottenendo le accelerazioni, la vivacità e l'imprevedibilità che voleva. Conoscendone anche gli eccessi (il possesso a volte troppo prolungato), ma avvertendo prima di tutto la necessità di scavare nell'organico, di pescare risorse, di vincere sfruttando la manodopera. 
Mignogna è il più evidente, ma Martinelli è un'altra parte della discussione: è un giocatore che ha disfatto la valigia, che era stato messo in lista di sbarco. Che non serviva a chi c'era, che adesso, invece, è prezioso: bastava una lettura attenta delle sue inclinazioni, era sufficiente comprendere che andava sgravato dei compiti di costruzione e rassicurato da un reparto fermo al suo posto. Ora sta al centro della difesa con evidente sicurezza, gioca senza lustrini e senza impacci. Come Manni e Micallo, che non potevano chiudere e fare gli esterni offensivi, che erano calati all'interno di un progetto teoricamente affascinante ma praticamente di difficle proposizione. Come De Liguori, che ha trovato la sua esatta collocazione dopo ripetute invocazioni, regolarmente inascoltate. Non è un interno per un centrocampo a tre, non è (ma rischiava di diventarlo) un terzino sinistro: è un esterno di centrocampo, pronto a recuperare e spingere, a buttarsi dove c'è spazio e a creare scompiglio. Altra lettura corretta di Papagni: lì lo ha messo e lì, ogni domenica, ottiene dinamismo e ricava impressionanti benefici. 
Ancora: Gori, ripescato con coraggio (l'altra volta decise Blasi) e sicuro, in grado di cancellare titubanze e preoccupazioni, di giocare al pari degli altri. E, poi, Di Domenico: ingiustamente (e inspiegabilmente) messo da parte al primo soffio del calciomercato. Scaricato, come una fastidiosa zavorra. E invece in splendida condizione, tatticamente indispensabile e tecnicamente in evoluzione. Ora guida l'attacco, ha molto Taranto sulle spalle. Ecco, quindi, la rivoluzione semplice: è negli uomini spolverati, nelle caratteristiche assecondate. Nella costruzione di un collettivo che restituisce anche Caccavale, Mancini e Deflorio nelle loro versioni migliori, nell'allestimento di un gruppo che finge di subire e finisce per dominare. Che in realtà non rischia quasi mai: nessun contropiede anche contro una squadra (il Giugliano) che conosce i movimenti del calcio e sa applicarlo quando ha spazio, nessuno sbalzo nemmeno quando il tempo passa e il gol non arriva. Succede quando si è semplici: l'impianto più adatto, gli uomini al posto giusto. Papagni ha scelto la via della serenità quasi banale, eppure preziosa. Piano, adesso, con le invocazioni: non si reclami una maglia da titolare per Mignogna, non si pensi che con Martinelli si possa fare a meno di Pastore, che Ambrosi possa rimanere sempre in panchina. Queste sono ricchezze che il Taranto aveva. E che Papagni, con la tenacia e la pazienza di un cercatore di pagliuzze d'oro nell'acqua del fiume, ha avuto il merito di scoprire.
di Fulvio Paglialunga07 febbraio 2006

«Cresceremo ancora» 
Papagni torna sulla vittoria del Taranto: «Sfruttiamo l'entusiasmo, ma non dobbiamo dimenticare l'obiettivo: c'è ancora bisogno di molto lavoro. La squadra sta rispondendo»

Due vittorie consecutive dopo la grande paura. Dopo il rumore della contestazione, dopo i cori di dissenso, le inquietudini di chi tifa. Due vittorie consecutive e una forma diversa: una squadra che vince di forza, senza autorizzare i rimpianti a nessuno. Una squadra rinnovata con un allenatore nuovo. Ci sono tracce di Papagni per molti. Ma non per Papagni. Nemmeno il giorno dopo, quello abitualmente dedicato alle riflessioni, smarca il tecnico dalla propria modestia. 
Papagni, cosa cambia dopo due vittorie consecutive?
«Se siamo bravi. nulla. Perché già si comincia a lavorare, perché realmente non deve cambiare nulla. Nè nel modo di pensare, né nell'obiettivo: dobbiamo crescere. E io devo conoscere meglio i giocatori». 
Dopo la sconfitta con il Lamezia aveva chiesto un mese di tempo. Ma, nell'attesa, si vince... 
«Questo è positivo. Ho sempre detto, mentre chiedevo il tempo necessario, che era importante rimanere vicini alla zona playoff e poi giocarsi tutto nel finale. Se siamo di nuovo dentro possiamo approfittarne per immagazzinare gioia, per accrescere l'entusiasmo. E sfruttandolo bene. Senza, per questo, dimenticare quanto abbiamo da fare». 
Sia sincero: quanto c'è di Papagni in questi segnali di svolta? 
«Se qualcosa c'è è così marginale che non ne vale nemmeno la pena parlarne. Non sono io la novità, è l'approccio dei ragazzi, l'impegno che ci mettono durante la settimana, la capacità di apprendimento. E' merito loro». 
Avevamo chiesto sincerità... 
«Davvero: ho trovato grande disponibilità, ho trovato una squadra compatta. I giocatri hanno capito come vanno affrontate queste partite, quali caratteristiche il campionato chiede. Serve umiltà, sofferenza, aiuto reciproco: lo stiamo facendo, lo dobbiamo fare ancora». 
Il Taranto, adesso, sembra una squadra di categoria... 
«Ma noi abbiamo l'obbligo di giocare come si gioca in C2: riducendo i rischi, aumentando l'intensità. Una volta trovata questa quadratura possiamo sfruttare meglio le qualità presenti nel gruppo, valorizzando le individualità». 
Vincere e tenere Ambrosi in panchina è una buona notizia? 
«Significa tanto. Vuol dire che abbiamo un organico ricco, che ci sono giocatori in grado di scambiarsi. Perché non è solo Ambrosi a mancare. Mancano anche Mortari, Pastore, Larosa e non ha ancora potuto giocare Deleonardis. Ma visto che la domanda partiva da Ambrosi, aggiungo altro: di lui, nel frattempo, sto apprezzando molto lo spessore morale. E' stato fondamentale il suo aiuto per preparare l'ultima partita». 
Domenica ha mandato in campo Mignogna. E' un “nuovo acquisto”? 
«E' un po' in ritardo, ma è logico, dopo tutti quei problemi e dopo gli ultimi acciacchi che gli hanno fatto perdere dieci giorni di allenamento. E', però, indiscutibilmente uno dei giocatori di maggiori qualità del gruppo: ha bisogno di lavorare. E anche lui ha bisogno di umiltà». 
Ci sono anche altri giocatori che sembrano rigenerati... 
«Per raggiungere il nostro obiettivo servono tutti e servono nelle migliori condizioni. Sto ricevendo buone risposte, ma l'unica risposta che conterà sarà il sette maggio, alla fine della stagione regolare». 
C'è qualche giocatore in particolare che l'ha sorpresa? 
«Invece di rispondere con un nome vi dico che mi hanno sorpreso i ritmi di apprendimento del gruppo. Sin dall'inizio ho capito di avere a che fare con grandi professionisti. Con gente che mette da parte il curriculum ingombrante e lavora duro, con umiltà». 
Il 4-4-2 è una scelta definitiva? 
«Il 4-4-2 ci dà maggiore sicurezza. Ma sono numeri convenzionali: se vogliamo dare un'idea di base siamo 4-4-2, ma all'interno del modulo ci muoviamo, attacchiamo gli spazi, soprattutto con Mancini e De Liguori. E' lo schieramento che più si adatta ai singoli che ho a disposizione, il sistema di gioco più logico. Ma io credo molto nella flessibilità, nella possibilità di cambiare a partita in corso. Quando dico che abbiamo bisogno di un mese lo dico anche per questo». 
La fase difensiva, in queste partite, è migliorata molto... 
«Va meglio, molto meglio: è la conseguenza dell'aiuto reciproco, della prontezza nel sostenere il compagno in difficoltà. La fase difensiva la cominciano gli attaccanti: partendo da Deflorio che, da capitano, dà l'esempio». 
Attenzione in campo, ma nessuna rinuncia quando si deve attaccare: il Taranto arriva al tiro... 
«Attaccare è una nostra peculiarità. L'aggressività che chiedo serve per recuperare il pallone. Poi dobbiamo far male, arrivando alla conclusione. E quasi sempre, quando conquistiamo la palla, arriviamo al tiro». 
Qual è la novità maggiore dell'ultima partita? 
«La novità è che domenica, di fronte, non c'era l'Igea, ma una squadra che ha segnato in trasferta venti dei ventinove gol totali, che fuori casa ha vinto sei volte: ero curioso di capire fino a che punti arrivavano i progressi della squadra e ho visto molto di quello che volevo vedere. Abbiamo rischiato poco, non abbiamo preso gol. Se vogliamo la novità è questa». 
Gli applausi del pubblico sono una conquista della squadra? 
«Intanto c'era una predisposizione positiva dei tifosi. Perché ci hanno incitato anche durante le difficoltà iniziali. Loro sono partiti con questa intenzione, noi l'abbiamo rafforzata con l'impegno in campo, con l'atteggiamento giusto. Il pubblico è necessario per noi. Almeno quanto un giocatore». 
Ora tocca all'Andria, sua ex squadra Che partità sarà? 
«Io ad Andria ho passato due anni importanti: una salvezza tranquilla e un terzo posto, con playoff, nell'anno successivo. E' una piazza calda, dalla quale mi sono separato senza traumi. Ci siamo lasciati benissimo: in fondo è grazie a quel terzo posto che l'Andria fu ripescata». di Fulvio Paglialunga07 febbraio 2006

Officina Taranto
Papagni e la nuova svolta

C'è molto Papagni nel Taranto che torna a vincere due partite di seguito, dopo averne perso quattro di fila. C'è molto della sua scienza quieta. C'è molto della filosofia di un allenatore a cui è bastata una sconfitta (quella dell'esordio con la Vigor Lamezia) per smettere di cercare qualcosa che non potrà più esserci. Un allenatore che, dopo aver provato a sperimentare, ha capito che l'unica cosa da fare era modellarsi come argilla sull'esistente. Senza forzature, senza strappi, senza voli. Rinunciando a coniugare bellezza e funzionalità. E scegliendo con decisione la strada dell'efficienza, dell'equilibrio, della stabilità. È nato così un altro Taranto: tecnicamente meno lussuoso e tatticamente più affidabile. Una squadra più muscolare, più fredda, più spinta da una determinazione comune. Una squadra che è riuscita nell'impresa di riassemblarsi, utilizzando gli stessi pezzi. Di diventare altro, senza cambiare realmente. Restando fedele alle sue premesse tecniche, che continuano ad essere notevoli. Ma armonizzandole, contestualizzandole, normalizzandole. Il Taranto che può prendere il sopravvento contro qualsiasi squadra per manifesta superiorità non c'è quasi più. Ora c'è il Taranto che dallo studio dell'avversario parte e si orienta, individuando l'uomo su cui cominciare il pressing, spostando l'azione offensiva dalla parte del difensore più debole, trasformando ogni partita in un ragionamento. Questo accurato lavoro preparatorio sta creando la vera diversità. Una diversità che danneggia gli altri e non impedisce al Taranto di tirare fuori, al momento opportuno, la sua forza. È questa diversità che sta seminando la nuova differenza. Non è più la somma degli eccessi individuali a fare la squadra. Ma è la squadra a fondere insieme le tendenze e le inclinazioni dei singoli. Per realizzare ciò Papagni non si è limitato a rivisitare il modulo, decretandone anzi la sua subalternità (perché è dimostrato che la compiutezza del gioco può rendere accessorio qualsiasi impianto). Sta facendo di più. Sta andando oltre. Sta lavorando sulla mentalità collettiva, trasformando un sofisticato apparato in una specie di catena di montaggio. Senza soffocare le specificità, ma mettendole al servizio del gruppo. Esaltando il concetto di fabbrica: efficace integrazione di creatività manageriale (le giocate di Mancini, i dribbling di Deflorio, gli scatti di Catania) e di base operaia (la corsa di Bussi, i sacrifici di De Liguori, il lavoro oscuro di Di Domenico). Tutti in tuta, perché la serie C2 è il luogo della fatica muta e del sudore acido. Dove si timbra il cartellino ad ogni partita. Papagni, col suo carisma tenero, sta inoltre ritagliandosi un'autonomia decisionale che, da allenatore subentrante, poteva risultare costretta in certi ambiti. Si sa come va il calcio: inutile stupirsi. Accantonare momentaneamente Ambrosi, in evidente ritardo di condizione; puntare su Gori, lasciando prudentemente Gentili in panchina; rispolverare Mignogna, facendolo nuovamente sentire al centro del progetto: sono tutte scelte. E dimostrano che Papagni non si sta limitando a gestire l'ovvio o ad inseguire il facile. Sta scavando. Perché è convinto di trovare. di Lorenzo D'Alò07 febbraio 2006

Taranto, cambio di mentalità
Catania: «Ora sappiamo soffrire. In C2 si gioca così»

Ciò che è cambiato nel Taranto è la mentalità. Quella che ha consentito di difendere a denti stretti il vantaggio sul campo dell'Igea Virtus e che, domenica scorsa, ha permesso a Deflorio e compagni di sbloccare il risultato nonostante diversi attacchi si fossero infranti sul muro avversario. In C2 i campionati si vincono così. Con ardore, cattiveria agonistica, attaccamento. Il Taranto sicuramente non riuscirà più a raggiungere la prima posizione, ma l'evoluzione subita dalla squadra potrà sicuramente avere ripercussioni positive nel finale di stagione. A questo punto la domanda sorge spontanea: a cosa (o a chi) è dovuto questo cambio di atteggiamento? Sicuramente al mercato, che ha consegnato una squadra più operaia e meno raffinata. Le partenze di Bevo e Campanile (buona qualità ma scarsa propensione al sacrificio) sono state surrogate dagli arrivi di Bussi e Manoni, centrocampisti di quantità e dalle mille risorse fisiche. Gran parte del merito, però, è di Aldo Papagni. Il tecnico di Bisceglie, sulla panchina ionica da tre settimane, è riuscito a risollevare il morale di un gruppo reduce da quattro sconfitte consecutive (l'ultima è giunta all'esordio del nuovo allenatore, ndr), il cui valore tecnico era stato scavalcato da una condizione psicologica non ottimale. E, modificando l'atteggiamento tattico (dal raffinato 4-3-1-2 utilizzato da Marino si è passati a un più concreto 4-4-2), è riuscito ad ottenere due successi in altrettante partite. Nello spogliatoio, adesso, il morale è più disteso. C'è la consapevolezza di poter centrare l'obiettivo play-off, prefissato ad inizio stagione, potendo contare su un organico potenzialmente valido e rinfrancato nella mente. «Adesso il Taranto è una squadra che sa soffrire, - dichiara Emanuele Catania -. Le ultime due vittorie testimoniano la volontà e lo spirito di sacrificio di tutti i giocatori. In un altro periodo, probabilmente, non saremmo riusciti a difendere il risultato contro l'Igea Virtus o a sbloccare una partita difficile come quella contro il Giugliano. I meriti principali sono di Papagni. Ci ha dato la scossa e, pur perdendo all'esordio contro la Vigor Lamezia, è stato capace di tirarci fuori da una situazione che iniziava a diventare preoccupante». Il cambio di allenatore gli ha permesso di tornare in pianta stabile nell'undici titolare. Fabio Di Domenico si allinea alle dichiarazioni di Catania e non lesina parole di encomio per il nuovo tecnico rossoblù. «Abbiamo capito che, per ottenere buoni risultati in queste categorie, c'è bisogno di determinazione e carica agonistica. Il successo contro il Giugliano è un'altra prova della nostra inversione di tendenza. Nel primo tempo non siamo riusciti a finalizzare due ottime occasioni ma, senza perderci d'animo, abbiamo attaccato fino alla rete di Mancini. E poi, caparbiamente e con alcuni accorgimenti tattici, abbiamo concluso la gara sul risultato di uno a zero». Di Domenico ha anche un motivo personale per elogiare il principale artefice della rinascita. «Papagni mi ha dato fiducia sin dal primo momento, sebbene fossi stato escluso da Marino, nel periodo migliore, senza avere spiegazioni. Il gol? Non segno dalla gara di Rieti (18 dicembre 2005, ndr), ma l'importante è che la squadra abbia capito in che modo vanno affrontate queste partite». di Fabio Di Todaro07 febbraio 2006

Taranto, troppi diffidati
In otto a rischio-squalifica. Per Andria 750 biglietti. Il presidente Blasi sta meglio e presto dovrebbe essere dimesso

«Il presidente Blasi sta meglio. I primi controlli clinici hanno scongiurato guai più seri, cardiaci per intenderci. Sembra che si tratti soltanto di un affaticamento da stress. Domani (oggi, per chi legge, n.d.r.) farà degli altri esami clinici dopo di che dovrebbe essere dimesso. Domenica sera ed oggi (ieri) si è informato di tutti i dettagli della vittoriosa gara contro il Giugliano. Sta già pensando alla prossima partita di Andria ed ai suoi più immediati impegni lavorativi. Saluta tutti e ringrazia per le attestazioni di affetto e di stima ricevuti». Con questa parole Vittorio Galigani, "braccio destro" del presidente per la parte organizzativa, ha sintetizzato la giornata in clinica trascorsa da Luigi Blasi a Bari. Ovviamente si spera che la diagnosi definitiva non si discosti da quella provvisoria e che il presidente ritorni al più presto ad occuparsi dei suoi impegni, calcistici ed imprenditoriali. Oggi pomeriggio il Taranto riprenderà la preparazione in vista della prossima gara esterna di Andria. Il giudice sportivo si occuperà dell'espulsione di Galigani (se la potrebbe cavare con una ammenda) e dell'ammonizione di Mancini. Il centrocampista andrà in diffida. L'elenco dei giocatori jonici che sono a rischio squalifica (basterà purtroppo un cartellino giallo per mandarli in tribuna) è composto da 8 unità: Caccavale, Micallo, Catania, Deflorio, Martinelli, Di Domenico, Larosa ed appunto Mancini. Papagni dovrà convivere con questa situazione fino al termine del campionato regolare. Per i playoff, infatti, tutte le posizioni si azzereranno. L'infermeria si sta svuotando. Pastore dovrebbe riprendere ad allenarsi con il gruppo. Mortari e Larosa, invece, dovrebbero cominciare a svolgere lavoro a parte. Per quanto riguarda i biglietti, da Andria hanno fatto sapere che la curva riservata agli ospiti può contenere soltanto 750 persone per cui sarà questo il numero dei biglietti che oggi o, al massimo, domani saranno inviati a Taranto per la vendita. In caso di esaurimento della scorta in tempi brevi, la società rossoblù ne chiederà degli altri. di Giuseppe Dimito07 febbraio 2006

Taranto da playoff
I rossoblu battono il Giugliano e salgono in classifica

La buona azione la fanno Andrea Deflorio e Manuel Mancini: il primo ispira e squarcia la difesa, il secondo taglia con tempismo, supera il portiere con garbo estremo e segna liberando tutti. La buona azione è di Aldo Papagni, che restituisce una forma definitiva alla squadra e che indovina la lettura e gli adeguamenti. La buona azione è di tutto il Taranto, che vince per il suo presidente (ricoverato in una clinica privata di Bari dopo il malore di giovedì notte) e merita di farlo per le proprie virtù migliori. La buona azione è della gente, che tifa e contesta, separando intelligentemente i momenti. C'è qualcosa di pregiato nella vittoria sul Giugliano. C'è molto più del singolo gol di differenza: c'è l'ingresso di forza nella zona che conta, il sorpasso, giusto quanto sudato. 
C'è il momento dorato di un gruppo che ha trovato la sua dimensione, che si è reinventato umile e si è scoperto improvvisamente solido, equilibrato, maturo. Quasi fosse il taglio del nastro di una nuova fase: merito degli schiaffi presi, del cambio di mentalità susseguente. E del passaggio di testimone in panchina, con logico adeguamento dell'impianto alla manodopera a disposizione. Ora tutto sembra filare. E anche il successo non ha grinze. Non ne ha nonostante il tentativo di calcio del Giugliano, evaporato troppo presto. Non ne ha, soprattutto, perché il Taranto non sbanda più, perché gioca senza eccessivi picchi ma anche senza seminare ombre, senza registrare cali. Perché gioca novanta minuti di alta intensità, perché fa sentire la presenza anche nelle criticità di un incontro ostico, perché ha l'intelligenza per affondare e il pudore per coprirsi. Vince la mentalità del gruppo: la capacità di contenere i rischi nei minuti appaltati al Giugliano e di proporre sagaci affondi nel momento più florido. Vince la scelta (quasi definitiva) del 4-4-2: della sua praticità, dell'innegabile utilità, dell'adattabilità alla forza dei singoli. 
Ci sono le premesse di una svolta, dentro la partita. C'è una nuova fiducia interna e un incoraggiante recupero della condizione migliore. C'è una squadra che gioca un calcio calato nella categoria, che ha capito come fare: distanze ravvicinate, calcio lineare, compiti semplici, fase difensiva collegiale. Vince così. Concedendosi venti minuti di attesa: seguendo con attenzione il gioco largo del Giugliano, interpretando le sovrapposizioni della brigata di Dellisanti, prendendone le misure nonostante i primi impacci. Perché il Taranto che salta regolarmente il centrocampo è una squadra con difetti di crescita, ma che non smarrisce presenza e intensità. E che, una volta letto l'avversario, non esce più dall'incontro, prendendoselo un pezzo per volta. Il Giugliano è un coro bello ma imperfetto, il Taranto un blocco unico e un collettivo furbo. I campani partono per avvolgere e producono un brivido con Ghigou (3', colpo di testa fuori). I rossoblu fingono di contenere e pungono, sfiorando il graffio: prima con Deflorio (26', tuffo di testa su cross di Di Domenico, parato in modo miracolo da Gragnaniello), poi con De Liguori (30', gioco a due con Deflorio e tiro deviato in angolo). 
La differenza tra Taranto e Giugliano è nella gestione del possesso: tenerlo più a lungo (il Giugliano) aumenta il volume. Tenerlo meglio (il Taranto) è indubbiamente più redditizio. La banda di Papagni ha una determinazione feroce: chiude e si organizza, cerca la giocata e si arresta solo per propria imperizia. Va in fondo, il più rapidamente possibile, e poi ripiega mettendo gli uomini al posto giusto, occupando il campo e limitando gli spazi vitali. Vive un tempo di sviluppo e un altro di raccolto: la ripresa è, infatti, quella che decide. Una girata di Catania (5') e l'ingresso di Mignogna (14', rispolverato dopo quasi quattro mesi) sono la premessa alla giocata abbagliante di Deflorio e Mancini (15') che mette il cappello sulla partita. E la indirizza. Perché tutto quello che viene dopo è utile a capire: la differenza di personalità tra le due squadre (il Giugliano sbanda, il Taranto non esagera), la sicurezza che Gori riesce a dare alla difesa ad ogni timido affondo degli avversari, l'utilità di Mignogna a partita in corso (crea più scompigli di Catania), la completezza di Mancini, lo spirito di squadra di Di Domenico, la versatilità di De Liguori. E ad accumulare meriti, con una punizione di Caccavale di poco fuori, un gol annullato (con qualche dubbio) a Di Domenico e nessun pericolo reale dalle proprie parti. A sigillare il vantaggio ci pensa Papagni: fuori Deflorio, dentro Manoni. Gli ultimi dieci minuti il Taranto li gioca con un 4-5-1 impenetrabile. E' la C2, signori. di Fulvio Paglialunga06 febbraio 2006

Taranto fuori dal tunnel
Piega il Giugliano e si riporta nella zona playoff. Seconda vittoria consecutiva per i rossoblu. Di Mancini il gol partita nella ripresa

Questo è completamente un altro Taranto. Più pratico che bello, più solido che brillante. Una squadra che produce e gestisce, quasi all'unisono. E macina normalità. Una squadra diversa: nello spirito, nell'approccio, nella perseveranza. Una squadra in viaggio. Protesa tra il mai-più (le quattro sconfitte di fila) e il non-ancora (la consapevolezza definitiva dei propri mezzi). Sicuramente non è più il Taranto di Marino. Forse è già il Taranto di Papagni: della sua visione del calcio, delle sue scelte nette, delle sue astuzie sottili. Di una lettura intrisa di realismo. Quello sano, quello attento, quello spendibile. Quello che ti fa vincere la partita non con una mossa, ma con un'idea di fondo da sviluppare pazientemente e tenacemente. Il nuovo Taranto è una squadra giudiziosa, che si sta ritrovando. E che, piegando la lussuosa resistenza del Giugliano, rientra nella zona playoff. Ci fa fisicamente ritorno, scavalcando proprio la squadra campana. Tirandosela dietro con una manovra secca e decisa. E sembra quasi di vederla quest'immagine ciclistica: il Taranto che umilmente abbassa la testa sul manubrio, pedala e non si ferma più, incurante della fatica. La vittoria come un messaggio di salute da spedire al campionato. Vince il Taranto, dando l'impressione di poter fare sempre quello che gli serve. Vince sfruttando i colpi dei singoli più ispirati: Deflorio e Mancini, che entrano magistralmente nella dinamica del gol-partita (15' della ripresa). A ruoli invertiti: Deflorio inventa e rifinisce, Mancini s'inserisce e finalizza. Vince mantenendosi in equilibrio stabile su una difesa bloccata (nonché ancora orfana di Pastore). Vince traendo linfa vitale dal sacrificio dinamico dei suoi gregari (il mediano Bussi, l'incursore De Liguori, l'attaccante Di Domenico: accomunati da uno sforzo unico e solidale). Vince così il Taranto, avvolgendosi nel mantello protettivo del 4-4-2, corretto solo nel finale, quando l'esiguo vantaggio suggerisce maggiore copertura (4-5-1). Al Giugliano non basta un calcio trasparente, decifrabile. Un calcio che si fa leggere. E comprendere, finanche apprezzare. Ma che è drammaticamente dimentico di sé, della sua essenza pratica. Privo com'è di concretezza. Aridamente lontano dal gol. Dal gol come possibilità, come approdo conclusivo. Ed è significativo che questa occasionale avarizia offensiva si manifesti al cospetto del Taranto di Papagni. Al 4-3-3 di Dellisanti non sono sufficienti né il nitore della trama, né la giustezza dei movimenti. Qualità che, dopo il gol del Taranto, si sfarinano, diventando meno evidenti, sino a sfumare nell'appiattimento caotico di ogni squadra incapace di reagire. Papagni, intanto, sceglie. E quella del portiere ha tutta l'aria di essere una scelta definitiva (dentro Gori, fuori Gentili). E ordina una oculata gestione del confronto. Il Giugliano, all'inizio, comanda il gioco, disegnando triangoli perfetti. Ma non c'è cattiveria nelle sue geometrie, non c'è voracità nelle sue intenzioni offensive. Niente di irresistibile, insomma. E il Taranto, infatti, rintuzza e riparte, evitando pericolose smagliature. In due circostanze sfiora il gol: con un colpo di testa ravvicinato di Deflorio (25', Gragnaniello respinge d'istinto) e con una penetrazione rabbiosa di De Liguori (30', conclusione alzata in corner dal portiere). Il Giugliano, però, non trema. E continua a scintillare in appoggio, conquistando campo, senza affondare il colpo. Facendo finta di tenerlo in canna. Solo due tentativi timidi di Ghigou in apertura e in chiusura di tempo. Null'altro. Nella ripresa il Taranto sente odore di vittoria. Deflorio salta avversari come birilli, poi asseconda il taglio di Catania, armandogli il destro (tiro fiacco). È il 5' e il gol non è così lontano. Papagni fa rivedere a Mignogna la luce della prima squadra (14', fuori Catania). È un segno. Perché un minuto più tardi il Taranto trova tutto. Deflorio danza col pallone fra i piedi sul limitar dell'area. Non si lascia ingolosire dallo spiraglio che si apre per il tiro. Aspetta. Aspetta l'idea geniale di Mancini, che spacca la difesa campana e taglia dentro l'area. Servirlo è un gioco. Mancini evita il portiere e deposita in rete (15'). La partita è vinta. Ma non ancora finita. Dellisanti cerca invano di rianimare il tridente offensivo (prima con Piemontese, poi con Lisi). Papagni si cautela con Manoni, che fa oscillare il modulo (4-5-1). E completa la blindatura con Prosperi, che provoca gli ultimi salutari spostamenti. di Lorenzo D'Alò06 febbraio 2006

Le pagelle di Lorenzo D'Alò

GORI 6 - Titolare un po' a sorpresa. Puntuale nelle uscite. Pronto nelle parate. Trasmette sicurezza all'intero reparto. Non è poco.
MICALLO 5,5 - Non ha più l'incombenza di spingere. Deve solo difendere. E in alcune circostanze mostra qualche limite.
MANNI 6 - Assolve con diligenza il doppio incarico: presidiare la zona difensiva, liberarsi per la sovrapposizione.
MARTINELLI 6 - Chiusure di mestiere, disimpegni senza grossolani affanni. Non ci sono amnesie.
CACCAVALE 6 - Il solito piglio e la consueta solidità. Ha il comando della difesa, che pilota con fermezza.
DE LIGUORI 6,5 - Impressionante la sua disponibilità alla fatica. Encomiabile il suo senso della squadra. Attacca gli spazi, riempiedoli di spunti rabbiosi.
CATANIA 5 - Prova difettosa. Non sembra a suo agio. Dribbling spezzati, tiri fiacchi. Giusta la sostituzione.
BUSSI 6 - Il contributo dinamico è rilevante. Corre e tampona. Ma nel cucire gioco mostra un po' di approssimazione.
DI DOMENICO 6 - Bravo a coprire il pallone e a far salire la squadra. Bravo a stanare i difensori e ad aprire gli spazi. Per ora basta.
MANCINI 7 - In costante crescita. La squadra sembra prendere consistenza (non solo tecnica) quando si muove con la palla. Perfetto nella circostanza del gol.
DEFLORIO 6,5 - Quando riesce a giocare tra le linee, procacciandosi lo spazio, diventa incontenibile. Sublime la giocata in occasione del gol.
MIGNOGNA 6 - In campo dopo un oceano di malumori e di incomprensioni. Non c'è disagio. Solo voglia di sentirsi nuovamente utile.
MANONI sv - Entra nel finale per fare scudo in mezzo. Ingiudicabile.
PROSPERI sv - Solo una manciata di minuti per lui. Ingiudicabile.
PAPAGNI 6,5 - Ha già un merito: aver inchiodato la squadra al muro della categoria. Incollandola alle asprezze e alle sporgenze di un campionato in cui semplicità e concretezza sono spesso il segreto per andare avanti.06 febbraio 2006

Iacovone vive, Taranto no

«Svegliati, è tardi. La radio dice che stanotte è morto Iacovone. Un incidente stradale. Noooo! A scuola ci vai, eccome...». Ventotto anni dopo, uno dei tanti striscioni esposti ieri allo stadio per ricordare quel 6 febbraio 1978, ha fatto da battistrada ai ricordi di bambino: «In un calcio che non c'è più, Iaco vive». Istantanea impossibile. Il tempo non aspetta. Il tempo è il vero assassino. «Quando morì Iacovone», potrebbe essere il capitolo, importante, non di un semplice trattatello sul calcio rossoblù, ma di un libro di storia patria. Perché l'addio tragico a quel giovane centravanti, figlio della più remota provincia italiana, segna lo spartiacque tra ciò che la comunità tarantina era (e non è più) e ciò che diventò di lì a poco. Non a caso Iacovone è morto nell'anno dei tre papi, nell'anno dell'omicidio Moro, nell'anno della pace di Camp David tra Israele ed Egitto. Da allora Taranto imboccò la via di un inesorabile declino economico, demografico, sociale, spirituale, calcistico che ha reso la città un malato incurabile. Ecco perché quella morte ha una carica storica così significativa nella sua inesorabilità. Nella morte di Iacovone leggi tutto il destino riservato ad una città che ha storicamente flirtato (è «scritto» nei cromosomi spartani) con gli atleti, meglio se morti in giovane età e, quindi, «grati agli dei». Quel giorno, infatti, oltre a perdere la nostra innocenza, e a far rinascere il culto dell'atleta guerriero, capimmo quale geometrica potenza si celasse dietro le emittenti radiofoniche e televisive locali, i «nuovi» mass media. TV Taranto coprì l'evento, dette voce al dolore dei tifosi e della comunità, seguì i funerali, enfatizzò il lutto cittadino moltiplicando il messaggio all'ennesima potenza. Divenne, inconsapevolmente, quello strumento poi finito, ne sappiamo qualcosa, in mani sbagliate: le mani della politica. «Iaco segnava, Taranto sognava». Va bene. Ma non trasformiamo Iacovone, com'è successo e dobbiamo avere il coraggio di dirlo, in uno dei due pilastri (l'altro è lo spareggio col Catania del 2002) della nostra sfiga calcistica. All'inferno ci siamo solo e soltanto per colpa nostra. E non solo nel calcio. Se poi, come ieri, un fiore nel fango come il gol di Mancini spezza l'incantesimo e fa splendere l'erba vuol dire, allora, che Iacovone vive. Ancora. di Fulvio Colucci06 febbraio 2006

È un Taranto formato umiltà
Papagni elogia il gruppo. Deflorio: «Siamo tornati»

«Io non c'entro. Se non hai Deflorio e Mancini che ti confezionano gol così, ciò che predichi durante la settimana rimane lettera morta. Ma devi avere anche umiltà in campo e uomini, come quelli che oggi non hanno giocato, capaci di essere ugualmente decisivi per la vittoria». Talento individuale, orgoglio collettivo. Aldo Papagni, con quella faccia lì, avrebbe esaltato Elio Petri, il regista che portò la classe operaia in paradiso. Anche il mister di Bisceglie vuol portare il Taranto in un paradiso, i playoff, che solo domenica scorsa sembrava inconsolabilmente perduto. Ma a modo suo, passando per l'uomo che fece l'impresa: plasmare, per la prima volta, una squadra "veramente" da C2, un Taranto, appunto, operaio che non inorridisce davanti alla banale semplicità della categoria, all'ordinario, elastico, dai-e-vai di un modulo 4-4-2 che subisce la metamorfosi, diventa 4-5-1, ma senza sbracare, senza perdere il filo, senza gridare al noblesse oblige, senza citare la Bibbia o vendere l'anima al diavolo. «Nel primo tempo abbiamo avuto qualche difficoltà, soprattutto durante i 15 minuti iniziali. Non era facile - racconta Papagni nella sala stampa dello Iacovone - giocare contro una squadra come il Giugliano, trovando le giuste distanze sul rettangolo di gioco. Non era facile perché l'undici di Dellisanti ha grandi potenzialità ed è forte; noi dovevamo ridurre al minimo gli errori. Era la premessa indispensabile per non subire i campani, creare occasioni importanti, far affiorare le qualità tecniche dei singoli». Ecco il punto di svolta, l'impercettibile traiettoria che mette a sedere il passato prossimo, che affranca dalla sua arcigna, dolorosa, marcatura. Poi c'è l'impresa, i playoff, per i quali i «Dioscuri» Mancini e Deflorio, ieri, si sono spesi con una rete bella come un fiore, lasciando negli spogliatoi certe "scorie" smaltite proprio nel primo tempo, quando la squadra divagava: «Quei 15 minuti iniziali - ricorda mister Papagni - sono la conseguenza della preparazione impostata al mio arrivo. Badiamo al sodo, cioè badiamo ad arrivare ai playoff e, per questo, stiamo affrontando carichi di lavoro abbastanza importanti che ci consentiranno, però, di dare il massimo nelle ultime partite». Di questo Taranto frugale, il mister è l'ispiratore, la guida spirituale: «Dobbiamo essere umili anche nella fase di non possesso della palla, così come dobbiamo essere più compatti nello svolgimento delle azioni». In attesa di vederlo svelato, anzi rivelato, sui campi a venire. Per questo Papagni cede, adesso, il passo alla profezia: «Il valore della squadra è apparso in proiezione. Tireremo le somme quando sarà completa questa fase di apprendimento reciproco che stiamo affrontando io e i giocatori». Giocatori che Papagni ha citato senza enfasi: «Mignogna titolare? Non corriamo. Gori? Per me tutti meritano di giocare. Bussi? Ha dovuto sacrificarsi. Manoni? Debutto positivo». Nessun commento sulla prestazione da parte del direttore generale Galigani, che si è limitato a spiegare come l'arbitro lo abbia allontanato dal campo «perché non riesco a rimaner seduto in panchina». Parola ai vinti e parola all'ex. Franco Dellisanti ammette: «Il Giugliano è stato meno incisivo del solito in attacco, è mancato qualcosa». Poi aggiunge: «Avevamo sei giocatori fuori uso, con febbre e diarrea. Astarita, ad esempio, non ce l'ha fatta. Ho visto un rigore netto in nostro favore: un fallo di mano su cross di Vives. Pazienza. Il Taranto? Si vede che lavora per raggiungere una nuova identità». Anche questa è una profezia. di Fulvio Colucci06 febbraio 2006
«Dedichiamo la vittoria al presidente Blasi con l'augurio che possa riprendersi al più presto». Il coro unanime si leva dallo spogliatoio del Taranto. Tutti i giocatori, infatti, hanno mostrato la loro vicinanza al numero uno del sodalizio rossoblù, ricoverato in una clinica di Bari dopo essere atterrato al rientro dalla Grecia. Protagonista della vittoria Manuel Mancini, giunto alla seconda rete stagionale. «È un risultato importantissimo - commenta il centrocampista -, giunto al termine di un'ottima prestazione. La squadra ha assunto la giusta mentalità e i risultati non stanno tardando ad arrivare. La rete? Ha fatto tutto Andrea (Deflorio, ndr), portando a spasso due uomini e mettendomi nelle condizioni di segnare. Sono stato freddo nel saltare il portiere e nel depositare la palla in rete». È partito titolare senza poter contare sui favori del pronostico. Questa volta Ghigo Gori l'ha spuntata su Gentili («ma tra di noi c'è un ottimo rapporto», ha commentato a fine gara l'estremo difensore ionico), difendendo la porta rossoblù per la prima volta, in questa stagione, nello stadio in cui è cresciuto. «È stato emozionante tornare a giocare allo Iacovone. In più abbiamo anche vinto una gara difficilissima che ci consente di tornare in zona play-off. Sono soddisfatto della mia prestazione, anche se non sono mai stato impegnato seriamente». Parentesi doverosa per il capitano Andrea Deflorio, assist-man di giornata. Un elegante stop a seguire e un passaggio in verticale hanno messo in condizione Mancini di battere Gragnaniello. «Adesso siamo una squadra vera, - esordisce il bomber di Noicattaro -, che unisce alla qualità tanta cattiveria agonistica. In questi campionati è necessario lottare su ogni palla per poter avere la meglio sull'avversario. Quest'oggi abbiamo avuto ragione di un avversario che in trasferta aveva il miglior rendimento del girone. Il gol? Mancini è stato bravo ad inserirsi e non ho fatto altro che servirlo sul filo del fuorigioco». Chiusura dedicata a Francesco Mignogna, al rientro in campo dopo quattro mesi vissuti tra panchina e tribuna. Il fantasista tarantino è stato gettato nella mischia poco prima che Mancini riuscisse a sbloccare il risultato. «Sono contentissimo, adesso inizia il mio campionato. Finalmente ho la fiducia dell'allenatore che ha voluto che non andassi via da Taranto». Fabio Di Todaro06 febbraio 2006

«Abbiamo giocato con umiltà e determinazione»
L'allenatore Papagni: «Siamo riusciti a battere un grande Giugliano»

Papagni ostenta una buona dose di euforia: «Abbiamo battuto un grande Giugliano. Per questo motivo ritengo che il nostro successo, oltre che meritato, acquista maggior valore. La squadra campana, nei primi dieci-quindici minuti, ci ha messo in difficoltà confezionando persino una palla-gol. Poi, man mano che i minuti sono trascorsi, il pallino del gioco è passato nelle nostre mani. La rete del successo ha suggellato il periodo di maggiore superiorità territoriale e d'intensità di gioco. A quel punto non ci restava altro che presidiare gli spazi per evitare il ritorno degli ospiti e puntare, con abili ripartenze, al raddoppio. Purtroppo siamo riusciti soltanto a sfiorare la marcatura». Perché ha schierato Gori? «Non c'è un motivo preciso. Da quando sono a Taranto ho sempre sostenuto che Gentili e Gori fossero di identico valore per cui non fa differenza che vada in campo l'uno oppure l'altro. Stavolta è toccato a Gori. Tutto qui». Cosa l'è paciuto di più della squadra? «Il fatto che abbia giocato con umiltà, aggressività e determinazione. E, soprattutto, che è stata molto abile ed attenta ad ammortizzare le ripartenze della formazione ospite». Il gol di Mancini è stato molto bello. «Il merito è tutto dei ragazzi. Deflorio ha compiuto un'autentica prodezza nel "tagliare" l'azione con quel tipo di assist. Mancini è stato freddo nell'evitare l'uscita del portiere e nel depositare la sfera in rete». La squadra è in crescita. «I ragazzi si stanno sacrificando tantissimo. Credetemi. Stanno facendo gli straordinari dal punto di vista atletico per garantirsi un finale di stagione a grossi ritmi. Sul piano tattico, mi piace sottolineare la circostanza che si stanno aiutando l'un con l'altro». Bussi non è parso ancora ben inserito. «Non sono d'accordo. Il ragazzo si è sacrificato per il collettivo». di Giuseppe Dimito06 febbraio 2006

Le statistiche di Franco Valdevies

Il Taranto torna a vincere allo «Iacovone» dopo tre sconfitte di fila. I rossoblù avevano iniziato la stagione raccogliendo in casa sei vittorie ed un pareggio, poi erano arrivati i tre k.o. consecutivi contro il Viterbo (sconfitta per 1-0), il Cisco Roma (battuti per 2-1) e la Vigor Lamezia (1-0 per i calabresi). Per il Taranto guidato da Aldo Papagni è questa la seconda vittoria di fila. Un altro doppio successo i rossoblù l'avevano ottenuto con Raimondo Marino battendo prima allo «Iacovone» il Rende per 1-0 l'11 dicembre, poi il Rieti in trasferta, sempre per 1-0, il 18 dicembre. Battendo il Giugliano la compagine rossoblù risale nuovamente nella zona playoff, scalzando dalla quinta piazza proprio il Giugliano. Va detto che il Taranto è 5° con 34 punti, un punteggio che nella passata stagione garantiva dopo 22 turni solo la settima posizione. Seconda rete stagionale per Manuel Mancini; la prima, il 22enne centrocampista, l'aveva segnata a Melfi portando i rossoblù momentaneamente sul 2-1, poi i lucani avevano rimontato imponendosi per 3-2. Questa marcatura significa invece un successo, il quarto ottenuto dal Taranto col punteggio di 1-0. Debutto stagionale dal primo minuto per il centrocampista Bussi, mentre l'ultimo arrivato, Manoni, ha giocato solo l'ultimo quarto d'ora. Con quest'ultimo sono 26 i giocatori che hanno disputato almeno una gara. È ora in perfetta parità il bilancio in campionato tra Taranto e Giugliano con tre vittorie a testa. In precedenza era finita così: 3-0 in trasferta per i rossoblù il 10 settembre 2000 (tripletta di Riganò); 1-0 per il Taranto in casa il 22 gennaio 2001 (rete di Riganò); il 14 novembre 2004, in uno stadio «Iacovone» senza pubblico per squalifica, vince il Giugliano per 2-0 (i gol di Pignalosa e Perna). Il 20 marzo 2005 ancora i campani al successo per 1-0 (rete di Fonseca). Un altro 1-0 per i campani nella gara d'andata (il gol di Chigou).06 febbraio 2006

Blasi ricoverato a Bari
Ha seguito la partita via telefono

Gigi Blasi, per la prima volta, ha saltato una partita interna del Taranto. Spiega Galigani: «La sua assenza era programmata. Infatti, dopo il malore di Salonicco, giovedì scorso, i suoi medici personali gli avevano consigliato un ricovero in una clinica di Bari per sottoporsi ad accurati e specifici controlli. Farà un check-up completo. Per questo motivo, dopo essere giunto a Bari alle 11 di questa mattina (ieri per chi legge, n.d.r.), ha raggiunto direttamente la clinica. Noi tutti gli auguriamo di ritornare in piena attività nel più breve tempo possibile. Durante l'incontro è stato continuamente in contatto per essere informato in tempo reale delle varie fasi dell'incontro. Al fischio finale ha gioito per il bel successo ottenuto dalla sua squadra. Mi piace sottolineare la circostanza che tutti i ragazzi gli hanno dedicato la vittoria». L'espulsione? «Mi ero innervosito perché nel primo tempo l'arbitro non aveva visto un fallo di mani in area di un difensore del Giugliano. Siccome, come ben sapete, faccio fatica a restare seduto in panchina, al terzo rimprovero, l'arbitro mi ha mandato negli spogliatoi».06 febbraio 2006

Taranto, una sfida da playoff
Troppo stress: Blasi colto da malore a Salonicco

È stata decisamente movimentata la vigilia di Taranto-Giugliano, sfida-playoff in programma nel pomeriggio. Il malore di Luigi Blasi e l'infortunio a Pastore tengono in apprensione l'ambiente rossoblù. Il presidente jonico ha avuto un leggero malore giovedì notte, mentre era in Grecia, precisamente a Salonicco, per una fiera di macchine agricole. Dopo essere stato soccorso e condotto in ospedale, è uscito ieri l'altro; ma solo stamane tornerà in Italia con un volo che atterrerà a Bari-Palese. Non si sa se nel pomeriggio sarà allo Iacovone. Deciderà all'ultimo momento. Ivano Pastore, ieri, non si è allenato. La sua presenza in campo è in dubbio. Il vicecapitano è stato convocato. Prima della partita proverà. Se non avvertirà il dolore, giocherà; altrimenti andrà in tribuna ed al suo posto dovrebbe giocare verosimilmente Martinelli. Papagni ostenta calma, infonde fiducia nel gruppo e chiama a raccolta i tifosi. Il match è difficilissimo. I «tigrotti» partenopei, fuori casa, hanno perso con l'identico punteggio (3-2) solo a Viterbo e Latina. E c'è da aggiungere che le due sconfitte furono i due terminali (iniziale e finale) di un intervallo di gare (5) in cui la squadra andò un po' in crisi tanto è vero sui 15 punti disponibili, ne acciuffarono soltanto 2. Senza dimenticare che sulla panchina ospite ci sarà l'ex Franco Dellisanti, tecnico esperto. Il Taranto deve vincere per dare un seguito concreto alla bella vittoria di domenica scorsa a Barcellona Pozzo di Gotto contro l'Igea Virtus, per approdare in zona-playoff, per ridare serenità e tranquillità all'ambiente, per far tornare definitivamente il sorriso alla tifoseria. La formazione dovrebbe essere molto simile a quella di domenica scorsa. Se non gioca Pastore, ci potrebbe essere soltanto l'inserimento di Bussi o Manoni al posto di Larosa; altrimenti saranno due le pedine nuove: Pastore ed il sostituto dell'ex andriese. La prevendita è stata discreta. I presenti dovrebbero essere 3500-4000. Un buon numero. di Giuseppe Dimito05 febbraio 2006

Catania pronto all'uso
L'attaccante del Taranto, finora, è l'unico giocatore a non avere saltato neanche una partita. «Ho sfruttato solo le mie occasioni. Giocare a destra non è una novità»

Emanuele Catania si gode un parziale primato. Complice un fugace avvicendamento in porta tra Gori e Gentili, qualche squalifica qua e là e alcuni lievi infortuni. Il 25enne mancino siciliano è l'unico giocatore rossoblu ad avere sempre timbrato il cartellino domenicale. Una situazione forse non preventivata, ma alla luce di quanto espresso in campo, la fiducia è stata ricambiata. 
«Quest'estate - racconta Catania - non ero quelli che partiva con le credenziali del titolare fisso. Vedendo l'organico c'erano altri giocatori che partivano in una scala di valore, più avanti di me. Non mi aspettavo, dopo ventuno partite, di essere in testa a questa speciale classifica, ma un giocatore ha sempre in animo di giocare il più possibile. La strada si è aperta per l'infortunio di Luca Campanile; io ci ho messo il resto con prestazioni di rilievo». 
Catania ha saputo avere quel grado di flessibilità tattica utile per ricoprire più ruoli: dapprima fantasista dietro le due punte, poi un lungo periodo ad operare come seconda punta alle spalle di Deflorio. La panchina, complice anche un giustificabile calo di rendimento, è stata abbandonata domenica scorsa nella trasferta di Barcellona Pozzo di Gotto. Una posizione inedita, ma non sorprendente. «Sinceramente non mi aspettavo di partire dal primo minuto in Sicilia. Al contrario non mi ha sorpreso la posizione ricoperta perchè l'allenatore Papagni mi aveva provato sulla destra durante la settimana. Perchè in quel ruolo? Ne abbiamo parlato e credo che voglia sfruttare anche alcune mie qualità di rientro in difesa. In attacco posso puntare gli avversari e fare male alle retroguardie avversarie con il movimento a convergere sul mio piede sinistro. E' una soluzione interessante». 
Il tecnico Papagni ha le sue visioni offensive. Reputa molto importante che un attaccante possa tagliare in senso diagonale. Un mancino di preferenza può destabilizzare le ultime linee contrarie partendo da destra. In questo senso anche Francesco Mignogna potrebbe giocarsi le sue carte, anche a partita in corso. 
Se c'è forse un dato negativo nel torneo di Catania è la poca capacità realizzativa. Un gol (Taranto-Andria, 6ª giornata) è forse troppo poco. 
«Probabilmente sì. Per un attaccante un gol è un dato insufficiente. Credo, al contrario, che abbia fatto tante altre cose per rendermi utile. Penso agli assist, ai rigori procurati». 
Adesso c'è il Giugliano da affrontare. Ci sarebbe due situazioni da sanare. Interrompere innanzitutto l'emorragia si sconfitte in casa (Viterbo, Cisco Roma, Vigor Lamezia) e vincere uno scontro delicato. Battere la formazione di Dellisanti vorrebbe dire scavalcare i campani ed entrare di fatto nella zona playoff. A Catania interessa la seconda parte del concetto. 
«In verità non ci stiamo preoccupando delle sconfitte precedenti. Quelle fanno parte del passato e non possiamo soffermarci su quello che è già stato. A me interessano i tre punti contro il Giugliano. E' una gara da cui dobbiamo trarre il massimo, senza assilli però. Dobbiamo stare tranquilli e soprattutto essere uniti, ripetere la prova collettiva espressa contro l'Igea Virtus. Lì la risposta è stata esemplare, speriamo di ripeterci contro i campani. i tifosi? Magari sono un po' dispiaciuti, ma è innegabile che contiamo sul loro apporto. Noi dobbiamo solo parlare all'interno del terreno di gioco e cercare di far cambiare idea al nostro pubblico». 
Ieri i rossoblu si sono sono allenati al pomeriggio. Lavoro sulla rapidità prima di svolgere una precisa seduta di ordine tecnico-tattica. Oltre a Larosa e Mortari, destano perplessità le condizioni di Ivano Pastore che ieri ha fatto un preciso lavoro in palestra per irrobustire la zona superiore del corpo. Il polpaccio migliora lentamente, ma solo questa mattina ci sarà il controllo decisivo. In caso di forfait è pronto, come nelle ultime due gare, Martinelli. Sul fronte tecnico la formazione dovrebbe ricalcare quella di domenica scorsa con Manoni favorito su Bussi nella posizione di centrocampista centrale. Il 4-4-2, in corso d'opera, potrebbe trasformarsi in 4-3-3 con l'avanzamento di Catania sulla linea degli attaccanti. Il Taranto, contro il Giugliano, certamente non si tirerà indietro. di Luigi Carrieri04 febbraio 2006

Mancini, l'imprescindibile
«Gioco e sono felice. Il Piacenza? La B può attendere»

Oggi avrebbe potuto affrontare al "Garilli" il Bologna, in un derby ricco di emozioni e di significati per la classifica della serie cadetta. Domani, invece, sarà ancora allo "Iacovone", indossando la casacca rossoblù e lottando per riportare il Taranto nella zona play-off. Manuel Mancini, adesso, non è più una lieta sorpresa. È una certezza. Scoperta e tesaurizzata da Marino, confermata a pieni voti da Papagni. Tanto da meritarsi le attenzioni del Piacenza, club di B e con un passato importante anche in A. Il centrocampista romano, però, non si monta la testa. «Sono un giocatore del Taranto e mi impegnerò con tutte le mie forze per centrare la promozione. A giugno, poi, tireremo le somme. Con la speranza di vedere questa squadra già in C1». Modesto Mancini, passato in una stagione dal freddo glaciale di Bolzano (giocava nel Sud Tirol) alle calde temperature di Taranto. E, in qualche giornata, dalla scomoda tribuna dello "Iacovone" al terreno di gioco. A partire da Gallipoli, cioè dalla gara più importante della stagione. «Marino decise di buttarmi nella mischia in una partita difficilissima, sebbene fino a quel momento avessi collezionato appena tre presenze, neppure dall'inizio. Dopo un buon ritiro (Mancini giunse in prova per essere poi tesserato dopo il benestare di Marino, ndr), infatti, ho avvertito qualche problema alla schiena, finendo spesso per non andare nemmeno in panchina. Ma non mi sono mai demoralizzato. Ho atteso il mio momento e sono stato premiato. Credo con merito». Dalla decima giornata sempre titolare, girando un po' tutte le posizioni del centrocampo. Mancini, grazie alle sue molteplici qualità, è riuscito a non sfilarsi più di dosso la casacca di titolare. «È vero, ho cambiato spesso posizione. Ma senza alcun problema. Sono un giocatore molto duttile e, di conseguenza, riesco ad adattarmi alle varie richieste degli allenatori. L'importante, comunque, è giocare il più possibile». Prima trequartista nel rombo di Marino, poi interno sinistro nel centrocampo a tre schierato da Papagni contro la Vigor Lamezia. Da domenica scorsa centrale in una linea a quattro. Ma come si trova Mancini in questa nuova posizione? «Ho maggiori compiti di copertura, devo essere più equilibrato, ma riesco ugualmente a inserirmi. E adesso, con l'arrivo di due ruballoni come Bussi e Manoni, credo che riuscirò ad arrivare alla conclusione più spesso. Ciò che conta, comunque, è non perdere mai la fiducia del mister. Marino me l'ha accordata dopo due mesi, Papagni me l'ha confermata subito». Tant'è: Mancini, dopo dieci partite disputate ad altissimo livello, è diventato l'oggetto del desiderio di diversi club di categoria superiore. Fino ad arrivare all'offerta del Piacenza, giunta quasi in chiusura di calciomercato, e rispedita gentilmente al mittente dal presidente Blasi. «Sinceramente non so nulla, ho appreso queste notizie dalla società e dai giornali. Ma è ciò che accade a qualsiasi giovane quando gioca bene. Sono soddisfatto, non lo nego, ma adesso il mio unico interesse è il Taranto. Lavorerò per soddisfare le richieste della società e per regalare una soddisfazione ai nostri tifosi. Tocca a noi riconquistarli, hanno pienamente ragione nel contestare». di Fabio Di Todaro04 febbraio 2006

Pastore rischia di saltare il Giugliano

Il Taranto sta completando la preparazione in vista della sfida-playoff in programma domani pomeriggio allo "Iacovone" contro il forte Giugliano. La squadra è complessivamente in buona salute. Pastore è rimasto prudenzialmente a riposo. L'ecografia al polpaccio infortunato ha rilevato solo un piccolo versamento. Stamane, nel corso della rifinitura, sosterrà il provino decisivo. Se non risentirà di alcun dolore, sarà regolarmente della partita. Caso contrario andrà in tribuna. Mister Papagni non ha ancora svelato le sue intenzioni circa l'undici da mandare in campo contro i partenopei. Tutto dipenderà dall'atteggiamento tattico che intenderà imprimere alla gara. La difesa dovrebbe essere identica a quella schierata a Barcellona Pozzo di Gotto: Gentili in porta; Micallo, Caccavale, Pastore (Martinelli), Manni. Le variazioni potrebbero aversi in mezzo al campo. Se deciderà per un atteggiamento un tantino più guardingo, potrebbe schierare Mancini, Bussi, Manoni e De Liguori. Se, viceversa, opterà per una gara più spregiudicata, lascerà Catania a scorazzare lungo l'out destro, affidando il cuore del centrocampo al tandem Mancini-Manoni o Mancini-Bussi. In avanti il duo Di Domenico-Deflorio, con Ambrosi che dovrebbe partire dalla panchina. di Giuseppe Dimito04 febbraio 2006

La politica è il cuore dello stadio
«La politica fuori dagli stadi? Che idiozia», dice William Gaillard, responsabile della comunicazione. «Sono l'odio e i suoi simboli che non devono entrarci. La politica è democrazia». Alla seconda giornata della Conferenza Europea sul Razzismo, l'Uefa invita i club a impegnarsi di più nella lotta contro ogni forma di discriminazione e d'intolleranza, con chiare prese di posizione

Cosa sarebbe successo domenica scorsa se Francesco Totti avesse fermato il pallone, il gioco, la partita, e si fosse spinto sotto la sua curva adorante a chiedere ai nazisti della sud di ammainare svastiche,fasci littori e scritte antisemite? I più duri, quellicol mito delle SS, difficilmente glielo avrebbero perdonato. I ragazzini nascosti dietro i passamontagna probabilmente non avrebbero capito e sarebbero rimasti spiazzati. Il resto dello stadio, è bello pensare, avrebbe applaudito con orgoglio, tutti in piedi dalla Tevere alla Montemario passando per lo spicchio di distinti occupato dai tifosi del Livorno. Sarebbero seguiti dibattiti (chi gliel'ha consigliato,Costanzo?) e forse anche polemiche infinite perché di questi tempi, soprattutto in Italia, non si fa altro che dire che la politica deve stare alla larga dallo sport (lo sostiene - con quale faccia non si sa -persino Berlusconi) e che i calciatori in particolare devono astenersi da qualunque gesto politicamente declinabile, sia esso un braccio teso o un pugno chiuso. E' possibile che Totti, dal campo, non si sia nemmeno accorto dell'aberrante follia che prendeva forma sugli spalti, e con lui l'arbitro, Lucarelli, Tommasi e tutti gli altri protagonisti della partita. Se anche gli ci fosse caduto l'occhio, tra un colpo di tacco e uno dei mille colpi ricevuti alle caviglie, forse non gli sarebbe neanche passato per la mente di andare a sfidare il ventre nero della curva. Lo fece l'anno scorso a Siena per molto meno, chiedendo agli ultras giallorossi di smetterla con i fumogeni che avevano costretto l'arbitro a sospendere la partita perché non si vedeva più nulla e mancò poco che quelli prendessero a fare il tiro al bersaglio con lui. Due anni fa poi, quando tre capitifosi romanisti invasero il campo per ordinargli di fermare il derby con la Lazio sostenendo che era morto un bambino, Totti presel'arbitro da parte e gli disse: «Se continuiamo a giocare, questi ci ammazzano». Con l'ottusità di certi tifosi, specie a Roma, meglio non scherzare.

Il dubbio, la curiosità o forse solo la speranza di vedere il capitano della Roma abbandonare il campo per protesta contro l'intolleranza di chi ogni domenica ne canta il nome come un dio, è arrivata fino a Barcellona. La seconda conferenza dell'Uefa sul razzismo negli stadi europei, tenutasi mercoledì al Camp Nou, ha ribadito la necessità di sanzioni esemplari contro chi si diverte a invocare Hitler o fare il verso della scimmia intorno a un campo di calcio. Ha invitato i club a smettere la maglia nera di Pilato e a investire programmi e risorse nella lotta antirazzista. Ha chiesto al Parlamento di Strasburgo di approvare in fretta la risoluzione presentata dai socialisti europei contro ogni forma di discriminazione legata allo sport. Ma più di tutto, ha messo i calciatori di fronte alle proprie responsabilità collettive richiamandoli a un impegno sociale che solo pochissimi, nella storia del football, hanno dimostrato di avere.

In questo senso il discorso introduttivo del direttore generale dell'Uefa, Lars-Christer Olsson, è stato tanto illuminante quanto inaspettato. «Con il suo coraggio antisegregazionista - ha attaccato il dirigente svedese - Muhammad Ali ha cambiato la storia americana. Ora tocca ai calciatori aiutare la società a sconfiggere l'ignoranza razzista». Fino a qualche anno fa, paragoni simili l'Uefa non li avrebbe azzardati neanche con una pistola puntata alla tempia. Oggi sì. Eppure, proprio tra i calciatori, c'è chi pensa che Totti o chi per lui non potrà mai cambiare il mondo con un gesto. Il brasiliano Leonardo, che a Barcellona è venuto per conto del Milan, l'ha spiegato con molta franchezza. «Non spetta a lui andare sotto la curva. I giocatori nascono poveri, provano sulla loro pelle ogni tipo di discriminazione, crescono senza educazione pensando solo al pallone e a 20 anninon sono in grado di prendersi certe responsabilità. Possono dare il loro contributo ma vanno aiutati perché da soli non saranno mai in grado di cambiare il sistema». Nel governo europeo del calcio c'è però chi è disposto a raccogliere la provocazione su Totti. «Beh, se avesse fatto una cosa del genere ci saremmo trovati un po' in imbarazzo perché fermare una partita è prerogativa esclusiva dell'arbitro e delle forze dell'ordine. Peròmolti di noi lo avrebbero applaudito, Olsson per primo». Le parole di William Gaillard, direttore delle comunicazioni e degli affari pubblici Uefa, sono la prova definitiva che qualcosa è cambiato davvero nella burocrazia del calcio, una contaminazione su temisociali favorita dalla stretta collaborazione con le organizzazioni antirazziste della rete Fare (Football against racism in Europe) ma anche dalla spinta rivoluzionaria di questo sorprendente francese con un passato trozkista. Gaillard parla perfettamente italiano perché nel '71, appena laureato in scienzepolitiche, prese una borsa di studio alla John Hopkins University a Bologna. Frequentò gli ambienti di Lotta Continua e Potere Operaio, divenne fedele lettore del manifesto e raccolse fondi per gli ospedali vietnamitibombardati dagli americani. Dopo un dottorato ad Harward, si trasferì a Roma sul finire degli anni '70 e alla lotta armata preferì la curva sud della Roma. Prima quella povera e gagliarda di Bet, Santarini e Paolo Conti. Poi quella magica e scudettata di Falcao, Di Bartolomei e Bruno Conti. Nella capitale conobbe sua moglie, napoletana, poi un giorno ripartì alla volta di Washington, di lì a Ginevra, le Nazioni unite, fino all'Uefa due anni fa. «La politica fuori dagli stadi? Che idiozia. Sono l'odio e i suoi simboli che non devono entrarci. La politica è democrazia, ieri la piazza ateniese, oggi anche lo stadio. Non sipuò pensare di chiudere occhi e bocca agli atleti. Come sarebbe cambiata la società senza i pugni chiusi di Smith e Carlos ai giochi di Città del Messico'68?». di Matteo Patrono03 febbraio 2006

Papagni nasconde il Taranto
Molte soluzioni provate nel test di ieri contro la Berretti. L'impressione è che l'allenatore possa confermare il 4-4-2. Doppiette per Di Domenico e Ambrosi

Aldo Papagni è uomo pragmatico. Valuta tutte le situazioni, anche quelle che potrebbero tornare utili in futuro, anche solo per cinque minuti. Si spiega per questo l'utilizzo della difesa a tre, l'avanzamento di Ivano Pastore sulla linea dei centrocampisti, binomi di attacco alquanto suggestivi (Deflorio-Passiatore). Tutto propedeutico per qualsiasi evenienza. Papagni non lascia al caso nulla. I particolari sono utili tutti, perchè si possono ricomporre in un puzzle ideale in qualsiasi momento di partita. 
La squadra sta lavorando molto sotto l'aspetto tecnico-tattico. Non tralascia corsa e sudore, ma si sta abbeverando alla fonte tattica dell'allenatore biscegliese. Domenica scorsa Papagni ha spiazzato un po' tutti non nella scelta dello schema di gioco, ma nella riproposizione di qualche elemento (Catania sulla fascia, Mancini come centrocampista centrale). Ieri, a giudicare dalle due formazioni messe a punto contro la formazione “Berretti”, Papagni ha dato libera interpretazioni alle sue attuali idee. Nel primo tempo ci sono stati diversi esperimenti, anche se il termine potrebbe apparire fuorviante. Scelta la soluzione di una difesa a tre, con Micallo e Prosperi ad operare come stantuffi esterni di centrocampo. Una disposizione che, ad esempio, potrebbe tornare utile in qualche partita esterna o in fasi di tattica chiusura soprattutto in condizione di vantaggio. Pastore ha guidato in retroguardia Capone e Martinelli, mentre la linea mediana ha contato sulla coppia Manoni-Deleonardis. Difficile dare un giudizio sull'ultimo arrivato: il dato più consistente è che il mediano marchigiano gode di una condizione fisica accettabile. In avanti il tridente ha visto Deflorio e Catania supportare Passiatore e scambiarsi talvolta di posizione. Nella prima frazione, durata 36 minuti, proprio Passiatore e Deflorio hanno realizzato le uniche reti. 
Nella ripresa si è passati all'esposizione del modulo che appare, attualmente, di riferimento. Un 4-4-2 con Malagnino, Manoni, Caccavale e Prosperi in difesa; Mignogna, Mancini, Bussi e De Liguori in mediana; Ambrosi e Di Domenico in prima linea. Movimenti più rassicuranti con alcuni elementi in condizioni invidiabili. Su tutti Manuel Mancini che, forse, dovrebbe disciplinare le proprie incursioni in avanti. Il ragazzo però corre con grande facilità e conosce il gioco, anche in ossequio alla sua posizione di centrocampista centrale. Brillante anche Di Domenico, mentre progressivi miglioramenti si avvertono da Ambrosi. Una doppietta a testa per gli ultimi due attaccanti. Il secondo tempo è stato caratterizzato anche dai gol di De Liguori e Mignogna, quest'ultimo scevro, finalmente, da pressioni e condizionamenti. 
Il Taranto contro il Giugliano dovrebbe giocare con il 4-4-2 di partenza. Andando su dati ancora più certi, la squadra rossoblu non potrà disporre di Larosa e Mortari, messi fuori uso dai rispettivi infortuni. Ivano Pastore tornerà disponibile dopo aver scontato le due giornate di squalifica. Proprio nel test di ieri, però, il difensore campano ha avvertito un piccolo risentimento alla gamba, mettendo in fallo un piede. Si teme una contrattura che renderebbe improbabile un suo impiego contro il Giugliano. L'ipotesi più ottimistica e auspicabile è quella di un affaticamento. Un piccolo contrattempo che apre un capitolo piuttosto antipatico. La squadra per tutta la settimana si sta allenando al campo B. Il motivo è da ricercare nelle condizioni davvero precarie del manto erboso dello Iacovone, retaggio di una partita amatoriale svolta nel fine settimana. Le parole di Papagni a questo proposito sono state piuttosto intrise di rammarico. «Purtroppo dovremo preservare il campo principale anche nei prossimi giorni che ci separano dalla partita contro il Giugliano. La situazione è davvero difficile e questo mi fa un po' pensare. Domenica non vorrei ritrovarmi a commentare azioni decisive per colpa di una zolla...». 
Il programma prevede un allenamento giornaliero per oggi e domani prima della sfida contro i campani allenati da Franco Dellisanti. di Luigi Carrieri03 febbraio 2006

Papagni nasconde il Taranto
Provati soluzioni e moduli alternativi. Si ferma Pastore

Papagni ha completamente... blindato il Taranto. Sul campo «B» dello Iacovone non solo ha mischiato le carte circa la formazione da schierare dopodomani contro il Giugliano di mister Dellisanti, ma ha anche chiuso nel cassetto modulo, schemi ed accorgimenti particolari. Tutte queste operazioni, infatti, erano state provate nell'allenamento della mattinata, disputato a porte rigidamente chiuse. Ieri pomeriggio, pertanto, ha dato sfogo più che altro alle cosiddette soluzioni alternative, ossia a quelle variazioni che possono essere prese in considerazione in casi particolari. La partitella contro la Berretti ha avuto tre distinte fasi. Nei primi 19' Papagni ha presentato un 3-4-3 i cui protagonisti erano: Gentili, Capone, Pastore, Martinelli; Micallo, Manoni, Deleonardis, Prosperi; Catania, Passiatore, Deflorio. Per la cronaca è stato segnato un solo gol (Passiatore). Nei restanti sedici minuti della prima frazione di gioco ha operato degli spostamenti, ridisegnando la squadra con il 4-3-3. Dinanzi a Gentili, hanno operato Micallo, Capone, Martinelli, Prosperi; Manoni, Pastore, Deleonardis; Catania, Passiatore, Deflorio. Segnata una sola rete (Deflorio). L'unica nota stonata è stata l'uscita di Pastore al 32' per un indolenzimento ad un polpaccio (è inciampato in una buca: dai primi accertamenti non sembra nulla di importante). Nella ripresa, durata 38', ha sistemato invece la squadra secondo il 4-4-2 con questi uomini: Lucaselli, Malagnino, Caccavale, Manoni, Manni; Mignogna, Mancini, Bussi, De Liguori; Di Domenico, Ambrosi. Segnate 6 reti: doppiette di Di Domenico ed Ambrosi, De Liguori e Mignogna. Dopo 14' Manoni è stato sostituito da Prosperi il quale, a sua volta, sempre dopo 14', è stato rilevato da Capone. Punteggio finale: 8-0. Sono rimasti a riposo Mortari e Larosa alle prese con i rispettivi acciacchi. L'allenamento è stato disputato a spron battuto. L'intera rosa ha dimostrato di essere in palla e di godere buona salute. Ad assistervi c'erano una sessantina di tifosi i quali, nell'intervallo e nella fase finale, hanno contestato Vittorio Galigani, presente all'allenamento (mancava il diesse Evangelisti, fuori per impegni). Fra gli esperimenti più interessanti quello di Pastore dinanzi alla difesa: può essere preso in considerazione in qualche particolare circostanza per dare maggior forza alla fase d'interdizione. Per quanto riguarda i nuovi, Ambrosi è in evidente crescita atletica. Prosperi dimostra di potersi ben adattare sia lungo l'out mancino difensivo che al centro della difesa. Bussi si sta inserendo con sollecitudine nei nuovi schemi, mostrando buona interdizione, ma anche discreta visione di gioco per cui si rende utile alla fase offensiva. Manoni ha voluto dimostrare a tutti, tecnico, compagni e tifosi, di potersi rendere utile alla squadra sin da...subito. Bene anche Mignogna, acquisto... aggiunto. Ha confezionato uno splendido assist per Di Domenico ed ha segnato una rete alla sua maniera: palombella sull'uscita del portiere. La formazione è in alto mare. Facendo riferimento al 4-4-2 potrebbe essere questa: Gentili; Micallo (o Martinelli), Caccavale, Pastore, Manni; Mancini, Bussi, Manoni, De Liguori; Di Domenico, Deflorio. di Giuseppe Dimito03 febbraio 2006

«Ma siamo un po' stanchi»

Papagni, come sta la squadra in vista dell'appuntamento contro il Giugliano? «È un po' stanca, le quattro sedute sostenute tra mercoledì e giovedì hanno appesantito le gambe dei calciatori. Stiamo lavorando sodo per essere brillanti negli ultimi due mesi di campionato. Fino a domenica, comunque, i ragazzi riusciranno a smaltire i carichi di lavoro». Il successo contro l'Igea Virtus ha restituito tranquillità allo spogliatoio? «I tre punti sono sempre la migliore medicina per guarire da una crisi di risultati. Già da lunedì, però, siamo concentrati sulla prossima gara interna. Attraversiamo un periodo in cui è necessario il massimo sacrificio per raggiungere una condizione ottimale». Confermerà il 4-4-2 che le ha consentito di ottenere il primo successo da quando siede sulla panchina del Taranto? «Non amo parlare di numeri, piuttosto firmerei per vedere giocare la mia squadra così come è avvenuto in Sicilia. In questo modo riusciremmo a sfruttare al meglio le nostre potenzialità. L'impianto tattico è secondario. Conta, invece, essere elastici per sapersi adattare al sistema di gioco avversario e ad eventuali variazioni durante la gara». Quante possibilità ci sono di vedere in campo il neo acquisto Manoni? «Tante quante ne hanno tutti gli altri. Fisicamente è a posto, ha giocato fino a domenica scorsa. Ho ancora due giorni per decidere la formazione». Riuscirà Pastore a recuperare dall'infortunio subito durante il test di ieri pomeriggio? «Ancora non lo so, ma non posso tollerare che uno stadio come lo Iacovone presenti il manto erboso in pessime condizioni. Fino a sabato lavoreremo sul campo B con la speranza che il campo principale sia in condizioni accettabili per domenica». Sei successi, tre pareggi e due sconfitte. Sono questi i numeri che fanno del Giugliano la compagine con il miglior rendimento esterno del girone C. «È' una formazione ben attrezzata, guidata da un allenatore (Dellisanti, ndr) che ritengo un lusso per questa categoria. E sapientemente costruita da Maglione, che ben conosco per averci lavorato insieme a Trapani nella stagione '98-'99. Hanno giocatori molto veloci e diventano molto temibili nelle ripartenze e negli spazi larghi». La contestazione dei tifosi potrebbe turbare la serenità della squadra? «Sì, ma soltanto se dovesse durare per molto tempo. Adesso tocca a noi riconquistarli, a suon di buone prestazioni e di risultati positivi». di Fabio Di Todaro03 febbraio 2006

Uefa, pallonate antirazziste 
Si è aperta, a Barcellona, la seconda conferenza europea sul razzismo nel calcio. Anche in Spagna i cori di scherno e i "buu" sono molto diffusi. Presenti Milan e Figc

Due anni fa, a Londra, l'Uefa riunì attorno a un tavolo giocatori, club, federazioni e associazioni ditifosi per discutere del problema del razzismo negli stadi europei, un fenomeno studiato, arginato ma mai veramente (com)battuto. Si decise di mettere in comunele diverse esperienze e tracciare un piano d'azione per sradicare il cancro che da anni si annida nelle curve del vecchio continente. Quell'incontro, intitolato Unite against racism, si aprì con le immagini di un famigerato striscione degli ultras della Lazio («Auschwitz la vostra patria, i forni le vostre case») e con quelle di un manichino nero impiccato sugli spalti dai tifosi del Verona. I soliti italiani. Già, ma non perché fossimo gli unici a imbrattare di vergogna le nostre domeniche allo stadio. Bensì perché a quel summit antirazzista il calcio italiano non c'era, se non in video. La Figc, le squadre, persino i giornali, non ritennero opportuno partecipare, informarsi, inviare qualcuno. C'erano per fortuna la Uisp e quelli di Progetto Ultrà, l'archivio del tifo di Bologna che da una vita ormai riempie da solo l'imbarazzante vuoto lasciato dalle istituzioni. Due anni dopo, lo stadio Nou Camp di Barcellona ha ospitato ieri la seconda conferenza europea sul razzismo, organizzata dall'Uefa, dalla rete Fare (Football against racism in Europe), dalla federazione spagnola (Rfef) e dal Barça che ha messo a disposizione il suo tempio calcistico. Anche questa volta l'incontro si è aperto nel segno dell'Italia. Troppo fresche le desolanti immagini rimbalzate dallo stadio Olimpico, le svastiche e gli striscioni antisemiti della curva sud romanista, una vergogna per tutta la famiglia del calcio ma anche un monito sul fatto che la strada da fare sia ancora piuttostolunga.

Il filmato d'apertura non veniva però da Roma ma da Messina: il rifiuto di continuare a giocare di Marc Zoro di fronte agli ululati degli ultras interisti e le sue parole «non faccio il personaggio, mi sono comportato così perché non voglio essere considerato un animale». E con lui le facce felici e multicolori dei Mondiali antirazzisti di Montecchio, un esempio oramai decennale di come anche noi nel nostro piccolo sappiamo darci da fare contro la xenofobia. La scelta di organizzare il summit in Spagna non è stata casuale. Su diversi campi della Liga i tifosi locali sono soliti accogliere gli avversari di colore con cori razzisti e lanci di banane tanto che l'anno scorso l'attaccante camerunense del Barcellona, Samuel Eto'o decise di rispondere mimando la danza dell'orango a ogni gol segnato. Due settimane fa poi l'ex ct iberico Xavie Clemente aveva preso di mira ancora il povero Eto'o, colpevole di aver sputato contro un giocatore dell'Athletic Bilbao. «Pensavo che solo chi è appena sceso dall'albero potesse faresimili schifezze». Barcellona, con la sua tradizionemulticulturale e multirazziale, ha provato allora a dare l'esempio. Il Barça, che l'antifranchismo catalano ha trasformato col tempo in molto "più che un club", si è impegnato negli ultimi anni a mettere alla porta i famigerati boixos nois, gli ultras di estrema destra che oggi non trovano più posto sulle gradinatedel Nou Camp. La Roma però, che nei giorni scorsi aveva chiesto clemenza sostenendo di non sapere cosa fare contro l'idiozia dei propri tifosi, qui non c'era e avrebbe avuto di che imparare. Come lei mancava la stragrande maggioranza dei club italiani, essendopresenti solo il Livorno e il Milan che ha avuto l'accortezza di mandare un suo ex calciatore, il brasiliano Leonardo. C'era finalmente anche la Figc,che puntando a ottenere l'organizzazione degli Europei del 2012 non può più permettersi figuracce in materia,e persino il giudice sportivo Maurizio Laudi, che martedì ha squalificato il campo della Roma e qui ha spiegato come fosse complicato per l'arbitro sospendere la partita e contraddire le forze dell'ordine. A metterci faccia e esperienza hanno provveduto ancora una volta Carlo Balestri di Progetto Ultrà e Daniela Conti della Fare che ha chiarito comela discriminazione nel calcio riguardi anche gli stereotipi dei media, le barriere istituzionali nei confronti degli extracomunitari (soprattutto a livello amatoriale) e l'impossibilità per le minoranze etniche di accedere a posti dirigenziali in club e federazioni.

Sul problema del razzismo va però dato atto ai burocrati del calcio di aver scelto e messo in pratica una politica della tolleranza zero per una volta condivisibile. Dall'inizio della stagione, l'Uefa ha autorizzato i direttori di gara a interrompere le partite in caso di cori razzisti da parte di tifosi e giocatori. Il là l'ha dato nella scorsa stagione l'arbitro olandese Renè Temmink che a dieci minuti dalla fine del match tra Den Haag e Psv Eindhoven mandò tutti negli spogliatoi a causa dei canti antisemiti del pubblico di casa. «Anche nel calcio ci sono limiti che non si possono superare» dissesconsolato e poco dopo si ritirò. L'Uefa colse la palla al balzo e cominciò ad assestare punizioni esemplari a chi giocava con la xenofobia: non solo multe salate ma anche chiusura di un settore dello stadio, come capitato allo Sparta Praga per i buu razzisti dei propri tifosi. Il governo europeo del football è poi sceso in campo a fianco del Parlamento europeo che, nonostante il catenaccio dell'estrema destra, ha approvato una dichiarazione scritta contro il razzismo nello sport e sta ora cercando di trasformarla in una risoluzione ufficiale. di Matteo Patrono02 febbraio 2006

«Ora tocca ai giocatori»
Gigi Blasi, presidente del Taranto, ha presentato ieri l'ultimo nuovo acquisto Manolo Manoni, affrontando anche tanti altri argomenti. «Dimostrino sul campo il loro valore»

Si chiude con Manoni (contratto fino a giugno con opzione per l'anno prossimo) il cerchio delle presentazioni ufficiali. Il presidente Gigi Blasi ha meno affanni, almeno rispetto alla maratona operata dodici mesi fa. Non c'era una squadra da rifare, ma solo operare piccole correzioni, secondo le indicazioni del nuovo tecnico Papagni. Tanti gli argomenti toccati nella conferenza di ieri mattina, alcuni con il petto in fuori e con tenace fierezza. 
«Con Manoni - ha detto - il nostro lavoro è terminato. Avevamo bisogno di un centrocampista e seguendo le indicazioni di Papagni abbiamo centrato l'obiettivo. La cosa che mi ha fatto piacere è arrivare a Milano e trovare tante società che cercavano i nostri giocatori. Posso fare un elenco di nostri calciatori che hanno ricevuto delle offerte: il Pisa ci ha chiesto Pastore, la Triestina ci ha chiesto Caccavale, il Piacenza ha fatto un sondaggio per Mancini, l'Acireale ha fatto lo stesso con Di Domenico. Per De Florio c'erano Catanzaro e Torres. I calabresi volevano offrirci anche 200.000 euro. Se avessimo voluto incassare un po' di soldi, non avremmo esitato ad accettare». «Solo se in cambio ci davano Corona» ha chiosato il ds Luca Evangelisti. 
Poi c'è spazio per trattare due nodi che hanno faticato a sciogliersi in questi giorni e chissà se si risolveranno del tutto in futuro. 
«Mignogna resta al Taranto anche perchè non abbiamo ricevuto in concreto nessuna offerta dal Treviso. E' vergognoso quello a cui ho assistito nelle ultime settimane, con fax, timbri e documenti presunti giunti a tal proposito in società. Avevo fornito tutti i mezzi per permettere ai dirigenti trevigiani di contattarmi. Anche a Milano ce li avevo a due metri e invece nulla. Dubbi sulla reale offerta? Non solo so. A Mignogna dico che se a giugno vorrà firmare un nuovo contratto siamo pronti. Altrimenti lo lasceremo libero di accasarsi gratis. Per ora so che Papagni ha mostrato il suo apprezzamento personale per il giocatore». Segue il chiarimento sul caso Passiatore affrontato con una certa ironia. «Se Passiatore si candidasse alle politiche verrebbe sicuramente eletto. E' un tesserato del Taranto e si allena con il Taranto. L'unica richiesta che ho manifestato era quella che si sottoponesse alla risonanza magnetica. L'ho detto più volte: sono pronto a fare questa visita a mie spese e dal miglior medico d'Italia. Lui dice che ha un certificato? Quella è una cosa diversa. Noi richiediamo una visita specialistica sull'arto infortunato meccanica ed elettronica. Poi vedremo il da farsi. Blasi non pagherà mai Passiatore. Blasi pagherà Passiatore attraverso la Lega. I giocatori sono tutelati federalmente. Non si tratta di una questione di soldi, perchè il giocatore primo o poi li riceverà. La cosa che mi lascia perplesso è che si fa un gran parlare di Passiatore e non si parla del Taranto che lotta per la C1. I tempi sono cambiati: io ho restituito dignità ad una società che non pagava hotel che faceva le collette per l'abbigliamento. Preciso che al 15 di questo mese, siamo forse una delle poche società che ha i bilanci in regola e gli stipendi erogati in tempo». 
Ora la palla passa ai giocatori. «Voglio precisare che non c'è contestazione o strappo con i tifosi. Io voglio una tifoseria sana e mai violenta. Come non è vero che io sia in disaccordo con i miei collaboratori. Io sono arrabbiato con i giocatori, sono loro che scendono in campo. Vorrei più sacrificio da parte loro e dimostrare il loro valore sul campo e non sulla carta». 
Un Taranto che si è materializzato a gennaio è leggermente differente rispetto a quello nato in estate. I motivi sono semplici. 
«Le squadre si fanno seguendo le tracce dei tecnici. Marino aveva presentato dei ruoli da coprire e non nomi, forse perchè non aveva una conoscenza approfondita. Papagni ha avanzato dei nominativi e per l'area tecnica è stato più facile raggiungere gli obiettivi». di Luigi Carrieri02 febbraio 2006

«Mercato chiuso, ora lavorate»
Le confessioni del massimo dirigente: «Mignogna e Passiatore? Non costituiscono dei casi». Il patron Blasi carica il Taranto

Un Blasi effervescente (nonostante le poche ore di sonno), un Galigani professionale ed esperto in carte federali e materia contrattuale ed un Evangelisti corrucciato per il campionato non esaltante disputato dal Taranto finora, ma pimpante hanno preso parte "molto attiva" alla conferenza stampa di presentazione dell'ultimo acquisto stagionale rossoblù, Manolo Manoni, il quale ha firmato un contratto ad obiettivo fino a giugno, ma con l'opzione per la prossima stagione. Al tavolo di "comando delle operazioni" c'era anche Ursino, amico personale di Blasi. Galigani: «Abbiamo acquistato Manoni seguendo le indicazioni del direttore Evangelisti e dell'allenatore Papagni: entrambi stimano molto il giocatore. E' un centrocampista di quantità, molto tenace e combattivo. Preciso: non fa parte della scuderia di Dalle Vedove (l'avv. Prete)». Blasi: «La campagna-trasferimenti è chiusa. Ora i giocatori devono lavorare, con tutta la birra che hanno in corpo per riportare il Taranto nei quartieri alti della classifica. Fortunatamente il tempo per ritornare in zona playoff c'è». Un bilancio sul mercato? «Sono molto felice. A differenza della scorsa stagione, ho ricevuto richieste per i miei calciatori. Il presidente dell'Acireale mi ha inseguito a lungo per convincermi a dargli Di Domenico. Il Catanzaro mi ha messo sul piatto duecentomila euro per Deflorio. Il Piacenza voleva a tutti i costi Mancini. Pisa e Triestina hanno pressato parecchio per tesserare Pastore e Caccavale. A tutti ho detto: no». Il caso-Mignogna è chiuso. Il giocatore resta a Taranto. «Parlare di caso è eccessivo. Nel calcio, a volte, avvengono delle incomprensioni. Quando mi giunse all'orecchio che il Treviso lo cercava, dissi al ragazzo: fammi telefonare dal presidente o da qualche grosso dirigente della società veneta per metterci d'accordo. Sono ancora in attesa della telefonata». Galigani, al riguardo, ha aggiunto: «Giunse in società un fax, con carta intestata del Treviso, con la richiesta del giocatore, con il timbro della società, ma.... privo di firma del presidente. Voi capite che quel fax costituiva... nulla». Il rapporto con una parte della tifoseria sembra deteriorato. «Non sono d'accordo. Stimo tutti i supporters rossoblù, dalle due curve alla tribuna passando dalla gradinata. Non è un caso che tutte le squadre avversarie ce li invidiano e li temono. E sono anche d'accordo che critichino, ma a due imprescindibili condizioni: devono essere costruttive (e non distruttive) e devono essere tranquille e serene. Quando i tifosi osservano questi due canoni, sono credibili e, quindi, contano per il sottoscritto. Altrimenti, no perché odio la violenza come ho sempre sostenuto. Io sono molto arrabbiato unicamente con la squadra perchè ultimamente ha incamerato pochissimi punti». Passiatore è un problema? «Se farà la risonanza magnetica, no». A questo punto è intervenuto Galigani che ha precisato: «Dopo il caso-Curi, a Perugia, la Lega ha emanato norme rigidissime. Tutti i calciatori dovranno essere sottoposti a visite specialistiche mirate in caso d'infortunio. Non possiamo rischiare. Per il pagamento del suo contratto, norme alla mano, riceverà quanto eventualmente da noi dovuto dopo che il Collegio Arbitrale avrà posto la parola fine sui tanti ricorsi. I soldi ci sono. C'è una specifica fidejussione già depositata. Ripercussioni in classifica? Non scherziamo nemmeno». Oggi doppia seduta. Nel pomeriggio, partitella. di Giuseppe Dimito02 febbraio 2006

«Questa maglia mi farà rinascere» 
Il centrocampista Manoni: «Papagni ha stima di me, mi impegnerò». Le impressioni, a caldo, del nuovo acquisto della società di viale Virgilio

Manolo Manoni è stato presentato ieri mattina n orario abbastanza insolito. Erano, infatti, le 9,30 quando è comparso in una delle tante sale dell'albergo che ospita il Taranto nei ritiri delle gare casalinghe. Era visibilmente emozionato. Non di rado ha addirittura arrossito nel rispondere alle domande un po' più "piccanti". «Quando mi è giunta la richiesta del Taranto, sono rimasto molto lusingato. Non me lo sono fatto ripetere due volte. Dopo il "sì" dato al presidente Blasi ed al diesse Evangelisti, mi sono messo immediatamente in auto e sono venuto qui da voi. Durante il viaggio mi son detto: che bello! Dopo tanti anni di campionati di C2 che avevano il solo scopo di raggiungere la salvezza o, peggio, a giocarsi la permanenza attraverso i playout, vado in una grande società, in una grande piazza, per puntare alla C1 sia pure tramite i playoff. Mi è sembrato rinascere, calcisticamente parlando». Come si definisce tecnicamente? «Sono un centrocampista di quantità con qualche scampolo di qualità. In campo dò sempre il massimo. E lo farò anche a Taranto». A Latina, nella scorsa stagione, ma anche nella partita d'andata allo Iacovone, diede filo da torcere ai colori rossoblù. «In entrambe le gare ci servivano i punti come il pane per cui un po' tutti ci siamo dati un gran da fare per acciuffarne il più possibile. Ovviamente adesso che sono del Taranto, m'impegnerò con tutte le mie forze per dare il mio contributo alla causa tarantina». Conosce i nuovi compagni? «Di nome tutti. Non ho mai avuto il piacere di giocare insieme. So che Papagni ha una grossa stima di me. Due anni fa, quando era ad Andria, mi cercò con insistenza». Finisce spesso sul taccuino degli arbitri? «Un tempo, sì. Ero più giovane, più esuberante e più inesperto. Adesso, invece, mi sono fatto più furbo. Quando posso tento più il dialogo con i direttori di gara». di Giuseppe Dimito02 febbraio 2006

«Con il mio Giugliano sarà un match vibrante» 
Parla l'ex mister Dellisanti: «Giocheremo a viso aperto»

Mister Franco Dellisanti, che partita sarà Taranto-Giugliano? «Sicuramente avvincente, con due squadre di alta classifica che vorranno conquistare tre punti. Il Taranto sarà galvanizzato dall'ultimo successo esterno e vorrà riconquistare la stima e la fiducia dei suoi tifosi. Il Giugliano giocherà come ha sempre fatto, non cambierò nulla. Sarà una partita molto difficile, ma verremo allo Iacovone per giocarcela a viso aperto». La sua squadra, però, continua a perdere punti tra le mura amiche. Anche domenica scorsa, contro il Potenza, avete perso un'ottima occasione per allungare il vantaggio sulle dirette inseguitrici. «Il nostro rendimento è molto altalenante. Fuori casa, con sei vittorie, siamo la compagine che ha vinto più gare in serie C a pari merito con il Sansovino. In casa - due vittorie, sei pareggi e due sconfitte, ndr -, invece, abbiamo subito molte reti su calcio piazzato, facendoci rimontare in diverse circostanze. È l'unica pecca di una squadra molto giovane che, comunque, continua a darci soddisfazioni». Il lavoro certosino del direttore Maglione mostra risultati positivi. Quanto ci crede il Giugliano nel raggiungimento dei play-off? «È il nostro obiettivo. Escludendo quattro-cinque giornate, siamo sempre stati nelle prime cinque posizioni. E abbiamo dato molta importanza anche ad altri aspetti. Il Giugliano è una squadra sbarazzina, che non muore mai e che può rappresentare il trampolino di lancio per diversi ragazzi». E Vives, intanto, è già promesso sposo del Napoli. «È un ottimo giocatore e sono sicuro che farà tanta strada. Ma non è l'unico. Penso a Ciotola, utilizzato con il contagocce durante lo scorso campionato, e autentica rivelazione di questa stagione. Il gruppo è unito e c'è tanta voglia di ottenere un buon risultato». Cosa pensa del Taranto? «È un'ottima squadra, che può contare su elementi che sicuramente le altre concorrenti non hanno. Tutte le altre squadre di vertice basano il proprio gioco sulla forza del collettivo, mentre il Taranto, così come il Gallipoli, ha nei singoli la sua arma più pericolosa». Ad una squadra costruita per vincere, però, non capita di perdere quattro partite consecutive. «È vero, ma nessuno poteva pensare che sarebbe accaduta una cosa simile. E, comunque, non credo abbiano perso tanto terreno. Grazie alla vittoria contro l'Igea Virtus, la zona playoff dista appena due punti. Capita a tutte le formazioni, poi, di avere un calo durante la stagione». È andato via Marino ed è arrivato Papagni. Era l'unico modo per venir fuori da una crisi di risultati? «Non entro nel merito delle scelte della società. Papagni è un tecnico molto competente che, per diverse circostanze, finora è stato abbastanza sfortunato. Se i giocatori lo seguiranno, riuscirà a togliersi delle belle soddisfazioni. Io, però, sono sempre contrario ai cambi in corsa. Un allenatore, se è scelto per portare a termine un progetto, va difeso con tutte le forze. E, se i risultati non arrivano, la colpa non può essere di una sola persona». di Fabio Di Todaro02 febbraio 2006

Le curve di oggi come trent'anni fa
Dalle svastiche alle svastiche. Un libro fotografico del '79 testimonia quanto sia vecchio il male del calcio. Negli scatti di Daniele Segre saluti fascisti, stelle a cinque punte e P38

Anni buttati, senza che nulla sia stato fatto, senza che nulla sia davvero cambiato. Il calcio italiano è il più indietro di tutti nel contrastare i fenomeni razzisti all'interno degli stadi. La denuncia arriva direttamente dalla Uefa, per bocca di William Gaillard, portavoce del presidente Johansson. 

"Non è possibile che l'Italia si stia distanziando così tanto per risultati ottenuti in fatto di contenimento o azzeramento delle manifestazioni razziste degli altri paesi europei", spiegava Gaillard da Barcellona, dove si è tenuto il congresso "Unite Against Racisme" organizzato dalla Uefa in collaborazione con l'associazione Football Against Racism in Europe. "C'è qualcosa - faceva notare ancora Gaillard - che state sbagliando da tempo". 

Sì, ma quanto tempo? Quasi trent'anni a riprendere in mano un vecchio libro del 1979 curato dal regista Daniele Segre per il Comune di Torino e la casa editrice Mazzotta. Il volume è un viaggio fotografico nel cuore delle due tifoserie del capoluogo piemontese compiuto nello stesso anno in cui il calcio italiano doveva fare i conti con uno degli episodi più tragici della sua storia, l'assassinio allo stadio Olimpico di Vincenzo Paparelli. Non fosse che tutti gli scatti sono in bianco e nero e che alcuni capi di abbigliamento (ma non tutti) sono decisamente passati di moda, "Ragazzi di stadio" potrebbe essere fresco di stampa: saluti romani, scritte e striscioni violenti, e anche un volantino con la parola d'ordine nazista "Gott mit uns" rilanciata domenica scorsa all'Olimpico dagli Ultras romanisti. 

Le differenze tra le tifoserie di oggi e quelle di allora, a cercarle, sono semmai altre. La "Filadelfia", curva di "proprietà" bianconera quando Toro e Juve giocavano ancora nel vecchio Comunale, era infatti prevalentemente orientata a sinistra. Il libro di Segre documenta infatti saluti a mo' di P38, stelle a cinque punte e cori come "autonomia juventina/organizzazione/lotta armata/perla rivoluzione". A guardarle oggi quelle immagini, con le curve monopolizzate dai gruppi di estrema destra (fatte salve rare eccezioni), colpisce che la più grande tifoseria organizzata d'Italia fosse così legata all'eredità del '77. 

Messe a fianco delle scioccanti foto scattate domenica scorsa in curva Sud mentre la Roma strapazzava il Livorno, le immagini di "Ragazzi di stadio" forniscono anche un'altro spunto di studio per i sociologi. Se in molti hanno notato e vivisezionato l'impeccabile e costoso guardaroba dei neonazisti giallorossi, fatto di capi firmati e all'ultima moda, il volume del 1979 testimonia una presenza in curva molto più proletaria. 

Oggi sono ignoranti, ma non sembrano affatto poveri. E forse questo continuare a pensare che gli ultras siano espressione delle borgate e delle fasce più disagiate delle società è proprio uno degli equivoci che ha contribuito ad alimentare l'immobilismo italiano. "Noi dell'Uefa - lamentava ancora uno sconsolato Gaillard - guardiamo sempre giù, sperando che l'Italia risalga, e invece state sempre lì sotto".02 febbraio 2006

Crac Perugia, Capitalia contro Gaucci
Secondo l'ex presidente, dietro tutti i suoi guai c'è l'istituto di Geronzi. Ma dai vertici del gruppo bancario arrivano smentite: «Farneticazioni. Pronti a denunciarlo per diffamazione». Tirata in ballo anche la Gea di Alessandro Moggi

Al riparo nel "caldo soffocante" di Santo Domingo da un mandato di cattura internazionale, l'ex presidente del Perugia Luciano Gaucci dovrà presto difendersi anche da una denuncia per diffamazione. A preparare le carte bollate sono i legali di Capitalia, il gruppo bancario citato dall'imprenditore come responsabile di tutti i suoi guai giudiziari e finanziari. In un'intervista a Repubblica, Gaucci sostiene infatti essere stato costretto alla bancarotta "da un gruppo di potere il cui burattinaio è Cesare Geronzi, presidente di Capitalia". 

Gaucci, replica una nota dell'istituto di credito, "a più riprese confonde la persona del presidente di Capitalia con la Banca" e "si lascia andare ad affermazioni del tutto fantasiose, prive di qualunque fondamento e perciò gravi e diffamatorie". Il comunicato entra poi nel merito delle lamentele dell'ex presidente del Perugia sul trattamento rievuto da Capitalia. 

"L'andamento negativo del Gruppo Gaucci nel tempo - si legge ancora - ha portato ad una transazione che è stata prospettata dai legali di fiducia del medesimo Gruppo ed accettata dalla Banca con sacrifici sulle proprie ragioni di credito. Allorché la banca non ha accolto richieste di nuovi finanziamenti, ciò è avvenuto poiché esse non erano supportate da validi presupposti, e comunque ha sempre fornito agli esponenti della società adeguate motivazioni". 

Nel "gruppo di potere" al quale Gaucci attribuisce le sue disgrazie, l'ex presidente del Perugia inserisce anche la Gea World, l'agenzia di procuratori guidata da Alessandro Moggi, il figlio del dirigente juventino Luciano che ha intrapreso gli stessi passi di Capitalia. In una nota la Gea World annuncia infatti di aver dato mandato ai suoi legali per la tutela della propria immagine. La società sottolinea quindi che "le espressioni riportate sono le ennesime di una serie tanto lunga quanto palesemente infondata e pretestuosa". 

Parlando di Geronzi Gaucci affermava: "Ho lavorato per lui, personalmente per lui per oltre 20 anni. Nelle ultime 4 stagioni le mie aziende hanno pulito i 1500 uffici della sua Banca di Roma. E poi ho fatto avere a lui, a sua moglie e a sua figlia beni di ogni genere per 60 milioni di euro. Altri 25 milioni gli sono arrivati attraverso il Perugia calcio. Ma quando ho avuto bisogno di 15 milioni per pagare gli stipendi dei giocatori Geronzi me li ha promessi, per poi tirarsi indietro nel momento in cui ha avuto certezza che il club sarebbe fallito". 

Affermazioni che Capitalia definisce "farneticazioni" dalle quali intende difendersi attraverso le vie legali. Ma nell'intervista anche Gaucci annunciava l'intenzione di far intervenire la magistratura nei confronti di Capitalia e di avere pronto un memoriale. 02 febbraio 2006

Storia di Gaucci dalle scope al pallone
La turbolenta carriera dell'imprenditore romano ricercato per bancarotta. Da allevatore di cavalli di successo all'ingaggio di Nakata e Gheddafi jr. Colpi di genio, provocazioni e scandali. Amico di Andreotti, fu condannato per tentata corruzione di un arbitro. Di sé dice: «Io un figlio di una buona donna? Sì, abbastanza»

Donne, cavalli, autobus, quadri e squadre di calcio, tante squadre di calcio. Quanto ad aneddoti, per raccontare chi è Luciano Gaucci non c'è che l'imbarazzo della scelta. Romano, 66 anni, ex oste nella capitale, ex autista dell'Atac, Gaucci deve le sue fortune principalmente agli affari fatti con la sua imprese di pulizie, "La milanese", arrivata a fatturare 200 miliardi di lire l'anno con tremila dipendenti a libro paga. "Se l'avessi chiamata 'La romana' - dirà poi con il suo tipico gusto per la battuta ad effetto - non avrei mai lavorato". 
L'ex presidente del Perugia ora al riparo da un mandato di cattura internazionale a Santo Domingo insieme alla nuova giovanissima fidanzata, è passato nel mondo del pallone come un ciclone. Dopo un breve assaggio alla Roma, la sua squadra del cuore, con la vicepresidenza durante la gestione di Dino Viola, Gaucci è entrato in pianta stabile nel business del calcio nel 1991, quando acquistò il Perugia, proprietà che ha mantenuto sino al 2004, anno in cui ha fatto sprofondare il club del Grifone in una bancarotta al centro dei suoi guai giudiziari. In questo lungo periodo Gaucci ha collezionato trovate geniali, provocazioni odiose, gossip maliziosi e sparate sbruffone. 
Di alcune di queste si è persa traccia: che fine ha fatto, ad esempio, la calciatrice donna che il presidente dei biancorossi era pronto ad ingaggiare sfruttando un presunto buco normativo del regolamento? Ma di altre il sistema calcio continua a pagare un costo salato. Se il campionato di Serie A è oggi a 20 squadre e la B a 22 a scapito della qualità e dell'equilibrio è anche colpa sua. 
Avendo collezionato anche la proprietà del Catania (insieme a quella di Viterbese e Sambenedettese, il Napoli invece gli sfuggì per un soffio), nell'estate del 2003 pensò bene di avviare una battaglia nei Tar di mezza Italia per ottenere che il suo club restasse in Serie B a colpi di carta bollata, a dispetto del verdetto del campo. 
Se Galliani, Moratti e Moggi trasformavano sempre più il calcio in un business a colpi di milioni (e quando c'era ancora la lira di miliardi) Gaucci cercava di fare la sua parte giocando di fantasia. I diritti tv del Perugia valevano ben poco, ma in famiglia si pensò di fare quattrini ingaggiando l'idolo del calcio giapponese e di vestirlo con la casacca fatta nel maglificio del figlio Alessandro. La divisa biancorossa di Nakata prodotta dalla Galex (nulla di esotico, il nome è semplicemente la contrazione di Gaucci Alessandro) andò a ruba tra i nipponici ossessionati dallo shopping portando un bel gruzzolo in cassa. 
Certo, fu una scommessa, ma Gaucci la vinse non solo per il business messo in piedi con il Sol Levante ma anche perché l'imbronciato centrocampista giapponese venne poi rivenduto a caro prezzo alla Roma. Meno bene andò con il figlio di Gheddafi, Al Saadi, ingaggiato dal Perugia e poi incappato nei controlli antidoping malgrado la sua inettitudine calcistica non gli permise di scendere in campo per più di pochi minuti. Il ritorno pubblicitario fu però immenso e la provocazione di "Big Luciano" portò a Perugia giornalisti da tutto il mondo. Poi il veloce declino, con un colpo d'ala malriuscito: Gaucci tentò perfino di comprare il Napoli. 
Ma il gusto per la scommessa azzardata Gaucci l'ha sempre avuto. Del resto il fiore all'occhiello della sua carriera è la sua scuderia White Star. Tony Bin, l'animale più pregiato, vinse addirittura un "Arc de Triomphe", la più prestigiosa corsa del mondo prima di essere venduto a caro prezzo ai soliti giapponesi. "Meglio i purosangue dei calciatori - amava ripetere - sono meno esosi e poi non hanno i procuratori". E possono sempre far comodo - ma questo Gaucci non lo diceva - per cercare di ingraziarsi i favori di un arbitro, come fece con il signor Senzacqua di Ascoli Piceno, al quale regalò due destrieri per convincerlo a dare una mano al Perugia nello spareggio con l'Acireale del '93 per salire dalla C alla B. 
Lui, malgrado la pesante condanna del tribunale sportivo, quell'episodio l'ha sempre negato, gridando al complotto di Matarrese, che sarebbe stato in grado di danneggiarlo nonostante l'ostentata e rivendicata amicizia con Giulio Andreotti e il cardinale Angelini. Ma come credere a un personaggio che rispondendo alla domanda su "in che percentuale si sente un figlio di buona donna?", rispondeva papale papale: "Abbastanza alta". di Valerio Gualerzi02 febbraio 2006

«Rovinato dalla banca ma tiro fuori tutto»
Gaucci parla dalla sua latitanza ai Caraibi: «Io sono qui in vacanza: i miei figli non li dovevano toccare...»

Luciano Gaucci, dove si trova? 
«In terrazza, ho appena fatto la doccia. Qui a Bavaro Beach c'è un caldo umido asfissiante».
Ancora a Santo Domingo? E lì da 7 mesi, una vera e propria latitanza. 
«Macché latitante, sono venuto in vacanza e ci sono rimasto. Ho una bella casa nella zona migliore dell'isola, ho trasferito qui alcuni beni». 
Sa che le hanno arrestato i figli? 
«Lo so, sono preoccupato e molto incazzato. Questa è la manovra del signor Geronzi che arriva a compimento. I miei figli non c'entrano niente, hanno voluto colpire me, l'uomo che nell'estate del caso Catania sconvolse il progetto dei signori del calcio. Hanno dato il povero Pieroni con il suo Ancona in pasto ai magistrati, ora fanno fallire Gaucci per rimettere i ribelli al loro posto. Hanno ucciso il calcio, ma continuano a fare i loro affari». 
Un momento, Gaucci. I suoi figli sono accusati di bancarotta fraudolenta e associazione a delinquere. 
«L'arresto era nell'aria e il fatto che siano rimasti a Perugia dimostra che sono puliti. E poi alla bancarotta siamo stati costretti». 
Da chi? 
«Da un gruppo di potere il cui burattinaio è Cesare Geronzi, presidente di Capitalia. Ho lavorato per lui, personalmente per lui, per oltre 20 anni. Nelle ultime 4 stagioni le mie aziende hanno pulito i 1500 uffici della sua Banca di Roma. E poi ho fatto avere a lui, a sua moglie e a sua figlia beni di ogni genere per 60 milioni di euro. Altri 25 milioni gli sono arrivati attraverso il Perugia calcio. Ma quando ho avuto bisogno di 15 milioni per pagare gli stipendi dei giocatori Geronzi me li ha promessi, per poi tirarsi indietro nel momento in cui ha avuto certezza che il club sarebbe fallito». 
Affermazioni pesanti che lei fa da questa estate, cioè da quando è scappato a Santo Domingo: ma poi il suo avvocato frena. 
«L'avvocato Pompa ha provato a fare i miei interessi fino all'ultimo, ha trattato per ottenere un risarcimento, ma ora non ho più nulla da perdere: tiro fuori il memoriale che ho preparato in questi mesi». 
In quelle pagine si parla dell'affare Nakata? 
«Sì, certo, l'ho venduto alla Roma per intercessione di Capitalia. Tre giorni dopo aver incassato i 40 miliardi di lire della compravendita, Geronzi ha preteso, con lettera scritta, che li girassi alla banca». 
Lei aveva debiti con Capitalia, una banca non commette un reato se chiede il rientro. 
«Lo valuterà la magistratura se è reato o no: ho dovuto vendere la mia casa di piazza di Spagna. E questo è solo il più famoso di una serie di episodi». 
Dica. 
«Per la vendita di Liverani alla Lazio di Cragnotti padrone della Cirio, un affare da 25 miliardi di lire, sono stato costretto a pagare il 15% alla Gea di Alessandro Moggi e Chiara Geronzi. Sono andato personalmente, accompagnato dal mio autista, quattro, cinque volte nell'ufficio Gea al centro di Roma: ogni volta portavo con me una valigetta stipata di contanti. Alla fine, ho versato 3 miliardi e 750 milioni di lire in nero».
Lei usa la parola costretto, ma in questo calcio c'è stato sempre dentro, mani e piedi. 
«Costretto sì, mi hanno puntato una pistola alla tempia: se non davo quei soldi alla Gea l'affare non si faceva. Sono stati loro a far crescere la valutazione di Liverani da 20 a 25 miliardi e poi hanno indicato loro la percentuale della mediazione: intrattabile. Cragnotti neppure lo voleva Liverani. Oggi se non fai quello che dicono loro, i Geronzi, i Moggi, i Carraro, ti spazzano dal calcio. Quello che hanno fatto al Genoa è quello che hanno tentato di fare al mio Catania nell'estate del 2003, solo che io ho speso milioni in avvocati e ho messo a nudo il potere di Carraro. Il presidente federale, che è a capo della merchant bank di Capitalia, ha giurato di farmi sparire, poi non mi ha fatto comprare il Napoli e infine gli arbitri hanno mandato in B il Perugia. Geronzi 6 mesi fa me lo ha fatto sapere da un amico comune: "Ti rovino". Ma adesso gioco duro io, tiro fuori tutto. I miei figli non li dovevano toccare». di Corrado Zunino02 febbraio 2006

Arrestati i fratelli Gaucci
Alessandro e Riccardo in manette per il crack del Perugia Calcio. Irreperibile il padre Luciano. forse a Santo Domingo. Tra le ipotesi di reato l'associazione a delinquere

La Guardia di finanza di Perugia sta eseguendo sette ordinanze di custodia in relazione alle indagini sul "crack" del Perugia calcio. Tra gli arrestati, secondo le prime informazioni, ci sono Alessandro e Riccardo Gaucci, figli dell'ex patron Luciano che invece è irreperibile. Per lui, a quanto si apprende, starebbe per essere spiccato un mandato di cttura internazionale. 
Le ordinanze riguardano reati quali l'associazione per delinquere, la bancarotta fraudolenta e l'occultamento di documenti contabili. 
Nel novembre scorso il tribunale aveva dichiarato il fallimento del Perugia calcio e gli atti erano stati trasmessi alla Procura, la quale aveva già aperto un'altra indagine, per l'accertamento di eventuali responsabilità penali. 
L'indagine penale è stata diretta dal pubblico ministero Antonella Duchini, la quale ha chiesto i provvedimenti di custodia cautelari ora emessi dal gip, Marina De Robertis. 
Le difficoltà finanziarie della società del patron Gaucci erano cominciate ad emergere soprattutto dalla scorsa primavera quando si era saputo che i giocatori non percepivano lo stipendio da alcuni mesi. 
Successivamente il debito per gli stipendi non pagati ai dipendenti del Perugia calcio era stato indicato in circa sei milioni di euro. Anche il rendimento in campo della squadra, impegnata nel campionato di serie B, non era brillante, ma poi ha risalito la classifica arrivando fino allo spareggio con il Torino per la serie A. 
Dopo la mancata promozione, mentre Luciano Gaucci ed il fratello Riccardo sono a Santo Domingo, Alessandro Gaucci si dà da fare per tamponare la situazione e trovare il denaro per sistemare i conti, per potersi iscrivere al campionato. C'è un debito con l'erario indicato in 35 milioni di euro. La società cerca inutilmente un accordo con il fisco. 
Poi arrivano le sentenze dei tribunali sportivi ed il Perugia non viene iscritto. Alessandro Gaucci cerca e promette nuovi finanziamenti, tenta ancora una conciliazioni con il fisco e presenta ricorso al Consiglio di stato che il 9 agosto lo respinge. Il Perugia è cancellato da tutti i campionati dopo un secolo esatto di attività, che la città aveva solennemente celebrato proprio nel giugno scorso iscrivendo la società di Gaucci nell'albo d'oro del Comune. 
Alessandro Gaucci, insieme al padre Luciano, era stato inoltre coinvolto nella vicenda dell'Ancona Calcio: Luciano Gaucci sarebbe stato il proprietario occulto della società marchigiana e avrebbe ottenuto in questo modo contributi federali che non avrebbe potuto avere in quanto proprietario anche del Perugia.01 febbraio 2006

Si chiude con Manoni
L'ultimo acquisto del Taranto è il centrocampista del Latina, che piace a Papagni: «Ci serve la sua personalità». Mignogna rimane: il tecnico vuol dargli un'opportunità

L'ultimo a comparire è Manolo Manoni. Che non è il Gambacorta del detto popolare, ma è uno che, dalle referenze che possiede, la gamba non la tira nemmeno indietro. Il Taranto prende un altro mediano d'assalto, un altro giocatore che rinforza la linea di mezzo, arricchendola di qualità e di agonismo. Arriva dal Latina, ha ventotto anni e caratteristiche chiare: incontrista, uomo di carattere. Tanto carattere da aver incrinato da alcune settimane il suo rapporto con i ciociari, finendo fuori rosa e trovandosi poi nel mirino del Taranto. L'interesse sembrava scemato dopo una ventilata riappacificazione, ma era tutta una strategia: Manoni, adesso, è in rossoblu. L'ultimo acquisto di un mercato finito in pareggio: partiti tre centrocampisti (Bevo, Campanile e Bruno), rimpiazzati da due mediani (Bussi e, appunto, Manoni) e un esterno (Prosperi); partito un attaccante (Gambino), arrivato un attaccante (Ambrosi). 
Finiscono le voci, finiscono le trattative: il Taranto, adesso, è questo. «E su questo devo lavorare: mi sembra una buona base»: Aldo Papagni benedice le operazioni. Sembra, tra l'altro, che il suo gradimento preventivo a Manoni abbia dato il via all'acquisto del giocatore: «E' un giocatore di esperienza, uno in grado di garantire quantità. Uno che lotta: ci serve gente di questo tipo». Non è un giocatore di qualità: è un centrocampista da corsa. «E', soprattutto, uno di personalità - dice Papagni -. E a me interessava proprio un giocatore di personalità». Quattro operazioni in entrata, quattro in uscita: il Taranto, adesso, si tira fuori dal ring di voci e sussurri. E valuta il nuovo potenziale a disposizione: «In questa fase del mercato non è facile che i giocatori decidano di cambiare aria, di ridiscutere tutto. Ed è un rischio anche cambiare troppo: potrebbero rompersi determinati equilibri, potrebbero crearsi problemi inaspettati. Meglio evitare. Meglio capire chi siamo e capire che noi siamo i responsabili del nostro destino. Ora dobbiamo pensare a lavorare: saremo questi fino all'ultimo, possiamo farcela». 
Papagni adesso ha un altro elemento: Manoni (che verrà presentato ufficialmente stamani alle 9) domenica dovrebbe già essere utilizzabile. E non ha perso nemmeno Mignogna che, sentendo il tecnico, potrebbe riavere dignità all'interno del gruppo. Il Taranto non la ha ceduto, nonostante la guerra fredda delle ultime settimane. Nonostante le stoccate continue, sfociate in una lite in tv tra il giocatore e Marino: «A me nessuno ha detto niente: per me Mignogna è uno che fa parte della squadra e che, quando avrà recuperato la condizione, partirà alla pari con gli altri». Niente Treviso per il talento tarantino: rimarrà a Taranto fino alla scadenza naturale del contratto, fissata per giugno prossimo. E niente partenze per nessuno: un po' come Luca Evangelisti aveva annunciato. Il direttore sportivo, nei giorni scorsi, era stato chiaro: la squadra sarebbe rimasta questa. E da sola avrebbe dovuto tirarsi fuori. Respinte al mittente, quindi, le offerte per Mancini (Piacenza), Deflorio (Catanzaro e Torres), Caccavale (Triestina), Pastore (Pisa) e Di Domenico (Acireale e San Marino). Si resta così. E si riparte con un Manoni in più. A Papagni basta. di Fulvio Paglialunga01 febbraio 2006

Taranto, ingaggiato Manoni
Chiuso il mercato con l'arrivo del centrocampista. La Triestina ha invano bussato per Caccavale. Il Marcianise aveva offerto D'Apice. Catanzaro e Torres volevano Deflorio: richieste respinte. "No" al Piacenza per Mancini

È il centrocampista Manolo Manoni, classe '77, ex Latina, l'ultimo giocatore tesserato dal Taranto nel mercato di gennaio che ha chiuso i battenti ieri sera alle 19. Bilancio in perfetta parità per la società di via Umbria, con quattro arrivi, Ambrosi, Bussi, Prosperi e appunto Manoni e quattro partenze, Bevo (Pisa), Gambino (Carrarese), Campanile (Cavese) e Bruno (Nocerina). Tutto secondo previsioni, dunque, serviva un centrocampista per chiudere il cerchio e un centrocampista è arrivato. Manoni giunge in riva allo Jonio con un contratto fino a giugno, dopo la parentesi non troppo felice di Latina, società che lo aveva messo fuori rosa due settimane fa insieme ad altri nove calciatori, per poi decidere di reintegrarlo. Domenica scorsa la sua ultima apparizione con la maglia del club pontino nella gara casalinga persa dal Latina contro il Viterbo, da oggi, invece, è a disposizione del tecnico Papagni, che ha avallato il suo arrivo a Taranto. Per la cronaca, il diesse Evangelisti, salito all'Ata Quark insieme al presidente Blasi e al diggì Galigani, ha effettuato sondaggi anche per Delle Vedove della Juve Stabia, le cui caratteristiche tecniche non convincevano eccessivamente Papagni, e per La Marca del Melfi. Ma la scelta, alla fine, è caduta su Manoni, pronto a contendersi con Bussi una maglia da titolare in mezzo al campo già da domenica prossima contro il Giugliano. Ma la società di via Umbria avrebbe potuto ingaggiare anche un altro difensore, D'Apice del Marcianise, che attraverso il suo procuratore si era offerto al Taranto, non interessato, però, al calciatore. Ma nel corso della lunga giornata milanese, sono state tante le richieste pervenute al Taranto da altre società, soprattutto di categoria superiore, per i giocatori più rappresentativi dell'attuale organico rossoblù. Il Catanzaro (offriva la bellezza di 200mila euro) e la Torres hanno provato a strappare De Florio; il Pisa ha pressato per Pastore; la Triestina ha bussato per Caccavale; il Piacenza avrebbe fatto follie per Mancini, mentre Acireale e San Marino hanno chiesto notizie su Di Domenico. Tutti tentativi andati a vuoto per il "no" deciso del Taranto e del suo presidente, i cui obiettivi restano i play-off e la C1. 
Questa la rosa definitiva del Taranto dopo il mercato di riparazione. di Enrico Sorace01 febbraio 2006

La scheda di Manolo Manoni

Manolo Manoni, centrocampista, è nato a Jesi (Ancona) il 26 aprile 1977. 
Inizia a giocare nell'Osimana, poi passa all'Ascoli in B (in campo solo 30 minuti in Venezia-Ascoli 4-0 del 28.5.1995). Con i marchigiani 10 gare in C1 in due anni, quindi nel 1997-98 è al Tolentino in C2 (29 gare e retrocessione in D). Va alla Turris in C2 (6 gare), quindi nel gennaio 1999 al Fano (12 gare e retrocessione in D dopo i playoff persi). Ritorna alla Turris nel 1999-2000 (31 gare), poi l'anno dopo con la Maceratese retrocede nuovamente in D (30 presenze). Nel gennaio 2002 è al Fiorenzuola in C2 (gioca 14 gare e perde ancora i playoff). Al Ragusa nel 2002-03 (9 gare), poi nel 2003-04 all'Isernia dove finalmente si salva ai playout (31 gare). Nella passata stagione lo ritroviamo in serie D, prima nel Cosenza 1914 (9 presenze), poi dal novembre 2004 al Crevalcore (5 gare con l'unica rete in campionato), infine nel gennaio 2005 passa al Latina in C2 (17 partite). Nel 2005-06 ha giocato 16 gare con il Latina (15 da titolare). di Franco Valdevies01 febbraio 2006

Deflorio a parte. C'è Mignogna 
Ripresa ieri pomeriggio la preperazione

Il Taranto ha trovato una spiacevole novità alla ripresa della preparazione ieri pomeriggio: il terreno di gioco malmesso. In particolare lungo la fascia centrale, il manto erboso risultava sconnesso. Sembra per via di una partita disputata nel week-end sotto la pioggia insistente. Papagni ne ha preso atto, sia pure a malincuore, limitando il lavoro dei suoi alla parte atletica. Purtroppo non ha potuto far loro disputare la solita partitella finale. Il morale è buono. La vittoria di Barcellona Pozzo di Gotto ha prodotto i prevedibili effetti benefici che si riverberanno sicuramente per l'impegnativo match di domenica prossima contro il Giugliano di mister Dellisanti, distante soltanto due lunghezze. Per quanto riguarda l'infermeria, Mignogna ha finalmente ripreso a tempo pieno. Il neotrainer rossoblù nutre grande fiducia nel ragazzo tarantino doc considerandolo un "rinforzo" in più per la squadra. Per il resto Mortari e Deflorio si sono allenati a parte, mentre Larosa è rimasto fermo ai box. Dei tre il capitano è l'unico ad avere le maggiori probabilità di essere in campo domenica. Il giudice sportivo non ha squalificato alcun rossoblù. Martinelli ha raggiunto l'elenco dei diffidati. Non c'è alcun appiedato neppure in casa del Giugliano. Oggi doppia seduta. Domani è in programma la solita partitella che, proprio per non appesantire maggiormente il terreno di gioco, potrebbe essere disputata al campo "B" se non addirittura in provincia. Papagni sta compiendo un lavoro sicuramente difficile. Da una parte sta curando l'aspetto atletico che è fondamentale per il futuro immediato della squadra. Dall'altra deve ridare equilibrio ed assetto ad una rosa che, negli ultimi tempi, sta subendo delle variazioni importanti. Il neo trainer rossoblù va seguito nel certosino lavoro di "ricucitura". di Giuseppe Dimito01 febbraio 2006

Caccia ai nazisti da stadio
La questura mobilitata Identificati in 52 attorno agli striscioni neonazi, almeno 6 saranno denunciati come organizzatori, decine di perquisizioni. E' la campagna elettorale di Pisanu: «Massima severità, basta critiche alla polizia»

Decine di perquisizioni nei quartieri più caldi del tifo giallorosso, a Roma e in provincia. La questura ha mobilitato centinaia di uomini, la Digos ma anche la squadra mobile e i commissariati, nella caccia ai nazi-ultras. Si fa sul serio. Già ieri mattina cinquantadue persone erano state identificate nei filmati perché si trovavano attorno agli striscioni e ai simboli nazisti apparsi domenica nella curva sud dell'Olimpico prima di Roma-Livorno, dalle svastiche al lugubre «Gott mit uns» e all'inquietante «Lazio Livorno stessa iniziale stesso forno». L'elenco si è allungato durante la giornata ma dal riconoscimento all'ipotesi di responsabilità penali per incitamento all'odio razziale (legge Mancino), il passo non è affatto breve. Sei tifosi sarebbero stati invece identificati e saranno denunciati come organizzatori della parata nazi-fascista che ha accolto i livornesi, i tifosi più rossi del campionato. Anche se dalla questura non arrivano conferme non si tratterebbe di nomi noti del panorama ultras, piuttusto "cani sciolti" che albergano nel settore centrale della Sud dov'è apparso lo striscione sui forni, un settore un tempo occupato dal vecchio Commando ultrà, poi dagli AsRoma ultras e oggi fuori controllo. I gruppi ultras tradizionali peraltro negano la paternità degli striscioni, sia pure con la comprensibile preoccupazione di non apparire delatori o vigliacchi. Si parla di "chiarimenti" in corso tra i capi della curva che potrebbero proseguire stasera, prima di un blindatissimo Roma-Juve di Coppa Italia (a Torino 3 a 2 per i giallorossi).
Altre indagini riguardano il borsone ritrovato (o fatto ritrovare?) domenica mattina al ponte Duca d'Aosta, prima del passaggio dei pullman livornesi: lì c'era il materiale per l'agguato, sei bottiglie molotov e lo striscione con la scritta «V'avemo bruciato vivi» che sarebbe servito per l'agghiacciante rivendicazione dalla curva. Ma nulla trapela dalla questura perché il ministro dell'interno Giuseppe Pisanu si è gettato alla grande sullo scandalo dei nazisti da stadio. In clima da campagna elettorale, i risultati della caccia non sono arrivati neanche ai magistrati, sarà lo stesso ministro a renderli noti stamattina, in una conferenza stampa annunciata fin da lunedì. E poco importa che i fatti di domenica, compreso l'agguato fallito e le cariche nel prepartita all'ingresso del settore ospiti della Nord, per quanto allarmanti, siano stati meno gravi degli ultimi episodi accaduti attorno alle partite tra il Livorno e le squadre romane, segnate da ferimenti tutt'altro che banali.
Pisanu è scatenato e si è fatto sentire già ieri, ha promesso la massima severità e la drastica applicazione della legge Mancino (le cui sanzioni, peraltro discutibili, sono state di recente attenuate per volontà della Lega nord, con il voto di tutto il centrodestra) e ha rivendicato i meriti delle sue leggi contro la violenza negli stadi, come quella sulla flagranza differita: «Dalla loro entrata in vigore gli incontri con feriti sono diminuiti del 49 per cento e quelli con l'uso di lacrimogeni del 75 per cento, e che nella sola serie A è stato possibile disimpegnare 12.618 operatori delle forze dell'ordine, rendendoli disponibili per altri servizi».
Pisanu ha poi difeso la polizia, messa sotto accusa da giornalisti e politici che avrebbero voluto un intervento di forza, all'interno di una curva strapiena e notoriamente ostile alle forze dell'ordine, per togliere gli striscioni nazisti (esposti per pochi minuti) e le svastiche, o almeno la sospensione d'autorità della partita (che avrebbe posto il problema di un rabbioso deflusso, come avvenne due anni fa al famoso derby romano interrotto per la falsa notizia del ragazzino ucciso). «Critiche quantomeno affrettate - ha detto il ministro - Un intervento di forza o la stessa sospensione della partita nelle condizioni di estrema tensione che si erano già manifestate, avrebbe comportato rischi molto gravi anche per gli spettatori pacifici». Lo avevano già spiegato il prefetto Achille Serra e lo staff del silenzioso questore Marcello Fulvi. Però era stato lo stesso Pisanu, in passato, a rassicurare i benpensanti con lo spauracchio della sospensione delle partite, quindi dal Viminale è uscita una nota secondo la quale, su indicazione del ministro, il capo della polizia Gianni De Gennaro «ha ribadito ai questori le direttive già impartite sulla necessità di intervenire con la massima severità al reiterarsi di episodi di esposizione di simboli o scritte che inneggino alla violenza politica e alla discriminazione di qualsiasi natura e di disporre la conseguente sospensione delle gare» sia pure tenendo conto della «tutela generale dell'ordine pubblico». Qualche funzionario ha storto la bocca. di Alessandro Mantovani01 febbraio 2006

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