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Toledo farà il Deflorio
Papagni pensa al Taranto anti-Manfredonia: il brasiliano in vantaggio su Piroli per affiancare Ambrosi. Zito a centrocampo. Ballottaggio Cejas-Mancini

Il Manfredonia arriva domani. Nello Iacovone chiuso al pubblico. Porte sbarrate per squalifica: probabilmente senza diretta tv nonostante il tentativo ventilato della Prefettura, che la Lega non sembra pronta ad accogliere (verrebbe meno l'intento punitivo). Resta il ricorso alla Caf come possibilità di ridurre la pena: regolarmente inviato da Francesco Caliandro, legale a cui la società si è voluta affidare, sarà discusso venerdì prossimo.
Burocrazia e campo hanno velocità diverse, però. E allora la partita schiaccia tutto, prendendosi la sua porzione, logica, di nototrietà. Domanda inevitabile: che Taranto sarà? Papagni è in cerca della risposta definitiva, ma intanto ha già una certezza: sarà una squadra diversa da Lanciano. Intanto nel modulo, nonostante la personale ritrosia a scivolare sull'argomento: il Taranto, in fase di non possesso, sarà 4-4-2. Scavando nelle altre certezze: il posto di Pastore sarà preso da Prosperi. Una scelta logica (Prosperi ha giocato novanta minuti domenica), ma che - inevitabilmente - non garantisce la stessa resa per le caratteristiche tecniche del sostituito e del rimpiazzo. A Papagni manca, così, un giocatore in grado di impostare l'azione: l'idea è affidarsi, per questo, a Danucci, in grado di recuperare il pallone anche dalla difesa e far ripartire la squadra. E' un'altra novità certa. Il resto è in bilico. Papagni deve scegliere, ad esempio, chi mettere al fianco di Ambrosi in attacco. Le ipotesi sono due: avanzare Toledo e dargli compiti da vice-Deflorio oppure schierare dal primo minuto Piroli.
Entrambe le idee hanno conseguenze diversi in mezzo al campo. Se dovesse giocare Toledo (ipotesi maggiormente accreditata), a destra del centrocampo andrà Zito. Perché l'intento del tecnico è avere una coppia di esterni offensivi, ma comunque in grado di garantire l'equilibrio. Ecco perché è più probabile questa soluzione di quella con Piroli in attacco, che potrebbe vedere, come conseguenza, Toledo esterno di destra a centrocampo. Sicuramente partirà dalla panchina Emanuele Catania, che ha recuperato dalla distorsione e ieri ha lavorato con il gruppo ma che, ovviamente, non è pronto per cominciare dal primo minuto.
L'altro punto di domanda è a centrocampo. Papagni si trova con i buoni segnali lanciati da Danucci domenica scorsa e, quindi, con un posto assegnato. Ma gli resta una maglia (perché a sinistra De Liguori è certo del posto) con due candidati: Mancini e Cejas. Per caratteristiche, ma anche per il momento di forma, il tecnico sembra preferire l'argentino, almeno per il momento. Ma Mancini, probabilmente consapevole di un posto a rischio dopo una lunga sequenza di partite da titolare (trentatre volte nelle ultime trentaquattro gare), ma anche in grado di riconoscere le difficoltà che sta attraversando, in questa settimana sembra stia facendo di tutto per mettere in difficoltà l'allenatore, dando buoni cenni di risveglio. Resta da capire, allora, cosa farà Papagni: sceglierà la forma migliore di Cejas o punterà sul recupero immediato di Mancini? Al momento l'argentino resta in vantaggio. di Fulvio Paglialunga07 ottobre 2006

Blasi: «Il calcio dimentica, io no»
La violenza e il futuro. «Sono stanco. Non escludo nulla»

Prima le parole sbagliate, a proposito di sfortuna e di squadre campane; poi le parole fredde dei comunicati stampa; infine le parole mute, quelle non dette. Parole cariche di significato, in assoluto le più apprezzate. Luigi Blasi, presidente del Taranto, vorrebbe continuare a non dire. Ma ci sono nuove domande.
E servono risposte.
Presidente, è ancora il tempo del silenzio?
«Sì. Io continuo a pensare a ciò che è successo. Mentalmente non mi sono più mosso da lì: da quelle scene, da quell’aggressione. Prima e dopo la partita. Non riesco a pensare ad altro. Ci penso e mi chiedo: perché? Non trovo risposte. Ma quest’ondata di violenza, questo eccesso di volgarità, questo imbarbarimento del tifo mi hanno ferito. Hanno lasciato dentro di me un’amarezza profonda. Una delusione troppo forte. Domenica a Lanciano sembravo un automa. Quando il Taranto ha segnato, sono rimasto immobile. Non ho esultato ed è la prima volta che mi succede di non provare gioia per un gol del Taranto. Passano i giorni e la mia indignazione aumenta. Poi, però, leggo i giornali, guardo la tv e che cosa scopro? Che la città ha voglia di dimenticare, di voltare pagina, di tornare al calcio. Il dibattito sulla violenza ha già ceduto il passo alla discussione sul 4-4-2 e su altre amenità. Francamente tutta questa fretta non l’ho capita».
Si aspettava una reazione diversa?
«Speravo in un scatto d’orgoglio, in una presa di coscienza, in un’assunzione di responsabilità. Non basta dire siamo contro la violenza. Bisogna cominciare a combatterla: con nettezza, senza esitazioni. Qui, invece, ci illudiamo, ogni volta, di fare pulizia, mettendo la polvere sotto il tappeto. Ma poi la polvere torna. E sporca, macchia, insozza».
La violenza si combatte anche non piegandosi a certe logiche. Siamo sicuri che la sua società, dopo aver pagato multe per 90mila euro a causa delle intemperanze dei propri tifosi, non abbia cercato qualche compromesso?
«Ci fossimo piegati, non sarebbe successo quello che è successo. No, la verità è un’altra, purtroppo. Comincio a pensare che a Taranto il calcio non si possa fare. Tutto è miseramente legato ai risultati, all’umore della gente, ai mal di pancia del popolo. Non c’è equilibrio. Forse perché esiste una drammatizzazione del fenomeno-calcio. E si pretende dal calcio più di quanto il calcio possa dare».
Potesse tornare indietro, rifarebbe quella riflessione sulla difesa del Taranto e le squadre campane?
«Io mi sono limitato a dire che contro le squadre campane il Taranto è perseguitato dalla sfortuna. Era uno spunto statistico. Non c’era malizia in quella frase. Non ho fatto nomi. Ho detto cose che molti in quel momento potevano pensare. Papagni, dopo quella partita, parlò di errori individuali e di disattenzioni collettive. Si può ancora commentare una sconfitta? O a Taranto è diventato improvvisamente vietato perché può indurre in tentazione qualche malintenzionato? Trovo onestamente assurda questa ostinata ricerca di una giustificazione a quanto avvenuto prima e dopo la sconfitta di Castellammare. Niente può giustificare quelle scene e quell’aggressione».
Qual è il suo stato d’animo adesso?
«Comincio ad avvertire un po’ di stanchezza. Perché non riesco più a pensare al calcio con la serenità necessaria. Questa storia di Caccavale e Pastore presi a schiaffi sul pullman per una sconfitta mi sta creando un disagio quasi fisico. È come se avessero colpito me. E non è escluso che il vero bersaglio fossi io. Perché c’è qualcosa che non quadra e credo sia tempo di essere chiari: sono forse io il problema?»
È possibile che questa delusione profonda possa, a stagione in corso, indurla a dire basta: il tempo di Blasi è scaduto?
«Non escludo nulla. Dipende dai comportamenti, dalla coerenza, dalla maturità. Dipende dalla città e dalla sua fermezza nell’isolare i violenti, dalla sua volontà di collaborare al processo di crescita».
Pensa che tutto questo possa ancora avvenire?
«Non mi faccio illusioni. Penso, piuttosto, che tornare indietro, dopo aver percorso qualche metro, distruggere tutto, dopo aver costruito qualcosa, sia per questo territorio una specie di condanna. C’è come una forza misteriosa che ci riporta fatalmente al punto di partenza. E ci fa commettere gli stessi errori. In due settimane siamo riusciti a demolire quanto di buono fatto in due anni e mezzo. Il danno d’immagine è incalcolabile».
Qual è ora l’obiettivo?
«Non c’è un obiettivo. Vincere o perdere, che importanza può avere, ormai. Avevamo un programma, ma non credo sia più attuale, dopo quello che è successo. Può esistere forse solo un impegno: recuperare dignità. Dobbiamo farlo per noi stessi».
Che cosa accadrà alla prossima sconfitta?
«Mi auguro nulla. Sarebbe il primo segnale che le cose si possono cambiare. Ma nutro seri dubbi».
Che cosa deve succedere perché la sua passione per il calcio soffochi questo momento di comprensibile scoramento?
«Basterebbe che tornassero a trionfare il buon senso e la ragionevolezza. Tifo corretto, sostegno leale, collaborazione fattiva: basterebbe ciò che altrove rappresenta la normalità. E che a Taranto è spesso un’eccezione. La regola sono la violenza, le offese, le volgarità. La regola sono i biglietti falsi e i cancelli divelti. La regola è l’assoluta mancanza di cultura sportiva».
Papagni sembra ormai un allenatore in missione: è questo il suo ruolo?
«No, lui dovrebbe limitarsi ad allenare. Ma è una persona onesta e un uomo vero. Alla violenza ha reagito tutelando il suo gruppo. Si è dimesso perché voleva provocare una riflessione più ampia. E, in parte, ci è riuscito».
Si dice che l’ingaggio di Cammarata abbia determinato qualche scompenso all’interno dello spogliatoio.
«Sono le insinuazioni come questa che non fanno bene al calcio. Seminano zizzanie, generano dubbi. Io a queste maldicenze replico affermando che nel Taranto ognuno si deve sentire soddisfatto del contratto liberamente sottoscritto. Anzi, sono sicuro che è così».
Ha mai assistito ad una partita a porte chiuse?
«Mi è capitato con il Latina, due anni fa. Uno spettacolo deprimente. Ma allora avevo una speranza: quella di cambiare il calcio, offrendo il mio contributo. Oggi quella speranza non ce l’ho più». di Lorenzo D'Alò05 ottobre 2006

Dov'è il vero Mancini?
Il fantasista sta attraversando un momento negativo: «Cerco la condizione ottimale, ma non ho perso la fiducia in me stesso. Vedrete, tornerò quello che conoscete»

Manuel Mancini sa già tutto. Comprese le domande. «Lo so: volete chiedermi perché non sto giocando come dovrei, le ragioni di questo periodo negativo». Ecco il problema: il piccolo artista lo conosce e non lo dribbla. Sa di essere lontano da se stesso, di vivere un momento di difficoltà. Lui riconosce il bisogno di ritrovarsi, il Taranto sa l'utilità di un giocatore che ha volutamente tenuto stretto in estate. Serve la quantità che il ragazzo è in grado di garantire, serve la qualità che lo rende centrocampista completo. E servono la corsa e le invenzioni, il colpo di genio e la garanzia dell'ordine: quello che aveva reso Mancini un gioiello. Quello che manca, anche: «Spero di trovare presto la condizione ottimale: sto attraversando, del resto, le stesse difficoltà che ho avuto all'inizio della scorsa stagione, nello stesso periodo. Evidentemente settembre non è un mese particolarmente felice per me, ma adesso è finito. Ed è ora che tutto torni normale».
Fisico che non risponde ancora. Nonostante il lavoro in estate, quando gli altri erano in vacanza: «Ma poi ho avuto un problema alla caviglia che mi ha fatto perdere giorni preziosi di preparazione. Quando accade questo sei praticamente costretto a ricominciare da zero». Papagni, però, sostiene che il problema sia psicologico. Che “Mancio” senta troppe responsabilità: «Probabilmente ha ragione. Ci sto pensando molto, in questi giorni. Sto riflettendo sul perché di questo momento. Forse sto davvero sentendo più responsabilità di quelle che ho, forse mi sto sovraccaricando di pensieri. Penso a questo e alle critiche, legittime, che sto ricevendo: mi sto abituando anche a queste. Sono un ulteriore arricchimento. E io ho tante cose da imparare». Questo nuovo percorso personale, fatto di difficoltà per lunghi tratti sconosciute, non può durare a lungo. Infatti a Lanciano Papagni lo ha sostituito per evidenti ragioni tecniche. Il ragazzo ha capito: «Perché quella partita l'ho giocata e so di non essere stato all'altezza. Papagni lo ha notato e mi ha fatto uscire. Cose normali, che non mi fanno perdere la fiducia in me stesso». Neanche la prospettiva (tutta da verificare) di perdere, per domenica, il posto da titolare, che ormai sembrava cosa sua. Dopo l'esordio dal primo minuto l'anno scorso, alla decima giornata, Mancini infatti era sempre stato titolare. Trentatre partite su trentaquattro, comprese le ultime: l'unica assenza è per squalifica. Adesso rischia: «E' un periodo difficile e lo riconosco. Ne sto parlando spesso con Papagni, con il quale c'è grande dialogo. Gli ho fatto sapere di essere pronto ad ogni sua decisione. Sono un professionista e da tale mi devo comportare».
Ci vuole tempo per tornare Mancini. Come, appunto, l'anno scorso ci vollero dieci giornate per vederlo in campo da titolare: «Tra tanti difetti mi riconosco un pregio: ho grande pazienza. So aspettare: mi è capitato e probabilmente mi capiterà ancora. Mi spiace, per il momento, non poter dare quello che dovrei». Di una cosa il ragazzo è sicuro. Nel suo calo psico-fisico possono esserci molte cause, ma non c'è lo stordimento per le tante voci di mercato. Per il sogno del grande calcio accarezzato e poi lasciato andare come sabbia tra le mani: «No, no. Il mercato non c'entra: quel periodo l'ho vissuto senza assilli ed è stato semplice, poi, mettere tutto da parte e ricominciare. Del resto la decisione di rimanere a Taranto è mia, perché dovrei reagire male?». Mancini si prende un po' di tempo. Scherzandoci su. Alla Mazzone: «Aspetto che torni mio fratello, quello che sa giocare a calcio, quello che avete visto l'anno scorso. Questo non sono io. E nel frattempo, però, spero che la squadra continui a ritagliarsi serenità e torni a sentire forte il calore che una città straordinaria come Taranto può dare. Un modo per rilanciarci? Vincere domenica». Semplice, no? di Fulvio Paglialunga05 ottobre 2006

Stadio, si va alla CAF

Sono state rese note le motivazioni della Disciplinare, che venerdì scorso ha respinto il ricorso del Taranto per la condanna del Giudice Sportivo a disputare due giornate a porte chiuse. Il Taranto sosteneva che il Giudice Sportivo avrebbe erroneamente quantificato in circa 300 unità i sostenitori che, privi di biglietto, hanno tentato e sono poi riusciti ad entrare abusivamente nel settore destinato alla tifoseria ospite. Inoltre per la società il Giudice aveva: omesso di valutare l’intervento fattivo dei propri dirigenti per consentire il regolare inizio della gara; trascurato di considerare la norma che prevede la non applicazione o l’attenuazione della sanzione laddove la società abbia collaborato con la Forza Pubblica nell’individuare i responsabili e, anche, che è prevista dalla stessa norma l’irrogazione di una sanzione pecuniaria unitamente alla squalifica del campo in caso di recidiva dalla quale non è afflitta la società rossoblu; evitato di valutare come parziale esimente il fatto che la gara si sia svolta in campo avverso. La Commissione ha respinto il ricorso sostenendo che le disposizioni previste per la responsabilità della società per fatti violenti trovano applicazione anche se i fatti addebitati siano stati compiuti in tempi e luoghi diversi da quelli di svolgimento della gara.La norma, tra l’altro, dice la Commissione «dispone l’irrogazione di ammende graduate secondo la gravità dei fatti e la serie di appartenenza con l’aggiunta che qualora la società incolpata sia diffidata "ovvero in caso di fatti particolarmente gravi, è inflitta inoltre la squalifica del campo...”». Per questo la Disciplinare ritiene la che le motivazioni del reclamo proposto dal Taranto risultino del tutto «inconferenti» apparendo emblematico il richiamo alla delibera emessa a seguito della sospensione della gara per l’ostentazione sugli spalti di scritture oltraggiose. Infatti: dato il tenore della norma (uno o più dei propri sostenitori), è irrilevante - a giudizio della Commissione - quantificare diversamente il numero dei tifosi che, privi di biglietto d’ingresso, hanno dato luogo agli incidenti, e poi, sfondati i cancelli d’ingresso, sono entrati nello stadio rendendosi protagonisti degli episodi di violenza. Sulla fattiva collaborazione dei dirigenti del Taranto per il regolare inizio della gara è specificato che «prevede la possibilità di escludere o attenuare la sanzione soltanto qualora la società abbia effettivamente collaborato all’individuazione dei responsabili dei fatti o all’adozione di misure preventive atte ad evitare il verificarsi di fatti violenti». E’ inconsistente, infine, appellarsi alla disputa della gara in campo avverso. La sanzione inflitta dal Giudice Sportivo al Taranto viene considerata «perfettamente proporzionata ai deprecabili episodi di cui la parte peggiore della tifoseria pugliese - non nuovi ad simili comportamenti (vedi: com. uff. n. 22/c del 19/9/2006) - è stata protagonista e considerato altresì che essa risulta meno gravosa per la società rispetto a quella pecuniaria sommata alla squalifica del campo». Ora la società ha tempo fino a mezzogiorno di oggi per presentare ricorso alla Caf, come sembra intenzionata a fare. La novità è che il Taranto dovrebbe cambiare legale: la società, infatti, ha proposto all’avv. Lele Di Ponzio l’affiancamento dell’avv. Francesco Caliandro, ma Di Ponzio avrebbe declinato l’invito. A questo punto potrebbe essere il solo Caliandro a difendere il Taranto.05 ottobre 2006

La coppa felice dei sopravvissuti
Si è conclusa a Città del Capo, in Sudafrica, la quarta edizione della Homeless World Cup. Ha vinto la Russia in finale sul Kazakhstan. Tra gol, pedate e racconti di emarginazione, un messaggio contro l'esclusione da chi ha trovato nel calcio la forza per andare avanti

Tutto il mondo è pallone: da Cape Town, Sudafrica, dove si è appena conclusa la quarta edizione della Coppa del mondo dei senzatetto, le storie arrivano taglienti come le punizioni di Beckham. E nella filigrana della vicenda sportiva - per la cronaca la Russia ha battuto in finale il Kazakhistan 1-0 in un derby ex-sovietico, l'Italia che era campione in carica ha chiuso trentesima con 8 vittorie e 5 sconfitte - si possono leggere le cronache di guerre, esodi di interi popoli, di persone, uomini e donne, costrette in panchina dalla globalizzazione e dalla marginalità. Nella giornata inaugurale la squadra afgana ha sfoggiato un elegante completo mostrando uno striscione eloquente: «La gente dell'Afghanistan invoca la pace globale e un mondo senza violenza e povertà». Applausi dal pubblico. Il coach Raz M. Dalili ha raccontato: «Dopo 27 anni di conflitti abbiamo ritenuto importante portare qui alcuni ragazzi che più di altri hanno sofferto. Appartengono a una minoranza etnica, quella degli Hazara, che ha combattuto i russi ed è stata perseguitata durante il regime dei talebani». Ottimi fondamentali e poco fondamentalismo: la squadra si è battuta alla pari con le squadre più forti. «Alcuni di loro hanno provato i campi profughi in Iraq e Pakistan. Molti hanno perso i propri parenti e vivono ancora oggi in case d'accoglienza o in abitazioni precarie».
Il Rwanda era la squadra più giovane del torneo e fra quelle con i mezzi economici più limitati. «I miei ragazzi hanno 16-17 anni - ha spiegato Charles Nkazamyampi, manager della squadra - e sono stati selezionati dalla 'Sport for peace Foundation' che aiuta i giovani scampati al genocidio e alla guerra civile. L'80% di questi ex bambini ha perso uno o entrambi i genitori». Sono arrivati con i mezzi che potevano. Il viaggio da Johannesburg a Cape Town è stato affrontato con 18 ore di autobus. Lo "Street-No-More" team era composto da giovani che ora, dopo la strada, vivono a casa dei parenti che gli sono rimasti, di solito zii e cugini: «Non è stato affatto facile trovarli, dopo la guerra e le migrazioni forzate». Spiega Sada Uzamukunda una delle giocatrici: «Sono diventata una street girl dopo il genocidio del 1994. Abusavo di alcool e droghe. Ora sono in un centro di riabilitazione e gioco a pallone». E' stata la Homeless World Cup delle donne: l'altra metà del campo è aumentata per numero e bravura. 32 giocatrici, molte altre fuori, nelle vesti di team manager. Niente quote rosa, ogni squadra ha scelto chi selezionare. E soprattutto nessuna ha tirato indietro la gamba, in particolare la Svizzera Tina, bionda, capelli arruffati e aria grintosa. Cattiva quanto basta e forse più, in campo. «Ho iniziato a giocare a 8 anni e oggi sono nella seconda divisione femminile svizzera», ha raccontato lei. Il progetto a cui partecipa si chiama In-kick.org ed è stato lanciato dal giornale di strada Surprise di Basilea. «Qualcuno - ha chiesto Tina - si è accorto che qui giocano delle persone dipendenti dalla droga? La sensazione che mi dà segnare un gol è più forte di quell'altra. Il calcio mi ha aiutato moltissimo».
«Se non gioco, non mi sento a posto», ha raccontato invece Auma, 17 anni, una delle quattro rappresentanti dell'Uganda all'Hwc. Ad Auma Zainabu lo sport ha permesso di gettare dietro le spalle il periodo più duro della sua vita, quando nel 2002 anche sua madre fu uccisa dai ribelli. Partecipa al progetto "Girls Kick it", promosso dalla "Global Youth partnership for Africa". «La gioventù dell'Uganda è nata dentro la guerra civile, ha avuto Aids e povertà come pane quotidiano, ha vissuto esodi biblici e schiavitù sessuale. Queste ragazze giocano e si confrontano con i maschi per diventare un giorno dei leader della propria comunità», spiega Anna, americana, 20 anni, team manager. Una sorta di "Onu dello street soccer" che ha meritato il plauso di Adolf Ogi, il portavoce speciale del Segretario generale delle Nazioni Unite per lo Sport, lo Sviluppo e la Pace, che si è complimentato per il messaggio contro l'esclusione lanciato dal torneo e ha espresso la speranza che la Hwc sia il miglior viatico e modello per i mondiali del 2010, che si terranno proprio in Sudafrica. "48 nations, one goal", era lo slogan di questa edizione: il potere del calcio come strumento per sradicare la povertà. Lo ha detto anche l'arcivescovo Desmond Tutu, intervenuto a sorpresa sul terreno di gioco: «La discriminazione contro le persone senza dimora deve finire - ha avvertito - in tutto il mondo». Appuntamento a Copenhagen nel 2007. di Massimo Acanfora04 ottobre 2006

Taranto, adesso tocca a loro
Prosperi e Cosenza: «Ma Pastore è insostituibile»

Adesso tocca a loro. Involontari protagonisti della rincorsa alla maglia sedotta e abbandonata da Ivano Pastore. Fabio Prosperi e Francesco Cosenza si ritrovano contro, lottando per conquistare un posto da titolare. Amici fuori dal campo, leali concorrenti di fronte a chi dovrà compiere una scelta tanto difficile quanto importante. La premessa, innanzitutto: per caratteristiche tecniche ed esperienza, Papagni non può contare su nessun elemento in grado di non far rimpiangere Pastore. Sulla carta Prosperi parte avvantaggiato. E’ più esperto, ha già giocato al fianco di Caccavale - dovrebbe rientrare contro il Manfredonia -, facendosi sempre trovare pronto quando è stato chiamato in causa. Una peculiarità molto apprezzata dal tecnico di Bisceglie, che lo ha definito «un professionista serio, su cui posso contare in qualsiasi circostanza. Nei playoff della passata stagione ha dimostrato quale apporto può fornire alla causa rossoblù». Il primo pensiero di entrambi, però, è rivolto al compagno infortunato. «Ci mancherà tantissimo, in campo e fuori. E’ un elemento insostituibile, sul rettangolo di gioco si comporta come un allenatore. Mai superficiale, sempre pronto a dare consigli ai compagni». Il concetto è unico, non ci sono alternative. «Nell’ultima settimana è successo di tutto - attacca Prosperi -, Pastore è stato coinvolto in due episodi negativi. In serie C non esistono calciatori con le sue caratteristiche. Ha i tempi del difensore e i piedi del metodista, in grado di giocare negli spazi corti e lunghi. Ci mancherà soprattutto in fase di costruzione del gioco. Il mio destino? Avrei preferito giocare partendo alla pari con lui, non mi sono mai sentito una riserva. E’ questa mentalità che mi ha aiutato quando il mister ha deciso di schierarmi. Soprattutto in questo momento, costellato da tanta sfortuna e da troppi acciacchi. La nostra mente è già rivolta al derby con il Manfredonia». Francesco Cosenza parte in seconda fila. La giovane età - 20 anni - non è dalla sua parte, seppur possa già vantare due presenze in C1 (tra le fila del Novara) e una semifinale playoff disputata con il Melfi. «E' un momento difficile - ha dichiarato lo stopper calabrese - e l’assenza di Pastore ci priva di un uomo squadra, in grado di mantenere il gruppo unito. Le mie caratteristiche? Sono un marcatore, anche se non disdegno la possibilità di impostare la manovra. La scelta finale, poi, dovrà prenderla l’allenatore». Da un momento all’altro in primo piano. Con delle responsabilità in ballo dopo la prima crisi di risultati della stagione. Prosperi si sente pronto. «Abbiamo perso due partite, e la colpa non è stata soltanto di Pastore e Caccavale. Adesso abbiamo ripreso a far punti, ma ciò che conforta è il modo in cui abbiamo reagito a Lanciano. Il risultato è utile soprattutto dal punto di vista psicologico, ma non dobbiamo dimenticare che senza quell'ingenuità di Zito avremmo portato a casa l’intera posta in palio». di Fabio Di Todaro04 ottobre 2006

Orizzonte sulla difesa
La lunga assenza di Ivano Pastore costringerà il tecnico del Taranto Aldo Papagni a trovare delle alternative. Individuati i due giocatori pronti alla sostituzione

La diagnosi è stata impietosa e precisa. Il Taranto dovrà fare a meno di Ivano Pastore per almeno quattro mesi. La retroguardia rossoblu dovrà rinunciare per un periodo piuttosto lungo al suo indiscusso leader. Colui che riusciva a dettare i tempi di gioco dalla terza linea e che aveva il compito di impostare l'azione dalle prime battute. Non sarà facile trovare un'alternativa: non è solo una questione di uomini. Si discute soprattutto di fattori tattici. Certamente se n'è accorto anche il tecnico Papagni che ha subito evidenziato la gravità della perdita dal punto di vista tecnico. 
Con un difensore in meno, il Taranto dovrà affrontare tutto il restante girone di andata e la prima parte del girone di ritorno. I sostituti sono ben individuati. Prosperi e Cosenza dovranno fungere da elementi in grado di surrogare Pastore, sperando sempre che Caccavale si riprenda subito dal giustificabile calo a livello psicologico. 
Il campo sarà il giudice inappellabile. Il Taranto, però, deve avere fiducia. Prosperi, ad esempio, ha offerto una valida prova nell'ultima gara di Lanciano. E' un centrale che ha retto notevoli pressioni, specie nella caldissima fase finale della scorsa stagione. L'ex della Pro Vasto, dopo avere giocato settantanove minuti prima dell'ultima ininfluente trasferta di Viterbo, fu gettato nella mischia in tre delle quattro gare di playoff per sostituire Caccavale e Martinelli. 
Anche Francesco Cosenza è in rampa di lancio. Nessun minuto speso in questo torneo, ma le qualità sono state messe in evidenza nella seconda parte dello scorso campionato. Otto presenze in stagione regolare convinsero il tecnico Novelli a schierarlo da titolare nella semifinale playoff proprio contro il Taranto. Sia Prosperi che Cosenza sono due giocatori con caratteristiche simili, in grado di reggere l'urto offensivo degli avversari dal punto di vista fisico, anche se non hanno una predisposizione ad avviare il gioco.
Ivano Pastore saltò tre gare la scorsa stagione tra la diciannovesima e la ventunesima giornata. Il suo posto fu rilevato da Martinelli. Curioso come il tecnico Papagni spostò l'attuale giocatore del Val di Sangro nella posizione di centrodestra, con conseguente leggero spostamento di Caccavale dal centrodestra al centrosinistra. 
Certamente è da escludere l'ipotesi del passaggio a tre dietro. Una simile disposizione di avverte, ma solo in fase di possesso palla. E', infatti, schema piuttosto complesso e rivoluzionario, che costringerebbe dosi massicce di sperimentazioni. Sicuramente Papagni saprà adottare le scelte più giuste: la fase difensiva, sotto la sua gestione, ha raggiunto traguardi lusinghieri come testimoniano gli appena sei gol incassati nelle quindici partite del campionato precedente. Quest'anno il Taranto, nonostante tutto, possiede il quarto migliore schieramento difensivo con quattro reti al passivo. di Luigi Carrieri04 ottobre 2006

L’infermeria non si svuota
Pastore si opera martedì. Deflorio, Cammarata e Catania out. Tafferugli dopo Taranto-Catania, scarcerato tifoso

Il Taranto ha ripreso ieri pomeriggio la preparazione in vista del derby di domenica prossima (a porte chiuse) con il Manfredonia. L’infer meria è piena. Oltre a Pastore, "ospita" Deflorio, Catania, Cammarata e Pasca. I primi due sono rimasti fermi. Deflorio ha un strappo al polpaccio destro: dovrà restare fermo 15 giorni. Poi si vedrà. Catania lamenta una distorsione ad una caviglia con risentimento al polpaccio. Oggi effettuerà l’ecografia di controllo che dovrà stabilire i tempi del recupero. Cammarata, invece, si è già sottoposto all’esame radiologico. Il responso parla di contrattura al bicipite femorale. Difficilmente ce la farà per domenica prossima. Le buone notizie riguardano Pasca che, pur allenandosi a parte, è sulla via della completa guarigione. Caccavale ha anticipato il rientro negli spogliatoi per un risentimento ad un ginocchio. La situazione va monitorata giorno dopo giorno. Pastore, lunedì prossimo, sarà a Perugia per essere visitato dal prof. Cerulli. L’operazione dovrebbe essere fissata per martedì venturo. Oggi è in programma la canonica doppia seduta. Domani pomeriggio è prevista la partitella infrasettimanale probabilmente contro la Berretti. Il ricorso alla Caf è slittato a domani in quanto la Disciplinare ha rinviato di 48 ore il deposito delle motivazioni.
TIFO VIOLENTO - E’ tornato in libertà G. C., di 39 anni, il tifoso rossoblù accusato di aver partecipato ai tafferugli in occasione della partita di coppa Italia Taranto-Catania del 19 agosto scorso. Il giudice delle indagini preliminari Pio Guarna, accogliendo un’istanza dell’avv. Massimiliano Madio, ha disposto la revoca degli arresti domiciliari. C. era finito in manette in quanto accusato di aver lanciato oggetti contro poliziotti e finanzieri, che controllavano gli ingressi alla curva sud, riservata alla tifosera siciliana. L’ultrà risponde di resistenza, violenza e lesioni a pubblico ufficiale, danneggiamento aggravato e violazione del decreto Pisanu. Un altro tifoso fu arrestato per aver investito con il proprio scooter alcuni agenti di polizia municipale. La società rossoblù fu multata di 6mila euro e scattò la diffida per lo "Iacovone".04 ottobre 2006

E' guerra aperta contro Matarrese
Garrone e Zamparini sbattono la porta. Lega calcio: i patron di Samp e Palermo attaccano il presidente e lasciano l'assemblea. Il proprietario del club siciliano: «Di questo palazzo me ne sbatto»

Buoni e cattivi, scandali e litigi, accuse e sceneggiate: le vicende del calcio italiano diventano ogni giorno più simili a una telenovela. La puntata di oggi si è svolta a Milano, in via Rosellini. I protagonisti sono stati i patron della Sampdoria, Riccardo Garrone, e del Palermo, Maurizio Zamparini, che se ne sono andati dall'assemblea della Lega sbattendo la porta per protesta contro il presidente Antonio Matarrese. 
La polemica è nata durante l'assemblea del pomeriggio. «Vado via perché Matarrese non ha fatto parlare il presidente del collegio dei revisori, Antonio Guastoni - ha spiegato un irato Garrone, che si è dimesso dal consiglio di Lega -. Secondo lui non aveva diritto a prendere la parola. E' un atto gravissimo che si aggiunge alle cose non fatte in questo mese». 
Il presidente della Samp è stato inseguito nel cortile della sede della Lega dal suo collega Maurizio Zamparini, che ha cercato di farlo tornare sui suoi passi. «Lo farò - è stata la replica di Garrone - a una sola condizione: resto solo se se ne va quello lì (Matarrese, ndr) entro dieci giorni. Mi dispiace perché credo di poter dare il mio contributo in questa tana di volpi». 
Poco dopo, però, anche il presidente del Palermo ha perso le staffe. Zamparini, qualche tempo fa, aveva lasciato la carica di vicepresidente a Rosella Sensi, con il tacito accordo di essere però nominato consigliere. Oggi, invece, l'incarico è stato affidato al legale del Milan Leandro Cantamessa. «E' stato eletto in modo fraudolento - ha dichiarato Zamparini -, perché noi gli abbiamo dato i nostri voti mentre nessuna delle grandi mi ha votato. Ho detto al signor Matarrese che lui ha tradito il suo primo elettore, che sono io, e che naturalmente lui non viene più appoggiato dal sottoscritto. Continuerò a fare il presidente del Palermo, ma di questo palazzo me ne sbatto».

I segnali di una partira anomala

Il giorno dopo, bisogna detrarre l’enfasi derivata da una settimana surreale, far evaporare le emozioni di una gara senza vigilia e togliere di dosso l’aspetto romantico di una squadra ferita. Resta il pareggio da decodificare. E i segnali che la partita manda, i messaggi da comprendere e le osservazioni da approfondire. Intanto: il Taranto è una squadra. Si può discutere se stia continuando ad esserlo oppure ha ripreso a farlo. Comunque esiste: come entità collettiva e come spirito, come capacità di soccorrersi, come interscambiabilità degli uomini, come carattere. Il Taranto, è un fatto, è ancora capace di spingere, è ancora condannato a subire. Può scivolare, ma adesso può anche rialzarsi, pareggiando come ha fatto a Lanciano e, addirittura, avvicinandosi alla vittoria. La constatazione introduce il quesito successivo: il Taranto, una volta certificata la propria presenza, deve capire cosa è in grado di fare. Qual è, ad esempio, la forma più adatta, la sua reale vocazione, la sua principale caratteristica. E quali sono, tra l’altro, gli uomini su cui realmente contare, le loro prerogative, le loro virtù e, finché non si eliminano, i loro vizi. Papagni non poteva dare uno schema al gruppo dopo una settimana quasi senza campo e domenica ha mosso molto. Portando, forse, a una reale osservazione: il Taranto ha esterni di centrocampo propensi al gioco offensivo, ha gente in quella zona che è anarchica di suo e, quindi, bisognosa di regole chiare (tenere meno il pallone) e movimenti ordinati (posizionarsi per ricevere). Gente che deve correre per aumentare il numero di uomini in fase offensiva, che deve fiancheggiare le punte evitando sovrapporsi. Ancora: non ci sono, al momento, centrocampisti interni in grado di formare una linea con tre mediani, soprattutto se la palla non viaggia. E non è un caso che, dopo la buona sfuriata iniziale e la sofferenza successiva, il Taranto migliore abbia giocato con il 4-4-2. Premiando le scelte di Papagni la squadra ha mostrato qualche nuova risorsa che, adesso, si ha il dovere di valorizzare. Zito, ad esempio, a parte la colossale ingenuità, ha lasciato la sua impronta sulla partita, cambiandone il ritmo, forzandone l’andamento. E’ partito, con sana incoscienza, ogni volta che ha avuto la possibilità. Poi Danucci: impacciato all’inizio (per avere ritmo bisogna giocare), poi sempre più padrone dello spazio e delle misure. Sempre pronto a cambiare il gioco, a cambiare zona di sviluppo del gioco a rendere varia la manovra. Infine Piroli: assai mobile a dispetto della statura, pronto a farsi notare anche in pochi minuti con un taglio, un guizzo, uno scatto. Gente che aspetta il momento e che, forse, si sta guadagnando lo spazio. C’è bisogno di coraggio, adesso, per schierarli. Ma per averlo c’è bisogno anche di comprensione: si può azzardare la scelta di un giovane a patto che, poi, non si processi il rischio. E c’è bisogno di lasciare Papagni in condizione di scegliere serenamente, senza aspettarlo come un plotone d’esecuzione. Perché il Taranto, adesso, ha necessità di scelte e di riflessioni profonde. C’è, intanto, da trovare dentro l’organico un sostituto di Pastore, in grado di fare coppia con Caccavale, altro giocatore da recuperare mentalmente. E c’è da capire cosa accade a Mancini: non è il piccolo fenomeno dell’anno scorso, non ha ancora trovato la sua dimensione. Gira intorno alla partita, entrandoci solo qualche volta. E c’è da trovare una posizione definitiva a Toledo, convincendolo della necessità di giocare anche per la squadra. Diamo tempo: sapere che il Taranto è ancora vivo per il momento è un dato sufficiente. di Fulvio Paglialunga03 ottobre 2006

Ora servono scelte chiare

Raccontata con inevitabile enfasi, visto lo stato di emergenza emotiva con cui è stata affrontata, la partita di Lanciano merita ora un’analisi ulteriore. Va, cioè, riletta in chiave tecnico-tattica, tenendo fuori dal ragionamento - per quanto sia possibile - ogni condizionamento psicologico. Perché il pareggio, dopo due sconfitte, qualcosa ha detto e sarebbe un peccato non dargli ascolto. La prima considerazione è questa: sembra che il Taranto stia crescendo con scarsa sincronia. Ci sono giocatori che hanno già acquisito una mentalità e una dimensione adatte al campionato (Colombini, Cejas, De Liguori). E altri che fanno più fatica (Mancini, Toledo, Catania, Ambrosi). La disparità di rendimento sta facendo ballare sulla bilancia il peso specifico della squadra. Le sta togliendo le certezze che pensava di avere e che troppi dettagli infermieristici avevano già messo pesantemente in discussione. Se a questo Taranto si toglie l’eccezionalità di Deflorio, se la diversità di Mancini diventa confusa normalità, se la fantasia di Toledo è solo fumosa, ciò che si ottiene è un’altra squadra. Più piatta e banale. E, a volte, più vulnerabile. Le sconfitte con la Cavese e con la Juve Stabia avevano acceso questo piccolo allarme tecnico, poi travolto dagli eventi extra calcio (l’aggressione ai giocatori sul pullman, lo stato di agitazione proclamato dalla squadra, le dimissioni di Papagni). Il pareggio di Lanciano, al di là del valore simbolico che ha finito con l’acquisire, non ha comunque spento quell’allarme. Ha, anzi, fornito nuovi spunti per la riflessione, ribadendo che il meccanismo resta globale: non può essere smontato senza il serio rischio di dar vita ad una squadra imperfetta. A tutto ciò (la crescita scomposta, le prolungate defezioni, il disagio interiore) Papagni sta opponendo il suo carisma tenero, fatto di scelte, di rinunce e di continui adeguamenti in corsa. A Lanciano ha spostato gli uomini e aggiornato il modulo, interpretando le fatiche e gli stenti della squadra. Ciò ha inevitabilmente prodotto scollamenti, amnesie, momenti di vuoto, togliendo gli abituali punti di rifermento al gioco della squadra. Alla quale comincia forse a mancare una sicurezza di progetto. Perché ancora non si vede un Taranto stabile, determinato dal valore dei singoli e dai bisogni del collettivo. Quello che soltanto un Taranto a pieno organico può garantire. E che la sorte avversa ancora non consente: è grave l’infortunio di Pastore, non sembra affatto imminente il recupero di Deflorio. Si tratta di indisponibilità che vanno affrontate, dando risposte concrete alle nuove esigenze della squadra. Fissando un modulo di garanzia, che comunque muova dalla necessità di schierare sempre le due punte (Ambrosi da solo è un centravanti tattico senza possibilità tecniche). Trovando a Danucci un utilizzo più ricorrente. Individuando chi tra Prosperi e Cosenza possa meglio comporre la dorsale difensiva con Caccavale. E cercando alternative di gioco quando lo scorrere della manovra incontra la sistematica resistenza degli avversari. Tocca a Papagni rimettere il Taranto, dopo averlo protetto dalla violenza fisica e verbale, nella condizione di far valere compiutamente la propria differenza. di Lorenzo D'Alò03 ottobre 2006

Papagni punta al lavoro
Il tecnico del Taranto: «Dobbiamo superare il momento di grande emergenza, dobbiamo eliminare i difetti e migliorare ancora. Serve umiltà e l'impegno di tutti»

Papagni, cosa lascia il pareggio di Lanciano?
«Partiamo dal primo messaggio, che altrimenti corriamo il rischio di sottovalutare: abbiamo giocato e lo abbiamo fatto con la prima squadra. Ci sono stati dei momenti della settimana scorsa in cui anche questo è stato in dubbio: dobbiamo considerarlo un risultato. Poi c'è la prova di una squadra che lotta, che non rinuncia al risultato, che ha la forza di reagire giocando, cosa che - invece - non ha avuto a Castellammare. Siamo riusciti a pareggiare e in verità avevamo anche segnato il gol della vittoria».
E' maggiore la soddisfazione per il pareggio o il rammarico per la vittoria sfuggita? 
«Ovviamente sono rammaricato per quel gol che praticamente avevamo segnato, ma vincere forse sarebbe stato troppo. Comunque sono contento per la prestazione. Non era facile: è la prima volta che il Lanciano quest'anno pareggia in casa, è la prima volta che il Taranto conquista punti su quel campo. Soprattutto se si pensa che non avevamo quasi fatto allenamenti durante la settimana. In fondo è quasi una vittoria»
Il pareggio ha un conto salato, però. Pastore si è gravemente infortunato...
«E' la nota più triste. Una tegola, come se non bastassero le precedenti. Una perdita molto importante, perché non è solo tecnica, ma anche per il carisma che Pastore: è uno dei nostri punti di riferimento, dovremo trovare un'alternativa».
Bisogna anche recuperare psicologicamente Caccavale: domenica non se l'è sentita di schierarlo...
«Recuperarlo è senz'altro un obiettivo che ci poniamo: abbiamo bisogno di lui. La scelta di non farlo giocare mi è sembrata opportuna: l'ho visto ancora scosso, più di Pastore. Metterli entrambi sarebbe stato rischioso: Caccavale ha capito. Credo, tra l'altro, che sia uno dei ragazzi più puri che abbia allenato, mi avrebbe manifestato la propria contrarietà se non avesse gradito».
Spacchiamo il pareggio, guardiamoci dentro: dove ha sbagliato il Taranto?
«Intanto siamo stati grossolani in occasione del gol che abbiamo subito: non si può, dopo un minuto di gioco. Un altro difetto che dobbiamo assolutamente rivedere è la voglia di andare sempre con la palla al piede invece di servire i movimenti dei compagni. Se riuscissimo a vedere i tagli in profondità avremmo maggiori possibilità di fare gol».
La partita è stata recuperata con Danucci, Zito e Piroli in campo...
«Ho sempre detto che chi entra deve dare un contributo importante. Ho chiesto ai giocatori, prima della partita, di essere squadra. Ho visto cose positive, ho visto i segnali di un gruppo unito».
Questi giocatori sono armi in più?
«Sono contento per loro e sono convinto anche che gli altri sarebbero stati pronti. Sono tutti ragazzi seri. Sapere come la penso: c'è spazio per tutti e tutti devono sentirsi pronti. Avete visto Prosperi? Ha giocato a sorpresa, ma non è apparso impreparato perché non ha mai smesso di sentirsi alla pari con gli altri. Danucci ha dato ottima risposta dopo un inizio difficoltosa, perché ha grandi qualità. Zito ha grande potenza che deve essere controllata, Piroli ha buoni movimenti».
E Ambrosi?
«Se avesse segnato - e praticamente l'aveva fatto - non ci sarebbe stata nemmeno la domanda, perché vi sareste già dati la risposta. Vive in funzione del gol, come gli attaccanti che hanno le sue caratteristiche. Ha retto per novanta minuti, nel finale ha tenuto costantemente in difficoltà la difesa avversaria. Sta crescendo».
Che sta succedendo a Mancini?
«A mio avviso è più un problema psicologico, del quale ho parlato con lui. Forse si è responsabilizzato troppo, ma non deve. Deve semplicemente metterci l'impegno che ha messo sempre e sgombrare un po' la testa. Non deve dare di più, deve essere se stesso».
Il Taranto è guarito?
«La situazione è ancora di grave emergenza per una serie di motivazioni. Adesso abbiamo due partite senza il sostegno dei nostri tifosi, che invece sono fondamentali per noi. Abbiamo infortuni di giocatori importanti, ma abbiamo anche la consapevolezza del nostro lavoro, abbiamo umiltà, sappiamo di avere la società vicina e anche i tifosi, al di là degli ultimi problemi. Poi mi fa piacere che il presidente, quando ci siamo sentiti prima che ritirassi le dimissioni, ha spiegato la sua volontà: dobbiamo mantenere la categoria con dignità, visti i problemi di questo momento».
State abbassando il tiro? Il Taranto, in estate, doveva puntare ai playoff...
«E' una nuova dimensione che ci vogliamo ritagliare. Diciamo quello che è l'obiettivo prioritario: avere dignità. Ma è chiaro che daremo il massimo. E se vediamo i playoff ci proviamo. Adesso, intanto, dobbiamo stringere i denti».
E' un modo per tenere il profilo basso e vivere più tranquilli? 
«Vedete, prima della partita un messaggio ai ragazzi: era un sms ricevuto da un tifoso tarantino residente a Milano che mi esortava a non mollare e che diceva: “Il campo decreta il vincitore di una partita, l'onestà e la non violenza decretano i vincitori nella vita. Impegno e dignità del lavoro o del ruolo che qualsiasi persona svolge piacciono a Dio. Non mollate”. L'ho voluto leggere alla squadra. Perché siamo in un momento di grande sofferenza, in cui tutti dobbiamo dare di più. E dico tutti». di Fulvio Paglialunga03 ottobre 2006

Pastore, stop di quattro mesi
Grave la lesione al crociato anteriore del ginocchio destro: sarà operato da Cerulli

Lesione al legamento crociato anteriore del ginocchio sinistro, ma anche ai legamenti collaterali e al menisco. E’ l’impietosa e prevedibile diagnosi che costringerà Ivano Pastore ad un lungo stop. I timori, sparsi nel dopo-partita di
Lanciano, erano fondati. Forse, però, i tempi di recupero potrebbero essere più stringati di quelle previsti in un primo momento. Il dottor Guido Petrocelli ha analizzato, ieri pomeriggio, la risonanza magnetica e ha sentenziato. Il difensore campano dovrà sottoporsi ad intervento chirurgico nella prossima settimana dopo un consulto che sarà effettuato di concerto con il dottor. Giuliano Cerulli. «Il ginocchio è ancora gonfio - ha dichiarato il medico sociale del Taranto - e non si possono avanzare valutazioni più dettagliate, ad esempio, sui tempi di recupero. Credo che, comunque, ci vorranno almeno quattro mesi prima di rivedere Pastore sui campi di gioco». Quattro mesi. La stagione, con tutte le cautele del caso, non sarebbe allora a rischio. Un frammento rosa da cui ripartire. Ivano Pastore ha potuto metabolizzare il grave infortunio. Il giorno dopo è quello in cui i pensieri si focalizzano. All’infortunio, soprattutto, con cui si dovrà convivere e agli sforzi che si renderanno necessari per un ritorno più rapido. «Capita. Questa professione ti regala momenti belli e altri che devi accettare - afferma Pastore - E’ il mestiere di calciatore. Quattro mesi di stop? In verità non ci penso. La mia attenzione è rivolta all’intervento chirurgico e a farlo il prima possibile. I tempi di recupero possono dipendere da tante cose. Io amo troppo giocare al calcio e nelle situazioni difficili occorre tirare fuori gli stimoli per raggiungere l’obiettivo». Se i pronostici saranno rispettati, potremo rivedere Pastore in campo tra gennaio e febbraio del 2007. Il Taranto dovrà abituarsi a stare senza il suo vicecapitano. Si spera, invece, che altri componenti della rosa ionica abbiano un periodo di degenza minore in infermeria. Ad esempio l’attenzione è rivolta ai tre attaccanti che hanno dovuto saltare la trasferta di Lanciano. Cominciamo dal giocatore che sembra essere più facilmente disponibile. Fabrizio Cammarata lamenta una contusione al bicipite femorale della gamba sinistra. Oggi il giocatore sarà nuovamente visitato dal dottor Petrocelli e potrebbe, nella migliore dell’ipotesi, riprendere a lavorare, sia pure con prudenza. Anche Roberto Pasca potrebbe presto tornare ad allenarsi. Lo stiramento al tricipite surale, dietro al polpaccio, dà meno fastidio. Anche l’ex attaccante della Vigor Lamezia sarà visitato questa mattina e, in caso di esito positivo, nel giro di due giorni, si potrebbe mettere agli ordini di Papagni e Guicciardini. Infine per il capitano Andrea Deflorio sono confermate le indicazioni dei giorni scorsi. Il bomber di Noicattaro starà fermo ancora per due settimane circa. di Luigi Carrieri03 ottobre 2006

«È solo un periodo storto»
L’argentino Cejas consola il Taranto e lancia Danucci

«Non giocava da quattro mesi e ha dimostrato di poter tornare molto utile». Ci sono partite in cui riescono anche le giocate più difficili, magari da un pizzico di fortuna. E altre in cui - al termine di una settimana vissuta ponendo il calcio in secondo piano - anche chi ha abituato ad un livello costante di rendimento scende al di sotto delle proprie possibilità. E’ il caso di Maximilian Cejas, sostituito a Lanciano da Danucci undici minuti dopo l’inizio della ripresa. Prestazione sufficiente, un po’ meno ricca di geometrie e con qualche slancio condito da un emergente disagio atletico. «Non ero brillante, ho risentito dei due allenamenti saltati negli ultimi giorni». L’argentino di La Plata ha un’immagine sincera, trasparente. Non esita ad ammettere il responso del campo. E spende parole d’elogio per chi lo ha rimpiazzato. «Non conoscevo Danucci, ma dopo un paio di giorni di lavoro ho riconosciuto le sue qualità. Non giocava da quattro mesi, domenica ha disputato una buona prestazione. Ha un buon lancio, calcia con entrambi i piedi». L’ascesa del centrocampista di Carosino alimenta una concorrenza che Cejas definisce . A caldo non si è registrata traccia delle parole spese dall’ex metodista del Giugliano in merito alla partita. Troppo grande il dolore per l’infortunio occorso a Pastore, mentre si faceva largo la preoccupazione per un campionato da disputare (quasi certamente) scevri dai consigli e dai suggerimenti del capitano in pectore. Ventiquattro ore più tardi Cejas è ancora molto scosso. «Più ripenso a quegli istanti - prosegue - e più mi pervade il tormento. Adesso toccherà a noi non dimenticarlo, facendolo sentire sempre protagonista di ciò che accade. Mi sono definitivamente convinto che attrave«sana, leale, maturata negli interessi della squadra. Non va esclusa, poi, la coesistenza con me e Mancini. Senza dimenticare chi, fino a questo momento, è stato meno impiegato. A centrocampo Papagni può contare su tanti uomini con caratteristiche differenti»rsiamo un periodo sfortunato. Due sconfitte consecutive, l’aggressione di domenica scorsa, le dimissioni rientrate dell’allenatore. Tutto condito dal pareggio contro i rossoneri: abbiamo subito unarete piuttosto fortuita, mancando il vantaggio per un peccato di gioventù e perdendo uno deinostri compagni più rappresentativi». La "fatal Lanciano" - non rivelatasi, poi, come tale - ha consegnato una squadra che ha voglia di lottare, certificando il cambio d’umore e l’inversione di rotta. Toccherà all’attendibile Manfredonia confermare queste indicazioni in un derby a porte chiuse. Cejas dà un peso importante al sostegno del pubblico. «Mi piace vedere la Curva che canta, mi da un’energia incredibile. E senza i nostri tifosi daremo un punto di vantaggio agli avversari. Vorrà dire che vinceremo con le nostre forze. Con sacrificio e continuando a giocare come stiamo facendo». di Fabio Di Todaro03 ottobre 2006

Ipotesi maxi-schermo
Partite a porte chiuse ora si spera nella Caf

Il Taranto ricorrerà alla Caf avverso la conferma delle due partite interne a porte chiuse decisa dalla Commissione Disciplinare venerdì scorso. Allo stato attuale, dunque, Mancini e compagni non potranno avere il conforto del pubblico amico sicuramente per domenica prossima (contro il Manfredonia) ed, a meno di una riduzione da parte della massima assise della giustizia sportiva, anche con la Ternana domenica 22. In giornata la Disciplinare depositerà le motivazioni che l’hanno indotta a non variare la dura sanzione dopo di che si potrà metter mani alla stesura dell’importante ricorso. Il momento è già delicato per via delle pesanti defezioni (fuori Deflorio e Pastore). La disputa di due gare interne senza pubblico sicuramente acuirà il disagio. Si sta pensando di allestire un maxischermo (in piazza Garibaldi?). La mossa avrebbe lo scopo di consentire ai numerosissimi tifosi di poter seguire ugualmente in diretta il match dei propri beniamini. Per ottenere la trasmissione in diretta del derby contro i dauni, necessita l’okay del Prefetto, dott. Francesco Alecci. Le speranze non sono molte perché la Lega potrebbe opporsi, ma val la pena tentare. Regolamento alla mano le due società dovranno presentare,prima della partita, all’ispettore federale inviato da Firenze un elenco di 30 persone al massimo (tutti dirigenti) aventi il diritto a poter entrare all’interno dello "Iacovone" domenica prossima. E’ evidente che da questo elenco sono esclusi i giocatori convocati, i tecnici, i massaggiatori ed i magazzinieri che fanno parte di ciascuna squadra. Potranno, altresì, assistere alla gara i giornalisti accreditati dalla società all’inizio della stagione e gli inviati per la singola partita. Tutt'intorno sarà vuoto. di Giuseppe Dimito03 ottobre 2006

Taranto, pareggio e lacrime
I rossoblu conquistano un punto nella trasferta di Lanciano grazie ad un'autorete di Mariscoli ma non possono gioire per il grave infortunio subito da Ivano Pastore

Incredibile come i giorni della vigilia. Travagliata come la settimana del Taranto. Poteva nascere solo una partita così, di quelle capaci di finire in qualsiasi modo. Di quelle giocate con le emozioni mescolate da un frullatore impazzito: con la speranza, la disperazione, l'orgoglio, addirittura il rammarico, la gioia strozzata. 
Salta fuori un pareggio umido: per le lacrime di Pastore (sospetta rottura dei crociati, collaterali e del menisco del ginocchio sinistro all'ultimo secondo di partita) e per quelle di Zito, posseduto dalla foga quando Ambrosi segna il gol della vittoria teorica, al punto da toccare il pallone prima della linea, in fuorigioco. Piange Pastore, piange Zito, ma il Taranto - rattristato dagli eventi di una settimana folle fino all'ultimo - dà prova di esistenza in vita: la notizia, alla fine della giornata, è questa. E, depurata da tutte le scorie, è una buona notizia. 
Perché la squadra di Papagni pareggia a Lanciano reggendosi stoicamente in piedi, evitando di crollare quando sembra ineluttabile. Perché oltre gli schiaffi, gli scioperi, le dimissioni e i brutti rumori di fondo c'è un'anima che la partita salva, c'è un risultato che soffoca la crisi prima dell'ufficializzazione, c'è una squadra emotivamente solida e sono rimaste, anche, parole da spendere in un campionato ancora giovane. Dentro la partita c'è tutto. La partenza coraggiosa, lo svantaggio senza ragione, gli adeguamenti faticosi, la rimonta insperata e la vittoria sfuggita. Dentro la partita c'è anche Pastore, dopo gli schiaffi di una settimana fa e i giorni del dolore intimo. Ai margini, invece, c'è Caccavale, che Papagni non vede tranquillo e non manda in campo (gioca Prosperi). 
A vivere la partita, invece, c'è un Taranto in equilibrio sull'emergenza, ambientale e fisica. Affidato alla psiche dei propri uomini, al coraggio di chi gioca sapendo di avere poche alternative. Di chi sembra percepire gli scricchiolii prima di un disastroso crollo e ha novanta minuti per rigenerare timidamente la speranza. Per riuscirci i rossoblu riempiono la partita di tentativi individuali e di mutamenti impegnativi. Anche di errori, quasi inevitabili, e di visibile buona volontà. Il pari, alla fine, cambia valore in base al punto di vista. 
Ma è, comunque, un pari pieno per i tempestosi preamboli e le troppe disavventure. Un pari guadagnato trasformandosi con continuità, saccheggiando le risorse rimaste, cercando e ottenendo una reazione valorosa. 
Il Taranto ha tanti moduli ipotetici. Tutti viziati (nella traduzione in numeri) dalla posizione quasi sempre anarchica di Toledo, tutti usati all'istante in una partita senza vigilia. La partenza è 4-2-3-1 con Cejas e De Liguori mediani, Mancini dietro Ambrosi e, soprattutto, la difesa bloccata in linea, per fronteggiare il 4-3-3 del Lanciano, che ordina invece alle punte di restare avanti e affida i rifornimenti al resto del gruppo. Non c'è squilibrio in campo nonostante le ferite fresche sul corpo del Taranto: c'è una onesta resistenza per un quarto d'ora, fatta di accelerazioni degli abruzzesi e timori logici di una squadra con le gambe che tremano. 
C'è un tiro di Colussi che non parte (12', il pallone è colpito male dopo un intervento goffo di Prosperi) e un sinistro violento di Correa (13') che passa un soffio sopra l'incrocio. L'adeguamento è rapido: Toledo passa a destra e parte ancora larghissimo, senza posizione, Catania si sistema tra le linee per assistere Ambrosi e, anche, per fermare il Lanciano all'origine, fronteggiando Leone. Il cambio sembra conveniente: il Taranto chiede (20', bella punizione di Pastore parata da Guarna), insiste (36', gran volèe di De Liguori su cross di Toledo, aggancio mancato da Ambrosi), ma non incassa (40', colpo di testa fuori di Cejas su punizione di Pastore). 
Più Taranto, ma passa il Lanciano, perché tutto - evidentemente - sembra dover essere distante dalla logica per non tradire le convulse premesse. Dopo un minuto di ripresa: Conti crossa da sinistra, Prosperi anticipa Colussi ma anche Pinna (in uscita), Paniccia raccoglie e segna. Papagni muove tutto, alla ricerca del Taranto. E la partita si riempie di esperimenti, di tentativi. Di coraggio. Il tecnico dà l'esempio: prende decisioni, azzarda, ci crede. Come un rabdomante a caccia dell'acqua nascosta, in attesa della vibrazione giusta della bacchetta forcuta. 
Il gruppo sembra faticare, ma si sforza di seguirlo, soffrendo (il Lanciano spinge) eppure insistendo. Sceglie l'allenatore: Danucci per Cejas, poi Piroli per Mancini, Zito per Catania. Tutto completa la trasformazione: 4-4-2 mai puro (gli esterni non si allineano ai mediani), 4-2-4 in fase di distensione. 
Tutto avvicina al pareggio. Prima sfiorato da Piroli: una lunga e bella azione personale di Zito (39') e un passaggio in verticale che il giovane attaccante non trasforma, superando il portiere ma vedendosi respingere il pallone da Scrò. Poi ottenuto: un minuto dopo Toledo sfrutta un corner corto, crossa verso Ambrosi e l'abruzzese Mariscoli, nel tentativo di anticipare, devia in rete. E' giusto, ma non è tutto. 
C'è il tempo del rammarico: un cross di Colombini (48') viene colpito di testa da Ambrosi, la palla sta finendo in rete ma Zito non contiene l'esuberanza, toccando la sfera prima della linea e deviandolo in porta, ma in fuorigioco, annullando praticamente da solo la vittoria del Taranto. E c'è il tempo del dolore: il ginocchio di Pastore fa crac all'ultimo secondo di partita. Sembra qualcosa di grave. Di sicuro è un triste scherzo del destino. Che allarga il dolore, coinvolgendo tutti. di Fulvio Paglialunga02 ottobre 2006

I lunghi giorni di Papagni
Il tecnico rossoblu appare provato dopo la notizia dell'infortunio di Ivano Pastore. «Se sono ancora su questa panchina, è per merito della sua insistenza»

La settimana era iniziata male, è finita peggio. Una settimana lunghissima per Aldo Papagni, deciso a lasciare la panchina del Taranto in settimana, dopo giorni di polemiche mal digerite, convinto poi continuare nel progetto rossoblu. Finisce peggio perchè Pastore, in piena zona recupero del match di Lanciano, è incappato in un gravissimo infortunio al ginocchio. 
Papagni, in sala stampa, è un uomo provato per quanto accaduto al suo calciatore. «Dico subito che se sono qui è per le insistenze di Pastore».
Papagni ha voluto subito precisare la sua posizione, lo ha fatto visibilmente commosso per quello che è capitato al suo giocatore: «Sono affranto, veramente molto amareggiato per quanto accorso a Pastore. Un grave infortunio, una grandissima perdita dal punto di vista tattica, soprattutto, però, dal punto di vista umano. Se sono qui adesso è per le insistenze di Pastore, dal mio punto di vista ero decisamente convinto a non proseguire questa esperienza sulla panchina del Taranto, mi ha convinto lui con il suo entusiasmo e la sua carica umana».
Papagni soffre come se il ginocchio fosse saltato a lui. Si tratta di una commozione sincera, non è facciata. L'allenatore del Taranto è sinceramente affranto: «Continuava a ripetermi che se me ne fossi andato io, se ne sarebbe andato assieme a me. In tutti i modi ha voluto che rimanessi su questa panchina, la notizia del suo infortunio è come un macigno cadutomi addosso».
Qualcuno aveva detto che Papagni era rimasto a Taranto per soldi. L'allenatore ha risposto quasi stizzito: «Fosse stato per soldi - ha detto - di certo non avrei rinunciato al prolungamento di due anni di contratto. E' un controsenso rimanere in una squadra per soldi, per poi rinunciare a due anni di contratto. Sono rimasto perchè mi ha convinto Pastore, non l'ho fatto assolutamente per una questione di soldi. Queste sono cattiverie gratuite su cui preferisco glissare, senza dare adito ad eventuali incomprensioni».
Adesso, proprio Pastore è fuori per infortunio: «Avevamo già altri calciatori fuori per motivi di causa maggiore, direi che la sfortuna è un'ancella che non vuole saperne di abbandonarci. Adesso, però, voglio fare soltanto un grosso in bocca al lupo al ragazzo, spero che la gravità del suo infortunio sia inferiore a quanto paventato».
Poi Papagni si è soffermato sul match: «Nella prima frazione - ha detto Papagni - abbiamo giocato nettamente meglio noi. Nel primo tempo ho visto un grande Taranto, ordinato in tutti i reparti, deciso a fare risultato su un campo difficile come quello di Lanciano».
All'allenatore non è piaciuta la prima parte della ripresa. «Chiaramente - ha commentato l'allenatore - non siamo stati all'altezza nei primi venti minuti della ripresa. Direi che per un po' di tempo siamo stati colpevolmente in balia dell'avversario. Il Lanciano ha trovato il gol, subito ad inizio ripresa, forse anche un po' a freddo. Devo anche ribadire che, per quei primi minuti del secondo tempo, si è trovato spesso in superiorità numerica a centrocampo. Alla fine, siamo riusciti a trovare l'antidoto giusto. Determinante è stata la scelta di far entrare Ciro Danucci, che ha giocato molto bene, è stato quasi una diga per gli avversari. Ha svolto un ottimo lavoro da intenditore. Con il suo ingresso, il Taranto ha cominciato ad alzare la testa e a tessere gioco, poi ha trovato il gol del pareggio e avrebbe potuto vincere».
Negli occhi di Papagni resta l'amarezza per l'episodio del gol annullato a Zito: «E' stata una grave ingenuità - non si è nascosto Papagni - perchè avevamo praticamente già fatto gol. Sarebbe stato un successo importante, comunque portiamo a casa questo punto conquistato su un terreno di gioco molto difficile e non pensiamo a quello che poteva essere e non è stato».02 ottobre 2006

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