La rivoluzione degli uomini Ha una logica parlare del Taranto partendo da
Mignogna. Ha una logica perché è negli uomini la rivoluzione di
Papagni. Nella ricostruzione morale, nella riabilitazione fisica, nel
loro posizionamento, nel loro impiego saggio. La mano è nel complesso
(organizzazione leggera, accorgimenti semplici, letture apprezzabili),
ma soprattutto nei singoli. Nella forza di fidarsi di tutti e di dare a
tutti l'idea dell'utilità, nella capacità di ottenere da ciascuno
quello che può dare. Mignogna è l'esempio migliore. Perché prima non
c'era: emarginato, tecnicamente e moralmente. Censurato, per
incomprensibili decisioni altrui e (poi) anche per colpe proprie.
Accantonato fino agli insulti in diretta. Fino a Papagni: che ha
anteposto le ragioni tecniche a tutto, che ha mediato e parlato. E
osato: schierando il ragazzo a risultato ancora fermo, ottenendo le
accelerazioni, la vivacità e l'imprevedibilità che voleva.
Conoscendone anche gli eccessi (il possesso a volte troppo prolungato),
ma avvertendo prima di tutto la necessità di scavare nell'organico, di
pescare risorse, di vincere sfruttando la manodopera.
«Cresceremo ancora» Due vittorie consecutive dopo la grande paura. Dopo il
rumore della contestazione, dopo i cori di dissenso, le inquietudini di
chi tifa. Due vittorie consecutive e una forma diversa: una squadra che
vince di forza, senza autorizzare i rimpianti a nessuno. Una squadra
rinnovata con un allenatore nuovo. Ci sono tracce di Papagni per molti.
Ma non per Papagni. Nemmeno il giorno dopo, quello abitualmente dedicato
alle riflessioni, smarca il tecnico dalla propria modestia.
Officina Taranto C'è molto Papagni nel Taranto che torna a vincere due partite di seguito, dopo averne perso quattro di fila. C'è molto della sua scienza quieta. C'è molto della filosofia di un allenatore a cui è bastata una sconfitta (quella dell'esordio con la Vigor Lamezia) per smettere di cercare qualcosa che non potrà più esserci. Un allenatore che, dopo aver provato a sperimentare, ha capito che l'unica cosa da fare era modellarsi come argilla sull'esistente. Senza forzature, senza strappi, senza voli. Rinunciando a coniugare bellezza e funzionalità. E scegliendo con decisione la strada dell'efficienza, dell'equilibrio, della stabilità. È nato così un altro Taranto: tecnicamente meno lussuoso e tatticamente più affidabile. Una squadra più muscolare, più fredda, più spinta da una determinazione comune. Una squadra che è riuscita nell'impresa di riassemblarsi, utilizzando gli stessi pezzi. Di diventare altro, senza cambiare realmente. Restando fedele alle sue premesse tecniche, che continuano ad essere notevoli. Ma armonizzandole, contestualizzandole, normalizzandole. Il Taranto che può prendere il sopravvento contro qualsiasi squadra per manifesta superiorità non c'è quasi più. Ora c'è il Taranto che dallo studio dell'avversario parte e si orienta, individuando l'uomo su cui cominciare il pressing, spostando l'azione offensiva dalla parte del difensore più debole, trasformando ogni partita in un ragionamento. Questo accurato lavoro preparatorio sta creando la vera diversità. Una diversità che danneggia gli altri e non impedisce al Taranto di tirare fuori, al momento opportuno, la sua forza. È questa diversità che sta seminando la nuova differenza. Non è più la somma degli eccessi individuali a fare la squadra. Ma è la squadra a fondere insieme le tendenze e le inclinazioni dei singoli. Per realizzare ciò Papagni non si è limitato a rivisitare il modulo, decretandone anzi la sua subalternità (perché è dimostrato che la compiutezza del gioco può rendere accessorio qualsiasi impianto). Sta facendo di più. Sta andando oltre. Sta lavorando sulla mentalità collettiva, trasformando un sofisticato apparato in una specie di catena di montaggio. Senza soffocare le specificità, ma mettendole al servizio del gruppo. Esaltando il concetto di fabbrica: efficace integrazione di creatività manageriale (le giocate di Mancini, i dribbling di Deflorio, gli scatti di Catania) e di base operaia (la corsa di Bussi, i sacrifici di De Liguori, il lavoro oscuro di Di Domenico). Tutti in tuta, perché la serie C2 è il luogo della fatica muta e del sudore acido. Dove si timbra il cartellino ad ogni partita. Papagni, col suo carisma tenero, sta inoltre ritagliandosi un'autonomia decisionale che, da allenatore subentrante, poteva risultare costretta in certi ambiti. Si sa come va il calcio: inutile stupirsi. Accantonare momentaneamente Ambrosi, in evidente ritardo di condizione; puntare su Gori, lasciando prudentemente Gentili in panchina; rispolverare Mignogna, facendolo nuovamente sentire al centro del progetto: sono tutte scelte. E dimostrano che Papagni non si sta limitando a gestire l'ovvio o ad inseguire il facile. Sta scavando. Perché è convinto di trovare. di Lorenzo D'Alò
Taranto, cambio di
mentalità Ciò che è cambiato nel Taranto è la mentalità. Quella che ha consentito di difendere a denti stretti il vantaggio sul campo dell'Igea Virtus e che, domenica scorsa, ha permesso a Deflorio e compagni di sbloccare il risultato nonostante diversi attacchi si fossero infranti sul muro avversario. In C2 i campionati si vincono così. Con ardore, cattiveria agonistica, attaccamento. Il Taranto sicuramente non riuscirà più a raggiungere la prima posizione, ma l'evoluzione subita dalla squadra potrà sicuramente avere ripercussioni positive nel finale di stagione. A questo punto la domanda sorge spontanea: a cosa (o a chi) è dovuto questo cambio di atteggiamento? Sicuramente al mercato, che ha consegnato una squadra più operaia e meno raffinata. Le partenze di Bevo e Campanile (buona qualità ma scarsa propensione al sacrificio) sono state surrogate dagli arrivi di Bussi e Manoni, centrocampisti di quantità e dalle mille risorse fisiche. Gran parte del merito, però, è di Aldo Papagni. Il tecnico di Bisceglie, sulla panchina ionica da tre settimane, è riuscito a risollevare il morale di un gruppo reduce da quattro sconfitte consecutive (l'ultima è giunta all'esordio del nuovo allenatore, ndr), il cui valore tecnico era stato scavalcato da una condizione psicologica non ottimale. E, modificando l'atteggiamento tattico (dal raffinato 4-3-1-2 utilizzato da Marino si è passati a un più concreto 4-4-2), è riuscito ad ottenere due successi in altrettante partite. Nello spogliatoio, adesso, il morale è più disteso. C'è la consapevolezza di poter centrare l'obiettivo play-off, prefissato ad inizio stagione, potendo contare su un organico potenzialmente valido e rinfrancato nella mente. «Adesso il Taranto è una squadra che sa soffrire, - dichiara Emanuele Catania -. Le ultime due vittorie testimoniano la volontà e lo spirito di sacrificio di tutti i giocatori. In un altro periodo, probabilmente, non saremmo riusciti a difendere il risultato contro l'Igea Virtus o a sbloccare una partita difficile come quella contro il Giugliano. I meriti principali sono di Papagni. Ci ha dato la scossa e, pur perdendo all'esordio contro la Vigor Lamezia, è stato capace di tirarci fuori da una situazione che iniziava a diventare preoccupante». Il cambio di allenatore gli ha permesso di tornare in pianta stabile nell'undici titolare. Fabio Di Domenico si allinea alle dichiarazioni di Catania e non lesina parole di encomio per il nuovo tecnico rossoblù. «Abbiamo capito che, per ottenere buoni risultati in queste categorie, c'è bisogno di determinazione e carica agonistica. Il successo contro il Giugliano è un'altra prova della nostra inversione di tendenza. Nel primo tempo non siamo riusciti a finalizzare due ottime occasioni ma, senza perderci d'animo, abbiamo attaccato fino alla rete di Mancini. E poi, caparbiamente e con alcuni accorgimenti tattici, abbiamo concluso la gara sul risultato di uno a zero». Di Domenico ha anche un motivo personale per elogiare il principale artefice della rinascita. «Papagni mi ha dato fiducia sin dal primo momento, sebbene fossi stato escluso da Marino, nel periodo migliore, senza avere spiegazioni. Il gol? Non segno dalla gara di Rieti (18 dicembre 2005, ndr), ma l'importante è che la squadra abbia capito in che modo vanno affrontate queste partite». di Fabio Di Todaro
Taranto, troppi
diffidati «Il presidente Blasi sta meglio. I primi controlli clinici hanno scongiurato guai più seri, cardiaci per intenderci. Sembra che si tratti soltanto di un affaticamento da stress. Domani (oggi, per chi legge, n.d.r.) farà degli altri esami clinici dopo di che dovrebbe essere dimesso. Domenica sera ed oggi (ieri) si è informato di tutti i dettagli della vittoriosa gara contro il Giugliano. Sta già pensando alla prossima partita di Andria ed ai suoi più immediati impegni lavorativi. Saluta tutti e ringrazia per le attestazioni di affetto e di stima ricevuti». Con questa parole Vittorio Galigani, "braccio destro" del presidente per la parte organizzativa, ha sintetizzato la giornata in clinica trascorsa da Luigi Blasi a Bari. Ovviamente si spera che la diagnosi definitiva non si discosti da quella provvisoria e che il presidente ritorni al più presto ad occuparsi dei suoi impegni, calcistici ed imprenditoriali. Oggi pomeriggio il Taranto riprenderà la preparazione in vista della prossima gara esterna di Andria. Il giudice sportivo si occuperà dell'espulsione di Galigani (se la potrebbe cavare con una ammenda) e dell'ammonizione di Mancini. Il centrocampista andrà in diffida. L'elenco dei giocatori jonici che sono a rischio squalifica (basterà purtroppo un cartellino giallo per mandarli in tribuna) è composto da 8 unità: Caccavale, Micallo, Catania, Deflorio, Martinelli, Di Domenico, Larosa ed appunto Mancini. Papagni dovrà convivere con questa situazione fino al termine del campionato regolare. Per i playoff, infatti, tutte le posizioni si azzereranno. L'infermeria si sta svuotando. Pastore dovrebbe riprendere ad allenarsi con il gruppo. Mortari e Larosa, invece, dovrebbero cominciare a svolgere lavoro a parte. Per quanto riguarda i biglietti, da Andria hanno fatto sapere che la curva riservata agli ospiti può contenere soltanto 750 persone per cui sarà questo il numero dei biglietti che oggi o, al massimo, domani saranno inviati a Taranto per la vendita. In caso di esaurimento della scorta in tempi brevi, la società rossoblù ne chiederà degli altri. di Giuseppe Dimito
Taranto da playoff La buona azione la fanno Andrea Deflorio e Manuel
Mancini: il primo ispira e squarcia la difesa, il secondo taglia con
tempismo, supera il portiere con garbo estremo e segna liberando tutti.
La buona azione è di Aldo Papagni, che restituisce una forma definitiva
alla squadra e che indovina la lettura e gli adeguamenti. La buona
azione è di tutto il Taranto, che vince per il suo presidente
(ricoverato in una clinica privata di Bari dopo il malore di giovedì
notte) e merita di farlo per le proprie virtù migliori. La buona azione
è della gente, che tifa e contesta, separando intelligentemente i
momenti. C'è qualcosa di pregiato nella vittoria sul Giugliano. C'è
molto più del singolo gol di differenza: c'è l'ingresso di forza nella
zona che conta, il sorpasso, giusto quanto sudato.
Taranto fuori dal
tunnel Questo è completamente un altro Taranto. Più pratico che bello, più solido che brillante. Una squadra che produce e gestisce, quasi all'unisono. E macina normalità. Una squadra diversa: nello spirito, nell'approccio, nella perseveranza. Una squadra in viaggio. Protesa tra il mai-più (le quattro sconfitte di fila) e il non-ancora (la consapevolezza definitiva dei propri mezzi). Sicuramente non è più il Taranto di Marino. Forse è già il Taranto di Papagni: della sua visione del calcio, delle sue scelte nette, delle sue astuzie sottili. Di una lettura intrisa di realismo. Quello sano, quello attento, quello spendibile. Quello che ti fa vincere la partita non con una mossa, ma con un'idea di fondo da sviluppare pazientemente e tenacemente. Il nuovo Taranto è una squadra giudiziosa, che si sta ritrovando. E che, piegando la lussuosa resistenza del Giugliano, rientra nella zona playoff. Ci fa fisicamente ritorno, scavalcando proprio la squadra campana. Tirandosela dietro con una manovra secca e decisa. E sembra quasi di vederla quest'immagine ciclistica: il Taranto che umilmente abbassa la testa sul manubrio, pedala e non si ferma più, incurante della fatica. La vittoria come un messaggio di salute da spedire al campionato. Vince il Taranto, dando l'impressione di poter fare sempre quello che gli serve. Vince sfruttando i colpi dei singoli più ispirati: Deflorio e Mancini, che entrano magistralmente nella dinamica del gol-partita (15' della ripresa). A ruoli invertiti: Deflorio inventa e rifinisce, Mancini s'inserisce e finalizza. Vince mantenendosi in equilibrio stabile su una difesa bloccata (nonché ancora orfana di Pastore). Vince traendo linfa vitale dal sacrificio dinamico dei suoi gregari (il mediano Bussi, l'incursore De Liguori, l'attaccante Di Domenico: accomunati da uno sforzo unico e solidale). Vince così il Taranto, avvolgendosi nel mantello protettivo del 4-4-2, corretto solo nel finale, quando l'esiguo vantaggio suggerisce maggiore copertura (4-5-1). Al Giugliano non basta un calcio trasparente, decifrabile. Un calcio che si fa leggere. E comprendere, finanche apprezzare. Ma che è drammaticamente dimentico di sé, della sua essenza pratica. Privo com'è di concretezza. Aridamente lontano dal gol. Dal gol come possibilità, come approdo conclusivo. Ed è significativo che questa occasionale avarizia offensiva si manifesti al cospetto del Taranto di Papagni. Al 4-3-3 di Dellisanti non sono sufficienti né il nitore della trama, né la giustezza dei movimenti. Qualità che, dopo il gol del Taranto, si sfarinano, diventando meno evidenti, sino a sfumare nell'appiattimento caotico di ogni squadra incapace di reagire. Papagni, intanto, sceglie. E quella del portiere ha tutta l'aria di essere una scelta definitiva (dentro Gori, fuori Gentili). E ordina una oculata gestione del confronto. Il Giugliano, all'inizio, comanda il gioco, disegnando triangoli perfetti. Ma non c'è cattiveria nelle sue geometrie, non c'è voracità nelle sue intenzioni offensive. Niente di irresistibile, insomma. E il Taranto, infatti, rintuzza e riparte, evitando pericolose smagliature. In due circostanze sfiora il gol: con un colpo di testa ravvicinato di Deflorio (25', Gragnaniello respinge d'istinto) e con una penetrazione rabbiosa di De Liguori (30', conclusione alzata in corner dal portiere). Il Giugliano, però, non trema. E continua a scintillare in appoggio, conquistando campo, senza affondare il colpo. Facendo finta di tenerlo in canna. Solo due tentativi timidi di Ghigou in apertura e in chiusura di tempo. Null'altro. Nella ripresa il Taranto sente odore di vittoria. Deflorio salta avversari come birilli, poi asseconda il taglio di Catania, armandogli il destro (tiro fiacco). È il 5' e il gol non è così lontano. Papagni fa rivedere a Mignogna la luce della prima squadra (14', fuori Catania). È un segno. Perché un minuto più tardi il Taranto trova tutto. Deflorio danza col pallone fra i piedi sul limitar dell'area. Non si lascia ingolosire dallo spiraglio che si apre per il tiro. Aspetta. Aspetta l'idea geniale di Mancini, che spacca la difesa campana e taglia dentro l'area. Servirlo è un gioco. Mancini evita il portiere e deposita in rete (15'). La partita è vinta. Ma non ancora finita. Dellisanti cerca invano di rianimare il tridente offensivo (prima con Piemontese, poi con Lisi). Papagni si cautela con Manoni, che fa oscillare il modulo (4-5-1). E completa la blindatura con Prosperi, che provoca gli ultimi salutari spostamenti. di Lorenzo D'Alò
Le pagelle di Lorenzo D'Alò GORI 6 - Titolare un po' a
sorpresa. Puntuale nelle uscite. Pronto nelle parate. Trasmette
sicurezza all'intero reparto. Non è poco.
Iacovone vive, Taranto no «Svegliati, è tardi. La radio dice che stanotte è morto Iacovone. Un incidente stradale. Noooo! A scuola ci vai, eccome...». Ventotto anni dopo, uno dei tanti striscioni esposti ieri allo stadio per ricordare quel 6 febbraio 1978, ha fatto da battistrada ai ricordi di bambino: «In un calcio che non c'è più, Iaco vive». Istantanea impossibile. Il tempo non aspetta. Il tempo è il vero assassino. «Quando morì Iacovone», potrebbe essere il capitolo, importante, non di un semplice trattatello sul calcio rossoblù, ma di un libro di storia patria. Perché l'addio tragico a quel giovane centravanti, figlio della più remota provincia italiana, segna lo spartiacque tra ciò che la comunità tarantina era (e non è più) e ciò che diventò di lì a poco. Non a caso Iacovone è morto nell'anno dei tre papi, nell'anno dell'omicidio Moro, nell'anno della pace di Camp David tra Israele ed Egitto. Da allora Taranto imboccò la via di un inesorabile declino economico, demografico, sociale, spirituale, calcistico che ha reso la città un malato incurabile. Ecco perché quella morte ha una carica storica così significativa nella sua inesorabilità. Nella morte di Iacovone leggi tutto il destino riservato ad una città che ha storicamente flirtato (è «scritto» nei cromosomi spartani) con gli atleti, meglio se morti in giovane età e, quindi, «grati agli dei». Quel giorno, infatti, oltre a perdere la nostra innocenza, e a far rinascere il culto dell'atleta guerriero, capimmo quale geometrica potenza si celasse dietro le emittenti radiofoniche e televisive locali, i «nuovi» mass media. TV Taranto coprì l'evento, dette voce al dolore dei tifosi e della comunità, seguì i funerali, enfatizzò il lutto cittadino moltiplicando il messaggio all'ennesima potenza. Divenne, inconsapevolmente, quello strumento poi finito, ne sappiamo qualcosa, in mani sbagliate: le mani della politica. «Iaco segnava, Taranto sognava». Va bene. Ma non trasformiamo Iacovone, com'è successo e dobbiamo avere il coraggio di dirlo, in uno dei due pilastri (l'altro è lo spareggio col Catania del 2002) della nostra sfiga calcistica. All'inferno ci siamo solo e soltanto per colpa nostra. E non solo nel calcio. Se poi, come ieri, un fiore nel fango come il gol di Mancini spezza l'incantesimo e fa splendere l'erba vuol dire, allora, che Iacovone vive. Ancora. di Fulvio Colucci
È un Taranto formato
umiltà «Io non c'entro. Se non hai
Deflorio e Mancini che ti confezionano gol così, ciò che predichi
durante la settimana rimane lettera morta. Ma devi avere anche umiltà
in campo e uomini, come quelli che oggi non hanno giocato, capaci di
essere ugualmente decisivi per la vittoria». Talento
individuale, orgoglio collettivo. Aldo Papagni, con quella faccia lì,
avrebbe esaltato Elio Petri, il regista che portò la classe operaia in
paradiso. Anche il mister di Bisceglie vuol portare il Taranto in un
paradiso, i playoff, che solo domenica scorsa sembrava inconsolabilmente
perduto. Ma a modo suo, passando per l'uomo che fece l'impresa:
plasmare, per la prima volta, una squadra "veramente" da C2,
un Taranto, appunto, operaio che non inorridisce davanti alla banale
semplicità della categoria, all'ordinario, elastico, dai-e-vai di un
modulo 4-4-2 che subisce la metamorfosi, diventa 4-5-1, ma senza
sbracare, senza perdere il filo, senza gridare al noblesse oblige, senza
citare la Bibbia o vendere l'anima al diavolo.
«Nel primo tempo abbiamo avuto qualche difficoltà, soprattutto durante
i 15 minuti iniziali. Non era facile - racconta Papagni nella
sala stampa dello
Iacovone - giocare contro una squadra come il
Giugliano, trovando le giuste distanze sul rettangolo di gioco. Non era
facile perché l'undici di Dellisanti ha grandi potenzialità ed è
forte; noi dovevamo ridurre al minimo gli errori. Era la premessa
indispensabile per non subire i campani, creare occasioni importanti,
far affiorare le qualità tecniche dei singoli». Ecco il
punto di svolta, l'impercettibile traiettoria che mette a sedere il
passato prossimo, che affranca dalla sua arcigna, dolorosa, marcatura.
Poi c'è l'impresa, i playoff, per i quali i «Dioscuri» Mancini e
Deflorio, ieri, si sono spesi con una rete bella come un fiore,
lasciando negli spogliatoi certe "scorie" smaltite proprio nel
primo tempo, quando la squadra divagava: «Quei
15 minuti iniziali - ricorda mister Papagni - sono
la conseguenza della preparazione impostata al mio arrivo. Badiamo al
sodo, cioè badiamo ad arrivare ai playoff e, per questo, stiamo
affrontando carichi di lavoro abbastanza importanti che ci
consentiranno, però, di dare il massimo nelle ultime partite».
Di questo Taranto frugale, il mister è l'ispiratore, la guida
spirituale: «Dobbiamo essere umili anche nella
fase di non possesso della palla, così come dobbiamo essere più
compatti nello svolgimento delle azioni». In attesa di
vederlo svelato, anzi rivelato, sui campi a venire. Per questo Papagni
cede, adesso, il passo alla profezia: «Il
valore della squadra è apparso in proiezione. Tireremo le somme quando
sarà completa questa fase di apprendimento reciproco che stiamo
affrontando io e i giocatori». Giocatori che Papagni ha
citato senza enfasi: «Mignogna titolare? Non
corriamo. Gori? Per me tutti meritano di giocare. Bussi? Ha dovuto
sacrificarsi. Manoni? Debutto positivo». Nessun commento
sulla prestazione da parte del direttore generale Galigani, che si è
limitato a spiegare come l'arbitro lo abbia allontanato dal campo «perché
non riesco a rimaner seduto in panchina». Parola ai vinti e
parola all'ex. Franco Dellisanti ammette: «Il
Giugliano è stato meno incisivo del solito in attacco, è mancato
qualcosa». Poi aggiunge: «Avevamo
sei giocatori fuori uso, con febbre e diarrea. Astarita, ad esempio, non
ce l'ha fatta. Ho visto un rigore netto in nostro favore: un fallo di
mano su cross di Vives. Pazienza. Il Taranto? Si vede che lavora per
raggiungere una nuova identità». Anche questa è una
profezia. di Fulvio Colucci
«Abbiamo giocato
con umiltà e determinazione» Papagni ostenta una buona dose di euforia: «Abbiamo battuto un grande Giugliano. Per questo motivo ritengo che il nostro successo, oltre che meritato, acquista maggior valore. La squadra campana, nei primi dieci-quindici minuti, ci ha messo in difficoltà confezionando persino una palla-gol. Poi, man mano che i minuti sono trascorsi, il pallino del gioco è passato nelle nostre mani. La rete del successo ha suggellato il periodo di maggiore superiorità territoriale e d'intensità di gioco. A quel punto non ci restava altro che presidiare gli spazi per evitare il ritorno degli ospiti e puntare, con abili ripartenze, al raddoppio. Purtroppo siamo riusciti soltanto a sfiorare la marcatura». Perché ha schierato Gori? «Non c'è un motivo preciso. Da quando sono a Taranto ho sempre sostenuto che Gentili e Gori fossero di identico valore per cui non fa differenza che vada in campo l'uno oppure l'altro. Stavolta è toccato a Gori. Tutto qui». Cosa l'è paciuto di più della squadra? «Il fatto che abbia giocato con umiltà, aggressività e determinazione. E, soprattutto, che è stata molto abile ed attenta ad ammortizzare le ripartenze della formazione ospite». Il gol di Mancini è stato molto bello. «Il merito è tutto dei ragazzi. Deflorio ha compiuto un'autentica prodezza nel "tagliare" l'azione con quel tipo di assist. Mancini è stato freddo nell'evitare l'uscita del portiere e nel depositare la sfera in rete». La squadra è in crescita. «I ragazzi si stanno sacrificando tantissimo. Credetemi. Stanno facendo gli straordinari dal punto di vista atletico per garantirsi un finale di stagione a grossi ritmi. Sul piano tattico, mi piace sottolineare la circostanza che si stanno aiutando l'un con l'altro». Bussi non è parso ancora ben inserito. «Non sono d'accordo. Il ragazzo si è sacrificato per il collettivo». di Giuseppe Dimito
Le statistiche di Franco Valdevies Il Taranto torna a vincere allo «Iacovone» dopo tre sconfitte di fila. I rossoblù avevano iniziato la stagione raccogliendo in casa sei vittorie ed un pareggio, poi erano arrivati i tre k.o. consecutivi contro il Viterbo (sconfitta per 1-0), il Cisco Roma (battuti per 2-1) e la Vigor Lamezia (1-0 per i calabresi). Per il Taranto guidato da Aldo Papagni è questa la seconda vittoria di fila. Un altro doppio successo i rossoblù l'avevano ottenuto con Raimondo Marino battendo prima allo «Iacovone» il Rende per 1-0 l'11 dicembre, poi il Rieti in trasferta, sempre per 1-0, il 18 dicembre. Battendo il Giugliano la compagine rossoblù risale nuovamente nella zona playoff, scalzando dalla quinta piazza proprio il Giugliano. Va detto che il Taranto è 5° con 34 punti, un punteggio che nella passata stagione garantiva dopo 22 turni solo la settima posizione. Seconda rete stagionale per Manuel Mancini; la prima, il 22enne centrocampista, l'aveva segnata a Melfi portando i rossoblù momentaneamente sul 2-1, poi i lucani avevano rimontato imponendosi per 3-2. Questa marcatura significa invece un successo, il quarto ottenuto dal Taranto col punteggio di 1-0. Debutto stagionale dal primo minuto per il centrocampista Bussi, mentre l'ultimo arrivato, Manoni, ha giocato solo l'ultimo quarto d'ora. Con quest'ultimo sono 26 i giocatori che hanno disputato almeno una gara. È ora in perfetta parità il bilancio in campionato tra Taranto e Giugliano con tre vittorie a testa. In precedenza era finita così: 3-0 in trasferta per i rossoblù il 10 settembre 2000 (tripletta di Riganò); 1-0 per il Taranto in casa il 22 gennaio 2001 (rete di Riganò); il 14 novembre 2004, in uno stadio «Iacovone» senza pubblico per squalifica, vince il Giugliano per 2-0 (i gol di Pignalosa e Perna). Il 20 marzo 2005 ancora i campani al successo per 1-0 (rete di Fonseca). Un altro 1-0 per i campani nella gara d'andata (il gol di Chigou).
Blasi ricoverato a Bari Gigi Blasi, per la prima volta, ha saltato una partita interna del Taranto. Spiega Galigani: «La sua assenza era programmata. Infatti, dopo il malore di Salonicco, giovedì scorso, i suoi medici personali gli avevano consigliato un ricovero in una clinica di Bari per sottoporsi ad accurati e specifici controlli. Farà un check-up completo. Per questo motivo, dopo essere giunto a Bari alle 11 di questa mattina (ieri per chi legge, n.d.r.), ha raggiunto direttamente la clinica. Noi tutti gli auguriamo di ritornare in piena attività nel più breve tempo possibile. Durante l'incontro è stato continuamente in contatto per essere informato in tempo reale delle varie fasi dell'incontro. Al fischio finale ha gioito per il bel successo ottenuto dalla sua squadra. Mi piace sottolineare la circostanza che tutti i ragazzi gli hanno dedicato la vittoria». L'espulsione? «Mi ero innervosito perché nel primo tempo l'arbitro non aveva visto un fallo di mani in area di un difensore del Giugliano. Siccome, come ben sapete, faccio fatica a restare seduto in panchina, al terzo rimprovero, l'arbitro mi ha mandato negli spogliatoi».
Taranto, una sfida da
playoff È stata decisamente movimentata la vigilia di Taranto-Giugliano, sfida-playoff in programma nel pomeriggio. Il malore di Luigi Blasi e l'infortunio a Pastore tengono in apprensione l'ambiente rossoblù. Il presidente jonico ha avuto un leggero malore giovedì notte, mentre era in Grecia, precisamente a Salonicco, per una fiera di macchine agricole. Dopo essere stato soccorso e condotto in ospedale, è uscito ieri l'altro; ma solo stamane tornerà in Italia con un volo che atterrerà a Bari-Palese. Non si sa se nel pomeriggio sarà allo Iacovone. Deciderà all'ultimo momento. Ivano Pastore, ieri, non si è allenato. La sua presenza in campo è in dubbio. Il vicecapitano è stato convocato. Prima della partita proverà. Se non avvertirà il dolore, giocherà; altrimenti andrà in tribuna ed al suo posto dovrebbe giocare verosimilmente Martinelli. Papagni ostenta calma, infonde fiducia nel gruppo e chiama a raccolta i tifosi. Il match è difficilissimo. I «tigrotti» partenopei, fuori casa, hanno perso con l'identico punteggio (3-2) solo a Viterbo e Latina. E c'è da aggiungere che le due sconfitte furono i due terminali (iniziale e finale) di un intervallo di gare (5) in cui la squadra andò un po' in crisi tanto è vero sui 15 punti disponibili, ne acciuffarono soltanto 2. Senza dimenticare che sulla panchina ospite ci sarà l'ex Franco Dellisanti, tecnico esperto. Il Taranto deve vincere per dare un seguito concreto alla bella vittoria di domenica scorsa a Barcellona Pozzo di Gotto contro l'Igea Virtus, per approdare in zona-playoff, per ridare serenità e tranquillità all'ambiente, per far tornare definitivamente il sorriso alla tifoseria. La formazione dovrebbe essere molto simile a quella di domenica scorsa. Se non gioca Pastore, ci potrebbe essere soltanto l'inserimento di Bussi o Manoni al posto di Larosa; altrimenti saranno due le pedine nuove: Pastore ed il sostituto dell'ex andriese. La prevendita è stata discreta. I presenti dovrebbero essere 3500-4000. Un buon numero. di Giuseppe Dimito
Catania pronto all'uso Emanuele Catania si gode un parziale primato. Complice
un fugace avvicendamento in porta tra Gori e Gentili, qualche squalifica
qua e là e alcuni lievi infortuni. Il 25enne mancino siciliano è
l'unico giocatore rossoblu ad avere sempre timbrato il cartellino
domenicale. Una situazione forse non preventivata, ma alla luce di
quanto espresso in campo, la fiducia è stata ricambiata.
Mancini,
l'imprescindibile Oggi avrebbe potuto affrontare al "Garilli" il Bologna, in un derby ricco di emozioni e di significati per la classifica della serie cadetta. Domani, invece, sarà ancora allo "Iacovone", indossando la casacca rossoblù e lottando per riportare il Taranto nella zona play-off. Manuel Mancini, adesso, non è più una lieta sorpresa. È una certezza. Scoperta e tesaurizzata da Marino, confermata a pieni voti da Papagni. Tanto da meritarsi le attenzioni del Piacenza, club di B e con un passato importante anche in A. Il centrocampista romano, però, non si monta la testa. «Sono un giocatore del Taranto e mi impegnerò con tutte le mie forze per centrare la promozione. A giugno, poi, tireremo le somme. Con la speranza di vedere questa squadra già in C1». Modesto Mancini, passato in una stagione dal freddo glaciale di Bolzano (giocava nel Sud Tirol) alle calde temperature di Taranto. E, in qualche giornata, dalla scomoda tribuna dello "Iacovone" al terreno di gioco. A partire da Gallipoli, cioè dalla gara più importante della stagione. «Marino decise di buttarmi nella mischia in una partita difficilissima, sebbene fino a quel momento avessi collezionato appena tre presenze, neppure dall'inizio. Dopo un buon ritiro (Mancini giunse in prova per essere poi tesserato dopo il benestare di Marino, ndr), infatti, ho avvertito qualche problema alla schiena, finendo spesso per non andare nemmeno in panchina. Ma non mi sono mai demoralizzato. Ho atteso il mio momento e sono stato premiato. Credo con merito». Dalla decima giornata sempre titolare, girando un po' tutte le posizioni del centrocampo. Mancini, grazie alle sue molteplici qualità, è riuscito a non sfilarsi più di dosso la casacca di titolare. «È vero, ho cambiato spesso posizione. Ma senza alcun problema. Sono un giocatore molto duttile e, di conseguenza, riesco ad adattarmi alle varie richieste degli allenatori. L'importante, comunque, è giocare il più possibile». Prima trequartista nel rombo di Marino, poi interno sinistro nel centrocampo a tre schierato da Papagni contro la Vigor Lamezia. Da domenica scorsa centrale in una linea a quattro. Ma come si trova Mancini in questa nuova posizione? «Ho maggiori compiti di copertura, devo essere più equilibrato, ma riesco ugualmente a inserirmi. E adesso, con l'arrivo di due ruballoni come Bussi e Manoni, credo che riuscirò ad arrivare alla conclusione più spesso. Ciò che conta, comunque, è non perdere mai la fiducia del mister. Marino me l'ha accordata dopo due mesi, Papagni me l'ha confermata subito». Tant'è: Mancini, dopo dieci partite disputate ad altissimo livello, è diventato l'oggetto del desiderio di diversi club di categoria superiore. Fino ad arrivare all'offerta del Piacenza, giunta quasi in chiusura di calciomercato, e rispedita gentilmente al mittente dal presidente Blasi. «Sinceramente non so nulla, ho appreso queste notizie dalla società e dai giornali. Ma è ciò che accade a qualsiasi giovane quando gioca bene. Sono soddisfatto, non lo nego, ma adesso il mio unico interesse è il Taranto. Lavorerò per soddisfare le richieste della società e per regalare una soddisfazione ai nostri tifosi. Tocca a noi riconquistarli, hanno pienamente ragione nel contestare». di Fabio Di Todaro
Pastore rischia di saltare il Giugliano Il Taranto sta completando la preparazione in vista della sfida-playoff in programma domani pomeriggio allo "Iacovone" contro il forte Giugliano. La squadra è complessivamente in buona salute. Pastore è rimasto prudenzialmente a riposo. L'ecografia al polpaccio infortunato ha rilevato solo un piccolo versamento. Stamane, nel corso della rifinitura, sosterrà il provino decisivo. Se non risentirà di alcun dolore, sarà regolarmente della partita. Caso contrario andrà in tribuna. Mister Papagni non ha ancora svelato le sue intenzioni circa l'undici da mandare in campo contro i partenopei. Tutto dipenderà dall'atteggiamento tattico che intenderà imprimere alla gara. La difesa dovrebbe essere identica a quella schierata a Barcellona Pozzo di Gotto: Gentili in porta; Micallo, Caccavale, Pastore (Martinelli), Manni. Le variazioni potrebbero aversi in mezzo al campo. Se deciderà per un atteggiamento un tantino più guardingo, potrebbe schierare Mancini, Bussi, Manoni e De Liguori. Se, viceversa, opterà per una gara più spregiudicata, lascerà Catania a scorazzare lungo l'out destro, affidando il cuore del centrocampo al tandem Mancini-Manoni o Mancini-Bussi. In avanti il duo Di Domenico-Deflorio, con Ambrosi che dovrebbe partire dalla panchina. di Giuseppe Dimito
La politica è il cuore
dello stadio Cosa sarebbe successo domenica scorsa se Francesco Totti
avesse fermato il pallone, il gioco, la partita, e si fosse spinto sotto
la sua curva adorante a chiedere ai nazisti della sud di ammainare
svastiche,fasci littori e scritte antisemite? I più duri, quellicol
mito delle SS, difficilmente glielo avrebbero perdonato. I ragazzini
nascosti dietro i passamontagna probabilmente non avrebbero capito e
sarebbero rimasti spiazzati. Il resto dello stadio, è bello pensare,
avrebbe applaudito con orgoglio, tutti in piedi dalla Tevere alla
Montemario passando per lo spicchio di distinti occupato dai tifosi del
Livorno. Sarebbero seguiti dibattiti (chi gliel'ha
consigliato,Costanzo?) e forse anche polemiche infinite perché di
questi tempi, soprattutto in Italia, non si fa altro che dire che la
politica deve stare alla larga dallo sport (lo sostiene - con quale
faccia non si sa -persino Berlusconi) e che i calciatori in particolare
devono astenersi da qualunque gesto politicamente declinabile, sia esso
un braccio teso o un pugno chiuso. E' possibile che Totti, dal campo,
non si sia nemmeno accorto dell'aberrante follia che prendeva forma
sugli spalti, e con lui l'arbitro, Lucarelli, Tommasi e tutti gli altri
protagonisti della partita. Se anche gli ci fosse caduto l'occhio, tra
un colpo di tacco e uno dei mille colpi ricevuti alle caviglie, forse
non gli sarebbe neanche passato per la mente di andare a sfidare il
ventre nero della curva. Lo fece l'anno scorso a Siena per molto meno,
chiedendo agli ultras giallorossi di smetterla con i fumogeni che
avevano costretto l'arbitro a sospendere la partita perché non si
vedeva più nulla e mancò poco che quelli prendessero a fare il tiro al
bersaglio con lui. Due anni fa poi, quando tre capitifosi romanisti
invasero il campo per ordinargli di fermare il derby con la Lazio
sostenendo che era morto un bambino, Totti presel'arbitro da parte e gli
disse: «Se continuiamo a giocare, questi ci
ammazzano». Con l'ottusità di certi tifosi, specie a Roma,
meglio non scherzare.
Papagni nasconde il
Taranto Aldo Papagni è uomo pragmatico. Valuta tutte le
situazioni, anche quelle che potrebbero tornare utili in futuro, anche
solo per cinque minuti. Si spiega per questo l'utilizzo della difesa a
tre, l'avanzamento di Ivano Pastore sulla linea dei centrocampisti,
binomi di attacco alquanto suggestivi (Deflorio-Passiatore). Tutto
propedeutico per qualsiasi evenienza. Papagni non lascia al caso nulla.
I particolari sono utili tutti, perchè si possono ricomporre in un
puzzle ideale in qualsiasi momento di partita.
Papagni nasconde il
Taranto Papagni ha completamente... blindato il Taranto. Sul campo «B» dello Iacovone non solo ha mischiato le carte circa la formazione da schierare dopodomani contro il Giugliano di mister Dellisanti, ma ha anche chiuso nel cassetto modulo, schemi ed accorgimenti particolari. Tutte queste operazioni, infatti, erano state provate nell'allenamento della mattinata, disputato a porte rigidamente chiuse. Ieri pomeriggio, pertanto, ha dato sfogo più che altro alle cosiddette soluzioni alternative, ossia a quelle variazioni che possono essere prese in considerazione in casi particolari. La partitella contro la Berretti ha avuto tre distinte fasi. Nei primi 19' Papagni ha presentato un 3-4-3 i cui protagonisti erano: Gentili, Capone, Pastore, Martinelli; Micallo, Manoni, Deleonardis, Prosperi; Catania, Passiatore, Deflorio. Per la cronaca è stato segnato un solo gol (Passiatore). Nei restanti sedici minuti della prima frazione di gioco ha operato degli spostamenti, ridisegnando la squadra con il 4-3-3. Dinanzi a Gentili, hanno operato Micallo, Capone, Martinelli, Prosperi; Manoni, Pastore, Deleonardis; Catania, Passiatore, Deflorio. Segnata una sola rete (Deflorio). L'unica nota stonata è stata l'uscita di Pastore al 32' per un indolenzimento ad un polpaccio (è inciampato in una buca: dai primi accertamenti non sembra nulla di importante). Nella ripresa, durata 38', ha sistemato invece la squadra secondo il 4-4-2 con questi uomini: Lucaselli, Malagnino, Caccavale, Manoni, Manni; Mignogna, Mancini, Bussi, De Liguori; Di Domenico, Ambrosi. Segnate 6 reti: doppiette di Di Domenico ed Ambrosi, De Liguori e Mignogna. Dopo 14' Manoni è stato sostituito da Prosperi il quale, a sua volta, sempre dopo 14', è stato rilevato da Capone. Punteggio finale: 8-0. Sono rimasti a riposo Mortari e Larosa alle prese con i rispettivi acciacchi. L'allenamento è stato disputato a spron battuto. L'intera rosa ha dimostrato di essere in palla e di godere buona salute. Ad assistervi c'erano una sessantina di tifosi i quali, nell'intervallo e nella fase finale, hanno contestato Vittorio Galigani, presente all'allenamento (mancava il diesse Evangelisti, fuori per impegni). Fra gli esperimenti più interessanti quello di Pastore dinanzi alla difesa: può essere preso in considerazione in qualche particolare circostanza per dare maggior forza alla fase d'interdizione. Per quanto riguarda i nuovi, Ambrosi è in evidente crescita atletica. Prosperi dimostra di potersi ben adattare sia lungo l'out mancino difensivo che al centro della difesa. Bussi si sta inserendo con sollecitudine nei nuovi schemi, mostrando buona interdizione, ma anche discreta visione di gioco per cui si rende utile alla fase offensiva. Manoni ha voluto dimostrare a tutti, tecnico, compagni e tifosi, di potersi rendere utile alla squadra sin da...subito. Bene anche Mignogna, acquisto... aggiunto. Ha confezionato uno splendido assist per Di Domenico ed ha segnato una rete alla sua maniera: palombella sull'uscita del portiere. La formazione è in alto mare. Facendo riferimento al 4-4-2 potrebbe essere questa: Gentili; Micallo (o Martinelli), Caccavale, Pastore, Manni; Mancini, Bussi, Manoni, De Liguori; Di Domenico, Deflorio. di Giuseppe Dimito
«Ma siamo un po' stanchi» Papagni, come sta la squadra in vista dell'appuntamento contro il Giugliano? «È un po' stanca, le quattro sedute sostenute tra mercoledì e giovedì hanno appesantito le gambe dei calciatori. Stiamo lavorando sodo per essere brillanti negli ultimi due mesi di campionato. Fino a domenica, comunque, i ragazzi riusciranno a smaltire i carichi di lavoro». Il successo contro l'Igea Virtus ha restituito tranquillità allo spogliatoio? «I tre punti sono sempre la migliore medicina per guarire da una crisi di risultati. Già da lunedì, però, siamo concentrati sulla prossima gara interna. Attraversiamo un periodo in cui è necessario il massimo sacrificio per raggiungere una condizione ottimale». Confermerà il 4-4-2 che le ha consentito di ottenere il primo successo da quando siede sulla panchina del Taranto? «Non amo parlare di numeri, piuttosto firmerei per vedere giocare la mia squadra così come è avvenuto in Sicilia. In questo modo riusciremmo a sfruttare al meglio le nostre potenzialità. L'impianto tattico è secondario. Conta, invece, essere elastici per sapersi adattare al sistema di gioco avversario e ad eventuali variazioni durante la gara». Quante possibilità ci sono di vedere in campo il neo acquisto Manoni? «Tante quante ne hanno tutti gli altri. Fisicamente è a posto, ha giocato fino a domenica scorsa. Ho ancora due giorni per decidere la formazione». Riuscirà Pastore a recuperare dall'infortunio subito durante il test di ieri pomeriggio? «Ancora non lo so, ma non posso tollerare che uno stadio come lo Iacovone presenti il manto erboso in pessime condizioni. Fino a sabato lavoreremo sul campo B con la speranza che il campo principale sia in condizioni accettabili per domenica». Sei successi, tre pareggi e due sconfitte. Sono questi i numeri che fanno del Giugliano la compagine con il miglior rendimento esterno del girone C. «È' una formazione ben attrezzata, guidata da un allenatore (Dellisanti, ndr) che ritengo un lusso per questa categoria. E sapientemente costruita da Maglione, che ben conosco per averci lavorato insieme a Trapani nella stagione '98-'99. Hanno giocatori molto veloci e diventano molto temibili nelle ripartenze e negli spazi larghi». La contestazione dei tifosi potrebbe turbare la serenità della squadra? «Sì, ma soltanto se dovesse durare per molto tempo. Adesso tocca a noi riconquistarli, a suon di buone prestazioni e di risultati positivi». di Fabio Di Todaro
Uefa, pallonate
antirazziste Due anni fa, a Londra, l'Uefa riunì attorno a un tavolo
giocatori, club, federazioni e associazioni ditifosi per discutere del
problema del razzismo negli stadi europei, un fenomeno studiato,
arginato ma mai veramente (com)battuto. Si decise di mettere in comunele
diverse esperienze e tracciare un piano d'azione per sradicare il cancro
che da anni si annida nelle curve del vecchio continente.
Quell'incontro, intitolato Unite against racism, si aprì con le
immagini di un famigerato striscione degli ultras della Lazio («Auschwitz
la vostra patria, i forni le vostre case») e con quelle di
un manichino nero impiccato sugli spalti dai tifosi del Verona. I soliti
italiani. Già, ma non perché fossimo gli unici a imbrattare di
vergogna le nostre domeniche allo stadio. Bensì perché a quel summit
antirazzista il calcio italiano non c'era, se non in video. La Figc, le
squadre, persino i giornali, non ritennero opportuno partecipare,
informarsi, inviare qualcuno. C'erano per fortuna la Uisp e quelli di
Progetto Ultrà, l'archivio del tifo di Bologna che da una vita ormai
riempie da solo l'imbarazzante vuoto lasciato dalle istituzioni. Due
anni dopo, lo stadio Nou Camp di Barcellona ha ospitato ieri la seconda
conferenza europea sul razzismo, organizzata dall'Uefa, dalla rete Fare
(Football against racism in Europe), dalla federazione spagnola (Rfef) e
dal Barça che ha messo a disposizione il suo tempio calcistico. Anche
questa volta l'incontro si è aperto nel segno dell'Italia. Troppo
fresche le desolanti immagini rimbalzate dallo stadio Olimpico, le
svastiche e gli striscioni antisemiti della curva sud romanista, una
vergogna per tutta la famiglia del calcio ma anche un monito sul fatto
che la strada da fare sia ancora piuttostolunga.
«Ora tocca ai
giocatori» Si chiude con Manoni (contratto fino a giugno con
opzione per l'anno prossimo) il cerchio delle presentazioni ufficiali.
Il presidente Gigi Blasi ha meno affanni, almeno rispetto alla maratona
operata dodici mesi fa. Non c'era una squadra da rifare, ma solo operare
piccole correzioni, secondo le indicazioni del nuovo tecnico Papagni.
Tanti gli argomenti toccati nella conferenza di ieri mattina, alcuni con
il petto in fuori e con tenace fierezza.
«Mercato chiuso,
ora lavorate» Un Blasi effervescente (nonostante le poche ore di sonno), un Galigani professionale ed esperto in carte federali e materia contrattuale ed un Evangelisti corrucciato per il campionato non esaltante disputato dal Taranto finora, ma pimpante hanno preso parte "molto attiva" alla conferenza stampa di presentazione dell'ultimo acquisto stagionale rossoblù, Manolo Manoni, il quale ha firmato un contratto ad obiettivo fino a giugno, ma con l'opzione per la prossima stagione. Al tavolo di "comando delle operazioni" c'era anche Ursino, amico personale di Blasi. Galigani: «Abbiamo acquistato Manoni seguendo le indicazioni del direttore Evangelisti e dell'allenatore Papagni: entrambi stimano molto il giocatore. E' un centrocampista di quantità, molto tenace e combattivo. Preciso: non fa parte della scuderia di Dalle Vedove (l'avv. Prete)». Blasi: «La campagna-trasferimenti è chiusa. Ora i giocatori devono lavorare, con tutta la birra che hanno in corpo per riportare il Taranto nei quartieri alti della classifica. Fortunatamente il tempo per ritornare in zona playoff c'è». Un bilancio sul mercato? «Sono molto felice. A differenza della scorsa stagione, ho ricevuto richieste per i miei calciatori. Il presidente dell'Acireale mi ha inseguito a lungo per convincermi a dargli Di Domenico. Il Catanzaro mi ha messo sul piatto duecentomila euro per Deflorio. Il Piacenza voleva a tutti i costi Mancini. Pisa e Triestina hanno pressato parecchio per tesserare Pastore e Caccavale. A tutti ho detto: no». Il caso-Mignogna è chiuso. Il giocatore resta a Taranto. «Parlare di caso è eccessivo. Nel calcio, a volte, avvengono delle incomprensioni. Quando mi giunse all'orecchio che il Treviso lo cercava, dissi al ragazzo: fammi telefonare dal presidente o da qualche grosso dirigente della società veneta per metterci d'accordo. Sono ancora in attesa della telefonata». Galigani, al riguardo, ha aggiunto: «Giunse in società un fax, con carta intestata del Treviso, con la richiesta del giocatore, con il timbro della società, ma.... privo di firma del presidente. Voi capite che quel fax costituiva... nulla». Il rapporto con una parte della tifoseria sembra deteriorato. «Non sono d'accordo. Stimo tutti i supporters rossoblù, dalle due curve alla tribuna passando dalla gradinata. Non è un caso che tutte le squadre avversarie ce li invidiano e li temono. E sono anche d'accordo che critichino, ma a due imprescindibili condizioni: devono essere costruttive (e non distruttive) e devono essere tranquille e serene. Quando i tifosi osservano questi due canoni, sono credibili e, quindi, contano per il sottoscritto. Altrimenti, no perché odio la violenza come ho sempre sostenuto. Io sono molto arrabbiato unicamente con la squadra perchè ultimamente ha incamerato pochissimi punti». Passiatore è un problema? «Se farà la risonanza magnetica, no». A questo punto è intervenuto Galigani che ha precisato: «Dopo il caso-Curi, a Perugia, la Lega ha emanato norme rigidissime. Tutti i calciatori dovranno essere sottoposti a visite specialistiche mirate in caso d'infortunio. Non possiamo rischiare. Per il pagamento del suo contratto, norme alla mano, riceverà quanto eventualmente da noi dovuto dopo che il Collegio Arbitrale avrà posto la parola fine sui tanti ricorsi. I soldi ci sono. C'è una specifica fidejussione già depositata. Ripercussioni in classifica? Non scherziamo nemmeno». Oggi doppia seduta. Nel pomeriggio, partitella. di Giuseppe Dimito
«Questa maglia mi
farà rinascere» Manolo Manoni è stato presentato ieri mattina n orario abbastanza insolito. Erano, infatti, le 9,30 quando è comparso in una delle tante sale dell'albergo che ospita il Taranto nei ritiri delle gare casalinghe. Era visibilmente emozionato. Non di rado ha addirittura arrossito nel rispondere alle domande un po' più "piccanti". «Quando mi è giunta la richiesta del Taranto, sono rimasto molto lusingato. Non me lo sono fatto ripetere due volte. Dopo il "sì" dato al presidente Blasi ed al diesse Evangelisti, mi sono messo immediatamente in auto e sono venuto qui da voi. Durante il viaggio mi son detto: che bello! Dopo tanti anni di campionati di C2 che avevano il solo scopo di raggiungere la salvezza o, peggio, a giocarsi la permanenza attraverso i playout, vado in una grande società, in una grande piazza, per puntare alla C1 sia pure tramite i playoff. Mi è sembrato rinascere, calcisticamente parlando». Come si definisce tecnicamente? «Sono un centrocampista di quantità con qualche scampolo di qualità. In campo dò sempre il massimo. E lo farò anche a Taranto». A Latina, nella scorsa stagione, ma anche nella partita d'andata allo Iacovone, diede filo da torcere ai colori rossoblù. «In entrambe le gare ci servivano i punti come il pane per cui un po' tutti ci siamo dati un gran da fare per acciuffarne il più possibile. Ovviamente adesso che sono del Taranto, m'impegnerò con tutte le mie forze per dare il mio contributo alla causa tarantina». Conosce i nuovi compagni? «Di nome tutti. Non ho mai avuto il piacere di giocare insieme. So che Papagni ha una grossa stima di me. Due anni fa, quando era ad Andria, mi cercò con insistenza». Finisce spesso sul taccuino degli arbitri? «Un tempo, sì. Ero più giovane, più esuberante e più inesperto. Adesso, invece, mi sono fatto più furbo. Quando posso tento più il dialogo con i direttori di gara». di Giuseppe Dimito
«Con il mio
Giugliano sarà un match vibrante» Mister Franco Dellisanti, che partita sarà Taranto-Giugliano? «Sicuramente avvincente, con due squadre di alta classifica che vorranno conquistare tre punti. Il Taranto sarà galvanizzato dall'ultimo successo esterno e vorrà riconquistare la stima e la fiducia dei suoi tifosi. Il Giugliano giocherà come ha sempre fatto, non cambierò nulla. Sarà una partita molto difficile, ma verremo allo Iacovone per giocarcela a viso aperto». La sua squadra, però, continua a perdere punti tra le mura amiche. Anche domenica scorsa, contro il Potenza, avete perso un'ottima occasione per allungare il vantaggio sulle dirette inseguitrici. «Il nostro rendimento è molto altalenante. Fuori casa, con sei vittorie, siamo la compagine che ha vinto più gare in serie C a pari merito con il Sansovino. In casa - due vittorie, sei pareggi e due sconfitte, ndr -, invece, abbiamo subito molte reti su calcio piazzato, facendoci rimontare in diverse circostanze. È l'unica pecca di una squadra molto giovane che, comunque, continua a darci soddisfazioni». Il lavoro certosino del direttore Maglione mostra risultati positivi. Quanto ci crede il Giugliano nel raggiungimento dei play-off? «È il nostro obiettivo. Escludendo quattro-cinque giornate, siamo sempre stati nelle prime cinque posizioni. E abbiamo dato molta importanza anche ad altri aspetti. Il Giugliano è una squadra sbarazzina, che non muore mai e che può rappresentare il trampolino di lancio per diversi ragazzi». E Vives, intanto, è già promesso sposo del Napoli. «È un ottimo giocatore e sono sicuro che farà tanta strada. Ma non è l'unico. Penso a Ciotola, utilizzato con il contagocce durante lo scorso campionato, e autentica rivelazione di questa stagione. Il gruppo è unito e c'è tanta voglia di ottenere un buon risultato». Cosa pensa del Taranto? «È un'ottima squadra, che può contare su elementi che sicuramente le altre concorrenti non hanno. Tutte le altre squadre di vertice basano il proprio gioco sulla forza del collettivo, mentre il Taranto, così come il Gallipoli, ha nei singoli la sua arma più pericolosa». Ad una squadra costruita per vincere, però, non capita di perdere quattro partite consecutive. «È vero, ma nessuno poteva pensare che sarebbe accaduta una cosa simile. E, comunque, non credo abbiano perso tanto terreno. Grazie alla vittoria contro l'Igea Virtus, la zona playoff dista appena due punti. Capita a tutte le formazioni, poi, di avere un calo durante la stagione». È andato via Marino ed è arrivato Papagni. Era l'unico modo per venir fuori da una crisi di risultati? «Non entro nel merito delle scelte della società. Papagni è un tecnico molto competente che, per diverse circostanze, finora è stato abbastanza sfortunato. Se i giocatori lo seguiranno, riuscirà a togliersi delle belle soddisfazioni. Io, però, sono sempre contrario ai cambi in corsa. Un allenatore, se è scelto per portare a termine un progetto, va difeso con tutte le forze. E, se i risultati non arrivano, la colpa non può essere di una sola persona». di Fabio Di Todaro
Le curve di oggi come
trent'anni fa Anni buttati, senza che nulla sia stato fatto, senza che
nulla sia davvero cambiato. Il calcio italiano è il più indietro di
tutti nel contrastare i fenomeni razzisti all'interno degli stadi. La
denuncia arriva direttamente dalla Uefa, per bocca di William Gaillard,
portavoce del presidente Johansson.
Crac Perugia, Capitalia
contro Gaucci Al riparo nel "caldo soffocante" di Santo
Domingo da un mandato di cattura internazionale, l'ex presidente del
Perugia Luciano Gaucci dovrà presto difendersi anche da una denuncia
per diffamazione. A preparare le carte bollate sono i legali di
Capitalia, il gruppo bancario citato dall'imprenditore come responsabile
di tutti i suoi guai giudiziari e finanziari. In un'intervista a
Repubblica, Gaucci sostiene infatti essere stato costretto alla
bancarotta "da un gruppo di potere il cui burattinaio è Cesare
Geronzi, presidente di Capitalia".
Storia di Gaucci dalle
scope al pallone Donne, cavalli, autobus, quadri e squadre di calcio,
tante squadre di calcio. Quanto ad aneddoti, per raccontare chi è
Luciano Gaucci non c'è che l'imbarazzo della scelta. Romano, 66 anni,
ex oste nella capitale, ex autista dell'Atac, Gaucci deve le sue fortune
principalmente agli affari fatti con la sua imprese di pulizie, "La
milanese", arrivata a fatturare 200 miliardi di lire l'anno con
tremila dipendenti a libro paga. "Se l'avessi chiamata 'La romana'
- dirà poi con il suo tipico gusto per la battuta ad effetto - non
avrei mai lavorato".
«Rovinato dalla
banca ma tiro fuori tutto» Luciano Gaucci, dove si trova?
Arrestati i fratelli
Gaucci La Guardia di finanza di Perugia sta eseguendo sette
ordinanze di custodia in relazione alle indagini sul "crack"
del Perugia calcio. Tra gli arrestati, secondo le prime informazioni, ci
sono Alessandro e Riccardo Gaucci, figli dell'ex patron Luciano che
invece è irreperibile. Per lui, a quanto si apprende, starebbe per
essere spiccato un mandato di cttura internazionale.
Si chiude con Manoni L'ultimo a comparire è Manolo Manoni. Che non è il
Gambacorta del detto popolare, ma è uno che, dalle referenze che
possiede, la gamba non la tira nemmeno indietro. Il Taranto prende un
altro mediano d'assalto, un altro giocatore che rinforza la linea di
mezzo, arricchendola di qualità e di agonismo. Arriva dal Latina, ha
ventotto anni e caratteristiche chiare: incontrista, uomo di carattere.
Tanto carattere da aver incrinato da alcune settimane
il suo rapporto con i ciociari, finendo fuori rosa e trovandosi poi nel
mirino del Taranto. L'interesse sembrava scemato dopo una ventilata
riappacificazione, ma era tutta una strategia: Manoni, adesso, è in
rossoblu. L'ultimo acquisto di un mercato finito in pareggio: partiti
tre centrocampisti (Bevo, Campanile e Bruno), rimpiazzati da due mediani
(Bussi e, appunto, Manoni) e un esterno (Prosperi); partito un
attaccante (Gambino), arrivato un attaccante (Ambrosi).
Taranto, ingaggiato
Manoni È il centrocampista Manolo Manoni, classe '77, ex Latina, l'ultimo
giocatore tesserato dal Taranto nel mercato di gennaio che ha chiuso i
battenti ieri sera alle 19. Bilancio in perfetta parità per la società
di via Umbria, con quattro arrivi, Ambrosi, Bussi, Prosperi e appunto
Manoni e quattro partenze, Bevo (Pisa), Gambino (Carrarese), Campanile
(Cavese) e Bruno (Nocerina). Tutto secondo previsioni, dunque, serviva
un centrocampista per chiudere il cerchio e un centrocampista è
arrivato. Manoni giunge in riva allo Jonio con un contratto fino a
giugno, dopo la parentesi non troppo felice di Latina, società che lo
aveva messo fuori rosa due settimane fa
insieme ad altri nove calciatori, per poi decidere di reintegrarlo.
Domenica scorsa la sua ultima apparizione con la maglia del club pontino
nella gara casalinga persa dal Latina contro il Viterbo, da oggi,
invece, è a disposizione del tecnico Papagni, che ha avallato il suo
arrivo a Taranto. Per la cronaca, il diesse Evangelisti, salito all'Ata
Quark insieme al presidente Blasi e al diggì Galigani, ha effettuato
sondaggi anche per Delle Vedove della Juve Stabia, le cui
caratteristiche tecniche non convincevano eccessivamente Papagni, e per
La Marca del Melfi. Ma la scelta, alla fine, è caduta su Manoni, pronto
a contendersi con Bussi una maglia da titolare in mezzo al campo già da
domenica prossima contro il Giugliano. Ma la società di via Umbria
avrebbe potuto ingaggiare anche un altro difensore, D'Apice del
Marcianise, che attraverso il suo procuratore si era offerto al Taranto,
non interessato, però, al calciatore. Ma nel corso della lunga giornata
milanese, sono state tante le richieste pervenute al Taranto da altre
società, soprattutto di categoria superiore, per i giocatori più
rappresentativi dell'attuale organico rossoblù. Il Catanzaro (offriva
la bellezza di 200mila euro) e la Torres hanno provato a strappare De
Florio; il Pisa ha pressato per Pastore; la Triestina ha bussato per
Caccavale; il Piacenza avrebbe fatto follie per Mancini, mentre Acireale
e San Marino hanno chiesto notizie su Di Domenico. Tutti tentativi
andati a vuoto per il "no" deciso del Taranto e del suo
presidente, i cui obiettivi restano i play-off e la C1.
La scheda di Manolo Manoni Manolo Manoni, centrocampista, è nato a Jesi (Ancona)
il 26 aprile 1977.
Deflorio a parte. C'è
Mignogna Il Taranto ha trovato una spiacevole novità alla ripresa della preparazione ieri pomeriggio: il terreno di gioco malmesso. In particolare lungo la fascia centrale, il manto erboso risultava sconnesso. Sembra per via di una partita disputata nel week-end sotto la pioggia insistente. Papagni ne ha preso atto, sia pure a malincuore, limitando il lavoro dei suoi alla parte atletica. Purtroppo non ha potuto far loro disputare la solita partitella finale. Il morale è buono. La vittoria di Barcellona Pozzo di Gotto ha prodotto i prevedibili effetti benefici che si riverberanno sicuramente per l'impegnativo match di domenica prossima contro il Giugliano di mister Dellisanti, distante soltanto due lunghezze. Per quanto riguarda l'infermeria, Mignogna ha finalmente ripreso a tempo pieno. Il neotrainer rossoblù nutre grande fiducia nel ragazzo tarantino doc considerandolo un "rinforzo" in più per la squadra. Per il resto Mortari e Deflorio si sono allenati a parte, mentre Larosa è rimasto fermo ai box. Dei tre il capitano è l'unico ad avere le maggiori probabilità di essere in campo domenica. Il giudice sportivo non ha squalificato alcun rossoblù. Martinelli ha raggiunto l'elenco dei diffidati. Non c'è alcun appiedato neppure in casa del Giugliano. Oggi doppia seduta. Domani è in programma la solita partitella che, proprio per non appesantire maggiormente il terreno di gioco, potrebbe essere disputata al campo "B" se non addirittura in provincia. Papagni sta compiendo un lavoro sicuramente difficile. Da una parte sta curando l'aspetto atletico che è fondamentale per il futuro immediato della squadra. Dall'altra deve ridare equilibrio ed assetto ad una rosa che, negli ultimi tempi, sta subendo delle variazioni importanti. Il neo trainer rossoblù va seguito nel certosino lavoro di "ricucitura". di Giuseppe Dimito Caccia ai nazisti da
stadio Decine di perquisizioni nei quartieri più caldi del
tifo giallorosso, a Roma e in provincia. La questura ha mobilitato
centinaia di uomini, la Digos ma anche la squadra mobile e i
commissariati, nella caccia ai nazi-ultras. Si fa sul serio. Già ieri
mattina cinquantadue persone erano state identificate nei filmati perché
si trovavano attorno agli striscioni e ai simboli nazisti apparsi
domenica nella curva sud dell'Olimpico prima di Roma-Livorno, dalle
svastiche al lugubre «Gott mit uns»
e all'inquietante «Lazio Livorno stessa
iniziale stesso forno». L'elenco si è allungato durante la
giornata ma dal riconoscimento all'ipotesi di responsabilità penali per
incitamento all'odio razziale (legge Mancino), il passo non è affatto
breve. Sei tifosi sarebbero stati invece identificati e saranno
denunciati come organizzatori della parata nazi-fascista che ha accolto
i livornesi, i tifosi più rossi del campionato. Anche se dalla questura
non arrivano conferme non si tratterebbe di nomi noti del panorama
ultras, piuttusto "cani sciolti" che albergano nel settore
centrale della Sud dov'è apparso lo striscione sui forni, un settore un
tempo occupato dal vecchio Commando ultrà, poi dagli AsRoma ultras e
oggi fuori controllo. I gruppi ultras tradizionali peraltro negano la
paternità degli striscioni, sia pure con la comprensibile
preoccupazione di non apparire delatori o vigliacchi. Si parla di
"chiarimenti" in corso tra i capi della curva che potrebbero
proseguire stasera, prima di un blindatissimo Roma-Juve di Coppa Italia
(a Torino 3 a 2 per i giallorossi). Foto e testi presenti in tifo-e-amicizia.it sono stati in parte prelevati da Internet e quindi valutati di pubblico dominio. Se i soggetti o gli autori avessero qualcosa in contrario alla pubblicazione possono segnalarlo alla redazione che provvederà prontamente alla rimozione. |
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