La rivoluzione gentile adesso è completata La rivoluzione gentile si è quasi realizzata
completamente. Con un accorgimento per volta, fino a sfiorare la
perfezione. Un ritocco, una correzione, uno spostamento, una
sperimentazione: tutto secondo logica, tutto con il conforto dei
risultati.
Un Taranto due anime C'è il Taranto dei record: delle 6 vittorie consecutive e dei 521 minuti di inviolabilità. Il Taranto dei "grandi numeri" che fanno molto archivio, destando inevitabile stupore. E c'è il Taranto di Papagni: del suo carisma tenero e della sua scienza quieta. Il Taranto dei buoni propositi e delle belle azioni (sul campo e fuori). La squadra è una, ma è come se avesse due anime. Una incollata all'altra. Anzi, fuse in un corpo solo. Il primo Taranto appartiene a se stesso: alla sua natura di squadra costruita per esprimere una cifra tecnica superiore, a volte estranea al contesto. Una squadra traboccante di soluzioni e di qualità, di colpi e di giocate. Il secondo Taranto appartiene a Papagni, alla sua visione del calcio, al suo rigore morale, alla sua elasticità mentale. Una squadra dura e avara, che non sbaglia mai i primi passi della partita. E che riesce sempre a trarre il massimo: da un gol, da un episodio, da una sostituzione. Una squadra attenta e scrupolosa, capace di attaccarsi alla partita come fosse un salvagente. E di rimanere a galla, sfidando il mare aperto e le onde più alte. Questo Taranto unico e doppio convive ormai proficuamente col suo essere arrogante (tecnicamente arrogante) e col suo essere umile (agonisticamente umile). Perché l'arroganza fa vincere. E l'umiltà non fa perdere. Il Taranto, per tornare in sé, per riguadagnarsi il rispetto del campionato, aveva bisogno di recuperare arroganza e di ritrovare umiltà. Aveva questa necessità impellente di dotarsi dell'una e dell'altra condizione, costruendosi addosso una personalissima corazza. Ora non può più fare a meno della sua doppiezza. Del suo essere la squadra tecnicamente presuntuosa che in fondo è sempre stata. Capace, cioè, di correre in una sua prateria ideale, dove niente è mai banale e tutto lentamente lo diventa. E del suo essere la squadra semplice, quasi dimessa, che nella sofferenza si esalta e nel sacrificio si riconosce. Dando vita sul campo ad un'assistenza continua e reciproca, quasi una comunione d'intenti, tipica di chi ha ormai scoperto una diversità che aiuta, che completa, che arricchisce. Arroganza e umiltà sono i pilastri della rimonta. L'hanno resa plausibile. E stanno felicemente contaminando ogni partita. Prendete l'ultima vittoria, il 2-0 sul Real Marcianise. Non è forse un colpo arrogante quello di Di Domenico che, spalle alle porte, rovescia d'istinto, infilando l'angolo alla sinistra del portiere? E non è forse un'idea decisamente presuntuosa quella di Deflorio, che spende l'ultimo fiato della sua partita, volando verso l'area campana, incurante del difensore che rinviene ringhioso e dell'uscita disperata del portiere? Ma nella presenza densa e corposa con la quale il Taranto-squadra sorveglia gli avversari, suturando ogni spazio, coprendo massicciamente la distanza temporale che separa i due gol, si può cogliere la sua nuova essenza. Quell'umiltà che prima mancava. Quell'atteggiamento rispettoso: della propria abilità e della propria fatica. Ora, però, sarebbe sbagliato pensare ad una super-squadra a cui riuscirà facile ogni impresa. Perché non è così. Sei vittorie di fila hanno fatto record, ma è bene considerarle solo una parentesi dentro uno strano campionato. Il Taranto, dopo tanto correre, è ancora sospeso tra il secondo e il quinto posto. Dentro i playoff, ma non completamente fuori da ogni evenienza. Ha fatto tantissimo. Deve ancora fare tutto. di Lorenzo D'Alò
Che bravo Mancini Manuel Mancini sa danzare anche sul fango. «Forse
mi riesce meglio: contro il Marcianise e contro il Rende, con un campo
addirittura peggiore, sono riuscito a fare buone prestazioni».
Mente e braccio del Taranto. Interditore e ispiratore. Uomo ovunque, il
migliore in campo. Anche senza segnare: «In
effetti è strano: di solito i gol incidono molto, quando si danno i
giudizi. Invece vedo questo consenso intorno a me, che non ho segnato.
Quasi non me lo spiego, a essero sincero». Merito suo: delle
sue prestazioni convincenti e della sua continuità. Di quella capacità
di sorprendere e della personalità che quasi si fa beffe dei ventidue
anni. Ne farà ventitre ad agosto. Intanto convince. E si piace: «Sì,
domenica mi sono piaciuto: non mi nascondo. So di poter fare meglio, ma
sono contento della prestazione. Lo dico, adesso, come dicevo di non
essere contento della mia prova contro il Modica. Non fuggo mai, sono
abituato a giudicarmi e a fare sempre autocritica. Mi aiuta, mi fa
crescere». Libero, allora, di giudicarsi: «Ho
sbagliato poco, ero sempre nel vivo dell'azione, ho recuperato diversi
palloni. Stavo bene e sono riuscito a reggere novanta minuti in un campo
così difficile: mi è piaciuto questo di me».
Il tecnico spiega cosa
è cambiato Per spiegare il ritorno prepotente del Taranto, le sei vittorie consecutive, il secondo posto in classifica, la porta inviolata da 521 minuti, ad Aldo Papagni bastano tre concetti. «Umiltà, elasticità e disponibilità. Credetemi: non c'è altro. L'umiltà è il primo connotato. È la condizione di base, senza la quale ogni squadra, anche la più dotata tecnicamente, non ce la farebbe. Essere umili significa aiutarsi, collaborare, sacrificarsi. E non sottovalutare mai l'avversario. L'elasticità è una conquista giornaliera. Si ottiene lavorando, studiando, applicandosi. Elasticità mentale, elasticità nei movimenti, elasticità del modulo. Ora il Taranto è una squadra che, partendo da un sistema di garanzia (il 4-4-2), è capace di cambiare in corsa, adeguandosi alle esigenze del momento. Stiamo perfezionando una sorta di linguaggio interno che ci consentirà di cambiare atteggiamento anche da un'azione all'altra. Perché nel calcio il fattore sorpresa è determinante. Le squadre con un numero limitato di soluzioni, prima o poi esauriscono la loro vena propositiva. Nel Taranto non dovrà accadere. La voglia di crescere è costante. La disponibilità, invece, è il regalo che ogni allenatore vorrebbe ricevere dalla propria squadra. Io sono stato fortunato: ho trovato un gruppo disponibile, che mi segue, che risponde ai comandi e alle sollecitazioni». Papagni è troppo modesto per dirlo. Ma solo un allenatore credibile (quando parla, quando dialoga, quando sceglie) può guadagnarsi la disponibilità della squadra. «Abbiamo vinto 6 partite, che per la storia del Taranto rappresentano un record. Ma il 6 più significativo è un altro. È il 6 che fa riferimento ai punti di vantaggio sulla Pro Vasto, sesta in classifica. Blindare i playoff: è questo, adesso, l'obiettivo». Il Taranto "vola" dentro un campionato dominato dal Gallipoli. Papagni parte dalla capolista per completare l'analisi sul girone C della C2. «La promozione del Gallipoli è ormai un evento ineludibile. Se la merita, ci sarà. Ha superato brillantemente anche quella specie di crisetta che sembrava poterne rallentare la corsa. Il derby di lunedì in notturna allo "Iacovone" non stabilirà nulla: si sa già quanto vale il Gallipoli e quanto è in grado di impensierirlo il nuovo Taranto. Sarà comunque una sfida vibrante, aperta, spettacolare. Almeno io la immagino così. Il Melfi, pareggiando a Roma con la Cisco, ha lanciato un messaggio chiaro: un posto nei playoff è suo. Non ci sarà alcun calo: questa squadra è stata costruita per durare. E lo sta dimostrando. La vittoria del Potenza sul Rende, una delle formazioni più difficili da affrontare, conferma la bontà dell'organico lucano. Dell'Andria che vince a Giugliano, recuperando posizioni più comode e, soprattutto, più consone alle sue potenzialità, io non mi stupisco. Conosco gli uomini e so quant'è abile l'allenatore che li guida». di Lorenzo D'Alò
Taranto, il Gallipoli
nel mirino Papagni tiene alta la concentrazione dei suoi in vista del big-match di lunedì prossimo contro la capolista Gallipoli (diretta sui Raisport Sat, ore 20,45). A tal proposito c'è da dire che venerdì prossimo si deciderà di un possibile sciopero dei gornalisti. La diretta non dovrebbe essere in discussione, il commento sì. Ieri pomeriggio l'allenatore jonico ha rimandato in campo i suoi. Quelli che non avevano preso parte alla gara con il Marcianise hanno lavorato di più. Per gli altri, invece, una salutare seduta defaticante. A riposo Caccavale (botta alla schiena), mentre Martinelli ha girato ancora a parte. Il programma subirà una leggera variante. Oggi, riposo. Domani ripresa. Giovedì, doppia seduta. Venerdì, partitella. Sabato, prerifinitura. Domenica sera, seduta conclusiva sotto i riflettori per abituare la squadra alle luci artificiali. Intanto in città è già "count-down". La coreografia sarà quella delle grandi occasioni: striscioni, bandiere, sciarpe, coriandoli, effetti speciali di colore rossoblù. Attenzione: bisogna evitare nella maniera più assoluta mortaretti, fuochi d'artificio, petardi e fumogeni perché sono proibiti dalla Lega. Il commissario di campo le referta ed il giudice sportivo decide. Con la diffida che pende sullo "Iacovone", c'è... nulla da rischiare. Il presidente Blasi ha detto con toni accorati: «Oltre ad una grande cornice di pubblico, vorrei vedere lo "Iacovone" imbandierato fino all'inverosimile. In tal maniera mostrerei a tutta Italia, ed in particolare al presidente Barba, cosa è capace di organizzare la tifoseria tarantina». Il secondo posto conquistato, ha attenuato il suo risentimento verso la squadra? «Assolutamente no. Non è risentimento, è arrabbiatura. Guardate i numeri della classifica. Il Gallipoli ha vinto 17 partite, pareggiate 6 e perse solo 3. Noi, invece, ne abbiamo vinte 13, pareggiate 7 e perse 6. Se avessimo vinto le tre partite perse in casa e pareggiato quella di Melfi, a quest'ora staremmo ad una sola lunghezza dalla formazione salentina. E lunedì ci giocheremmo la prima importantissima poltrona. Mi auguro fortemente che la squadra resti umile, che continui a fare sacrifici, che si concentri su ogni singolo impegno di qui fino al 7 maggio e che conservi minimo il secondo posto. Anche perché non abbiamo vinto niente per cui non vedo il motivo di esaltarsi più di tanto». Dica la verità: spera di agganciare il Gallipoli sulla prima poltrona? «E perché non dovrei sperarlo? Il campionato è ancora lungo. Mancano ancora otto partite. In palio ci sono ben 24 punti. Noi abbiamo un turno in più in casa. L'eventuale vittoria di lunedì prossimo vale già... sei punti. Il mio augurio è che fino al 7 maggio prossimo, la squadra non esca più sconfitta dal terreno di gioco e che, naturalmente, vinca il maggior numero di partite. Oltretutto sarebbe un bel biglietto da visita in vista dei playoff». di Giuseppe Dimito
Il Taranto dei record Alla fine: sesta vittoria consecutiva, record
eguagliato, secondo posto solitario. Dentro: un Taranto quasi perfetto,
definitivamente maturo e totalmente in possesso delle sue potenzialità.
Tutto senza grinze: una partita giocata nel fango e finita senza
macchie, controllata o dominata in base alle inclinazioni, gestita con
naturalezza e conquistata con apprezzabile perfezione.
Blasi, è tutto un
sorriso «Grande partita, grande
domenica, grande risultato».
Quel gol da Champions contro il Real... Marcianise Oh, allo Iacovone c'è il Real Ma...rcianise. E che
vi pensavate di vedere sul serio Ronaldo, Beckham o Cassano? Anche perchè
se sul serio c'era Cassano ve lo immaginate tutto lo stadio costretto a
zompare per novanta minuti perchè in campo c'era un barese?
Taranto, record e
sorpasso C'è molto da raccogliere, dopo una partita così. C'è il record (eguagliato) di vittorie consecutive: 6 come nella stagione 1951-52. C'è il secondo posto in beata solitudine: scavalcato il Melfi, lasciate indietro Cisco Roma e Rende. C'è un'imbattibilità che si allunga: quella di Gori (porta immacolata da 521 minuti, recuperi esclusi). Ma il calcio non è solo statistica o archivio. È anche racconto, intreccio, analisi. È gioco che zampilla. È ritmo, corsa, movimenti. È forza: individuale e collettiva. È manovra. È occasioni. È gol: due, dinamicamente agli antipodi. Il primo è un tiro al buio, spalle alla porta. Il secondo è un tiro in chiaro: dal dischetto, a gioco fermo. Di Domenico e Deflorio gli autori. In ragione di tutto ciò vince il Taranto e perde il Real Marcianise. Prevale, cioè, la squadra più forte e credibile. Quella che sul confronto può esercitare un dominio quasi costante: prima palpabile, poi un po' velato, infine nuovamente evidente. Un gol all'inizio (9' del primo tempo), un gol alla fine (42' della ripresa). In mezzo c'è la partita: quella vera del Taranto e quella fasulla del Real Marcianise. La partita che - più dei gol - fa la differenza. La scolpisce, la scontorna, la modella. La partita dentro la quale il Taranto si muove con una vitalità mai sottintesa e neppure troppo esibita. Ma una vitalità sempre sul punto di erompere. Di venire fuori, eludendo ogni vigilanza, disabilitando ogni controllo. Una vitalità concreta, rocciosa, rassicurante. Quella che sta sostenendo il Taranto da sei partite in qua. E lo sta facendo viaggiare a velocità doppia. Percorso netto, si potrebbe anche dire, sottolineando la quasi totale assenza di esitazioni, di omissioni, di errori. Il passo disinvolto di una squadra ormai capace di produrre puntualmente qualcosa di più e di diverso dell'avversario. Qualcosa di troppo che finisce per far cadere la partita sempre dalla parte giusta. Vittoria costruita nel primo tempo, protetta e perfezionata nella ripresa. Il Taranto non lascia nulla d'intentato, neanche nei momenti in cui dà l'impressione di soffrire. Papagni rimanda in campo la formazione di Modica, sciogliendo a favore di Mortari (esterno basso) e Mignogna (laterale di centrocampo) i dubbi della vigilia. Non cambia niente, neppure l'assetto (4-4-2). Anche il Real Marcianise è 4-4-2, ma per il resto (umore, condizione, rendimento) è una squadra lontana dal Taranto. Fisicamente distante. Tecnicamente e tatticamente non apparentabile. C'è troppa differenza: di passo, di voglia, di corsa, di qualità. E si nota subito, malgrado il campo allentato (piove e smetterà solo in avvio di ripresa) renda precario l'equilibrio. Il gol è immediato (9'). Ad originarlo è un corner battuto corto da Mignogna e servito in area da Mancini. A realizzarlo è Di Domenico: con una girata volante. Un colpo che è una somma: destrezza più istinto. Un bel gesto per un gol improvviso, che coglie la retroguardia campana (portiere compreso) a tradimento. E che mette il Taranto nella condizione di poter fare quello che vuole. La partita è ora un piano inclinato. Il Taranto scivola sul prato fradicio di pioggia, alternando strappi rabbiosi e pregevoli combinazioni. Il Real Marcianise non sembra in grado di potersi opporre. La squadra di Boccolini è di una svagatezza allarmante. Il Taranto, che riesce a trarre giovamento dalla vicinanza delle linee e dall'attività pressoria di Mancini (soprattutto) e Manoni, dovrebbe approfittare della generosa mollezza degli avversari. Ma trascura di farlo. La ripresa comincia con un mischione dentro l'area tarantina. Il cambio di scena sembra preludere a qualcosa di diverso. Cambia, infatti, l'atteggiamento del Real Marcianise, rianimato da una sostituzione salutare (dentro la punta Galizia). Il Taranto, per un po', sbanda. Concede campo. E al 18' quasi capitola. Ma sulla punizione-cross di D'Ambrosio, il difensore Murolo parte in fuorigioco, prima di ostacolare Gori nell'uscita e di depositare a porta sguarnita. Tempestiva la segnalazione dell'assistente: gol invalidato. Papagni soccorre il Taranto con Catania (fuori Mignogna) e Micallo (fuori Di Domenico). Mortari si sistema in mezzo, oscilla il modulo (4-5-1). La pressione del Real Marcianise evapora. Torna il Taranto: come sagoma di squadra, come spessore collettivo. E al 42' Deflorio s'invola sul lancio di Micallo, resiste alla carica di Murolo, si allarga, evita il portiere che lo stende. Rigore. L'area è una risaia: serve un tiro sotto la traversa. Deflorio prima pensa, poi trasforma. di Lorenzo D'Alò
Le pagelle di Lorenzo D'Alò GORI 6,5 - Non
stupisca il mezzo voto in più al culmine di una partita praticamente
priva di parate impegnative. È il premio al senso di tranquillità che
trasmette. Alle prese sicure, alle uscite puntuali.
Storica "sestina": come nel 1951-52 Battendo il Marcianise, il Taranto conquista la sesta vittoria consecutiva ed eguaglia la "sestina" ottenuta 54 anni fa nel campionato di serie C 1951/52. In quella stagione gli "arsenalotti" guidati da Raffele Costantino (subentrato dopo 13 turni all'esonerato Bruno Arcari), conquistarono i sei successi tra la 19ª e la 24ª giornata: Arsenaltaranto-Benevento 3-0, Colleferro-Arsenaltaranto 2-3, Arsenaltaranto-Marsala 5-1, Arsenaltaranto-Nissena 6-2, Foggia-Arsenaltaranto 1-3 e Arsenaltaranto-Catanzaro 3-0. 54 anni fa le vittorie furono 4 interne e 2 esterne con 23 gol fatti e 6 subiti, mentre in questo torneo l'undici di Papagni ha diviso i successi equamente tra casa e trasferta, segnando 8 reti e subendone solo una: Igea-Taranto 1-2, Taranto-Giugliano 1-0, Andria-Taranto 0-1, Taranto-Vittoria 1-0, Modica-Taranto 0-1, Taranto-Marcianise 2-0. Sei vittorie non rappresentano il record storico del Taranto; i rossoblù hanno fatto meglio in tre occasioni con 11 vittorie di fila nel torneo di Prima Divisione 1928/29, con 9 nella Prima Divisione 1934/35 e con 7 nella Prima Divisione 1932/33 (nel 1928/29 la Prima DivisIone equivaleva all'attuale serie B, mentre nelle altre due occasioni all'attuale serie C1). Va detto inoltre che i rossoblù hanno conquistato 7 vittorie di fila anche a cavallo tra il campionato di serie D 1999/2000 (ultime 4 partite) e il torneo di C2 2000/01 (prime 3 gare). Per "Ghigo" Gori quinta gara consecutiva senza prendere gol e così l'imbattibilità della retroguardia rossoblù è salita a 521' minuti (71 minuti con Gentili, che ha incassato l'ultima rete da Palma al 19' minuto di Igea Virtus-Taranto 1-2, e 450 con Gori). Per trovare una striscia migliore senza gol al passivo, bisogna andare al torneo di serie D 1999/2000 con 530' minuti d'imbattibilità da parte di Spagnulo tra la 24ª e la 29ª giornata. Sesta rete in 20 partite per Fabio Di Domenico autore quest'anno di tre reti decisive (che hanno fruttato due successi ed un pareggio), nonché di due gol che hanno portato il Taranto all'1-0 iniziale (poi rossoblù al successo per 2-0), mentre si può ritenere ininfluente solo la sua marcatura messa a segno in Taranto-Modica 4-1. 12° centro in 23 partite per Andrea Deflorio, ora a due lunghezze dal primato rossoblù in serie C2 ottenuto da Riganò con 14 marcature nel 2000/01. di Franco Valdevies
Ora è proprio il
Taranto dei record Ora il Taranto dei record somiglia a una macchina da guerra. Magari gioiosa, comunque a pieno regime. Il presidente Blasi continua a ripetere la ricetta Papagni: «Determinazione, coraggio, umiltà». Le "virtù teologali" della nuova gestione tecnica o, se preferite, una semplice litania snocciolata ogni domenica, da sei turni ormai, ad integrare il rito invariabile di gesti, parole, striscioni persino anacronistici. Come quello che, in curva, contesta la dirigenza: ricordo, scolorito anche dalla pioggia, dei giorni difficili del dopo Marino (ma se serve, scaramanticamente, bene lasciarlo dov'è). Una variabile, tuttavia, sussiste nella domenica delle due reti al Marcianise e dei ritorni: quello di Deflorio al gol, quello di Ambrosi in campo. «Il nostro progetto - svela Blasi quasi inopinatamente - era proprio questo. Il secondo posto coincide con quel progetto. Una vittoria sul Gallipoli mi riempirebbe, certamente, di gioia, ma mi accontento di avere lo stadio pieno lunedì prossimo. Abbiamo bisogno del pubblico, del nostro pubblico». I tre punti con il Marcianise raccontano di record storici e di una squadra che non vuole fermarsi. I rossoblù non perdono il filo, ad onta della sosta di campionato, e continuano a ricamar vittorie. Su quel filo d'oro, Deflorio e compagni, si sono arrampicati fino al secondo posto, fino ad avvistare l'inafferrabile Gallipoli, sfuggente come una Balena Bianca, come Moby Dick. Impensabile, solo un mese fa. «Riprendiamo ad allenarci domani», dice mister Papagni negli spogliatoi con sguardo serafico e lingua scioltissima. Poi spiega: «L'incontro con il Gallipoli è fissato per lunedì prossimo e quindi sfasa il calendario. Il riposo è programmato per martedì. Mercoledì comincia la preparazione in vista del big match. Ma se devo dirla tutta oggi ritengo più importante avere sei punti in più della Pro Vasto». Qualcuno sgrana gli occhi, ma l'allenatore che ha sfatato il mito dell'incompatibilità "genetica" tra il Taranto e la serie C2, aggiunge candore al candore. Lo stesso che gli fa variar geometrie tattiche con la naturalezza di un volo, consentendo alla squadra in campo, che quella "voglia di volare" ha fatto sua per intero, di librarsi proprio nei momenti in cui la forza di gravità sembra ancorarla al suolo e agli imbarazzi comunque arrecati da un campo infame e da un Marcianise che punge. Il colpo iniziale di Di Domenico, la chiosa su penalty di Deflorio, arrivano grazie ad un piano di volo che parte dal modulo tradizionale 4-4-2, sale in quota attraverso un più severo e stretto 4-5-1 d'alta quota nel secondo tempo (dentro un diufensore, Micallo; fuori un attaccante, Di Domenico, per evitare impacci), riabbassandosi infine al 4-4-2: il Taranto atterra sul gradino d'onore del girone sfruttando il volo radente. «Non mi aspettavo tutti questi successi - confessa il presidente Blasi - ed è evidente che dovevamo "scendere" nella categoria. Qualche nostro giocatore di categoria superiore doveva rendersi conto di giocare in C2 e calarsi nel ruolo. Questo era il nostro progetto». «Tutti i dati statistici sono importanti, ma il calcio, per fortuna, è anche altro. Il calcio è anche uomini, moduli, movimento. Oggi, in alcuni momenti, abbiamo rischiato di perdere due punti. Il record ci riempie di gioia, ma ricordiamo che i pilastri di questi successi sono l'umiltà e la concentrazione. Se batteremo il Gallipoli saremo felicissimi, ma la partita di oggi, onestamente, era più importante». Così parlò Aldo Papagni, mister Aldo Papagni. Che finge distacco nei confronti del Gallipoli-Moby Dick. Ma come ogni capitan Achab che si rispetti sogna di incontrare la sua "preda" ogni notte, guardandola finalmente negli occhi. Per sfidarla ancora. di Fulvio Colucci
Papagni: «È il
trionfo dell'umiltà» Secondo posto raggiunto, sesta vittoria consecutiva e record di successi eguagliato. Il Taranto ha diversi motivi per gioire dopo il successo interno contro il Real Marcianise. All'orizzonte c'è l'impegno interno contro la capolista Gallipoli (si giocherà lunedì sera con inizio alle 20,45), ma i rossoblù vogliono godersi questa vittoria prima di pensare alla sfida contro i salentini. «A questo punto sarà il Gallipoli a doverci temere. Siamo reduci da sei vittorie consecutive e potremo contare sul fattore campo. E, poi, se dovessimo vincere il derby, saremmo a otto lunghezze dalla prima posizione». Manuel Mancini mette in guardia la capolista e confida di pensare alla promozione diretta. «Ci crederemo fino a quando non ci condannerà la matematica». Il trequartista capitolino si concentra, poi, sull'analisi del successo contro il Marcianise. «È stato fondamentale sbloccare subito il risultato perché le condizioni del terreno di gioco avrebbero potuto condizionare la nostra manovra. Ci siamo difesi con ordine, abbiamo rischiato quasi nulla e, al momento opportuno, siamo riusciti a chiudere i conti». La sesta rete in campionato ha spianato la strada per il conseguimento del sesto successo di fila. Fabio Di Domenico ha avuto il merito di sbloccare il risultato con una marcatura acrobatica. «E' stato un gol tanto bello quanto importante. L'avversario era alquanto ostico e la gara offriva un ostacolo in più viste le condizioni del manto erboso». Rete decisiva e standing ovation al momento della sostituzione. Difficile dimenticare un pomeriggio così fecondo di soddisfazioni. «E' una soddisfazione enorme - spiega l'attaccante - aver fatto ricredere quei tifosi che mi avevano accolto con scetticismo. Vuol dire che il pubblico sta apprezzando i miei sacrifici. Una dedica? A mia moglie e al nostro prossimo figlio che nascerà tra qualche mese». Pastore: «Il record? È un'enorme soddisfazione poter entrare nella storia di questo glorioso club, ma il nostro pensiero è rivolto al campionato. Dobbiamo continuare così per sperare di poter tagliare un traguardo importante». Chiusura dedicata ad Alessandro Ambrosi, al rientro in campo dopo quasi due mesi di stop. «Sono tornato disponibile ed è già un buon motivo per essere soddisfatto. Abbiamo vinto un'altra gara molto importante, che ci avvicina ulteriormente al nostro obiettivo». Fabio Di Todaro Marcianise, gol
annullato e ko in trasferta Quinta sconfitta a seguire fuori casa per il Marcianise che conferma la sua fragilità fuori casa. Attacco inconsistente: ha tirato in porta solo in due occasioni e su tiri da fermo. Eppure non è che il Taranto abbia fatto molto di più per meritare i tre punti, ma ha saputo sfruttare l'unica, vera occasione capitata sui piedi di Di Domenico, complice un’amnesia collettiva della difesa, e sulla decisione incomprensibile e inattesa di un guardalinee che, nel secondo tempo, ha alzato la bandierina e, con il suo intervento, tempo ha convinto l’arbitro annullato una rete regolare di Corsale. L’arbitro Petroselli, inoltre, ha regalato il calcio di rigore che ha sancito la vittoria del Taranto. Un Marcianise, un po’ distratto in difesa, discreto a centrocampo con D'Ambrosio e Corsale ma del tutto assente in avanti. L’allenatore Boccolini ha inserito, quasi all’inizio della ripresa, per risolvere il problema, l’altro attaccante Galizia, e il rendimento in campo, per la verità, è migliorato, anche se i frutti sperati sono stati attesi invano. A quel punto, il Taranto è stato costretto quasi sempre nella sua metà campo, agendo esclusivamente in contropiede. Ma i pericolo maggiori per Gori sono venuti soltanto su calci piazzati. La cronaca. All’8’ l’attaccante Mignogna batte una punizione dal limite che Armellini, conn prontezza di riflessi, devia in angolo. Dalla bandierina nasce il gol dei padroni di casa: lo stesso Mignogna pesca libero in area Di Domenico che ha tutto il tempo di esibirsi in una mezza rovesciata con la quale sorprende Armellini. È il 9’ e per il Marcianise diventa tutto molto più difficile. Tuttavia tenta l’affondo al 35’ con una punizione dal limite: batte bene D’Ambrosio ma la sfera sfiora il palo alla sinistra di Gori. Nella ripresa il Marcianise si presenta in campo deciso a raggiungere il pari, ma al 5' Pagano, con un maldestro passaggio ad Armellini per poco non procura un autogol. Passano dieci minuti e Marzullo impegna Gori. Al 18' il fattaccio. Molino si procura una punizione ai limiti dell'area: batte D'Ambrosio, tenta l'entrata Gori, che va a vuoto. La palla rimane davanti alla porta vuota e Corsale la spinge dentro. Dal lato opposto, il guardalinee alza la bandierina e l'arbitro non può far altro che annullare. Non succede più nulla fino al 40' quando, sempre D'Ambrosio impegna Gori con una punizione dal limite. Poi un minuto dopo De Florio, lanciato in contropiede da Micallo, evita Murolo e in area viene affrontato da Armellini: bravo è l'attaccante a stramazzare al suolo con l'arbitro, lontano, che indica il dischetto. Trasforma De Florio con un tiro imparabile sotto la traversa. di Ennio Stroffolino
Papagni plaude i suoi Papagni plaude i suoi ragazzi: «Ho ricevuto la certificazione della loro intelligenza. Hanno, infatti, firmato il meritato successo attraverso una condotta di gara molto attenta, priva di superficialità, per buona parte tatticamente ineccepibile, vincente». La vittoria sul Real Marcianise consegna questa squadra alla storia: le 6 vittorie di fila uguagliano il record di successi concecutivi fissato nel lontano 1952. «Indubbiamente l'avvenimento lusinga i giocatori ed il sottoscritto, ma personalmente sono soddisfatto soprattutto per i sei punti di vantaggio che vantiamo sulla sesta in classifica, la Pro Vasto». Analizzi la gara. «L'approccio è stato decisamente buono e confortante. Dopo nove minuti eravamo già in vantaggio. Il Real Marcianise ha tentato immediatamente di riequilibrare il risultato, ma il nostro congegno difensivo, che prevedeva determinati movimenti anche senza palla, ha funzionato bene. All'inizio di ripresa siamo andati un po' in difficoltà. L'inserimento di Galizia ci ha creato qualche problema. Fortunatamente siamo riusciti a riassestarci in breve tempo riuscendo nel finale perfino a chiudere l'incontro grazie all'evidente rigore fischiato su Deflorio». Il Real Marcianise lamenta l'annullamento del gol a Murolo a metà ripresa. «Dalla mia postazione ho visto l'assistente sotto la gradinata (Cudia di Roma, n.d.r.) alzare immediatamente la bandierina». Le sei vittorie di fila nascondono un segreto? «Assolutamente no. Il sottotitolo è uno solo: grande compattezza del gruppo. Ma non sarei obiettivo se non riconoscessi al nostro pubblico un incoraggiamento penetrante. E fra le nostre frecce c'è ora anche Ambrosi». di Giuseppe Dimito Una facile assoluzione La perizia ematica di Giuseppe D'Onofrio? «Ha un valore probatorio francamente modesto». I valori elevati di emoglobina? «Quasi mai fuori dalla norma e comunque relativi a pochi calciatori». La somministrazione di farmaci in modo pericoloso per la salute? «Non punibile perché all'epoca dei fatti non c'era una legislazione anti-doping e la legge 401 del 1989 era stata messa a punto per punire soltanto le scommesse clandestine». Le motivazioni della sentenza d'appello del processo Juventus, che tre mesi fa ha prosciolto da ogni accusa il medico sociale bianconero, Riccardo Agricola, e l'amministratore delegato Antonio Giraudo, hanno smontato completamente l'impalcatura costruita dai periti del giudice di primo grado, Giuseppe Casalbore. E hanno definitivamente scagionato la Juventus, anche se l'accusa ha già annunciato che ricorrerà in Cassazione. C'era da aspettarselo. Tuttavia, pur nel suo sostanziale squilibrio nell'accogliere le tesi della difesa, le 130 pagine di motivazioni diffuse ieri dal Tribunale d'Appello di Torino offrono qualche spunto interessante. «L'uso di farmaci è un fenomeno certamente deprecabile sotto il profilo sportivo - hanno spiegato i giudici - ma in ogni caso ciò non costituisce reato. All'epoca dei fatti, tra il 1994 e il 1998, si trattava di una pratica purtroppo molto diffusa nel calcio italiano». In particolare, nel caso della Juventus, «si trattava di medicinali off label, vale a dire non autorizzati dal Ministero della Salute». E allora perché non punirne l'uso? «Perché - si legge nel dispositivo della sentenza - non vi è motivo di ritenere che i giocatori in questione, professionisti e calciatori di serie A, fossero degli ignari burattini nelle mani dei dirigenti della società». Così facevan tutti, insomma: i giudici di primo grado la pensavano in maniera esattamente opposta. E così cade anche il reato di somministrazione pericolosa di farmaci. Anche se - ed è forse questa l'unica stoccata portata dai giudici alla Juventus - «Giraudo non si è interessato esclusivamente della gestione finanziaria della società, ma ha costantemente seguito le sorti della Juventus anche sotto il profilo agonistico». Agricola, insomma, si sarebbe mosso seguendo «una strategia allargata, che coinvolse non solo il medico sociale, ma anche l'amministratore delegato». Il numero uno bianconero, commentando la sentenza, ha ovviamente glissato sul tema, sottolineando invece che «parole nette e chiare hanno confermato che i trofei della Juve sono e saranno sempre esclusivamente il frutto di un grande lavoro, fatto di umiltà, determinazione e costanza». Le motivazioni della sentenza tradiscono comunque gravi lacune nella valutazione della perizia di D'Onofrio. Quella che aveva allungato l'ombra dell'Epo sulla Juventus. I giudici sottolineano che le anomalie dei parametri sanguigni dei giocatori bianconeri «appaiono tutte circoscritti in un ambito di normalità». Vero, ma così facendo interpretano erroneamente la perizia stessa: nei casi di Antonio Conte e Alessio Tacchinardi, D'Onofrio sottolineava soprattutto l'andamento anomalo dei valori di emoglobina (che schizzavano verso l'alto e verso il basso in maniera repentina) e non il livello in sé dei valori stessi. «Non si può ignorare che il dato delle concentrazione temporale di parametri elevati di emoglobina riguarda un numero molto limitato di giocatori - hanno aggiunto i giudici - senza contare che il perito ha utilizzato i valori di emoglobina più elevati di ciascun calciatore nei periodi di osservazione». Il riferimento è chiaramente al dicembre 1997, quando D'Onofrio scoprì andamenti anomali dei parametri di sanguigni di sei giocatori juventini. Non sono molti, ma neppure pochi su una rosa di 24 giocatori. La chicca più gustosa - si fa per dire - la sentenza la offre però sui test antidoping. «Dal 1994 al 1998 e successivamente non venne riscontrato alcun caso di positività per i giocatori della Juve», si sottolinea nelle motivazioni. Una considerazione che non tiene conto del fatto che prima della clamorosa chiusura del laboratorio romano dell'Acquacetosa (nel 1999) nelle provette dei calciatori non venivano ricercati gli anabolizzanti e non esisteva neppure un test per individuare l'Epo. Roba da non credere. Ormai soltanto i bambini, oltre al Tribunale d'Appello di Torino, credono che la negatività ai test anti-doping sia prova di innocenza. di C. Co.
Taranto strizza
l'occhio al "sei" Spesso sono partite strane. Dopo la sosta, può accadere. Partite che sfuggono al controllo e che eludono il pronostico. Partite senza una logica, ma con un loro sviluppo. Partite aperte, piene di spifferi. È come riprendere un vecchio libro: all'inizio si fatica a ricordare, poi la memoria torna di colpo. Taranto-Real Marcianise è una partita così. Difficile da inquadrare. «Tocca a noi farla rientrare nella normalità», dice Aldo Papagni, alludendo alla normalità delle ultime prestazioni. «Sì, a quella. Alla normalità delle cinque vittorie di fila, della concretezza elevata a sistema di gioco, dell'equilibrio stabile, della compattezza quasi granitica. Si riparte da lì: con lo stesso spirito e con la stessa mentalità». Papagni sintetizza il momento del Taranto. «Stiamo bene, ma potremmo stare meglio. E lavoriamo per progredire. Senza soluzione di continuità. Abbiamo sfruttato la sosta del campionato per immagazzinare energie e per arricchire il bagaglio delle conoscenze tattiche. Siamo cresciuti? Non lo so. Solo il campo potrà dirlo. Io sono fiducioso. Guido un gruppo di giocatori maturi. Consapevolezza della propria forza e coscienza dei propri limiti: andiamo avanti così, sapendo di avere in squadra dei pilastri tecnici ai quali aggrapparci nei momenti di difficoltà». Papagni sta finendo di scolpire il "suo" Taranto. Quello nato sulle sabbie mobili di quattro tonfi consecutivi. E poi diventato roccia. «Dovevamo privilegiare un aspetto: la fase di non possesso. Lo abbiamo fatto». Ora il Taranto è una squadra alla quale è difficile fare gol: Gori è imbattuto da 431 minuti. Una squadra chiusa e aperta. Chiusa quando si arrocca per difendere, accorciando le linee. E aperta quando si distende per attaccare, allargandosi a raggiera. Una squadra che nel 4-4-2 si identifica e si esalta. «Per ora è questo l'impianto di garanzia. Perché ci regala equilibrio, densità e spessore, facendoci stare bene in campo». Papagni, però, teme la partita con il Real Marcianise. E lo dice. «Temo un calo di tensione. Temo l'euforia respirata in questi giorni. L'euforia può diventare dannosa, se non resta contenuta. L'unica condizione per continuare a crescere è: rimanere umili». I dubbi di giornata riguardano la catena di destra: esterno basso (Mortari o Micallo?) e laterale di centrocampo (Mignogna o Mortari?). Papagni non ha ancora deciso. «Scegliere non è mai un problema. Dipende anche da loro, dall'atteggiamento che assumerà il Real Marcianise». "Loro" sono una squadra in caduta libera, ormai fuori dal giro playoff (appena 6 punti nelle 8 giornate del girone di ritorno). E dentro un lungo periodo involutivo. Una crisi tortuosa, fatta di passi falsi e di salti nel buio. «Non mi fido. Il Real Marcianise è una squadra ricca di valori: tecnici e temperamentali. Dubito che si accontenti di difendere, anche se il momento imporrebbe qualche cautela. Dobbiamo stare a attenti a garantire massima copertura in fase di non possesso per non regalare campo alle loro ripartenze». Le probabili fomazioni TARANTO: Gori; Mortari, Caccavale, Pastore, Manni; Mignogna, Mancini, Manoni, De Liguori; Di Domenico, Deflorio. A disp. Gentili, Micallo, Prosperi, Larosa, Bussi, Catania, Ambrosi. All. Papagni. REAL MARCIANISE: Armellini; Ciano, Murolo, D'Apice, Pagano; D'Ambrosio, Romano, Di Napoli, Corsale; Molino, Galizia. A disp. Della Corte, Perrone, Marzullo, Masturzo, Manco, Gallo, Della Ventura. All. Boccolini. di Lorenzo D'Alò
Taranto, record e
sorpasso? Il Taranto, nel pomeriggio, tenterà il sorpasso al duo Cisco Roma-Melfi (0-0 il risultato di ieri) per accomodarsi sull'importantissima seconda poltrona del girone C della C2. E cercherà anche il record di vittorie consecutive. Ma il Real Marcianise, scivolato in poco più di due mesi dal quinto al nono posto, scenderà allo "Iacovone" per non sprofondare nell'area playout. La formazione di Boccolini (grande esperto della C, in odore all'inizio di questa stagione di accomodarsi addirittura su di una importante panchina di serie B) darà, dunque, grande battaglia. Presumibilmente tenterà di chiudere i varchi che conducono ad Armellini con una condotta di gara attenta e giudiziosa e, in contropiede, punterà a mettere in condizione il tandem Molino-Galizia di pungere. Un occhio particolare dovrà essere riservato all'esterno destro Manco, un "peperino" che ha messo a segno 6 gol (ma giocherà?). Il Taranto, dal canto suo, dovrà ripetere le prove che gli hanno consentito di inanellare le cinque vittorie consecutive ed in più dovrà far lievitare l'intensità di gioco ed alzare un po' di più i ritmi. Serviranno concentrazione, determinazione e cattiveria agonistica. Ma tutte queste buone qualità dovranno essere assistite da grande freddezza e cinismo. Guai a farsi prendere dall'agonismo più esasperato: si rischia di perdere il filo del gioco e, di consentire quindi, le ripartenze alla formazione ospite. Mister Papagni scioglierà soltanto nei minuti che precederanno la gara i dubbi riguardanti la catena di destra della sua formazione. Per il reparto difensivo Micallo e Mortari si contendono la maglia numero due; per quello offensivo sono in ballottaggio lo stesso Mortari, Catania e Mignogna. È facile presumere che chi dovesse andare inizialmente in panchina, ha forti possibilità di scendere in campo durante la partita. Il pubblico sarà abbastanza numeroso. Val la pena ricordare la diffida che incombe sullo "Iacovone" come una spada di Damocle. Servono incoraggiamento (tantissimo) e... furbizia. di Giuseppe Dimito
C'è l'esordio del
nuovo sponsor È la Projet Sprayers il nuovo sponsor che, a partire dalla gara odierna contro il Marcianise, comparirà sulle casacche del Taranto fino al termine della stagione. L'azienda, leader nel settore dell'irrorazione di diserbanti, fa parte della Progroup, - comprendente anche altre imprese come Oma, Agricom e Protek -, di proprietà del presidente Luigi Blasi. «Ho avuto diversi contatti con imprenditori locali, ma al momento cruciale nessuno ha avanzato alcuna offerta. E così ho deciso di far comparire sulle maglie del Taranto il logo di una mia azienda». Parla Blasi, deluso ma, al tempo stesso, voglioso di dare un altro segnale forte alla città. «Mi sarebbe piaciuto trovare qualcuno disposto ad affiancarmi, vicino alle sorti del Taranto e in grado di cogliere l'importanza di una sponsorizzazione. Sono amareggiato, evidentemente il destino di questa squadra interessa esclusivamente alla società e ai nostri tifosi. E non credo si tratti di una questione di categoria: nel nostro girone, infatti, siamo stati l'unica squadra finora a non avere uno sponsor sulla divisa ufficiale. Ma io non cerco spiegazioni. Non sono giunti i segnali che cercavo e ho deciso di pubblicizzare un'azienda che opera in un settore lontano dal calcio e che, da questo veicolo, vuole ricavare ulteriore pubblicità. Al termine del campionato vaglieremo la situazione. Se saremo stati promossi, probabilmente, si avvicinerà qualcuno, altrimenti andremo avanti con le mie aziende». L'occasione è propizia anche per un paio di ringraziamenti. «Li rivolgo a Riva, l'unico imprenditore che, con un contributo fattivo, ha collaborato con questa società e alla Soluzioni Pubblicità, che si occupa della cartellonistica all'interno dello stadio». Il numero uno di via Umbria ha sottolineato le difficoltà incontrate anche nella ricerca di alcuni sponsor da far comparire sul sito della società. Al termine della rifinitura di ieri mattina, la squadra ha fatto la fotografia ufficiale con la nuova divisa marchiata Projet Sprayers. di Fabio Di Todaro
Abbondanza ritrovata Le squadre che vincono si cambiano il meno possibile. I
fioccanti risultati hanno certificato la vecchia regola che è valsa
anche per il recente Taranto. L'aspetto che balza in evidenza è la
ritrovata abbondanza che Papagni si trova a gestire. Tutta un'altra
dimensione e tutta un'altra storia rispetto al mese di gennaio, quello
dei famosi quattro stop consecutivi, vissuti tra condizione fisica
precaria e morale decisamente in ribasso.
Boccolini avverte il
Taranto Domani il Taranto torna a calcare l'erbetta amica dello "Iacovone" per dare continuità alla serie vincente che dura ormai dalla fine di gennaio. Ma il Real Marcianise, avversario di turno, rappresenta un ostacolo insidioso, nonostante il calo di rendimento subito in questa prima parte del girone di ritorno, e pertanto occorrerà la massima concentrazione da parte degli ionici per consolidare il proprio piazzamento in chiave playoff. I campani hanno già battuto i rossoblù nella gara d'andata con un 2-0 maturato nel primo tempo, frutto di due calci di rigore e di una prestazione positiva del collettivo al cospetto di un Taranto dimesso e poco reattivo. Il tecnico gialloverde Gigi Boccalini, sa però che la sfida di domani sarà completamente differente da quella dello scorso ottobre e non nasconde i propri timori. Mister Boccolini, che partita si aspetta? «Sicuramente difficile, almeno per noi. Temo il momento positivo che sta attraversando il Taranto e l'autostima che la compagine jonica ha sicuramente maturato nelle ultime domeniche. Loro ormai pare che abbiano trovato i giusti equilibri, ed è normale che quando arrivano anche i risultati, si viaggia sulle ali dell'entusiasmo». La sosta può influire, secondo lei, sullo stato di forma dei tarantini? «Credo proprio di no, anche perché le soste sono programmate e pertanto il lavoro è pianificato anche in funzione di queste pause». La sua squadra dopo un girone di andata al di sopra delle aspettative, ha subìto un evidente calo di rendimento. Come mai? «La nostra flessione è stata dovuta a molti problemi, su tutti gli infortuni di giocatori importanti. Poi è chiaro che quando le cose non girano più nel verso giusto, il morale del gruppo ne risente». Il mercato di gennaio come ha cambiato la rosa a sua disposizione? «A dir la verità ha influito veramente poco, considerando che abbiamo preso D'Angelo che dopo la prima partita si è infortunato e Molino che praticamente deve ancora carburare dopo i sei mesi di stop. Nonostante tutto, sono dell'opinione che quello a mia disposizione sia un buon organico, che ha solo bisogno di riconquistare quella fiducia che nella prima parte della stagione ci ha consentito di sostare stabilmente nelle zone nobili della classifica». Come giudica questo campionato? «Secondo il mio giudizio, penso che stia rispettando le previsioni della vigilia, con una squadra al di sopra di tutti che è il Gallipoli, con Taranto e Cisco Roma che sono in linea con i programmi e che penso si daranno battaglia per il secondo posto utile per il salto di categoria. Rende e Melfi le considero le classiche sorprese, mentre Viterbese e Latina le due delusioni». Per concludere, crede di fermare la corsa del Taranto domani? «Io ci credo, e ci devono credere anche i miei giocatori. La ricetta per tornare a casa con qualcosa in tasca è molto semplice: sbagliare poco». di Alfredo Ghionna
Papagni: «Pensiamo
al Marcianise» Febbre da record? Meglio non pensarci. Non è il caso,
non è il momento. E forse non porta neanche fortuna.
Taranto non vuole
fermarsi Il Taranto sta affilando le armi in vista del difficilissimo impegno interno contro il Real Marcianise, una delle matricole terribili del girone C della C2. Il provino di metà settimana ha consegnato alle riflessioni finali del rientrato Papagni una "rosa" desiderosa di arpionare la sesta vittoria consecutiva, necessaria per tentare di raggiungere la seconda poltrona. Non tutto è filato bene sotto il profilo del ritmo, ma Papagni ha giustificato l'accaduto con il duro lavoro atletico svolto ieri l'altro. Per quanto riguarda la formazione i dubbi che animeranno i giorni di vigilia dell'incontro sono sostanzialmente due. Riguardano la cosiddetta "catena" di destra: le uniche due maglie in cerca del titolare sono quelle di esterno basso e di centrocampo. Sono in quattro a contendersele: Mortari e Micallo, quella difensiva; lo stesso Mortari, Mignogna e Catania quella offensiva. Dipenderà anche dallo schieramento della formazione ospite. Bisognerà vedere se Boccolini si affiderà al duo Molino-Galizia in avanti oppure immetterà un esterno duttile (Corsale). Nel primo caso è chiaro che Micallo avrà maggiori chanches; nel secondo, invece, il preferito potrebbe essere Mortari (oltretutto ha lo stesso passo del campano). Più difficile anticipare il giocatore che vestirà la maglia di esterno offensivo: Catania e Mortari assicurano maggiore protezione alla fase difensiva; Mignogna, invece, conferisce sprint e fantasia negli ultimi sedici metri. L'unico a non aver partecipato alla partitella contro gli Allievi, rinforzati nel primo tempo, da Gentili, Prosperi, Ambrosi e Passiatore, è stato Martinelli (dovrebbe riprendere martedì prossimo con il gruppo). Nel primo tempo, durato 42', Papagni ha schierato i seguenti undici: Gori; Mortari, Larosa, Caccavale, Manni; Mignogna, Delenoardis, Manoni, De Liguori; Di Domenico, Deflorio. Una doppietta di Di Domenico (la seconda rete sottolineata da applausi) ha fissato il punteggio sul 2-0. Nella ripresa, durata 41', sono scesi in campo Lucaselli; Micallo, Pastore, Capone, Prosperi; Catania, Mancini, Bussi, Malagnino; Ambrosi (26' Passiatore), Passiatore (18' Mortari). Cinque le reti realizzate: tre di Passiatore (un rigore), una Mortari e Catania (doppio rigore). Fra coloro che non vengono utilizzati con maggior frequenza si sono distinti Malagnino (la convocazione per la Nazionale Under 20 di C lo ha decisamente gasato) e Bussi (tiene la palla bassa e "cuce" bene il gioco). Ambrosi sta crescendo, ma non è ancora al top della condizione. Infine, la casa presa in locazione da Mancini-Silvestri-Capone è stata purtroppo "visitata" dai ladri: rubati computer e divise rossoblù. di Giuseppe Dimito
Papagni: «Marcianise da temere. Serve umiltà» Mister Aldo Papagni è, come sempre, abbastanza pragmatico: «Il nostro dovere è quello di dimenticare immediatamente le cinque vittorie consecutive e far ritornare nella nostra memoria le quattro sconfitte di fila che ci avevano portato fuori dalla zona playoff». La partita con i campani è difficile. Papagni avverte il gruppo: «Attenzione ai facili entusiasmi. La gara con il Real Marcianise nasconde molte insidie: a mio parere è addirittura più difficile di quella con il Gallipoli. La formazione campana ha le stesse potenzialità delle squadre che sostano nella zona nobile della classifica: vale quanto il Melfi, la Cisco Roma o il Rende. Non dobbiamo commettere l'errore di cullarci con la precarietà dei risultati ottenuti dai nostri avversari nel girone di ritorno perché rischieremmo di grosso. È evidente che hanno attraversato un momento-no. Ma può risorgere da un momento all'altro. La sosta lo avrà rivilitazzato dal punto di vista atletico per cui sono convinto che allo "Iacovone" sfodererà una grossa prestazione per rientrare nel più breve tempo possibile nell'area playoff». Al Taranto ha fatto bene la sosta? «Da una parte ha spezzato il ritmo, dall'altro ci ha consentito di lavorare per ritrovare fiato. Non abbiamo raggiunto il top della condizione perché quaranticinque giorni non bastano per centrare l'obiettivo. Per farlo necessitano almeno tre mesi. Tuttavia qualche passo in avanti lo abbiamo compiuto. È importante conservare questa mentalità. È la nostra caratteristica fondamentale: nessun ciclo positivo, nessun record raggiunto la dovranno intaccare o, peggio, mutare. Voglio continuare a vedere umiltà, sacrificio, concentrazione e voglia di aiutarsi l'un con l'altro». Come giudica la concentrazione della squadra a metà settimana? «È un po' bassa francamente anche per via del duro lavoro atletico svolto nei giorni scorsi. Da domani (oggi, per chi legge, n.d.r.) dovremo cominciare ad elevarla» di Giuseppe Dimito Un calcio al razzismo Ha raccolto 420 firme, un record per il Parlamento europeo, la dichiarazione contro il razzismo nel calcio promosso nello scorso novembre da Emine Bozkurt, eurodeputata socialista olandese. E martedì prossimo, in occasione della plenaria di Strasburgo, la dichiarazione scritta diventerà la linea ufficiale del Parlamento europeo, avendo superato di gran lunga il minimo di 367 firme richieste. La dichiarazione scritta chiede a tutti, dalle squadre alle leghe calcio, alle associazioni ai giocatori e ai tifosi, di impegnarsi di più contro il razzismo in campo e fuori e si rivolge direttamente all'Uefa e alle altre organizzazioni per dare nuovi poteri agli arbitri. Gli europarlamentari chiedono al governo del calcio europeo di introdurre vere e proprie sanzioni, fino all'esclusione di una squadra dalle partite. Alla presentazione della dichiarazione scritta, Borrell riceverà una coppa per celebrare il successo dell'iniziativa da parte dei cinque europarlamentari, autori della Dichiarazione: oltre a Bozkurt, il conservatore britannico Christopher Heaton Harris, il verde tedesco Cem Ozdemir, il liberaldemocratico tedesco Alexander Nuno Alvaro e il socialista britannico Claude Moraes. Ci saranno anche i giovani giocatori del Racing Strasburgo, la squadra locale. «Il numero di firme raccolto è il più alto mai raggiunto da una dichiarazione scritta», fanno osservare a Bruxelles. «Le firme sono assolutamente trasversali. Questo dimostra che su un argomento così controverso come il razzismo c'è un sostegno molto ampio in Parlamento».
Roma, perquisizioni
alla Gea Perquisizioni alla Gea, l'agenzia che cura gli interessi
di circa duecento calciatori e di molti allenatori. L'operazione è da
mettere in relazione con l'inchiesta aperta a Roma e arriva dopo le
accuse dell'ex proprietario del Perugia Luciano Gaucci, attualmente
latitante.
Gori: «Meglio i tre
punti» E' già riuscito una volta a salire su un treno in corsa
e ad arrivare dritto al capolinea con una promozione da stringere tra i
guanti.
Il Taranto è pronto a
lottare Una sola seduta ieri per il Taranto. Si è lavorato al mattino. Di Domenico si è ripreso dalla leggera influenza. Mortari, invece, si è bloccato a causa di una dissenteria, ma oggi dovrebbe allenarsi regolarmente. Martinelli e Capone hanno ultimato i rispettivi programmi di recupero per cui dovrebbero oggi riaggregarsi al gruppo. Il resto della rosa si è allenato agli ordini di mister Degli Schiavi. Oggi doppia seduta agli ordini di Papagni, rientrato da Firenze. Al mattino farà svolgere ai suoi un lavoro tecnico-tattico, mentre al pomeriggio farà disputare la canonica partitella contro la formazione Berretti. Micallo dovrebbe rientrare in formazione nel consueto ruolo di esterno basso. Da verificare, invece, chi vestirà la maglia di quarto centrocampista di destra: confermerà Mignogna (si è ben comportato a Modica), farà rientrare Mortari oppure rispolvererà Catania? Il resto della formazione non dovrebbe subire modifiche. Vincenzino De Liguori è in gran forma. Senza alcun dubbio è uno degli elementi che hanno contribuito alla rinascita della squadra. «Il riposo ci ha fatto bene - attacca con toni convinti - dopo aver tirato la corda per cinque turni, sentivamo proprio il bisogno di riprendere fiato, di non avere pressioni per la gara domenicale. Ora siamo pronti per riprendere a lottare con maggiore vigore e concentrazione ed a inseguire quel secondo posto che costituisce il nostro attuale obiettivo». C'è il rischio-rilassamento a causa della sosta? «Assolutamente no. A parte che abbiamo lavorato parecchio sia nella settimana scorsa che in questa per cui abbiamo tenuto sempre presente il nostro legame con il campionato, c'è da dire che il riposo è stato soltanto psicologico, non pratico. Già dalla ripresa della preparazione, martedì scorso, abbiamo cominciato a pensare alla gara di domenica. Man mano che ci avvicineremo all'incontro la concentrazione aumenterà per cui sono convinto che ci sarà continuità di rendimento. Spero anche di risultato finale». Che avversario affronterete? «Il Real Marcianise è tosto. Sicuramente non merita il centroclassifica. Il suo tasso tecnico era elevato già all'andata. Gli innesti di gennaio lo hanno innalzato. Probabilmente ha attraversato un periodo-no come quello che è capitato a noi due mesi fa, ma sono convinto che domenica prossima ci ritroveremo di fronte una squadra fermamente decisa a giocarsi le ultime carte per risalire la china della classifica e tentare di inserirsi nuovamente nella zona nobile della classifica. Noi lo dovremo affrontare con grande determinazione, cattiveria agonistica, umiltà e, soprattutto, con elevata concentrazione». Avrete un'arma in più: il pubblico. «Conosco bene i nostri tifosi. Le cinque vittorie di fila li hanno resi molto felici per cui sono convinto che ci sosterranno con tutte le loro forze. Mi piacerebbe tantissimo vedere tanta gente allo stadio e, soprattutto, la curva Nord al gran completo e ribollente d'entusiasmo». di Giuseppe Dimito
Il pensiero fisso di
Ambrosi Difficile far cambiare idea a chi ritiene che Alessandro
Ambrosi non sia un buon giocatore, se il campo diventa solo un ricordo e
viene pestato tutti i giorni tranne la domenica. Le attese calamitate
dall'ex attaccante della Juve Stabia al suo arrivo a fine 2005, si sono
presto convertite in diffidenze che sono da ritenersi ingenerose.
Malagnino, c'è la
Nazionale Giovanni Malagnino ha ricevuto un'altra attestazione di stima dallo staff della nazionale Under 20 di C. Il ragazzo di Manduria farà parte della comitiva azzurra che il 15 marzo giocherà un'amichevole a Umag contro i "pari età" della Croazia. È una bella soddisfazione sia per il ragazzo che, naturalmente, per il Taranto: verosimilmente, infatti, costituirà uno degli uomini-mercato nella prossima estate. A proposito di giovani, nella rosa rossoblù c'è Giovanni Micallo, classe '82, napoletano. Fisico possente, buona corsa, duttilità tattica, può essere l'elemento in grado di far crescere ancora di l'ermetica difensa jonica. Ha saltato la trasferta di Modica perché non si era allenato negli ultimi giorni, ma ora è pronto a riprendersi il suo posto di esterno destro difensivo. «Non ho ancora i novanta minuti nelle gambe - ammette - ma fisicamente sono a posto». Come va valutata la sosta del campionato? «È giunta al momento giusto perché avevamo gente come Larosa, Mortari, Martinelli, Ambrosi che non stavano al cento per cento per cui abbiamo avuto la possibilità di recuperarli». Non ha spezzato il ritmo? «Non credo. Anzi ci ha consentito di ricaricare le batterie che, per la verità, si erano un po' esaurite per via degli sforzi effettuati per inanellare le cinque vittorie consecutive. Da domenica prossima riprenderemo a correre, a lottare, a sudare per cercare di raggiungere quel secondo posto in clasifica che costituisce il nostro obiettivo». C'è un segreto che sta alla base degli ultimi successi? «Il calcio non ha segreti. Bisogna soltanto calarsi nella mentalità del campionato che si sta disputando. La C2 è fatta di corsa, di agonismo, di ripartenze veloci e di determinazione. Papagni ci ha inculcato queste semplicissime regole. Noi abbiamo capito che dovevamo essere meno belli, ma più pratici e concreti. Tutto qui». Domenica arriva il Real Marcianise. «Gara difficilissima, come tutte del resto. La squadra campana si è rinforzata a gennaio, ma i risultati ottenuti non sono stati quelli sperati. Ciò nonostante verrà a Taranto per riscattarsi e riprendere la marcia verso la zona alta della classifica cui aspira» È prevista una buona affluenza di pubblico amico. «E ne sono felice. Ho voglia di vedere almeno l'identico numero di tifosi che era presente quando venni a giocare i playout con la maglia della Fermana. Quando entrai in campo, rimasi sbigottito». di Giuseppe Dimito Zeman, un ritorno a
scatola chiusa A volte ritornano. Non solo i mostri, anche i maestri scomodi. E lo fanno a modo loro, prendendo in contropiede tutti quelli che non se l'apettavano. Dopo otto mesi dedicati suo malgrado al giardinaggio, Zdenek Zeman è tornato in campo. A Brescia, su una panchina di serie B, per insegnare ancora un po' di calcio bello e impossibile. Aveva fatto perdere le sue tracce l'estate scorsa, dopo aver guidato il Lecce a un'impresa molto zemaniana: undicesimo posto, secondo miglior attacco (66 gol, solo uno meno della Juventus campione) e peggior difesa del campionato, bucata addirittura 73 volte. Il tutto con una squadra giovanissima che al giro di boa gli aveva venduto anche il bomber più promettente, il bulgaro Bojinov. A fine stagione il sofferto divorzio: secondo alcuni per una chiamata della Roma, poi sfumata per pressioni esterne giunte da Torino; secondo altri per quella lingua sempre corrosiva e controcorrente che mettendo in imbarazzo il sistema (non solo la Juve ma anche Carraro, la Gea e Capitalia) aveva finito per creare problemi anche al club salentino. Da allora un viaggio in barca nei mari di Sicilia e un lungo silenzio, interrotto solo per ricordare la sconfitta morale di chi festeggiava come la vittoria di una Coppa dei campioni un'assoluzione per doping con troppi lati oscuri messi in luce da sette anni di processi. Per i tanti orfani del boemo, il suo approdo a Brescia vale comunque un olé. Anche se lo porta in quel profondo nord dove non si era mai spinto (se non per fare visita a Guariniello), essendo lui uno strano figlio di Praga maturato a Palermo. Anche se, più di ogni altra stranezza, catapulta il suo spericolato 4-3-3 su un treno in corsa e già quasi arrivato a destinazione. A undici giornate dalla fine, i lombardi sono quinti in classifica, in piena piena zona playoff e con una speranziella di agganciare i primi due posti che valgono la promozione diretta in serie A. Sin qui li aveva portati Rolando Maran, un esordiente col pallino pure lui delle tre punte ma con un occhio di riguardo in più al principio del primo non prenderle. Sabato aveva visto i suoi ragazzi centrare la terza vittoria nelle ultime quattro partite, domenica ha ricevuto per telefono la lettera di licenziamento. Più o meno lo stesso maldestro trattamento ricevuto da Donadoni a Livorno. «Per andare in A bisogna rischiare di più e con Zeman possiamo farlo», ha spiegato il presidente del Brescia, Gino Corioni, che lo inseguiva da una vita e ha confessato di aver faticato molto più a convincere lui che non Roberto Baggio. Zeman è uno che le sue squadre le costruisce d'estate. Scegliendo personalmente i giocatori più adatti al suo gioco. Massacrandoli di corsa e gradoni per almeno due mesi. Indottrinandoli su tagli e diagonali per tutta la vita. L'unica volta che prese una squadra a scatola chiusa, i turchi del Fenerbahce nel '99 a stagione appena cominciata, diede le dimissioni dopo appena dieci partite. A Brescia è tutto ciò che gli rimane: vincerne 11 come la Roma record di Spalletti e tornare nel calcio che conta e che non lo voleva più. «Ci provo - ha spiegato ieri l'allenatore ceko - prendo una squadra che sta andando bene e non dovrebbe essere difficile continuare a farla andare così. Il campo mi mancava, a casa non ci so stare ma idee e schemi non sono cambiati: voglio vincere facendo spettacolo». Anche quassù mister, dove allo stadio non ci sono mai più di 4mila fedelissimi? «Ho sempre creduto che il calcio al sud abbia più calore. A me piace vedere lo stadio pieno di gente, qui pensano soprattutto all'organizzazione ma con la primavera magari qualcuno uscirà di casa per venirci a vedere». E il povero Maran? «Ho sentito parlare solo bene di lui, non mi imbarazza sostituirlo perché le cose nel calcio funzionano così. Porto con me trenta anni di esperienza in questo mondo, conto di riuscire a comunicare ai giocatori il mio entusiasmo. C'è Di Biagio che stava con me a Foggia ma aveva appena 22 anni allora. Speriamo conservi ancora quella giovane mentalità...». Alla fine della conferenza stampa di presentazione, qualcuno ha portato al tecnico gli auguri di Luciano Moggi. «Non li prendo - ha risposto Zeman - tanto non sono veri». Nemmeno quelli di Mazzone, che aveva salutato il ritorno del boemo come la prova del fatto che «la mafia nel calcio non esiste». E' rimasto in silenzio per quindici secondi, lui che in Sicilia allenò una squadretta presieduta da Marcello Dell'Utri e poi a Foggia si ritrovò a difendere il plurindagato Pasquale Casillo. «Non commento - ha tagliato corto prima di alzarsi - in fondo se vi impegnate, certe cose le capite da soli». Che quando ti chiudono ogni porta, la prima che si apre val bene anche un salto nel buio. E che quel che conta, è riaverlo tra noi. Anche solo per undici dannate partite. di Matteo Patrono I ragazzini di
Marsiglia che dividono la Francia Ieri, a mezzogiorno, la stazione Saint Charles di Marsiglia era stracolma di gente. Centinaia di persone in attesa euforica, non del treno in ritardo per andare in vacanza, ma di quello che riportava a casa gli eroi della città. Un gruppo di ragazzini che con la maglia della prima squadra, domenica pomeriggio, hanno tenuto in scacco (0-0) la formazione titolare degli eterni nemici del Paris Saint Germain. Un exploit destinato ad entrare nella storia del club. Anche se gli aspiranti professionisti mandati in campo domenica sono gli unici vincitori di un episodio che con il calcio, inteso come sport, ha poco a che fare. La partita con il Psg è stata una farsa che ha concluso una vicenda ridicola. Le sfide tra il club della capitale e il Marsiglia, ribattezzate "derby di Francia", sono da sempre cariche di tensione e colpi di scena. Stavolta però si è andati oltre. Il 28 febbraio, preoccupata dei possibili scontri tra hooligans, la Prefettura di Parigi ha imposto l'anticipo alle 17 e programmato il dispiegamento straordinario di 1200 tra poliziotti e celerini. Il giorno dopo, Pape Diouf, presidente del Marsiglia, ha minacciato di boicottare la trasferta se i dirigenti del Psg non avessero raddoppiato i mille posti riservati ai suoi ultras al Parco dei Principi. La domanda è stata respinta dalla dirigenza del Psg che aveva già venduto i biglietti in questione. Un affronto per l'unico presidente nero del calcio europeo: «non si va allo stadio per rischiare la vita. I miei tifosi restano a casa e a Parigi mando la primavera». Una mossa astuta per togliere ogni appetibilità ad una partita su cui Canal+, la rete criptata proprietaria del Psg che ha l'esclusiva sui diritti della Ligue 1, aveva costruito il palinsesto della giornata. E ieri, infatti, è arrivata la richiesta di risarcimento alla Lega. Domenica, lo spicchio di tribuna riservata ai marsigliesi è rimasto desolatamente vuoto. Stracolmo il resto dello stadio, protetto da un dispositivo di polizia che almeno ha impedito tafferugli tra frange opposte di hooligan parigini che da un anno si fanno la guerra. I 42 mila presenti che si aspettavano la goleada, magari come il 9-1 inflitto dalla Juventus alla primavera interista nel 1961, sono rimasti però a bocca asciutta. I ragazzini del Marsiglia hanno chiuso ogni spazio, aiutati anche dalla dea bendata, azzerando il gioco delle star parigine. Uno spettacolo non proprio entusiasmante che ha spinto Pierre Blayau, il presidente del Psg, a chiedere ufficialmente scusa, imitato dall'allenatore Guy Lacombe. Arrabbiata anche la Federcalcio. «E' l'immagine del calcio che ne esce deteriorata», ha sentenziato il presidente Jean-Pierre Escalettes. Ieri poi si sono scatenati anche i giornali. «Ridicoli», ha sparato in prima pagina il quotidiano Le Parisien; «L'umiliazione», ha replicato France Soir. Ma il giudizio più severo lo ha emesso L'Equipe. «Povero calcio» era il titolo dell'editoriale che ha fatto notare che mentre al Parc de Princes, domenica, è andata in scena una triste mascherata, sabato, allo Stade de France, il rugby ha dato un'altra lezione di civiltà e spettacolo. Nel tempio che consacrò la Francia di Zidane campione del mondo, lo Stade Français dei fratelli Bergamasco e di Sergio Parisse ha battuto il Grenoble per 21-16, di fronte a 79604 tifosi (nuovo record), uniti dalla passione del rugby, condivisa a prezzi modici (biglietti a 5 e i 10 euro) e in modo pacifico. Nessun dispositivo di sicurezza particolare, ma solo una copertura di routine da parte della Prefettura. di Alessandro Grandesso Foto e testi presenti in tifo-e-amicizia.it sono stati in parte prelevati da Internet e quindi valutati di pubblico dominio. Se i soggetti o gli autori avessero qualcosa in contrario alla pubblicazione possono segnalarlo alla redazione che provvederà prontamente alla rimozione. |
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