Torna all'elenco delle settimane disponibili

Blasi insiste e Papagni ritorna
«Ho ricevuto tantissimi messaggi e tantissime telefonate da gente che non immaginavo, da tifosi di Taranto, ma anche da tarantini fuorisede»

Lo hanno convinto, ma è stata dura. Aldo Papagni ha deciso ieri sera di ritirare le dimissioni. Dopo una lunghissima giornata, dopo uno straordinario lavoro diplomatico. Il tecnico ci ha ripensato: per le insistenze dei giocatori, per l'insistenza di Evangelisti, per terminare con l'affondo, decisivo, del presidente Blasi. 
Un pellegrinaggio, o quasi. In mattinata una delegazione della squadra (Deflorio, Caccavale, Pastore e Colombini) e Evangelisti sono andati a casa del tecnico, in serata il presidente ha fatto la mossa decisiva, impegnandosi personalmente per difendere allenatore e giocatori. I rossoblu hanno manifestato la loro solidarietà al tecnico, mostrando di aver apprezzato il gesto, ma chiedendo anche il pronto rientro al fianco della squadra. Paventando, tra l'altro, un clamoroso effetto-domino, con diversi giocatori pronti a fare le valige subito (senza attendere gennaio) qualora non ci fosse stato il ripensamento del tecnico. E' stato già sufficiente (insieme con le convincenti parole del diesse Evangelisti) per far tentennare il tecnico, nel frattempo raggiunto da diverse manifestazioni di stima. Poi è intervenuto Blasi: manifestando apprezzamento per la reazione di Papagni, respingendo le dimissioni, riconoscendo le doti umane del tecnico e, addirittura, proponendo al tecnico altri due anni di contratto perché «identifico nello stesso Papagni la persona più idonea per il conseguimento dei nostri risultati». Il presidente è andato anche, oltre, dimostrando di avere abilità da stratega e buoni consiglieri: ha nuovamente difeso Caccavale e Pastore, ricordando l'importanza della scelta da loro fatta in estate (restare a Taranto nonostante numerose offerte) e, soprattutto, proponendo anche a loro il rinnovo del contratto per un altro anno.
Un messaggio che dà forza alla società e che restituisce dignità al gruppo, vilipeso e oltraggiato con troppa fretta, e fa arrivare a Papagni uno dei segnali che aspettava. L'altro lo ha ricevuto spontaneamente dai tarantini, ai quali aveva chiesto uno scatto d'orgoglio: «Sono rimasto sorpreso - ha detto il tecnico ieri sera -: ho ricevuto tantissimi messaggi e tantissime telefonate da gente che non immaginavo, da tifosi di Taranto, ma anche da tarantini fuorisede». La constatazione di Aldo Papagni è l'ultima frase di una lunga giornata. Finita come una liberazione: torna. «Sì, domani mattina (oggi, ndc) guiderò la rifinitura: ho deciso di tornare». Il tecnico ha da poco ricevuto la telefonata di Blasi, che dopo aver mandato il comunicato ha voluto parlargli personalmente: «Il presidente ha fatto qualcosa di straordinario e non esito a riconoscerlo. Sono rimasto sorpreso e felicemente colpito dall'affetto che ha dimostrato ai giocatori, in particolare a Caccavale e Pastore. E' vero, mi ha offerto altri due anni di contratto: ma gli ho spiegato che apprezzo il gesto, apprezzo il significato che ha questa sua decisione. Però il problema non era il contratto: rientro, declinando l'invito a prolungare». 
Altro gesto da uomo vero, dopo aver avuto la forza di uscire dalla porta principale senza nascondersi. Mostrando il proprio sdegno, ripudiando la violenza. Scuotendo, cioè, le coscienze. Attendendo sul serio, ribadendo più volta la sua scelta di andare via. Ripensandoci solo quando non farlo sarebbe stato quasi irresponsabile: «La mia scelta di rimanere è dovuta a molte cosa accadute: ho ricevuto tanta stima, tante attestazioni di affetto, ma ho anche avvertito forte il senso di responsabilità quando molti giocatori mi hanno fatto sapere la loro volontà di lasciare il Taranto se io non ci avessi ripensato. Del gesto del presidente e della forza coercitiva di Evangelisti ho già parlato». Papagni ha parlato a lungo con Blasi. E insieme, tecnico e presidente, hanno trovato un punto di equilibrio: «Da adesso puntiamo alla salvezza, a restare in C1: è un punto fondamentale, per evitare altri sbalzi umorali di tutti. Il nostro primo pensiero è restare in questa categoria, al resto ci dedicheremo quando avremo i punti necessari. Ma smettiamola di volare al primo risultato buono e di drammatizzare alla prima frenata». “Accordo” che trova conferma nel comunicato di Blasi, nel quale il presidente dice: «Con questo gruppo di tecnici, calciatori e collaboratori, ma soprattutto di uomini, mi raccorderò sempre di più, sino al termine del campionato, indipendentemente da qualsiasi risultato». Equilibrio, almeno per ora. Si torna al Taranto, si torna al calcio. Con Pastore e Caccavale. E con Papagni: «Sono contento. Si torna a lottare». Insieme è più bello. di Fulvio Paglialunga30 settembre 2006

Una panchina senza pace
I tormenti degli allenatori rossoblu. L'ultimo in panchina per una stagione intera è stato il tecnico dell'era Papalia

Storia di una panchina difficile. Di allenatori sempre in tensione, di addii, porte sbattute, divorzi, imboscate, malintesi. E, inevitabilmente, di polemiche. Comunque un ciclico appuntamento con il colpo di scena, con la rottura, con un cambio non preventivato. L'ultimo a guidare il Taranto per un'intera stagione è stato Angelo Carrano, tarantino comunque contestato ma mai rimosso: vinse la tenacia di Papalia, non vinse la squadra. Carrano guidò per tutto il campionato il Taranto alla ricerca della promozione in C2. Non la ottenne, ma raccolse i meriti necessari per il ripescaggio. 
In estate la vittoria postuma fu festeggiata da Pieroni e i soci rimasti del vecchio club. Che, sognando un grande progetto, affidarono il Taranto a Sergio Buso, tarantino d'adozione e reduce dalla breve esperienza in A con il Bologna. L'idea era aprire un ciclo, ma non durò più di diciotto partite. Tra Buso e la società c'era un solco: il tecnico si fidava di un disegno più ad ampio respiro, i dirigenti avevano intuito possibilità di promozione e decisero di vincere subito. Screzi, risultati che non arrivano, il Campobasso che correva: tocca a Massimo Silva, richiamato dall'inattività e strappato alle collaborazioni con Carletto Mazzone. Il "mago" ci mise del suo, armeggiando nello spogliatoio e ridando alla squadra serenità e l'equilibrio che i contrasti di prima avevano danneggiato. 
Fu la grande rimonta, la promozione diretta. Che non diventò conferma, che non lo sarebbe mai diventata: anche Silva sapeva che il suo sarebbe stato un lavoro a tempo determinato. Giusto per una promozione in C1, poi una stretta di mano. E la scommessa, ancora: Eziolino Capuano, astro nascente e tecnico pittoresco. Arriva e predica, lavora e impreca, guida e sbanda: quattro partite, due vittorie e due sconfitte, quelle che bastano per disintegrare le premesse. Per dividere società e tecnico, tecnico e giocatori, giocatori e giocatori: Pieroni interviene, chiudendo la parentesi di Capuano e dando spazio alle fantasiose ricostruzioni del tecnico (dai tifosi che lo avrebbero portato in trionfo all'esonero giunto quando la squadra era in testa). Soprattutto, però, il Taranto diede spazio a Gianni Simonelli, professore dall'ammaliante modo di porsi e dall'elegante eloquio. Ma, anche, tecnico che rianima il gruppo fino a portarlo alla finale per la B. 
Sconfitta, veleni. Ma il Taranto vorrebbe puntare ancora su Simonelli. Il problema è che tutto sembra sfarinarsi, che in società c'è troppo marcio e non a tutti piace un tecnico di personalità. Contrasti tra Simonelli e Nucifora, ritiro da dimenticare, disastri sparsi. Il professore di Saviano, prima di ricominciare, toglie il disturbo in una rumorosa conferenza stampa. Arriva Stefano Di Chiara, tecnico che non lascia segno: più famoso per le sue spacconate o per le trovate assurde (allenamenti alle 11.30 ad agosto…) che per i risultati: dura poco, forse anche troppo. Viene esonerato, finge di essere caduto in un tranello. Tocca a Fabio Brini: ricuce tutti gli strappi, riordina la squadra, rompe gli schemi, plasma un modulo in base ai bisogni tecnici, riesce a mettere insieme vittorie e ottiene con largo anticipo la salvezza che rischiava di essere messa in discussione, riuscendo anche, per un attimo, a far pensare ai playoff. 
L'anno successivo è tragico, quasi grottesco. Comincia Brini, in ritiro con quello che c'è e in perenne attesa dei rinforzi. Comincia senza lampi, senza grandi risultati. Ma Brini regge, sostituendosi a molti dirigenti assenti. Ma sbaglia a fidarsi: Telegrafo, direttore generale, dopo la partita contro la Fermana, gli spara addosso. Barone, diesse dell'epoca con la segreta ambizione di allenare, il martedì genera (involontariamente?) un malinteso tra il tecnico e Pieroni. Risultato: Brini esonerato, Barone in panchina per una partita (a Catanzaro) e squadra a Franco Dellisanti. Il tecnico ci prova, ma lo spogliatoio esplode: situazione assai critica, giocatori contro giocatori. Così prima della partita di Benevento pensa di dare le dimissioni, il lunedì dopo dà seguito alla sua idea: si dimette. Poi interviene Pieroni, qualche giocatore gli chiede di ripensarsi. Dellisanti ritira tutto. Siamo a lunedì, la tregua dura pochi giorni: il tecnico di San Giorgio si dimette il sabato, dopo la rifinitura, stavolta in modo irrevocabile. A Giulianova il Taranto è ancora allenato da Barone, poi richiama Brini: dura una partita, quella con il Sora. Il tecnico con i baffi capisce che c'è qualcosa di irrimediabilmente rotto, si dimette. E arriva Bianchetti, tecnico con l'aria da professore che, però, non evita la retrocessione in C2. 
L'anno dopo è quello più difficile dal punto di vista societario: il Taranto viene allestiti con pochi mezzi e puntando su Antonio Toma, ma l'arresto di Pieroni fa saltare tutto. L'allenatore di San Cassiano non può essere contrattualizzato: si parte con la coppia Presicci-Recchia, almeno per un po', poi alla guida del Taranto arriva Tato Sabadini. Che resiste con quello che la società gli passa. Fino a dicembre: arriva Blasi, che prende la società dal tribunale dopo il fallimento, e cambia registro. Sabadini sta una sola partita in panchina con il nuovo corso dirigenziale che, invece, preferisce puntare su Toma, affiancato da Pieraldo Nemo. Nemmeno per Toma la vita è facile: qualche buona partita, qualche sconfitta stranissima (come a Ragusa: da 2-0 a 2-3 in cinque minuti) e un esonero per entrambi. Il Taranto chiama Florimbj, ottiene una salvezza miracolosa. Ma non basta per una riconferma. L'anno dopo, in C2, si scommette su Marino, esordiente, e si va a caccia della promozione. Dura diciannove partite, poi si cambia: squadra a Aldo Papagni. A giugno è C1. Il resto lo sappiamo. di Fulvio Paglialunga30 settembre 2006

La sua ultima lezione?

Ha atteso, ma non ce l'ha fatta. Ha voluto sperare in uno scatto d'orgoglio della città di cui si è innamorato, non l'ha ottenuto. Si era chiuso nel silenzio: chissà quante volte ha immaginato gli schiaffi a Ivano Pastore e Maurizio Caccavale. Era troppo, anche per un uomo infinitamente paziente. Troppo, per chi mette i valori innanzi a tutto. Aldo Papagni si è arreso: non si è più riconosciuto in Taranto, nel calore che gli dava stimoli. Non si è più riconosciuto nel calcio della violenza e nel Taranto dei troppi silenzi. Nei silenzi di chi non condanna e nelle parole vuote di chi, invece, ha pensato solo ad andare avanti. Era triste, in questi giorni. Triste eppure attivo: voleva ricucire tutto, voleva sanare le ferite dell'animo. Ma non sorrideva, non sembrava lui. Papagni ingoiava amaro e pensava: voleva sentire la città distante dai violenti, voleva sentire la società ferma nella condanna e solidale con i giocatori. Niente. O troppo poco. E allora il tecnico gentile si ferma qui, con le mani alzate in segno di resa. Rimanendo con la testa alta, confermandosi uomo fino in fondo. Gli hanno toccato il gruppo, colpendolo duramente. Glielo hanno tolto e nessuno si è sforzato di restituirlo. Avrebbe potuto andare avanti, piegando la testa. Ma non è capace di farlo. E non gli andava di attendere il prossimo schiaffo o la prossima intervista infelice. Papagni si è dimesso da Taranto, oltre che dal Taranto. Portandosi dietro i ricordi belli, lasciando una promozione e un calcio promettente. Togliendo il disturbo quando ha capito che questo calcio non era più roba da signori. Se finirà così (e non ci sono molti dubbi) sarà la sua ultima lezione. A un pallone (il nostro) finito un'altra volta sull'orlo del burrone. di Fulvio Paglialunga29 settembre 2006

Senza sbattere la porta

Aldo Papagni se n’è andato. Lo ha fatto senza sbattere la porta. E questo dà la cifra dell’uomo. L’addio del tecnico, letto con l’emotività che sempre accompagna le scelte estreme, può apparire come un tradimento. Papagni che getta la spugna nel momento in cui si sta tentando un faticoso ritorno alla normalità: dopo l’agguato, gli schiaffi e le minacce. Dopo tutto quello che è successo. Sì, sembra proprio un gesto sleale. In realtà Papagni se ne va perché non può allenare la squadra di una città in cui si aggrediscono i calciatori per una sconfitta e poi non ci si indigna abbastanza. Non se la sente di continuare a lavorare in mezzo a chi forse non ha ben compreso la gravità di quanto accaduto e solidarizza a parole. Parole vuote, le solite parole di circostanza. Che non interrogano, non scavano, non vanno in profondità. Si limitano a fare l’inventario dei fatti, riproducendo all’infinito uno stanco cliché. È questo un tradimento? O non, piuttosto, il frutto avvelenato di un ambiente sull’orlo della crisi di nervi? Forse Papagni è la prima vittima di quell’emergenza cui facevamo
riferimento qualche giorno fa, citando il "nostro calcio malato". Forse Papagni, andandosene e non tornando sui suoi passi, ci sta dicendo qualcosa. Ci sta lanciando un grido d’allarme: la città non sottovaluti, la città non dimentichi. Non sottovaluti la violenza, fisica e verbale. Non dimentichi quel gruppo unito che solo qualche settimana fa, dopo due vittorie di fila, faceva sognare la B. Le dimissioni di Papagni, se non rientreranno, dicono sul nostro calcio qualcosa di serio e definitivo. Noi, però, avremmo preferito che Papagni fosse rimasto alla guida del Taranto, al fianco di chi sogna un calcio migliore. Da questa parte della barricata.
di Lorenzo D'Alò29 settembre 2006

Taranto caos, Papagni se ne va
«È successo qualcosa di grave. Serviva più fermezza»

Il Taranto è ripiombato nel caos. Papagni si è dimesso. La decisione è giunta ieri pomeriggio, al termine dell’allenamento, in maniera improvvisa ed inattesa. Tutti sono rimasti attoniti, impietriti. Quando il mister ha parlato, Galigani ed Evangelisti erano già andati via. Blasi è fuori Taranto. I giocatori erano sotto la doccia. Ricevuta la notizia, si sono immediatamente riuniti. Ne hanno discusso per circa 45'. Nessuno ha voluto fare dichiarazioni ufficiali, ma stando a quanto trapelato in molti hanno manifestato l’idea di seguire il mister in segno di solidarietà. L’unica cosa certa è che hanno abbandonato lo spogliatoio tutti insieme. Si leggevano in maniera chiara ed inequivocabile i "segni" del rammarico e del dolore che, in quel momento, stavano percorrendo come fiumi in piena nelle loro menti. Papagni ha parlato per circa dieci minuti. Si era evidentemente preparato il discorso che ha sciorinato in maniera non dura, ma ferma e decisa: «Gli episodi accaduti domenica sera, che come tutti concordiamo, sono da stigmatizzare e da condannare, ci hanno fatto vivere momenti molto tristi e molto nervosi. Non abbiamo voluto parlarne. Personalmente ho osservato le reazioni della piazza e della tifoseria. Ho avuto la netta sensazione che la questione è stata affrontata in maniera soft e che non si siano considerate le problematiche di base che sta attraversando la squadra. Mi attendevo una reazione più intensa. Ho ascoltato una trasmissione televisiva in cui alcuni giocatori sono stati etichettati con parole molto offensive senza che nessuno dei presenti in studio abbia replicato, difendendo la squadra. Negli ultimi anni Taranto non ha mai avuto un gruppo così unito, serio ed importante. Lo dimostrano i risultati degli ultimi otto mesi, compresa la gestione Marino, che non possono essere cancellati da nessun errore. E nessun errore può essere additato ad alcun calciatore. Mi sarei atteso che la tifoseria storica del Taranto, la Curva Nord, fosse venuta da me per chiedere un incontro chiarificatore. Questa loro astensione mi ha fatto capire che la situazione è grave e che, dunque, non abbiamo capito che tipo di gruppo ha la città. Altro aspetto negativo è l’aver sottovalutato determinate dichiarazioni di responsabilità da parte della nostra società. Ci attendevamo un’altra sua presa di posizione in ordine a quanto era accaduto. Ci sono stati giocatori aggrediti in presenza di moglie e figli di tre anni. Caccavale e Pastore hanno continuato ad allenarsi solo per me. Li ringrazio. Ma vado via. Ringrazio Blasi, la società, i collaboratori, specialmente Evangelisti. Lascio una squadra con delle ottime fondamenta. Basterà costruire i contorni per farla decollare». di Giuseppe Dimito29 settembre 2006


«Squadra isolata»
Papagni lascia. Il tecnico del Taranto comunica la decisione alla stampa, senza avvisare la società. «Deluso dai tifosi veri». Frequenti contatti tra Blasi e l'allenatore. Oggi la verità definitiva

Aldo Papagni si è dimesso. E questa volta ha le potenzialità di essere una decisione irrevocabile. Restano solo flebili speranze che il tecnico biscegliese possa tornare sui suoi passi. Un pomeriggio surreale, in cui il disimpegno viene consumato davanti a telecamere e taccuini, senza che la società venga preventivamente informata. Dirigenti e giocatori, venuti a conoscenza dell'accaduto, hanno azionato la macchina di convincimento, anche se, al momento, il tecnico che ha raggiunto la sua abitazione di Bisceglie, appare fermo nelle sue intenzioni. Se la notte avrà portato consiglio, lo sapremo nella giornata di oggi. Quella decisiva.
L'antefatto - La squadra era tornata ad allenarsi con una doppia seduta. Al pomeriggio c'era stato l'abituale test in famiglia: due tempi, il primo di mezzora e il secondo di soli quindici minuti. Aldo Papagni imboccava in grande anticipo il tunnel, mentre capitano Deflorio, che si era allenato a parte, si fermava a discutere con un gruppo di tifosi, circa una quarantina che aveva seguito l'allenamento in modo piuttosto silente. Nel consueto appuntamento con la stampa, la clamorosa sorpresa.
Le dimissioni - La modalità delle dimissioni non rispetta i canoni classici. Aldo Papagni è moralmente abbattuto. Il viso è sfibrato da giorni di forte tensione emotiva. Il tono di voce è basso, privo di acuti. Le accuse sono precise, la delusione straripa in concetti che cercano di seguire un filo logico.
«Alla luce degli episodi di domenica scorsa - esordisce Papagni - ho potuto constatare la tristezza e il nervosismo che si è insinuato nel nostro spogliatoio. Io mi ero limitato ad osservare, attendendo una reazione della tifoseria vera, che purtroppo non è arrivata. Siamo stati tutti d'accordo nello stigmatizzare l'accaduto e alcuni attestati di solidarietà ci sono stati, ma solo di alcune parti. Io, però, mi sarei atteso bel altro comportamenti da altre componenti della tifoseria».
Si arriva subito al nocciolo della questione. «Ho sentito, ancora in questi giorni, giudizi su alcuni giocatori che sono stati etichettati come mercenari, senza che alcuno abbia mosso un dito per rispondere adeguatamente. Io posso affermare che Taranto non ha mai avuto un gruppo di calciatori così serio, unito ed importante e lo dimostra il lavoro condotto negli ultimi otto mesi. Gli uomini sono stati feriti nella loro parte interiore. L'errore ci può stare, anche l'atto violento può capitare. Quello che non accetto è che non si è analizzato questo atto, che lentamente sia passato in secondo piano. Oggi mi sarei atteso un incontro con gli ultras con i quali mi sono spesso confrontato. Avrei voluto chiarire la situazione piuttosto grave che si è determinata».
Si comprende che dietro il monologo di Papagni, ci siano determinazioni risolute. 
«Ho voluto io stesso che Caccavale e Pastore tornassero ad allenarsi. Perchè li ritengo dei giocatori importanti. Io, però, non posso sopportare il peso di questa responsabilità. Il gruppo ha un'anima tecnico-tattica e ha grandi valori interiori, ma non mi sento in grado di continuare».
Papagni allarga il raggio delle sue argomentazioni. «Si sono sottovalutate alcune dichiarazioni di responsabilità, anche della società. Io sono contento di avere vissuto delle grandi emozioni, momenti gioiosi e vincenti, ma è altrettanto vero che si sono dimenticate molte cose ed in fretta. Come spesso accade non si ha memoria. Ricordo la situazione tragica di quando sono arrivato. Venivamo da quattro sconfitte di fila e piano piano abbiamo costruito un giocattolo in cui io non sono più nelle condizioni di fare parte. Ringrazio quella parte di tifoseria sana, i miei collaboratori e Luca Evangelisti, una persona alla quale mi sono molto legato e che mi sembra di tradire visto che gli ho tenuto nascosto questa mia decisione. Ringrazio il presidente che, sebbene abbia i suoi difetti come tutte le persone, ha la possibilità di mantenere integro questo progetto che non ha bisogno di fondamenta, ma di bordi».
Le reazioni della dirigenza - In realtà la società è in attesa che le dimissioni vengano messe per iscritto. Così come si è evoluta, la mossa di Papagni ha bisogno di essere formalizzata. Un aspetto che lascia ancora aperta una minima possibilità che tutto si possa ricomporre. Il presidente Blasi non ha potuto nascondere la propria incredulità. «Mi dispiace tanto - ha detto - Spero che Papagni possa tornare indietro, anche se condivido le sue ragioni. Domenica scorsa è successo qualcosa di importante e il tecnico è stato duro proprio per evidenziare questa situazione che viviamo. Alcuni delinquenti vogliono destabilizzare la società e il lavoro che porto avanti da ormai due anni. Purtroppo il senso del mio precedente comunicato non è stato colto fino in fondo. Volevo che la città, la stampa, i tifosi, cogliessero l'occasione per fare sentire la loro voce, per isolare questi violenti. E' il solito discorso: bisogna lavorare ancora molto sul concetto di cultura sportiva».
«Noi non sappiamo ancora nulla di ufficiale - si è limitato ad affermare il direttore generale Vittorio Galigani - Se Papagni tornerà con noi, saremo tutti contenti. Se invece confermerà la sua intenzione, ce lo dovrà comunicare per iscritto. Comunque aspettiamo come si dipanerà la vicenda»
«Società e giocatori faranno di tutto per convincere Papagni - ha dichiarato il responsabile dell'area tecnica, Luca Evangelisti - E' stato ferito nel cuore e il suo è stato uno sfogo, che mi auguro possa rientrare. Voglio solo dire anche in questo caso Papagni si è comportato da uomo, come ce ne sono pochi in giro. Una persona eccezionale che spero possa continuare a restare tra noi».
I giocatori non hanno preso bene la decisione del tecnico. Il legame con Papagni è molto forte. Le prime risposte sono state istintive: alcuni componenti della rosa avrebbe manifestato, di getto, la volontà di seguire le intenzioni del tecnico. Propositi che, però, troveranno difficilmente riscontro nei fatti. Una breve riunione tra una decina di giocatori, guidati dal capitano Deflorio, ha fatto il punto della situazione già all'interno dello spogliatoio. La volontà è quella di lavorare per una riconferma. Per tutta la serata di ieri, sono stati ripetuti i contatti telefonici. Il presidente Blasi e il diesse Evangelisti hanno chiamato a più riprese il tecnico. Dialoghi aperti e piuttosto affettuosi. L'allenatore ha incassato le belle parole espresse soprattutto dal massimo dirigente, rimanendo però ancora sulle sue posizioni intransigenti. Forse davvero la notte porterà consiglio, come ha dichiarato Evangelisti. La giornata di oggi, comunque, sarà decisiva. Se Papagni non dovesse più fare ritorno a Taranto, certamente sarà il suo secondo, Gianfranco Degli Schiavi a guidare la squadra nell'immediato. «Sono rimasto molto male - ha detto - Non ce l'aspettavamo. E' anche vero che lavoro da quattro anni con Papagni e conosco il suo carattere. Le cose che ha detto sono state sincero. La sua delusione era evidente».
La trasferta di Lanciano è vicina. Mancano appena due giorni. Il vuoto tecnico deve essere colmato in fretta. Ecco perchè quella odierna dovrà essere la giornata cardine. Al momento la situazione è fluida, ma i margini che possa prendere differenti direzioni esiste. Ci potrebbe essere un ripensamento di Papagni, oppure l'ufficialità del divorzio. In serata circolavano i nomi di Roselli, Cuccureddu e Simonelli. Solo schegge di un calcio impazzito che dà la stura ad una legge precisa: quella delle voci tutta da verificare. di Luigi Carrieri29 settembre 2006


Dieci mesi in rossoblu
Dalla sconfitta all'esordio allo strappo di Castellaneta

L'avventura di Aldo Papagni si chiude nello stesso modo con cui era partita nel gennaio scorso. Tra mille difficoltà ed un ambiente ostile. L'allenatore biscegliese era subentrato a Raimondo Marino, esonerato dopo la sconfitta di Melfi del 15 gennaio. L'esordio casalingo non era stato dei migliori, visto che la Vigor Lamezia era stato capace di espugnare lo Iacovone per 1-0. La squadra è settima a quattro punti dalla zona playoff. Il giovedì successivo una cinquantina di tifosi, entra sul terreno di gioco e ottiene un confronto con squadra e tecnico. Un colloquio franco e diretto. La squadra si riorganizza e comincia una lunga serie positiva che conduce il Taranto al secondo posto al termine della stagione regolare. I rossoblu affrontano i playoff e rimediano successi su Melfi e Rende che coincidono con la promozione in C1. Il ritiro di Penne fa scoccare l'inizio della nuova stagione e Aldo Papagni è il confermato timoniere alla guida rossoblu. Dopo le tre settimane di lavoro in terra di Abruzzo, saltano i primi problemi di organizzazione. La squadra è confinata a Castellaneta dopo che lo Iacovone risulta inutilizzabile dopo i concerti musicali estivi che ne hanno minato le condizioni del manto erboso. Il test di Castellaneta del 15 agosto scorso si conclude con le dimissioni di Papagni, alquanto improvvise e sorprendenti. Si vocifera che alla base di tale decisione, ci siano state delle forti divergenze con il direttore generale Vittorio Galigani, esplose durante un precedente colloquio. Scattano subito le prime reazioni: il direttore Evangelisti prova a convincere il tecnico e, nel giro di un paio di ore, riesce nell'impresa. Anzi, il giorno dopo si cerca di minimizzare l'accaduto, specificando che non sono mai esistite contrasti in seno ai componenti della società. Le ultime due sconfitte e, soprattutto, l'aggressione di domenica scorsa ai due calciatori Maurizio Caccavale e Ivano Pastore, ha creato altre turbative in seno all'ambiente rossoblu. Ieri le nuove dimissioni di Papagni. Per adesso sembrano durare.29 settembre 2006

Papagni si è dimesso
Il tecnico: «I miei calciatori sono stati definiti mercenari e nessuno li ha difesi»

La sensazione è che questa volta faccia sul serio. Quella di Castellaneta poteva sembrare una presa di posizione, ma il Papagni deciso di oggi fa capire chiaramente che la sua avventura a Taranto è terminata davvero.
La notizia arriva al culmine di un discorso durato una quindicina di minuti: «Non ci sono più le condizioni per andare avanti, non posso più essere l'allenatore del Taranto».
L'aria diventa incredibilmente seria nonostante il tecnico di Bisceglie dia l'impressione di essere sereno.
Si tratta di dimissioni irrevocabili, lo si intuisce da quello che potrebbe essere considerato il suo ultimo discorso da rossoblu: «L'episodio di domenica sera ha influito molto su questa decisione, ma soprattutto non ho digerito certi atteggiamenti. Mi riferisco, in particolare, alla società che a mio modo di vedere ha affrontato tutta la questione in maniera passiva. Avrei gradito una maggiore fermezza, un comportamento più solidale. Devo comunque ringraziare il presidente Blasi perchè mi ha dato la possibilità di allenare in una grande piazza. Sono arrivato in mezzo a tante difficoltà eppure sono riuscito a togliermi tante belle soddisfazioni».
Papagni tira le orecchie anche alla parte sana della tifoseria tarantina: «Ho atteso, invano, che una delegazione di tifosi venisse a parlarmi per farmi capire chiaramente che prendevano le distanze dai teppisti che domenica sera hanno aggredito due miei calciatori. E' evidente che questi atti di violenza non hanno smosso le coscenze, sono passati quasi in secondo piano. Resta il fatto che da gennaio a oggi molta gente ha apprezzato il mio operato e non potrò mai dimenticare i numerosi atti di stima».
La chiusura è dedicata alla squadra: «Lascio un gruppo di ragazzi in gamba e intelligenti - conclude il tecnico di Bisceglie - con le carte in regola per centrare gli obiettivi fissati all'inizio della stagione. Quando sono arrivato la squadra era a un punto dai play-off, adesso lascio a un punto dai play-off». di Carlo Termite28 settembre 2006

Il Taranto torna ad allenarsi
I rossoblu riprendono gli allenamenti in un clima surreale e ancora senza Caccavale e Pastore, che potrebbero rientrare oggi e, intanto, ricevono la solidarietà dei giocatori del Genoa

Il Taranto torna ad allenarsi. E' una buona notizia, nonostante tutto, che può fungere come pietra da porre sopra una spiacevole vicenda. Mancavano all'appello Maurizio Caccavale e Ivano Pastore, ma era comprensibile. Forse torneranno ad allenarsi già oggi; su questo, però, non c'è nulla di certo. I due allenamenti in programma, nella giornata odierna, scioglieranno questi dubbi.
Il Taranto volta pagina, in attese di scriverne di migliori. Servirà grande forza psicologica e professionalità. Il secondo aspetto, ieri pomeriggio, è soddisfatto con il ritorno in campo. Una decisione giunta in autonomia dalla rosa ionica dopo una riunione lunga circa una mezz'ora. E' il capitano Andrea Deflorio che, lontano da taccuini e microfoni, comunica la saggia presa di posizione. Resta il silenzio-stampa dei tesserati rossoblu, fin quando non sarà fatta piena luce sull'accaduto. La sentita solidarietà non è mancata nelle ore scorse; ora i compagni di squadra devono adempiere ai propri doveri. E nei prossimi giorni qualche giocatore potrebbe essere anche ascoltato dalla Digos nell'ambito delle indagini che devono chiarire il triste episodio. 
Un cielo grigio, gonfio di pioggia, accoglie i primi giocatori nel cortile dello Iacovone. Per terra ci sono ancora tracce di vetri rotti, retaggio della precedente brutta domenica sera. I rossoblu arrivano alla spicciolata. L'appuntamento è fissato per le 14.30. Cammarata è il primo a presentarsi con una sensibile dose di anticipo, circa una mezz'ora. Poi arrivano tutti gli altri. Appaiono abbastanza confusi. Sono curiosi di capire quali saranno le prossime mosse. Deve venire fuori una decisione al termine di un serio e meditato confronto. La delicatezza del momento impone la presenza dello staff dirigenziale. Il presidente Luigi Blasi è lontano per motivi di lavoro. Ci sono il direttore generale Vittorio Galigani. C'è il responsabile dell'area tecnica Luca Evangelisti che accompagna il tecnico Aldo Papagni. 
La pioggia si intensifica, mentre alle 15 si chiude il cancello dello Iacovone. Non ci sono tifosi. Arriveranno qualche ora dopo. Un paio di loro si affacciano, ma sono allontanati dagli addetti alla sicurezza. Nel guscio dello spogliatoio, si consuma il conciliabolo. Alla fine partorisce la decisione definitiva. Si torna in campo. Al di là dello smarrimento e della delusione che l'atto criminale ha diffuso, emerge il carattere professionale. Il campionato non può aspettare il Taranto. Sono saltati già due allenamenti e la prossima trasferta di Lanciano è troppo importante per non affrontarla con la dovuta preparazione e concentrazione. Deflorio e compagni tornano a correre e sudare. Parleranno solo in campo. Il silenzio-stampa, infatti, viene rinnovato. Non è un dispetto verso gli organi di informazione, nemmeno verso i tifosi buoni, quelli che vogliono seguire con genuina passione le vicende rossoblu. E' il giustificato modo di pretendere un minimo di serenità. Un'ineccepibile volontà di rinchiudersi nelle problematiche squisitamente calcistiche.
E così, alle 15.40, le prime sagome rossoblu sbucano dal tunnel. Un attimo per saggiare l'umida erba dello Iacovone, capire che bisogna scaldarsi bene perchè il freddo è piuttosto pungente. Poi il via ai primi giri di corsa, con il tecnico Papagni che accompagna il gruppo a qualche metro di distanza. 
Si torna, quindi, alla normalità. Lentamente, l'auspicio è doveroso, si riprende a parlare esclusivamente di calcio. Forse quest'oggi la situazione farà registrare un ulteriore passaggio. Maurizio Caccavale e Ivano Pastore hanno scelto di prendersi ancora qualche ora di tempo, preferendo la tranquillità familiare. E' possibile che i due giocatori rossoblu tornino ad allenarsi già oggi. di Luigi Carrieri28 settembre 2006

Deflorio a parte, rientra Mortari
Parola ai numeri: il Taranto ha comunque una buona difesa

La normalità è un allenamento. E' parlare del ritorno sul campo, delle notizie di una giornata di lavoro sull'erba di casa propria. Mancavano solo, come detto, Caccavale e Pastore alla seduta di ieri, mentre è finalmente tornato con la squadra Cristian Mortari, dopo il brutto infortunio di fine maggio e l'operazione subita al ginocchio.
C'era anche Deflorio, che dopo l'infortunio sta riprendendo e ieri ha effettuato un lavoro differenziato, che però lascia pensare ad un suo recupero per domenica e ad un suo inserimento quantomeno nella lista dei convocati, probabilmente per un eventuale inserimento a partita in corso.
A parte hanno lavorato anche il brasiliano Toledo, alle prese con una botta rimediata domenica, e Cammarata, per un lieve risentimento muscolare: nessuno dei due sembra a rischio per la trasferta di domenica a Lanciano. Non ci sarà, invece, Pasca, che ha ancora problemi e che nemmeno ieri si è allenato.
Allo stato attuale non è ipotizzabile una formazione per la trasferta in Abruzzo: le vicende di questi giorni hanno ovviamente distolto i pensieri di Papagni e renderanno faticoso un rientro nel clima-campionato.
Può darsi che la squadra finisca per non allontanarsi molto da quella di Castellammare, con Deflorio e Ambrosi che potrebbero dividersi la partita. Ma resta da valutare la situazione di Pastore e Caccavale: se i due oggi dovessero rientrare, saranno a disposizione del tecnico e, probabilmente, troveranno nuovamente un posto da titolari, per le qualità che hanno, ma anche per dare un ulteriore segnale agli aggressori. Un po', con altre proporzioni, quella che è accaduto domenica, quando Caccavale, bersagliato dalle critiche (alcune ingenerose) in settimana, indossò la fascia di capitano per volontà della squadra.
Oggi, per recuperare il tempo (legittimamente) perduto, il gruppo sosterrà una doppia seduta, con partitella nel pomeriggio.
Poi, a guardare nei dati, tutto sembra ancora più grottesco. Perché se togliamo le parole e i cattivi pensieri e facciamo parlare i numeri il dato è chiaro: la difesa del Taranto resta, comunque, tra le migliori del campionato. Dopo quattro giornate, d'accordo, periodo indiscutibilmente corto, ma se - è evidente - è già sufficiente per far scattare i processi e andare, nell'ultimo caso, addirittura oltre, allora parliamone. Non a parole nostre, ma con i numeri. 
Tre gol subiti, peggio solo di Teramo (rete ancora inviolata), Foggia e Juve Stabia (portieri battuti due volte). Lo stesso dato del Taranto lo ha anche la Ternana, che però domenica non ha giocato per via della "guerra" con l'Amministrazione per l'utilizzo dello stadio. Le altre sono tutte sotto, comprese Cavese, Avellino, Ravenna, Lanciano e Salernitana, che sono più su dei rossoblu in classifica, e compreso anche il Gallipoli, che in graduatoria è alla pari con il Taranto. Non è un dato da schiaffi. O no?
28 settembre 2006

Taranto, ripresa la preparazione
Ma Pastore e Caccavale rinviano il ritorno in campo

Nuovamente in campo, come previsto. Seppur a mezzo regime, nel pomeriggio di ieri il Taranto ha ripreso la preparazione in vista della seconda trasferta consecutiva contro il Lanciano. Non erano presenti Maurizio Caccavale e Ivano Pastore, sfortunati protagonisti dell’aggressione subita al rientro da Castellammare di Stabia. Entrambi, subito dopo l’allenamento, hanno incontrato prima il tecnico Papagni e successivamente il direttore generale Galigani e il direttore sportivo Evangelisti. L’esito del doppio confronto è stato abbastanza positivo: i due difensori campani dovrebbero aggregarsi al gruppo a partire da questa mattina, - Papagni farà recuperare una seduta atletica, nel pomeriggio si disputerà il consueto test infrasettimanale -, tornando disponibili per la gara contro l’undici abruzzese. Nessun commento (il silenzio stampa della squadra e dello staff tecnico prosegue), ma la sensazione tangibile che, seppur a fatica, si stia cercando di tornare al calcio giocato. Dal rettangolo verde, intanto, non emergono notizie confortanti. Deflorio, che ha lavorato a parte con Cammarata (risentimento muscolare) e Toledo (contusione al quadricipite), quasi certamente non sarà utilizzato nell’impegno contro l’undici rossonero. Le possibilità di impiego degli altri due calciatori e di Pasca (si è allenato con il resto dei compagni) verranno valutate con attenzione nelle prossime ore. A poco più di due mesi dall’intervento al ginocchio (ricostruzione del legamento crociato) si è rivisto Cristian Mortari che, per una ventina di giorni, lavorerà con il preparatore atletico Guicciardini. Il mancato svolgimento degli allenamenti di martedì pomeriggio e mercoledì mattina, potrebbe consigliare al tecnico di Bisceglie di far svolgere una doppia seduta anche venerdì.
IL TARANTO RICORRE - Domani pomeriggio, intanto, la Commissione Disciplinare analizzerà la memoria difensiva presentata dal sodalizio di Via Umbria contro la sanzione inflitta dal Giudice Sportivo (i rossoblù dovranno disputare le prossime due gare interne a porte chiuse). «Puntiamo alla revoca del provvedimento - ha dichiarato l’avvocato Lele Di Ponzio -, sperando di potercela cavare con una sanzione pecuniaria. Ho preparato un fascicolo di diciotto pagine in cui ricordo la non recidività della tifoseria e alcuni precedenti che potrebbero scagionarci». di Fabio Di Todaro28 settembre 2006

Iacovone spesso off-limits
Tutti i precedenti in 80 anni di storia calcistica. Squalifiche e porte chiuse

In quasi 80 anni di storia calcistica diverse volte il Taranto ha avuto il proprio campo squalificato o indisponibile, mentre in occasione dell’ultima sanzione è stato costretto a giocare a porte chiuse. Questi gli episodi più eclatanti. Il 23 febbraio 1947 (serie B) la gara Taranto-Salernitana veniva sospesa all’86' (ospiti in vantaggio per 1-0) dopo il ferimento dell’arbitro colpito alla fronte da un sasso. Quattro i turni di squalifica per lo "Stadio Corvisea". Il 4 gennaio 1970 Taranto-Perugia terminava 2-2, ma in settimana il Giudice Sportivo sanciva lo 0-2 a tavolino contro i rossoblù ed inoltre squalificava il "Salinella" per 5 giornate, poi ridotte a 4, per l’invasione di un tifoso rossoblù al 10' minuto del 2° tempo. Ancora 4 turni di squalifica anche nel campionato cadetto successivo, in seguito agli incidenti provocati dai tifosi in campo e poi fuori allo stadio: il 24 gennaio 1971 al fischio finale di Taranto-Palermo 1-2 alcuni tifosi entravano in
campo e venivano a fatica fermati dalla forza pubblica. L’arbitro e le due squadre rimanevano chiusi negli spogliatoi e solo dopo un paio di ore, scortati dalle forze di polizia, riuscivano ad allontanarsi dallo stadio. Nel febbraio-marzo 1985 i rossoblù, che militavano in serie B, disputavano 4 gare in campo neutro (a Monopoli, Brindisi, Barletta e Matera) a causa del rifacimento delle tribune dello "Iacovone"; per lo stesso motivo nel settembre 1986 andavano a giocare le prime due gare interne a Barletta e Matera. Il 30 dicembre 1990, in serie B, Taranto-Foggia 0-2 veniva sospesa per 7 minuti per lancio di sassi e bengala: "Iacovone" squalificato per 3 giornate poi ridotte a 2. La più pesante squalifica subita dallo stadio rossoblù nel Campionato Nazionale Dilettanti: il 2 gennaio 1994, Taranto-Gioventù Cerignola 1-2 veniva sospesa al 76' per il ferimento del guardalinee Di Gennaro, colpito da un oggetto contundente. Dopo 26 minuti di sospensione la partita riprendeva con due guardalinee di parte. Lo "Iacovone" veniva squalificato per 4 mesi (10 gare poi ridotte a 7). Nel torneo di serie C2 1996-97 il Taranto era costretto a giocare 6 partite in campo neutro per l’inagibilità dello "Iacovone"; i rossoblù andavano così a giocare ad Altamura e poi in cinque occasioni a Castellaneta. La stagione successiva, nel CND, lo "Iacovone" non veniva concesso dall’amministrazione comunale ed i rossoblù trovavano nuovamente ospitalità altrove, disputando 6 gare a Castellaneta ed una a Massafra. Infine in serie C2 il 17 ottobre 2004 Taranto-Cavese veniva prima sospesa per tre minuti al 7', poi per un minuto all’11', quindi definitivamente al 29' per incidenti tra le due tifoserie e lancio di oggetti in campo. Il Giudice Sportivo sanciva in seguito lo 0-3 a tavolino per entrambe le squadre, ed inoltre infliggeva al Taranto tre gare da disputare a "porte chiuse". di Franco Valdevies28 settembre 2006

Il nostro calcio "malato"

Sul nostro calcio bisognerebbe ora dire una cosa seria e definitiva. È brutto, marcio e violento perché siamo noi a renderlo così. Non solo chi picchia i poliziotti o chi prende a schiaffi i giocatori. Loro sono la punta dell’iceberg: quella che affiora, si nota e fa danni. Ma poi c’è l’iceberg: vogliamo parlarne? C’è la parte nascosta, che sta sotto e che non si vede. L’iceberg siamo noi, che abbiamo trasformato il calcio in un "dio assoluto", oltre il quale c’è il nulla. C’è il vuoto della cultura, c’è l’aridità dei rapporti, c’è la meschinità dei comportamenti, c’è la superficialità dei giudizi. Non è malato il calcio. È patalogica la nostra passione. È morboso il nostro attaccamento. È troppa - ed è sbagliata - l’importanza che al calcio diamo, dedicandogli spazi abnormi: edizioni straordinarie, trasmissioni speciali, discussioni infinite. Creando un effetto-aspettativa che è quasi sempre sovradimensionato. E, dunque, gonfio di artifizi, carico di pretesti, pieno di espedienti. Non è malato il calcio. Siamo noi a viverlo come un contagio inevitabile, come una febbre necessaria. C’è poi chi sviluppa la malattia e picchia, distrugge, insulta, saccheggia. Una minoranza rumorosa. E chi si limita ad un eterno periodo d’incubazione. Non picchia, non distrugge, non insulta, non saccheggia. Accusa altri sintomi: deliri di onnipotenza, manie di grandezza, incontinenza verbale, ambiguità di atteggiamento. È questa una maggioranza non meno "fastidiosa" della minoranza clinicamente infetta. Perché dispone di pulpiti più sofisticati. E, spesso, nemmeno si accorge dello scompiglio che genera, della confusione che produce, degli equivoci che alimenta, dei cattivi esempi che dà. Così quello che sembrava un nuovo inizio - la possibilità offerta a tutti di rifarsi, col fallimento, una verginità - è invece la vecchia storia che continua. La nostra storia. di Lorenzo D'Alò27 settembre 2006

Blasi: «Fuori i colpevoli»
Dura reazione del presidente del Taranto Blasi dopo l'aggressione a Pastore e Caccavale: «Fuori i colpevoli o non giochiamo». Due giornate a porte chiuse per gli scontri a Castellammare di Stabia

Due giornate a porte chiuse, dopo l'aggressione. Come se da un vortice di violenza stessero volando via tanti schizzi di fango, macchiando il pallone. Il Taranto è ferito. Dagli schiaffi dati a Pastore e Caccavale (in mezzo è finito anche Silvestri), dalle macchine rotte, dal vile agguato e, adesso, anche dalla punizione del Giudice Sportivo per gli scontri di Castellammare tra tifosi e polizia. Troppa violenza in troppo poco tempo. Troppa rabbia per un fenomeno triste e difficile da arginare. Troppo dolore anche per Blasi: «Abbiamo a che fare con veri delinquenti, non con tifosi. Questo non è il mio calcio, non mi riconosco. Tutti hanno il diritto di contestare, in modo civile, tutti hanno il diritto di gridare la propria delusione. Ma non si deve andare mai oltre. E nemmeno in questo modo: altrimenti devo pensare che qualcuno voglia colpire il Taranto». Blasi alza subito il tiro. Ha qualcosa da dire e la dice: «Mi è stato riferito che gli aggressori di Caccavale e Pastore hanno gridato ai giocatori: “Ora andate a dirlo al presidente Blasi”. Hanno voluto colpire anche me: mi sembra un ricatto, ma hanno sbagliato tutto. Piuttosto lascio, ma non mi piego a nessuno». 
Lasciare non è un pensiero immediato. Ma una domanda che circola nella testa di Blasi. Più o meno così: «Chi me lo fa fare?». Il presidente non lo dice mai. Anzi, fa capire che non ha intenzione di mollare. Vorrebbe, però, scrollarsi l'amarezza e tornare al trasporto iniziale: «Stanno consumando la mia passione. Se si continua sono pronto a mollare tutto e a togliere il disturbo. Ma adesso spero che i teppisti vengano isolati dalla tifoseria sana. E' stato un agguato vigliacco: vicino al pullman c'era la compagna di Caccavale con la figlia. La città deve reagire, da solo non posso fare niente. Intanto, ribadisco quello che ho detto nel comunicato: se non vengono fuori i responsabili non faccio giocare la squadra a Lanciano».
Blasi sembra immaginare l'agguato a Pastore e Caccavale, sembra rivedere gli incidenti di Castellammare: «Sono mortificato: è follia. Sta succedendo qualcosa che non capisco. Perché questa violenza? Cosa vuole chi picchia i giocatori? Cosa aspettano? Volete le mie dimissioni? Per ora non le avrete. Ma la città non deve permettere che dei delinquenti facciano passare tutti come dei teppisti. C'è una tifoseria che non c'entra niente con loro: deve dissociarsi. Non è questo il calcio di cui mi sono innamorato». Il presidente ha parlato anche con Caccavale e Pastore, nella convulsa giornata di ieri (nella quale ha anche avuto molti impegni di lavoro). E ai due difensori ha chiarito l'equivoco nato dalle frasi che rilasciò dopo la partita con la Cavese: «La mia critica era estesa a tutta la squadra. E non c'era niente di malizioso quando dissi che siamo sfortunati, riferendomi a tutti, con le campane. Caccavale e Pastore, finché sarò io il presidente, non si muoveranno da qui. Li difenderò: altrimenti per quale motivo avrei dovuto insistere tanto per confermarli?».
Blasi chiede l'intervento della città mentre le forze dell'ordine sono già partite con le loro indagini. Ieri Pastore e Caccavale hanno sporto denuncia contro ignoti per l'aggressione subita: i protagonisti del “raid” sono stati due, mentre altri due attendevano in macchina. Digos e Squadra mobile hanno avviato la ricerca dei responsabili: «Stiamo facendo di tutto - dice il vice questore vicario Michelangelo Giusti -, anche se potrebbe volerci del tempo: i giocatori non hanno fornito molti elementi per identificare gli aggressori. E servono le prove, oltre all'individuazione: bisogno riconoscerli, poi. Ma arriveremo ai responsabili, sono sicuro. Il movente? Non escludiamo nessuna pista. Blasi parla di mire alla sua persona? E' un'affermazione che può aver rilasciato ai giornali, ma che non ha formalizzato nei nostri uffici. Può aiutarci, nel caso. Comunque le nostre indagini continuano». di Fulvio Paglialunga27 settembre 2006

«Adesso reagiamo»
L'appello di Fullone. «Serve attenzione: anche da Blasi»

Blasi è ferito, la città anche. Perché non ci sono voci che si schierano dalla parte dei violenti. Anzi. La Taranto che tifa si allontana dall’etichetta scomoda che è facile, adesso, affibbiarle. Parla Antonio Fullone, volto storico e voce autorevole: «Quanto è accaduto si commetta da solo. Sono fatti violenti e come tali devono essere giudicati: la condanna è senza riserva». Una brutta storia, sicuramente: «Una storia nella quale perdiamo tutti, ognuno con le proprie responsabilità. Nessuno si può sottrarre, ci sono stati dei comportamenti avventati anche prima. Ad esempio l’uscita di Blasi dopo la partita con la Cavese certo non ha disteso gli animi. Bisogna essere consapevoli del ruolo che si ricopre e porre attenzione alle parole che si dicono, soprattutto nei momenti di difficoltà. Serve più misura, più buonsenso da parte di tutti». Serve, anche, che la violenza esca dal calcio: «Ovviamente i tifosi devono fare i tifosi. Isolare i violenti, circoscrivere l’episodio. Sarebbe da vigliacchi bollare semplicemente tutto come un episodio teppistico. Dobbiamo, invece, uscire con la testa da questa situazione. Anche la squadra deve fare lo stesso: va bene la reazione istintiva a difesa dei compagni, ma adesso tutti dobbiamo andare avanti. La divisione non è tra tifosi sani e tifosi violenti, ma tra tifosi e non tifosi». La squalifica al campo, invece, appare esagerata: «Mi sembra pesante come intervento, anche perché sono generalmente contrario a decisioni che colpiscono nel mucchio. Sono fatti avvenuti fuori dal campo, i provvedimenti più appropriati sono quelli penali. La responsabilità oggettiva mi sembra un concetto superato, che resiste solo nel calcio. Comprendo la necessità di punire, ma non sono d’accordo con quanto deciso». di Fulvio Paglialunga27 settembre 2006

Un lunghissimo giorno di colpi di scena
L'odissea: dalla riunione alle sei del mattino al ricorso contro le "porte chiuse"

Ci sono giorni in cui non smette mai di piovere, in cui le nubi lasciano spazio sempre ad altre nubi. In cui l'attesa dell'arcobaleno sembra prolungarsi all'infinito e il sole non arriva mai. Il Taranto ieri ha vissuto uno di quei giorni: la cupezza dei continui temporali si è sposata con lo stato d'animo dei protagonisti in rossoblu. Amarezze e tensioni. Dopo l'ennesima notte di pensieri e riflessioni.
Ore 6: la riunione
La giornata iniziata prestissimo, alle sei del mattino. Orario inconsueto ma “obbligato” della riunione a Manduria convocata dal presidente Gigi Blasi. Il presidente non può aspettare, deve lasciare in fretta la Puglia per impegni di lavoro. Diluvia già: per strada solo le luci dei primi bar aperti. Non c'è tempo da perdere: al tavolo delle decisioni, insieme al massimo dirigente, si siedono il direttore generale Vittorio Galigani, il direttore sportivo Luca Evangelisti, il tecnico Aldo Papagni. Blasi è amareggiato, ma è un sentimento comune. Da parte di tutti c'è il desiderio di condannare duramente agli atti violenti contro Pastore e Caccavale, di fare quadrato attorno alla squadra, di far capire a tutti che la vita futura del calcio ionico è a rischio. Dirigenza e area tecnica non hanno bisogno di parlare troppo: l'identità di vedute è totale. Blasi conclude la riunione telefonando ai due calciatori aggrediti nella serata di domenica, Ivano Pastore e Maurizio Caccavale. A entrambi manifesta la propria solidarietà e la vicinanza di tutte le componenti societarie. Chiedendo scusa a nome della città per l'indegno agguato subito. Il presidente è turbato: il desiderio di un atto clamoroso è forte. Ma non si parla di dimissioni, ipotesi circolata nel pomeriggio di lunedì.
Ore 13: il comunicato del Taranto
Le indiscrezioni si rincorrono nell'arco di tutta la mattinata. L'attesa della presa di posizione ufficiale del Taranto termina alle 13.08. Blasi non sceglie scorciatoie: minaccia di lasciare tutto e di non far scendere più in campo la squadra se non verranno identificati i responsabili dell'aggressione a Caccavale e Pastore. Ricorda di aver sempre subordinato la propria presenza ai vertici societari all'esistenza di un clima di serenità: ribadisce di non tollerare la violenza, ingiustificabile indipendentemente dai risultati sportivi. Rivolge un appello “ai veri tifosi e alle competenti autorità” affinchè facciano luce al più presto sugli inquietanti avvenimenti di domenica. La misura è ormai colma.
Ore 14.15: arriva la squalifica
Ma i vecchi proverbi non tradiscono mai: piove sempre sul bagnato.
L'ennesima tegola (in parte attesa, più eclatante del previsto) arriva dal Giudice Sportivo della Lega di serie C. Matura il frutto degli incidenti che hanno visto coinvolti i sostenitori rossoblu sugli spalti del “Menti” di Castellammare di Stabia: lo “Iacovone”, già diffidato, viene squalificato per due turni da giocare “a porte chiuse”. Taranto-Manfredonia dell'8 ottobre e Taranto-Ternana del 22 ottobre si giocheranno, pertanto, senza pubblico. Le porte si riapriranno il 5 novembre, per la partita contro il Giulianova. Il referto dei giudici non lascia scampo: racconta il “folto lancio di bottigliette di vetro contro le forze di polizia”, le ferite subite dal responsabile dell'ordine pubblico dello stadio (vasta lesione alla fronte con fuoriuscita di sangue, tre punti di sutura e dieci giorni di prognosi). Viene sottolineata, però, la fattiva collaborazione dei dirigenti del Taranto: elemento decisivo per attenuare una sanzione che avrebbe dovuto essere più ampia.
Ci sono anche diecimila euro di multa per la Juve Stabia: è il prezzo dello schiaffo ricevuto da Pastore in campo, colpito da una persona non identificata. 
Ore 16: la reazione del club di via Umbria
«Abbiamo già preannunciato il ricorso (inviato poi con procedura d'urgenza: venerdì potrebbe già esserci la discussione, ndc). Chiederemo di avere gli atti ufficiali, speriamo di ottenere una riduzione della squalifica. Ma non sarà facile». Galigani fotografa così la situazione: il dg è nella sede di via Umbria per preparare la documentazione da inviare in Lega. «Adesso - aggiunge - dobbiamo restare calmi, senza agitarci troppo. E' un momento difficile, è l'ora di compattare l'ambiente in tutte le sue componenti per venirne fuori. La squadra, decidendo di non allenarsi, ha dato un segnale forte. Purtroppo ci stiamo facendo del male da soli: a volte è difficile fare calcio a Taranto».
E' sera: la nuova attesa
Di colpi di scena ce ne sono stati anche troppi. E la serata scorre via ribadendo concetti ormai noti. Il pensiero si sposta ad oggi, a cosa potrà accadere: se la squadra riprenderà ad allenarsi (ipotesi da non escludere), se ci saranno anche Caccavale e Pastore. Intanto ha smesso di piovere: ma le nubi sono ancora alte nel cielo rossoblu... di Leo Spalluto27 settembre 2006

Taranto, due partite a porte chiuse
Stangata del giudice sportivo dopo gli scontri di Castellammare. Ieri la protesta dei calciatori rossoblù che non si sono allenati. Da Blasi sostegno ai giocatori e l’avvertimento: «Sono pronto a ritirare la squadra»

Promessa mantenuta. Il primo allenamento della settimana non si è svolto, così come anticipato dal capitano Deflorio nel comunicato redatto lunedì sera in cui si annunciava «la sospensione degli allenamenti a tempo indeterminato in attesa che venga fatta chiarezza sugli atti di violenza subiti da alcuni calciatori al rientro dalla trasferta di Castellammare di Stabia». Le notizie fresche, invece, sono la presa di posizione da parte della società e la pesante squalifica inflitta alla Taranto Sport (i prossimi due turni casalinghi verranno disputati a porte chiuse). Nel primo pomeriggio di ieri il presidente Blasi - dopo aver riunito lo staff dirigenziale ve alcuni calciatori tra cui Pastore ve Caccavale - ha espresso il vsuo pensiero attraverso un comunicato stampa. Diversi gli vaspetti affrontati.
SOSTEGNO ALLA SQUADRA - E’ il primo tema che tratta il massimo dirigente rossoblù. «Esprimo a tal proposito il più totale sostegno a tutti i componenti della squadra, rispettando e condividendo la decisione da loro assunta. Nello specifico tengo a puntualizzare - prosegue - che fino a quando il sottoscritto rimarrà alla Presidenza vdella società, non permetterò va nessuno di usare qualsiasi tipo di violenza sui singoli componenti della squadra vbe sui miei collaboratori».
NO ALLA VIOLENZA - E’una linea che il numero uno di Via Umbria non ha mai condiviso, esponendosi talvolta in maniera decisa nei confronti della piazza. «Come ebbi modo di dichiarare sin dall’acquisizione del Taranto in Tribunale, la violenza non mi appartiene: non sono questi i presupposti per portare avanti i programmi da me impostati e qualora non venissero identificati i responsabili di quanto accaduto, sono deciso a valutare attentamente la possibilità di non dare seguito agli obiettivi prefissi».
IN DUBBIO LA GARA DI LANCIANO - E’ una possibilità che appare remota, ma che Blasi non si sente di escludere. «Mi appello ai tifosi del Taranto e alle Autorità Competenti affinché venga fatta luce su questo infamante episodio, riservandomi di decidere se far scendere o meno in campo la squadra per il prosieguo del campionato».
IL GIUDICE SPORTIVO - La stangata arriva poco prima delle 15, un paio di ore dopo la nota diffusa dal presidente rossoblù. Deflorio e compagni dovranno disputare le prossime due gare interne a porte chiuse - contro il Manfredonia l’8 ottobre e contro la Ternana il 22 ottobre -, con l’obbligo di risarcire i danni arrecati dai propri sostenitori allo stadio "Menti". L’entità della sanzione, secondo quanto si legge nel comunicato del Giudice Sportivo, avrebbe potuto essere più pesante «se non si fosse registrata la fattiva opera di convincimento dei dirigenti del Taranto». La società ha già fatto sapere che farà ricorso alla Commissione Disciplinare. Al sodalizio campano è stata comminata un’ammenda di 10000 euro a seguito dell’invasione di campo successiva alla rete di Castaldo e alla vivace discussione scatenatasi a fine gara, «in cui si inseriva una persona non identificata che colpiva con uno schiaffo un calciatore del Taranto (Pastore, ndr)». Capuano è stato squalificato per tre giornate. di Fabio Di Todaro27 settembre 2006

«Ora tocca a noi isolare i violenti»
La tifoseria organizzata condanna la vile aggressione. E lancia un appello. Calia: «La squadra torni ad allenarsi». Fullone: «Serve equilibrio»

La condanna della tifoseria organizzata alla vile aggressione subìta da Pastore e Caccavale è giunta immediata, senza attenuanti. Nella mattinata di lunedì, sui guestbook dei principali siti frequentati dai supporters rossoblù, i giudizi erano quanto mai concordi. Ieri - a mente fredda e alla luce del comunicato diramato dalla società - le opinioni non erano cambiate. «E' un episodio da condannare - attacca Francesco Calia, presidente dell’associazione Delfini Erranti - che, inevitabilmente, infanga il nome del pubblico tarantino a livello nazionale. Determinate situazioni, però, non nascono esclusivamente dalla follia di qualche facinoroso. Ritengo, infatti, che la frase pronunciata da Blasi al termine della gara con la Cavese ("la mia difesa è sempre sfortunata contro le formazioni campane") abbia influito pesantemente sugli eventi accaduti domenica scorsa. Il presidente di una società di calcio non può esprimersi in maniera così perentoria». L’atto di violenza è stato accompagnato dalla scelta della squadra di sospendere gli allenamenti a tempo indeterminato. «I ragazzi sono giustamente preoccupati, ma è inammissibile astenersi dal proprio lavoro. Nel loro settore sono dei professionisti e hanno il dovere di proseguire la preparazione in vista del prosieguo della stagione». Antonio Fullone - leader del gruppo "Tifo è Amicizia" - viaggia sulla stessa lunghezza d’onda. «La violenza non può essere compresa, va sempre condannata. A noi tifosi spetta il compito di isolare questi teppisti, senza dividerci ma riconoscendo chi realmente è legato alle sorti dei colori rossoblù. E’ necessario, però, che tutto l’ambiente - e mi rivolgo anche alla società - recuperi il giusto equilibrio. Le parole di Blasi della scorsa settimana non sono state distensive e hanno contribuito a generare un clima eccessivo se consideriamo che siamo appena alla quarta giornata di campionato». L’agguato notturno, ma non solo. Fullone - a nome dell’associazione che rappresenta - esprime massima solidarietà nei confronti della squadra, pur accettando parzialmente la scelta di astenersi dagli allenamenti. «E' una decisione condivisibile finché la interpretiamo come una reazione istintiva. Qualora dovesse diventare una presa di posizione, sarebbe deleteria. Sebbene Blasi abbia minacciato di rivedere i programmi previsti, sono convinto che a Lanciano il Taranto cercherà di tornare a casa con un risultato positivo. Abbiamo bisogno di recuperare la serenità perduta. Il brutto del nostro calcio è tornato di colpo. Ora, però, serve maturità». di Fabio Di Todaro27 settembre 2006

La rivoluzione immaginaria
Dopo l'addio di Guido Rossi,il rinnovamento del calcio langue tra accuse balbettii e proclami. Non basta chiedere un po' di onestà: una riforma reale del pallone deve puntare a norme che riequilibrino il peso eccessivo della ricchezza

L'antinomia tra apocalittici e integrati proposta su queste pagine da Alberto Piccinini sembra appropriata anche per la lettura del penultimo capitolo di Calciopoli, le dimissioni di Guido Rossi. Segno inequivocabile, per i primi, del fallimento di qualsiasi speranza di rinnovamento del calcio italiano; passaggio fondamentale, per i secondi, al fine di ripristinare una normalità offesa dal decisionismo irriguardoso dello "argonauta". Stando ai fatti, tale contrasto non è facile da capire. Perché ciò che non si riesce a individuare è il tema stesso del contrasto, ovvero il rinnovamento. Eventi di rilievo hanno sconvolto il football nostrano. Ricambio dei vertici della Federazione e della sezione arbitrale, rinnovamento degli organi inquirenti e giudicanti, due scudetti revocati, retrocessa la Juventus, penalizzazioni mai viste, dimissioni del presidente della Lega, ecc. Si è discusso e si discuterà sul processo, e sui processi, attraverso cui si è arrivati a tutto ciò. Per alcuni punizioni troppo blande e giustizia quasi «taroccata», per altri procedimenti privi di garanzie e punizioni esagerate. Ma tutto questo, comunque lo si giudichi, non poteva e non doveva essere confuso con la sostanza del rinnovamento del calcio italiano. Perché è stato colpito - per citare Brecht - solo chi ha rapinato la banca, non chi l'ha fondata.
Eliminare la struttura - secondo l'immagine efficace (dal punto di vista culturale, meno da quello giuridico) di "illecito strutturato" proposta da Borrelli - che attraverso gli illeciti controllava mercato, prestazioni arbitrali, politica federale, contratti televisivi era un passaggio obbligato per rilanciare un sistema in crisi di credibilità. Era necessario liberare il calcio italiano da quelle escrescenze che ne stavano minando le fondamenta: chi rapina la banca, sia chiaro, va punito. Bene o male l'operazione è stata portata a termine: non sarà un punto in più o in meno di penalizzazione a connotarne la natura. Quello che si poteva fare in base agli elementi acquisiti e alla legislazione in vigore, la Federazione commissariata lo ha fatto.
Ma la trasformazione del calcio post-calciopoli è ancora tutto da avviare. Il presidente della Lega Matarrese non perde occasione per ribadire che le regole attuali vanno bene, bisogna solo farle rispettare. La Confindustria del pallone, insomma, fa capire di trovare ancora pienamente accettabile il compromesso tra grandi e piccole società su cui si fonda il nostro campionato. Consentendo alle prime di dominare la scena e alle seconde di cogliere, di tanto in tanto, qualche momento di gloria. Da parte dei cosiddetti riformatori continuano invece ad alternarsi balbettii contraddittori e proclami di rinnovamento intransigente. Progetti però zero. Soprattutto nessuna idea di organizzazione del calcio professionistico alternativa a quella che da decenni i padroni del vapore (i fondatori della banca, appunto) hanno saputo imporre.
Juventus, Milan e Inter, in virtù di decenni di dominio e della solidità economico-politica dei loro azionisti di riferimento, sono diventati la banca centrale, l'ossatura finanziaria, il nervo produttivo del calcio italiano. Il loro potere reale sta oggi, soprattutto con l'avvento del neocalcio, anche nella capacità di tradurre il consenso di una massa enorme di tifosi in contratti (televisivi, di sponsorizzazione) talmente vantaggiosi da scavare un solco incolmabile per qualsiasi altra società. L'intero edificio economico, politico, giuridico, addirittura culturale del nostro calcio è costruito in ossequio a questo dato di fatto. Con il mercato che spinge inevitabilmente i flussi della ricchezza verso le casse delle tre squadre del MI-TO. La cacciata dei briganti, auspicabile e moralmente doverosa, produrrà (forse) un riequilibrio delle forze all'interno del trio. Ma non sposterà di un millimetro il gap che dal trio separa tutte le altre società.
Un progetto riformista non può affidarsi solo ai principi dell'onestà e della rettitudine morale: l'obiettivo di un "calcio normale" è riduttivo e deviante, in un contesto che può essere sconvolto dalle ricchezze di un qualsiasi petroliere russo. Anche ammesso che in un calcio pulito, privo di malaffare, trionfi chi più merita, a meritare sarà inevitabilmente chi è più ricco. La bravura non potrà che essere proporzionale alla ricchezza. Una riforma reale del calcio italiano allora non può che puntare a norme che depotenzino il peso della ricchezza. Parrebbe andare in questo senso la proposta della contrattazione collettiva dei diritti televisivi. Restano però da definire i criteri secondo cui la Figc distribuirebbe alle squadre di A il frutto di tale contrattazione. E anche questo sarebbe un primo passo assolutamente insufficiente. La svolta autentica sarebbe porre il calcio di fronte a un'altra logica, sia pure sempre di mercato. Non più le singole società libere di valorizzare il proprio marchio, bensì una Federazione tesa a valorizzare l'immagine dell'intero campionato. Non c'è da inventarsi nulla, il modello c'è già, è quello della Nba, il basket professionistico statunitense. L'intero sistema del calcio italiano (e del football europeo) è finalizzato alla valorizzazione di un numero limitato di squadre, che sono più ricche, che comprano i giocatori migliori, che quindi sono più brave e che dunque vincono tutti i titoli disponibili. Nella Nba invece il campionato valorizza se stesso ampliando il livello di competitività al proprio interno. La logica è: maggiore è il numero delle squadre capaci di competere per il titolo, più cresce l'interesse per il torneo. E più vale il campionato sul mercato. Di qui tutta una serie di misure volte a limitare accumulazioni eccessive, bulimie e ipertrofie dei singoli club.
Servivano segnali orientati in questa direzione. Non ne sono arrivati, né dalla Figc, né dal governo, pure così puntuale negli interventi sulla vicenda calcistica nazionale. Gianni Minà ha lamentato pericoli di restaurazione. Rivoluzioni, francamente, noi non ne abbiamo viste. di Guido Liguori e Antonio Smargiasse27 settembre 2006

A Caccavale e Pastore tutta la solidarietà, ma...

I giocatori, se vogliono spezzare una catena che rischia di strangolare il calcio a Taranto, devono fare la loro parte. Ed allora, se sanno devono parlare. Se conoscono i loro aggressori diano il loro contributo alle indagini. Se hanno visto il volto di chi si è avvicinato ad un palmo da loro, insultandoli, prendendoli a schiaffi, non possono tacere.
Altrimenti la solidarietà che, ripetiamo, meritano appieno diventa soltanto un esercizio sterile che lascia il tempo che trova. Caccavale, Pastore e chi ha visto in faccia gli aggressori deve parlare, ed avrà al suo fianco tutta la parte sana del mondo calcistico tarantino. Avrà dalla sua parte chiunque possa definirsi, davvero, un tifoso. Per riprendersi il Taranto
.26 settembre 2006

La strada sbagliata e gli errori da evitare

E’ la strada sbagliata. La peggiore. Perché sembra l’inizio della fine, il punto prima del baratro. E’ marciume: le parole disattente, gli inutili veleni, il sospetto gratuito, le accuse improprie, le botte sul pullman. Tutto dopo solo quattro giornate, tutto quindi, oltre che fuori dalla logica, anche completamente fuori tempo. Cioè: quando serve senso di responsabilità volano gli schiaffi, quando serve capire le ragioni di una sconfitta e lavorare per cancellarle, bisogna invece mettere il ghiaccio sul viso dei giocatori colpiti, quando è utile invitare la squadra ad alzare la testa si deve invece fare i conti con le gambe che tremano. Il Taranto, adesso, è debole: perché i risultati non girano più completamente a favore e, adesso, anche perché ha paura di un clima che si è inopinatamente surriscaldato. E’ marcio tutto quello che in questo momento gira intorno, non lo è completamente quello che si vede sul campo, nonostante la seconda sconfitta in fila, nonostante l’insensata caccia al colpevole. Lo sforzo, per un po’, è rimanere con gli occhi sul calcio, su quanto visto a Castellammare e quanto, a freddo, si può commentare. Il Taranto, oggi, è una squadra incompiuta, ostaggio della irresistibile tentazione di piacersi piuttosto che furba cacciatrice del risultato. Un gruppo che conosce le proprie qualità e le spreca per specchiarsi, che traccia linee di calcio vero ma non si lancia mai all’assalto. E’ la chiave, forse l’unica, di una partita persa dopo aver dimostrato tutta la propria superiorità, individuale e di gruppo. Di una gara con attimi da grande squadra, con momenti di gioco rapido, di geometrie chiare, movimenti sincroni e rotazioni perfette, ma senza un gol e, soprattutto, con due tiri estratti quasi dal nulla e nessun attaccante messo mai davanti al portiere avversario. Ci sono sedici metri di troppo, in questo momento: c’è l’aria in cui il Taranto non entra per colpe proprie. Perché tutti hanno la possibilità tecnica di portare palla con eleganza, ma troppi - scriteriatamente - vogliono farlo, dimenticando il servizio in verticale, tradendo il compagno che taglia verso il pallone, ignorando il movimento di chi si propone. Papagni sa e, a partita ancora calda, ha dimostrato di aver capito. Perché non ci sono altre interpretazioni, perché la gara è stata chiara. Nella sua mezz’ora migliore il Taranto avrebbe dovuto segnare i gol che bastavano per finire la partita: aveva stordito la Juve Stabia, aveva conquistato il campo, si era preso tutti gli spazi e aveva nascosto il pallone agli avversari. Invece non ha colpito, ha concesso all’avversario la possibilità di arrivare all’intervallo e si è fatto prendere le misure. L’errore è qui, nell’incedere bello e inutile, nel vuoto esercizio di estetica. L’equazione è di imbarazzante facilità: se non si tira non si segna, se non si segna non si vince. Anzi, si può perdere, perché si è sempre esposti all’episodio, allo scivolone, all’errore. Ecco perché al Taranto serve altro, oltre la bellezza. Ecco perché Papagni deve trovare un rimedio non solo tattico, ma soprattutto psicologico, rivalutando il concetto di squadra e limitando il narcisismo dei singoli. Ecco perché serve Deflorio, inimitabile trasformatore di gioco, leader di un gruppo che sembra in difficoltà e che ha bisogno di qualcosa di banale, di un passaggio semplice o di un’intuizione splendidamente elementare. E ha bisogno di tranquillità, non di liste di buoni e cattivi. E nemmeno di schiaffi. di Fulvio Paglialunga26 settembre 2006

E' l'ambiente la vera "emergenza"

Il Taranto si ferma. Allenamenti sospesi a tempo indeterminato. Lo ha deciso la squadra, dopo il vile agguato notturno a Pastore e Caccavale. È una protesta estrema, quasi una richiesta d’aiuto rivolta alla parte sana della tifoserria. I problemi tecnici o eventualmente tattici sono sempre risolvibili. Ciò che preoccupa ora è l’emergenza ambientale. Sono i mal di pancia della piazza. Sono le aggressioni fisiche e le imboscate vigliacche. Sono le parole che fanno più male delle pietre. È questo clima da resa dei conti, come se fossimo arrivati già in fondo alla stagione. E non ci trovassimo soltanto alla quarta giornata. Le sconfitte sono niente. Fanno più paura questo livore e questa irresponsabilità. Ma al calcio si deve tornare. E quello che sembra - dopo averci pensato a mente fredda - è che il Taranto stia attraversando una fase di rigetto. Non è più evoluzione. E non è ancora involuzione. È qualcosa di diverso e di sfuggente. Forse è solo una fase di transito, destinata comunque a passare. Resta, però, da capire quanto durerà e che impatto avrà sulle prospettive in campionato. Ma è evidente che qualcosa di non previsto stia accadendo. Non si perdono due partite, una dietro l’altra, senza una ragione precisa. C’è sempre una causa. Bisogna trovarla, allargando il campo della ricerca. Non fermando l’analisi alle due sconfitte. Riconsiderando l’intera produzione: i risultati pieni e i risultati vuoti. L’assenza del pareggio, come esito di scorta, offre già il primo spunto. Il Taranto non sembra conoscere le mezze misure: quando non riesce a creare le condizioni per vincere, finisce col perdere. Non cerca riparo nel pareggio. È successo con la Cavese (in assoluto la prova meno persuasiva). Si è ripetuto a Castellammare di Stabia (deficitaria solo la ripresa, soprattutto dopo il gol campano). Al Taranto, dopo due vittorie dal fascino un po’ingannevole, quello che fa non basta più. Non basta l’esibizione della propria bravura. Non basta la manifestazione della propria superiorità. Tutto, alla fine, risulta vano: di una bellezza ambigua, di un’utilità vaga. È come se la grande energia tecnica che c’è dentro la squadra sia ormai destinata a disperdersi, senza fare più in tempo a scavare alcuna differenza. A Castellammare il Taranto ha avuto il controllo totale del gioco per buona parte del primo tempo. Ha esercitato un dominio netto: fatto di possesso palla, di movimenti corretti e di efficace circolazione. Ma non ha mai liberato l’uomo dentro l’area per il gesto conclusivo. Non ha mai dato la sensazione di poter tradurre in pratica tanta convincente teoria. Ogni azione è rimasta monca di qualcosa: dell’ultimo passaggio, del tocco finale, dell’intuizione decisiva. Forse non è un caso. Forse dipende da qualche anello dell’ingranaggio che inceppandosi impedisce il regolare funzionamento dell’intero congegno. Forse è giusto cominciare a chiedersi perché il Taranto segni così poco: 3 gol in 4 partite, di cui 2 su rigore e uno sulla respinta del portiere avversario. E non preoccuparsi esclusivamente degli impacci e degli imbarazzi di una retroguardia a volte tanto rocciosa da risultare goffa. Manca il gol al Taranto. Manca la gaiezza interpretativa di Deflorio, la cui assenza prolungata sta anemizzando il gioco sulla trequarti. Lo sta rendendo arginabile perché dallo sviluppo prevedibile. Forse non basta più andare nello spazio. Serve altro, qualcosa di diverso. Più cross dal fondo. Più disponibilità agli uno-due davanti all’area. Più possibilità di creare superiorità numerica in zona alta. Serve Deflorio, riferimento unico e sponda universale. Dal recupero del capitano molto dipende. Ma non tutto, purtroppo. di Lorenzo D'Alò26 settembre 2006

Aggredito il Taranto
Un paio di tifosi salgono sul pullman e picchiano Pastore e Caccavale al rientro in città dopo la sconfitta. Uno schiaffo anche a Silvestri che cercava di difenderli. Danneggiate diverse auto nel parcheggio dello stadio

Una brutta storia. Bruttissima. E' accaduto, non doveva accadere: Ivano Pastore e Maurizio Caccavale sono stati aggrediti ieri da un paio di tifosi, mentre erano sul pullman davanti allo “Iacovone”. Schiaffi e pugni per loro due e, nel momento di massima tensione, anche uno schiaffo a Sirio Silvestri. 
Aria pesante, impennata inattesa: tutto è successo intorno alle 23 di domenica, mentre i giocatori (quelli che non si erano recati in altre città) facevano rientro allo stadio dopo la sconfitta di Castellammare. Un paio di tifosi, non appena il bus che trasportava i giocatori, ha aperto la porta, sono saliti alla ricerca di Caccavale e Pastore, principali colpevoli - a loro dire - del brutto momento della squadra. Ci sono stati attimi di paura, botte, violenza gratuita. Silvestri, nel tentativo di difendere i compagni, ha rimediato a sua volta un ceffone, altri non sono riusciti ad intervenire. Cose estranee al calcio, diverse dal tifo, lontane da una civile contestazione. Un'aggressione in piena regola e con degli obiettivi precisi. Lo provano i danneggiamenti alle auto parcheggiate all'interno dello stadio, fatti evidentemente prima dell'arrivo della squadra. Le vetture ammaccate sono diverse (ci sono quelle di Prosperi, Larosa, Panini), ma ciò che sembra chiudere il cerchio è che i danni maggiori (vetri in frantumi e altro ancora) sono il Bmw X5 di Cammarata, assai simile al Bmw X3 di Pastore e il Mercedes Classe “A” di Vetrugno, uguale a quello di Caccavale. Tutto chiaro, tutto assai doloroso. Non fisicamente, per fortuna dei giocatori (non hanno riportato ferite), ma moralmente. Perché Pastore e Caccavale, che ieri hanno preferito non parlare, hanno ovviamente una ferita molto più profonda nell'animo. Perché padri di famiglia, perché, tra l'altro, ad attendere il pullman nei pressi dello stadio c'era anche la compagna di Caccavale.
Dopo l'accaduto sul posto sono arrivati i Carabinieri e la Polizia, per annotare l'accaduto (potrebbero partire le indagini, adesso) e registrare la denuncia dei giocatori, fatta però solo in relazione ai danni alle auto. Il rumore degli schiaffi si è sentito per tutta la giornata, le reazioni si sono inseguite, lo sdegno è stato quasi unanime. Il gruppo si è subito stretto ai due giocatori, affidando le parole ad una nota e lasciando che Deflorio, il capitano, comunicasse la decisione di non allenarsi a tempo indeterminato. E i dirigenti (Blasi era fuori per lavoro) hanno subito cercato di affrontare la situazione: il direttore sportivo Evangelisti, il direttore generale Galigani, il tecnico Papagni, i due giocatori, oltre a capitan Deflorio e Pinna, un altro degli “anziani” del gruppo, sono stati protagonisti di una riunione-fiume, nella quale si è esaminata la situazione. Non si conoscono le decisioni prese: si è, piuttosto, fatto sapere che la società renderà nota la propria posizione nella mattinata di oggi. Anche perché Blasi ha convocato i giocatori e i dirigenti per le 5.30 di stamani, per affrontare il caso e fare comunque in tempo a prendere l'aereo (alle 8) per un altro viaggio di lavoro. Potrebbe, adesso, succedere di tutto. Per l'intera giornata di ieri le voci su decisioni eclatanti si sono inseguite: Caccavale e Pastore potrebbero chiedere nelle prossime ore la rescissione del contratto (Gianni Prete, procuratore di entrambi, non si è espresso), ma c'è anche chi, insistemente, parla di dimissioni di Blasi, per prendere le distanze dal manipolo di aggressori e, forse, anche per chiarire la propria posizione sulla vicenda, diventata delicata per via delle dichiarazioni rilasciate dopo la partita con la Cavese («I nostri difensori sono sfortunati con le campane»). Il presidente già nei giorni successivi aveva ridimensionato la frase, cercando di evitare interpretazioni forzate, ma adesso che il fattaccio si è compiuto Blasi vorrà far comprendere che la violenza non appartiene al proprio modo di intendere il calcio. Serve una soluzione subito, serve una mossa che calmi gli animi e che restituisca al calcio la propria dimensione reale. Serve serenità (sono passate solo quattro partite) e buon senso. Un brutto giorno è passato. Sarà l'ultimo? di Fulvio Paglialunga26 settembre 2006

Il Taranto sospende gli allenamenti
Clamorosa protesta della squadra dopo l’agguato notturno

La notizia arriva in serata. Squarciando una giornata di riflessioni in cui, a mente fredda, si è cercato di fornire una spiegazione plausibile al momento negativo vissuto dai rossoblù. Il Taranto, «da oggi, sospende gli allenamenti a tempo indeterminato, in attesa che venga valutata nella sua interezza la gravità degli atti di violenza subiti da alcuni calciatori al rientro dalla trasferta di Castellammare di Stabia e che certamente non rispecchiano il pensiero e la volontà della tifoseria rossoblù». E’ Andrea Deflorio a far pervenire in redazione il breve comunicato redatto con i compagni di squadra all’indomani della seconda sconfitta consecutiva, aggiungendo che «la squadra e lo staff tecnico sono in silenzio stampa». Una scelta maturata al termine di un breve incontro, al quale non hanno preso parte Pastore e Caccavale (fuori sede), vittime dell’aggressione. Entrambi hanno deciso di staccare la spina per tutta la giornata, declinando con estrema cortesia l’invito a commentare il vile gesto. Anche da parte della società non è giunto alcun commento alla presa di posizione attuata dai giocatori. «Esprimo la massima solidarietà ai due atleti - si è limitato a commentare il direttore generale, Vittorio Galigani -, distintisi sempre per aver onorato con umiltà e abnegazione la casacca rossoblù». Nella serata di ieri il capitano rossoblù ha cenato con Galigani e il direttore sportivo Evangelisti, comunicando la decisione che, in giornata, potrebbe essere ufficializzata alla presenza di Blasi. Il presidente dovrebbe parlare con un gruppo di calciatori (tra cui Pastore e Caccavale). Blasi - che già non ha commentato la sconfitta in terra campana - ha preferito non intervenire sulla questione. Il suo stato d’animo non è dei migliori: all’amarezza per il risultato negativo, bisogna aggiungere la rabbia e la delusione per l’atto di violenza perpetrato al rientro della squadra dalla trasferta. L’episodio increscioso va condannato. La decisione dei calciatori è condivisibile. Ognuno di noi può commettere un errore lavorando, purchè ci sia sempre il massimo impegno e la volontà di rimediare (la professionalità di Pastore e Caccavale non è in discussione). L’auspicio è quello che possa essere fatta chiarezza al più presto sull’aggressione, consentendo alla squadra di riprendere gli allenamenti. Occorre ricordare che domenica prossima i rossoblù giocheranno ancora in trasferta sul campo del giovane e brioso Lanciano. Sbagliare sarà vietato. di Fabio Di Todaro26 settembre 2006

Taranto, secondo stop di fila
I rossoblu, dopo lo scivolone interno contro la Cavese, cedono anche in casa della Juve Stabia. Decide un gol di Castaldo nella ripresa. Domenica altra trasferta a Lanciano per gli uomini di Papagni

Vince chi segna. O chi, astutamente, al gol si prepara. Anche rinchiudendosi, anche semplicemente attendendo, anche rifugiandosi in sprazzi di calcio antico. Perde chi cade nella trappola. Dell'avversario e del proprio futile narcisismo. Chi consegna momenti di dominio innegabile, ma dimentica di provare a tradurli. Chi si accontenta della bellezza propria e si illude che possa bastare. Vince la Juve Stabia, perde il Taranto (seconda sconfitta consecutiva): non è totalmente giusto, ma nemmeno scandalosamente iniquo. E' una banale applicazione di questo sport, un calcolo persino troppo semplice. Esistesse, cioè, il calcio sincronizzato il Taranto avrebbe vinto largamente: per i movimenti corali e la rapidità di pensiero, per la qualità del tocco e la bontà dei tagli. Ma esiste anche altro: il tiro, la profondità, la sponda, la verticalizzazione. Il gol, soprattutto. Particolari che ai rossoblu mancano (a tratti parzialmente, a tratti del tutto) e che rendono illegittimamente vuota una mezz'ora di luminosità stordente. Quella in cui il Taranto sembra essersi preso ogni metro del campo, in cui sembra avere in mano tutto. In cui la Juve Stabia si gira intorno senza meta e senza comprendere. Quella - ecco - che pare la premessa di una vittoria e invece diventa la porzione di rammarico dentro la sconfitta. Decide un gol di Castaldo, un episodio soltanto: un lancio lunghissimo di Mariniello dalle retrovie, la corsa della punta più veloce di quella di Pastore, il controllo di petto proteggendo il pallone, il destro che supera Pinna colpevolmente fermo nella sua zona. Basta a stendere una squadra prima inutilmente fantasiosa: bella, ma quasi innocua. Estemporaneamente pericolosa, ma non continuamente incisiva. Intelligente nel capire la partita, domarla e trascinarla dalla propria parte, ma troppo delicata nei modi per appropriarsene. Manca al Taranto l'istinto selvaggio del gol, manca la disponibilità a sporcarsi le mani per fare qualcosa di meno bello e più utile, manca la capacità di Deflorio di amministrare un pallone vagante e renderlo un'idea concreta. Il vizio (evidente) è anche la chiave della partita: prima consente alla Juve Stabia di sopravvivere all'inferiorità tecnica, poi dirotta dalla parte sbagliata la gioia. 
Triste il presagio sugli spalti (duri scontri tra tifosi rossoblu e forze dell'ordine), saggio l'inizio sul campo. Il Taranto, con Ambrosi, è 4-4-2 con chiara vocazione all'offesa. La Juve Stabia è modulata da Capuano con il 3-5-2 e punta a sottrare spazio ai centrocampisti e a otturare le condotte del gioco. Aggressività quasi feroce (i campani) contro manovra paziente (il Taranto): il gruppo di Papagni soffre la pressione con eleganza, senza smarrirsi e senza prestarsi al gioco. Attende il suo attimo, lasciando circolare la palla dietro e impostando con raziocinio. Rischia una sola volta (12', sinistro di Caputo deviato con i piedi da Pinna), poi intuisce la strategia. Perché Capuano in realtà si copre: i due esterni di centrocampo non affondano mai, arretrano sistematicamente sulla linea dei difensori (5-3-2 in fase di non possesso), portando otto uomini sotto la linea della palla. Papagni legge e reagisce: Toledo e De Liguori partono molto larghi e finiscono molto alti, il brasiliano lascia spazio agli inserimenti di Panini, cercando di essere attivato da chi porta palla. Tradotto: i rossoblu sono 3-3-4 in fase di possesso, ottengono parità numerica in mezzo e non concedono soste a chi difende. Tutto gira, tutto sembra funzionare: la Juve Stabia non capisce come fermare gli altri, è presa ai fianchi e sbanda, il Taranto fa girare il pallone e sa sempre cosa fare anche quando non ce l'ha, riappropriandosene. L'attimo che sintetizza lo squilibrio di forze è il 25': un sinistro preciso e violento di Colombini è deviato in angolo da Benassi, il corner battuto da Toledo trova prima la girata smorzata di Cammarata, poi il colpo di testa in tuffo di Mancini, che spedisce il pallone sotto il corpo del portiere, pronto a fermarlo però prima che rotoli in porta. 
Sembra che tutto si stia decidendo: la Juve Stabia ha solo il fallo tattico come rifugio, non ha la forza e la ragione per impostare. Il Taranto promette (ma, poi, non mantiente) di diventare anche concreto. Spaccata in due dai rossoblu (rimane, per giocare, solo il lancio lungo per due punte troppo lontane), la squadra di Capuano sente il primo gong ed esce dall'angolo. Il rientro in campo, infatti, rispecchia subito i benefici dell'intervallo: il Taranto si sfarina lentamente, la Juve Stabia tiene alti i suoi esterni e contiene le perdite ai lati. Papagni si attrezza per ovviare al calo (Catania per Ambrosi e 4-5-1), Castaldo trova la progressione e la freddezza per segnare (23'). Finisce la partita, inizia il disordine organizzato: ci sono tutti gli strumenti per difendere i risultati (anche l'arcaico trucco del doppio pallone in campo), c'è il tempo concesso al Taranto per protestare (Catania va già in area: per l'arbitro simula), alla Juve Stabia per provarci ancora (Pinna para su un destro di Castaldo), a Papagni per provare l'ultima mossa (Zito per De Liguori: 4-2-3-1), a Capuano per farsi espellere. Lui esce dal campo arrampicandosi alla recinzione, il Taranto con il capo chino, interrogandosi. di Fulvio Paglialunga25 settembre 2006

Il Taranto che non c'è
A Castellammare crea poche occasioni. Rari i tiri in porta. I padroni di casa non brillano, ma concretizzano l'unica conclusione a rete di tutta la partita

Si può vincere come ha vinto la Juve Stabia: ringhiando su ogni pallone e mettendo dentro quello giusto (l'unico). E si può perdere come ha perso il Taranto: sciupando tanta bellezza di trama e banalizzando tanta coralità di manovra. Sconfitte così, in serie C1, sono spesso la regola. L'eccezione, semmai, comincia ad essere questo Taranto un po' vanesio, capace di specchiarsi a lungo nella sua, a volte troppo evidente, superiorità. E di vanificarla, lasciandola priva di segni tangibili: occasioni poche, tiri in porta rari, gol nessuno. Del dominio del Taranto, della sua prolungata gestione del pallone, della sua arroganza tecnica, alla fine non c'è alcun riscontro. Restano le tracce di un passaggio. Il passaggio di una squadra che si crede forte e probabilmente lo è. Ma che non ha ancora imparato a capitalizzare la sua forza. A renderla efficace. A farla produrre. A farsela bastare. Non ci sono grandi colpe nella sconfitta del Taranto. Così come non ci sono grandi meriti nella vittoria della Juve Stabia. Il risultato, però, non è figlio del caso, mutevole per definizione. Contiene una sua logica: consolante (Juve Stabia) o inaccettabile (Taranto). Dipende dai punti di vista. E, soprattutto, scava una differenza incolmabile tra chi comanda il gioco senza trovare il gol e chi trova il gol senza comandare il gioco. Nel calcio non è inusuale che accada, specie a questi livelli. E quando succede è solitamente troppo tardi: per tutto. Non solo per ipotizzare un finale diverso. Il destino della partita si compie al 23' della ripresa. E' il minuto del gol della Juve Stabia. Un gol partorito sul momento, senza un naturale periodo di gestazione. A concepirlo non è un'azione. Ma un rinvio dalle retrovie. Un rinvio lungo, quasi disperato. Senza alcuna pretesa, se non quella di spazzare l'area e di alleggerire la pressione. Un rinvio innocuo che però scoperchia centralmente la difesa tarantina e sul rimbalzo del pallone offre a Castaldo la possibilità di puntare a rete e di infilare Pinna. Il Taranto ha già perso, anche se lo capirà soltanto in fondo alla partita. E sarà una dolorosa constatazione. Prima del gol di Castaldo, c'è il Taranto migliore: più tonico e maggiormente credibile. Dopo il gol di Castaldo, c'è il Taranto più improbabile: senza idee e senza convinzione. In attesa del gol di Castaldo, la Juve Stabia è mucchio selvaggio, animosità dichiarata, resistenza caparbia. Una squadra che quando deve difendersi, abbassa i due esterni del centrocampo a cinque. E quando deve attaccare, ricorre spesso al lancio profondo in direzione di Castaldo o di Caputo, che al 12' chiama Pinna alla deviazione in corner (sinistro da posizione favorevole). Il Taranto all'inizio mostra un disagio contenuto. Non è sofferenza. E' studio. Papagni si fida di Ambrosi e della sua voglia di recuperare il tempo perduto. E gli fa rivedere la luce della prima squadra. L'escluso è Catania. Il modulo varia: 4-4-2, anche se la presenza di Toledo (anarchico) lo fa continuamente oscillare. Venti minuti: tanto impiega il Taranto per rimuovere il contorsionismo tattico della Juve Stabia e per cominciare ad irrorare di sé (della sua presenza) la partita. Ciò che si vede adesso è una squadra giocare, andando nello spazio a ricamare trame. E l'altra organizzare una puntigliosa attività di contenimento. Non si vede il gol, purtroppo. Perché sul tiro da fuori di Colombini c'è la risposta pronta di Benassi (26'). E sul colpo di testa ravvicinato di Mancini c'è il pallone che dà l'impressione di entrare e invece si ferma sotto il corpo del portiere campano (27'). Nella ripresa la Juve Stabia, scossa da qualche cambio e rianimata da alcuni suggerimenti di Capuano, si fa più intraprendente. Guadagna campo. O forse è il Taranto che glielo concede, intrattenendosi davanti allo specchio. L'uscita di Ambrosi (dentro Catania) fa ritornare la squadra rossoblù sulle rotte del 4-5-1 (con la solita variabile Toledo). Sembra possa accadere qualcosa. Ma è la Juve Stabia a passare, capitalizzando quel rinvio. E ciò che quel rinvio genera: l'impaccio di Pastore, la fuga di Castaldo e l'esitazione in uscita di Pinna. E' il gol che chiude la partita. Perché l'incredulità che coglie il Taranto è paralizzante. Non c'è reazione. Ci sono uscite necessarie (De Liguori non ce la fa più, Cammarata è stanco) ed ingressi (Zito e Piroli) che non riescono a deviare il corso degli eventi. Il Taranto appare confuso. Non ha più un'idea da realizzare. E non ha più tanto fiato da spendere. Finisce esausto. Mentre l'ex Capuano, espulso perché costantemente oltre la sua zona di pertinenza, scavalca la recinzione e conclude in tribuna il suo personalissimo show. Uno spettacolo. di Lorenzo D'Alò25 settembre 2006

Le pagelle di Lorenzo D'Alò

PINNA 5,5 - Prontissimo sul sinistro ravvicinato di Caputo. Un po’ indeciso in occasione del gol di Castaldo. Forse avrebbe dovuto affrettare l’uscita.
PANINI 5,5 - Comincia bene, finisce male. Non c’è regolarità nel rendimento che offre. E alla fine sbaglia, lasciando qualcosa d’intentato.
COLOMBINI 6 - Ha mezzi fisici e qualità tecniche. Il 4-4-2 gli dà anche la possibilità di spingere. Suo il tiro più pericoloso.
CACCAVALE 6 - Pastore gli cede la fascia, che inizialmente onora, giocando con feroce puntiglio. Deve chiudere su Castaldo, decisamente un brutto cliente.
PASTORE 5,5 - Senza quell’incertezza sul rinvio lungo di Mariniello, avrebbe guadagnato la sufficienza.
DE LIGUORI 5,5 - Meno persuasivo del solito. Forse perché in settimana ha marcato visita (mal di gola).
AMBROSI 5,5 - La voglia c’è. La condizione migliora. Ma siamo ancora lontani da uno stato di forma accettabile. Su qualche pallone si avventa. Molti li guarda passare.
CEJAS 6,5 - Primo tempo superbo: di lotta e di governo. Chiusure chirurgiche, aperture millimetriche. Uno scoglio davanti alla difesa.
CAMMARATA 5,5 - Ha colpi da categoria superiore che costringono spesso i difensori al fallo sistematico. Ma andrebbe servito dentro l’area, dove può diventare letale.
MANCINI 6 - Sta lentamente ritrovandosi. Ma non è ancora lui. Non ha nella gambe le giocate che fanno la differenza.
TOLEDO 6 - Gioca dove gli detta l’estro. Le sue accensioni in velocità regalano barlumi di pericolosità. Si concede qualche pausa.
CATANIA 5,5 - Entra al posto di Ambrosi, provocando l’aggiornamento del modulo. Ma gli riesce poco.
ZITO sv - Ingiudicabile.
PIROLI sv - Ingiudicabile.
PAPAGNI 5,5 - Il Taranto perde quando gioca male (Cavese) e quando gioca bene (Juve Stabia). Occorre che s’interroghi. C’è qualcosa che non va. Bisogna capire cosa.25 settembre 2006

«Noi poco concreti»
Papagni: «Ci siamo lasciati sorprendere, l'errore è stato evidente»

Il tecnico Aldo Papagni individua il limite di giornata della sua squadra. «Abbiamo fatto un ottimo primo tempo, ma la mole di gioco non è stata tradotta in gol» 
Il retrogusto della trasferta sul golfo di Napoli non è sicuramente dei più dolci, ma nemmeno tanto aspro. Aldo Papagni sa che la sua squadra è caduta in piedi. In fondo, una sconfitta in casa della Juve Stabia ci può anche stare, l'importante, per il tecnico, è l'aver riscontrato degli ottimi motivi per voltare pagina e continuare. «Abbiamo giocato un ottimo primo tempo - ha esordito l'allenatore dei pugliesi -, ma non siamo stati altrettanto bravi nel concretizzare la mole di gioco che abbiamo prodotto». 
Il tecnico ripensa ai primi quarantacinque minuti di gioco: «Il possesso palla è stato quasi esclusivamente nostro - ha continuato - e avremmo di certo meritato almeno un gol, che purtroppo non è arrivato». 
Il Taranto è calato alla distanza. «Abbiamo avuto un abbassamento di tensione nel secondo tempo, siamo calati d'intensità e ne ha risentito tutta la manovra. Poi abbiamo subito un gol che avremmo anche potuto evitare, del resto, però, se nessuno commettesse errori, nel gioco del calcio non si vedrebbero mai dei gol». 
Papagni ripensa al gol che ha dato il successo alla Juve Stabia: «Ci siamo lasciati sorprendere, l'errore è stato evidente. C'è stato quel lungo rilancio di Mariniello, noi non abbiamo prestato la debita attenzione, siamo stati impreparati. Adesso, sono curioso di rivedere dalle immagini la dinamica del gol, per capire chi dei nostri ha effettivamente sbagliato. Comunque il calcio è questo, anche nelle prime due giornate avevamo commesso degli errori difensivi, però avevamo poi vinto, quindi determinate cose sono passate un po' in secondo piano. Questa sconfitta ci sarà utile come lezione, avremo modo di riflettere sui nostri errori». 
A Castellammare si è visto un Taranto diverso. «E' vero - ha confermato Papagni -, ho cambiato il modulo, sposando il 4-4-2 per correggere alcune nostre difficoltà di gioco. Nel corso della gara, ho cercato anche di sorprendere i nostri avversari, cambiando la posizione di alcuni calciatori. In particolare, ho fatto cambiare corsia a Toledo, l'ho spostato da destra a sinistra perchè avevo pensato che, da quel lato del campo, avrebbe potuto creare maggiori difficoltà alla difesa avversaria. Purtroppo, una volta trovata la rete del vantaggio, la Juve Stabia ha abbassato intelligentemente il proprio baricentro, per noi è stato molto difficoltoso cercare di scardinare il loro dispositivo difensivo. Non dimentichiamo, poi, che Ambrosi non era al meglio della condizione. L'ho gettato nella mischia dall'inizio per la prima volta in questo campionato, però sapevo che non poteva rendere per tutta la durata del match, per questo sono stato costretto a sostituito, nel secondo tempo». L'allenatore resta fiducioso: «Facciamo tesoro di questa sconfitta, guardiamo avanti perchè abbiamo tutte le possibilità per rifarci, già dal prossimo impegno di campionato. Non facciamo drammi e continuiamo a lavorare».25 settembre 2006

Guerriglia, otto feriti
Cinque i tifosi rossoblu denunciati

Curva Ferrovia, mezz'ora prima della partita: deragliano la ragione e il buon senso. E' il settore destinato ai tifosi del Taranto, che arrivano e vogliono entrare. Non tutti, però, hanno il biglietto, questa almeno è la versione delle forze dell'ordine. Saranno 400. Ad accogliergli gli agenti della polizia. Si tratta. Poi, però, accade qualcosa. Una scintilla, una parola di troppo, una bottiglietta che vola, ferendo il dirigente responsabile del sevizio d'ordine. Si scatena la guerriglia. La polizia carica, manganellando chi capita a tiro. Teste rotte, sangue che scorre, ambulanze, fughe precipitose. Scene di ordinaria follia. Volano altre bottiglie. Il presidente Blasi cerca invano una impossibile mediazione tra tifosi e polizia, che continua a caricare. Si teme il peggio. Alcuni tifosi recuperano un idrante e innaffiano i poliziotti, che abbandonano la curva. Fine delle ostilità. Ora si contano i feriti: da una parte e dall'altra (otto complessivamente). I filmati chiariranno. Sei tifosi in Questura, 5 denunciati. Sala stampa, un quarto d'ora dopo la sconfitta. Aldo Papagni è dispiaciuto. «Abbiamo preso gol su un rinvio, non siamo stati lucidi e taglienti quando era chiara la nostra superiorità e netta la nostra supremazia. Partite così si vincono o pareggiano, noi l'abbiamo persa. Significa che dobbiamo scovare gli errori, correggere i difetti e perfezionare il lavoro. Senza allarmismi, con fiducia intatta. Sapremo reagire». di Lorenzo D'Alò25 settembre 2006

Taranto, esame di maturità
A Castellammare con la Juve Stabia per il riscatto

È sul campo della Juve Stabia che il Taranto cerca il pronto riscatto dopo il primo stop stagionale contro la Cavese. Punti preziosi persi, ma non solo: la sconfitta contro i metelliani ha sorpreso un po’ tutto l’ambiente per le modalità con cui è maturata. L’assenza di Deflorio - con Pasca mancherà anche questo pomeriggio - è pesata più del previsto, la squadra non ha messo in mostra il bel gioco apprezzato nelle precedenti uscite. Se a ciò si aggiunge l’infelice giornata trascorsa da alcuni elementi imprescindibili per lo scacchiere rossoblù (Caccavale e Mancini su tutti), diviene assai più facile dare una spiegazione plausibile al risultato negativo. Juve Stabia-Taranto (sarà diretta dal signor Barbirati di Ferrara) nasce, quindi, come un’occasione di riscatto immediato per Pastore e compagni. L’esito, però, è tutt'altro che scontato. I gialloblù, reduci dal pareggio conseguito sul campo del Foggia, sono molto temibili tra le mura amiche, potendo contare sul vantaggio della conoscenza del manto erboso (è in erba sintetica) e sul caloroso sostegno dei propri tifosi. All’ormai consueto 3-5-2 collaudato da Capuano (in fase di non possesso si trasforma in 5-3-2, facendo leva sulle doti di copertura dei due esterni di centrocampo), Papagni opporrà lo stesso schieramento utilizzato, con risultati differenti, nelle ultime due settimane (4-5-1). Dinanzi a Pinna, la linea difensiva sarà composta da Panini, Caccavale, Pastore e Colombini. Nella zona nevralgica Mancini, Cejas e De Liguori agiranno al centro, con Catania (a destra) e Toledo (a sinistra) pronti a supportare l’azione dell’unica punta Cammarata. Più improbabile l’utilizzo dell’ex Ambrosi - poco amato dal pubblico stabiese - dal primo minuto (giocherebbe al posto di Catania). La buona condizione palesata nel test infrasettimanale, però, potrebbe indurre il tecnico di Bisceglie a gettarlo nella mischia in corso d’opera. Saranno poco meno di cinquecento i sostenitori ionici che seguiranno i loro beniamini nella prima trasferta campana. di Fabio Di Todaro24 settembre 2006

Nel 1931 il primo successo a Castellammare

Sette i confronti di campionato tra Juve Stabia e Taranto giocati a Castellammare di Stabia (campani in vantaggio nel bilancio con 3 successi a 2). È vecchia di oltre 76 anni la prima sfida tra le due squadre giocata nel Campionato di Prima Divisione 1929-30 (l'equivalente dell’attuale serie C1): 2-1 per lo Stabia il 23 febbraio 1930; segnano prima i rossoblù, al 12' con Montaldo (per l’attaccante 17 gol in questo torneo), quindi il pareggio di Carotenuto al 35', quindi al 74' viene espulso l’attacante tarantino Martino Castellano ed un minuto dopo Armadi segna la rete del successo per i campani. L'1 novembre 1931 (sempre in Prima Divisione) il Taranto conquista il primo successo vincendo per 1-0 con una rete di Pellarin al 75'. Questa la formazione rossoblù schierata dal tecnico Enrico Sardi: Giannese, Toso, Boninsegna, Arzeni, Perrucci, Friuli II, De Lorenzo, Gioia, Romano, Pellarin, Carenza. La stagione successiva, il 9 ottobre 1932 e sempre in Prima Divisione, il Taranto si impone nuovamente a Castellammare di Stabia: 2-1 il punteggio con le reti di Tosini all’11', di Orsi al 52', quindi i locali accorciano le distanze con Pirra. Questo il Taranto mandato in campo da Raffaele Russo: Bolognini, Toso, Boninsegna,
Arzeni, Perrucci, Sculto, Nicolini, Parisi, Orsi, Martino Castellano, Tosini. Il 10 dicembre 1950 nel campionato di C vince lo Stabia per 2-0 (segnano al 24' Parvis ed all’81' Marra). Questo l’Arsenaltaranto guidato da Bruno Arcari: Gheduzzi, Lo Cicero, Canavesi, Paravano, Bernardel, Ferrari, Vincenzo Castellano, Luzzi, Arcari, Margiotta, Cremonesi. Il primo pareggio tra le due squadre si registra il 10 maggio 1953 nel campionato di serie C: 1-1 con gli "arsenalotti" in vantaggio con Tortul su rigore al 33' (per l’attaccante, che l’anno dopo andrà alla Sampdoria in serie A, 21 reti in questo campionato con il titolo di capocannoniere), quindi pareggio degli stabiesi al 77' con Begni. Ecco l'undici dell’Arsenaltaranto guidato da Raffaele Costantino: Rossetti, Tagliamento, Canavesi, Gobatto, Bernardel, Ferrari, Bretti, Vincenzo Castellano, Lulic, Tortul, Ferrara. Dopo 48 anni Juve Stabia e Taranto tornano ad affrontarsi e la sfida del 6 maggio 2001 è ricca di soddisfazioni per i tifosi rossoblù; è la 33a giornata di campionato ed al Taranto serve un punto per la matematica promozione in serie C1; finisce 0-0 senza grandi patemi. Questa la formazione tarantina mandata in campo dal tecnico Massimo Silva: Gori, Maiuri, Wilson, Siroti, Terrevoli, Monza, Sesia, Giugliano, Vitali, Riganò (84' Spader), Di Nardo. Jonici battuti per 1?0 nell’ultimo dei sette confronti, giocato il 9 gennaio 2005 in serie C2: segna su rigore all’8' minuto Alessandro Ambrosi, oggi attaccante nelle file rossoblù. Così il Taranto in campo condotto dal duo tecnico Toma-Nemo: Leopizzi, Garzja (46' Malagnino), Marrazza, Mela, Maddé, Del Gaudio, Sangermano (38' Niscemi), Mollo, Amico (33' Magno), Mignogna, Paco Soares. di Franco Valdevies24 settembre 2006

Il Taranto vuol rimettersi in marcia
De Liguori ok. Cinquecento biglietti di curva per i tifosi

Recuperato De Liguori. Alla vigilia dell’importante match di Castellammare di Stabia, il forte centrocampista ha ripreso a lavorare con il gruppo dimostrando di aver smaltito il fastidio alla gola che lo aveva costretto a dare forfait nella partitella del giovedì. Deflorio e Pasca, invece, hanno continuato a svolgere lavoro in piscina. Sembra che i rispettivi fastidi al polpaccio siano finalmente sulla strada della completa guarigione. Papagni prevede che i due si aggregheranno al gruppo martedì prossimo. La formazione è, dunque, fatta. Potrebbe essere la stessa di domenica scorsa: Pinna fra i pali; Panini, Caccavale, Pastore, Colombini in difesa; Catania, Cejas, Mancini, De Liguori, Toledo in mezzo; Cammarata terminale offensivo. La squadra è in salute. E questo è un dato inconfutabile. Ha smaltito le scorie della tempestosa sconfitta con la Cavese. Ed anche questo aspetto è importante perché elimina ogni strascico psicologico. Per ottenere un buon risultato in Campania, il Taranto dovrà ritornare a giocare come ha fatto fino alla vittoriosa trasferta di San Benedetto del Tronto. Coppa Italia Tim compresa. Il clima esterno, a Castellammare di Stabia sarà un tantino "ribollente". Capuano inciterà i
suoi uomini. A Foggia, domenica scorsa, rischiò addirittura di violare lo "Zaccheria". Ed i dauni sono inseriti da tempo fra le quattro formazioni in grado di salire in B senza i playoff. I 500 biglietti messi a disposizione dei tifosi jonici sono giunti in città soltanto ieri sera. Sono stati immediatamente consegnati al bar Cubana, in via Acclavio, per la vendita al costo di 12 euro. C'è tempo fino alle ore 18 di questa sera per acquistarli. Bisognerà fare molta attenzione alla trasferta. La Cavese giocherà dopodomani sera con l’Ancona (posticipo su Raisat). Non è escluso che un gruppetto di supporters metelliani possa dare man forte ai corregionali stabiesi ed essere, pertanto, presenti al "Menti". Le precauzioni non sono mai troppe. di Giuseppe Dimito23 settembre 2006

Taranto, doppia ipotesi
Papagni conferma il 4-5-1. Ma pensa anche al 4-4-2

Questa volta il consueto test infrasettimanale non concede verità assolute. Di ipotesi, però, ne esistono un paio, classificabili secondo una diversa probabilità di realizzazione. 4-4-2 e 4-5-1: sono i due atteggiamenti tattici provati da Aldo Papagni nella ripresa della partitella disputata contro la formazione Berretti guidata da Pastorelli. Perché è nella seconda frazione che il tecnico di Bisceglie ha concretizzato le idee studiate in vista dell’appuntamento contro la Juve Stabia di Eziolino Capuano. Nessuna certezza, ma la reale possibilità che si riparta dal modulo utilizzato - con risultati opposti - nelle ultime settimane. Di sicuro, però, c'è che la squadra ha dimostrato di poter "metabolizzare" meglio questa scelta in trasferta piuttosto che tra le mura amiche. Ovvero quando è possibile attendere i movimenti dell’av versario, sfruttando poi le rapide ripartenze degli esterni di centrocampo e i movimenti in verticale di Mancini (non ancora al top della condizione). In casa - e la dimostrazione evidente si è avuta contro la Cavese - la defezione di Deflorio è pesata più del previsto. La manovra è apparsa spezzettata e priva di un comune filo conduttore, priva peraltro della qualità del bomber di Noicattaro di raccordare il centrocampo e l’attacco. Tutto invariato nel pacchetto difensivo: dinanzi a Pinna ci saranno Panini, Caccavale, Pastore e Colombini. Nella zona nevralgica i tre centrali saranno Mancini, Cejas e De Liguori (non ha preso parte all’allenamento a causa del mal di gola, si riaggregherà al gruppo a partire da domani), con Catania e Toledo sugli esterni pronti a sostenere l’azione dell’unica punta Cammarata. Il leggero dubbio, probabilmente, deriva dalla buona lena dimostrata da Alessandro Ambrosi nell’allenamento di metà settimana. Il centravanti di Fiuggi ha siglato ben sei delle nove reti con cui i rossoblù hanno liquidato i ragazzi della massima selezione giovanile. Se a ciò aggiungiamo la voglia che avrebbe di tornare in buona forma, ecco che l’interrogativo di Papagni prende forma. In tal caso sarebbe uno dei due interni di centrocampo a cedergli il posto. L’ipotesi, più che altro, sembra essere stata presa in considerazione qualora dovesse esserci la necessità di affiancare un altro attaccante a Cammarata. Le assenze pesanti di Deflorio e Pasca, saranno parzialmente bilanciate dalle ritrovate disponibilità di Cosenza (ha smaltito un attacco influenzale) e Zito (ha scontato tre turni di squalifica ricevuti nella passata stagione). Per la cronaca l’amichevole si è conclusa con il punteggio di 9-0. Oltre alle già citate segnature di Ambrosi, sono stati Piroli, Toledo e Mancini ad apporre le altre firme sul tabellino. La preparazione proseguirà con il penultimo allenamento pomeridiano e la rifinitura di sabato mattina prima della partenza alla volta della Campania. di Fabio Di Todaro22 settembre 2006

Con il dubbio Ambrosi
L'attaccante del Taranto segna sei gol nella partitella e “chiede” un posto. Indecisione sullo schieramento: una punta sola o due? Anche Danucci si candida

Tante soluzioni a disposizione, una scelta da effettuare. Il Taranto che affronterà la Juve Stabia, ancora privo di Andrea Deflorio, è ancora tutto da scoprire, pencolante tra due moduli di riferimento. L'interrogativo è semplice, forse banale: una o due punte? Papagni ci sta pensando, anche se rifiuta la logica ossessiva (e talvolta un po' miope) di ridurre il calcio in un'accozzaglia di numeri. E' questione di atteggiamento in campo, suggerisce il tecnico, anche attaccanti laterali come Catania e Toledo possono essere considerati come attaccanti puri. Ma, limitando il discorso alla presenza contemporanea di punte, le cifre servono per semplificare. E il 4-5-1 e il 4-4-2 sono le due possibilità attualmente al vaglio del tecnico. La possibilità di scelta, comunque, è notevolmente ridotta rispetto al solito: fuori Deflorio (ieri ha lavorato in piscina), out anche Pasca (entrambi riprenderanno ad allenarsi martedì), con Cammarata sicuro del posto in squadra, il dubbio riguarda Alessandro Ambrosi. Che potrebbe scendere in campo dal primo minuto assieme al centravanti ex Juve, con quattro centrocampisti di supporto, oppure rendersi utile a partita in corso, con una linea mediana più folta, come quella utilizzata dal Taranto contro Sambenedettese e Cavese. La partitella in famiglia contro la “Berretti” è servita a sperimentare i due possibili schieramenti. E Ambrosi ha deciso di candidarsi prepotentemente al rientro tra i titolari con una prova ricca di gol e qualità. Tra le nove reti segnate dagli ionici contro i giovani sparring partner, ben sei portano la firma della punta. Che non nasconde la voglia matta di tornare in campo e di giocare un brutto scherzo ad una delle squadre del suo passato. Nella prima frazione (finita 6-0) Papagni ha schierato una sorta di Taranto B, con Faraon tra i pali, Malagnino, Cosenza, Castroni e Prosperi in difesa, Zito, Larosa, Silvestri e Vetrugno nel cuore della manovra, Piroli (un gol anche per lui) e Ambrosi in avanti. I possibili titolari hanno calcato l'erbetta dello “Iacovone” nella seconda frazione: Pinna in porta, Panini, caccavale, Pastore e Prosperi nel reparto arretrato, Toledo, Cejas, Mancini e Colombini a centrocampo, Cammarata e Ambrosi di punta. A metà tempo Papagni ha variato il modulo: 4-5-1, con Catania esterno di destra, Toledo spostato a sinistra, Danucci inserito al fianco di Cejas e Mancini. 3-0 lo score dei secondi quarantacinque minuti: oltre ad Ambrosi, anche Toledo e Mancini hanno timbrato il cartellino. Era assente (seduto a bordo campo in borghese) anche Vincenzo De Liguori, affetto da un forte raffreddore. Papagni ha preferito non rischiarlo: il suo recupero in vista della trasferta di Castellammare non sembra in dubbio. A conti fatti, oltre all'interrogativo Ambrosi, altre maglie sembrano in bilico: con il 4-4-2 e il recupero di De Liguori, potrebbe essere Catania il “sacrificato”. Con il centrocampo a cinque, Papagni potrebbe giocare con Catania e Toledo sugli esterni, Mancini, Cejas e De Liguori in zona centrale, oppure inserire Danucci e rinunciare a Catania o Toledo. La decisione finale non tarderà. Biglietti più cari per i tarantini. Curva a doppio prezzo a Castellammare: i tarantini pagheranno 12 euro, i locali 10. I tifosi rossoblu, in queste ore, protestano vivacemente per la disparità di trattamento. Ma non si tratta di una novità assoluta: è capitato altre volte. 12 euro è, infatti, il prezzo delle curve allo “Iacovone”; la Juve Stabia, per principio di reciprocità, ha deciso di far pagare ai sostenitori tarantini lo stesso prezzo che gli stabiesi pagheranno a Taranto. di Leo Spalluto22 settembre 2006

Foto e testi presenti in tifo-e-amicizia.it sono stati in parte prelevati da Internet e quindi valutati di pubblico dominio. Se i soggetti o gli autori avessero qualcosa in contrario alla pubblicazione possono segnalarlo alla redazione che provvederà prontamente alla rimozione.

index