Micallo, voglia di riscatto
L'ultima volta che il Taranto ha giocato in C1 Giovanni Micallo era tra i carnefici. Giocava nella Fermana, fece novanta minuti da titolare nel giorno della condanna per i rossoblu. Lui uscì vincitore:
«Io gli spareggi li ho sempre vinti. Ho fatto due volte i playout: una volta contro il Taranto, un'altra contro il Chieti». Eccolo, da avversario in un giorno tragico a portafortuna:
«Porto bene? Non so, preferisco pensare al prossimo. Me ne sono andati bene due spero vada bene anche il terzo: credo tocchi quasi di diritto».
Comincia una settimana calda, giusto ammetterlo. Anche se si cerca ancora di dribblare la tensione:
«E' una settimana normale: la partita ha un valore maggiore, ma si prepara come le altre. E' normale anche come lavoro: semmai è stata particolare la settimana scorsa, nella quale abbiamo caricato di più». Micallo ha voglia di scendere in campo, anche se siamo all'inizio della settimana. Vuol giocare, anche, per riscattarsi:
«Adesso sto bene, ma quest'anno, dopo un buon inizio, ho avuto un infortunio alla caviglia contro la Viterbese che mi ha fatto soffrire molto. Poi mi è capitato di nuovo contro la Nocerina. Insomma: non sono sempre stato al cento per cento. Avrei potuto fare di meglio, lo so. Ma adesso mi sento in forma. E questa settimana non trascurerò nulla, sperando di meritarmi la fiducia di Papagni».
Due volte i playout, finora. Per Micallo ora ci sono i playoff. E' la prima volta:
«E' una tensione diversa: giocare per non retrocedere non è lo stesso che giocare per vincere. Non ho avuto ancora il tempo per accorgermi delle differenze, però: posso solo dire che la concentrazione e la preparazione fisica rimangono punti fondamentali. Soprattutto perché ora ci sono i primi caldi e tutto diventa più difficile». Lo spogliatoio è un muro invalicabile: gli umori si possono solo riferire. Eccoli:
«Ognuno di noi sa che questa partita è, forse, quella fondamentale: siamo di fronte a una gara che dura centottanta minuti ed è fondamentale partire bene a Melfi per poi gestire il vantaggio dei due risultati su tre in casa, dinanzi al nostro pubblico».
Vincere non è solo un desiderio. Nel caso del Taranto (forse l'unica tra le quattro in corsa per la C1) è quasi un obbligo:
«Sapevo che avremmo lottato per vincere sin dall'inizio
- spiega Micallo -, da quando ho firmato. Infatti ci siamo. Sapevo che l'obiettivo era la C1: poi vedevo i nomi dei giocatori che arrivavano, sentivo i programmi che mi esponeva Evangelisti e capivo che era tutto vero. In verità i playoff erano un paravento, l'obiettivo minimo: volevamo arrivare al primo posto, volevamo la promozione diretta, ma il Gallipoli non ha davvero sbagliato nulla, mentre noi qualche problema l'abbiamo avuto».
Il modo per rimediare è vincere ora: «E' un sogno che spero di realizzare. Perché vincere a Taranto non è come vincere in una piazza qualunque: stiamo lentamente portando allo stadio la gente che non voleva venire più, stiamo recuperando l'affetto di chi si era allontanato e non possiamo fermarci adesso. Parlando con alcuni tifosi ho avuto buone percezioni: sono sicuro che si possa arrivare davvero al tutto esautiro. E mi auguro di emozionarmi come mi emozionai quando venni ai playout, con la Fermana. Stavolta, però, con la maglia giusta». di Fulvio Paglialunga15
maggio 2006
Non si cambia: a Melfi
A vuoto il tentativo di spostare la sfida in un altro campo: la Lega è irremovibile. Blasi:
«Il problema è di ordine pubblico: toccherà a Questore e Prefetto»
Non cambia nulla. Melfi-Taranto si giocherà regolarmente al “Valerio”, stadio della piccola cittadina lucana. E il club rossoblu avrà a disposizione dei suoi tifosi soltanto 653 biglietti (ovvero l'intera capienza del settore destinato agli ospiti).
La riunione indetta a Firenze dal presidente della Lega di serie C, Mario Macalli, per definire l'organizzazione di playoff e playout non ha sortito gli effetti sperati per il Taranto.
La dirigenza, attraverso la voce del direttore generale Vittorio Galigani, aveva richiesto lo spostamento di sede per l'incontro d'andata, ritenendo il campo melfitano insufficiente ad ospitare l'esodo dei sostenitori tarantini.
Il Taranto, in particolare, si era appellato ad una frase inserita nel regolamento degli spareggi di fine stagione, che considera l'ipotesi del cambio di campo nel caso di capienza “insufficiente ad assicurare una congrua partecipazione dei sostenitori della società ospitata”.
Dal canto suo, il presidente del Melfi, Maglione, aveva escluso con garbo e decisione la possibilità di uno spostamento della partita. E così è stato. L'idea, come potete leggere in altra parte della pagina, è stata bocciata subito da Macalli. E senza troppi giri di parole.
Gigi Blasi, presidente rossoblu, è amareggiato. Ha partecipato alla riunione, assieme al dg Galigani, convinto di un esito diverso. La risposta della Lega, invece, lo preoccupa.
«Purtroppo - esordisce - si giocherà a Melfi. Lo stadio lucano è stato considerato adatto ad ospitare i playoff: può contenere 2700 spettatori, 200 in più del minimo previsto. Ma ci hanno concesso soltanto 653 biglietti: un'inezia. Non ce ne facciamo niente, li vendiamo in meno di un'ora».
Il massimo dirigente rossoblu è sconcertato. La voce di Blasi va e viene sulla linea precaria dei cellulari: i concetti, però, arrivano ugualmente forti e chiari. «E' una decisione preoccupante, soprattutto dal punto di vista dell'ordine pubblico. La Lega non poteva farci nulla, tocca alle istituzioni, alla Prefettura e alla Questura lucana valutare con attenzione la situazione e i possibili rischi. Noi non abbiamo nulla contro il Melfi, non devono esserci dubbi su questo punto. Ma vorremmo garantire ai nostri tifosi la possibilità di assistere nel modo migliore al primo match dei playoff. Penso a chi ha seguito il Taranto per tutta la stagione, ad esempio, e rischia di non trovare il biglietto proprio in occasione della partita più importante».
La possibilità della diretta televisiva non consola il presidente. «Trasmetteranno la partita in tv? Non è la stessa cosa, vedere una gara allo stadio dà una emozione diversa. Che dovremmo fare allora, chiudere gli stadi ogni volta che c'è troppo pubblico? E poi, c'erano altri fattori da considerare: Melfi-Taranto non è una normale gara di campionato».
Un ricordo neanche troppo lontano sostiene la tesi. «L'anno scorso
- prosegue Blasi - i nostri supporters sono andati in tantissimi a Ragusa, percorrendo mille chilometri per assistere alla partita. Ed erano playout. Melfi, invece, dista solo duecento chilometri: è legittimo pensare che almeno tremila tarantini cercheranno di assistere allo spareggio...».
Molti potrebbero cercare di raggiungere la Basilicata senza biglietto: è questo il timore più grosso di Blasi.
«Questa partita vale una finale. Noi possiamo convincere i tifosi organizzati a non mettersi in marcia, ma come possiamo impedire a tutti gli altri di muoversi verso Melfi? Ognuno dovrà assumersi le proprie responsabilità, a questo punto: è una questione di ordine pubblico. Nè noi, nè la Lega possiamo farci niente». Il presidente, subito dopo la riunione in Lega, è stato contattato da alcuni tifosi.
«Alcuni - racconta - mi hanno confidato una intenzione: vorrebbero organizzare una manifestazione pacifica per chiedere di cambiare la sede del match. Al di là di questo, però, continuo a primi una domanda: è giusto che una città di oltre duecentomila abitanti abbia diritto a soli 653 tagliandi?».
Galigani condivide le preoccupazioni di Blasi: «Vorremmo
- spiega - che tutti i nostri sostenitori potessero assistere all'incontro. Adesso è una questione di ordine pubblico, Macalli non poteva fare nulla».
Venerdì, intanto, i rappresentanti della Lega di serie C incontreranno i membri dell'Osservatorio Nazionale sulle manifestazioni sportive, presieduto dal crispianese Francesco Tagliente. Il Taranto si augura che dalla riunione possa sorgere qualcosa di nuovo. Per rimettere in discussione la disputa a Melfi della gara uno dei playoff. di Leo Spalluto15
maggio 2006
Melfi, deciderà il prefetto di Potenza
Si è svolta ieri in Lega la riunione tecnico-organizzativa in vista dei playoff. Si fa strada l'ipotesi della diretta tv per la zona di Taranto. Il presidente Macalli, per ora, non concede il campo neutro: solo 653 biglietti per i tifosi tarantini Cori degli ultras durante il minuto di raccoglimento per i caduti di Kabul: 10mila euro di multa alla società
Solo 653 biglietti per i tifosi tarantini. Niente campo neutro per Melfi-Taranto. È stato questo il responso della riunione svoltasi ieri mattina nella sede della Lega di Firenze in ordine all'organizzazione di tutte le partite dei playoff. «Purtroppo il «Valerio» può ospitare, in tutto, soltanto 2700 tifosi - ha detto ieri pomeriggio il presidente Blasi al ritorno dalla Toscana - per cui la quota spettante ai nostri supporters è di soli 653 posti. A quel punto ho fatto presente al presidente Macalli ed al collega di Melfi che, secondo le nostre stime, partiranno da Taranto domenica 21 prossimo non meno di 3-4mila tifosi. Ho, altresì, ricordato che, a giugno scorso, a Ragusa, per la gara decisiva dei playout, c'erano 1800 persone. E la città siciliana dista dal capoluogo jonico 700 km. Ma anche a Gallipoli, in campionato, erano giunti 2000 persone per assistere al match. Figuriamoci cosa potrà accadere per una gara di playoff a soli 200 chilometri di distanza». Cosa ha risposto il presidente Macalli?
«La famosa circolare n. 28 del 3 aprile scorso dice che ciascuna società ha diritto di giocare sul proprio terreno di gioco una delle due partite di finale per cui Macalli intende tener fede a quelle direttive. Per quanto riguarda la possibilità di mutar campo a seguito della impossibilità di qualsiasi società di non poter ospitare i tifosi avversari, egli ha rinviato al Prefetto di Potenza la decisione se far giocare la partita in presenza di situazioni di possibile pericolo per l'ordine pubblico. Se il Prefetto riterrà che la partita è a rischio, allora Macalli potrà stabilire la disputa del match su di un altro stadio più capiente. Da parte nostra, oltre ad aver allertato gli organi federali, ci siamo fatti carico pure di avvertire la Questura di Taranto, in particolare la Digos, per quanto riguarda l'ordine pubblico. Preciso, altresì, che in società sono già piovute numerosissime richieste di biglietti da parte dei nostri tifosi i quali intendono essere presenti al match». Si è parlato della possibilità di far autorizzare la diretta televisiva per la sola zona di Taranto?
«La possibilità c'è, indubbiamente; ma secondo me il problema non lo si risolve completamente perchè non sono pochi coloro che vorranno essere personalmente presenti al "Valerio" di Melfi». Intanto il giudice sportivo ha comminato ieri una salatissima multa, 10mila euro, per i cori
«volgari e di pesante oltraggio nei confronti dei carabinieri»
degli ultras rossoblù, a Viterbo, durante il minuto di raccoglimento per i militari caduti a Kabul. L'episodio è deprecabilissimo. I relativi filmati della Polizia laziale sono stati già inviati alla Digos di Taranto per le relative indagini.
di Giuseppe Dimito14
maggio 2006
«Mi avevano chiesto il quinto posto»
Papagni elogia il gruppo «Umiltà e compattezza». La squadra non andrà in ritiro. Domani si riprende
Trenta punti in quindici gare, ossia due punti a partita, e soprattutto secondo posto assoluto in classifica blindato sin dal 30 aprile scorso: questo il bottino della gestione-Papagni sulla panchina rossoblù. Il bilancio è esaltante. Certifica l'ottimo lavoro svolto dal tecnico biscegliese sulla panchina rossoblù. Ed a voler spaccare il pelo in due si potrebbe aggiungere che la sconfitta con la Vigor Lamezia è giunta dopo soli quattro giorni dal suo arrivo e che l'ultima, a Viterbo, non è stata influente per la classifica per cui i 30 punti possono essere suddivisi in tredici partite.
«Sono ovviamente soddisfatto - assicura Papagni -
ma ritengo che debba dividere i meriti con l'intera rosa. Anche chi non giocava stabilmente la domenica si impegnava duramente gli allenamenti». Quando è arrivato a Taranto, cosa temeva?
«Quasi nulla, per le verità. Giungevo in un momento molto delicato, ma ci ero abituato perché ad Andria trovai analogo ambiente. Contavo moltissimo sulla grande passione del pubblico e sul notevole tasso tecnico dell'organico: i fatti mi hanno dato ragione. Oltretutto vi devo confessare una cosa. La società mi aveva chiesto di raggiungere i playoff anche con il quinto posto: siamo arrivati secondi. Sono bastate quelle sette-otto gare di fila per ipotecare l'importante posizione». Qual è stato il segreto?
«Aver fatto gruppo, aver cementato umori ed intenti di tutti. Il calcio è questo».
Quali le difficoltà incontrate? «Le indisponibilità. Al mio arrivo Pastore era squalificato per tre turni e Mortari era nell'infermeria. Poi è giunto l'infortunio di Manoni dopo sette gare. Successivamente, a stretto giro di posta, quelli di Caccavale, Deleonardis e Mortari. Spero di recuperarli per l'andata dei playoff. O, al massimo, al ritorno». Il gioco offerto dalla squadra è stato quasi sempre piacevole.
«Io sono soddisfatto di quanto mostrato dalla squadra in tutte le partite. Compresi i tre 0-0 consecutivi. Mancò solo il gol, ma solo per casualità».
La squadra riprenderà domani la preparazione. Giovedì e sabato, doppia seduta, venerdì una. Poi la sosta. Il lavoro riprenderà martedì 16 prossimo e sarà scandito dai soliti ritmi settimanali del campionato. La partenza per la località destinata per la disputa del match d'andata con il Melfi avverrà venerdì, 19. «Nessun lungo rtiro - conclude Papagni -
vogliamo stare con i nostri tifosi per annusare il profumo dell'entusiasmo che essi sicuramente emaneranno in tutti questi giorni». di Giuseppe Dimito14
maggio 2006
«Secondo passo: la C1»
Blasi soddisfatto per il campionato del Taranto: «Abbiamo raggiunto il primo obiettivo, ma ora voglio vincere. A Melfi non si può giocare: i nostri tifosi sono troppi»
Presidente Blasi, c'è già aria di playoff. Il Taranto comincia il 21 maggio a Melfi...
«Ho raggiunto il primo obiettivo che mi ero posto. L'ho fissato a luglio, non ieri: siamo entrati nei playoff una settimana prima della fine del campionato. Sono contento: quando raggiungo i miei obiettivi lo sono sempre».
Sa, però, che raggiungere i playoff e non vincerli è come non esserci mai arrivati...
«Non dico mai, per natura: basta così. Semplicemente fisso un obiettivo per volta, un paletto, come sono abituato a chiamarli. Adesso l'altro paletto è la C1: voglio vincere, non ci sono dubbi».
A fine gennaio, però, i playoff erano lontani e la squadra in piena crisi. Ha pensato di non potercela fare?
«Mai, sinceramente. Non c'è stato un solo momento in cui ho visto in bilico il nostro campionato. Perché io credo in quello che faccio e insisto fino in fondo. Non so cosa vuol dire mollare, non mi scoraggio: altri, forse, in
quel momento avrebbero abbandonato. Non io».
Dopo la crisi, però, c'è stata la svolta...
«La vera svolta è stato fare una grande squadra a luglio: abbiamo preso giocatori importanti, molti importantissimi. Ero sicuro del grande lavoro fatto da Luca Evangelisti: i risultati comunque dovevano arrivare. Un calo c'è per tutti durante il campionato, il vero problema nostro è stato che, dopo Natale, Marino non riusciva più a tenere lo spogliatoio. Il guaio era
questo, non era tecnico».
Poi è arrivato Papagni...
«E' stato bravissimo a mettere in piedi la squadra, gestendo lo spogliatoio con esperienza e intelligenza e mettendo i giocatori in condizione di rendere al meglio. Giochiamo un buon calcio ma, soprattutto, siamo un gruppo unito».
Pentito, a questo punto, di non aver cambiato prima?
«No, pentito no: credevo in Marino e continuo a dire che tecnicamente non si può discutere. Era una questione di esperienza, di rapporti. Prima non potevo valutare questo, dopo mi sono reso conto. Ma alla fine non c'è niente di cui pentirsi: siamo ai playoff, partiamo dalla posizione migliore possibile».
Incontrerà la squadra in questi giorni?
«Sono in partenza, a dir la verità. Ma nel fine settimana conto di farlo. Poi non mi muoverò più da Taranto, per scelta, fino alla vittoria finale. Perché comincia un periodo delicato e molto difficile: comincia un altro campionato. Cambia tutto, anche il tipo di calcio da fare».
Cosa dirà ai giocatori?
«Le cose che ho detto a luglio, praticamente. Allora dissi che volevo andare nei playoff. Ora aggiornerò gli stimoli: dirò che voglio la C1».
Scelga un momento di questa stagione. Il più bello...
«Li metto tutti, anche gli errori: sono serviti, perché ci hanno aiutato a maturare. Sono contento del campionato fatto, del lavoro di ognuno. Adesso dobbiamo ricominciare, siamo ad un nuovo inizio. Rimbocchiamoci le maniche tutti: Galigani, Evangelisti, Papagni, lo staff medico, i collaboratori. E i tifosi, soprattutto. Abbiamo accontentato anche chi non ci credeva: questo risultato, però, non è il mio. E non sarà mia nemmena la vittoria che auspico: sarà di tutti. Anche dei tifosi che non ci credono e che non vengono allo stadio».
Il primo avversario è il Melfi...
«Una bella squadra: giovane, veloce, che ha voglia di far bene. Che merita rispetto e attenzione come tutte le squadre che giocano nei playoff. Ad essere sincero l'unico avversario che non avrei voluto incontrare è la Cisco Roma: per nostra fortuna è fuori».
La classifica è stata cambiata dalle penalizzazioni alle squadre inadempienti nei pagamenti. Proprio il prossimo avversario è stato graziato, solo con un'ammenda. Il Taranto, invece, non c'è...
«Noi abbiamo vinto già il campionato dei bilanci. Questa società è corretta, seria: mette il bilancio prima del campo. Altri hanno preso multe, altri penalizzazioni: noi abbiamo dimostrato di essere sani. Però di queste decisioni delle discplinari: mille euro di multa e un mese di squalifica a un presidente inadempiente è poco, lasciando poi la possibilità di giocarsi la C1. Noi, comunque, continueremo a essere regolari nei pagamenti: il calcio cambierà presto e noi dobbiamo stare
dalla parte della ragione».
Oggi c'è la riunione in Lega: lo stadio di Melfi è già al centro di un caso...
«Solleveremo il problema: siamo già inondati di richieste di tifosi che vogliono venire in trasferta. Per me sono cinquemila-seimila i tifosi che ci seguiranno. Lo stadio di Melfi è, a questo punto, incampiente. Quindi si dovrà da un'altra parte».
Da Melfi dicono: 600 biglietti al Taranto...
«Capisco che il mio collega di Melfi non sia d'accordo, ma Taranto è una città grande e ha un grande pubblico. Macalli non può decidere diversamente. E' una questione di rispetto della gente, innanzitutto. Non possiamo negare a nessuno il diritto di vedere una partita. E avere un seguito enorme non può essere una colpa».
Che vantaggio avrebbe il Taranto dal cambio di sede?
«Avremmo la possibilità di portare i nostri tifosi, daremmo a tutti l'opportunità di tifare per noi. Sarebbe come giocare in casa: il pubblico è il valore aggiunto in questa competizione. Se il pubblico lo vorrà potrà essere un giocatore in più».
Ma il Taranto ha perso una finale per la B davanti a trentamila spettatori...
«Con una società diversa».
Chiudiamo qui?
«Mi lasci esprimere un pensiero».
Prego...
«Mi piacerebbe, da presidente, una tregua con i tifosi. Non contestino Galigani e Evangelisit. Non è questo il momento di contestare nessuno e nemmeno di spendere energie per difenderli. Ora si tifa e basta: l'interesse comune è il Taranto, è la C1. Il 12 giugno, poi, ci sediamo a un tavolo e facciamo tutto quello che sarà giusto fare. Con tutti, ascoltando le ragioni di tutti».
di Fulvio Paglialunga14
maggio 2006
Da Blasi carezze al Taranto
«Vado in C1 e confermo tutti. Non temo il Melfi»
Presidente Blasi, sarà il Melfi il primo ostacolo del Taranto lungo il percorso che conduce alla C1.
«E' il verdetto inconfutabile pronunciato dal campo. Per noi non cambia nulla, anche se la mancata qualificazione della Cisco Roma rappresenta un piccolo vantaggio. Affronteremo un avversario giovane e sbarazzino. Ricordo ancora la gara di ritorno in campionato: ci misero in grosse difficoltà, anche se da quella sconfitta ebbe inizio la scalata verso i playoff. Ma non sono molto esperti e questo potrebbe rappresentare un vantaggio per il Taranto». Cosa occorre per vincere i playoff?
«Cattiveria agonistica e condizione psicofisica eccellente: sono gli ingredienti fondamentali per affermarsi in queste partite. La tensione e la paura di sbagliare agiranno a scapito dello spettacolo. Abbiamo due risultati a disposizione, ma cercheremo la vittoria già nella gara di andata». Che, con ogni probabilità, non si disputerà a Melfi.
«Oggi ci incontreremo in Lega con il presidente Macalli (l'appuntamento è fissato per le 10, ndr)
ed esporremo le nostre esigenze. In società sono già arrivati fax ed e-mail per conoscere i dettagli della trasferta. Il loro stadio, purtroppo, non è in grado di ospitare 5000 tifosi ospiti. Saranno in tanti a seguirci, forse anche qualcuno in più. Bisognerà ottenere la disponibilità di un altro impianto (lo «Zaccheria» di Foggia?)
che possa garantire il corretto svolgimento della competizione». Come si presenta il Taranto a questo appuntamento?
«Il nostro obiettivo era quello di centrare il secondo posto e ci siamo riusciti con una settimana di anticipo. Adesso ci sono 15 giorni per rifinire la preparazione e recuperare alcuni infortunati. Ho fiducia nel lavoro dello staff tecnico: il loro compito è quello di portare tutti i componenti della rosa al massimo livello» . La squadra preparerà gli spareggi lontano da Taranto?
«Decideremo in accordo con l'allenatore, ma credo che sia più utile far sentire ai calciatori la pressione della città. Nella prossima settimana, comunque, voglio incontrarli. Servirà a loro per sentire la vicinanza della società e a me per tastare la condizione psicologica».
Facciamo un passo indietro: l'esonero di Marino si è reso necessario quando il progetto tecnico rischiava di naufragare.
«Bisognava dare una scossa all'ambiente. Ma non rinnego la scelta compiuta a giugno. Marino è un ottimo allenatore e, conquistando 28 punti in 19 giornate, ha contribuito al raggiungimento di questo traguardo». Il cambio di allenatore ha mutato l'atteggiamento mentale della squadra.
«Papagni ha restituito tranquillità ad un gruppo che non riusciva più a trovare il bandolo della matassa. Più che sotto l'aspetto tecnico, è stato fondamentale il suo lavoro da
"psicologo". Ha parlato molto con i ragazzi, allentando le tensioni che si erano create in un momento difficile. Poi sono arrivate le vittorie e allora tutto è divenuto più facile». I risultati parlano a favore di una dirigenza che continua ad essere contestata dai tifosi. «Evangelisti ha costruito una squadra quasi perfetta senza avere una base su cui lavorare. Ha portato a Taranto Deflorio, che rappresenta il valore aggiunto di questa formazione, e Mancini, una giovane promessa che ci hanno richiesto anche dalla serie A. Galigani, pur con compiti differenti, ha confermato il buon lavoro svolto nello scorso campionato. Ripartirò da entrambi. Se sarà C1, ovviamente.» Che Taranto è lecito attendersi in un ipotetico campionato di terza serie?
«Confermerò tutti, premiandoli per il risultato raggiunto. Saremo competitivi, rinforzando l'attuale organico nei vari reparti. Adesso è più facile operare sul mercato: ci sono già diversi calciatori pronti a indossare la casacca rossoblù nella prossima stagione». Può ancora esprimere un desiderio: quale?
«Vorrei vedere lo "Iacovone" pieno nelle due partite che potrebbero valere la promozione. Adesso non è il momento di contestare. Ricompattiamoci, armiamo il Taranto di un'altra freccia. Il supporto dei tifosi può essere decisivo. Dal 12 giugno, poi, programmeremo il prossimo campionato. Prima, però, vorrei sedermi al tavolodella C1».
di Fabio Di Todaro14
maggio 2006
Giudici uniti contro Moggi
Da Roma nuovo avviso di garanzia. Nella capitale ascoltati l'ex capitano del Siena, Argilli, e il direttore sportivo, Perinetti, un fedelissimo di Moggi. A Napoli invece i giudici mettono nel mirino gli arbitri e annunciano novità a giorni
In serata il nuovo avviso di garanzia a Luciano Moggi da parte dei magistrati romani. L'ipotesi di reato è «illecita concorrenza con minacce e violenza», lo stesso per cui è già stato iscritto il figlio di Moggi, Alessandro. Secondo i pm, Moggi avrebbe avuto interessi comuni nella gestione di calciatori, nella compravendita degli stessi con la Gea e avrebbe stabilito una posizione dominante nel panorama calcistico nazionale.
Intanto la Juventus vola. Ha incamerato i tre punti della partita con il Palermo e ora si appresta a giocare l'ultima di campionato con tre punti di vantaggio. Ultima che verrà giocata a Bari per la squalifica del campo della Reggina. La Juventus vola. Anche in borsa, dove il suo titolo ieri ha fatto registrare un +7,96%.
Ma alla Juventus stanno anche volando gli stracci. John Elkann, vicepresidente Fiat, quindi in pratica il padrone della squadra, ha dichiarato dopo la partita di essere vicino a squadra e allenatore. Scaricando implicitamente Moggi, Giraudo e probabilmente anche Bettega (per ora fuori da intercettazioni e favori tanto da piangere, chissàperchè, domenica in tribuna). Giovedì si riunisce il Cda della Juventus e già in quella sede potrebbero essere prese decisioni che porterebbero al benservito della triade chiacchierata e telefonicamente chiacchierona.
Nel frattempo a Napoli c'è stato vertice in procura nella stanza del procuratore Lepore, alla presenza del procuratore aggiunto Franco Roberti e dei pm Filippo Beatrice e Giuseppe Narducci. Nell'incontro è stato fatto il punto sull'inchiesta che riguarda la Gea World. Prima si era presentato ai magistrati l'avvocato Paolo Trofino, difensore di Moggi, indagato per associazione a delinquere finalizzata alla frode in competizioni sportive. Nel mirino dei magistrati partenopei ci sono anche l'arbitro internazionale Massimo De Santis, 44 anni, romano, il nostro «uomo» ai Mondiali di Germania, e i suoi due colleghi Marco Gabriele e Luca Palanca che hanno ottenuto un decreto di archiviazione relativo al filone delle scommesse.
Nella capitale i pm Luca Palamara e Maria Cristina Palaia hanno sentito l'ex capitano del Siena, Stefano Argilli e il direttore sportivo della società toscana, Giorgio Perinetti. Il calciatore ha ribadito ai magistrati romani le accuse alla Gea, formulate nelle scorse settimane in alcune interviste, secondo cui la sua cessione dal Siena al Livorno fu in qualche modo «consigliata» da Luciano Moggi. Argilli avrebbe anche illustrato ai magistrati la situazione del Siena Calcio su cui si era soffermato sempre nelle interviste spiegando che le compravendite della squadra toscana sarebbero state in gran parte indirizzate dalla Gea e dallo stesso ds della Juventus. La Uefa ha dichiarato chiusa la vicenda, in riferimento alle intercettazioni torinesi, ma è sempre pronta a attivare la sua disciplinare sulla scorta delle inchieste di Roma e Napoli. Intanto si è verificato un fatto curioso: Herbert Fandel, l'arbitro che, sulla base delle intercettazioni con il designatore Pairetto, Moggi non avrebbe voluto nel preliminare di Champions della Juve, mercoledì dirigerà la finale di coppa Uefa tra Middlesborough e Siviglia al Philips Stadion di Eindhoven.
Le cose che stanno uscendo sono molte. Anche se l'impressione che si ha è che siano pilotate, in attesa di sviluppi più clamorosi a bocce ferme, ossia a campionato finito, per evitare le eventuali intemperanze dei primi turlupinati: gli appassionati di calcio. Che nella giornata di domenica si sono limitati a striscioni ironici. Tra i più riusciti quello esposto a Firenze: «Nuova tariffa Tim: + chiami e + vinci». Perfetta sintesi che coinvolge lo sponsor del campionato e le telefonate per addomesticare gli eventi. Il carrozzone del calcio sta per essere investito da un autentico ciclone e ora i giornalisti sportivi fanno a gara per approfondire, stigmatizzare, ironizzare, giudicare. Eppure, salvo rarissime eccezioni, sono gli stessi che apparivano (e appaiono) in tv a dire un'infinità di sciocchezze (peraltro ben remunerati, anche se si tratta di briciole rispetto alla torta vera) sul gioco più bello del mondo, sul campionato più bello del mondo, sugli arbitri di cui mai viene messa in discussione la buona fede, su sondaggi demenziali.
Pronti a spezzare il capello in quattro di fronte a un singolo episodio da moviola, ma tutti tremebondi di fronte all'idea che qualcuno potesse anche solo mettere in discussione il giocattolo (ne sa qualcosa Beha che ebbe l'ardire di mettere in dubbio la limpidezza della vittoria italiana ai mondiali di Spagna). Alla fine nel calcio conta solo il risultato. Anche per i giornalisti. Figurarsi per i direttori generali delle squadre che con quei risultati devono fare i conti. di Antonello Catacchio
La Trimurti del calcio malato
Per anni (dodici per l'esattezza) si è parlato della Triade juventina (Mogi-Giraudo-Bettega), detta Trimurti usando tutti i termini possibili, quelli meno lusinghieri compresi. Su due cose, però, tutti erano concordi. Primo: impossibile provare alcun sentimento di simpatia per quel trio un po' torvo, animato appena dalle sortite sibilline di Moggi, il «maneggione» del mercato, sinceramente bugiardo, spiazzante nelle battute, ostentatamente smargiasso tanto da indurre al sorriso, talvolta. Secondo: pur oscillando tra ammirazione ed invidia, nessuno poteva negare la loro sorprendente (per il calcio italiano) capacità di combinare i successi col risparmio, la collezione di vittorie con l'oculata gestione economica. Niente sprechi, niente follie dettate dall'entusiasmo, nessun «contentino» da elargire ai tifosi svuotando la cassa. Nessuna passione si sono preoccupati di eccitare nel popolo juventino che è il più numeroso d'Italia. Che si accontentassero degli scudetti, questi sì elargiti con generosità. Così hanno conquistato la fama dei «migliori» in un calcio unanimemente e con mille provati motivi, considerato malato. Ma le chiacchiere da bar non fanno politica, e tanto meno sollevano inchieste giudiziarie e scandali mediatici. Del resto, che la Juventus si comprasse gli arbitri con i migliori esemplari dell'autorimessa Fiat è stato da sempre il luogo comune della tifoseria anti-juventina, così banale che non ci credeva neanche chi la faceva.
Su una più mediata «sudditanza psicologica» della classe arbitrale nei confronti della Juventus, invece, c'era di che nutrire ragionevoli sospetti. Ma anche in questo caso dove sono le prove? E se il sospetto fosse indotto solo dall'invidia di chi non vince mai? La storia avrebbe potuto durare ancora a lungo se non fossero improvvisamente saltate fuori intercettazioni telefoniche che sembrano confermare - automobili a parte - le chiacchiere da bar, facendo scoppiare un bubbone che, se inciso per bene, difficilmente si limiterebbe a isolare la triade da un contesto di complicità (abitudini?) più ampie, metastasi di un sistema da ribaltare per intero se venisse in soccorso la volontà di ripulirlo davvero. I contenuti delle conversazioni intercettate e sbobinate fin qui - che non è che l'inizio - è irritante nei toni. Moggi e Giraudo parlano come padroni del vapore ad arbitri trattati come servitori. Ciò che più sorprende è il lessico, appena un gradino sopra l'analfabetismo. Gli sms che i ragazzini si scambiano a ritmo indiavolato, al confronto, sono letteratura d'avanguardia. Ma questo è un altro discorso. Ciò che indigna i moralismi alla pari degli esteti e di quelli (i più) che si limitano semplicemente ad esigere dallo sport correttezza agonistica e imparzialità arbitrale è la combinazione tra l'arroganza dei potenti e la sudditanza a loro da parte di quelli che dovrebbero garantire par condicio sul campo. Del micidiale colpo assestato a Moggi e Giraudo al celeberrimo «stile Juve» firmato Gianni e Umberto Agnelli, se ne occuperanno gli eredi, che già danno ad intendere che molto cambierà ai vertici della casa bianconera, non fosse altro per ribadire il prestigio della «casata». Non fosse esploso quello che chiamare «caso» è un eufemismo, non si sa se la determinazione sarebbe la stessa. Certo è che, spurgato il bubbone purulento la malattia del calcio italiano non sarà sanata. Altre teste dovranno cadere, se si vorrà andare a fondo, mentre quelle di Moggi e Giraudo saranno già impegnate a scervellarsi in un corso del Cepu obbligatorio, che ha la valenza dei lavori forzati.
di Roberto Duiz
Playoff: la ricetta di Pastore
Il difensore ricorda l'amara esperienza del giugno 2002 col Catania.
«Sono tornato per saldare il mio debito con i tifosi. Ma io sogno il riscatto e l'avrò»
Ivano Pastore ha voglia di riscatto. La precedenza esperienza con la casacca rossoblù nella stagione 2001-02 si chiuse con la finale dei playoff persa contro il Catania.
«È il primo desiderio che espressi durante la presentazione ufficiale. Sono tornato per riportare il Taranto lì dove lo avevo lasciato. Pur non giocando le ultime partite di quel campionato, infatti, mi sento in debito nei confronti dei nostri tifosi. È giunto il momento di ripagare la loro fiducia». Pastore parla con un ampio bagaglio di esperienza. Conosce i playoff e sa che sono partite diverse dalle altre.
«Dovremo essere concentrati e reattivi dal punto di vista fisico. Il Melfi fa della corsa la sua arma migliore. Mettendoci atleticamente sullo stesso piano, potremmo far prevalere la nostra maggiore qualità».
Si parla dell'avversario. E il centrale campano riparte dalla sconfitta contro i gialloverdi che costò la panchina a Raimondo Marino.
«Avevamo perso due gare allo "Iacovone" (contro Viterbo e Cisco Roma, ndr),
accumulando troppa tensione. Ed io fui il primo a cadere nella trappola: lasciai la squadra in 10 sul 2-2, condizionando l'esito finale della gara. Personalmente, avrò uno stimolo in più per farmi perdonare e conquistare la finale». Poi illustra le qualità della sorprendente compagine lucana. «Hanno una precisa identità. Giocano dall'inizio del campionato con il 4-3-3, puntando sulla rapidità degli esterni offensivi e sulla tecnica di chi fa partire l'azione. Per loro parlano i risultati: sono stati secondi per parecchio tempo, per poi accusare un calo fisico che li aveva portati fuori dalle prime cinque posizioni. Ma le vittorie nelle ultime due giornate di campionato (contro Rende e Modica, ndr)
hanno consentito agli uomini di Novelli di conquistare un posto nei playoff». Il termine della stagione regolare è un momento utile per tracciare un bilancio.
«Il rendimento del Gallipoli ha sorpreso tutti. È stato costante, privo di flessioni che avrebbero potuto consentirci di lottare per il primo posto. Adesso siamo a metà dell'opera, ma vale la pena di portarla a termine. Per i tifosi e per la società. E per noi calciatori, che a giugno abbiamo accettato un contratto a obiettivo. Andare in C1 potrebbe valere la riconferma».
Ma quando è avvenuta la svolta? «Ricordo ancora quando i tifosi interruppero l'allenamento nella settimana successiva alla sconfitta contro la Vigor Lamezia. Lì capimmo davvero che bisognava cambiare atteggiamento per non vanificare il lavoro compiuto. Giocavamo un buon calcio, a volte eravamo spettacolari. Ma peccavamo di umiltà: in C2 i campionati si vincono combattendo, gettando via la palla quando è necessario». E l'inatteso faccia a faccia ebbe subito gli effetti sperati. La successiva trasferta sul campo dell'Igea Virtus regalò la prima gioia al nuovo allenatore Papagni.
«Il suo apporto è stato fondamentale sotto l'aspetto psicologico. Ha trovato un gruppo demoralizzato, ma è riuscito a recuperarlo allentando le tensioni. Ha parlato spesso con noi, non ci ha caricato di responsabilità. I giocatori non sono cambiati, ma ci siamo calati nella realtà di questo campionato». Spazio ai pensieri finali. Rivolti soprattutto al pubblico di Taranto, a cui la squadra chiede una spinta per brindare alla promozione.
«È l'arma in più che possediamo rispetto ai nostri avversari. Loro sono più spensierati, hanno già ottenuto un risultato importante. Noi, invece, dobbiamo obbligatoriamente andare in C1. E per farlo c'è bisogno di compattare l'ambiente».
di Fabio Di Todaro13
maggio 2006

Cosa serve per i playoff
Aspettando le sfide col Melfi
Trentaquattro partite per scoprire che non è finita. Che ce ne saranno altre: due di sicuro, quattro con ogni ragionevole speranza. Ormai la stagione regolare al Taranto non basta più. Non basta mai. I campionati si allungano in una propaggine. Come se non riuscissero da soli a contenere la storia, rimandandone continuamente il finale. Come se avessero un disperato bisogno fisico e temporale di un'appendice, di una aggiunta, di un supplemento. Perché non si sa ancora tutto: il racconto è incompleto, monco delle ultime pagine, quelle che riveleranno la verità. E che ci diranno se il Taranto merita di approdare in C1. Playoff, dunque. Gioco che va avanti. Azzardo e condanna. Destino di una squadra a cui deve sempre mancare qualcosa per poter essere completamente felice. Un gol, un punto, un sospiro. Playoff, dunque. Il Taranto ci arriva da squadra viva ma un un po' sfinita. Inutile negarlo. La rimonta è costata fatica, ha dilapidato energie, ha sottratto risorse. La stanchezza c'è e va rimossa. Perché combinata alla tensione può creare squilibri e allargare crepe. Papagni lo sa e cercherà di sfruttare la settimana di sosta per riportare il gruppo in una condizione psicofisica accettabile. Di questi tempi, del resto, è umanamente impossibile essere al top. C'è troppo calcio nella testa e ci sono troppe partite nelle gambe. Le scorie di un'intera stagione fanno da filtro, ostruendo il regolare flusso dei pensieri e delle azioni. Ma il Taranto ai playoff ci arriva anche con i favori del pronostico. E nemmeno questo si può negare. Per una questione di piazzamento: il secondo posto assegna indubitabili vantaggi a chi lo conquista e riesce poi a farlo pesare (per dire: quattro pareggi garantirebbero la promozione). E per un ragionamento puramente tecnico. Delle quattro squadre ancora in corsa il Taranto è senz'altro quella col potenziale superiore. Ha, insomma, i mezzi per continuare ad imporre la propria supremazia. Ma per farlo è indispensabile che non aderisca ad una concezione «provvidenziale» del calcio. Non sarà C1 per diritto divino. Sarà C1 per diritto di calcio giocato. E quello che rimane da giocare va giocato con intelligenza, avendo fiducia e rispetto. Fiducia in se stessi e rispetto dell'avversario. Rimettendo in campo il Taranto che ha reso possibile la rimonta. Quello che si basa su una difesa bloccata e preventivamente portata a giocare sull'anticipo. E che lascia a centrocampo e attacco la responsabilità di costruire, alternando la palla bassa al lancio lungo. Così il Taranto è riuscito a trovare un sostanziale equilibrio tra gol fatti (13) e gol incassati (6) nelle quindici partite che hanno cambiato la storia di questo campionato. Le partite finite sotto il controllo gestionale di Aldo Papagni, l'allenatore che ha ereditato il Taranto sull'orlo di una crisi di nervi e che lo ha prima rassicurato e poi rimodulato. Dandogli contorni netti (4-4-2) e consistenza di squadra (la compattezza, l'umiltà, l'equilibrio). I playoff, però, non sono semplici partite. Sono tizzoni ardenti, sono sacche d'ansia, sono cuori in tumulto. Papagni sa cosa chiedere alla squadra. Ma sa anche che nessuna risposta (tecnica, tattica, agonistica, e temperamentale) è garantita. Intanto, il primo nemico da battere è il tempo. Perché i prossimi giorni passeranno lentamente, mentre l'attesa si farà più pesante e la pressione diventerà insopportabile. A certe vigilie non ci si abitua mai.
di Lorenzo D'Alò12
maggio 2006
L'anno zero del pallone
Se è vero che solo chi cade può risorgere, il nostro calcio ha un grande futuro. Il presente fa schifo, d'accordo, e il passato prossimo puzza parecchio, ma è proprio in casi del genere che bisogna sforzarsi di trovare un pezzo di sereno all'orizzonte. Un caso come questo, però, non ha precedenti per quanto riguarda l'ampiezza degli intrecci e la profondità raggiunta dalle cattive radici.
Dalla Procura di Napoli emerge con grande chiarezza che non c'erano due designatori degli arbitri, ma uno solo: Luciano Moggi. Pairetto e Bergamo, in misura variabile, erano esecutori delle sue volontà.
Dalle intercettazioni risulta che il presidente federale Carraro abbia perorato la causa della Lazio con Bergamo, affermando che "bisogna darle una mano". Che tra il suo vice Mazzini e Moggi si sia stabilito di screditare Della Valle, appena costui s'era messo in testa di scalare la poltrona di Galliani. "Non devono rompere i coglioni".
Ancora, tra Moggi e il designatore si stabilisce di punire Collina e Rosetti, per la legge del gruppo, perché altrimenti anche gli altri arbitri potevano rompere i coglioni. Con gli agganci che aveva il manovratore, è evidente la difficoltà di rompere i coglioni. Un'impresa titanica. Tant'è vero che un bravo arbitro come Paparesta è stato dissuaso dal denunciare la gravità di un gesto come quello avvenuto negli spogliatoi di Reggio Calabria: arbitro chiuso a doppia mandata nello stanzino a sentirsene di tutti i colori per aver danneggiato la Juve.
Banchieri, arbitri, guardalinee, federali, moviolisti, guardie di Finanza, poliziotti, dirigenti e bassa manovalanza, giornalisti: Moggi non si faceva mancare proprio niente. All'elenco degli indagati (che significa coinvolti nell'inchiesta, non colpevoli) si sono aggiunte ieri altre squadre (Lazio, Fiorentina, Milan) ma di un paio di queste non è ben chiaro il ruolo, potrebbe anche essere di parte lesa.
E ancora perquisizioni a Carraro, indagati Lotito, Della Valle, Meani (il dirigente del Milan addetto agli arbitri), e ancora altri arbitri e un gran numero di guardalinee nell'elenco degli indagati. I guardalinee, una categoria che costa meno (diceva molti anni fa Giuseppe Farina, presidente del Milan) ma ha la sua importanza, su fuorigioco e rigori.
A me, per dirla tutta, pare di ravvisare un eccesso di zelo nell'inchiesta di Napoli. Lo dico al lettore per onestà cronistica, l'inchiesta è ancora un corso e riserverà altre sorprese.
Una piccola precisazione, già che ci siamo. Nella massiccia e repentina voglia di pulizia e giustizia che pervade l'Italia da Livigno a Lampedusa, molti calciofili delusi (ma li avevano anche loro gli occhi o no?) se la prendono tanto per cambiare coi giornalisti: dove eravate, cosa facevate e via dicendo. Ebbene io credo che un lettore di Repubblica, un lettore abituale e attento, sia meno scioccato di altri.
Perché la prima inchiesta sulla Gea l'abbiamo fatta nell'autunno del 2001, e perché su altri fronti, dal doping alla questione morale, dalle fideiussioni taroccate ai passaporti falsi, dalle plusvalenze al conflitto di interessi, quello che si doveva scrivere l'abbiamo scritto, senza buttare la spazzatura sotto il tappeto. Non abbiamo e non avevamo la possibilità di fare intercettazioni, ma molto materiale di riflessione lo abbiamo esibito. Questo va detto quietamente ma fermamente, adesso che non c'è nemmeno posto in piedi sul vagone degli indignati e degli innamorati del calcio pulito, suoi integerrimi difensori.
Strano, si vedono molto facce nuove al di là dei soliti moralisti da strapazzo, maestrini dalla penna rossa e anime candide. Per chiudere, come ha detto Lippi a proposito delle convocazioni azzurre, i pezzi sono sotto gli occhi di tutti.
Così come c'è, a meno di un mese dall'inizio del Mondiale, un calcio italiano smembrato e oltre i minimi termini di credibilità. C'è una federazione senza presidente e senza vice e forse una squadra senza portiere (anche se le scommesse di Buffon e soci sono un capitolo da approfondire). Mettiamoci anche il prossimo campionato che potrebbe cominciare con qualche settimana di ritardo e quasi certamente senza la Juve, retrocessa d'ufficio.
Solo Galliani sembra non avvertire la gravità della situazione, nel suo patetico appoggio a Carraro. Qualcuno gli faccia
capire che, se vuole bene al calcio, dovrà fare un passo indietro anche lui, pure non indagato. Perché non è troppo tardi per compilare un codice etico, ma lo dovranno compilare altri, che non avevano responsabilità direttive e di controllo in questi anni di totale sbando morale.
Il commissariamento della Figc è ormai sicuro, anche per tenere caldo il posto ad Abete, che può avere alucce fragili nella tempesta. Tramontato Letta, si fa l'ipotesi Monorchio. Avrei preferito uno sportivo (i nomi li ho già fatti), oppure Sergio Campana, esperto di calcio ma anche di codici. Se non fosse ancora impegnato, con buoni esiti, sul campo, direi di tener presente il nome di Damiano Tommasi. Perché l'etica c'è, chi la conosce è per sentito dire, chi per convenienza e chi ce l'ha per compagna di strada.
A questo punto la cosa più urgente è l'impermeabilità assoluta degli arbitri. Se una loro federazione a parte cozza con le regole del calcio europeo e mondiale, serve un designatore serio, al di sopra di ogni sospetto e di ogni amicizia. E allora, tanto vale ripescare Agnolin o Casarin.
Ai tempi loro, l'arbitro sbagliava in quanto essere umano, non in quanto pilotato da Moggi e consigliato dai suoi stessi superiori. Il pezzo di sereno che si vede all'orizzonte sta nel fatto che sono poche (ebbene sì) le squadre coinvolte. Se per sportività o perché non potevano permettersi un simil-Moggi, vedete voi.
Nel dubbio, si deve ripartire da chi non ha macchie e si fanno fuori, sportivamente parlando, quelli che ne hanno più di una. Non mi voglio accodare alla teoria del più sano che ha la rogna, nel calcio. In tutta questa storia ci sono mandanti, esecutori, vittime e innocenti. Questa storia è vergognosa, ma sia benedetta. È l'anno zero, è il punto del non ritorno, ma è anche la possibilità di ricostruire daccapo. Guardarsi dagli appalti frettolosi e, a quanto pare, dai telefonini.
di Gianni Mura12
maggio 2006

Minacce, imbrogli e moviole
Così agiva la Cupola del pallone. L'accusa ha ricostruito come Moggi, Giraudo e gli altri quattro condizionavano il campionato: chi non ci stava era perduto
I magistrati lo hanno chiamato "grumo di potere", ma anche Cupola. Sei personaggi che sarebbero i fondatori di un'associazione a delinquere grottesca e spietata, casereccia e terribile, in grado di controllare tutto il calcio italiano. Ramificata, come ogni piovra che si rispetti, per mettere i tentacoli ovunque: in campo, nel mondo arbitrale, nei palazzi della Federcalcio, nelle stanze del calciomercato, nelle redazioni soprattutto televisive, nelle moviole che fanno l'autopsia delle partite e stabiliscono con chirurgica esattezza se c'è un fuorigioco oppure un rigore.
Anche lì, il capo della Cupola e cioè Luciano Moggi, riusciva a intervenire: "È fuorigioco di cinquanta centimetri? E tu lèvane trenta!"
La procura di Napoli fa nomi e cognoni dei sei soci fondatori di questa società del trucco. Il capo, si sapeva, è Moggi. Accanto a lui, Antonio Giraudo, uno con meno influenze rispetto a Lucianone ma più scaltro nel gestirle, e non altrettanto rozzo. Siccome il principale tentacolo doveva raggiungere gli arbitri, è stato necessario cooptare nella società i due ex designatori: Pier Luigi Pairetto e Paolo Bergamo. E siamo a quattro.
Ne mancano altri due. Innocenzo Mazzini, ex vicepresidente della Federcalcio, l'uomo che serviva per manovrare il Palazzo o almeno orientarlo, e poi un arbitro in servizio permanente effettivo, Massimo De Santis: gli inquirenti sospettano che fosse il referente di Moggi, colui che avrebbe addestrato altri arbitri sporchi a comportarsi in un certo modo.
Per esempio, usando i cartellini gialli delle ammonizioni con metodo, nei confronti dei giocatori diffidati, prossimi avversari della Juventus. Sarebbe appunto bastato un cartellino per far scattare la squalifica, e questo avveniva con geometrica regolarità.
I sei associati si muovevano insieme, passando dal drammatico al comico. Drammatica e comica allo stesso tempo è l'intercettazione fresca fresca, in cui Moggi dice del suo nemico Zeman: "Bisogna a questo qua fargli prendere le emorragie, dandogli un danno a questo qua, una legnata, inventandoci qualcosa".
Invece è più che altro da ridere la scena, anche questa emersa ieri dagli atti di Napoli, in cui Moggi e Giraudo chiudono a chiave l'arbitro Paparesta e i guardalinee nello spogliatoio dello stadio di Reggio Calabria dopo un arbitraggio sgradito.
L'incrocio dei desideri juventini, quasi sempre realizzati (al punto che la società bianconera ora rischia la retrocessione in B o addirittura in C, e almeno uno scudetto) andava a ricadere sui destini di altre squadre amiche o invise. Ancora una volta, per cambiare la sorte e orientare i risultati si usavano gli arbitri.
Dunque, i designatori. Pairetto per le Coppe internazionali, Bergamo per il campionato. Un'altra registrazione telefonica inedita fino a ieri, mostra appunto Bergamo (che Moggi chiama "Atalanta": il nome della squadra bergamasca) che prende l'ordine di punire Collina e Rosetti, direttori di gara non allineati, nel corso di un siparietto in cui il vero designatore è proprio Moggi: è lui a preparare le "griglie" del pilotatissimo sorteggio.
Perché la società diventasse sistema, occorrevano però i ganci giusti nel mercato (ecco la Gea del figlio di Moggi) e nei mass media, specialmente la tivù: controllare moviole e moviolisti, primo fra tutti l'ex arbitro ed ex designatore Baldas, significava orientare l'opinione pubblica e stroncare, oppure incoraggiare le carriere dei fischietti: cioè la vera moneta di scambio della corruzione.
Perché gli arbitri allineati non prendevano soldi o automobili (forse Rolex sì), bensì facevano carriera, diventavano internazionali o, come nel caso di De Santis, arrivavano alla Coppa del mondo, il massimo onore, un traguardo che non ha prezzo.
Ma ancora non era sufficiente. La Cupola non poteva accontentarsi di arbitri, designatori, mercato e televisioni. Doveva radicarsi in Federcalcio, ed ecco il tentacolo di Innocenzo Mazzini, cognome storico da carbonaro e linguaggio da varietà.
A Moggi che gli caldeggia l'assunzione della signora Maria Grazia Fazi, una che sa troppe cose degli arbitri (di cui è segretaria) e che magari un giorno le andrà a spifferare, come ha già minacciato, il buon Mazzini replica: "Ti ho capito, sudicione, ci hai un culo da impiantare". Invece era solo una carriera da assecondare. Cosa che puntualmente avvenne.
Federcalcio, per Moggi e soci, voleva anche dire nazionale. E tentativi di pressioni sul ct Lippi, che comunque non è tra gli indagati: consigliare non significa che il consiglio venga poi ricevuto. Ci provò pure Carraro, il presidente federale che ha appena dato le dimissioni: disse a Moggi di parlare a Lippi. Eppure, Carraro - lui sì indagato - si prende da Lucianone anche gli insulti. Strano, una volta erano amici, poi dev'essere successo qualcosa.
Ma il "grumo di potere" non si ferma a Torino, anche se dalla Juventus parte. Contagia, sporca e controlla - secondo i magistrati - anche Milan, Lazio e Fiorentina, infatti nel succulento elenco dei 41 indagati figurano Andrea Della Valle e Claudio Lotito. E da Firenze si dichiarano vittime del "metodo Moggi": o con lui, o perduti per sempre.
di Maurizio Crosetti12
maggio 2006

Il padrone bianconero

Leggendo le cronache amare dello scandalo Juventus mi è parso di ritornare a una storia nota, una storia piemontese e monarchica dove re onnipotenti e amati dagli umili per la loro onnipotenza, si circondano di corti tanto brave a gestire il potere e i privilegi quanto ipocrite nel celebrare virtù che non hanno uno stile signorile e corretto mentre si dilaniano per la spartizione del bottino: lo stile Savoia o lo stile Juventus. E forse questa ambiguità è di tutte le grandi istituzioni del nostro come di altri paesi. Le cronache, le congetture sullo scandalo Juventus sono in certo modo la copia delle memorie appena uscite di Giorgio Garuzzo, dirigente di industria, dal titolo "Fiat i segreti di un'epoca".
Una storia di uomini eccellenti nel lavoro e nell'organizzazione, ma perdutamente presi dalla vicenda cortigiana, dalla lotta senza esclusione di colpi per assicurarsi il favore del sovrano, per disputarsi cariche e prebende. Nella caduta degli dèi juventini vien fuori che la preoccupazione maggiore di Luciano Moggi, il direttore generale, è stata, nei giorni spasmodici dello scandalo, di contrattare la liquidazione più alta, e di Giraudo, amministratore delegato, di difendere i dieci milioni di euro che valgono le sue azioni della società. Di Bettega, il terzo della triade, si sa soltanto che al momento del congedo ha pianto senza nascondere le lacrime, non si sa se per la caduta dall'altare o per la perdita degli emolumenti.
Nella difficile circostanza, la famiglia reale degli Agnelli si è attenuta alla tradizione monarchica dei Savoia nei giorni cupi dello scandalo della Banca Romana: ha preso le distanze dai margniffoni della "triade" e, per la bocca di John Elkann, quasi ispirandosi al padre della patria e a Cavour, ha ripetuto il "non siamo indifferenti al grido di dolore" del desolato popolo juventino, pare venti milioni di tifosi in Italia e all'estero che spiegano le tentazioni e i peccati della triade e della proprietà, una riserva pubblicitaria valutabile in decine di miliardi per cui, a dire le cose come stanno, tutti, dal sovrano ai cortigiani, pensavano che valesse la pena di conservarla sia pure a mezzo di telefonini blindati e di arbitri corrotti.
Cercare l'onesto nel banchetto generale juventino è una fatica persa in partenza: il simpatico portiere Buffon scommetteva due milioni di euro sulle partite, il simpaticissimo Vialli chiedeva a un suo fornitore una partita di cocaina - "mi raccomando abbondante" - e tutti assieme dirigenti e giocatori, milanisti e juventini avevano fatto del Napoli soccer una loro filiale dove collocare i giovani promettenti ed essere presenti nel mercato emergente del sud. Quando l'ho scritto in un libro il presidente del Napoli De Laurentis ha detto che sono troppo vecchio per capire Napoli e il calcio napoletano.
Purtroppo sono molto vecchio per capirlo benissimo, visto che la procura di Napoli è la prima ad indagare sui suoi vizi. Se poi è vero, come si legge, che il via allo scandalo e alle indagini è stato dato da dirigenti dell'Inter, la storica rivale milanese, si può pensare che nel nostro calcio "il più pulito è uno che ha il cancro".
Noi siamo dei pochi che dubitano di un'età dell'oro del nostro calcio. Le cose sono andate sempre così. L'ex giocatore e factotum della Juventus Boniperti era il padrone del mercato dei calciatori, aveva il diritto di prima scelta, solo che era uno di Pertengo, delle risaie vercellesi e non un capostazione vanesio e chiacchierone come Luciano Moggi. Se una squadra di calcio vince tutto per settant'anni e ha alle spalle un gigante industriale, non ha bisogno di chiedere dei favori perché tutti sono pronti a farglieli, si crea un tale incantamento che i tifosi, la gente comune se ne fa un'immagine diversa e migliore di quella reale, un'immagine superiore persino alla lotta di classe, con il Togliatti juventino, e il siciliano Anastasi diventato l'idolo degli operai piemontesi del Lingotto. Ma la fame dell'oro era già forte nella Juventus del quinquennio dei cinque campionati consecutivi vinti. Ricordo un allenatore austriaco, Sturmer, mi pare, che quando andai a Torino per fare un provino alla Juventus si informava del mio rapporto con il denaro, mi metteva in guardia dal diventare avido come il terzino Rava o come i sudamericani Monti e Cesarini, ma io non capivo di che parlasse: la Juventus per un ragazzo di provincia era un sogno, una riunione di tutte le virtù sportive e civili.
L'attuale scandalo è simile nelle sue rivelazioni e nelle sue dimensioni a quello di Mani pulite: vi si riconoscono una corruzione e anche una disastrosa caduta di stile a tutti nota e che tutti avevano in qualche modo constatato, ma che nessuno ammetteva fosse solo nel calcio, per restare fedeli alla bella favola appresa negli anni giovanili in cui si faceva la collezione delle figurine dei giocatori juventini e si sapeva a memoria la formazione Combi, Rosetta, Caligaris; la favola della "vecchia signora" dello "stile Juventus" mai esistito nella pratica, sempre nella leggenda. A Torino, come a Milano, come a Roma nelle "tribune di onore", si sono sempre dati convegno la domenica, per la partita di pallone, come diceva la canzone che piaceva a Togliatti, dei borghesi sanguigni che vi sfogavano i loro istinti violenti e la loro voglia di comando e di privilegi.
Un altro effetto pestifero di questo immoralismo diffuso, di questa abitudine a pensare che nella vita reale tutto sia truffa o inganno e oggi, e a scandalo esploso, lo spostarsi di massa dall'assolutorio all'accusatorio che ha la sua manifestazione più ripugnante nelle trasmissioni sportive della televisione in cui platee di energumeni ripetono le forme evangeliche delle plebi che assolvono Barabba e chiedono la crocifissione del Cristo, assemblee orrende di cortigiani ciechi che si mutano in accusatori impietosi. E viceversa uomini dalla condiscendenza infinita come quelli che dai fogli berlusconiani oggi piangono su Cesare Previti e imprecano alla ferocia dei suoi avversari, come se parlassero di un agnellino e non di uno che ha commesso il peggior dei delitti sociali come la corruzione di magistrati. C'è qualcosa da rivedere urgentemente nell'ambiguità in cui viviamo e di cui lo scandalo della Juventus è un esempio. C'è da rimettere a fuoco, a confronto, la morale corrente con la morale delle leggi; c'è da capire come una società senza Dio possa continuare a fingere di essere a Dio devotissima, come la pratica corrente della corruzione, del furto, dell'ipocrisia possa ogni tanto manifestarsi da dominatrice fra amarezze reali e le finte indignazioni come nello scandalo della Juventus.
Che essendo gestito dagli stessi cortigiani e furfantelli che lo hanno alimentato corre il rischio di apparire esagerato come lo fu Mani pulite. Chi ha fatto sport, chi ha giocato al calcio sa che la storia delle partite comperate e vendute è una esagerazione. Certo un arbitro può fare dei favori, ma le squadre in campo sono di undici persone e pensare che tutte siano d'accordo nell'inganno, pensare che un campionato che dura un anno sia falsificato non ha senso. La Juventus che gli esagitati vorrebbero mettere sotto accusa ha perso nel girone di ritorno qualcosa come dieci punti sulle sue inseguitrici, segno che il preteso aiuto dei corrotti e dei corruttori le serviva a ben poco. Almeno così pensa uno da una vita convinto che il gioco del calcio in Italia senza la Juventus sarebbe impensabile.
di Giorgio Bocca12
maggio 2006

Un dossier di 1400 pagine
Moggi e la Juve al centro. Nel mirino 12 gare bianconere, una col Brescia. I favori a Fiorentina e Lazio. E poi il Messina e la Reggina...
Eccolo, il terremoto sul calcio. Cinquantadue indagati alla procura di Napoli, millequattrocento pagine d'inchiesta sul campionato di calcio 2004-2005, le partite della Juventus passate al ralenti, viste alla moviola sulla base dei testi raccolti ascoltando le telefonate: azione per azione. Sono diciotto le partite sotto inchiesta, dodici dei bianconeri. Tra queste, un Brescia-Juventus arbitrato da Trefoloni che fece infuriare il presidente Corioni e andata e ritorno della Juve contro il Lecce di Zeman. E poi favori alla Fiorentina, che si salvò all'ultima di campionato, e alla Lazio, decima con una rosa risicata. Tutto nella scorsa stagione.
La procura di Napoli continua a tacere, ma dopo le prime brecce il muro del silenzio non ha resistito. A Napoli ci sono cinquantadue indagati, e di otto si conoscono i nomi. Tra questi, non c'è Marcello Lippi, il ct della nazionale. E, assicura la procura, non c'è Franco Carraro, presidente della Federcalcio che si era dimesso dalla carica lunedì sera. Indagato è il secondo ex designatore arbitrale, Paolo Bergamo. E dice: "Non so nulla davvero, mi informo leggendo i giornali. Se non fosse vero, querelerò".
Aveva già negato, martedì, l'avviso di garanzia il suo ex collega designatore, collega per sei anni, Pierluigi Pairetto. E poi tra gli indagati c'è - come detto nei giorni scorsi - l'arbitro Massimo De Santis, di cui gli inquirenti avrebbero intercettato una telefonata con lo stesso Luciano Moggi e che sarebbe una sorta di interprete arbitrale delle volontà del dg della Juve in grado di influenzare almeno sei colleghi. Per tutti questi - Moggi, Pairetto, Bergamo, De Santis - il reato previsto sarebbe quello dell'associazione a delinquere ai fini della frode sportiva.
Poi c'è il versante Gea World e lì gli indagati sarebbero di nuovo Luciano Moggi più tutto il direttivo dell'azienda di collocamento del calcio: il figlio Alessandro, l'amministratore Zavaglia, Chiara Geronzi, il direttore commerciale Tommaso Cellini. Per questo gruppo di indagati l'ipotesi è invece la distorsione del mercato con violenza e minacce. Otto nomi conosciuti, per gli altri quarantaquattro si conoscono solo le professioni: dirigenti sportivi e federali, una mezza dozzina d'arbitri di serie A, procuratori, anche giornalisti.
Il lungo lavoro del nucleo operativo dei carabinieri di Roma, che già si occupò delle false fideiussioni e oggi opera per conto della procura di Napoli, ha affiancato alle estenuanti intercettazioni diversi pedinamenti (di Luciano Moggi, per esempio) e una vera e propria attività investigativa. Più volte sulle informative passate ai pm Beatrice e Narducci è apparso il nome di Antonio Giraudo, amministratore delegato della Juventus, indagato ieri a Torino per falso in bilancio.
E dello stesso Carraro, la cui nomina a presidente federale sarebbe avvenuta - dicono le carte - per volontà di Luciano Moggi. "Non tutti i nomi presenti nelle informative sono automaticamente indagati", si è premurata di spiegare la procura. Un anno di inchiesta avrebbe fatto emergere, pero, questo metodo Moggi: al telefono si ascolterebbero giornalisti televisivi, funzionari di polizia, alti ufficiali della guardia di finanza pronti a mettersi a disposizione del direttore generale della Juventus.
L'ampia rete di conoscenze avrebbe avuto l'obiettivo di aiutare la Juventus a vincere, sempre. Altri favori sul mercato, altri aiuti in campo, sarebbero arrivati anche ai club del giro Moggi: Messina, Reggina. Qui gli uomini di collegamento sarebbero stati direttori sportivi alla Angelo Fabiani.
Negli atti dell'indagine si parla, ancora, del condizionamento mediatico sugli arbitri realizzato da trasmissioni televisive come "Il processo di Biscardi". E poi si ascoltano politici del ministero degli Interni e dell'Economia parlare di calcio e il ct della nazionale Marcello Lippi parlare con il figlio procuratore di automobili. Materiale, questo, di nessuna rilevanza penale. Elementi definiti interessanti, invece, sono stati raccolti sull'arbitro Dondarini e il guardalinee Baglioni.
E alla procura di Roma, ieri, ci sono stati due interrogatori (secretati): quello di Ermanno Pieroni, ex presidente dell'Ancona, e nel tardo pomeriggio di Franco Baldini, già direttore sportivo della Roma. Pieroni, ribadendo i concetti espressi in un'intervista a "Repubblica", avrebbe fornito agli inquirenti risposte che confermerebbero lo stretto rapporto tra la Gea World e quattro arbitri: De Santis, Farina, Palanca e Gabriele, pronti a favorire i club indicati. Per questi, anche a Roma, si percorre l'ipotesi della frode sportiva.
A Baldini, poi, i pm Palaia e Palamara avrebbero chiesto quale fosse stata l'influenza di Moggi sulle sue dimissioni date alla Roma lo scorso aprile.
Un filone dell'inchiesta romana arriva, infine, da Viterbo e dal fallimento della Viterbese: l'amministratore della Gea, Franco Zavaglia, avrebbe minacciato il sindaco Giancarlo Gabbianelli: "Non andare alla procura per il fallimento del club", gli avrebbe detto, "ricordati che sono calabrese".
di Marino Bisso e Corrado Zunino11
maggio 2006
Le statistiche di Franco Valdevies
Il Taranto chiude la regolar season con la quinta sconfitta in trasferta (la seconda consecutiva dopo il k.o. di 15 giorni fa a Rende). Per i rossoblù comunque un lusinghiero ruolino esterno in questa stagione, il migliore di sempre nel campionato di serie C2. Il Taranto in questa stagione ha ottenuto fuori casa un bilancio di 6 vittorie, 6 pareggi e 5 sconfitte, dunque 24 punti, mentre al massimo ne aveva raccolti 23, nel 2000-01 con 5 vittorie, 8 pareggi e 4 sconfitte, ma va detto che al termine di quel campionato gli ionici erano saliti direttamente in C1 grazie al primo posto.
58 i punti raccolti dal Taranto in questa stagione, con 16 vittorie, 10 pareggi e 8 sconfitte. I rossoblù ne avevano raccolti di più nel campionato di serie C1 2001-02, 62, conclusosi con la sconfitta negli spareggi contro il Catania.
Taranto battuto a Viterbo per la terza volta in sei confronti. In precedenza 1-0 per i laziali il 10 marzo 1996 in serie C2 (gol di Cozzella su rigore), quindi tre pareggi di fila: 0-0 il 26 gennaio 1997 nel campionato di serie C2, 1-1 il 21 ottobre 2001 in serie C1 (gol di Martinetti al 22' e pareggio di Riganò al 70') e ancora 0-0 in serie C1 il 19 aprile 2003.
Il 28 marzo 2004 un nuovo successo per i laziali: 1-0 con la rete di Evacuo al 96'.
Ieri è andato nuovamente a segno Bordacconi, già autore il 21 dicembre scorso nella gara allo "Iacovone", vinta dal Viterbo sempre per 1-0.
La formazione laziale continua ad esser una "bestia nera" per i rossoblù; il Taranto i 12 confronti tra casa e trasferta ha superato il Viterbo solo una volta.
Bottino pieno per Emanuele Catania che scende in campo anche a Viterbo è gioca così in tutte e 34 le partite stagionali. L'ultimo rossoblù sempre presente era stato Nicola Di Bitonto con 38 partite in C1 nel 2001-2002 (per il portiere ionico 34 gare nella regolar season più 4 nei playoff); l'ultimo giocatore "di movimento" a fare l' "en plein" era stato invece Vincenzo Maiuri nel torneo di serie C2 1996-97 con 34 partite (il difensore rossoblù non aveva saltato neppure un confronto anche nel torneo 1995-96). Alle spalle del sempre presente Catania, troviamo Deflorio e Manni con 31 gare, quindi Caccavale e Pastore con 30.
Prima di campionato invece per Alessandro Capone finalmente in campo dopo 17 panchine. Il difensore è il 27° giocatore utilizzato dal Taranto in questa stagione.
Due punti a partita la media di Papagni nelle 15 giornate alla guida del Taranto (30 punti complessivi con 9 successi, 3 pari e 3 sconfitte), mentre con Marino i punti erano stati 1,47 a confronto (28 punti in 19 giornate con 7 vittorie, 7 pari e 5 sconfitte).08
maggio 2006
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