Papagni guarda avanti Il Taranto ha perso una pedina per strada. Dovrà fare
l'abitudine alla perdurante assenza di Manolo Manoni il cui infortunio
al ginocchio sinistro è risultato più grave del previsto. Il giocatore
sarà operato martedì mattina a Perugia dal dottor Giuliano Cerulli in
collaborazione con il responsabile dell'area medica rossoblu, Guido
Petrocelli.
Taranto, ora è vietato
mollare La Nocerina si presenterà a Taranto senza Fabio Mazzeo (squalificato), - re della classifica capocannonieri con 16 reti -, ma Maurizio Caccavale, baluardo del reparto arretrato rossoblù, non pensa minimamente di poter abbassare il livello di guardia. «È un ottimo giocatore e non nego che la sua assenza rappresenti un vantaggio minimo per noi. Di fronte ci sarà, comunque, un'ottima squadra, reduce da due vittorie consecutive contro Marcianise e Melfi che l'hanno allontanata dalla zona playout. Per noi non può cambiare nulla: conosciamo la nostra forza e cercheremo di utilizzarla senza presunzione per proseguire la scalata verso il secondo posto. Anche per riscattare la gara di andata, in cui sciupammo una grande occasione per centrare la prima vittoria esterna della stagione». Il successo contro il Latina rappresenta l'ennesima dimostrazione della crescita e della maturazione subita dalla squadra da quando in panchina siede Aldo Papagni. E dando un'occhiata alla classifica, cresce il rammarico per aver sciupato la possibilità di lottare per la promozione diretta. Caccavale concorda. «Se avessimo lavorato con questa determinazione da settembre, probabilmente, saremmo davanti al Gallipoli. Nello scontro diretto abbiamo dimostrato di non essere inferiori, ma il distacco mi sembra eccessivo per essere colmato in questo finale di campionato. Non dobbiamo dimenticare, però, che il Taranto è stato costruito ex novo a luglio, mentre Auteri ha avuto la fortuna di lavorare con un gruppo già collaudato e ritoccato con gli arrivi di alcuni elementi di ottimo valore. Playoff già nel cassetto? Nemmeno per sogno. Ci sono ancora sei gare da disputare, diciotto punti in palio che possono riaprire qualsiasi discorso sia in vetta che in coda alla classifica. Facciamo tesoro della nostra esperienza: in quaranta giorni siamo passati dal terzo posto, con una sola lunghezza di distacco dal Melfi, alla settima posizione quattro punti di ritardo dalla quinta». La gioia per il risultato positivo conquistato nel Lazio è stata smorzata dal dispiacere che ha pervaso l'intero spogliatoio in seguito al grave infortunio occorso al centrocampista Manoni. Una perdita importante sotto il profilo umano, - il mediano si era inserito nel gruppo sin dai primi giorni successivi al suo arrivo a Taranto -, ed un grattacapo in più per Papagni che adesso è costretto a sfogliare la margherita alla ricerca di un sostituto. «La sua assenza ci rattrista, si era calato in questa nuova avventura con tanto entusiasmo. Già domenica, dopo la partita, nessuno aveva voglia di festeggiare. Adesso soffrirà lontano dal terreno di gioco, ma lo aspettiamo a giugno per tagliare il traguardo della promozione. Le alternative, comunque, non mancano e chi lo sostituirà farà ugualmente bene». di Fabio Di Todaro
Lo "Iacovone"
resta diffidato Manoni sarà operato martedì prossimo a Perugia dal prof. Giuliano Cerulli. All'intervento sarà presente il dott. Guido Petrocelli. I tempi di recupero, considerate le innovative tecniche del settore, saranno ridotti al minino. Dice il direttore generale Vittorio Galigani: «Sono convinto che il ragazzo sarà già pronto per il prossimo ritiro di luglio. Con il Taranto ovviamente. La società gli starà vicino nell'intera fase operatoria e lo seguirà in quella della rieducazione». Un bel gesto davvero questo del club rossoblù. Cattive notizie giungono, invece, dalla Caf la quale, ieri, ha rigettato il reclamo avverso i 6mila euro di ammenda e, soprattutto, la diffida imposta allo "Iacovone" per la gara di Andria del 12 febbraio scorso. La società di via Umbria era difesa dagli avvocati Enzo e Lele Di Ponzio. «Una brutta tegola - ha commentato sempre il dg. Galigani - perché fa pendere per l'intera stagione una sorta di spada di Damocle su tutte le partite del Taranto, sia quelle in casa che quelle esterne. A questo punto non resta che appellarci al buon senso dei nostri tifosi per evitare anche il benchè minimo equivoco che possa danneggiare la squadra. Mi conforta la considerazione che contro il Gallipoli, dinanzi a tutta Italia, i supporters jonici hanno offerto una grossissima prova di civiltà». Nel pomeriggio la Disciplinare valuterà il ricorso rossoblù contro l'ammenda di 3mila euro inflitta proprio al termine dell'incontro con la capolista salentina. Intanto la squadra prosegue la preparazione per l'ostico incontro di dopodomani (ore 15) contro la Nocerina di mister Roberto Chiancone, in cui milita l'ex Esposito. Ieri notte, come è noto, il Taranto ha partecipato al triangolare di Monopoli. Nei due tempi mister Papagni ha fatto girare l'intera rosa con l'unica eccezione di Ambrosi: c'erano anche il portiere Lucaselli, il centrocampista Troccoli della Berretti e l'attaccante degli Allievi Maiorino. Per la sostituzione di Manoni ci sono in ballottaggio Bussi e Larosa. di Giuseppe Dimito Bachini: squalifica a
vita Era nell'aria, ora è accaduto e scatta la
preoccupazione per quelle che potranno essere le sue reazioni: Jonathan
Bachini è stato squalificato a vita dalla commissione disciplinare
della Lega Calcio per uso di cocaina. Il calciatore, che ha risolto il
contratto con il Siena, era recidivo. Ed è questa la ragione del
pesantissimo provvedimento. Adottato prima solo per Maradona.
Adesso tocca a loro Ora la discussione si apre naturalmente. Uno spunto che
affonda nell'attualità, ma che può anche imbarazzare. Andrea Bussi è
in partenza restìo a rilasciare commenti, soprattutto nel momento in
cui l'infortunio di Manoni apre di fatto il capitolo delle alternative
in merito alla sua futura sostituzione. «Manolo
è un amico - si schernisce inizialmente Bussi -
parlare adesso mi sembrerebbe inopportuno». L'assoluzione è
piena e non c'è malizia in nessun comportamento.
Di Domenico lancia il
Taranto Ha un sogno nel cassetto Fabio Di Domenico, l'attaccante centrale che è in forza al Taranto: terminare un campionato professionistico in doppia cifra in tema di gol. «So che significa provare l'ebbrezza di tale gioia - confessa il giocatore - in quanto a Rutigliano, nel '98, firmai 12 reti. Ma era in Interregionale. Ora spero di ottenere un risultato almeno simile nei professionisti. La stagione si sta evolvendo positivamente. Ho già segnato sei gol che mi hanno consegnato il personale record nella serie C2. Il prossimo obiettivo è sorpassare quota otto, che è il tetto di marcature nella serie C1 maschile: lo firmai a Giulianova cinque anni fa. Se la dea bendata mi sorridesse, potrei giungere almeno a dieci. All'orizzonte ci sono 6 partite, più gli eventuali playoff. È difficile ma devo provarci». Com'è il morale della squadra? «Sicuramente buono. Le sette vittorie ed il pareggio, contro il Gallipoli, racimolati negli ultimi due mesi di campionato hanno indubbiamente innalzato classifica e buon'umore. L'unico neo è stato l'infortunio di Manolo Manoni. Ce ne dispiace perché, oltre che essere un elemento di spessore, è un bravo ragazzo. Gli auguro di guarire il più in fretta possibile. Resta il dato inconfutabile del ritorno in seconda file, che è importante in chiave-playoff». Il traguardo resta ancora lontano. «Indubbiamente. Se è per questo, non abbiamo ancora vinto nulla. Bisognerà sicuramente continuare sulla retta via, che abbiamo intrapreso due mesi fa circa e continuare a pedalare forte come si dice in gergo. L'obiettivo più immediato, infatti, è consolidare la seconda poltrona e difenderla dagli attacchi che ci porteranno le formazioni che ci sono dietro: Melfi, Cisco Roma, Rende. Queste formazioni, però, restano pericolose. Ma noi possiamo sicuramente tenere duro e difendere a denti stretti una posizione che è molto importante per l'economia dei giochi-promozione, nei quali vogliamo essere protagonisti». Quali armi avete a disposizione? «Quelle che ci hanno consentito di inanellare ben ventidue punti nelle ultime otto giornate: umiltà, sacrificio, determinazione, spirito di gruppo. In più, negli ultimi tempi, abbiamo acquisito una buona consapevolezza dei nostri mezzi che non guasta perchè aiuta moltissimo in chiave psicologica. L'unica cosa che non dovremo mai fare è abbassare la guardia, ritenere che il più è stato fatto e che, pertanto, giungere ai playoff non è difficile. Un simile ragionamento ci riporterebbe indietro di due mesi. Non voglio nemmeno pensarci». Che Nocerina vi attendete domenica? «Sicuramente una formazione motivatissima, che farà di tutto per portarci via qualche punto. Del resto è sest'ultima in classifica. Non sarà per niente facile batterla perché ritengo che chiuderà tutti i varchi che conducono alla sua porta e che, pertanto, restringerà parecchio gli spazi giocabili. Un po' ci siamo abituati ad affrontare queste squadre perché, allo Iacovone, tranne Gallipoli e Giugliano, si sono tutte difese ad oltranza. Con l'aiuto del nostro fantastico pubblico, punteremo dritto ai tre punti». di Giuseppe Dimito
Per Manoni la stagione
è finita Stagione finita per Manolo Manoni. La visita a cui si è sottoposto ieri pomeriggio il mediano rossoblù dal professor Giuliano Cerulli (lo stesso che ha operato Bazzani e Bonazzoli ai legamenti) a Perugia ha evidenziato la rottura del legamento crociato anteriore, del collaterale esterno, della capsula legamentosa, del menisco esterno e del punto d'angolo esterno del ginocchio sinistro. Il centrocampista di Jesi verrà operato la prossima settimana (quasi sicuramente dal medesimo specialista) e dovrà rimanere fuori dal terreno di gioco fino al termine del campionato (play-off compresi). Quando contattiamo Aldo Papagni è ancora all'oscuro dell'amaro verdetto: «Non lo sapevo, ancora non lo avevo chiamato. Mi dispiace, il gruppo perde un elemento importante. Saprò farmene una ragione. È da quando sono arrivato che convivo con un'infermeria sempre affollata. Penso ad Ambrosi, Martinelli, Mortari. Rispetto a questi, però, Manoni ha terminato la sua annata calcistica. Adesso tocca a lui: deve essere forte e avere la determinazione giusta per superare questo brutto momento». Il resto del gruppo, intanto, prosegue gli allenamenti. Ieri Deflorio e compagni hanno sostenuto la consueta doppia seduta. Oltre a Manoni, erano assenti Malagnino (impegnato con la Nazionale) e Ambrosi (ha curato la distrazione al polpaccio in un centro specialistico di Montecatini). Entrambi dovrebbe rientrare a Taranto oggi pomeriggio, ma solo il tornante di Manduria potrebbe partecipare al triangolare di questa sera in programma a Monopoli (fischio d'inizio alle 20:30, con il Taranto impegnato nelle ultime due gare). Per il centravanti di Fiuggi si prevede un lavoro specifico mirato al recupero della condizione che dovrebbe tenerlo fuori dal match con la Nocerina. Hanno lavorato con il gruppo Catania, Manni e Deflorio che alla ripresa avevano girato a parte. Per stasera Papagni ha convocato anche Lucaselli, Maiorino e Troccoli. di Fabio Di Todaro Ned Ludd e la congiura
degli stopper Non sempre il calcio siamo noi; non sempre il calcio esprime il tempo che viviamo, bello o brutto che sia, e non sempre gli assomiglia, perché anche il calcio, come la vita, può poi sempre scartare di lato e prendere percorsi diversi rispetto al mondo che gli gira intorno: ma vorremmo dire diversi rispetto alla Storia. Ed è proprio dalla percezione di uno di questi scarti fra il calcio e la Storia che prende avvio questo primo romanzo di Pippo Russo, Il mio nome è Nedo Ludi (2006, Baldini Castoldi Dalai editore, pagine 455, euro 17): romanzo importante, intenso d'emozioni, a tratti commovente, denso di cultura calcistica e storica e sociologica (non a caso Pippo Russo è docente universitario di sociologia, prima ancora che scrittore e collaboratore di riviste e quotidiani, fra cui in passato anche il manifesto), sofisticato nella struttura - perché il racconto scorre lungo diversi punti di vista e perché il tono sa mutare di conseguenza, da quello più introspettivo fino a quello quasi saggistico - ed elegante nello stile, splendidamente scritto com'è. Al fondo c'è quella percezione, tutto comincia da lì: è il 1989 e mentre la Storia s'appresta a veder cadere il muro di Berlino, il calcio s'appresta a veder tramontare l'epoca della marcatura a uomo, dell'uno contro uno, del libero davanti alla difesa, del contropiede e del catenaccio fino alla morte o del catenaccio almeno quando serve, quando stai vincendo uno a zero e mancano ottantacinque minuti alla fine della partita. Il Milan di Sacchi ha appena conquistato il primo scudetto dell'era berlusconiana e, mentre la Storia s'appresta ad assistere alla fine del socialismo reale, il calcio celebra quello scudetto come il trionfo di un nuovo credo ideologico: è la zona predicata da Sacchi, è il pressing anche nell'area avversaria, è il gioco senza palla. È tutta quella serie di parole e di precetti che, dice benissimo Pippo Russo, hanno reso complicata la cosa più semplice del mondo: il calcio. E così, proprio mentre la Storia s'appresta a prendere atto della fine di un sogno, quello dell'uguaglianza, il calcio si dispone a celebrare l'idea ostinatamente contraria: la supremazia dello schema sul singolo, la necessità del sacrificio del singolo a vantaggio del collettivo, perché non è grazie a Gullit e Baresi che il Milan ha vinto quello scudetto ma è grazie alla zona, alla quale, capirete, anche il talento di Gullit deve osservare il giusto rispetto. Qui irrompe Nedo Ludi, qui nel racconto e qui nella Storia. Perché ognuno di noi, come sa la psicologia ma come sa anche la sociologia, ha da qualche parte nel mondo, nel passato o nel futuro un proprio altro da sé, ognuno di noi è l'ombra o il ricordo o la promessa di qualcun altro e di chissà quanti altri ancora; e Nedo Ludi irrompe nel racconto come la reincarnazione ora e qui di Ned Ludd, l'operaio inglese dal cui nome e dalla cui figura, poco importa se reale o immaginaria, prese vita, nell'Inghilterra fra la fine del '700 e l'inizio dell' 800, il movimento popolare del "luddismo", che lottò contro l'industrializzazione e contro l'organizzazione disumanizzante del lavoro, sabotando il sistema, distruggendo le macchine. Nedo Ludi è soltanto lo stopper di una piccola squadra di serie A, l'Empoli; ma ognuno di noi è anche la curva di un destino più grande e talvolta accade la magia di averne consapevolezza, come accade a Nedo Ludi: il quale riesce addirittura a percepire, come raramente succede invece nella realtà, la possibile evoluzione storica del presente che sta attraversando e intuisce che la zona - arrivata adesso anche a Empoli, portata dal nuovo allenatore Bersani - non soltanto potrebbe schiacciare ed eliminare lui, giocatore inadatto al nuovo credo per ruolo in campo, per caratteristiche tecniche e per temperamento personale, ma potrebbe provocare afflizioni molto più estese, potrebbe forse arrivare a disumanizzare il calcio nello stesso modo in cui l'industrializzazione ha disumanizzato il lavoro. Insomma, Nedo Ludi non ha le parole per dire che quello che gli sta accadendo è di trovarsi in mezzo al passaggio dalla modernità alla tardomodernità calcistica (e Pippo Russo ci perdonerà se prendiamo in prestito questa categoria storica dal sociologo David Garland e se la rovesciamo rispetto al significato originario, perché tardomoderna, per Garland, è l'epoca del superamento dello Stato assistenziale, dell'abbandono dell'individuo a se stesso), ma ha il cuore per sentire l'esigenza di reagire, in uno slancio solidaristico che farebbe felice suo padre, comunista attonito davanti alla svolta della Bolognina, se solo l'uno e l'altro trovassero finalmente il coraggio di parlarsi, di aprirsi, di abbracciarsi. La reazione di Nedo Ludi è comica ma emozionante al tempo stesso: è la congiura degli stopper, è il sabotaggio del sistema dall'interno, è il tentativo di recuperare al singolo quella centralità nonostante tutto quello che il nuovo credo della zona vorrebbe negargli. Sarà sufficiente un movimento sbagliato o troppo lento a pregiudicare il funzionamento del meccanismo intero; anche se solo per negazione, sarà allora proprio un errore umano a dimostrare che neppure la zona può astrarre dal singolo. Stopper di tutta Italia che giocate in squadre schierate a zona, unitevi, uniamoci, allora: sarà questa la congiura degli stopper e Nedo Ludi coinvolgerà segretamente quanti più giocatori gli riuscirà perché tutti, ciascuno nella propria squadra e ciascuno nel proprio piccolo, provino e s'impegnino a sabotare lo schema, a farlo fallire; e sarà per il bene comune. Com'è giusto che sia, la storia non sarà a lieto finema sarà ugualmente sorprendente e Nedo Ludi - in questo senso la storia appartiene anzi al genere del romanzo di formazione, seppure dentro un breve arco di tempo - crescerà e capirà molte cose della vita e dell'amore; e cadrà nel fango e se ne risolleverà. Ma è anche ovvio e non solo giusto che la storia non abbia lieto fine, perché la fine della storia ce l'abbiamo davanti ai nostri occhi e Pippo Russo non avrebbe potuto nascondercela neanche se l'avesse voluto: la zona ha preso il sopravvento nonostante la congiura degli stopper, il calcio ha definitivamente valicato il confine fra modernità e tardomodernità (se di tardomodernità calcistica siamo disposti a parlare) e sta tristemente rotolando verso un baratro in fondo al quale però, ci auguriamo tutti, troverà una palingenesi che ci consenta di ripartire daccapo, almeno da dove eravamo prima di Nedo Ludi. Pure la Storia sta ugualmente procedendo a passo di gambero, come scrive Umberto Eco; e ci pare che infine i binari del calcio e della Storia si siano riuniti: come dice la stessa Rossana Rossanda in quel capolavoro che è La ragazza del secolo scorso, l'innegabile grande merito del comunismo è stato quello di dare a tutti e a ciascuno una coscienza di appartenenza venuta meno la quale rischia di rimanere soltanto il vuoto generato dall'esatto opposto, cioè dall'individualismo più sfrenato, ed è lo stesso vuoto che l'avvento dei nuovi credi ha provocato nel calcio e nei calciatori, ridotti ormai questi ultimi a numeri di maglia che forse arriveranno a raggiungere le tre cifre o a capigliature che tuttavia non bastano a distinguerli in mezzo a schemi e diagonali. È lo stesso vuoto che forse anche Nedo Ludi sente ancora dentro sé, nel bar che ha aperto a Chianni. di Niccolò Nisivoccia
Manoni, un mese almeno Il crac era vero: adesso bisogna capire la sua gravità.
Di certo il Taranto dovrà rinunciare per almeno un mese a Manolo
Manoni. Il giocatore, uscito dopo ventitre minuti per un infortunio al
ginocchio sinistro, ieri ha fatto a tutti gli accertamenti per
comprendere l'entità del danno subito. Prima è stato visitato dal
dottor Guido Petrocelli, responsabile dell'area medica rossoblu, poi è
stato sottoposto a risonanza magnetica a Villa Salus a Brindisi dai
medici Di Palma e Ciliberti.
«Taranto, ti vedo
già in C1» «A giugno spero di vedere il Taranto in C1. Il pubblico merita il salto di categoria, e con la squadra allestita in questa stagione, non dovrebbero esserci difficoltà a centrare la promozione. Emozioni? Sarà una gara particolare. Indipendentemente dai risultati, a Taranto ho vissuto una parentesi importante della mia carriera». Parla Gianluca Esposito, due stagioni con la casacca rossoblù (34 presenze e 3 gol nelle stagioni 2002-03 e 2003-04, ndr) culminate con la retrocessione nei play-out contro la Fermana e attualmente in forza alla Nocerina di Roberto Chiancone. Il suo giudizio sul Taranto parte da una constatazione. «Ad inizio stagione pensavo che avrebbe vinto il campionato. Una convinzione maturata dopo aver visto l'organico che era stato costruito dalla società. E sostenuta dalla conoscenza della tifoseria, unica in questa categoria, ed in grado di rappresentare un'arma in più nelle gare casalinghe. La squadra di Papagni, a mio giudizio, è superiore al Gallipoli, premiato meritatamente, però, da una costanza di rendimento che è mancata al Taranto». Che tipo di gara sarà Taranto-Nocerina? «I risultati che abbiamo conseguito nelle ultime due settimane (vittoria in trasferta a Marcianise e in casa contro il Melfi, ndr) ci consentiranno di giocare senza assilli. Non abbiamo l'assoluta necessità di fare punti, la zona play-out è distante tre punti. Ma attenzione perché quando siamo scesi in campo in queste condizioni abbiamo sfoderato le prestazioni migliori. Ne è una prova la partita contro il Melfi di domenica scorsa. Ci hanno attaccato dall'inizio, li abbiamo colpiti sfruttando gli spazi lasciati scoperti. Dal Taranto mi attendo una prestazione arrembante. Cercheranno di ottenere i tre punti sospinti dalla forza che è in grado di imprimere il pubblico nei momenti in cui l'entusiasmo è alle stelle». Ma la Nocerina avrebbe potuto ambire ad altri traguardi? «L'obiettivo della società era quello di centrare una salvezza tranquilla e per il momento stiamo pienamente rispettando la tabella di marcia. Con il senno di poi, però, posso dire che non siamo inferiori alla Pro Vasto e al Viterbo che, invece, navigano a ridosso della zona play-off. Nel girone di andata abbiamo subito molte reti ingenuamente, dilapidando diversi risultati positivi nei minuti di recupero. Ultimamente abbiamo curato con più attenzione la fase difensiva e siamo riusciti a conquistare undici punti in sei giornate con appena tre reti subite». Capitolo promozione: il Gallipoli è già in C1? «Rimontare nove punti in sei giornate ad una squadra dal rendimento così regolare è un'impresa quasi impossibile. Anche per il Taranto, reduce da otto risultati utili consecutivi al cospetto di un Gallipoli in leggera flessione». Parliamo, allora, dei play-off. Se la classifica attuale fosse quella definitiva, chi partirebbe favorito? «Il Taranto, a prescindere dalla graduatoria. Non mi stanco di ripetere concetti già noti. Papagni ha a disposizione giocatori di grande qualità ed esperienza in queste partite. E poi il sostegno dei tifosi rossoblù non può nemmeno essere paragonato a quello su cui possono contare Melfi, Cisco Roma e Rende». di Fabio Di Todaro
Manoni, un mese di
stop? S'è aperto uno spiraglio nell'infortunio occorso domenica scorsa a Latina a Manolo Manoni? La risonanza magnetica, cui si è sottoposto il giocatore ieri sera, avrebbe escluso la lesione al crociato del ginocchio sinistro ed avrebbe evidenziato probabilmente la lesione del collaterale. In questa seconda ipotesi, stando a quanto trapelato ieri sera, il giocatore starebbe un mese circa fermo e, quindi, potrebbe essere disponibile per i playoff decisivi per la promozione in serie C1 che inizieranno il 21 maggio prossimo (gara d'andata). Nel primo caso, invece, il centrocampista dovrà essere operato e, quindi, si dovrebbe parlare di stagione conclusa. La decisione definitiva sull'entità dell'infortunio si saprà soltanto questa mattina allorchè il dott. Petrocelli visionerà la lastra. Papagni: «Mi auguro naturalmente che il ragazzo possa ritornare nel gruppo al più presto. Caso contrario ho fortunatamente a disposizione una rosa ampia per cui darò spazio a Larosa, Bussi e Deleonardis. Del resto è dal mio arrivo a Taranto che convivo con gli infortuni. E non mi riferisco unicamente a coloro che giocano di più, ma anche a quelli che comunque fanno parte della rosa e che, pertanto, sono ugualmente importanti. Ricordo Martinelli, Ambrosi». di Giuseppe Dimito
Ha ripreso Martinelli Il Taranto ha ripreso ieri pomeriggio gli allenamenti in vista della prossima gara interna contro la Nocerina, reduce da due vittorie consecutive: quindici giorni sbancò il "Progreditur" di Marcianise con un gol di Buonocunto e domenica scorsa ha rispedito sconfitto il titolato Melfi per 3-1 (doppietta di Mazzeo e rigore di Ramora). Allo "Iacovone" mancherà proprio il 23enne bomber rossonero (capofila con 16 centri), appiedato dal giudice sportivo per un turno. In casa tarantina, come previsto, Pastore è andato in diffida. Buone notizie per Martinelli che finalmente ha ripreso a lavorare con il gruppo. Catania, dal canto suo, si è allenato a parte (dolore alla schiena). Fermo ancora Ambrosi che sta curando la contrattura al polpaccio. Assenti anche Malagnino (mazionale) e Capone (motivi personali). Il programma prevede per oggi una doppia seduta. Domani sera, invece, triangolare a Monopoli dove sarà inaugurato il nuovo impianto d'illuminazione. Papagni deve trovare il sostituto di Manoni fra Larosa, Bussi e Deleonardis. di Giuseppe Dimito
La ricca eredità di una partita Rimane una ricca eredità, oltre i tre punti.
Rimangono gli errori da correggere e il carattere da esaltare, rimangono
le eccezionali risorse tecniche e la sorprendente adattabilità tattica.
La trasferta di Latina, per il Taranto, non è stata affatto banale: per
la rocambolesca evoluzione, ma anche per il suo significato, per gli
spunti e le analisi multiple che suggerisce. Non è solo una sequenza di
numeri da grande (quarta vittoria esterna consecutiva, secondo posto
riconquistato, playoff ipotecati), ma è, soprattutto, una diffusa
sensazione di benessere e una saggia sequenza di buoni consigli. Una
ricca eredità, appunto. Da dividere.
Il presente e il futuro Meno 9 dal Gallipoli, più 9 sulla Pro Vasto. Perfettamente in bilico tra il sogno (agganciare il primo posto) e la realtà (playoff in cassaforte). Il Taranto tira le somme, dopo la rassicurante prova di Latina. Rassicurante per come è finita, non certo per come era iniziata, carica di presagi. Dal gol-lampo di Marasco al rigore-fallito di Deflorio, passando per l'infortunio-esclusione di Manoni. Avvio spaesante per un Taranto ormai abituato a succhiare il nettare da ogni contesa. E invece: vagabondaggi mentali, ruzzoloni interiori, passaggi a vuoto. Disagio diffuso per una squadra che un'idea ce l'avrebbe (prendere gli avversari ai lati), ma non riesce a realizzarla (l'atteggiamento ringhioso del Latina rappresenta un intralcio). Poi la partita segnata da quegli episodi premonitori si schiarisce. Diventa leggibile. Assume connotati più familiari, apre scenari già noti. Il Taranto capisce che la trama è un po' diversa, ma la storia è quella di prima. Quella delle ultime sette giornate. E può continuare, arricchendosi di un ulteriore capitolo vincente. Per la rimonta - concetto completamente nuovo da sviluppare - comincia a servirsi della saldezza del collettivo. Dell'integrità agonistica di un gruppo che ha voglia di darsi e si dà. Lo sforzo s'intensifica. La pressione si fa più insistente. Anche la manovra, a lungo costretta a frequenti interruzioni e spezzettamenti, sembra poter ritrovare, da un'azione all'altra, unità d'intreccio e di trama. Ma non basta. Non può bastare. Per mettere in cantiere la rimonta, serve altro. Servono colpi fuori dalla normalità. Soluzioni in cui genio e istinto danno una sintesi tecnica fulminea. Servono giocatori che nei labirinti di una partita ancora chiusa, lasciano intravedere la grandezza di un gesto. Scegliendo l'impossibilità come unica possibilità. Servono il vecchio Deflorio e il giovane Mancini. Il presente e il futuro del Taranto. Serve tutta l'evidenza della loro bravura. Servono gol che sono un concentrato di astuzia, abilità e mestiere. Gol cinematografici, talmente improbabili nella loro magistrale esecuzione da provocare vibrate proteste o ammirato stupore. Perché è difficile convincersi che il gioco sia stato regolare, quando Deflorio scivola al di là dell'usuale. E, «cucchiaiando» tra due avversari, va a riprendersi il pallone nel punto esatto dove gli aveva ordinato di fermarsi: per predisporsi al tiro e infilare l'angolo più lontano, con la luce della porta ormai ridotta ad uno spicchio. Perché è difficile rimanere indifferenti davanti alla prodezza balistica di Mancini, quando va chiudere quell'uno-due, al culmine di un'azione corale. Batte arcuando il destro e centra l'angolo più remoto, mandando il pallone ad accarezzare palo e rete. Due gol così cambiano tutto. Ribaltano la storia di una partita, che all'inizio aveva fatto una capriola. E ridanno slancio alla rincorsa del Taranto. Lo sostengono, lo confortano. Due gol così potevano segnarli solo Deflorio e Mancini, "loro" di Taranto. Con l'apostrofo oppure senza, indifferentemente. Il bomber dal repertorio infinito, che fa gol e s'inchina sotto la curva dei tifosi. E poi si emoziona. E il centrocampista dal dinamismo irrefrenabile, che gioca al calcio in un modo antico e moderno, di tecnica e di fisico. Con la prepotenza della sua gioventù. di Lorenzo D'Alò
Con Papagni si vola Aldo Papagni ha deciso di battere tutti. E, nel
traguardo parziale, lo ha già fatto: il suo Taranto corre come nessuno.
Lo dicono i numeri, straordinari: nove partite, ventidue punti, compreso
l'orribile inizio della sua avventura (la sconfitta con la Vigor
Lamezia). Il tempo di prendere le misure alla squadra e ecco la
trasformazione: otto partite, sette vittorie (di cui sei consecutive),
un pareggio (in casa con il Gallipoli). Uno scatto eccezionale, come
nessuno. Basta confrontare: la squadra che è immediatamente sotto, in
questo mini-torneo, è la Pro Vasto, che ha fatto cinque punti in meno:
un abisso. Che acquista valore se si considera che il Gallipoli, padrone
assoluto del campionato, di punti ne ha fatti sedici.
Pastore promuove il
Taranto Un colpo di tacco azzardato, effettuato nel tentativo di allontanare la sfera dall'area rossoblù, ha dato il via all'azione che ha consentito a Marasco di sbloccare la partita. Un tentativo di salvataggio disperato più che un'indecisione, ma che ha rischiato di compromettere la gara del Taranto sul campo del Latina. Ivano Pastore non si giustifica. «È stata una leggerezza generale, eravamo sbilanciati dopo aver perso palla a centrocampo. Ho cercato di chiudere lo spazio interno, invece il cross di Anania era arretrato rispetto alla mia posizione. E, pur di intercettare la palla, ho tentato di colpirla con il tacco. Da quella circostanza, purtroppo, è nata l'azione che ci ha portato in svantaggio». Il gol di Marasco, l'errore di Deflorio dal dischetto (il primo in questa stagione, ndr). La gara contro il pericolante undici laziale è stata caratterizzata dagli errori del capitano (Deflorio) e del suo vice (Pastore), ovvero due degli atleti più costanti ed affidabili durante l'arco dell'intero campionato. Il centrale campano si sofferma sul penalty fallito dal bomber di Noicattaro. «Andrea ha calciato colpendo la palla da sotto, ma è stato sfortunato dal momento che il portiere avversario è riuscito a respingere la sua conclusione con il piede. Ma si è fatto subito perdonare siglando una rete splendida. Ha esultato chiedendo scusa ai nostri tifosi. Non ne aveva bisogno, è stato troppe volte decisivo fino a questo punto della stagione». Il gol del capitano ha avuto il merito di sbloccare l'intera squadra e di spianare la strada verso il successo finale. «Siamo partiti male, - commenta Pastore -, ed è questo il nostro rammarico. Sapevamo che il Latina avrebbe impostato la gara facendo leva sul dinamismo e, sotto questo aspetto, non siamo riusciti a metterci alla pari. Dopo il pareggio, per fortuna, è venuto fuori il Taranto umile e determinato che, nelle ultime otto gare, ha conquistato ventidue punti (sette vittorie ed un pareggio, ndr). Alla fine, comunque, credo che il risultato sia ampiamente meritato, giunto al termine di una prestazione confortante». Saggezza maturata con l'età, esperienza fondamentale per la causa rossoblù. Ma il Taranto è anche il genio (ha sempre una giocata pronta da estrarre dal cilindro), la duttilità (che gli consente di essere sempre presente da diciannove gare consecutivamente) e la quantità (che ha convinto Papagni a schierarlo da centrale in un centrocampo a quattro) di Manuel Mancini. Giovane, - appena ventiduenne -, ma capace di affermarsi in una piazza esigente e affamata di calcio, Mancini ha trafitto Orlandi con un bolide da venticinque metri al termine di un fraseggio stretto a centrocampo tra Manni, Deflorio e Larosa. Pastore esprime un giudizio sul giovane talento di Ostia (cresciuto nel vivaio della Lazio prima di disputare due stagioni con la casacca dell'Alto Adige, ndr). «È un giocatore di grande qualità. Ma credo che il suo segreto sia l'umiltà che gli sta consentendo di giocare con continuità e ad alti livelli. Se continuerà così avrà sicuramente modo di affermarsi in categorie superiori». di Fabio Di Todaro
Manoni rischia un lungo
stop La gioia per il bel successo esterno conseguito ieri l'altro a Latina è stata in parte offuscata dall'infortunio capitato a Manolo Manoni. Stamane il medico sociale Petrocelli farà sottoporre il ragazzo alla risonanza magnetica che dovrà mettere a fuoco con precisione l'entità dell'infortunio. Le ipotesi vanno dalla lacerazione del collaterale alla semplice distorsione al ginocchio. Ovviamente si spera nella soluzione più mite in maniera tale da averlo pronto quanto meno per i playoff. Nel pomeriggio il medico rossoblù controllerà pure le condizioni di Martinelli (dovrebbe riprendere a lavorare con la squadra) ed Ambrosi (da verificare la contrattura ad un polpaccio). Il giudice sportivo, nel pomeriggio, non dovrebbe emettere verdetti «pesanti». Si allungherà soltanto la lista dei diffidati che raggiungerà quota nove con l'inserimento di Ivano Pastore, unico ammonito rossoblù del match in terra laziale. Gli altri otto sono: Catania, Deflorio, Di Domenico, Larosa, Martinelli, Manni, Mancini e Micallo. La settimana che sfocerà nel prossimo match interno contro la Nocerina subirà una importante variante. Dopodomani, infatti, anzicché effettuare la solita partitella contro la Berretti, la squadra si recherà a Monopoli per un triangolare che inizierà alle ore 20,30. Deflorio e compagni affronteranno alle 21,10 (i tempi saranno di 40' ciascuno) le due formazioni di casa: il Monopoli della scorsa stagione e quello dell'attuale. Il motivo della visita in terra barese è costituito dall'inaugurazione dell'impianto di illuminazione del "Veneziani". L'intero incasso sarà devoluto in beneficenza all'Apad, un'associazione che cura le adozioni a distanza. Il test servirà a mister Papagni per valutare le condizioni dell'intera rosa in vista della ostica gara interna con la Nocerina. Il trainer jonico dovrà trovare il sostituto dell'infortunato Manoni. I candidati sono Larosa e Bussi. di Giuseppe Dimito L'Ascoli perde il
tecnico fantasma Alle poltrone della tribuna, già sperimentate domenica scorsa per una protesta di troppo, farà l'abitudine. Come uno spettatore qualunque, Marco Giampaolo, allenatore senza patente, vedrà le ultime sette partite dell'Ascoli da lì. Il telefono è spento dal primo pomeriggio e di fatto (sembra certo il suo approdo ad una squadra importante a fine anno) la sua avventura con la squadra marchigiana è finita. La sentenza della commissione del settore tecnico federale di Coverciano blocca infatti Giampaolo fino al 15 Maggio per violazione dei doveri di lealtà, correttezza e probità sportiva e pur comminando all'altro allenatore, Silva, una diffida e una multa da 5.000 euro, non lo squalifica, evitando la soluzione più temuta, l'assunzione di un terzo tecnico per poter terminare la stagione. L'allenatore in seconda più celebrato del campionato, capace di portare a un metro dall'Europa una truppa di sconosciuti assemblati in tutta fretta a dieci giorni dall'inizio del torneo, è stato fermato ieri. L'agognato patentino di prima categoria non ce l'ha, in panchina è andato comunque e ha urlato, tanto, senza nascondersi. Come un tecnico vero, troppo vero per essere il vice di quello che l'abilitazione l'aveva e la mantiene, Silva, e che al telefono si limita a dire il minimo indispensabile. «Speravo non squalificassero Marco e mi irrita la multa, faremo ricorso. Io penso solo a lavorare». Più loquace è l'avvocato di Giampaolo e Silva, Mattia Grassani, instancabile globetrotter delle cause pallonare, a lui la sentenza non sembra la presa della Bastiglia, ma quasi. «Se da un lato ribadisce la centralità e il ruolo di Coverciano, dall'altro, per la prima volta, il giudizio separa la sanzione tra allenatore in prima e allenatore in seconda e viene valutato il diverso peso della violazione. In passato avevo difeso per lo stesso caso, prima Colantuono e Matricciani entrambi assolti, poi Ciccio Graziani eMaurizio Pellegrino, condannati invece a sei mesi». Si parli di patenti e patentini, Grassani segue l'onda. «Silva aveva la patente per guidare in autostrada, ha solamente caricato l'autostoppista Giampaolo sulla macchina, senza poterlo fare. Giampaolo era entrato in autostrada senza averne la possibilità e quindi la sanzione è stata leggermente più pesante». Ma soddisfacente. «Senz'altro. La sentenza è mite, non stravolge il piano tecnico. Durante la settimana Giampaolo può fare il suo lavoro e la squalifica non gli preclude di allenare e di collaborare con Silva alla guida tecnica della prima squadra». C'è un altro aspetto che consola, quello più importante secondo Grassani. «Essendo inferiore ai 90 giorni, la squalifica non inibirà Giampaolo dal frequentare i corsi tecnici di Coverciano e non gli impedirà di partecipare al prossimo, in ottobre. Il bando verrà pubblicato in settimana e siamo speranzosi». Grassani si augura che il vento di primavera soffi novità sostanziali «Qualcuno deve prendere atto che non esistono solo santi e demoni nel calcio. Ci sono allenatori che senza alcuna preselezione, solo per aver partecipato alla fase finale delmondiale, passano automaticamente al supercorso. Un passato sui campi, di livello medio basso, non può essere precludere il futuro. Non dico che ci voglia una riforma federale ma un adeguamento alla realtà dei criteri di selezione per la partecipazione al corso, che sono fermi a 25 anni fa, sicuramente sì. Mancini parla di staff allargati, con un tecnico specifico per ogni ruolo, sono d'accordo. Pensare che un allenatore possa gestire gruppi di 35-40 elementi è anacronistico». L'altra campana di questo scontro apparentemente teorico, ma tutto pratico, ha la voce arrabbiata di Renzo Ulivieri, presidente dell'Aiac, l'associazione degli allenatori, cui la patente di reazionario oscurantista non va giù. «Questa storia inizia a stancarmi. Dicono che presiedo un associazione corporativista e medievale, mi sto incazzando. L' accesso al Master va riequilibrato, siamo d'accordo. I parametri che proporremo? I risultati della carriera come allenatore di base e di seconda categoria, il voto preso a quel corso, il titolo di studio e anche un esame di ammissione estremamente serio, che dia un punteggio pre master». La gavetta ha un senso che non può essere dimenticato secondo Ulivieri. «Ho cominciato prestissimo e ho fatto tutta la trafila. A trenta anni già allenavo in C e a 39 ero arrivato in A. Le esperienze vanno fatte e le regole vanno rispettate, non se ne può fare a meno». L'idea di commentare la sentenza poi, lo indigna proprio. «C'è un piccolo particolare: non commento mai le sentenze della magistratura, non mi sembra giusto. Chi delegittima i giudici sbaglia e si mette fuori dal sistema. Ho sempre pensato che si deve rispetto a chi giudica sia nello sport che nella società civile, non lo dico da ieri, mi conoscete». Chi vuole intendere, intenda. di Malcom Pagani
Il Taranto è di nuovo
secondo Un gol subito: quello di Marasco, che fa tremare e mette
tutti di fronte ad una partita diversa. Un rigore sbagliato: quello di
Deflorio, simile a un fosco presagio. Un gioiello raro: il pareggio di
Deflorio, improvviso e straordinario colpo di genio. Schizzi di
tensione: le proteste bipartisan dopo il gol, l'annullamento virtuale e
la convalida reale. Un giro perfetto: l'effetto del pallone sul tiro
vincente di Mancini, mossa che chiude un momento di calcio delizioso.
Storia strana di una partita atipica: svolgimento diverso da tutte,
ritmo irregolare come poche, finale uguale a tante. Vince il Taranto,
caricandosi di sofferenze, riempiendosi di ardore, sommando il talento
all'agonismo, rimontando lo svantaggio e le negatività immediate e
apparenti. Batte il Latina, orgogliosa inquilina degli ultimi piani,
sfacciata rivale di un pomeriggio difficile. Avversario sorprendente per
la grintosa applicazione, per la ferocia dell'approccio e per
l'inaspettato assetto. Domato prima con fatica, poi con intelligenza,
infine con l'estro.
Il Taranto va sui
trampoli Il Taranto torna a correre dentro il suo campionato ideale. Smette di pensare al Gallipoli, vince a Latina e si riprende il secondo posto, blindando i playoff. Fa tutte queste cose, venendo a capo una partita difficile, a tratti astiosa. Piena d'imprevisti: il gol quasi a freddo di Marasco (1-0), l'uscita precoce di Manoni per infortunio, il rigore fallito da Deflorio. E ricca di trovate geniali: il gol di Deflorio (1-1) e il gol di Mancini (1-2). Vince il Taranto, ribalzando sulla sventura. Partenda da una situazione di svantaggio iniziale, mai patita in precedenza (Vigor Lamezia a parte). Vince, cioè, di rimonta, evitando gli ingorghi psicologici e controllando le derive agonistiche di un confronto duro e spigoloso. Una di quelle partite che fanno la storia di questo campionato, avendo come connotato dominante un'intensità fuori dall'ordinario. C'è tanto nella vittoria del Taranto. C'è la prova di carattere di un gruppo, chiamato improvvisamente a fornire risposte convincenti a domande nuove, insidiose. C'è la forza della squadra, la cui superiore capacità di lettura delle varie fasi della partita sarà alla fine determinante. E ci sono, soprattutto, i colpi dei singoli che, nei momenti di maggior bisogno, soccorrono il collettivo, sciogliendo gli inevitabili grumi della manovra. Giocate stellari: Deflorio che fa un assist a se stesso, scavalca due avversari e infila da posizione impossibile il pallone del contestatissimo gol del pareggio. E giocate sublimi: Mancini che firma il gol della vittoria, indovinando l'angolo più lontano, al culmine di un'azione corale. All'inizio, però, si soffre. Il Latina ha rabbia in corpo e carburante nelle gambe. Parte forte, dispiegando il 3-4-3 in fase di possesso. Gli esterni alti (Costanzo e Tufano) diventano spesso incontrollabili perché scivolano tra le linee, raccattando palloni alle spalle dei centrocampisti e davanti ai difensori. Il Taranto (4-4-2) sembra sorpreso. E al 10' capitola. Marasco raccoglie un pallone nel cuore di una difesa immobile e trafigge Gori con un tocco furtivo. La reazione è immediata, ma un po' scomposta. Perché ci sono poca fluidità e scarso ragionamento. Si cerca sfogo sulle fasce, specie a destra, dove Mortari e Micallo si alternano nell'attaccare lo spazio. Ma la resa non è quella sperata. Poi si fa male Manoni (seriamente, pare) e la sua uscita (dentro Larosa) sembra un cattivo presagio. Confermato al 34' dall'errore dal dischetto di Deflorio. Rigore concesso per un vistoso fallo di mano in area di Costanzo su colpo di testa di Caccavale. La rincorsa del bomber è lunga, il tiro quasi centrale: il portiere si spiazza da solo, ma col piede risce a deviare. Deflorio spreca, provocando doloroso stupore. Deflorio rimedia, generando gioia irrefrenabile. Non è un gol. Ma un inno alla suprema tentazione individuale. Il passaggio a sé medesimo, lo scatto, la rasoiata in diagonale. Accade al 38'. Azione regolarissima per tutti, tranne che per l'assistente, che resta fermo con la bandierina alzata, segnalando un improbabile tocco di Micallo appostato sul palo (fuorigioco?). Immancabili le proteste dei laziali. L'arbitro, che aveva già deciso, consulta il collaboratore e non torna sui suoi passi. E' gol. Ed è rissa (espulso il panchinaro Santarelli). La ripresa, in avvio, rimette il Taranto nella condizione di sbagliare approccio. E di non interpretare correttamente la fase di non possesso. Il Latina potrebbe approfittarne. Ma non lo fa. E al 16' Mancini lo punisce, chiudendo con un tiro perfetto (una frustata con gli adduttori) una elaborata azione corale. E' un gol-fotografia. Fissa definitivamente la superiorità del Taranto, che ora deve solo attrezzarsi per difenderlo. Per proteggere il vantaggio dal presumibile ritorno dei laziali. Servono cambi funzionali. E laboriosa attività di presidio e di controllo. Alle sostituzioni provvede Papagni, richiamando prima Di Domenico (per Bussi) e poi Deflorio (per Catania). Al resto ci pensa la squadra, che non si arrocca. Ma rintuzza e riparte, sganciando negli spazi liberi ora gli interni (Mancini e Larosa), ora gli esterni (Mortari e De Liguori) di un centrocampo a cinque che gode della sorveglianza di Bussi (perno centrale). Lavoro che impedisce ad un Latina sempre più nervoso di articolare la manovra offensiva. La tensione resta viva, ma sull'esito del confronto non ci possono essere più dubbi. Il Taranto è avanti e ci rimane con vivace baldanza. di Lorenzo D'Alò
Le pagelle di Lorenzo D'Alò GORI 6 - Sul gol
resta sorpreso più dall'immobilismo di una difesa di marmo che dal
tocco malandrino di Marasco. Impeccabile per il resto.
«Splendida reazione» Papagni sorride, però può farlo solo a metà. In sala stampa,
al termine della vittoria sul campo del Latina, il pensiero
dell'allenatore del Taranto va allo sfortunato Manolo Manoni,
centrocampista ed ex di turno, che al ventitreesimo minuto del primo
tempo si è infortunato seriamente al ginocchio.
La lezione di
psicologia di Papagni Aldo Papagni è un allenatore sensibile. E prima di esternare la legittima soddisfazione per la quarta vittoria esterna consecutiva, dà spazio all'unica nota stonata di giornata. «Purtroppo il ginocchio sinistro di Manoni ha fatto crac. Rischia un lungo stop. Per noi è una grave perdita». Ma oltre il velo di tristezza, c'è tanta consapevolezza. Quella di aver rivisto il Taranto che serve: attento, reattivo, maturo. «Voglio elogiare il carattere dei ragazzi. Solo una squadra psicologicamente integra sarebbe stata capace di reagire al doppio schiaffo del gol incassato e del rigore fallito. Due colpi tremendi, che avrebbero potuto farci crollare. E che invece ci hanno spinto a cercare noi stessi. Ad intraprendere un viaggio interiore. Così siamo tornati in partiti, rimanendoci sino alla fine». Papagni riconosce i meriti (mentali), ma non si sottrae dall'analisi delle incongruenze. Perché qualcosa, nel corso della partita, non ha funzionato. «Sì, è vero. Abbiamo sbagliato la partenza nel primo tempo, subendo un po' la loro foga iniziale. E l'avvio della ripresa, non leggendo in maniera corretta alcune situazioni di non possesso palla. Ma ci sono state anche momenti di gioco corale e prolungato. Fasi di dominio quasi assoluto e, soprattutto, di idee chiare». Sull'assegnazione del contestatissimo gol del pareggio, Papagni si attribuisce un merito psicologico. «Ho allontanato i miei giocatori che stavano sbraitando nei confronti del direttore di gara. Ho gridato: l'arbitro ha visto meglio del suo assistente. Lasciatelo riflettere. Devo ammetterlo: sono stato persuasivo. Ma sulla regolarità di quel magnifico gol di Deflorio non potevano esserci ombre. Micallo non tocca il pallone. Il pallone fa quello che vuole il nostro capitano. Sembrava telecomandato». di Lorenzo D'Alò
Taranto, rimonta da
brivido Era una partita segnata. Di quelle in cui o sfoderi la classe o finisci accoppato. Da giorni, il Taranto sembrava preda del dubbio, delle febbri di primavera. E se avesse dovuto rimontare, per la prima volta dall'avvento di Papagni? «Una squadra di carattere deve avere anche i nervi saldi, l'autocontrollo che permette di ribaltare il risultato e di non cedere alla rissa», ha sentenziato il mister alla fine, mentre scorrevano titoli di coda in chiaroscuro: l'imbattibilità perduta di Gori, l'infortunio a Manoni, il rigore sbagliato di Deflorio, le fatiche di una rimonta da brivido, le prodezze ribalde del capitano e di Mancini. È stato così: i pensieri volteggiavano come zanzare (e Latina, ex terra di paludi, prestava ottimamente la scena). Il pensiero si era fatto subito azione (da gol: per il Latina, per Marasco), costringendo Deflorio e compagni alla risalita. A inventare un gol da posizione impossibile dopo che proprio il capitano, lasciando inopinatamente il cuore dietro l'ostacolo, aveva fallito un rigore calciato con anima tremula, parodiando, con "oscena" imperfezione, il cucchiaio alla Totti. «Me la sentivo e ho tirato», dirà poi Deflorio, sintetizzando così lo sbandamento rossoblù nella prima mezz'ora della partita. Mancini ha confermato poi, era il secondo tempo, di essere il piccolo Golem di questa squadra, con una rete da "Arancia Meccanica". Due gol al Latina e Taranto di nuovo secondo. Ora, negli spogliatoi, tutto sembra facile: «Volevo farmi perdonare», attacca Deflorio. «Dopo la rete sentivo dentro quasi uno stordimento, quasi uno sdoppiamento. Dicevo: chi sono? Quello che ha sbagliato il rigore o quello che ha fatto un gol così?». Il gol così rievoca, sia pure di sbieco, gesta d'altri tempi, di un Mortensen (senza palombella) o di un Maradona. Dunque, Deflorio d'autore che brucia l'erba e manda in bestia i giocatori del Latina per un presunto fuorigioco di Micallo, che l'arbitro non considera: «Ha toccato quando la palla era già dentro», ringhierà il capitano. E Mancini-Golem: «Quella palla a giro era davvero lodevole come era lodevole il gol di Deflorio. Mancini deve rimanere umile. Raggiungerà risultati importanti». Divagazioni, ma si sente nella voce di Papagni un guizzo di sotterranea empatia per il "suo" Pinturicchio. «Un destro fulmimante», lo definisce l'autore, quasi ricalcandone il robotico automatismo. «Lo dedico a chi ha creduto e crede in me. A cominciare dalla mia famiglia». Perché questo Taranto è muscoli e cuore. Quello che serve quando la sfortuna offende senza preavviso. «Non gioisco per i tre punti, per il secondo posto. Sono triste per l'infortunio a Manoni. Il problema al ginocchio è serio», spiega l'allenatore Papagni. E il dramma di Manoni lo dilatano le sue parole: «Ho sentito la gamba che ha ceduto di schianto, mi spiace. È il destino. Pensiamo alla vittoria». Non è casuale la dedica al gruppo del presidente Blasi. Di fronte al bivio tra "Armata Brancaleone" e squadra vera, hanno saputo scegliere. Tornando a divagare su record passati e presenti (a Latina è vittoria dopo oltre mezzo secolo), Mancini respinge la medaglia di inamovibile dopo 19 partite consecutive: «Chi vuol vincere e raggiungere risultati importanti non può avere giocatori inamovibili». Gli abatini non vivono più qui. di Fulvio Colucci
Riprende subito la serie di vittorie Riprende la marcia del Taranto che ottiene a Latina la quinta vittoria esterna stagionale, la quarta consecutiva fuori casa. Gli ionici avevano iniziato la stagione con 6 pari e 2 sconfitte in trasferta, poi il 18 dicembre arrivava il primo successo "corsaro" con l'1-0 a Rieti. Nella trasferta successiva i rossoblù perdevano a Melfi per 3-2, poi arrivavano le quattro vittorie esterne di fila: 2-1 contro l'Igea Virtus, 1-0 ad Andria, 1-0 a Modica e infine il 2-1 a Latina. Il Taranto non vinceva cinque gare in trasferta dal torneo di serie C2 2000-01, quello dell'ultima promozione in C1, mentre per trovarne di più bisogna andare indietro al campionato di serie D 1999-2000 quando furono ben 8. Per il Taranto ottavo risultato utile; la gestione Papagni era iniziata con la sconfitta interna contro la Vigor Lamezia, poi sono arrivate le sei vittorie, il pareggio interno contro il Gallipoli e la vittoria a Latina. Con Papagni i rossoblù hanno ottenuto una media punti di 2,44 a partita (22 punti in 9 gare), mentre con Marino era stata di 1,47 (28 in 19 giornate). Andrea Deflorio ha fallito il primo rigore stagionale dopo averne realizzati tre in precedenza; i rossoblù non fallivano una trasformazione dal campionato scorso quando Mignogna, il 14 novembre 2004 in Taranto-Giugliano 0-2, se ne fece parare uno dal portiere campano con il risultato ancora sull'1-0 per gli ospiti. Il «cobra» si è comunque rifatto subito realizzando la 13a rete stagionale (ora Deflorio è ad una sola lunghezza dal record rossoblù in C2, stabilito da Riganò nel torneo 2000-01. Terza rete stagionale per Manuel Mancini che ha così eguagliato il suo bottino personale di 3 marcature con l'Alto Adige nelle 20 partite giocate nel torneo scorso di serie C2. È durata 622' minuti l'imbattibilità della retroguardia tarantina che non incassava marcature dal 29 gennaio scorso, gol di Palma al 19' minuto Igea Virtus-Taranto 1-2 (71' i minuti senza prendere gol per Gentili, 551' per Gori). Questa sequenza rappresenta il primato rossoblù per i campionati di serie C2, mentre nella lista di sempre si attesta in decima posizione. Ricordiamo al proposito le tre migliori strisce: 1° Spagnulo con 956' minuti tra la 14ª e la 24ª giornata nel campionato di C 1989-90, 2° Zelico Petrovic in serie B nel 1978-79 con 846' minuti tra la 29ª e la 38ª giornata, 3° Guido Sellan in serie C nel 1936-37 con 801' minuti tra la 1ª e la 9ª giornata. Il Taranto vince a Latina per la seconda volta; c'era riuscito l' 11 maggio 1952 in serie C con un tennistico 6-0 (tripletta di Tortul, doppietta di Ferrara e gol di Castellano). di Franco Valdevies
Taranto, meglio non
fidarsi Circa 200 tifosi seguiranno nel pomeriggio (ore 15) il Taranto nella difficile trasferta di Latina. A coloro che partiranno dalla città bimare questa mattina, si aggiungeranno i "fuorisede" che vivono nel Lazio, nella Toscana, nell'Umbria ed in qualche altra località dell'Italia centrale. L'obiettivo è, naturalmente, riprendere il fecondo cammino esterno, fare poker di vittorie consecutive sotto la gestione-Papagni e soprattutto riguadagnare la seconda poltrona persa lunedì scorso con il pari interno con il Gallipoli. L'impresa è alla portata di Deflorio e soci a condizione che scendino in campo determinati, concentrati e umili, così come ha chiesto di fare il trainer rossoblù fin da giovedì scorso: «Il Latina, oltre ad essere una formazione che per tasso tecnico non merita assolutamente la penultima posizione in classifica, scenderà in campo con tanta rabbia e determinazione per cui noi dovremo adeguarci sin dal primo minuto allo spirito battagliero dei nostri avversari. Se, contemporaneamente, riusciremo a far valere la nostra maggiore supremazia tecnica, sono convinto che avremo buone chanches di far nostro l'incontro». Per quanto riguarda la formazione le previsioni della vigilia sembrano confermare le intenzioni manifestate dal trainer tarantino nel corso della partitella infrasettimanale: rientro di Micallo sulla linea dei difensori con l'avanzamento di Mortari sulla linea di centrocampo. In campo, dunque, dovrebbero scendere inizialmente: Gori in porta; Micallo, Caccavale, Pastore, Manni in difesa; Mortari, Mancini, Manoni, De Liguori in mezzo; Di Domenico, Deflorio in avanti. Non sono escluse sorpresissime dell'ultim'ora. Ambrosi, colpito da una contrattura al polpaccio giovedì mattina, è rimasto precauzionalmente a Taranto. Martinelli è invece partito, ma non è ancora guarito dall'infortunio che lo costringe al forfait da circa un mese. La vicinanza di Latina con Roma sicuramente incoraggerà diversi osservatori importanti a vedere da vicino sia Mancini che Gori per avere conferme su quanto di buono si dice di loro. di Giuseppe Dimito
Le statistiche di Franco Valdevies Latina e Taranto si sono affrontate in campionato in sette occasioni; nel bilancio dei precedenti troviamo quattro successi per i rossoblù, due pareggi e una vittoria per i laziali. La prima sfida risale al campionato di serie C 1951-52, un torneo che in quel periodo si disputa a girone unico. Il 6 gennaio 1952 allo stadio «Valentino Mazzola» l'Arsenaltaranto supera il Latina per 4-3. Ionici avanti fino al 4-0 con le reti all' 8' di Ferrara, al 14' di Tortul, al 40' di Sgorbissa su rigore e al 53' di Silvestri, quindi gli ospiti sfiorano la rimonta segnando con Masi al 59', Vitolo al 72' e Morroni al 90'. Questa la formazione tarantina mandata in campo dal tecnico Raffaele Costantino (subentrato dopo 13 turni a Bruno Arcari): Mornese, Lo Cicero, Civolani, Marchi, Bernardel, Ferrari, Cremonesi, Sgorbissa, Silvestri L., Tortul, Ferrara. Nella gara di ritorno, l'11 maggio 1952, gli «arsenalotti» si impongono con un tennistico 6-0 in virtù delle reti di Vincenzo Castellano (al 33'), la tripletta di Tortul (39', 42' e 77') e la doppietta di Ferrara (61' e 86'). Questo 6-0 assieme a quello ottenuto il 29 aprile 1951 a Torre Annunziata contro la Torrese, rappresentano ancora oggi le vittorie in trasferta più vistose del Taranto. Questo lo schieramento nella gara record di Latina: Rossetti, Civolani, Canavesi, Marchi, Bernardel, Ferrari, Castellano V., Arcari, Silvestri L., Tortul, Ferrara. Passano 30 anni e le due squadre si riaffrontano in serie C1; 1-1 a Latina il 27 settembre 1981 con l'autorete del terzino tarantino Caricola al 25', quindi il pareggio di Barbuti al 45'. Così la formazione ionica schierata da Angelo Carrano: Maurizio Rossi, Caricola, Idini, Cimenti, Scoppa, Picano, Colucci (67' Cassano), Raise, Renzo Rossi, Donati, Barbuti (78' Recchia). 1-0 per il Taranto, va a segno Rondon al 78', il 31 gennaio 1982 nella gara di ritorno. Questo il Taranto in campo: M. Rossi, Caricola (21' Glerean), Cimenti, Raise, Scoppa, Picano, Colucci, Gori, Barbuti, Cassano, R. Rossi (51' Rondon). Trascorrono altri 22 anni e Taranto e Latina si ritrovano nel torneo di C2 2004-05. Il 31 ottobre 2004 allo «Stadio Iacovone» la gara si gioca senza pubblico sugli spalti per decisione del Giudice Sportivo che ha sanzionato il Taranto con tre gare a «porte chiuse» dopo gli incidenti verificatisi due settimane prima nella partita contro la Cavese sospesa al 29'; si impongono i rossoblù per 1-0 con una rete di Mignogna al 44' (gli ionici vincono così la prima gara stagionale dopo 2 pareggi e 5 sconfitte). Così i rossoblù guidati da Sabadini: Signorile, Arabia, Bracco, Marrazza, Maddé, Malagnino (71' Paglialunga), Del Gaudio, Mollo, Mignogna, Fumarola, Amico (63' Beltrame). L'unica vittoria del Latina il 6 marzo 2005: 2-0 in casa con le reti di Parma e Matzuzzi. Questa la formazione tarantina schierata da Florimbj: Leopizzi, Garzja, Monaco, Mela, Maddé, Malagnino (46' Palumbo), Silvestri, Filippi, Deleonardis (69' La Cava), Mignogna (57' Pupita), Sergi. L'ultima sfida tra le due squadre risale al 6 novembre scorso con lo 0-0 allo "Iacovone" ed il Taranto costretto al primo pari casalingo dopo 4 successi di fila. Ecco l'undici rossoblù agli ordini di Marino: Gentili, Malagnino, Caccavale, Pastore, Manni (26' Martinelli), Mancini, Bevo, De Liguori, Campanile (53' Gambino), Deflorio, Catania (70' Di Domenico).
Latina, attacco sterile Non ci si lasci ingannare dalla classifica perché il Latina, adesso, è una squadra che sta tentando disperatamente di tirarsi fuori dai play-out (la sest' ultima posizione è distante sette punti, ndr). Dando un'occhiata anche alle spalle, con il fanalino di coda Vittoria distante appena quattro punti. La squadra di Levanto, - quarto allenatore in questa stagione dopo Favarin, Ghirotto e Torrisi -, non vince da più di tre mesi (Latina-Giugliano 3-2, 11/12/2005), ma negli ultimi due turni ha raccolto due pareggi contro Pro Vasto e Modica mostrando evidenti segnali di ripresa. I numeri, però, raccontano sempre la verità. Il Latina, dopo essere stato costruito per conquistare un posto nei play-off, si è trovato ben presto nei bassi fondi della classifica. E' la squadra, al pari del Vittoria, che ha vinto meno, - quattro volte -, con il peggior attacco del girone, - appena diciassette reti segnate. Nel girone di ritorno, in dieci gare, ha conquistato cinque pareggi (contro Marcianise, Igea Virtus, Melfi, Pro Vasto e Modica) e cinque sconfitte (al cospetto di Rieti, Gallipoli, Viterbo, Rende e Vittoria). E nemmeno il repulisti attuato nella sessione invernale del calciomercato è riuscito a tirar fuori dalle sabbie mobili la compagine laziale. Basti pensare che nell'undici che dovrebbe affrontare il Taranto, ci saranno soltanto due elementi (Mengo e Carfora) protagonisti nella gara di andata. Sono andati via diversi calciatori titolari (tra cui Akassou, Manoni, Ruggiero, Corradi, Femiano, Pietrella e Artistico), rimpiazzati da elementi di sicura affidabilità (Lonardo, Vitali, Tiberi) e da giovani interessanti (Marasco, Schettino, Travaglione). L'unica nota di continuità è rappresentata dal modulo: Levanto, così come accaduto ai suoi tre predecessori, adotterà il classico 4-4-2 per provare a mettere il bastone tra le ruote al Taranto di Papagni. Dinanzi al giovane portiere Orlandi, la linea difensiva sarà composta da Mengo (al rientro dopo la squalifica), Lonardo, Migliozzi e Vitali (due ex); le chiavi del centrocampo saranno affidate a Caputi (metronomo della squadra) e Carfora (centrocampista di quantità), sulle corsie esterne agiranno Santarelli (a destra) e Tufano (a sinistra). In attacco il tandem composto da Marasco, - elemento di buona qualità ma discontinuo - e da Costanzo, ex per nulla rimpianto in riva allo Ionio. di Fabio Di Todaro
Taranto, il pronostico
degli ex Ex in campo. Con il futuro del Latina nella mente, e quello del Taranto chiuso in un angolo (nemmeno troppo defilato) del cuore. A caccia disperata di punti per la salvezza della loro squadra, ma con la speranza di non infliggere un colpo basso ad una formazione che rappresenta un passato ricco di momenti da incorniciare. Danilo Vitali e Davide Migliozzi incrociano il Taranto. Protagonisti degli ultimi anni felici del calcio rossoblù e domani in campo in una gara fondamentale. Per i nerazzurri che cercheranno di tornare al successo dopo più di tre mesi di astinenza (l'ultima vittoria, per 3-2, risale alla gara contro il Giugliano dell'11 dicembre scorso, ndr) e per Deflorio e compagni, desiderosi di tornare alla vittoria dopo il pareggio in notturna contro il Gallipoli. Parla Danilo Vitali, 68 presenze con la casacca rossoblù divise in due periodi: in C2 nella stagione '96-'97 e '00-'01, in C1 nel campionato che portò il Taranto ad un passo dalla cadetteria. «Lunedì ho visto il posticipo contro il Gallipoli e ho avuto il piacere di rivedere il tifo caldo e passionale che conoscevo. L'avvento della nuova società ha restituito entusiasmo ad una città che, negli ultimi anni, si era allontanata dalla squadra. Il sostegno dei tifosi potrà risultare fondamentale per l'esito di questo campionato». Vitali prova a parlare super partes prima di far pendere il suo giudizio dalla parte del Taranto. «È un'ottima formazione, ci sono calciatori che potrebbero ancora giocare in serie B. Nel derby qualcuno ha avvertito molto l'importanza della gara, ma non va dimenticato che il Gallipoli ha giocato con due risultati a disposizione. Se penso ai playoff, dico che il Taranto parte favorito. Abbiamo affrontato recentemente il Melfi e il Rende, non mi hanno fatto una buona impressione. Se ci avessimo creduto, avremmo anche potuto vincere. La Cisco Roma parte alla pari dei rossoblù, ma non può contare sulla forza del pubblico». Giorno di vigilia, di tensioni che crescono. Il Latina, adesso, non può più sbagliare. «Credetemi, - prosegue -, siamo stati molto sfortunati. Nelle ultime giornate abbiamo raccolto meno di quanto ci spettasse, condizionati da nostri errori e da ingenuità arbitrali. Adesso avvertiamo il peso di una vittoria che manca da troppo tempo, ma siamo comunque fiduciosi che, continuando a giocare così, arriverà presto. Domani ci attende una sfida molto difficile, il Taranto verrà qui per conquistare i tre punti. Ma abbiamo il dovere di provarci. Verrà fuori una bella partita». Davide Migliozzi ha raccolto una doppia promozione con la maglia del Taranto. Dalla serie D alla C1 (tra il 1999 e il 2001, ndr), collezionando 50 presenze e siglando 3 reti. «Ho un ricordo splendido di quell'avventura, è stata fondamentale per il prosieguo della mia carriera. Non nego che domenica sarò molto emozionato». Esigenze di classifica, però, costringono il centrale partenopeo a mettere da parte i sentimenti. «Vincere contro il Taranto sarebbe importantissimo, ma non è un'impresa facile. Siamo reduci da un buon momento, il gruppo è determinato al punto giusto e abbiamo la necessità di allontanarci al più presto dal Vittoria. Il nostro obiettivo è quello di raggiungere i playout, poi ci giocheremo la permanenza». Il pensiero finale è per il Taranto. Condito da un augurio e da una previsione. «A giugno festeggerete la promozione in C1. Ne sono convinto. Papagni è un ottimo allenatore e ha a disposizione calciatori molto esperti. L'organico che di cui dispone è superiore anche a quello della Cisco Roma». di Fabio Di Todaro
Ambrosi salta Latina Seduta di prerifinitura del Taranto. Brutte notizie per Ambrosi il quale, durante l'allenamento, ha risentito del dolore al polpaccio che gli aveva impedito di disputare la partitella ieri l'altro. Si tratta di una contrattura. Il dott. Petrocelli ha detto: «Inutile rischiare. Resterà a riposo». Ha ancora girato a parte Martinelli che dovrebbe riprendere a lavorare con il gruppo martedì prossimo. Papagni non ha sciolto ancora i dubbi sull'undici che affronterà i nerazzurri di casa: lo farà, secondo consuetudine, poche ore prima dell'inizio del match. Restano confermate le impressioni scaturite dal provino di metà settimana: Gori fra i pali; Micallo, Caccavale, Pastore, Manni in difesa; Mortari, Mancini, Manoni, De Liguori a centrocampo; Di Domenico, Deflorio in avanti. La gara di Latina sarà tiratissima dal punto di vista agonistico perché la formazione di casa non solo non intende farsi raggiungere dal fanalino di coda, Vittoria, quanto punta ad acciuffare il sest'ultimo posto, attualmente detenuto dalla Nocerina, distante sette lunghezze. Il Taranto dal canto suo deve riprendersi quel secondo posto ceduto lunedì sera al Melfi. di Giuseppe Dimito
Qualche novità
all'orizzonte? E' una settimana di lavoro diversa dal solito, sfalsata
dall'ultimo posticipo contro il Gallipoli. Un giorno in meno di
preparazione, però, non crea apprensione. Al contrario c'è curiosità
nel capire che Taranto ritroveremo a Latina. Se, cioè, la squadra avrà
mentalmente superato la delusione di lunedì sera e avrà tempra e gambe
per collegarsi nuovamente con i climi ostili della C2.
Il Taranto attua un
mini-turnover Cambierà la "catena" di destra del Taranto, che dopodomani affronterà a domicilio il vicefanalino di coda Latina. Papagni dovrebbe ridare fiducia a Micallo il quale si riprenderà il suo naturale ruolo di esterno basso destro. In tal maniera Mortari tornerà a giocare come esterno alto (posizione a lui congeniale) e Mignogna andrà inizialmente in panchina. Non si tratta di una bocciatura per l'estroso centrocampista tarantino. Fa parte di una sorta di turn-over. Oltretutto il campo ha detto che lui fa più fatica a giocare su di un lato che non si addice al suo "soffice" piede sinistro. Non è escluso che il trainer rossoblù lo utilizzi in corso di partita. Il resto della squadra non dovrebbe subire variazioni: Gori in porta, Micallo, Caccavale, Pastore, Manni in difesa; Mortari, Manoni, Mancini, De Liguori in mezzo, Di Domenico, Deflorio in avanti. Alla partitella non hanno partecipato Martinelli, De Liguori ed Ambrosi. I primi due hanno svolto lavoro a parte; il terzo ha accusato un affaticamento al polpaccio, per cui è stato a riposo. Stesso discorso per De Liguori che, tuttavia, ha corso lungo il perimetro del campo. Come previsto ieri l'intera rosa ha effettuato una doppia seduta. Nel pomeriggio c'è stata il canonico test in famiglia con gli Allievi. Nel primo tempo, durato 25', Papagni ha mandato in campo grosso modo gli undici che dovrebbero scendere in campo a Latina con le uniche eccezioni di Prosperi, Bussi e Mignogna. È finita 4-0 con reti di Deflorio, Mignogna, Mancini e Bussi. Quest'ultimo ha impressionato per determinazione e visione di gioco. Sicuramente ha messo in difficoltà mister Papagni anche se è impensabile, a livello teorico, fare a meno di giocatori importanti come Mancini e Manoni. Magari si potrebbe studiare un modulo che preveda l'utilizzazione di tutti e tre, ma bisogna prima provarlo in allenamento perché altererebbe gli equilibri faticosamente raggiunti. Nella ripresa, durata 41', Papagni ha dato spazio agli altri componenti della rosa: Lucaselli; Micallo, Bussi, Silvestri, Deleonardis; Malagnino, Manoni, Larosa, Mignogna; Catania e Prosperi. A metà tempo ha inserito Manni per Deleonardis e Capone per Manoni con l'avanzamento di Bussi a metà campo. Fra le curiosità c'è quella dell'utilizzo di Prosperi al centro dell'attacco. Segnati tre gol: Catania, Larosa, Bussi. Un gol anche per gli Allievi ad opera di Cardone. Da oggi sono in vendita 350 biglietti al prezzo di 7 euro nei tre soliti punti-vendita. Oggi, penultimo allenamento.Domani rifinitura e partenza per Latina. di Giuseppe Dimito
«A Latina sarà
battaglia» Un giorno di lavoro in meno non ha scalfito la condizione psico-fisica del Taranto, pronto a tornare all'appuntamento con la vittoria di Latina. Una gara difficile, in cui i rossoblù affronteranno una squadra alla disperata ricerca di un successo (manca da più di tre mesi) che allontani gli spettri dell'ultima fila. Papagni conosce i rischi di tali partite. E di conseguenza è già al lavoro per portare ai massimi livelli la concentrazione. «Ci attende una battaglia. Il Latina imposterà la gara sul dinamismo, toccherà a noi giocare con eguale intensità. Per poi cercare di sfruttare le maggiori qualità che possiede il nostro organico». Una gara diversa da quella col Gallipoli: per motivi di classifica (il Latina lotta per non retrocedere) e di stimoli (i laziali ne avranno di più essendo in piena bagarre salvezza). Ma non per differenza tecnica. Papagni aggiusta il tiro e sottolinea: «Il Latina è la grande delusa dell'annata. Ad inizio campionato i programmi erano ben diversi, c'era la speranza di poter lottare per un posto nei playoff. Ora però i rischi sono alti. Trovarsi a lottare per la permanenza, con una squadra allestita per altri obiettivi, è pericoloso». Cambia l'avversario. E probabilmente cambiano gli uomini. Papagni non scopre le carte, ma la sensazione che possa apportare qualche variazione all'undici di partenza è evidente. Scalpita Bussi, Micallo si fa largo per ritrovare una casacca da titolare. Ma il tecnico di Bisceglie non ha ancora deciso. «Ho fatto ruotare tutti i calciatori per verificare la loro condizione. È un lavoro che faccio ogni giovedì. Bussi è stato molto attento, ha cercato di mettermi in difficoltà così come hanno fatto tutti gli altri che, nelle ultime settimane, sono stati poco utilizzati». Uno sguardo al calendario e alla classifica. Ancora sette gare, tre da giocare allo "Iacovone" (contro Nocerina, Pro Vasto e Rieti) e quattro fuori casa (contro Latina, Potenza, Rende e Viterbo). Partendo dal terzo gradino della graduatoria, alle spalle di Gallipoli e Melfi. Papagni non si preoccupa. «Il sostegno del pubblico può essere decisivo, ma il nostro potenziale ci consente di fare risultato contro qualsiasi avversario. La nostra priorità era quella di centrare i playoff, ci siamo riusciti. Il secondo posto? È distante appena un punto e c'è la consapevolezza di poter scavalcare il Melfi. Mi preoccupo maggiormente di tenere a distanza la Pro Vasto. Sei punti sulla sesta posizione credo che rappresentino un buon vantaggio». di Fabio Di Todaro
Ultimatum Uefa al G-14 Provate a immaginarla così la prossima impensabile
Champions League. Toni, Totti, Lucarelli e i mussi del Chievo a
rappresentare il calcio italiano. Chelsea, Tottenham, Blackburn e
Bolton, quello inglese. Osasuña, Deportivo La Coruña, Celta Vigo e
Siviglia in missione per conto della Spagna. Amburgo, Schalke 04, Werder
Brema e Stoccarda in nome della Germania. Bordeaux, Lilla, Auxerre e
Rennes per la Francia. Più una miriade di altri piccoli club dal resto
d'Europa, fino a ieri costretti a passare per infiniti turni preliminari
pur di avere un quarto d'ora di celebrità nel torneo più importante
del vecchio continente. La borghesia e il proletariato del pallone in
paradiso. Finalmente liberi di giocarsi sul serio e in molti casi per la
prima volta, la coppa dalle grandi orecchie. Senza l'ingombrante
presenza dei soliti noti, i ricconi del G-14 che da sempre si rimpallano
il trofeo, messi al bando e confinati nella prigione dorata della
Superlega, quell'obrobio di competizione per soli vip che Milan,
Juventus, Real Madrid, Manchester United e altre 14 società vagheggiano
da tempo come nuovo albero della cuccagna calcistica. Della scissione
prossima ventura del calcio europeo si parla da anni come di un evento
ineluttabile. Prima o poi si farà e nulla sarà più come prima. A un
campionato continentale sul modello della Nba americana, con ammissione
per diritto divino e senza retrocessioni, i grandi club pensano da
almeno dieci anni e dall'infausto momento in cui venne al mondo, nel
2000, il G-14 ha agitato a più riprese il fantasma della Superlega per
far valere le pretese dei più forti di fronte a Fifa e Uefa, gli
organismi internazionali che governano il calcio. Ultima minacciosa
trovata, quella di infilarsi come parte civile nel processo intentato
dal minuscolo Charleroi contro la Fifa per l'infortunio occorso a un suo
giocatore durante una partita disputata con la nazionale: i belgi hanno
chiesto 600mila euro di risarcimento, il G-14 860 milioni, calcolati
sulla base dei danni procurati alle società dall'impiego dei propri
calciatori per mondiali e europei degli ultimi dieci anni.
«Adesso c'è il
Latina» E' la voce dell'esperienza. «Adesso
dimentichiamo la partita con il Gallipoli: a Latina non ci sarà la tv,
non ci sarà il grande pubblico, non ci sarà la notturna, non ci sarà
lo stadio amico. Ci sarà solo un avversario rognoso, difficile da
battere. E che noi dobbiamo battere»: Andrea Deflorio tira
giù il Taranto, riportandolo in qualche modo al calcio che lo aspetta.
Capisce il momento, ne scruta le difficoltà. E cerca di schivarle,
ammonendo. Perché ci sono dei rischi, ovviamente: per la
concentrazione, innanzitutto. Il futuro è Latina, il passato, recente e
straordinario per la portata dell'evento, potrebbe non essere un aiuto.
Allora Deflorio sventola la propria fascia e fa il capitano.
Concedendosi solo un attimo per guardare indietro: «Parlare
delle emozioni non è un peccato. E non è nemmeno paradossale che di
emozioni sia io a parlarne: i sentimenti non hanno un'età né si
valutano in base alla carriera. Io, lunedì, mi sono emozionato: sentivi
la gente addosso, ti sembrava anche più piccolo il campo. Forse
qualcuno, meno abituato, ne ha risentito, almeno all'inizio. Ma è un
allenamento anche questo: spero di vedere ancora tanta gente,
soprattutto nei playoff».
«Dimentichiamo il
Gallipoli» Dimenticare Gallipoli e concentrarsi sulla prossima difficile gara di Latina. Sono stati questi i temi trattati da mister Papagni alla ripresa della preparazione della squadra avvenuta ieri pomeriggio. «È perfettamente inutile continuare a farci passare nella mente le pur bellissime immagini del match contro i salentini perché finiremmo per trascurare la prossima difficilissima trasferta. Oltretutto avremo un giorno in meno di preparazione per cui dovremo accelerare la concentrazione per giungere perfettamente rodati e preparati all'impegno. Per chiudere definitivamente il discorso-Gallipoli vorrei sottolineare una semplice circostanza: tabellini alla mano il Taranto è stato l'unico complesso, almeno finora, che nel doppio confronto non ha incassato gol da una formazione che ha realizzato complessivamente ben 47 reti. È un merito dei miei giocatori che non va trascurato. Come pure non dimenticherei che due mesi fa il Taranto era al sesto posto e, quindi, fuori dalla zona playoff: in otto partite, abbiamo incamerato ben 19 punti sui 24 a disposizione vantando ben 6 lunghezze di vantaggio sulla squadra seduta sul sesto posto, ossia la Pro Vasto». In terra laziale l'aria sarà abbastanza "pesante" dal momento che la formazione di casa viaggia nella zona bassissima della classifica: ha soltanto quattro punti di vantaggio su quel temibilissino ultimo posto che significa retrocessione secca nell'inferno della D. «Le ultime sette partite saranno tutte infuocate perché incontreremo formazioni motivatissime a centrare i rispettivi obiettivi per cui, in ogni singola gara, dovremo esprimerci a doppia intensità tecnica ed agonistica per acciuffare quanti più punti è possibile. L'ideale è naturalmente terminare il torneo al secondo posto» Sta pensando di cambiare qualcosa nella formazione da mandare in campo domenica prossima? «Sapete benissimo che nel corso di ogni singola settimana valuto sempre l'intera rosa e che le conclusioni le traggo soltanto dopo l'allenamento di rifinitura. In questo quadro potrei apportare qualche variazione, ma non fatemi aggiugere dell'altro perché non ho deciso alcunché». Alla ripresa della preparazione la salute del gruppo è buona. Soltanto Martinelli continua a lavorare a parte. Oggi è prevista una doppia seduta. Nel pomeriggio (ore 14,30) è prevista la partitella-collaudo contro la formazione Berretti. di Giuseppe Dimito
Gori, porta blindata Consegnata ormai agli almanacchi la notte incompiuta contro il Gallipoli, il Taranto si proietta con impeto verso il rush finale del torneo, con l'obiettivo secondo posto nella testa. Un traguardo, seppur parziale, che passa inevitabilmente dai guanti benedetti di Ghigo Gori, che da oltre sei gare (per complessivi 611') ha blindato la saracinesca della porta rossoblù. Nonostante durante la gara contro la capolista il numero uno ionico non abbia sfoderato una prestazione super, l'imbattibilità è ancora in piedi e pronta a resistere agli assalti che domenica giungeranno dagli attaccanti del Latina. «Sinceramente al record ci penso poco - ha confidato quasi schernendosi il portiere tarantino - certo, mi fa piacere che si sia allungata la striscia di imbattibilità, ma sinceramente avrei preferito piuttosto sacrificare questo primato ed avere due punti in più in classifica, che ci avrebbero consegnato ulteriore tranquillità». Gori preferisce immergersi già nel clima pre-Latina: «Loro hanno assoluta necessità di far punti e quindi ci aspetteranno con il coltello tra i denti. D'altronde per noi non è una novità incontrare avversari che contro il Taranto danno l'anima per fare risultato, certamente non ci faremo cogliere impreparati. Dal punto di vista agonistico mi aspetto una gara maschia, tipo quella disputata a Modica». Dopo la sbornia di pubblico e riflettori della gara di lunedì, il Taranto dovrà ritornare sulla... Terra, ed immergersi nuovamente nella dura realtà del campionato di C2. Questo Gori, nonostante la sua giovane età, lo sa bene e mette in guardia tutto l'ambiente da eventuali distrazioni: «Contro il Gallipoli tutti quanti noi abbiamo vissuto un sogno, anche se il risultato non ci ha premiato sino in fondo. Molti tra i compagni di squadra hanno finalmente potuto toccare con mano l'entusiasmo ed il calore dei nostri tifosi, ma adesso arriva il difficile. Siamo a fine marzo, e storicamente in questo periodo le squadre più in forma fanno la differenza. Il calendario che andremo ad affrontare non sarà dei più semplici, perché a parte i due scontri diretti contro Rende e Pro Vasto, andremo ad affrontare varie compagini impelagate nella zona calda della classifica». Parla come un veterano Ghigo, quasi come un recordman, e d'altronde ha anche titolo per farlo, tenuto conto che lui una promozione in C1 tra i pali della porta del Taranto l'ha già conquistata. Correva l'anno 2001, ed era il Taranto di Monza e Riganò che rincorse e superò il Campobasso di Corona e Mario Russo: «È stato un anno indimenticabile, una esperienza che rimarrà comunque tra le più belle della mia vita. Eravamo un gruppo fortissimo e unito, proprio come quello di quest'anno. Vedo moltissime analogie tra quel Taranto e quello attuale, con il giusto mix tra giovani e giocatori di esperienza. Anche se non riusciremo ad arrivare primi, speriamo che il risultato del finale di stagione combaci. Sarebbe splendido ripetersi». di Alfredo Ghionna
Retroguardia imbattuta
da 611 minuti Il Gallipoli pareggia allo "Iacovone" e chiude la serie record del Taranto che si ferma a sei successi consecutivi. I rossoblù il 22 gennaio scorso perdevano in casa contro la Vigor Lamezia nel giorno del debutto in panchina di Aldo Papagni subentrato all'esonerato Marino, poi inanellavano un filotto di sei vittorie battendo nell'ordine: l'Igea Virtus per 2-1 in trasferta (doppietta di Deflorio), quindi a seguire 1-0 il Giugliano (rete di Mancini), 1-0 l'Andria fuori casa (rete di De Liguori), 1-0 il Vittoria (Di Domenico), 1-0 il Modica in trasferta (autogol di Ettori) e infine 2-0 il Marcianise (Di Domenico e Deflorio su rigore). Prosegue l'imbattibilità della retroguardia tarantina che non subisce reti da 611' minuti; 71' i minuti senza gol per Gentili, che ha incassato l'ultima rete da Palma al 19' di Igea Virtus-Taranto 1-2, mentre sono 540' per Gori che è rimasto imbattuto nelle ultime 6 partite. Per trovare una sequenza migliore di quella attuale bisogna tornare indietro al Campionato Nazionale Dilettanti 1997-98 (l'attuale serie D) quando Alberga e Mancon restarono senza subire gol per 681' minuti tra la 9a e la 17a giornata (Alberga rimase imbattuto per 636' minuti, Mancon per 45' avendo giocato solo nel secondo tempo di Nardò-Taranto 0-0 del 2 novembre 1997). Il pareggio contro il Gallipoli è il secondo in casa per il Taranto che aveva impattato, sempre per 0-0, contro il Latina il 6 novembre scorso (al ruolino interno stagionale i rossoblù aggiungono 9 successi e 3 sconfitte). Si arresta a sei la striscia di vittorie consecutive per il Taranto, che resta così lontano dal record assoluto di 11 successi di fila ottenuti nel campionato di Prima Divisione 1928-29. I rossoblù iniziarono quel torneo raccogliendo 5 punti nelle prime 4 giornate, poi vincendo le successive dieci gare chiusero il girone al 1° posto; l'undicesimo successo arrivò invece nella prima gara del girone finale. Questo il "filotto" record: Taranto-Biscegliese 9-0, Fulgor Molfetta-Taranto 0-2, Taranto-Pizzirani Bari 11-1, Lecce-Taranto 0-2 a tavolino, Taranto-Gioia 16-0, Biscegliese-Taranto 2-3, Taranto-Fulgor Molfetta 4-0, Pizzirani Bari-Taranto 0-3, San Pasquale Bari-Taranto 0-2, Taranto-Aacquavivese 8-0, Taranto-Massangioli Chieti 4-1. Franco Valdevies Un autogol poco
onorevole All'incontro tra il politico e il presidente non manca nessuno. Giocatori e casalinghe, portuali e tifosi. Poliziotti, tanti. Per l'occasione da Pescara arrivano in 150. Reparto Celere. Le transenne saltano in aria alle sette e venti della sera, quando Alberto Soldini, ex candidato alla camera per l'Italia dei Valori e presidente della disastrata Sambenedettese, autogestita da 25 giorni e senza stipendi da mesi, nonostante la Mercedes e tre guardie del corpo, provando a forzare il blocco, se la vede brutta. Sassi, sputi, calci e insulti. Lo stesso trattamento dell'ultima visita in città, 15 giorni prima. Soldini ripara all'interno del municipio, rosse colate di uovo scendono dal vestito. S. Benedetto del Tronto, martedì, all'imbrunire. E' convocata una riunione in comune tra Di Pietro, Soldini e la squadra, per discutere del futuro immediato, degli assegni che i calciatori non riescono ad incassare, dei problemi di oggi, dei burroni che verranno e di come l'ex magistrato avesse potuto acconsentire a una simile candidatura. Impossibile farlo in condizioni normali. Di Pietro arriva poco dopo Soldini. Sulla macchina e sugli uomini della scorta arriva di tutto, monete e accendini soprattutto. Il coordinatore regionale del partito, Dante Merlonghi, prende una bottiglia in testa. La polizia carica, durissima, ferma due persone (poi rilasciate), nella notte ne arresta un'altra per lancio di transenna. Bruciano 4 macchine, esplodono bombe carta, la vetrata centrale del Comune va in pezzi, dodici poliziotti si fanno medicare in Ospedale. Una volta entrato con fatica, Di Pietro riesce a parlare, contestato, per dieci minuti. I tifosi presenti, una settantina, gli urlano di tutto. Lui urla più degli altri e si difende con foga togata: «Soldini non l'ho scelto io!», poi se ne libera, dimenticando la burocrazia: «ritiro fin d'ora la sua candidatura». Infine blandisce la folla un po' maldestramente, «compatibilmente con le mie modeste risorse, aiuterò la Sambenedettese donando 10mila euro». La soluzione lauresca provoca fischi, Di Pietro allora lascia la sala appartandosi con i calciatori e promettendo azioni concrete. «Cercherò di convincere Soldini a portare i libri contabili in tribunale entro questa settimana, questo favorirà la procedura di fallimento e il subentro di una nuova cordata, che con l'esercizio dell'amministrazione controllata, possa salvare il titolo sportivo». I Tifosi chiedono esattamente questo, a patto che i nuovi proprietari siano indigeni. Imprenditori di porto d'Ascoli e sambenedettesi hanno fondato la "May day Spa", sembrano solidi, ce la possono fare. A Foggia e a Lanciano si riuscì nell'operazione ma il tempo corre. Il 31 marzo infatti i nuovi proprietari, già aggravati da un debito accertato di 2,5 milioni di Euro, dovranno pagare Inail, Enpals, Irpef e avere le liberatorie firmate dei tesserati, affamati da mesi. Quando i giocatori e Soldini si guardano negli occhi, anche i nervi cedono. C'è chi come Yantorno, disperato, piange a dirotto: «Mi guardi presidente. Non ho i soldi per mangiare». Chi si arrabbia e urla, come Macaluso: «Ci stai prendendo in giro. Sono andato in banca e mi hanno detto che l'assegno non aveva fondi per essere pagato». Chi mostra un assegno emesso in un istituto col conto già chiuso, come Zini. E chi è stato miracolato, come Chiurlato e i fratelli Santoni e chissà perchè si ritrova un conto in banca non più a secco. Colonnello, l'allenatore che dirige gli allenamenti grazie ai fax di un amico procuratore e domenica andrà a Cittadella, Padova, con la sua macchina, perché i soldi per il pulmann sociale non ci sono, si gira dall'altra parte. Si alternano momenti drammatici e sublimi, Soldini si supera: «Proprio lei dice queste cose De Pascale!» urla il presidente, ma il giocatore seduto si chiama Di Dio. Soldini non si risparmia. Esplora l'estremo tentativo di scatenare il tutto contro tutti, mostrando ai calciatori gli importi degli assegni, marcando le differenze, seminando veleni. Il gruppo non si spacca e stanco di sentirlo parlare, si alza. Lo lascia solo, microfono in mano, a osservare le fotocopie degli assegni, strappate e gettate in aria dai calciatori. Fuori nulla è tranquillo. Di Pietro abbandona il comune, improvvisando un comizio sulla piazza. Stringe cinque mani di numero. L'ex allenatore Chimenti lo affronta a brutto muso: «Avete candidato un impresentabile, vergognatevi». Non è aria, la polizia carica ancora. Soldini esce mesto, da una porta posteriore, ospite di un blindato della Polizia, la soluzione auspicata dai tifosi al suo arrivo con lo striscione "arrestatelo" e l'unica possibile per la sua incolumità. Ieri sera, tumulti alle spalle, Soldini, ha incontrato una cordata di imprenditori capeggiata da Vincenzo Angeloni, presidente della Valle del Giovenco, campionato di eccellenza abruzzese. Deve vendere il Colosseo, non sarà facile. Quella che doveva essere la settimana della verità, si avvia a diventare, come tutto dall'inizio di questa storia, un impasto di crudezza e illusione con un grande futuro dietro le spalle. di Malcolm Pagani
Troussier si converte
all'Islam Anche il calcio ha trovato il suo Cat Stevens. E' l'allenatore francese Philippe Troussier che ieri, da Rabat, ha fatto sapere di essersi convertito all'Islam. Il tecnico parigino, vero giramondo della panchina con esperienze alla guida delle nazionali di Costa d'Avorio, Nigeria, Burkina Faso, Sud Africa, Giappone, Qatar e Marocco, lo ha annunciato al quotidiano marocchino L'Opinion : senza entrare nei dettagli del percorso religioso che lo ha portato insieme alla moglie ad abbracciare la religione musulmana, ma limitandosi a spiegare che «nella vita tutte le cose hanno una loro evoluzione» e che la sua è arrivata nel segno dell'Islam. Troussier, 51 anni compiuti martedì, risiede da anni nella capitale marocchina dove sbarcò nel 1995, prendendo il Fus Rabat in serie B e portandolo fino alla conquista del campionato. Nonostante una avventurosa carriera su e giù per il pianeta, di lì non si è più mosso. Anzi ha adottato due bambine e quando a dicembre la Federazione marocchina lo ha licenziato dopo appena due mesi per dissapori con i dirigenti locali, lui ha restituito i compensi ricevuti scatenando la protesta imbufalita di tutto il paese. E' in Africa che ha costruito la sua fama di "stregone bianco" del pallone, conducendo le super aquile nigeriane fino ai mondiali del '98, dove allenò però i bafana bafana sudafricani, licenziato e riassunto nel giro di poche settimane alla vigilia della coppa del mondo in Francia. Sosteneva allora di essere diventato un "manipolatore di energie" e il Giappone se ne convinse a tal punto da affidargli la nazionale nipponica per i mondiali del 2002, giocati in casa. I suoi modi bruschi e un po'arroganti misero in crisi il rilassatissimo calcio del Sol levante: Nakata finì fuori squadra perchè prima di battere le punizioni pensava solo a pettinarsi i capelli per le telecamere; il portiere Kawaguchi perse il posto perché «parava come un macaco» e il ct sospettava fosse gay; l'ex reggino Shunsuke Nakamura non fu convocato perché «giocava come una signorina» e Troussier si prese le minacce di morte della potentissima Soka Gakkai, la setta buddista cui apparteneva anche Baggio. «Una partita di calcio non è come un concerto di Madonna», teorizzò a Tokyo invocando un po' di sano individualismo da parte dei giocatori e gettando nello sconforto i tifosi. Che poi però si ricredettero, quando il Giappone raggiunse per la prima volta gli ottavi di finale e il contestato guru francese fu amabilmente ribattezzato "Amleto masticatore", per la sua imperscrutabilità e la cicca sempre in bocca. L'anno scorso, prima di abbandonare il Marsiglia per far ritorno in Marocco, aveva confessato di sentirsi un po' come «un ammiraglio che guida il suo battello sfidando il mare, il vento e le tempeste». Maometto deve avergli indicato la rotta. di Matteo Patrono Foto e testi presenti in tifo-e-amicizia.it sono stati in parte prelevati da Internet e quindi valutati di pubblico dominio. Se i soggetti o gli autori avessero qualcosa in contrario alla pubblicazione possono segnalarlo alla redazione che provvederà prontamente alla rimozione. |
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