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Ora il Taranto deve tornare alla "normalità"

Prima considerazione. Il Taranto può consolarsi: non c'è un altro Gallipoli in giro. Una squadra così solida, coesa e serena non la incontrerà più sulla sua strada: né sino al termine della stagione regolare (altre sette partite), né ai playoff. Una squadra consapevole a tal punto della propria forza da poter decidere per sé e per gli altri. Alzando e abbassando il ritmo, mutando atteggiamento, alternando il lancio lungo (per la "spizzata" di testa e l'inserimento laterale) alla costruzione bassa (per le proiezioni degli esterni di centrocampo e per i tagli degli uomini del tridente). Solo una squadra tatticamente matura e agonisticamente convinta può permettersi di giocare con ordine ed energia in casa del Taranto. Solo al Gallipoli poteva riuscire quella partenza risoluta e quell'avvio di ripresa bellicoso (chiara l'intenzione di vincere, poi attenuata dall'espulsione di Iennaco). Solo il Gallipoli poteva assorbire, senza disunirsi, senza riportare danni, anzi cercando ancora di procurarli (palo di Castillo), l'inferiorità numerica. Una squadra così merita il primato. E merita, soprattutto, di finire la sua corsa in C1. Il Taranto lo ha sempre sospettato. Ora lo sa. Non ci possono essere rimpianti. Si può ragionare sulle proporzioni del distacco. Non ci può essere discussione sulla continuità di rendimento: ce n'è troppa ormai alla spalle del Gallipoli. Impossibile pensare che sia un caso. Seconda considerazione. È complessivamente difettosa la prova del Taranto, che all'inizio non si ritrova e alla fine non capitalizza l'uomo in più. Gli impacci del primo tempo discendono direttamente dall'atteggiamento ringhioso del Gallipoli e indirettamente da un conseguente disagio nella preparazione e nello sviluppo della manovra. Avversari sempre addosso per i due interni, fasce chiuse per i due esterni. Risultato: linea di centrocampo spesso nell'impossibilità fisica di accompagnare l'azione offensiva. A fare gioco, cercando superficie libera sulla sinistra, il solo Deflorio. A non garantire i movimenti giusti, andando ripetutamente incontro al pallone quando invece era necessario allungare la squadra, incuneandosi dentro l'area, Di Domenico. Emblematico quel traversone basso di Deflorio col pallone che attraversa tutta l'area, senza incocciare compagni. Nella ripresa per tredici minuti il Gallipoli accarezza l'idea di poter vincere. La coltiva, avanzando. La culla, attaccando con un numero sempre maggiore di uomini. Poi Iennaco si fa espellere, aprendo un'altra partita possibile. Quella di un Taranto che, sfruttando la superiorità numerica, avrebbe potuto organizzarsi e farla sua. Ma non succede. Perché il Gallipoli si risistema, facendo oscillare il modulo (logiche correzioni). E perché il Taranto perde un po' di tempo a capire come si attacca una squadra con un uomo in meno. Papagni, stavolta, non l'aiuta. Discutibile, infatti, è la prima sostituzione, quella che avrebbe dovuto ridisegnare l'assetto e sfruttare il vantaggio numerico. Col senno di poi - di chi ovviamente non è chiamato a decidere prima o durante - si può forse sostenere che, a quel punto (27' della ripresa), togliere un uomo alla manovra (Mignogna) per aggiungere un secondo centravanti all'attacco (Ambrosi) non ha sortito alcun effetto. La staticità di Ambrosi, schiacciato su Di Domenico e spesso in fuorigioco, ha agevolato la difesa gallipolina, che ha trovato nell'ex stabiese un comodo punto di riferimento. Ottenendo un'insperata, nonché virtuale, parità numerica dove poteva nascere il gioco degli avversari, cioè fuori dall'ormai intasata area di rigore. Malgrado ciò, il Taranto ha avuto due occasioni per passare, entrambe con Di Domenico, finalmente deciso a tagliare dentro l'area. Terza considerazione. Meglio dimenticare ora l'eccezionalità (tecnica, emotiva e agonistica) della sfida col Gallipoli. Le partite che daranno la misura concreta del nuovo Taranto saranno le prossime. Bisognerà tornare a quella normalità (d'approccio, di tenuta, di rendimento) che il derby ha momentaneamente interrotto. di Lorenzo D'Alò22 marzo 2006

«Taranto, puoi farcela»
Petrachi, Moriero e Bitetto lunedì erano in tribuna. Il loro giudizio è unanime: «I rossoblu possono puntare alla C1 dai playoff: Papagni sta facendo un buon lavoro. E che pubblico»

Gente che c'era. Che ha visto, con l'occhio di chi conosce il calcio. Che ha preso appunti mentali sul Taranto, una volta messo di fronte al Gallipoli. Gente seduta in tribuna, discretamente. Volti scrutati e lasciati ad osservare. Il giorno dopo, parlano. Parlano di un pareggio senza gol, ma con discreti colori. Parlano di un Taranto d'acciaio che non si è fatto bucare e di un avversario che sta in testa con giusti meriti e, a sua volta, non ha concesso spazi e tantomeno gol. Parlano di un campionato chiuso per la promozione diretta e di una corsa per i playoff tutta da giocare. 
Parla Gianluca Petrachi, tanto per cominciare. Direttore sportivo del Pisa, adesso: «Ho visto un Taranto simile a quello che ha giocato ad Andria, una squadra che, ormai, ha la propria fisionomia. Un gruppo compatto che, a differenza delle altre volte, non è stato cinico. Ma aveva di fronte il Gallipoli che è la migliore difesa del campionato. Non credo che si potesse fare molto di più». Petrachi cerca di rimanere neutrale. Ma l'esperienza nel Taranto (giocatore prima e direttore sportivo per troppo poco) prevale sulle sue origini salentine: «Mi è piaciuta la cornice di pubblico, ma non la scopro io: Taranto è una città con una grande passione, che ha i titoli per abitare in un altro calcio». Poi si torna sulle argomentazioni tecniche: «Il Taranto è cambiato: sa quello che vuole, si difende molto bene. Ha Caccavale e Pastore che fanno la differenza. Ma la cosa che si nota facilmente è l'equilibrio tattico e mentale che questa squadra ha trovato: gioca più serena, è meno precipitosa. Adesso fa circolare bene la palla, anche in fase difensiva, fino a quando non c'è il movimento giusto da parte di De Liguori e Mancini. E' una buona strategia». Per crescere, però, c'è bisogno di trovare un difetto. Petrachi non ci arriva subito, ma poi aiuta l'analisi: «Secondo me deve migliorare dal punto di vista del gioco sugli esterni: nel momento in cui un giocatore come De Liguori e Mignogna accelera crea sovrannumero nella zona della palla e può far nascere situazioni positive. Ma la chiave è Mancini, se le verticalizzazioni passano da lui trova il modo per mettere in difficoltà gli avversari. Se non viene messo in condizione il Taranto fatica: Di Domenico e Deflorio stanno bene insieme, ma quando non arrivano palloni Deflorio deve allontanarsi troppo. Sono dettagli da limare, non autentici difetti. Perché il Taranto resta una grande squadra. E io ne resto un tifoso. Ai playoff bisognerà stare attenti alla Cisco Roma: è l'unica squadra che può essere considerata alla pari». 
Parla, anche, Checco Moriero. Tecnico in attesa (sta facendo il Master a Coverciano con Papagni), campione dal passato illustre. Anche il leccese era in tribuna: «Ho visto bene il Taranto: mi è piaciuto. Salterei l'inizio, magari, in cui qualcuno era contratto: ha subito gli attacchi del Gallipoli, che ha tre giocatori di grandissima qualità, ma poi ha ripreso l'attenzione e non si è più scoperto molto. Forse alla fine aveva la possibilità di vincere: il mio amico Papagni avrebbe probabilmente dovuto osare di più. Ma a lui vanno sinceri complimenti: ho visto una mentalità vincente, una squadra che non ha paura». Moriero non si sottrae. Parla serenamente. Il calcio, del resto, è la sua vita: «Non è stata una partita eccellente, ma era normale: il finale del Taranto forse meritava qualcosa in più, ma il Gallipoli ha chiuso tutti gli spazi: in fase di non possesso si difendeva in sette. Il Taranto, però, mi è piaciuto davvero: ho visto una squadra pimpante, messa bene fisicamente: Papagni ha fatto davvero grandissime cose. Non fermiamoci al risultato quando facciamo l'analisi: c'era il Gallipoli di fronte, non una squadra qualsiasi». Il futuro potrebbe sorridere al Taranto. Moriero sembra pronto a scommetterlo: «Ho visto un pubblico da grande, affamato: mi è sembrato di tornare indietro nel tempo. Un tifo così ai playoff può fare la differenza: secondo me Gallipoli e Taranto si ritroveranno anche l'anno prossimo». 
Parla, infine, Dino Bitetto, ex tecnico del Manfredonia. Era in disparte, nella notte dello Iacovone. Era silenzioso osservatore. Adesso fa il commentatore: «Avevo visto il Taranto anche a Melfi: questo ha una faccia completamente diversa. Ho visto una squadra ben messa, che massimizza le potenzialità dei propri giocatori. E' la cosa importante che Papagni che sta facendo: ha messo le cose in ordine». Bitetto ha visto il Taranto fare la partita: «Il Gallipoli ha giocato come una capolista, a questo punto della stagione, deve giocare. Ha cercato di gestire la partita, forte del grande vantaggio che ha. Il Taranto, invece, ha cercato di batterlo con la forza di volontà e con le capacità dei singoli». I singoli, parliamone: «Prima parlo di una reparto: ho visto una difesa ben organizzata e solida, difficilmente insuperabile. E poi Deflorio continua a giocare come un ragazzino, rimane un grande giocatore. Non conoscevo bene Mancini, invece: mi ha impressionato. Con Manoni fa un'ottima coppia centrale». Ultimi consigli: «Ora il Taranto deve prepararsi al meglio per i playoff: i giocatori devono essere forti come lo sono la piazza e la tifoseria. Quello che ho visto alla Iacovone merita più dela C2». di Fulvio Paglialunga22 marzo 2006

«Il nostro tifo è di categoria superiore»
Non si spegne l'eco del derby in diretta tv con il Gallipoli. Mancini: «Emozione indescrivibile». Manoni: «Mai giocato al cospetto di tanta gente». Il trequartista: «Troppa tensione all'inizio». Il mediano: «Forse meritavamo di più»

Tantissime emozioni, forse troppe per chi, a causa della giovane età o di una carriera spesa soprattutto cercando di conquistare la permanenza, non aveva mai avuto l'occasione di scendere in campo dinanzi ad un pubblico così caldo e numeroso. Manuel Mancini e Manolo Manoni, per versi opposti, rispondono all'identikit fornito. Il giovane trequartista romano, cresciuto nel vivaio della Lazio, ha disputato le uniche due stagioni da professionista nell'Alto Adige; il biondo mediano di Jesi, invece, ha tanta esperienza accumulata in categoria, giocando per lo più in squadre che hanno sempre lottato per evitare la retrocessione (Fiorenzuola, Ragusa, Isernia, Latina). Lo spettacolo e il sostegno fornito dai supporters rossoblù in occasione del derby contro il Gallipoli ha stupito oltre misura Mancini . «Non mi era mai successo di giocare di fronte a tanta gente. È uno spettacolo stupendo, i tifosi ti danno una carica impressionante. Questa gara è un ricordo che porterò sempre dentro di me. Ho imparato a dosare le emozioni, per la prima volta mi sono sentito un calciatore vero». Sensazioni forti, esplicitate da un calciatore che ha davanti a sé una carriera ricca di soddisfazioni. L'analisi, poi, si sposta sulla andamento della contesa. «Risultato giusto? Probabilmente meritavamo qualcosa in più, ma accettiamo il verdetto del campo. È un punto importante più per il morale. Nel primo tempo abbiamo siamo stati troppo attendisti, ci siamo fatti schiacciare a centrocampo, senza renderci mai pericolosi. Nella ripresa, invece, abbiamo aumentato il pressing, confezionando le due occasioni più nitide della gara con Di Domenico. È mancato soltanto il gol». Compagno di tante battaglie nella zona nevralgica, Manolo Manoni ha disputato la solita prestazione gagliarda e ricca di quantità. La sua disamina non si distacca molto da quella del suo compagno di reparto. «C'era molta tensione e, nel primo tempo, non siamo riusciti a sbloccarci. Eravamo contratti, abbiamo lasciato manovrare il Gallipoli senza aggredirlo. Nella seconda frazione abbiamo mutato atteggiamento. L'espulsione di Iennaco ci ha dato una mano, con un uomo in più abbiamo sfiorato la rete in un paio di circostanze. Lafuenti è stato strepitoso sul colpo di testa di Di Domenico. Abbiamo affrontato un'ottima squadra che ha dimostrato di occupare meritatamente la prima posizione. Ma la nostra prestazione lascia ben sperare: giocando così, non avremo problemi a conquistare i playoff. I tifosi? Semplicemente straordinari. Finalmente ho potuto ammirare il calore e il sostegno del nostro pubblico. Non avevo mai vissuto un'esperienza simile». Domenica prossima è in programma una difficile gara sul campo del Latina. Ovvero la squadra in cui Manoni ha militato fino allo scorso 30 gennaio. «So già che mi fischieranno, la piazza non ha digerito il mio addio. Sarà una gara difficile: il Latina non ha mai vinto nel girone di ritorno e, per avvicinarsi ai playout, cercherà di ottenere l'intera posta in palio». di Fabio Di Todaro22 marzo 2006

Una squadra che resiste
L'autogestione della Sambenedettese tra hot dog, collette e comiche sfide elettorali

L'ultimo allenatore vero, Francesco Chimenti, era stato chiaro. «Aveva posto una sola condizione: che una parte degli stipendi arretrati venissero pagati entro una settimana. I soldi non sono arrivati e Chimenti se ne è andato. Ora siamo soli», racconta Gianluca Colonnello, 33 anni, giocatore della Sambenedettese, terzultima in C1, e come recitano i tabellini dei giornali del lunedì, neo allenatore della squadra insieme al capitano Zanetti, nell'autogestione pauperistica messa in piedi da quasi un mese. Da quando cioè la situazione è precipitata e i creditori che non hanno visto un soldo, hanno chiesto il saldo. Una squadra allo sbando la Samb, con tragici accenti comici. Storie agre come quella di Macaluso, il centrale uruguaiano in viaggio perpetuo sulla rotta sbagliata. Reduce dal fallimento del Venezia, ha scelto il mare di S. Benedetto del Tronto, affogandoci. Non prende nulla da quasi un anno e va ad allenarsi in bici. Non ha i soldi per pagare l'assicurazione della macchina, mangia a casa col conterraneo Yantorno per risparmiare e rimpiange la serietà del campionato di provenienza, quello guatemalteco. L'Italia che resiste ha la voce stanca di Colonnello, alle prese con allenamenti da condurre, giovani ragazzi da consolare, imprese sportive come quella di nove giorni fa nella bassa bresciana, a Lumezzane, dove i suoi picari hanno vinto in 10, e in cui prima di scendere in campo, ha dettato la formazione ai compagni. «E' stata una giornata unica: vincere nell'improvvisazione ci ha emozionato. Le difficoltà ci hanno unito, c'è rispetto tra noi. Prima della gara ci siamo abbracciati e ripetuti che giocavamo per l'orgoglio e la dignità». Domenica è andata meno bene. Sconfitta interna con la Salernitana e magro incasso, immediatamente pignorato dall'ufficiale giudiziario. «Ma 3.000 persone ci hanno applaudito. Una solidarietà commovente. Al ritorno da Lumezzane, dopo sette ore di pulmann, avevo fame. C'e' un chiosco che vende hot dog davanti allo stadio, era aperto e ho mangiato un panino insieme ai compagni. Non è stato possibile pagare. Tutto gratis. Come i buoni spesa e quelli per il parrucchiere, la lavanderia e i pasti. I tifosi hanno trovato alberghi e appartamenti per i giocatori sfrattati per morosità, senza pretendere nulla e hanno iniziato a distribuirci i proventi delle collette che hanno organizzato per noi». Colonnello del calcio aveva un altro ricordo: «Non avevo mai visto niente di simile. Tre anni fa giocavo a Lecce, in serie A, ma ora i tempi sono duri, per l'Italia e per il pallone. Ho visto persone umiliate e una mancanza di rispetto assoluta verso le persone. Abbiamo cambiato 5 tecnici, un'infinità di dirigenti, mezza squadra al mercato di gennaio e non prendiamo soldi da mesi. Una confusione indescrivibile». Procurata, a detta di molti, dal neo presidente Alberto Soldini. Romano, 53 anni, imprenditore ortofrutticolo con brame di espansione su S. Benedetto, dove il campo è sacro ed esistono realtà come Surgela e Marevivo. Agli inizi dell'avventura, osannato, si lasciò andare promettendo la serie A. Oggi, dopo qualche assegno non andato a buon fine, a 80 giorni dal suo insediamento, in città non può neanche mettere piede. Qui dove Gigi e Andrea girarono il profetico Mezzo destro, mezzo sinistro, due calciatori senza pallone e dove la realtà ha superato la fantasia, i creditori lo inseguono e la tifoseria lo detesta. Difficile che lo segua nell' ultima scommessa, quella elettorale. «Se vuoi un futuro incerto/ vota Soldini Alberto», irrideva lo striscione esposto a Lumezzane. L'inaudita corsa alla Camera nelle Marche e nel Lazio per L'Italia dei valori di Antonio Di Pietro ha avuto qualche prevedibile sussulto. Dicono che il capo sia furibondo. La sua lettera aperta di venerdì scorso somigliava a una scomunica: «Ho appreso con stupore e preoccupazione quanto sta accadendo a S. Benedetto... mi auguro che il candidato Soldini possa chiarire nel più breve tempo possibile la delicata situazione. Se risultasse vero che il presidente della Samb calcio ha emesso assegni a vuoto e via dicendo,(sic) come capolista alla camera sceglierò il seggio della circoscrizione Marche per evitare l'alternativa Soldini. Sono impegnato da anni a difendere la legalità, la giustizia, la moralità». Il palpabile imbarazzo telefonico del coordinatore regionale Dante Merlonghi, suggerisce che il sogno di arrivare a Montecitorio rimarrà tale. «Sono sempre per la presunzione di innocenza ma se sarà aperta un'indagine, Soldini verrà estromesso dalle liste». Sarà, ma stasera alle 19, la sala consilare del municipio prenotata dall'Italia dei valori, vedrà la scena madre: l'ex Pm e Soldini dovrebbero infatti incontrarsi alla presenza di stampa e squadra, per chiarire il loro ambiguo matrimonio. La gente per ora osserva sgomenta e aspetta una data, quella del 31 marzo, quando la Società dovrà regolare Irpef, Inail e garantire la necessaria solidità per la stagione in corso e per quella futura, se ce ne sarà una. Per quel giorno, l'uomo che voleva affidare le sorti della squadra a Stefano Martini, imprenditore romano e dirigente del Tor dè Cenci, girone B del campionato di promozione, avrà ceduto la società. Col vento che raschia il telefono, lo conferma lui stesso. «Certo che vendo, ci mancherebbe. Mi stanno massacrando, non ne posso più. La verità è che ho fatto un acquisto incauto, ereditando dai precedenti proprietari, Mastellarini e Paterna, una società piena di debiti cui ho provato a fare fronte». E gli assegni? «I giocatori sono stati pagati, ho solo avuto un ritardo di un paio di mesi. Pago sempre tutto io, altro che assegni protestati». La squadra e la città (l'hotel Villa Picena ha presentato ad esempio un'istanza di fallimento per 40.000 euro) la pensano diversamente. Soldini verso i giocatori usa una freddezza notarile, da sgombero poliziesco: «I giocatori, autogestendosi, compiono qualcosa di assolutamente irregolare, non hanno i titoli amministrativi per farlo, non è mai successo prima d'ora. Con loro non ho rapporti». Poi minaccia, gelido: «Credo siano consigliati anche male, non si rendono conto che è pericolosissimo per la loro carriera. Adesso basta però, dalla prossima settimana reagisco e querelo tutti coloro che mi hanno infangato. L'allucinante danno d'immagine che questa storia mi ha provocato non resterà impunito». In settimana dovrebbe subentrargli una cordata di imprenditori locali, almeno così pregano in città. Giuseppe Galderisi, esonerato ad inizio stagione, a Soldini non crede. «La serie C sta male e questa storia è un film. C'è una difficoltà di valori, di ideali, di passione. Entrano nel calcio personaggi sempre più strani, che una volta scoperto che quello che cercavano non c'era, abbandonano la nave. Ho visto ambienti che mi hanno lasciato un punto di domanda incredibile, ragazzi dividere una stanza in due e anche in tre, alberghi chiudere la porta e ristoranti rifiutarsi di servire il pasto. Ho visto uomini trattati senza umanità, una vergogna. Ci vogliono regole serie e i contratti devono essere rispettati».Galderisi, esonerato ad inizio stagione, un contratto lo avrebbe, ma finora gli hanno pagato solo 15 giorni d'agosto. Soldini l'ha richiamato, lui preferisce vivere. «Hanno mandato un telegramma a tutti, ma proprio a tutti gli allenatori. Volevano uno che concludesse senza scandalo l'annata. Bene, dico: prima di andare ditemi, con chi parlo? Chi rappresenta la società? Nessuna risposta. Allora sono rimasto a casa mandando un certificato. Non c'è un referente, uno straccio di programmazione, una condizione minima di dignità per lavorare». di Malcolm Pagani22 marzo 2006

Stipendi in ritardo
In serie C il rischio del "nero"

«Sarà un'estate calda». Così disse, l'anno scorso, Franco Carraro e ci prese in pieno: fu un'estate rovente, per il mondo del calcio. Con club che saltavano, ricorsi al Tar e al Consiglio di Stato. Sinora Carraro non ha detto nulla, e chissà se lo dirà. Perché le cose sono nettamente migliorate e almeno in A e B non sono previsti, al momento, club con l'acqua alla gola. I presidenti stanno più attenti, e sono molto più puntuali con il pagamento degli stipendi (e anche delle tasse). I ritardi sono più contenuti rispetto al passato (due-tre mesi): il Siena, ad esempio, ha pagato ultimamente il mese di novembre ai suoi giocatori. Niente di grave insomma, anche se il club di Paolo De Luca, che fa autentici miracoli per lottare con le grandi, rischia di chiudere anche quest'anno con uno sbilancio (forse di una ventina di milioni: ma il Monte dei Paschi potrebbe dare una mano). Anche in serie B non ci dovrebbero essere situazioni a rischio: la Triestina, ad esempio, presto potrebbe passare di mano. Tonelotto la cede per una cifra intorno ai cinque milioni di euro. Ma i compratori prima vogliono vederci chiaro nel bilancio. In Serie C invece ci sono molti club in sofferenza, o che stanno con difficoltà cambiando di proprietà. Due società soprattutto in crisi, la Sambedettese (che fu anche di Gaucci) e l'Acireale. Molti club sono in netto ritardo con pagamento degli stipendi ma i calciatori, sovente, stanno zitti e non si rivolgono nemmeno al loro sindacato. E sapete perché? Perché prendono il 30% dello stipendio come minimo di contratto e il resto in nero. E in questi casi, sa sa, il silenzio è d'oro. di Fulvio Bianchi22 marzo 2006

Taranto di notte: comunque bello!
Il Taranto, nel posticipo, non riesce a superare il Gallipoli, degna capolista di questo torneo Risultato giusto, con le squadre che hanno sbagliato poco, annullandosi. Grande pubblico

Finisce pari: perché due squadre così finiscono per annullarsi. Finisce pari: perché nella notte dello Iacovone Taranto e Gallipoli non sbagliano nulla. Perché tatticamente si elidono, perché è destino che non si debba stabilire la più forte. Finisce pari, soprattutto, perché è giusto. E perché niente sembra dover sporcare l'immagine di una serata di grandi numeri e calcio duro ma immacolato, vero anche senza gol (l'imbattibilità di Gori è, ora, a 611 minuti). 
Sfida bella per l'interpretazione tattica delle due squadre, bella per la grande cornice di un stadio tornato al tempo dei sogni. Diecimila spettatori, applausi senza insulti: calcio sano, addirittura troppa perfezione per avere anche un gol. Va tutto bene, allora: anche il punto che le due squadre si prendono e gli applausi che si dividono. Va bene l'avvio rapido del Gallipoli, che con un punto si blinda, e il finale avvincente del Taranto, che non agguanta il Melfi ma resta in scia. Va bene la festa: passione e colori in posa per la tv. 
E' pari, ma sembra che abbiano vinto tutti: è il gusto del derby, piacere antico. E' il gusto del calcio che conquista diritto di cittadinanza anche in un pareggio bianco ma non vuoto. Perché la sfida è densa da subito: il 4-4-2 di Papagni non ha sorprese negli uomini e nell'impostazione. Gioco paziente e difesa alta per tenere lontano da Gori il tridente del Gallipoli (3-4-3, come sempre). C'è vita, in campo. Sin dall'inizio: energico e passionale, carico di temi e di iniziative. Il gruppo di Auteri ha velocità e meccanismi rodati: cerca il gioco verticale e il taglio di uno tra Clemente, Castillo e Innocenti. La banda di Papagni non disperde mai l'ordine: distanze ridotte tra centrocampo e difesa, chiusure puntuali di chi sutura al centro. La novità è nella fase offensiva: Deflorio spesso parte da destra e Mignogna spinge da sinistra, per allargare i tre uomini con cui Auteri si difende. 
Il Gallipoli attacca di più (2', destro di Clemente, fuori) puntando sulla velocità, il Taranto attacca forse meglio, cercando una maggiore varietà di manovra. Palla sugli esterni, appena si può: l'istruzione di Papagni pare questa e scopre l'ispirazione di Deflorio, mobile come mai e immediatamente dentro la partita. Il tempo non serve a provocare distrazioni: Taranto e Gallipoli sbagliano poco e quasi si annullano. Sfuggono al controllo una punizione di Mignogna (14', sinistro alto) e una penetrazione di Minadeo su angolo di Clemente (29', il tocco di destro è alto). Poi il copione si riprende: il Gallipoli accetta il rischio della difesa alta e del fuorigioco sistematico, il Taranto copre gli esterni e spolvera i centrali della retroguardia. E riparte: il centrocampo osa poco, però, badando a non sprecare, Deflorio deve salire per recuperare il pallone che non arriva e inventare calcio alla sua maniera. Gli spazi sono intasati: il centrocampo salentino rafforza spesso l'ultima linea, avendo due mediani da corsa in mezzo, sistematicamente schierati sulle fonti rossoblu, e due esterni che sorreggono la difesa. C'è sempre un giallorosso di fronte al portatore, non c'è mai campo sgombro. Infatti il Taranto non riesce a creare: Di Domenico cerca lo spunto (38', tiro di destro accentrandosi) ma non trova la forza per sorprendere. 
Si gioca ad armi pari, anche subito dopo il giro di boa. Nulla sembra scalfito dall'intervallo. Né la grinta né le disposizioni: il Gallipoli mantiene la guardia alta, raddoppiando su Deflorio (un mediano che lo segue in partenza e un difensore lo raggiunge al secondo passo). L'occupazione del campo è strategica, per l'una e per l'altra: due squadre che si conoscono sanno anche come annullarsi. Mentalità differenti: il Gallipoli ha la prepotenza di chi comanda e può permettersi giocate di forza, il Taranto ha il vento di chi rimonta alle spalle, ma non si immola inutilmente. Attende, cerca lo spazio, muove le pedine con senno. Tirano i salentini, due volte: con Capece (4', tiro dal limite alto) e con Nigro (11', testa su cross di Castillo, alta). Poi i giallorossi si inguaiano: Iennaco è ingenuo a toccare un pallone di mano a centrocampo, andando incontro al secondo giallo (13') e, quindi, al rosso. Auteri pesca dalla panchina, per ovviare: dentro Ciccarese, fuori Clemente e 3-4-2, prima, dentro Cavola, fuori Esposito e 4-3-2 poi, quando sembra che il Taranto possa entrare in area agevolmente. La contromossa di Papagni è con gli stessi uomini: Mignogna avanza il modulo è più simile al 4-3-3. E aumenta la presenza offensiva, spesso vanificata dalla perfetta applicazione del fuorigioco dei difensori salentini. Ma l'estro non è un calcolo: infatti Castillo sbuca fuori da ogni schema. Un cross di Cavola dalla trequarti (25'), un colpo di testa anticipando Pastore che Gori calcoa fuori e invece finisce sul palo. 
Papagni azzarda: Ambrosi prende il posto di Mignogna (27') e rende il tridente puro (poi passerà al 3-4-3). L'effetto è chiaro: Auteri sembra non chiedere troppo, il Taranto invece vuole di più. Quasi ci riesce con Di Domenico, due volte. La prima: Mortari (34') mette un pallone alle spalle della difesa, la punta si fa trovare dove deve ma tira, al volo, con troppa fretta e poca precisione da una posizione ghiotta. La seconda: cross di Caccavale (41'), il colpo di testa in corsa è deviato in angolo da una prodezza di Lafuenti. Ci riesce, invece, con Micallo (48'), ma il fallo di Di Domenico su Lafuenti è precedente. Annullato: è giusto che finisca così. di Fulvio Paglialunga21 marzo 2006

«Un punto da non disprezzare»
«I salentini hanno dimostrato di meritare ampiamente la C1»

Risultato giusto e vittoria da ricercare sin dalla prossima trasferta sul campo del Latina. Il leit-motiv delle dichiarazioni dei giocatori del Taranto è questo. Il primo a concedersi ai taccuini dei giornalisti è il centravanti Di Domenico, protagonista nel finale con due nitide palle gol (un tiro terminato alto e un colpo di testa deviato in corner da Lafuenti). «L'unico rammarico è quello di aver sprecato un tempo intero. Nei primi quarantacinque minuti potevamo creare di più, ma la tensione probabilmente ha giocato un brutto scherzo. La rete non convalidata? Il contatto con Lafuenti c'è stato, ma non sono in grado di dire se fosse falloso. Lui è uscito in presa alta, io ho cercato il colpo di testa. Il pubblico? E' stato straordinario, ci ha galvanizzato sin dal riscaldamento e meritava di assistere ad una vittoria. Purtroppo non ci siamo riusciti, ma già da domenica prossima dovremo riprendere la marcia verso i play-off». «Abbiamo disputato un'ottima gara, - è il commento del vicecapitano Pastore -, ma va dato atto al Gallipoli di essere venuto a Taranto per giocare la partita. Potevano accontentarsi del pareggio, invece hanno lottato e hanno anche sfiorato il gol con Castillo. Hanno dimostrato, qualora ce ne fosse bisogno, di meritare ampiamente la C1. Guardando la classifica, abbiamo sei punti di vantaggio sulla sesta. Un buon vantaggio se si considera che, con il Gallipoli, abbiamo terminato il ciclo delle gare difficili. Domenica prossima ci attende una battaglia, il Latina è a caccia di punti importanti per la salvezza. Se giocheremo come facciamo da due mesi a questa parte potremo toglierci un'altra soddisfazione». Manoni: «All'inizio eravamo molto tesi, nella ripresa ci siamo sbloccati e abbiamo confezionato un paio di occasioni importanti. Abbiamo atteso le mosse dell'avversario, dopo l'espulsione di Iennaco abbiamo alzato il ritmo ma il Gallipoli si è difeso con ordine. Il pareggio, comunque, non è un risultato da disprezzare. Il nostro campionato non termina qui: c'è ancora da lottare, dobbiamo cercare di assicurarci un posto nei playoff al più presto. Magari riprendendo a vincere già domenica prossima». di Fabio Di Todaro21 marzo 2006

Taranto, il cuore non basta
Mister Auteri soddisfatto del pareggio

Manca il sorriso in casa tarantina. Il pari bianco rituffa ufficialmente il Taranto al terzo posto, sia pure ad un punto dal Melfi. Il presidente Blasi: «Purtroppo è andata così. Le due squadre si sono date battaglia a viso aperto. Con un pizzico di fortuna in più avremmo potuto agguantare i tre punti, ma va bene anche così». Cosa è mancato al Taranto? «Avremo dovuto correre un po' di più e tirare maggiormente in porta. In particolar modo quando il Gallipoli è rimasto in dieci per l'espulsione di Iennaco, avremmo dovuto spingere di più. Non sono stato d'accordo con l'arbitro sul gol annullato a Micallo: a me è parso che Lafuenti avesse perso la palla». Deflorio e soci sono scivolati al terzo posto. «Al momento è così, ma bisognerà far di tutto per recuperare la seconda poltrona nel più breve tempo possibile». I tifosi? «Sono stati eccezionali. Abbiamo la grande fortuna di avere un pubblico a dir poco da C1 per cui dovremo impegnarci tutti quanti nel raggiungere il torneo superiore a fine stagione». Mister Papagni cerca di sdrammatizzare la situazione: «Il pari ci permette di rafforzare la nostra posizione nella zona playoff. La gara è stata corretta, agonisticamente e tatticamente valida, di buon livello tecnico. Il campo ha detto senza ombra di dubbio che fra Gallipoli e Taranto non ci sono gli undici punti di differenza come indica la classifica». È mancato il gol-vittoria. «Di fronte c'erano due formazioni cui è veramente molto difficile segnare. Il Gallipoli detiene addirittura il record del minor numero di reti incassate; noi, dal nostro canto, non subiamo gol da sei settimane. Le abbiamo provate tutte, purtroppo non siamo riusciti ad ottenere quella vittoria che ci avrebbe consentito di ritornare sulla seconda poltrona in classifica. Mi spiace moltissimo per il nostro pubblico che è accorso in maniera eccezionale, facendo un tifo incredibile. Spesso e volentieri non sono riuscito a colloquiare con i miei giocatori. Ora bisogna rimboccarsi le maniche e riprendere la corsa verso il secondo posto. A Latina, domenica prossima, ci attende una gara difficilissima». Mister Auteri è ovviamente soddisfatto: «Credo che il risultato finale sia giusto. Le due squadre hanno cercato con molto ardore ed agonismo di superarsi, ma non ci sono riuscite. Negli ultimi venticinque minuti, in dieci, siamo stati costretti ad arretrare il nostro baricentro ed il Taranto si è reso più pericoloso». di Giuseppe Dimito21 marzo 2006

"Encomio" per Taranto Gallipoli

Caro Presidente e Dirigenti tutti, 
ieri la gente di Taranto Vi ha dato dimostrazione di ciò che fede e affetto per i colori rossoblù possono fare: 
presenza in massa malgrado la giornata lavorativa; 
grande scenografia degna di palcoscenici sicuramente più importanti; 
grande tifo continuo cominciato un’ora prima l’inizio dell’incontro; 
grande correttezza sugli spalti nei confronti degli ospiti; 
ampia partecipazione all’incremento delle casse societarie. 
Tanti ragazzi dei gruppi organizzati hanno impiegato il loro tempo libero durante la scorsa settimana e oltre per organizzare l’evento e renderlo per la propria parte degno di commenti entusiastici che i cronisti Rai e pensiamo chiunque abbia visto la partita alla TV hanno indirizzato ai tarantini. 
Pertanto, caro Presidente e Dirigenti tutti, ssssttttttt……..mi raccomando, non diciamo a nessuno che fuori da quelle mura, alle ore 19,15 circa ottomila persone del settore gradinata erano costrette ad entrare da due sole porticine accalcandosi e premendo paurosamente come un muro contro un muro; 
Sssssssttttttt………., mi raccomando, non diciamo a nessuno che fuori da quelle mura, alla stessa ora, decine e decine di invalidi, tra cui gente in carrozzina, gente con problemi deambulatori, erano costretti a fare la fila nella calca umana che premeva verso i due buchi di ingresso senza alcuna via preferenziale; 
Non diciamo niente a nessuno che alcuni bambini sono stati sollevati a braccia per evitare lo schiacciamento nella calca creatasi a causa dei due buchi di ingresso, proprio come alcune immagini televisive che documentano scene di vita quotidiana nel Burundi o nell’India più povera. 
Non diciamo niente a nessuno che in curva nord altri due buchi servivano da ingresso a circa seimila persone che riproponevano le scene viste in gradinata con invalidi in fila e bambini in pericolo di incolumità. 
Tacciamo sul fatto che all’uscita, i novemila della gradinata ed i seimila della curva sono usciti automaticamente da due cancelletti come trasportati da un tappeto scorrevole umano che ti comprimeva il torace e ti massacrava i coglioni ma ti portava fuori senza che tu muovessi una gamba. 
E soprattutto che nessuno si azzardi a dire che è da settembre che un Vostro rappresentante, il Sig. Galigani, prende per il culo quattro poveracci handicappati promettendo in video, al telefono, di persona, l’apertura di una fatidica porta invalidi la domenica successiva (ultima promessa sul sito ufficiale della Tarantosport). 
Mi ricorda il mitico Totò: “caro mio, ieri ti ho detto che domani ti pago; oggi è oggi? …. E domani ti pago”. 
Caro Presidente e Dirigenti tutti, 
ora noi Tarantini lasciamo all’Italia tutta quell’immagine di stile, passione e lealtà che le telecamere hanno potuto riprendere e zitti zitti in un boato di silenzio diciamo a Voi tutti: 
VERGOGNATEVI E IMPARATE A RISPETTARE CHI VI SOSTIENE E CHI A CAUSA DI UNA MALATTIA GRAVE CHIAMATA PASSIONE E’ COSTRETTO OGNI DOMENICA A SUBIRE LE VOSTRE MORTIFICAZIONI FACENDO INCONSAPEVOLE L’ATTORE PROTAGONISTA DI UN FILM CHE RACCONTA LA MANCANZA DI SENSO CIVILE E DI PUDORE DI UNA PARTE DI PERSONE CHE VORREBBE RAPPRESENTARE TARANTO GIRANDO L’ITALIA CON UNA SQUADRA DI CALCIO. 

Gaetano Romanazzi, un tifoso. 

Per una gradita eventuale replica: gromanazzi@tin.it

Luci allo “Iacovone”: c'è Taranto-Gallipoli
Riflettori accesi allo Iacovone: alle 20.45 la sfida contro il Gallipoli. Diretta su Raisat

Anche l'attesa più grande prima o poi finisce. E diventa appuntamento, quindi partita. Luci accese: Taranto-Gallipoli è stasera. La sfida più bella che questo campionato possa presentare: seconda (virtuale) contro prima, la squadra forse più forte come potenziale assoluto (il Taranto) contro quella più forte classifica alla mano (il Gallipoli), più in alto per indiscutibili meriti e maggiore regolarità. 
Sfida di grandi valori tecnici con il fascino della notturna, con ragioni di classifica teorici, ma soprattutto con l'orgoglio in palio. Con la tv che inquadra (c'è la diretta su RaiSport Satellite) e il tifo che scalda, con l'atmosfera dell'evento e il calore del derby. Puglia in campo, emozioni che si avvertono: nelle code per i biglietti, nelle coreografie in preparazione. Ma anche nelle parole di chi gioca, nella preparazione dei protagonisti, nell'allenamento della mente. Non è una partita come le altre, affermarlo è come fingere. E', invece, importante per entrambe. E' importante per il Taranto: per battere il record di vittorie consecutive del dopoguerra (eguagliato domenica scorsa), per continuare a cibarsi di entusiasmo senza tradire la grande affluenza prevista, per continuare ad appuntare progressi, per riprendere il secondo posto tolto momentaneamente dal Melfi e, anche, per uscire vincente dal doppio confronto con i salentini, mostrando, così, di essere sotto solo per i propri incidenti di percorso. E' importante anche per il Gallipoli: dominatore incontrastato di un campionato ormai deciso, eppure chiamato a far valere le sue ragioni di fronte al nobile avversario. A giocare una partita che difficilmente peserà sulla graduatoria, ma che inciderà sull'onore. 
Una gara lussuosa, sfida ravvicinata dopo una lunga sfida a distanza. Taranto-Gallipoli è il massimo che il torneo possa garantire, ma è anche l'incrocio tra due scuole di pensiero. Il blasone impolverato dei rossoblu contro la voglia nascente dei giallorossi, la voglia di Taranto di riaffacciarsi sul calcio che ha conosciuto contro quella del Gallipoli di entrare in un mondo tutto nuovo. Ma è anche il calcio pratico e sereno di Papagni contro quello aggressivo e quasi prepotente di Auteri, la difesa blindata davanti a Gori (521 minuti senza subire) contro l'attacco prolifico (12 gol nelle ultime cinque partite) guidato da Castillo. La voglia di chi ha ancora strada per arrivare in C1 contro chi ha pochi metri davanti. 
E' tutta da giocare. Sicuramente piacerà: per la tecnica (entrambe hanno giocatori di categoria superiore), per la tattica (il 4-4-2 di Papagni contro il 3-4-3 di Auteri) e per lo spettacolo che si potrà vedere. Sugli spalti ci penserà la gente, in campo i giocatori. E Papagni, per non rischiare, dovrebbe dare fiducia alla stessa formazione di domenica scorsa: difesa bloccata con Mortari e Manni ai lati, centrocampo di spinta con Mignogna a destra e De Liguori a sinista. Avanti Deflorio e Di Domenico. In panchina la voglia di Ambrosi. Intorno il dodicesimo uomo. di Fulvio Paglialunga20 marzo 2006

Taranto concentrato
Nel test di ieri contro gli Allievi poche novità. Il tecnico Papagni potrebbe confermare il solito 4-4-2. Prevendita: forse si supererà quota 7.000 spettatori

Sono partite che nascono da sole quelle come Taranto-Gallipoli. Gli stimoli flettono naturalmente e i nervi faticano a sciogliersi. Aldo Papagni, tecnico dei rossoblu, anche con un pizzico di ironia, quasi avrebbe voglia di estraniarsi. «Potrei anche non esserci alla vigilia di questa partita - ammette il tecnico Papagni - Gli stimoli e la concentrazione vengono spontaneamente».
In effetti la squadra rossoblu appare molto centrata. Il test di ieri pomeriggio contro gli “Allievi” non è rientrato tra quelli più indicativi. Un po' di stanchezza e qualche errore di mira sotto porta, hanno caratterizzato una sgambatura che, comunque, fa da preludio a poche novità in vista della stesura dell'undici di partenza. Il Gallipoli, cioè, verrà affrontato in partenza con la formazione e con lo schema di gioco che ha assicurato ultimamente compattezza e affidabilità 
«Di base non ho motivo di cambiare assetto. Durante la gara, anche in virtù dei giocatori a mia disposizione, si potrà variare qualcosa a seconda di quello che proporrà la partita. Conto sulla esperienza dei miei ragazzi».
Il dubbio principale, circa lo schieramento di partenza, sta nella riproposizione di Mortari come laterale destro di difesa. Questa volta, rispetto alle due gare precedenti, c'è l'aggravante dell'avversario che in quella zona di campo disporrà di un giocatore come Innocenti, spiccatamente offensivo. Giudicando le parole dell'allenatore, Mortari ha le qualità per disimpegnarsi a dovere. In pratica la linea che sarà certamente composta da quattro elementi vedrà l'ex Sora appunto sulla destra, Caccavale (ormai verso il completo recupero dal malanno alla schiena), Pastore e Manni. A centrocampo tre posti sono già occupati: i centrali Manoni e Mancini e il laterale mancino De Liguori. Sulla corsia opposta di destra ci sarà un nuovo ballottaggio tra Mignogna e Catania. A meno che non si preveda un inserimento del più difensivo Micallo in retroguardia, con avanzamento di Mortari sulla linea dei centrocampisti. Per ora solo una soluzione alternativa.
L'attacco conterà sulla collaudata coppia di punta formata da Deflorio e Di Domenico. Limitatamente al reparto offensivo da sottolineare il dinamismo e la voglia di fare, mostrata da Ambrosi per tutta la durata dell'allenamento scisso in due tempi da quaranta minuti.
Scendendo nel particolare del test, il Taranto della prima parte è apparso piuttosto mascherato con Caccavale e Pastore centrali di difesa coadiuvati dagli esterni Micallo e Prosperi. A centrocampo Catania e Malagnino sono partiti larghi con Bussi e Deleonardis pronti ad agire in mezzo. In avanti Ambrosi e Passiatore autore, quest'ultimo, dell'unico graffio della frazione. Sono stati adottati alcuni esperimenti: difesa a tre, Malagnino e Prosperi pronti a giostrare come esterni di centrocampo con Catania a fare da pendolo dietro le due punte.
Più standardizzata la seconda frazione con il restante organico che si è imbattuto in una formazione “Allievi” rinforzata da Silvestri, Prosperi, Malagnino e Ambrosi. Questa seconda parte si è chiusa in parità con reti di Malagnino per gli “Allievi” e Deflorio per i titolari. Pochissimi i cambiamenti in corso d'opera. L'unico di rilievo ha previsto lo scambio di posizione di Manoni e Larosa disposti in sede centrale di difesa e centrocampo.
Il restante programma prevede un'unica seduta odierna a cui farà seguito domani sera la seduta da espletare sotto la luce dei riflettori. Ancora indecisione, invece, sulla rifinitura di lunedì mattina che il tecnico Papagni si riserverà fino all'ultimo momento di compiere.
Certamente si respira un bel clima di attesa in città. La prevendita, infatti, fa registrare spunti interessanti. Fino a ieri sera il numero di tagliandi venduti si aggirava sui 2.300. Dalla società fanno sapere che si tratta di cifre interessanti: per lunedì sera potrebbe essere raggiunto un numero di unità molto vicino ai 7.000 a cui dovranno aggiungersi i 400 biglietti messi a disposizione della tifoseria gallipolina. di Luigi Carrieri18 marzo 2006

Taranto, la sfida più attesa
Dubbio-Caccavale. Già esauriti i biglietti di curva

Squadra che vince, non si tocca? Sembra essere questo il motto cui si sta ispirando mister Papagni nello studiare la formazione da mandare in campo lunedì prossimo (ore 20,45, diretta su Raisport Sat) contro la temutissima capolista Gallipoli. Il ritrovato assetto tecnico-tattico ed i nuovi equilibri raggiunti dalla squadra sembrano convergere verso la conferma dell'undici iniziale che ha battuto il Real Marcianise. Purtuttavia c'è almeno un dubbio. Riguarda il malanno alla spalla di Caccavale. Ieri pomeriggio, dopo aver sostenuto la partitella contro gli Allievi, il centrale partenopeo ha risentito del dolore che lo ha colpito domenica sera. Mancano ancora due giorni al match per cui bisognerà vedere come si evolverà la situazione. In caso di forfait ci sono varie soluzioni. Con l'esclusione di Martinelli (ieri ha ancora lavorato a parte), ci sono Prosperi, Larosa, Manoni e Micallo. Il tridente gallipolino non preoccupa più di tanto il mister rossoblù dal momento che, nella fase di non possesso, dovranno essere gli altri difensori a supportare l'opera di Mortari. Quest'ultimo sarà utilissimo nella fase d'attacco in quanto costituirà un elemento in più in grado di portare serie minacce alla porta salentina difesa da Lafuenti. Da quanto emerso dalla partitella di ieri pomeriggio e dalle dichiarazioni di Papagni, dopodomani dovrebbe scendere in campo un Taranto attento, concentrato, furbo ed intelligente dal punto di vista tattico, in grado di giocarsi a viso aperto il match contro gli uomini di Auteri. Del resto l'unica sconfitta patita nel ritorno dai salentini a Rende fu suffragata da un condotta di gara molto aggressiva dei calabresi, i quali operarano un intenso lavoro ai "fianchi", supportato da una chiusura a doppia mandata a centrocampo, coronato a metà del primo tempo da un bel gol di Occhiuzzi. La formazione anti-Gallipoli, a meno di sorpresissime dell'ultim'ora, dovrebbe essere la seguente: Gori; Mortari, Caccavale, Pastore, Manni; Mignogna, Mancini, Manoni, De Liguori; Di Domenico, Deflorio. Nel corso della partitella (due tempi da 40' ciascuno) contro la formazione Allievi rinforzata da alcuni titolari, Papagni ha provato l'intera rosa a sua disposizione ritagliando, in ciascun tempo, alcuni temi tattici alternativi che potrebbero tornargli utili lunedì prossimo. Nella prima frazione di gioco ha provato il 4-3-3 spostando in avanti Malagnino. Nella seconda ha alternato Manoni con Larosa nel ruolo di centrale difensivo. La partitella è finita 2-1 con reti di Passiatore, Deflorio (con applausi) e Malagnino (per i babies). Infine la prevendita: le curve sono quasi esaurite, c'è disponibilità per gradinata e tribuna. Si preannuncia una grande coreografia. di Giuseppe Dimito18 marzo 2006

Papagni: «Voglio solo i tre punti»
«Ho la fortuna di poter allenare calciatori esperti»

Tensione palpabile, adrenalina che circola oltre i limiti fisiologici. Aldo Papagni, da buon moderatore, cerca a fatica di stemperare le attese. Impresa non facile, però, dal momento che anche il tecnico dei record sembra vivere con ansia la lunga vigilia della sfida contro il Gallipoli. «Dovremo giocare soltanto per i tre punti. Sono quelli che contano, a prescindere dall'avversario. Che si chiami, Gallipoli, Marcianise o Vittoria. I record e le vittorie di prestigio non ci interessano. Il nostro obiettivo è quello di distanziare la quinta posizione». Papagni ripete pensieri già noti. E proferisce parole che hanno il sapore della camomilla. Sfidare la capolista ha sempre un fascino particolare, acuito dalla voglia di dimostrare di non essere inferiori. «Sinceramente sono un po' preoccupato. Tutto l'ambiente aspetta questa gara con ansia, ma ci sarebbe dovuta essere maggiore attesa per la partita di domenica scorsa. Venivamo dalla sosta e riprendere con un successo era fondamentale. Adesso è più facile trovare gli stimoli». Già perché arriva la squadra dai numeri da primato. Miglior attacco con 47 reti, miglior difesa con 15 gol al passivo. Cifre inconfutabili che valgono la prima posizione. «È una squadra costruita per vincere e che guida la classifica meritatamente. Sono stati premiati dalla costanza di rendimento. L'organico, invece, non è superiore a quello del Taranto e della Cisco Roma». Taranto-Gallipoli è anche una sfida tra due tecnici navigati, con idee tattiche differenti. Papagni ha scelto il 4-4-2 (adattandosi alle caratteristiche degli uomini a disposizione), Auteri è fedele al 3-4-3 dall'inizio del campionato. «Cambiare modulo? Il nostro sistema è molto elastico e ho la fortuna di poter allenare calciatori esperti, capaci di adattarsi a tutti gli schieramenti. Il Gallipoli giocherà sicuramente a viso aperto. Ma per noi non cambia nulla. Ci interessa esclusivamente la vittoria». Emozioni finali, sensazioni da eplicitare. «È una delle partite più importanti da quando alleno. Aspetto di vedere lo stadio pieno e spero che possa essere una serata in cui emergano valori come la lealtà, l'intelligenza, la correttezza. Sarà un piacere, infine, riabbracciare Turone, Minadeo e il preparatore atletico Redavid. Con loro ho scritto una pagine importante della mia carriera ad Andria». di Fabio Di Todaro18 marzo 2006

Aldo Papagni si confessa al “Corriere”

Aldo Papagni sembra venire da un mondo diverso. Abita nel calcio in poltrona, con le pantofole e i libri, lontano dalle abituali sfilate di nani intellettuali e ballerine al fianco. Uomo di vetro: lascia vedere quello che pensa e, volentieri, scopre lati di sé che escono dall'erbetta o che, con il campo, finiscono per intersecarsi. E' il tecnico delle sei vittorie consecutive, è alla vigilia del record assoluto (il primo è già eguagliato) di successi e di una sfida al Gallipoli che affascina e scalda. Ma parla con l'animo sereno dell'amico incontrato per strada. Senza eccessi, senza parole rumorose. 
Operaio della panchina che va specializzandosi, che sogna di schizzare, di accarezzare mondi ancora inesplorati. Uomo cortese: arriva nella nostra redazione diffondendo una piacevole impressione: come se tutti, almeno una volta, avessero già parlato con Papagni. Al bar, in piazza, sotto l'ombrellone. Perché va contro il divismo di un ambiente esasperato, perché sorride e stringe mani con sincera emozione. Al suo fianco, Elisabetta, moglie elegante, guida di una vita passata a scommettere su se stesso. Un amore che dura da ventisette anni. Si scoprirono quando lui era un calciatore ventitreenne, lei una sedicenne: «Ma non sapevo - dice - che fosse un calciatore: lo scoprii quando mi diede appuntamento a una settimana di distanza dicendo che andava in ritiro. Pensai, per un attimo, di avere di fronte un prete». L'esatto contrario del fast food dei sentimenti che, adesso, finisce per entrare nel pallone. L'opposto delle travagliate storie da rotocalco che a volte affascinano più di un dribbling. 
Papagni è quello che si vede. E' il garbo che si presenta al nostro giornale, cominciando a parlare con il direttore Biella e prestandosi da subito alle domande che arrivano. Sul calcio e su altro. E non pare esserci differenza di passione tra i valori di ogni giorno e il modulo da insegnare: tutto finisce per entrare nello stesso discorso. Partendo dal momento buono: «Di buono c'è tanto: c'è l'inversione di rotta della squadra. Ma di buono c'è soprattutto, per quello che mi riguarda, l'opportunità di allenare il Taranto. Lo dico dal primo giorno, mia moglie è un ottimo testimone».
Cosa rappresenta Taranto per Papagni?
«Una occasione enorme, una squadra tra le più importanti del meridione. Una tifoseria dal grande calore, forse adesso un po' disillusa ma che noi dobbiamo riuscire a scaldare. Ma anche una città che, nella mia vita, è già entrata: ho fatto il militare qui, nel 1977. L'anno, per intenderci, in cui giocava Iacovone: seguivo quella squadra, dal vivo o vedendo Tele Taranto Color. Mi congedai il dodici dicembre, Iacovone morì a febbraio: fui sinceramente dispiaciuto. Mi piaceva molto quella squadra, giocava un bel calcio. E poi l'estate sono sempre venuto a mare da queste parti: ho tanti amici. Uno su tutti: Adriano Morales, mio compagno di squadra nel Bisceglie, vent'anni fa. Vincemmo un campionato di Interregionale insieme, da allora non ci siamo mai persi di vista».
Sei vittorie consecutive: bravo o fortunato?
«Molte volte credo di essere fortunato. Ma penso anche di essere stato bravo, ultimamente, a sbagliare il meno possibile. Credo, però, che alla base di questi risultati ci sia, soprattutto, il cambiamento di mentalità da parte della squadra».
Ma la stessa squadra che era in crisi prima del suo arrivo adesso sta volando: non c'è niente di suo?
«Credo, personalmente, che negli sport di squadra il tecnico abbia un ruolo marginale nei successi della squadra. Piuttosto dico che, dopo quella brutta serie di quattro sconfitte, alla quale anche io ho contribuito, è scattato qualcosa nel gruppo. Il resto dell'energia ce la danno i punti. Sono, poi, finiti i problemi di organico, hanno smesso di suonare le sirene del mercato. E' vero: c'era un quadro drammatico al mio arrivo, ma non ho fatto tanto: ho semplicemente cercato di coinvolgere tutti, di recuperare tutte le forze a disposizione».
Arrivare in corsa è una difficoltà in più?
«Certo non è facile, ma ormai va così. Il calcio ha bruciato tutto: la capacità di attendere, la progettualità. Si vive di microcicli, ci dobbiamo abituare. Io, subentrando, ho sfruttato il vantaggio di essere pugliese: di conoscere Taranto, di sapere le vicende della squadra e le particolarità della piazza, di aver visto la squadra quando ero disoccupato, di conoscere la forza di gran parte dell'organico. Non è stato un salto nel buio».
Il Papagni allenatore è un uomo che sembra sempre sereno. Che lo è sembrato anche quando doveva mettere mani ad una situazione drammatica…
«Ognuno di noi vive il calcio, la vita e le partite. Io mi sento una persona equilibrata e cerco di trasmettere lo stesso ai giocatori. Non mi sono mai fatto tradire dalle emozioni, né quando giocavo, né adesso che alleno. Ho un modo mio di caricarmi, da quando sono a Taranto: prima di ogni allenamento dedico alcuni secondi a guardare lo stadio. E' come se, in quel momento, mi rendessi conto di dove sono, capissi l'importanza della mia missione. E ogni volta sento una spinta forte per cominciare».
E' servito lo stesso equilibrio per affrontare la contestazione dei tifosi pochi giorni dopo il suo arrivo?
«E' servita la serenità, piuttosto: in giro c'è troppa ipocrisia, non solo nel calcio, ma io ho detto le cose che era giusto dire. E' vero: non è stato un bell'inizio. Ma anche in questo essere pugliese è stato un vantaggio: sapevo di venire in una città esigente e non mi sono meravigliato. E poi credo che due anni ad Andria siano un buon tirocinio».
Chi è Aldo Papagni lontano dalla panchina?
«Un insegnante, part time dal '98. Ho cominciato nell'81, alle scuole elementari. Poi, dall'89, sono insegnante di sostegno per videolesi, audiolesi e disabili psichici. Mia moglie fu decisiva per la scelta di diventare insegnante di sostegno: lei era iscritta al corso di formazione, poi presi il suo posto e entrai in ruolo».
Una vita ad insegnare, praticamente…
«Sono contento di tutte le mie esperienze. Quella scolastica, poi, mi ha arricchito: tra l'altro la mia scuola, la “Cirielli Cep I” è in una zona a rischio come il quartiere San Paolo di Bari, quindi il ruolo di educatore è ancora più importante. L'esperienza scolastica, spesso, finisce nello spogliatoio. E il calcio, a volte, finisce a scuola: da uomo di calcio sono avvantaggiato, perché i ragazzi hanno una maggiore simpatia per il calciatore o l'allenatore. In qualche modo, per loro, rappresento un modello».
Ha mai detto anche ai giocatori che, per i ragazzi che guardano, sono modelli?
«Non è utile spiegarlo: bisogna mostrarlo, farlo capire».

Insegnare è diverso da allenare?
«Per insegnare, per allenare, per fare il capofamiglia o per essere il capitano di una squadra serve disponibilità: cambiano le fasce d'età, i riferimenti, ma ci sono similitudini. Per fare l'insegnante di sostegno, come in tutte quelle che gli americani chiamano helping profession, c'è bisogno di una particolare vocazione: la soddisfazione che ti danno i progressi dei ragazzi, anche solo dal punto di vista affettivo, è immensa».
Letto: Papagni è un appassionato lettore di Nietzsche…
«Non esattamente: citai una sua frase in un'intervista, perché era adatta al momento. Di vero c'è che mi piace leggere: libri di psicologia e filosofia, soprattutto. Ultimamente, per via del Master che sto seguendo a Coverciano, sul mio comodino ci sono libri di psicologia nello sport. Ma sto leggendo anche Lettere a Lucilio, di Seneca. Leggo la Bibbia, anche: molto spesso».
Sa che la Bibbia era anche la lettura preferita del suo predecessore?
«E' un lato che apprezzo molto, questo, di Marino: credo che la preghiera sia importante».
Le è mai capitato di parlare ai giocatori della Bibbia?
«Mi è capitato di citarla, più che altro. C'è un passo che ripeto spesso: "Chi si esalta sarà umiliato, chi si umilia sarà esaltato". Una volta, nella mia carriera, ho scritto questa frase anche nello spogliatoio».
Anche questi insegnamenti servono per darle questo equilibrio in panchina?
«Mia moglie dice che ho sempre avuto equilibrio nella mia vita. Le credo, ma so di essere cresciuto soprattutto superando le esperienze più dolorose. Sono le difficoltà a farti migliorare».
Spostando il concetto: anche il Taranto è cresciuto nelle difficoltà?
«Il Taranto è cresciuto perché ha capito che non doveva continuare a dolersi inutilmente. Ecco il significato delle sofferenze: parlai con i giocatori, spiegai che non può essere un peso tornare ad allenarsi dopo quattro sconfitte. Almeno non può esserlo se si capisce il vero dolore. Sirio Silvestri era con me a Bisceglie quando, durante, il campionato, morì il nostro capitano Giorgio Di Bari. Allora sì che era difficile tornare ad allenarsi, con il cuore distrutto. Raccontai questa esperienza e chiesi: cosa rappresenta una sconfitta a fronte di questo? A distanza di qualche settimana alcuni giocatori hanno riconosciuto l'efficacia di quel discorso».
E' anche da questo modo di pensare che nasce la sua concezione serena del calcio?
«Il calcio, per me, è una grande passione, ma non un'ossessione. Ho la fortuna di avere una moglie che sostiene questa passione, ma so anche di dover restituire qualcosa. Per questo vivo anche il mio mestiere con equilibrio: mi rilassa, quando sono lontano dal campo, la consapevolezza di aver dato al calcio il tempo e lo spazio che merita. E, appena posso, mi dedico alla famiglia, la vera penalizzata. Ho due figli bellissimi: Simona compie diciannove anni venerdì (oggi, ndc) e approfitto anche per farle gli auguri, Nicola farà quindici anni a luglio e recentemente l'ho portato con me a Siena, approfittando di un periodo di festa a scuola, per fargli vedere gli allenamenti di De Canio».
Gioca a calcio anche il piccolo?
«Nei giovanissimi del Bisceglie, centrocampista come me. Solo che io ero più tecnico, visto che facevo il regista, lui punta più sull'agonismo».
Per i centrocampisti sembra più naturale fare, a carriera finita, l'allenatore…
«Ero abituato a guidare la squadra anche dal campo: ho una carriera in Interregionale, quando era la quarta serie nazionale, non ho giocato ad altissimi livelli. Ma già in campo sentivo la propensione ad allenare, scoccò la scintilla. Infatti ho iniziato presto: a trentatre anni ero allenatore e giocatore del Don Uva Bisceglie, in Promozione».
La carriera è giù lunga...
«E varia, almeno dal punto di vista degli insegnamenti. Gli anni e l'esperienza mi hanno cambiato: agli inizi ero molto offensivo. A Trapani, ad esempio, giocavo praticamente con quattro attaccanti. Anche adesso, se vogliamo, ho Mancini e Mignogna che in fase offensiva hanno compiti precisi, ma è diverso. L'equilibrio di cui parlo è una guida anche qui: serve il giusto bilanciamento tra fase difensiva e fase offensiva, credo che noi tecnici dobbiamo cresce da questo punto di vista. E credo molto nell'elasticità».
E' l'elasticità del modulo la sua nuova frontiera?
«Credo che il futuro del calcio sia questo: avere diversi sistemi di gioco, cambiare quando serve. In alcune esperienze ho capito che, se fatto bene, il cambio di modulo è un'importante possibilità: disorienta gli avversari. C'è anche il rischio di disorientare, qui mi è capitato contro il Vittoria: perché c'è bisogno di tempi lunghi. Ad Andria, con un anno di lavoro alle spalle, ci riusciva perfettamente. E ottenemmo grandi risultati».
Il segreto del Taranto adesso è questo?
«Il segreto del Taranto è il sacrificio di tutti. Ho usato un passo della Bibbia anche qui. A qualcuno dei giocatori più rappresentativi ho detto: "Chi di voi vuol essere il più grande si faccia servo di tutti". Lo stanno facendo. E continuo a predicare umiltà, a chiedere a tutti di fare memoria delle difficoltà attraversate, di comprendere che questa, invece, è la strada giusta. Non siamo arrivati a sei vittorie per caso».
Questa è la sua stagione migliore?
«Dal punto di vista dei risultati sicuramente: non ero mai andato oltre le tre vittorie consecutive e adesso sono a sei. Una volta sono riuscito a fare cinque vittorie e un pareggio in sei partite, ma non è la stessa cosa. Ma io ricordo tutte le mie esperienze con piacere, anche quelle negative».
Quale scelta non rifarebbe tra quelle negative?
«Tantissime. Ma io non rifarei già molto di quello che ho fatto domenica. Sbaglio, come tutti: sbagliare meno dell'altro è la fortuna».
Un allenatore che sta per prendere il patentino di prima categoria non è uno che si accontenta della C2…
«Le ambizioni sono legittime, per tutti. Per me questo è l'undicesimo campionato di C2, non nascondo che mi piacerebbe provare ad allenare in C1. Credo di poterlo fare».
Non è che la definizione di "allenatore di categoria" rischia di bloccarla in C2?
«Siamo in un mondo in cui si affibbiano etichette e si giudica senza conoscere».
Seccato da questo?
«Io sono una persona trasparente. Ma spesso la gente si convince che io sia diverso da quello che sono».
Crede al primo posto?
«Il Gallipoli è irraggiungibile: lunedì non voglio batterlo per raggiungerlo, ma perché ci servono i tre punti. Come ci servivano quando l'avversario era il Vittoria».
Punta tutto sulla seconda posizione, allora?
«L'obiettivo di cui mi hanno parlato è entrare nei playoff, quindi come primo pensiero c'è quello di allontanarsi dalla sesta posizione. Poi bisogna pensare a piazzarsi nel miglior modo possibile. sono una vittima del gioco dei piazzamenti: mi costò l'eliminazione con l'Andria contro il Vittoria, che poi andò in C1».
Cosa vorrebbe leggere sui giornali il 12 giugno?
«Non potrò leggerli, perché sarò nuovamente a Coverciano. Spero che me li spediate e che possa leggere che Papagni ha realizzato il suo sogno». di Fulvio Paglialunga (con la collaborazione di Leo Spalluto)17 marzo 2006

«Gallipoli e Taranto, sarà C1»
Parla il preparatore atletico tarantino della formazione di Auteri. «Rossoblù più forti, noi più continui». Redavid anticipa la sfida di lunedì sera: «Lo spettacolo è garantito»

Lavorare a Taranto è un suo desiderio, ma per adesso deve accontentarsi di calcare il prato dello "Iacovone" da avversario. Paolo Redavid, tarantino doc, è il preparatore atletico del Gallipoli che lunedì sera affronterà i rossoblù di Papagni nel big-match della ventisettesima giornata di ritorno. Una carriera spesa prevalentemente lontano da casa (Catania, Reggina, Castrovillari, Trani, Nardò, Andria, Gallipoli), intervallata da una parentesi nel Taranto di Papalia che, nella stagione '99-'00, giunse alle spalle del Campobasso del CND (per essere poi ripescato in C2 nell'estate successiva, ndr). L'anno scorso, dopo aver rescisso il contratto con la Fidelis Andria, un incarico nello staff tecnico della Berretti della neonata società del presidente Blasi, «accettato esclusivamente per aiutare Raimondo Marino, un uomo eccezionale ed un allenatore con buone qualità». «Le promesse erano ben diverse, - chiosa con una sottile vena polemica Redavid -, ma purtroppo non sono state mantenute. Adesso ho la fortuna di lavorare per una sodalizio serio, siamo meritatamente in testa dall'inizio del campionato e speriamo di tagliare al più presto il traguardo della C1. Seguiti dal Taranto, naturalmente». Undici punti di vantaggio a otto giornate dal termine possono bastare per far dormire sonni tranquilli al Gallipoli? «Sono tanti, direi troppi per ipotizzare una rimonta da parte delle inseguitrici. Anche se dovessimo perdere a Taranto avremmo comunque un ampio margine da gestire nelle restanti sette gare». Fenomeno Gallipoli: come è spiegabile l'andamento costante e privo di flessioni da parte di Castillo e compagni? «Nulla è lasciato al caso. Abbiamo impostato un lavoro atletico personalizzato e tutti i ragazzi hanno mostrato massima disponibilità sin dal ritiro estivo. Poi ci sono altri due ingredienti fondamentali: un tecnico preparato che collabora con il suo staff e una società altamente professionale che ha sempre rispettato i suoi impegni, senza far mancare nulla alla squadra». La sconfitta contro la Pro Vasto (2-3) e il pareggio di Andria (3-3) sono imputabili ad un calo fisico? «Parlerei piuttosto di coincidenze fortuite. Abbiamo subito sei reti in due gare quando in ventitre giornate ne avevamo incassate appena otto. La condizione atletica è ottimale. Adesso, se riusciremo a giungere in finale di Coppa Italia - mercoledì 22 marzo ci sarà la semifinale di ritorno sul campo del Frosinone, sconfitto all'andata per 2-0 -, dovremo affrontare quattro gare in tredici giorni. Ma la squadra è pronta, Auteri può contare su una rosa ampia e costituita da validi elementi». Parliamo del Taranto: sei vittorie consecutive hanno fatto seguito ad un filotto negativo di quattro sconfitte. Cosa è cambiato con l'arrivo di Papagni? «Aldo - Redavid ha lavorato con Papagni per due stagioni ad Andria, conquistando anche una promozione in C1 -, conosce la categoria come le sue tasche, sa che il risultato è prioritario rispetto al bel gioco. In C2 il calcio non è spettacolare, si corre molto e si pone la qualità in secondo piano. Marino, invece, ha pagato lo scotto della prima esperienza su una panchina professionistica. Con lui, probabilmente, la squadra giocava meglio ma ha gettato alle ortiche diverse occasioni favorevoli». La classifica dice che il Gallipoli è più forte del Taranto. Ne è convinto? «Io dico che l'organico dei rossoblù è superiore. Nella nostra rosa ci sono diversi atleti, tra cui Castillo, che per la prima volta si affacciano nel calcio che conta. Papagni, invece, può contare su giocatori che hanno calcato i palcoscenici della cadetteria. Il nostro segreto sta nella compattezza e nello spirito di sacrificio che hanno contraddistinto il gruppo durante l'intera stagione». Come finirà Taranto-Gallipoli? «Non mi sbilancio, ma dico che sarà sicuramente una bella partita. Il Taranto vorrà vincere, per rafforzare la sua posizione e per dimostrare il suo valore al cospetto della capolista. Noi avremo a disposizione due risultati su tre, ma scenderemo in campo per portare a casa l'intera posta in palio. È una gara molto sentita: dal pubblico, dai giocatori, dalle società». E allora azzardiamo in vista dei playoff: chi seguirà il Gallipoli in C1? «Il Taranto, sono convinto. È la squadra favorita: ha un allenatore molto preparato, attraversa un buon periodo di forma e può contare sullo straordinario apporto del suo pubblico. Nessuna delle altre pretendenti è così attrezzata». di Fabio Di Todaro17 marzo 2006

Record d'inviolabilità: Spagnulo da battere

Il Taranto non prende gol da 521' minuti; ha incassato l'ultimo il 29 gennaio scorso nella trasferta a Barcellona Pozzo di Gotto quando al 19' minuto il difensore Palma ha portato sul momentaneo 1-1 l'Igea prima del raddoppio di Deflorio. Nell'occasione il "guardiano" rossoblù era Luca Gentili, mentre successivamente è stato Piergraziano Gori a tenere inviolata la porta nelle cinque gare vittoriose contro Giugliano (1-0), Andria (1-0 in trasferta), Vittoria (1-0), Modica (1-0 fuori casa) e Marcianise (2-0). Questa striscia di 521' minuti rappresenta per il Taranto il record in serie C2, mentre il primato assoluto resta ancora lontanissimo con i 956' minuti ottenuti da Spagnulo nel torneo di serie C1 1989-90. Tra i 956' di Spagnulo ed i 521' minuti attuali, si inseriscono altre 15 strisce record. La più vicina da superare è quella di 530' minuti realizzata sempre da Spagnulo nel campionato di serie D 1999-2000 (tra la 24ª e la 29ª giornata), mentre nello stesso torneo tra la 12ª e la 18ª, prima lo stesso Gori (130' minuti) e poi ancora Spagnulo (408') avevano tenuto "chiusa" la porta per complessivi 538' minuti. Va detto che in entrambe queste due sequenze il protagonista fu il difensore rossoblù Claudio Ferri, il quale prima causò un autogol in Arsenal Taranto-Rutigliano 3-1 del 23 gennaio 2000 arrestando a 538' la striscia di Gori-Spagnulo, poi dopo un altro suo autogol in Locorotondo-Arsenal Taranto 1-2 del 5 marzo 2000, prese inizio la striscia positiva di Spagnulo di 530' (in entrambe le partite Ferri si riscattò realizzando una rete). Spagnulo rimase imbattuto per 956' minuti tra la 14ª e la 24ª giornata del campionato di C 1989-90, un totale di 11 partite nelle quali il Taranto ottenne cinque vittorie e sei pareggi. La striscia di gare senza sconfitte continuò per altri 7 turni che portarono il Taranto al primo posto e quindi in serie B (resta questa l'ultima promozione nel torneo cadetto). Zelico Petrovic occupa il secondo posto nella lista delle più lunghe imbattibilità; il portiere istriano nel campionato di serie B 1978-79 mantenne inviolata la porta per 846' minuti tra la 29ª e la 38ª giornata; in questo periodo 3 vittorie e 7 pareggi per il Taranto che risalì così dalla zona retrocessione fino al 12° posto, ottenendo una insperata salvezza. Al terzo posto si colloca Guido Sellan che nel campionato di serie C 1936-37 tra la 1ª e la 9ª giornata rimase 801' minuti senza prendere gol. In questo torneo solo 17 le reti al passivo per il Taranto che a fine stagione venne promosso, per la seconda volta nella sua storia, in serie B. Nella stagione 1997-98 Giuseppe Alberga e Aniello Mancon ottennero il primato per il Campionato Nazionale Dilettanti (l'attuale serie D): 681' i minuti d'imbattibilità tra la 9ª e la 17ª giornata, 636 per Alberga, mentre Mancon giocò solo nel 2° tempo di Nardò-Taranto 0-0 del 2 novembre 1997. Per finire vanno ricordati i 657' minuti senza gol per Giorgio Bandini nel torneo di serie C 1964-65: il portiere ottenne il record nelle prime 8 partite, realizzando così la migliore striscia iniziale nella storia rossoblù. di Franco Valdevies17 marzo 2006

Caccavale ha ripreso. Prevendita ok

Buone notizie dall'infermeria. Caccavale si è allenato. Ha svolto l'intera parte atletica unitamente al resto della rosa sotto il vigile sguardo del dott. Petrocelli, saltando solo la partitella finale. Le speranze di vederlo lunedì sera in campo contro la capolista Gallipoli (ore 20,45, diretta su Raisport Sat) crescono dunque a vista d'occhio. Bisognerà a questo punto soltanto verificare la reazione allo sforzo di ieri. Anche Martinelli e Deflorio hanno lavorato a parte. Per il capitano non dovrebbero esserci problemi; per il difensore, invece, bisognerà valutare la condizione: non bisogna dimenticare che non si allena con il resto del gruppo da tre settimane. Nel pomeriggio (ore 14,30) è prevista la solita partitella infrasettimanale contro la Berretti. Mister Papagni, secondo consuetudine, farà ruotare l'intera rosa (quasi certamente mischiando le carte) alla ricerca della formazione da inviare in campo lunedì sera. Il forte tridente dei salentini potrebbe indurlo a rimettere sul terreno di gioco dal primo minuto Micallo nel solito ruolo di esterno basso confermando nel resto la stessa formazione che ha battuto il Real Marcianise. Ammenocché Caccavale non sia costretto a dare forfait nel qual caso dovrà valutare chi immettere nel delicato ruolo di difensore centrale fra Larosa, Prosperi o, al limite, lo stesso Martinelli (se sarà pronto). Battere il Gallipoli lunedì sera avrebbe grandi riflessi sotto il profilo dell'immagine (l'intera serie C vedrebbe in diretta gli evidenti progressi fatti dalla squadra dopo il tonfo delle quattro sconfitte consecutive), della storia (Deflorio e soci entrerebbero nell'almanacco del calcio tarantino con le sette vittorie consecutive) e della classifica (conferma sicura del secondo posto). La prevendita va a gonfie vele: al momento i presenti dovrebbero essere non meno di 6-7mila. Ma c'è ancora tempo per giungere a quota 10mila. di Giuseppe Dimito17 marzo 2006

E' già Taranto-Gallipoli
La supersfida di lunedì sera è attesissima. Seconda contro prima: il meglio del campionato Le due squadre messe sotto la lente di ingrandimento: chi arriva in condizioni migliori?

Vigilia densa. Taranto-Gallipoli è lunedì sera. Ma sembra essere già cominciata. Una partita con indiscusso fascino, il meglio, classifica alla mano, di questo campionato. Sfida attesa, sfida che proviamo a giocare in anticipo. Accendendo i riflettori prima di quelli dello Iacovone. Vivisezionando le squadre, leggendo ogni aspetto prima di cominciare. Parole, ovviamente: deciderà il campo. 
TATTICA 
Entrambe le squadre giocano con un centrocampo a quattro, anche se i moduli sono differenti: il Taranto gioca con il 4-4-2, il Gallipoli parte da un 3-4-3. Il numero di uomini a centrocampo, però, è indicativo: il Taranto, all'andata, derogò proprio contro i salentini dal 4-3-1-2 ripristinando una parità numerica nella zona mediana del campo e riuscì ad inibire le fonti del gioco della squadra di Auteri, azzerando (o quasi) i rischi. Da quel Taranto a questo è cambiato molto: quella squadra giocò per il pareggio, ottenendolo. E non affondando troppo, avendo (con il 4-1-4-1) poca presenza offensiva. Il Taranto, ora che ha cambiato copione, potrebbe sfruttare le fasce laterali, mettendo in difficoltà la difesa a tre di Auteri (che è, nonostante le ultime gare, la migliore del campionato). La chiave potrebbero proprio essere i due esterni: se quelli del Taranto riusciranno a partire alle spalle di quelli (Nigro e Esposito, forse i migliori del torneo) del Gallipoli, l'azione offensiva potrebbe diventare prolifica. Dall'altra parte, però, i tre pericolosissimi attaccanti salentini costringeranno, probabilmente, la difesa del Taranto a restare bloccata dietro, proprio la settimana dopo aver registrato una partecipazione maggiore degli esterni di difesa alla manovra. 
DIFESA 
Quella del Taranto rischia di non poter avere Caccavale, muro invalicabile per tutti oltre ad essere un uomo di esperienza adatto a queste sfide. E, tra l'altro, non è neanche sicuro il recupero di Martinelli, che sarebbe la prima soluzione alternativa. Tuttavia la squadra di Papagni arriva alla partita con un dato che non si può discutere: 521 minuti di imbattibilità sono più di quanto, in questo campionato, ha fatto proprio il Gallipoli (511) che deteneva il record. Effetto di una fase difensiva alla quale partecipano almeno otto giocatori, con i centrocampisti che tengono la posizione e formano un primo muro. I numeri dicono, invece, che il Gallipoli non vive un momento di altissima concentrazione con la retroguardia: un gol subito domenica scorsa contro il Vittoria (il peggior attacco del campionato), tre subiti da Andria e Pro Vasto. In tutto sono cinque partite nelle quali i giallorossi hanno sempre subito (nove gol la somma), lo stesso numero di gare finite senza macchie dal Taranto. I rossoblu hanno trovato, nelle ultime giornate, la sicurezza che mancava in Ghigo Gori, portiere freddo e in grado di trasmettere serenità. Ma il Gallipoli ha il terzetto formato da Turone, Minadeo e Cavola che è collaudato fin troppo bene. 
ATTACCO 
Lo squilibrio, in questa parte dell'analisi, è evidente: il Gallipoli ha segnato diciassette gol in più del Taranto. Il valore del tridente dei salentini è indiscutibile: Castillo, Innocenti e Clemente hanno segnato trentuno gol insieme (sui quarantasette della squadra) e rimangono il vero punto di forza della squadra. E in questo periodo l'attacco di Auteri sembra vivere uno straordinario momento di grazia: venti gol in otto partite. Il Taranto, invece, ha una diversa gestione del potenziale: i rossoblu giocano con due attaccanti che hanno un'incidenza quasi simile a quella dei salentini con diciotto gol su trenta. Proprio domenica Deflorio e Di Domenico hanno segnato insieme (era successo solo un'altra volta in campionato), mostrando un più che discreto stato di forma e di intesa. Nell'incidenza offensiva dei rossoblu ci sono diverse variabili: la prima è nel nuovo corso tecnico, meno arrembante ma più giudizioso e pungente, la seconda è nell'alternanza in zona gol da quando guida Papagni (quattro marcatori diversi nelle ultime sei partite), la terza è rappresentata da Ambrosi, lusso della campagna acquisti di gennaio che il Taranto non ha ancora messo in vetrina. 
SINGOLI 
Deflorio e Mancini contro Castillo e Innocenti: sono gli uomini che possono avere lo spunto per la vittoria, quelli con la tecnica che consente di ricavare qualcosa dal nulla apparente. Il Taranto può fidarsi del momento di forma del capitano e del suo feeling con la città, oltre che del talento del giovane centrocampista che, contro un avversario che consente di giocare apertamente, potrebbe avere anche una maggiore partecipazione alla manovra offensiva. A spaventare i rossoblu, però, è anche il buon momento di Castillo: l'argentino del Gallipoli ha superato il fisiologico calo che, in una stagione, ci sta sempre e nelle ultime quattro partite ha segnato tre gol, con una doppietta nell'ultima domenica a corredo di un'ottima prestazione. Ma ci sono altre risorse nascoste in entrambe le squadre che potrebbero venire fuori: partite come questa molto spesso vivono proprio del colpo a sorpresa. 
UMORE 
La bilancia dell'entusiasmo potrebbe pendere dalla parte del Taranto, autore di una serie di vittorie consecutive che nella storia era riuscita solo cinquantaquattro anni fa. Dopo la prima partita di Papagni i rossoblu erano a quattro lunghezze dalla zona playoff, adesso sono secondi e con sei punti di vantaggio sulla Pro Vasto, che pare l'unica squadra in grado di insidiare il gruppo delle grandi. Numeri che hanno gasato una squadra che comincia (in ritardo) ad avere piena consapevolezza dei propri mezzi e che attende questa sfida come consacrazione definitiva e, magari, per tenere ancora in vita una piccola speranza per la grande impresa. La sosta, tra l'altro, non ha toccato l'umore del gruppo. E proprio la pausa, invece, ha ricostruito mentalmente il Gallipoli, che veniva da un periodo poco esaltante (sconfitta interna con la Pro Vasto e pareggio con l'affanno ad Andria) e si è rimessa subito in moto. Dalla parte dei salentini c'è la serenità di chi, in questa stagione, è al comando dall'inizio e non ha mai visto realmente intaccato il proprio strapotere. Il presidente Barba, poi, ha sempre fatto intendere il peso che dà alla sfida con il Taranto, riuscendo, all'andata, a trasmettere la voglia al gruppo. 
COLLETTIVO 
Il Gallipoli è squadra dall'inizio del campionato: perché si trascina stagioni vincenti e cambia sempre il giusto, senza grandi rivoluzioni. Proprio per questo i giallorossi non hanno fatto nessun intervento nel mercato di gennaio, fidandosi del blocco che già aveva fatto così bene e, soprattutto, non hanno mai cambiato fisionomia in nessun momento di questa stagione. Il Taranto, invece, è diventato squadra da poco, ma adesso sembra davvero muoversi e pensare come un corpo unico, avendo messo da parte gli individualismi e compreso la ricetta migliore per andare avanti. Da questo punto di vista il confronto parte in pareggio. 
FORMA 
Il lavoro durante la pausa ha mantenuto intatta la freschezza del Taranto che sembra orientato a crescere fisicamente in vista della coda degli spareggi: il programma è stato stilato soprattutto per questo, non dimenticando però l'importanza delle partite che separano dai playoff e che dovranno decidere il posto nella griglia di partenza. Lo stato di salute dei rossoblu è anche visibile dalla situazione dell'infermeria: il solo Martinelli si trascina un piccolo malanno di natura muscolare, l'infortunio di Caccavale è, invece, dovuto ad un trauma. Sta bene, ovviamente, anche il Gallipoli: la squadra lavora con continuità dall'estate e, come detto, ha già avvertito il calo fisiologico che in una stagione si presenta sempre. A curare il fisico della squadra c'è, tra l'altro, un tarantino dal riconosciuto valore: Paolo Redavid. 
FATTORE CAMPO 
Potrebbe decidere, alla fine. Il calore del pubblico di Taranto non è affatto sconosciuto: la notturna, tra l'altro, potrebbe portare molti spettatori allo stadio e caricare ulteriormente l'ambiente. Il ruolino del Taranto in casa ha la grande macchia del periodo nero, quello delle quattro sconfitte consecutive: tre furono in casa e finiscono per sporcare un cammino che altrimenti sarebbe assai vicino al percorso netto (nove vittorie, un pareggio). Adesso i rossoblu sembrano molto sicuri, tanto in casa quanto fuori: ma tra le mura amiche sembrano avere qualcosa in più, soprattutto in termini di padronanza del campo. Ottimo, anche, il cammino del Gallipoli fuori casa (sei vittorie e quattro pareggi), ma nella seconda fase del campionato i salentini hanno un po' frenato: una vittoria, quattro pareggi e una sconfitta. All'inizio il cammino era decisamente migliore. Tra l'altro il campo di Taranto è molto diverso da quello salentino, soprattutto per dimensioni e potrebbe penalizzare la compattezza del gruppo di Auteri. 
ALLENATORE 
Aldo Papagni è il tecnico del momento: nessuno, in questo campionato, è riuscito a vincere sei partite consecutive. Tra l'altro il biscegliese sembra aver una grossa incidenza sulla squadra, avendola plasmata con semplicità ma essendo anche riuscito ad applicare il calcio che voleva. Ha reso il Taranto una squadra in grado di cambiare modulo a partita in corso, ha sempre indovinato le letture di ogni momento e ha trasformato una squadra narcisista in un gruppo pragmatico e estremamente concreto. L'impressione è che per lunedì abbia intenzione di cambiare qualcosa, giocando la sua partita in anticipo. Auteri, dall'altra parte, è un tecnico che ha riavuto l'occasione per mettersi in pista. Uomo dal carattere forte che ha sempre dato l'idea di avere completamente in pugno la squadra: ha adeguato l'impianto alle caratteristiche dei singoli all'inizio e, praticamente, non lo ha mai cambiato. Segno che riesce a trovare in ogni momento gli accorgimenti giusti per non dover ripiegare verso un modulo più coperto. Azzarda sempre e, soprattutto, non conosce mediazioni: vuol vincere. 
CLASSIFICA 
Forse è il caso di fare qualche conto, giusto per non alimentare (a meno di clamorose sorprese) troppe illusioni: tra il Taranto e il Gallipoli ci sono undici punti di differenza. In caso di vittoria dei rossoblu diventerebbero otto a sette giornate dalla fine. Magari si può immaginare (ottimisticamente) un Taranto che in sette partite prende ventuno punti. Ma quanti credono ad un Gallipoli che ne raccoglie solo tredici? La verità, probabilmente, è che il Gallipoli è già primo e, quindi, non ha nulla da perdere. E che il Taranto deve difendere il secondo posto dagli assalti delle altre e, per giunta, conoscerà i risultati prima di andare in campo. I rossoblu, però, hanno una possibilità: persa la sfida in classifica per effetto della propria irregolarità, possono almeno dimostrare di essere superiori nella sfida secca. In chiave playoff sarebbe un'ottima indicazione. di Fulvio Paglialunga16 marzo 2006

Manoni, doppio record col Taranto
Le duecento partite in serie C2 e le sei vittorie di fila. «Il Gallipoli? Irraggiungibile. Mancini? Il compagno di reparto ideale: farà carriera». «Ho sempre lottato per salvarmi. Lo confesso: è il momento migliore della mia carriera»

«E' il momento migliore della mia carriera. Ho la fortuna di giocare in un club blasonato e di lottare per un traguardo importante. Conquistare la promozione in C1 sarebbe il regalo più bello per la squadra e per i nostri sostenitori». Manolo Manoni parla con l'entusiasmo di un bambino. Generato dal record di sei vittorie consecutive e accentuato dalla novità del momento. «Ho sempre giocato in squadre che lottavano per non retrocedere e non ero abituato a vivere periodi ricchi di soddisfazioni. Adesso l'entusiasmo è alto, ma siamo consapevoli di non aver ancora conquistato nulla. Possiamo ancora crescere, dovremo lavorare per giungere ai playoff al massimo della condizione fisica e mentale». I risultati positivi certificano l'avvenuto cambio di identità del Taranto. Adesso squadra umile (nell'approccio alla partita) e arrogante (nella consapevolezza di possedere mezzi superiori rispetto all'avversario). Manoni è stato l'ultimo rinforzo della sessione invernale del calciomercato, e quindi non a conoscenza del calo avvertito all'inizio del nuovo anno. «Sono giunto dopo il successo contro l'Igea Virtus e ho trovato uno spogliatoio compatto, in cui tutti si sentivano responsabilizzati. E nel quale non ho avuto alcuna difficoltà a inserirmi. Le quattro sconfitte avevano danneggiato l'ambiente, i giocatori avvertivano tremendamente la pressione della piazza. Ed è in quel momento che i miei compagni hanno capito che occorreva un cambio di direzione per evitare che la stagione avesse un epilogo indesiderato». Record di gruppo. Il successo ai danni del Marcianise ha consentito ai rossoblù di eguagliare il primato di vittorie conseguite dall'Arsenal Taranto nella stagione 1951-52. «È un dato importante, da raccontare ai nipotini tra qualche anno. Ma il nostro obiettivo era quello di proseguire la striscia positiva. Non era facile dopo la settimana di sosta». E record individuale. Nella gara contro i campani il biondo centrocampista marchigiano ha tagliato il traguardo delle 200 presenze in C2. «È vero? Non ci avevo fatto caso. È un'altra soddisfazione che arricchisce un momento già abbastanza fecondo». Centrocampista di estrema quantità, Manoni fa ormai coppia fissa con Manuel Mancini. E per il giovane trequartista di Ostia non risparmia parole di elogio. «Ha le caratteristiche ideali per giocare al mio fianco. Io cerco di riconquistare i palloni, lui è in grado di smistarli ai compagni e di servire gli attaccanti. Ha molta qualità e una giusta dose di umiltà che gli consentirà di approdare in categorie superiori. Ne sono convinto. E sa mettersi sempre in discussione. È andato in ritiro con il Taranto senza contratto, ha convinto la società a tesserarlo ed è riuscito a conquistare un posto da titolare». Settimana atipica, con la sfida alla capolista Gallipoli in programma lunedì sera. Partita di cartello, tensione leggermente affievolita dal netto divario in classifica tra le due compagini (+11). «Sono abbastanza realista. Il primo posto, ormai, rappresenta una missione impossibile. Sarà una bella partita, in campo ci saranno diversi giocatori di categoria superiore. Chi la spunterà? Al Gallipoli dico soltanto che faremo di tutto per dimostrare di non essere secondi. E cercheremo di vincere per rinsaldare la nostra posizione». Chiusura dedicata ai tifosi. «In poco più di un mese ho capito quanto è importante il pubblico di Taranto per la squadra. Lo stadio pieno, però, non l'ho mai visto. Spero che accada lunedì sera». di Fabio Di Todaro16 marzo 2006

Clemente lascia il fioretto
«Sfida incerta, a Taranto ci sarà da combattere». Il fantasista particolarmente stimolato dall'idea di giocare nello "Iacovone"

Il Gallipoli si prepara nel migliore dei modi per la trasferta di lunedì sera che vedrà impegnati i ragazzi di mister Gaetano Auteri sul difficile terreno dello «Iacovone» di Taranto. La formazione tarantina, infatti, viene da una serie positiva grazie alla quale occupa saldamente la seconda posizione in classifica e punta decisamente ai play off. La gara contro la capolista, quindi, acquista una importanza particolare. «Sappiamo che sarà una partita molto difficile - dice il fantasista Giampiero Clemente - e per questo dovremo andare a Taranto concentrati al massimo e non potremo concederci alcuna distrazione. Per noi poi è un onore giocare su un campo così famoso e dovremo fare il possibile per tornare con un risultato positivo. Il campionato oramai sta per intraprendere la fase finale della stagione e quindi riuscire a mantenere inalterato il vantaggio sulle dirette inseguitrici sarebbe un bel passo in avanti. Indubbiamente sarà una bella partita, combattuta e incerta sino all'ultimo minuto». Intanto, la formazione di mister Auteri continua la preparazione sul terreno del campo dell'Aradeo per prendere confidenza con il fondo in erba naturale. Per questa mattina sono previsti gli esami del caso per valutare appieno l'entità dell'infortunio occorso al capitano Ulisse Di Pietro in uno scontro di gioco con Daniele Vetruno, ma è quasi certo che il forte centrocampista non potrà essere disponibile per la trasferta di lunedì sera a Taranto. Invece sembra oramai completamente smaltita la botta subita da Gabriel Raimondi mentre il fantasista Giuseppe Pagana sta recuperando velocemente dal dolore alla spalla e quindi potrebbe essere utilizzato a Taranto. Roberto Cataldi16 marzo 2006

Un tulipano europeo contro il razzismo
Il Parlamento di Strasburgo ha approvato a maggioranza una risoluzione comune contro l'intolleranza negli stadi: più potere agli arbitri per interrompere le partite, più responsabilità ai club per educare i tifosi. La Lega Nord non ha firmato, il resto della Cdl solo a ranghi ridotti

Ci hanno provato sia Marc Zoro in Italia che Samuel Eto'O in Spagna a fermare una partita di calcio, stanchi di subire offese razziste. Non ci sono riusciti, bloccati dagli arbitri e dai compagni. Da ieri loro due e le altre centinaia di bersagli dell'idiozia razzista hanno un alleato in più: il Parlamento europeo. Con 423 firme - che rappresentano un record - l'Eurocamera ha infatti benedetto una risoluzione comune «sulla lotta al razzismo nel calcio» che mira a «evitare il ripetersi dei gravi incidenti successi negli stadi di tutta Europa». Il documento viene accompagnato con alcune proposte pratiche, tra cui spicca quella di dare maggiore potere agli arbitri in modo che possano «in un quadro di regole chiare interrompere le partite, o annullarle nel caso di gravi atti di razzismo». Non da poco nemmeno l'intenzione di dare all'Uefa ed agli altri organizzatori di competizioni in Europa «la possibilità d'imporre delle sanzioni sportive alle federazioni nazionali ed ai club i cui tifosi o giocatori commettano delle infrazioni razziste gravi». Tra le pene anche l'esclusione dalle competizioni per le squadre e le federazioni recidive. A sostenere la causa Paul Elliot, ex di Pisa e Chelsea e rappresentante dell'organizzazione Fare, Football against racism in Europe, alcune giovani promesse del Racing Strasbourg e un messaggio del difensore del Manchester United, Rio Ferdinand. «Con Eto'O la federazione spagnola è stata ridicola», afferma senza mezzi termini Emine Bozkurt, socialista olandese e promotrice dell'iniziativa assieme al britannico Claude Moraes, Pse, al conservatore Chris Heaton-Harris ed ai tedeschi Alezander Nuno Alvarez, liberale, e Cem Ozdemir, verde. Nelle settimane scorse il Saragozza è stato punito con appena 9mila euro di multa per gli insulti razzisti dei suoi tifosi al bomber del Camerun, Bozkurt chiede «sanzioni più severe ed uguali per tutte le federazioni in Europa». «Ci deve essere chiarezza sulle responsabilità - insiste la deputata - se sono un giocatore il club deve proteggermi». Non appare nel testo la possibilità per la parte lesa di chiamare a giudizio l'altra squadra per comportamento razzista da parte dei suoi tifosi, ma questo tipo di azione non è esclusa a priori visto che anche i campi di calcio rientrano a pieno titolo nel campo di applicazione della direttiva contro la discriminazione sul luogo di lavoro. E ieri proprio il Presidente del Parlamento, Josep Borrell, ha sottolineato l'utilità di questo strumento come della Carta dei diritti fondamentali: «Non si possono sospendere i diritti fondamentali in una manifestazione sportiva, ci vogliono le misure indicate dal Parlamento e le politiche di educazione e sensibilizzazione». E si parla di discriminazione non solo per la pelle, ma anche per la religione e gli orientamenti sessuali. Presente anche la Uefa, organo spesso accusato quanto meno di timidezza contro il razzismo. William Gaillard, il responsabile delle comunicazioni, ha ringraziato l'Eurocamera per un testo che «ci dà quel appoggio politico di cui abbiamo bisogno». Poi ha ricordato come la sua organizzazione abbia punito lo Steaua Bucarest per cori antisemiti e contro i Rom, e come quel provvedimento abbia innescato un dibattito che ha portato il Parlamento romeno ad approvare recentemente una legge contro il razzismo. «Il calcio può essere da stimolo», ha spiegato Gaillard. Perché sia vero la Bozkurt gli chiede più fermezza: «l'appoggio dell'Uefa e della Fifa è importante, ma non basta dire di essere contro il razzismo, bisogna fare di più, agire, fissare le responsabilità delle società e delle federazioni». Il laburista Moraes, uno che ha vissuto il razzismo sulla sua pelle asiatica, voleva inserire nel lotto anche le televisioni. L'idea era quella di togliere il sonoro o il colore nei casi di trasmissione di atti di razzismo, oppure di arrivare fino alla sospensione dell'emissione, spiegando le ragioni al pubblico. Un'idea un po' forte sacrificata per raggiungere il maggior appoggio possibile al testo. E le firme sono arrivate in massa, anche se a valanga dal centro-sinistra e al piccolo trotto dalla destra. Guardando all'Italia, mancano le sigle della Lega Nord, e non sorprende, mentre Forza Italia, Udc e An firmano sì, ma solo a ranghi ridotti: 5 deputati su 16 per Fi; 2 su 5 per l'Udc (non firma il capogruppo Cesa) e 2 su 9 per An (senza la capo Angelilli). E dire che la Bozkurt ci teneva alle firme del partito del premier, che nel calcio rappresenta comunque molto. Adesso cosa cambia? Si spera in qualche azione della Fifa in vista del Mondiale, e poi la palla passa all'Uefa. «Per me - ricorda Bozkurt - il momento migliore del calcio era sempre stato il gol di Van Basten all'Urss nella finale dell'europeo 1988, da oggi non è più così: è l'approvazione della risoluzione. Come si pensava che il gol di Van Basten fosse impossibile, qualcuno pensava che fosse impossibile trovare una posizione comune del Parlamento, invece l'abbiamo trovata. Adesso il razzismo deve sparire dal calcio e per farlo le federazioni devono dire che i club hanno la responsabilità». di Alberto D'Argenzio15 marzo 2006

«E' l'anno di Ghigo Gori»
Gianpaolo Spagnulo, ex numero uno del Taranto, giudica il portiere rossoblu «Adesso deve crederci: può essere il suo trampolino di lancio definitivo»

Cinquecentoventuno minuti sono quasi nove ore. E sono, anche, il record di imbattibilità (recuperi esclusi) del Taranto. Meglio di tutte le squadre del girone. Settantuno minuti appartengono a Gentili, l'ultimo a subire un gol. Ma, soprattutto, ci sono cinque partite senza macchie di Ghigo Gori. L'arma in più è lui, adesso: il portiere ancora giovane che si è preso con garbo il posto da titolare. Storia già detta: lo ha fatto di nuovo, conquistando lo spazio e la promozione nello stesso colpo. Prese il posto di Gianpaolo Spagnulo, cinque campionati fa. E il “giaguaro”, bandiera del nostro calcio, adesso ne parla volentieri. Racconta di quel ragazzo perennemente in rampa di lancio. Partendo con una frase ad effetto: «Era pure ora che cominciasse a fare il portiere». Poi spiegata: «Ghigo ha dei numeri, ma a volte sembrava tenerli per sé, nascondendoli con la propria umiltà. Invece doveva essere più sfacciato: adesso, probabilmente, lo è». Spagnulo adesso fa l'allenatore: è a Legnano, dove raccoglie risultati positivi e consensi anche da parte dell'ambiente. Ha un contratto recentemente rinnovato fino al 2008. E parla da allenatore, in effetti: «Gori non mi sorprende, per niente: ha raggiunto una grande maturità e sta prendendosi quello che merita: finora ha giocato poco, dovendo avere a che fare con circostanze poco favorevoli. Adesso sta sfruttando il momento e, tra l'altro, è nel posto migliore: in una piazza come Taranto è gratificante fare il portiere». 
Spagnulo sa cosa vuol dire cogliere l'attimo. Sa come si sfruttano le occasioni, come si cavalca l'onda. In carriera gli è accaduto. E, adesso, la sua esperienza diventa un consiglio per Gori: «Quello del portiere è un ruolo così delicato da diventare estremamente importante proprio quando ci sono da raggiungere obiettivi. In quei momenti ogni parata viene rivalutata. E anche il ruolo dell'estremo difensore ha la stessa dignità di quello dell'attaccante». Spagnulo ha visto Gori da vicino. Quando era ventenne e si trovò, all'improvviso, titolare nel Taranto della gestione Buso-Silva: «Credo che in questi anni abbia fatto l'esperienza che gli serviva per completarsi: lo ricordo abbastanza taciturno, bravo, educato. Ora è da tanto che non lo vedo giocare, ma aveva già da giovane un ottimo senso della posizione. Era abbastanza freddo tra i pali, ma adesso vorrei rivederlo e appuntare i progressi: se sono a Taranto, lunedì, sarò volentieri allo stadio. Altrimenti mi toccherà vederlo in televisione». 
Spagnulo si fece da parte, quando Gori stava crescendo: era il titolare, poi si infortunò e, anche quando si riprese, rimase in panchina. Ad assistere quel giovane che stava parando bene: «Feci in modo che lui continuasse a giocare anche quando mi ripresi. Il calcio, secondo me, è fatto di ere: il mio ciclo era finito, avevo deciso di smettere ed era giusto lasciar giocare un giovane che stava emergendo. Non dovevo essere egoista, decisi di dargli una mano, di aiutarlo quando poteva. Ho fatto la panchina volentieri. Come fece Incontri con me, quando ero giovane». Ora è il momento di Gori: «Secondo me aveva i mezzi per mettersi in mostra già da prima, avendo vinto un campionato e possedendo i numeri giusti. Spero che questo sia il trampolino di lancio definitivo». 
Nel frattempo Spagnulo tifa per la “sua” squadra: «Continuo a seguire il Taranto con passione e trasporto: mi informo tramite gli amici, tramite mia moglie. Tifo ancora, ovviamente: voglio che vada in C1. Del resto parliamo di una città che ha una grande storia, che ha poco a che fare con questa categoria. Però meglio non correre: per ora faccio i complimenti al Taranto, alla dirigenza, ai giocatori. E a Papagni: con lui ho un buon rapporto, ci conosciamo: è un tecnico molto preparato, una bravissima persona. E sta lavorando bene: si vede». Legnano è sempre C2, ma non è difficile immaginare il sogno di Spagnulo: «Taranto è Taranto. Mi piacerebbe essere lì, ovviamente. Ma il calcio è la mia vita e, adesso, mi porta a stare a mille chilometri da casa». di Fulvio Paglialunga15 marzo 2006

«I miei gol per lanciare il Taranto»
La gioia dell'attaccante barese, che ha rotto il suo "digiuno" sotto porta, archiviando definitivamente la partita contro il Marcianise. Deflorio: «Ma il nostro merito è di aver sbloccato la gara. Ora difendiamo il secondo posto»

E sono dodici. Andrea Deflorio, dopo un digiuno lungo un mese e mezzo, ha apposto la sua firma (con un rigore) sotto il successo del Taranto contro il Real Marcianise. L'ultima rete, infatti, risaliva al 29 gennaio, giorno in cui, contro l'Igea Virtus, il bomber di Noicattaro mise a segno una doppietta che regalò il primo successo della gestione Papagni. «Il gol mi mancava, per un attaccante rappresenta il pane quotidiano. E poi è sempre bello contribuire ad una vittoria con una rete». Deflorio sottolinea subito l'importanza della marcatura siglata contro la compagine campana. Giunta a due minuti dal termine del tempo regolamentare, con il risultato ancora in bilico. «È stato importante siglare la rete del 2-0: quando hai un solo gol di vantaggio non puoi essere tranquillo. Il nostro merito principale, comunque, è stato quello di sbloccare subito una gara che rischiava di complicarsi con il passar del tempo. Il Marcianise è una buona squadra, ed era giunto a Taranto con la speranza di poter riagganciare il treno dei playoff. In più c'era il terreno di gioco allentato dalla pioggia a rappresentare un ostacolo per la qualità del nostro gruppo. Successivamente abbiamo avuto anche un paio di occasioni per raddoppiare. E, così come accade da diverse settimane, abbiamo rischiato praticamente nulla in fase difensiva. Se non ricordo male Gori non è mai stato impegnato dagli attaccanti avversari». Il successo contro il Marcianise ha consentito al Taranto di entrare nella storia. Sei vittorie consecutive (Igea Virtus, Giugliano, Andria Bat, Vittoria, Modica e Marcianise), così come accaduto all'Arsenal Taranto nel campionato 1951-52. «Il record è un dato statistico che non si dimentica mai, utile per arricchire l'almanacco. Me ne appartiene uno - Deflorio è il miglior marcatore della serie C1 con 28 reti messe a segno in 31 partite di campionato con la casacca del Crotone nella stagione 1999-00, ndr - e spero che duri per molto tempo ancora. Ma il nostro obiettivo era quello di continuare a vincere per non interrompere la rincorsa al secondo posto in classifica. I risultati degli altri campi ci hanno consentito di raggiungere questo traguardo, ma adesso dovremo cercare di non mollarlo fino al termine della stagione». Obbligatorio dare uno sguardo alla classifica. Il Taranto ha un vantaggio di sei punti sulla Pro Vasto (che occupa l'ultima pozione utile per disputare i playoff) e vede ad undici lunghezze di distanza il gradino più alto della classifica. Meritatamente occupato dal Gallipoli, prossimo avversario dei rossoblù nel posticipo in programma lunedì sera. «È una gara come le altre, la nostra preparazione non cambierà. È un po' di tempo ormai che la nostra mentalità è cambiata, abbiamo imparato a sacrificarci e ad aiutarci vicendevolmente per raggiungere un risultato importante. Contro il Gallipoli il nostro atteggiamento non muterà. È questo il nostro segreto». Guai a rompere l'incantesimo. di Fabio Di Todaro15 marzo 2006

Gallipoli, per i supporter è già derby
I club stanno predisponendo una carovana; altri sostenitori viaggeranno in auto. La sfida col Taranto è certamente la più sentita dalla tifoseria, la quale non intende mancare all'appuntamento di lunedì sera. Oggi doppio allenamento: in mattinata al "Bianco", nel pomeriggio ad Aradeo. Iennaco: «Se torneremo con un risultato positivo avremo fatto un altro bal passo in avanti»

Alfonso Iennaco è un lottatore di centrocampo che non tira mai la gamba indietro, come si usa dire, ed è diventato un perno fondamentale nello scacchiere predisposto da mister Gaetano Auteri. «Siamo molto contenti di quello che stiamo facendo - dice il forte centrocampista - perché avere 11 punti di vantaggio sulle dirette concorrenti fa piacere. Indubbiamente il discorso promozione non è ancora chiuso perché mancano otto partite alla fine del campionato e quindi può accadere di tutto, per cui dobbiamo essere ancora molto concentrati per non commettere alcun passo falso. Sicuramente è un buon vantaggio che ci fa stare tranquilli e che ci consente di giocare con tranquillità». Lunedì prossimo la capolista si recherà sul terreno del Taranto in un derby che si presenta combattuto e dal risultato incerto. «Sarà sicuramente una bella partita - conclude il centrocampista - dove ci affronteremo a viso aperto cercando di dare spettacolo anche perché sono convinto che ci sarà un bella cornice di pubblico come si addice alle partite importanti. Dovremo giocare con tranquillità e serenità e se torneremo con un risultato positivo allora potremo dire di avere fatto un altro passo in avanti per quanto riguarda il discorso promozione in attesa della matematica certezza». Lo staff tecnico farà svolgere la seduta mattutina al "Bianco" mentre nel pomeriggio la comitiva si recherà sul terreno dell'Aradeo. I tifosi giallorossi, intanto, dal canto loro si stanno organizzando per seguire la squadra del cuore nelle trasferta serale di Taranto (lunedì 20 ore 20.45). I club organizzati, infatti, stanno predispodendo alcuni pullman per consentire il trasporto allo "Iacovone" dei tifosi che non possono usufruire di un proprio automezzo mentre altri si stanno organizzando con le auto private. Insomma, nell'incontro che ha il sapore di un derby dall'esito molto incerto, i tifosi giallorossi non vogliono far mancare il loro apporto. Chi, invece, non si può recare a Taranto potrà seguire le fasi della gara su Rai Sat Sport che trasmetterà la partita in diretta. di Roberto Cataldi15 marzo 2006

Battaglia a Campo de' Fiori
Incidenti nella notte nel centro della Capitale tra tifosi di Roma e Middlesbrough: tredici tifosi inglesi e due poliziotti feriti. Stasera è in programma il match di ritorno di coppa Uefa

Scontri, anche a colpi di bottiglie e coltelli, tra italiani e tifosi britannici del Middlesbrough, la squadra che questa sera affronterà la Roma nella partita di ritorno di Coppa Uefa, si sono verificati in piazza Campo de' Fiori, nel centro della Capitale: tredici tifosi britannici sono stati feriti. 
All'origine degli incidenti gli sfottò degli italiani nei confronti dei tifosi del Middlesbrough, che avevano trascorso la serata nel centro di Roma facendo abbondanti bevute di birra. E' così scattata la reazione dei britannici. I due gruppi, una cinquantina di persone per parte, si sono affrontati. Un tifoso inglese è stato accoltellato alla schiena, in maniera non grave secondo i primi accertamenti delle forze dell'ordine. Altri sono stati colpiti al volto con pezzi di vetro di bottiglie di birra. 
Dei tredici tifosi, cinque sono stati portati al San Giacomo: un quarantenne è ricoverato con 15 giorni di prognosi per ferita lacero-contusa al cuoio capelluto e una coltellata al torace; un 19enne ferito al gluteo ne avrà per otto giorni; altre tre persone, sempre per ferite alla testa, hanno avuto prognosi che vanno dai 4 agli 8 giorni. 
Altri sette inglesi sono stati portati al Santo Spirito: due 34enni per ferite alla testa guariranno in 8 e 10 giorni; un 35enne ha riportato la frattura del metacarpo, i medici lo hanno giudicato guaribile in 30 giorni; tre persone, di 32, 38, e 43 anni, sono stati accoltellati alla schiena, guariranno rispettivamente in 8, 10 e 8 giorni; un 44enne ha avuto una prognosi di 4 giorni per contusioni varie. E', infine, ricoverato al Fatebenefratelli un inglese di 24 anni che è stato ferito da quattro coltellate ad un gluteo, al torace e alla schiena, guarirà in 15 giorni. I due poliziotti del commissariato Trevi sono stati medicati al San Giacomo con prognosi di 7 ed 8 giorni.15 marzo 2006

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