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Linea dura, Taranto in ansia
Approvate dal Consiglio dei Ministri le nuove norme anti-violenza. Si teme per l’impianto della Salinella: oggi decide l’Osservatorio nazionale delle manifestazioni sportive

L'annunciata linea dura del Consiglio dei Ministri è stata pienamente confermata. Proprio all’art. 1 del Decreto emanato ieri sera, per arginare la violenza, è stato scritto che gli stadi non in regola con la normativa Pisanu resteranno chiusi al pubblico. Le relative partite, pertanto, saranno disputate nel solito scenario surreale che genera brividi ed azzeramenti di qualsivoglia emozione. Ed in aggiunta a questa severissima disposizione, si aggiunge che sono abolite tutte le deroghe concesse finora (lo Iacovone sarebbe tra i beneficiari di deroga, avendo ridotto la sua capienza a 9900 spettatori sui 27mila circa disponibili). Non avranno l’obbligo di applicare le nuove norme solo gli stadi con capienza fino a 7.500 persone, ma la regola entrerà in vigore nella prossima stagione (sarà inserita nel prossimo disegno di legge). Disposizioni durissime, dunque. Sono un autentico macigno. Il ministro Di Pietro le ha definite “draconiane”. Bisogna, dunque, mettersi in riga con le leggi ministeriali per riabbracciare la tifoseria sana. Ma per far ciò servono migliaia di euro. Puntando i riflettori sullo Iacovone, fra tornelli, videosorveglianza, zone di prefiltraggio e lavori di ripristino della struttura occorrono non meno 1 milione di euro. L’ultima speranza è legata alle decisioni che saranno prese dall’Osservatorio del Ministero dell’Interno, presieduto dal vicecapo della Polizia, Manganelli che si riunirà alle 9 di questa mattina. Saranno stilati due elenchi: il primo riservato agli stadi in cui si potrà giocare con il pubblico amico (alla tifoseria organizzata sarà vietata la vendita in blocco dei biglietti) ed il secondo, verosimilmente più lungo, in cui saranno inseriti gli impianti nei quali le partite saranno disputati a porte rigidamente chiuse. Per quanto riguarda la situazione tarantina, potrebbero giocare un ruolo, purtroppo, preponderante le vicende negative che hanno coinvolto la tifoseria rossoblù (è stata classificata al quarto posto a livello nazionale fra le più “turbolente”) oltre che i mancati lavori di ristrutturazione e bonifica dell’area esterna allo stadio (basti pensare alla famosa “collinetta” alle spalle proprio della curva nord, dalla quale i violenti si riforniscono di pietre). Confermate tutte le anticipazioni venute fuori nei giorni scorsi: flagranza differita a 48 ore, Daspo anche preventivi (ed estesa ai minori), possibilità di adibire i diffidati a lavori socialmente utili, aumento della pena per la resistenza a pubblico ufficiale (si rischiano dai cinque ai quindici anni). In casa tarantina si è molto perplessi. E’ evidente che si attende la decisione definitiva dell’Osservatorio. Per la restante stagione lo Iacovone rischia di restare così com'è. Gli abbonati potrebbero protestare. Gli incassi verranno meno (ed in più bisognerà consegnare alla squadra ospitata la parte che le spetta in base a quanto incamerato in media dalla società in questa stagione). Senza dimenticare che la squadra non potrà usufruire della spinta del pubblico amico (quello sano). Ma non bisognerà eventualmente arrendersi. Con qualche taglio alle spese e con ulteriori sponsor la stagione potrà essere portata a termine. di Giuseppe Dimito08 febbraio 2007

Iacovone verso le "porte chiuse"
Blasi si è detto disponibile a non far scendete la squadra in campo

Oggi il Decreto del Governo, entro domani la decisione sugli stadi da aprire e su quelli da chiudere. Taranto trema, perché lo “Iacovone” potrebbe ospitare solo i calciatori. Porte chiuse per gli stadi non a norma, è stato ribadito anche ieri. E per stadi non a norma, al momento, si intendono anche quelli che hanno abbassato la capienza per sfuggire alle restrizioni del Decreto Pisanu. Nessuna nuova deroga, ha ribadito Pancalli. Aggiungendo che domani l'Osservatorio Nazionale sulle Manifestazioni Sportive comunicherà l'elenco degli stadi a norma. Da quelle parti, però, la situazione dello stadio tarantino è giudicata assai negativamente, soprattutto perché, finora, non è stato fatto nessun lavoro di adeguamento. Porte chiuse, quindi. Adesso sembra così. Anche alla luce delle pesanti parole spese dal ministro Amato alla Camera. Parlando delle tifoserie violente per numero di incidenti e feriti, il capo del Viminale ha messo Catania al primo posto, seguita da Napoli, Bergamo e, appunto, Taranto: «C'è stata una ripresa del fenomeno della violenza - ha detto Amato - Buona parte ricade proprio su Catania. Proprio a Catania dopo 24 incontri disputati si sono registrati 147 feriti di cui 118 forze dell’ordine. Gli eventi dell’ultima settimana alzano la media. Napoli è al secondo posto di questa speciale e brutta classifica. Poi Bergamo, Taranto». 
Discorso che sembra lasciare pochi margini di discussione. Il Taranto, però, non recede: se dovesse essere costretto a giocare le partite a porte chiuse, Blasi si è detto disponibile a non far scendete la squadra in campo. Un brutto guaio, dal quale è difficile uscire: lo stadio è inadeguato, il timore che venga chiuso è reale. E nemmeno le date vengono incontro: il Taranto, stando a quanto si dice, dovrebbe giocare domenica in casa. E il vertice in Prefettura per affrontare la questione stadio e ordine pubblico è fissato per lunedì mattina.
Prudenza arriva dalle istituzioni e dalle forze dell'ordine. Michelangelo Giusti, vice questore vicario, attende l'emanazione del decreto ministeriale. E molto sarà rimandato al vertice in Prefettura che, probabilmente, segnerà la sorte dello stadio cittadino. «In questo momento non è possibile dire molto - afferma Giusti - perchè non ci sono notizie ufficiali e, come tanti, sto apprendendo i fatti dai giornali. La situazione dello Iacovone è la solita di sempre. In questo momento è una struttura inadeguata alle normative del Decreto Pisanu. Nel frattempo si potrebbero fare degli interventi in economia per mettere qualche toppa».
Cosa si intende per interventi in economia? «Si potrebbero chiudere alcuni spazi all'interno della recinzione per non permettere il passaggio di materiale pericoloso. Oppure cementare alcune parti dei servizi ingienici. Pochi interventi, ma propedeutici all'intervento massiccio di messa a norma».
A chi spetterebbero questi lavori minimi? «Noi abbiamo solo il compito di sollevare il problema. Detto questo, stando alla normativa, sarebbero di competenza dell'Amministrazione comunale, ma sappiamo bene in che condizioni versa l'ente. La situazione, però, è in divenire e in questo senso sarà fondamentale l'incontro che si terrà lunedì mattina in Prefettura, voluto espressamente dal questore Pozzo. Insieme abbiamo fatto dei sopralluoghi nelle scorse settimane e ci siamo resi conto di quanto il problema sia da risolvere al più presto. Solo lunedì, una volta ricevuta anche la nota ministeriale e i criteri per la sua attuazione, potremo avere un quadro più completo e preciso».
Al vertice di lunedì prossimo del Comitato per l'ordine e la sicurezza pubblica parteciperà anche Gianni Florido, presidente della Provincia. Che non nasconde la sua preoccupazione: «Le porte chiuse sono una soluzione che non condivido - ha detto -: renderebbero il campionato virtuale. Meglio, a questo punto, attendere ancora, tenere il campionato fermo e ripartire con maggiore regolarità». Tutto gira verso altre soluzioni, però. Riprendere domenica, chiudere le porte agli stadi non a norma. “Iacovone” - il rischio è questo - compreso: «Finora l'unica cosa che abbiamo potuto fare nel comitato per l'ordine e la sicurezza pubblica, nelle condizioni in cui Taranto si trova, è stato ridurre la capienza e evitare il decreto Pisanu. Andiamo avanti con le deroghe: se non le concedono, anche con una capienza ulteriormente ridotta, è evidente che dobbiamo arrenderci alla legge: non si potrà giocare con il pubblico». E, a quel punto, bisognerà trovare una soluzione diversa: «Da amministratore non potrei fare nulla, ma politicamente si potrebbe spingere per passare la gestione dello stadio alla società, come da tempo richiesto da Blasi. Si potrebbe pensare a un comodato d'uso di medio-termine, in modo che la futura amministrazione possa avere l'opportunità di rinnovarlo. Ma in qualche modo bisogna fare, altrimenti non si saprà mai chi dovrebbe effettuare i lavori». di Luigi Carrieri e Fulvio Paglialunga07 febbraio 2007

I punti del decreto Pisanu: tutti disattesi
Biglietti nominali, videosorveglianza, separatori, tornelli: allo “Iacovone” manca tutto. E il Comune non può

Ecco i punti previsti dal Decreto Pisanu, che adesso dovrebbero essere applicati in maniera decisa, per stadi con una capienza da stabilire: dai cinque ai settemila spettatori, rispetto ai diecimila precedenti. Biglietti nominativi, tornelli, videosorveglianza, profonda revisione dell'impiantistica, aree di prefiltraggio e steward. Tutto dovrebbe essere regolamentato così. Nulla di tutto questo, a Taranto, è stato fatto tra competenze rimpallate e un Comune impossibilitato a operare.
Titoli di accesso allo stadio 
Le società organizzatrici sono responsabili dell'emissione, distribuzione, vendita e cessioni dei titoli di accesso agli impianti sportivi. Il numero di questi titoli di accesso emessi e distribuiti non può essere superiore alla capienza di ciascun settore, determinata dalla Commissione provinciale o locale di vigilanza sui locali di pubblico spettacolo. I titoli di accesso devono essere numerati e devono recare le generalità dell'utilizzatore, l'indicazione del posto assegnato. I titoli destinati al pubblico saranno distinti da quelli rilasciati a titolo di omaggio o di accredito. Dovranno essere di colore diverso per ciascun settore dello stadio. 
Le società organizzatrici devono dotarsi di moderni sistemi di emissione, distribuzione e vendita dei titoli di accesso in grado, tra l'altro, di registrare il numero di titoli di accesso emessi, associare a ciascun biglietto emesso le generalità del rivenditore o cedente e associare a ciascun biglietto venduto o ceduto le generalità dell'acquirente o cessionario memorizzando i dati in modo sicuro e protetto. Il trattamento dei dati personali andrà effettuato secondo le disposizioni del codice in materia di protezione dei dati personali, i titoli di accesso dovranno il responsabile del trattamento. 
Ciascun titolo di accesso dovrà riportare stampato, con tecniche anticontraffazione, un codice realizzato con un sistema leggibile tramite lettori ove siano registrati, anche, in maniera sicura e protetta, ovvero l'identità del titolare (nome, cognome, data e luogo di nascita, residenza), nonchè gli estremi del ricevitore o cedente (denominazione, ragione sociale, sede legale). 
Nel giorno di svolgimento di qualsiasi competizione calcistica è vietata la vendita diretta dei biglietti nell'area esterna dell'impianto sportivo. 
Fatti salvi i trattamenti per finalità di pubblica sicurezza o giudiziaria i dati personali raccolti sono cancellati trascorsi sette giorni dalla data dell'evento calcistico cui si riferiscono. 
Videosorveglianza
Gli impianti devono essere muniti di sistemi di ripresa e registrazione televisiva a circuito chiuso delle aree riservate al pubblico, sia all'interno dell'impianto che nelle sue immediate vicinanze. Essi dovranno prevedere, tra l'altro, la dotazione di: una sala che dovrà avere capienza adeguata per ospitare oltre all'apparato di regia ed al personale tecnico adibito, i componenti del "Centro per la gestione della sicurezza delle manifestazioni sportive", un numero di monitor sufficiente a visualizzare contemporaneamente le riprese di tutte le telecamere in funzione, più un monitor per ogni operatore del Centro, apparecchiature per la trasmissione delle immagini alle sale operative della Questura e del Comando provinciale dei Vigili del fuoco. 
Le apparecchiature da ripresa dovranno avere luminosità sufficiente ad assicurare la riconoscibilità dei tratti somatici di ogni singolo spettatore, anche in orario notturno ed anche a fotogramma singolo. 
La registrazione delle immagini e dell'audio complessivo dell'evento calcistico è obbligatoria dall'apertura fino alla chiusura dell'impianto sportivo ed in occasione dell'eventuale accesso di persone per la preparazione di coreografie. 
Le società organizzatrici dell'evento calcistico assicurano la conservazione dei dati e dei supporti di registrazione fino a sette giorni, I dati non utilizzati sono cancellati trascorsi i sette giorni. 
Il delegato delle leghe nazionali professionisti o dilettanti può accedere alle immagini registrate dal sistema di video-vigilanza esclusivamente per scopi di giustizia sportiva . 
Il prefetto potrà valutare, in sede di comitato Provinciale per l'ordine e la sicurezza pubblica, la possibilità di utilizzare anche i sistemi di video-sorveglianza cittadina per il controllo degli spettatori di competizioni calcistiche in occasione del loro arrivo presso le stazioni ferroviarie e durante il loro transito in ambito urbano. 
Separatori
La separazione tra la zona spettatori e la zona attività sportiva è realizzata dalle società utilizzatrici dell'impianto, in accordo con i proprietari dello stesso, attraverso: l'installazione di un parapetto di altezza pari a metri 1.10, misurata dal piano di imposta e realizzato in materiale incombustibile; la realizzazione di un fossato, con pareti e fondo a superficie piana, di profondità non minore di 2.50 metri rispetto al piano di calpestio del pubblico e larghezza non minore di 2.50 metri. Il fossato deve essere protetto verso la zona spettatori e verso lo spazio di attività sportiva da idonei parapetti aventi altezza non minore di 1.10 metri misurata dal piano di calpestio; la realizzazione di un dislivello, di altezza pari ad 1 metro, tra il piano di calpestio degli spettatori e lo spazio di attività sportiva. 
La parte superiore del dislivello deve essere protetta da un parapetto di altezza pari a 1.10 metri, misurata dal piano di riferimento. Almeno uno dei parapetti deve essere munito di separatori in grado di elevare la separazione fino ad un'altezza complessiva pari a metri 2.20: l'elevazione dei separatori è realizzata mediante guide o altri accorgimenti costruttivi, ed è stabilita di volta in volta dal questore, nell'ambito della valutazione dei rischi connessi allo svolgimento della manifestazione sportiva. 
Aree di sicurezza
Può essere disposta la perimetrazione della zona di attività sportiva mediante il presidio di personale appositamente formato e messo a disposizione dagli organizzatori: venti unità ogni diecimila spettatori e comunque non meno di trenta unità. Detto personale deve indossare una casacca di colore giallo e deve tenere sotto costante osservazione la zona riservata agli spettatori. 
Gli impianti devono avere lo spazio riservato agli spettatori suddiviso in settori, con ingressi, vie di uscita ed aree di parcheggio indipendenti e separate. Devono essere realizzate, a cura della società utilizzatrice dell'impianto, in accordo con il proprietario dello stesso, aree di sicurezza in cui devono essere ammessi solo i titolari di regolare titolo di accesso all'impianto, così strutturate: "area di massima sicurezza", comprende l'impianto sportivo e l'area di servizio annessa, ove sono collocati i varchi di accesso; "area riservata", realizzata nell'ambito dell'area di servizio esterna (Area pubblica o aperta al pubblico, che può essere annessa, anche temporaneamente, all'impianto mediante recinzione fissa o mobile), all'interno della quale è consentito l'accesso esclusivamente agli aventi diritto. 
Tornelli
I varchi di ingresso all'area di massima sicurezza devono essere dotati di preselettori di incanalamento tali da evitare pressioni nella fase di obliterazione del titolo di accesso con corsia di ritorno per gli spettatori non abilitati all'ingresso, nonché di tornelli "a tutta altezza" che permettono l'accesso ad una sola persona per volta, tramite lo sblocco del meccanismo di rotazione da attivarsi successivamente all'avvenuta verifica della regolarità del titolo di accesso. 
I varchi di ingresso dotati di preselettori e di tornelli devono essere separati e indipendenti dal sistema di vie d'uscita e le biglietterie, quando ammesse, devono essere ubicate fuori dell'area riservata. 
Il G.o.s. (Gruppo Operativo Sicurezza)
In occasione di manifestazioni sportive, deve essere previsto un impianto televisivo a circuito chiuso che consenta, da un locale appositamente predisposto e presidiato, l'osservazione della zona spettatori e dell'area di servizio annessa all'impianto e dei relativi accessi, con registrazione delle relative immagini. Detto locale deve essere posizionato in una zona dell'impianto sportivo da cui sia possibile avere una visione complessiva, totale e diretta della zona di attività sportiva e della zona spettatori. 
Per ciascun impianto è istituito il Gruppo operativo sicurezza, coordinato da un funzionario di Polizia designato dal questore e composto da un rappresentante dei Vigili del fuoco; dal responsabile del mantenimento delle condizioni di sicurezza dell'impianto della società sportiva; da un rappresentante del Servizio sanitario; da un rappresentante dei Vigili urbani; dal responsabile del pronto intervento strutturale ed impiantistico all'interno dello stadio; da un rappresentante della squadra ospite (eventuale); da eventuali altri rappresentanti, la cui presenza è ritenuta necessaria. 
La società utilizzatrice dell'impianto, in accordo con il titolare dello stesso, devono prevedere, tra l'altro, ambienti per attivare un posto di polizia con annessi locali idonei a consentire gli adempimenti di polizia giudiziaria relativi ad eventuali persone fermate o arrestate. 
Steward
Le società utilizzatrici degli impianti, avranno cura di predisporre l'organigramma dei soggetti incaricati dell'accoglienza e dell'instradamento degli spettatori, provvedendo al loro reclutamento. Il numero minimo degli addetti alla pubblica incolumità (steward) impiegati in occasione dello svolgimento di ciascuna manifestazione sportiva non potrà essere inferiore comunque ad 1 ogni 250 spettatori e quello dei coordinatori non inferiore a 1 ogni 20 addetti.07 febbraio 2007

Amato boccia il tifo tarantino
Ma il mondo dello sport replica: «Isolare i violenti»

In bilico tra amarezza e incredulità il mondo dello sport tarantino incassa la bocciatura del ministro degli Interni. Riferendo in Parlamento sui fatti di Catania e sulle misure che il governo sta varando, Giuliano Amato stila, sulla base degli incidenti dentro e fuori gli stadi, la poco ideale classifica del tifo violento, piazzando Taranto al quarto posto dietro Catania, Napoli e Bergamo. «Come tarantino sono amareggiato e voglio vedere se questo risponde a verità. Se cioè siamo così cattivi come dice il ministro» replica a botta calda l’allenatore del Potenza Franco Dellisanti, che guidò il Taranto nella stagione 2003-2004. Più sferzante il commento dell’ex direttore sportivo del Taranto Tonino Borsci: «A Taranto il tifo violento? Il ministro, così, prende una cantonata. Il nostro tifo è più “caldo”, appassionato, semmai». Borsci e Dellisanti, il passato prossimo del Taranto che sembra, ormai, un millennio fa. «Ma io - ricorda il tecnico - con i nostri ultrà ho avuto un rapporto franco. Completamente diverso da quello che mi portò a denunciare i tifosi violenti quando allenavo a Nocera Inferiore, dopo l’aggressione ai danni di un giocatore. Rapporto di dialogo, nel rispetto dei ruoli. I tifosi possono e devono confrontarsi su scelte tecniche e tattiche, ma gli aspetti organizzativi competono esclusivamente alle società». «Con la parte sana del tifo bisogna discutere - aggiunge Borsci - perché così sarà più facile isolare i violenti contro i quali occorre la massima fermezza da parte delle forze dell’ordine». A dividere tecnico e dirigente è la valutazione delle misure adottate dal governo. Dellisanti non le boccia, anche se richiama la necessità di «leggi più severe». Critico Borsci che ritiene "inadeguati" i provvedimenti. «C’è - spiega - la legge Pisanu rimasta inapplicata. E’ da lì che dobbiamo ripartire». Il tecnico e il direttore sportivo concordano su un punto: la partita a porte chiuse è misura "inefficace" rispetto alla soluzione del problema sicurezza e "penalizzante" nei confronti delle società, delle squadre, del pubblico che ancora ha voglia di calcio. «Il modello inglese - dichiara Dellisanti - deve essere l’obiettivo: posti a sedere e biglietti nominali, steward e videosorveglianza. Allo stadio, che deve diventare di proprietà delle società, bisogna tornarci con le famiglie. E’ questa la prima tappa di un lungo cammino che consentirà un cambio di cultura sportiva del paese, permettendo al calcio di riprendersi l’anima perduta dietro business e procuratori». Borsci non crede alle misure differenziate: «Gli stadi devono essere tutti riaperti o rimanere tutti chiusi. Le misure drastiche non devono colpire indiscriminatamente i tifosi, ma solo chi si macchia di violenze. Occorre un’opera di prevenzione, partendo dalle scuole e dalle famiglie. Non è possibile vedere genitori inveire durante gli incontri dei propri figli, inculcando l’odio dalla più tenera età. Si tratta di un’emergenza sociale». di Fulvio Colucci07 febbraio 2007

Paradisi, il portiere ostaggio degli ultrà
«Mi ribellai e loro mi fecero cacciare via». Nel 1989 i tifosi del Catania gli tirarono una bottiglia incendiaria contro l'auto. Quando tornò, costrinsero il club rossoblu a mandarlo via. «Il calcio è parte di una crisi sociale: oggi si muore per 50 euro»

Non erano artificiali ma terreni, i paradisi di Mario. Tutta una vita trascorsa nel recinto di uno stadio, parando i tiri di una generazione che non sarebbe più tornata. Junior e Falcao, Platini e Zico. Da giovane, Mario Paradisi giocava contro di loro, difendendo la possibilità stessa che la provincia sedesse al tavolo dei grandi. Con i capelli ricci e le maglie di lanetta, la sua figurina albergò per un decennio tra Como, Avellino e Catanzaro, poi in età matura, abbandonati i palcoscenici nobili, i suoi avversari divennero i tifosi del Catania.

Iniziò tutto nel 1989, in serie C. Mi trasferii in Sicilia a 34 anni. La società prometteva successi ma non era strutturata per reggere il confronto con le più forti. Le conseguenze della rabbia dei tifosi si riversavano sui calciatori. Io ero uno dei più anziani e rappresentativi. Mi presero subito di mira. Per carattere non riuscivo a stare zitto, ebbi presto dei contrasti con i capi ultrà. In città si viveva bene ma allo stadio ricevevo tantissimi insulti. 
Porgeva l'altra guancia?
Avevo la coscienza a posto e non mi nascondevo. Rispondevo senza offendere nessuno. L'inimicizia non tracimò quasi mai in atti di violenza anche se un giorno, mentre ero in macchina con Beppe Scienza, ci tirarono una bottiglia incendiaria. Nel '92 comunque terminò il contratto e me ne andai. Catania rimase il ricordo di una bella città e di un'esperienza professionale tumultuosa. 
Il destino la riportò a sud. 
Avevo lavorato a S. Benedetto del Tronto con l'allenatore Colantuono e il direttore sportivo Guido Angelozzi. Al tempo facevano parte del gruppo di Luciano Gaucci. Quando quest'ultimo rilevò il Catania nel 2003, mi portarono con loro come preparatore dei portieri.
A distanza di anni, i catanesi non l'avevano dimenticata. 
All'inizio si trattò solo di qualche isolato grido durante gli allenamenti. Poi un pomeriggio, a pochi minuti dalla seduta, venni circondato da alcune persone intenzionate a non farmi entrare al campo. Da quel momento in poi, tutto precipitò rapidamente. In pochi giorni ottennero il risultato prefisso. Mi mandarono via.
Protestò?
Angelozzi tentò di mediare. Non si capacitava del perché i tifosi ce l'avessero con me. Fu inutile. I gruppi organizzati minacciarono: «Paradisi non deve più far parte del Catania, altrimenti facciamo casino tutti i giorni. Non garantiamo per la sua sicurezza». A quel punto mi presi le mie responsabilità davanti a squadra e allenatore e mi feci da parte. Non era colpa loro e non ritenevo giusto creare una turbativa così seria all'interno del gruppo.
Nessuno provò a difenderla? 
Mi venne detto che non era possibile che rimanessi. «O facciamo la guerra, ma alla fine ci rimettiamo tutti, oppure Mario, ti devi sacrificare». Non sapevo cosa pensare. Volevo abbandonare il calcio ma poi decisi di rimanere senza entusiasmo in un mondo che sentivo comunque mio.
L'hanno stupita gli incidenti di Catania?
Neanche un po'. Quelle immagini di violenza le ho viste tante volte nei derby disputati col Giarre, col Palermo o col Siracusa, anche se forse mai a quel livello di barbarie. Ho giocato anche in altre città difficili ma Catania è diversa. E' una questione di mentalità corrotta. Si ragiona esclusivamente attraverso quel metro e purtroppo ti ritrovi ad essere corrotto o corruttore, non c'è via di mezzo.
Nelle curve c'è stato un cambio antropologico?
E' l'Italia e la società nel suo complesso ad essere profondamente mutata. Oggi si uccide per un complimento di troppo fuori dalla discoteca, per una mancata precedenza al semaforo, per 50 euro. C'è una crisi sociale senza precedenti, una paura generalizzata e una perdita di valori in cui lo stadio è solo una parte del problema. Io abito in un piccolo paese, solo pochi anni fa ogni appartamento aveva le chiavi fuori dalla porta, oggi ci sono le inferriate alle finestre. Chi abita al primo piano vive barricato come se stesse in prigione. 
Come si esce dall'abisso?
E' complicato pensare di riemergere, quando si va a vedere lo sport armati di pistole, coltelli e bombe. Ci vogliono regole certe. Non è possibile che chi va allo stadio, picchi un poliziotto e abbia la certezza di farla franca. Il tifoso non va perseguitato ma se sbaglia deve essere sanzionato come chiunque altro. Da libero cittadino posso andare dove voglio, a patto di rispettare la legge ma se commetto un reato, la convivenza civile pretende che io sconti una pena. 
Militarizzare lo stadio è la soluzione?
Tutt'altro. Se pensiamo di lenire la piaga soltanto con la repressione, siamo lontani dalla soluzione. Credo che bisognerebbe attuare le risoluzioni inglesi in materia, non reprimere cioè a priori ma dotarsi di strumenti moderni per controllare le enormi masse, che proprio nel loro essere branco trovano la forza per delinquere. La polizia deve fare il suo lavoro di controllo perché a volte capita e non dovrebbe accadere, che qualcuno venga pestato senza motivo. Non è possibile che i tifosi del Palermo debbano arrivare esasperati un'ora dopo il fischio d'inizio, dopo aver viaggiato su un carro bestiame.
Cos'ha rappresentato lo stadio per lei?
Quand'era pieno, un'emozione indescrivibile. Il calcio senza pubblico muore, anche se ritengo che fermarsi per riflettere sull'assurdo omicidio di Raciti sia stata una buona idea. Siamo sul baratro e se non ragioniamo sarà la fine: non è normale che si muoia per il pallone, ai miei tempi non era pensabile. Immagini che ad Udine, ogni volta che mi capitava di giocare in Friuli, a fine gara i tifosi ospiti mi aspettavano vicino al parcheggio: «Dai Mario, corri. Ci sono vino e salsicce». Si apriva un tavolino, si mettevano due sedie e io poggiavo la borsa. Qualsiasi risultato ci fosse stato, ci si beveva su. di Malcom Pagani06 febbraio 2007

Il silenzio del capo
Berlusconi non parla, la Cdl neppure. Altrimenti la curva si arrabbia. Il Cavaliere ignora il calcio, i giudici indagano sui rapporti con gli ultras

Di calcio dice di intendersene parecchio. Vuole Ronaldinho e il Milan a trazione brasiliana, è la promessa ai sui tifosi. Ora, però, che di calcio parlano tutti, il presidente del Milan Silvio Berlusconi non parla. Dei rapporti con le tifoserie, di regole negli stadi, parlano poco tutti i suoi, l'azzurro Francesco Giro l'ha fatto quasi solo per sottolineare che bisognava accettare le "precisazioni" di Matarrese. Al funerale di Filippo Raciti si è fatto vedere solo il leader di An Gianfranco Fini e nessun volto noto di Forza Italia. Berlusconi potrebbe sempre decidere di parlare nelle prossime ore. Ma è altrettanto chiaro che per lui, come per altri presidenti di importanti squadre di calcio (che però non dirigono il principale partito del centrodestra) attaccare le azioni delle tifoserie organizzate sarebbe tutt'altro che facile.
Dei rapporti dell'amministratore delegato del Milan Adriano Galliani si è sempre discusso parecchio. Poco più di un mese fa la procura di Monza l'ha convocato: sotto inchiesta ci sono dieci ultras, considerati vicini al nuovo gruppo organizzato "Guerrieri ultras" accusati a vario titolo di tentato omicidio e tentata estorsione nei confronti anche della società rossonera. Secondo la procura, il 17 ottobre scorso il gruppo ha sparato contro un rappresentante di un vecchio gruppo di tifosi in un centro commerciale di Sesto San Giovanni per far valere il proprio diritto ad entrare nel giro d'affari che gravita attorno alla curva sud di San Siro. E per mandare un segnale anche verso il gruppo dirigente del Milan. Galliani, sentito il 9 gennaio, ha risposto di essere "stupito" dall'ipotesi avanzata dalla procura, argomentando che gli unici a parlare con le tifoserie sono quelli della Milan Entertainment che gestiscono la distribuzione dei biglietti.
Eppure, chiacchiere da siti internet e bar a parte, alcuni episodi sono noti. Prediamo il campionato 2004-2005, quello che ha visto il suicidio obbligato (dicono gli ex) della Fossa dei leoni e la vittoria delle Brigate Rossonere e dei Commandos tigre. In molti ricordano quella partita in trasferta, Cagliari-Milan: Galliani si piazzò davanti alla curva aspettando gli applausi dei suoi tifosi e ricevette in cambio la protesta del pezzo di curva gestito dalla Fossa, che aderiva ad una mobilitazione nazionale contro il caro-biglietti. Nei minuti immediatamente successivi l'intera curva vide che il capo delle Brigate Rossonere, Giancarlo Capello detto "il Barone", scendeva dagli spalti verso Galliani per parlare con lui. E qualche meso dopo la Fossa dei leoni fu costretta a sciogliersi per una faccenda di bandiere rubate che sembra troppo poco per convincere alla resa il più vecchio gruppo ultras rossonero. 
Sulla compravendita di biglietti, i dati sono poco chiari. Sembra che il Milan, né più né peggio delle altre grandi squadre, venda sotto costo molti biglietti e ne regali «omaggio» circa un centinaio a partita. Ma i dati variano, e a far fluttuare gli accordi spesso sono i rapporti di forza tra tifoserie e gruppo dirigente della squadra. Ogni tanto l'accordo serve anche a convincere la tifoseria organizzata a star buona. Sembra che sia andata così durante la finale di Champions League Milan-Juventus del 2003, quando la dirigenza milanista riuscì ad ottenere la pace sugli spalti concedendo migliaia di biglietti da vendere in pacchetti tutto compreso da 320 euro ciascuno. 
Se il Milan non è l'unica squadra ad avere rapporti consolidati con le tifoserie organizzate, i tentativi di pescar voti in curva li hanno fatti anche altri. Il caso più noto è forse quello di Giulio Gargano, consigliere regionale di An a Roma e primo degli eletti della sua lista con 32.000 voti, finito in carcere durante lo scandalo sulla gestione delle Asl della regione: ad eleggerlo furono, per una volta d'accordo, un bel pezzo delle tifoserie di Roma e Lazio. di Sara Menafra06 febbraio 2007

Il derby del bambino morto
Non fu un complotto ultrà. Chiuse le indagini sul derby sospeso, cadono le accuse più gravi

Il derby romano sospeso per volontà degli ultras nel 2004 non fu un complotto ordito dalle curve. Lo ha stabilito l'inchiesta giudiziaria che quasi tre anni dopo la folle notte dell'Olimpico, si è conclusa con il deposito degli atti per sette indagati. Non ci fu accordo tra gli ultras di Roma e Lazio che convinsero i giocatori a chiedere di fermare la partita agitando la falsa notizia della morte di un ragazzino durante gli scontri tra teppisti e polizia fuori dallo stadio. Tre dei sette indagati, quelli che trattarono direttamente con Francesco Totti entrando in campo, potranno presto tornare a seguire la squadra del cuore perchè la diffida emessa nei loro confronti scadrà il prossimo 21 marzo. Per loro e per gli altri quattro (tutti romanisti) si profila una richiesta di rinvio a giudizio, ma le principali ipotesi di reato (violenza privata ed istigazione a disobbedire alle leggi dello Stato, complotto) sono cadute. Resta in piedi solo quella di violazione delle norme di sicurezza negli stadi, per aver scavalcato il recinto di gioco e fatto invasione. Per Roberto Maria Morelli c'è anche quella di procurato allarme, essendo lui il cantore della favola del bambino morto. Lo hanno stabilito i pm Elisabetta Ceniccola e Vittoria Bonfanti chiudendo le indagini che riguardano pure Stefano Carriero, Stefano Sordini, Andrea Frasca, Daniele De Santis, Antonio Schiavo e Gianluca Lucani. In caso di condanna, i sette indagati potranno comunque estinguere i reati pagando un'ammenda.
Il derby del 21 marzo 2004 fu sospeso dall' arbitro Rosetti dopo una consultazione via telefonino con l'allora presidente della Lega Calcio, Adriano Galliani. Una decisione contestata, quella sera stessa, dal Questore Cavaliere e dal Prefetto Achille Serra, che scesero insieme sul prato verde per spiegare ai giocatori che si trattava di notizie infondate e che si poteva continuare a giocare. Il calcio diede retta ai capi-curva e in un clima di fortissima tensione la partita fu definitivamente sospesa, facendo sfollare il pubblico dalle uscite di emergenza mentre forze dell'ordine e ultras incappucciati continuavano a darsi battaglia nelle vicinanze dello stadio. Nel giorno dei funerali dell'ispettore Raciti, la decisione dei pm romani ha provocato reazioni e critiche molto dure. «Non commento le decisioni della magistratura - ha fatto sapere il Prefetto Serra - certo resta un po' di preoccupazione non tanto per i tre tifosi ma per il messaggio trasmesso a quei delinquenti soci dei tre che rischia di essere devastante». Furioso il coordinatore romano dei Dl, Roberto Giachetti: «Questa è la dimostrazione plastica di come funziona il sistema di norme e di sanzioni riguardanti il tifo esasperato: misure inadeguate che sono assolutamente da rivedere, se non si vuole davvero la fine del calcio in Italia. Non entro nel merito delle indagini giudiziarie perché sono un garantista. Ma che dopo tre anni, tutto quello che è stato messo in piedi in quella pericolosissima domenica finisca più o meno come se uno parcheggiasse fuori dalle strisce, la dice lunga su quanta strada occorrerà fare per cambiare veramente le cose nel mondo negli stadi». di Matteo Patrono06 febbraio 2007

Il calcio romantico di Erasmo Iacovone
Ventinove anni fa moriva l'attaccante molisano, icona del pallone rossoblu

Apri foto in altra finestra

Quel calcio aveva gli stadi in tubi innocenti. Che non diventavano spranghe. I tornelli non c'erano nemmeno ai grandi magazzini, telecamere ce n'erano poche e non erano per sorvegliare i violenti. Era il calcio di Erasmo Iacovone. Il calcio che ci manca, come manca Erasmo. Abbraccio totale: tra chi lo ha visto, chi lo ha conosciuto e chi ne ha sentito parlare. Chi si confronta con il mito. Quello vero: senza fascetta in testa, senza veline intorno e fuoristrada da guidare. Solo calcio, gol. E il ricordo eterno.
Iaco moriva ventinove anni fa. Schiacciato da un delinquente, travolto da una macchina a fari spenti, ucciso da una corsa folle. Uno schianto lo portò via. Trascinando con sé il giocatore garbato e l'ideale di calcio sano. Quello di allora: quando in campo si sentiva l'odore forte dell'olio canforato e non l'insopportabile puzza di lacrimogeni. Quando si poteva persino pareggiare in casa. Accadde, quella domenica: la sfida tra Iacovone e Ginulfi i giovani di allora la raccontano come un duello onesto. Nessun gol del Taranto, un solo punto con la Cremonese. La posta divisa, prima che tutto cominciasse a cambiare, anche il concetto di zero a zero. E il mesto dopo-partita, fatto solo di intima tristezza per la gioia negata. Prima che venisse negata la vita.
Il ritorno a casa da una cena, un uomo che sfuggendo all'inseguimento si portò via Erasmo e i sogni di una città. E ci troviamo, ancora, ricoperti di malinconia. I tarantini si svegliano così ogni mattina del 6 febbraio. Regolarmente, da ventinove anni. Perché c'è sempre chi ricorda: "Iacovone". Una sola parola, una frase ridottissima, un cognome. Con l'aria di chi ancora non vuol crederci, con la stessa espressione di chi affollò l'ospedale in quel triste giorno del 1978, sperando che non fosse vero. Era vero. E, purtroppo, è vero tutto. La morte di un campione e la scomparsa degli eroi: nessun altro Iacovone si è più visto. Solo una statua a ricordare l'uomo che guidava i sogni. In più, la deriva dello sport amato: quel pallone che Erasmo recuperava all'altezza delle aquile adesso è sequestrato. Dai violenti e da chi ai violenti non riesce a rimediare. Il pallone volava, allora. Adesso non rimbalza più. 
Ventinove anni: Taranto ricorda, ma poco di allora è rimasto. Non ci sono più giocatori «considerati figli» (Fico, ai funerali di Erasmo), ma inutili star, merce da discoteca. E non c'è più spazio per la discrezione in un mondo sovradimensionato. Si strepita, si urla, si discute per ore di particolari futili. Ci si azzuffa. E si può persino morire. Un taciturno come Erasmo avrebbe fatto altro, probabilmente. Non si sarebbe riconosciuto in questo momento, vedendo morire il lato umano del calcio: l'affetto, la passione sana, la partecipazione popolare. 
Prima che morisse il calcio è morto lui. E Taranto piange ancora. Ricordandolo, ad ogni sospiro. Sperando di rivederlo, nascosto da un altro nome. Seguendo il salto di un centravanti, studiandone personalità e caratteristiche. Esaminando particolari con attenzione. Per poter dire, un giorno, che Erasmo è tornato. Ma non torna, purtroppo: il destino lo ha portato via ventinove anni fa. E si è trascinato anche il calcio romantico di una volta.
di Fulvio Paglialunga06 febbraio 2007

In chiesa il dolore, fuori sant'Agata
«Mio marito resterà un educatore anche nella morte». Così la vedova di Filippo Raciti al funerale del marito

Le lacrime di Fabiana sull'altare mentre parla per l'ultima volta al suo «papino» guardando la bara avvolta nel tricolore, il fratello Alessio col cappellino e il soprabito da poliziotto protetto dai colleghi del papà che non c'è più, la vedova a lutto che ricorda il marito «educatore in vita e ora anche nella morte». E poi la rabbia degli uomini in divisa col fazzoletto in pugno, le accuse alla Chiesa per non avere avuto la forza di fermare la festa di Sant'Agata, la solita passerella dei politici che occupano le prime fila nelle panche del Duomo. 
C'è stato tutto questo nel giorno dei funerali di Filippo Raciti, l'ispettore morto durante gli scontri tra polizia e tifosi per il derby tra Catania e Palermo. In una Catania a metà tra sgomento e allegria per la "santa", dentro e fuori la Cattedrale è andato di scena il meglio e il peggio del Belpaese.
E così la cerimonia funebre, che doveva rappresentare il momento di sintesi tra dolore e responsabilità, si è trasformata in un corollario, mentre i riflettori si sono subito spostati sulle polemiche nel mondo del calcio - da dove ricominciare o se emulare modelli ritenuti vincenti come l'Inghilterra. Potenza del pallone. Dissensi e contrasti tra politica e sport, tra sacro e profano. Ai familiari e ai colleghi di Filippo Raciti è toccato il ricordo.
«Vorrei che mio marito - ha detto Marisa Grasso, moglie dell'ispettore di polizia in un Duomo gremito col picchetto d'onore - oltre che essere un educatore nella vita, sia anche un educatore nella morte». Parole di speranza racchiuse anche nei messaggi inviati, e letti in chiesa, dal presidente della repubblica Giorgio Napolitano e da papa Ratzinger, ma che non fanno il paio con le scritte apparse ieri a Palermo, Roma, Bologna e Asti: «sbirri infami», «uno in meno», e «10, 100, 1000 Raciti». Parole che stridono di fronte al caos creato dal presidente della Lega calcio Antonio Matarrese che ha parlato di una morte che rientra nel sistema calcio, alle polemiche tra chi vuole una campionato di A a porte chiuse e chi a porte aperte ma senza tifosi ospiti; a chi, come il ministro Giuliano Amato - al funerale insieme a Fini, Casini, Minniti e al capo della polizia De Gennaro - minaccia di far rimanere la polizia a casa e a chi ricorda che nel gioco delle parti non bisogna dimenticare i manganelli "facili" nelle piazze. 
Non c'è da scandalizzarsi allora se nel giorno del lutto Catania ha reagito come una città normale: da un lato la commozione, dall'altro l'euforia per Sant'Agata e la spesa al mercato per festeggiare la patrona. Diverso, secondo alcuni, l'atteggiamento della Chiesa. Si sarebbe piegata a quelli che gestiscono realmente la festa per la santa, portata in processione anche da chi di giorno riscuote il "pizzo" o spaccia droga. Non a caso la vedova del poliziotto morto aveva chiesto la sospensione dei festeggiamenti. Perché tutti a Catania sanno cosa c'è dietro alla festa per la santa.
A molti poliziotti, presenti nel duomo, non è piaciuta neppure l'omelia del vescovo di Palermo, Paolo Romeo. «Ci rammarica molto - accusa Federico Schillaci del Silp per la Cgil - che non sia stata pronunciata una parola di forte condanna nei confronti dei delinquenti che hanno ucciso Filippo Raciti e invece più di una parola è stata spesa per ricordare Sant'Agata». Proprio mentre a Catania erano in corso i funerali, Raciti è stato ricordato in cerimonie organizzate dalla polizia in varie città: da Roma a Catanzaro, da Genova a Crotone. 
Le indagini sulla sua morte, invece, proseguono con difficoltà. Gli investigatori non sono ancora riusciti a stringere il cerchio attorno a chi ha colpito a morte il poliziotto, mentre aumenta il numero delle persone arrestate per i tafferugli. Un altro minorenne si è aggiunto ai 29 tifosi arrestati e indagati per danneggiamenti, lesioni, resistenza a pubblico ufficiale, lancio di oggetti. In manette, ieri, è finito anche il custode dello stadio Massimino con l'accusa di resistenza a pubblico ufficiale («guardie da mille euro al mese, hanno fatto bene a buttarvi le bombe: vi devono uccidere tutti»). L'uomo, durante un'operazione di controllo in un locale, avrebbe anche lanciato contro gli investigatori i suoi cani per impedire la perquisizione (sono state trovate mazze da baseball e biglie di ferro). Gli inquirenti sospettano che il locale sia utilizzato da ultras catanesi come deposito di oggetti da introdurre nello stadio. Il gip, intanto, ha convalidato gli arresti di otto dei nove minorenni, tra cui il figlio di un poliziotto, bloccati la sera degli incidenti. Nei loro confronti sono state emesse ordinanze di custodia cautelare e quindi successivamente sono stati trasferiti nelle carceri di Bicocca e Acireale. di Alfredo Pecoraro06 febbraio 2007

«Non uccidete il nostro amore per il calcio»
Le misure anti-violenza che il governo, sta per varare fanno discutere i supporters rossoblù. La domanda: perché la società non riesce ad isolare i teppisti? La paura: trasferte negate? Sarebbe assurdo

«Così lo Stato rischia di uccidere il nostro amore per il calcio». Il coro della tifoseria rossoblù è quasi unanime, dopo il vertice anti-violenza di Palazzo Chigi. I provvedimenti discussi, che da domani dovrebbero diventare legge, seminano dubbi negli “amanti” del Taranto, alimentando però la riflessione sulla tragedia di Catania. «Se dopo questa morte, lo stadio mi mette paura? No, perché amo il calcio. Lo stadio dovrebbe essere il palcoscenico ideale per questo spettacolo. Eppure negli stadi si muore. Perché? È questa la riflessione che dovrebbe pungolarci dopo la tragedia di Catania. Per quale motivo, ancora una volta, le forze dell’ordine non sono riuscite ad arginare gli imbecilli che frequentano il mondo del pallone?». Mario Emma è un trentenne libero professionista, adora il Taranto. Lo segue frequentemente, allo Iacovone e fuori casa. «Ho rischiato di ferirmi con un paio di razzi lanciati dalla Polizia nella bolgia di Melfi, ma allo stadio ho anche gioito liberamente, godendo di uno spettacolo sopraffino. Ma la morte dell’agente di Catania - commenta Emma - mi ha turbato. Mi chiedo perché la società, gli addetti alla sicurezza, gli stessi magistrati non riescano a cicatrizzare questa piaga. Perché ai violenti è permesso di frequentare gli stadi? Mischiarsi nelle folle, fomentando i disordini. Ma non solo. Mi chiedo perché le Questure non riescono sempre a garantire l’ordine pubblico. Apprendo ora che il Governo vieterà la vendita dei biglietti alla tifoseria ospite, negando la trasferta. Così si soffoca una passione. Piuttosto, perché sinora si è permesso ai tifosi di partire dalla propria città senza il biglietto della partita? Ma siamo sicuri - si chiede Emma - che sinora i vari governi e le forze dell’ordine hanno fatto il possibile per arginare o prevenire la violenza negli stadi?». Il tifoso scaglia domande come pietre. La morte di un agente di Polizia, impegnato nel suo lavoro allo stadio, ha scosso le coscienze. «C’è il rischio di uno Iacovone a porte chiuse? Sarebbe l’impoverimento di noi tifosi - sostiene Antonio Serio, presidente di Tifo è Amicizia -. Stesso discorso qualora si dovessero negare le trasferte. Il calcio non è solo l’evento circoscritto, è anche conoscenza ed approfondimento culturale. Il calcio è socialità. Così lo Stato potrebbe soffocarlo». Ma resta la violenza, che va arginata. «Occorre applicare la legge sino in fondo. Dunque - commenta Serio - sono d’accordo sulla cosiddetta flagranza differita, che permetterebbe agli inquirenti di individuare i violenti. È questa, la gente che va allontanata dagli impianti». L’ennesima tragedia del calcio alimenta la discussione dei tifosi. I guestbook dei siti internet della tifoseria rossoblù, da venerdì sera generano pensieri: «Sì alle porte chiuse. Ma non a chiunque, solo ai teppisti». «Per me la curva dello Iacovone sarebbe bella, anche con una legge più dura, perché non possono negarci di adorare e mostrare i colori della nostra maglia». «Questo è il fallimento delle leggi speciali, il giocattolo si è rotto». «Lo Stato deve tutelare i tifosi veri, eliminando la violenza alla radice». «I nostri stadi come quelli inglesi senza barriere tra pubblico e giocatori? Idea balzana, perché apparteniamo a culture diverse». Ma il calcio è unico: a Taranto come a Catania e a Londra. «Il calcio dovrebbe unire. Non dividere. Non provocare sangue. Allora, non rendiamo vana la morte del poliziotto siciliano. È il momento che lo Stato prenda decisioni giuste. Che servano a guarire una società malata. Che ha generato anche questo calcio». I pensieri si rincorrono. In attesa di una nuova partita. Chissà se distillerà solo belle emozioni. di Alessandro Salvatore06 febbraio 2007

Ora lo Iacovone è a rischio
Le decisioni del Governo per “ripulire” il calcio mettono al bando gli stadi non a norma: il Taranto potrebbe giocare a porte chiuse. Blasi: «Se è così, non giochiamo»

Il Governo dice: «Niente pubblico negli stadi non a norma». A Taranto salta il banco, spunta il rischio. Perché lo “Iacovone”, adesso, potrebbe seriamente chiudere. Storia vecchia: lo stadio tarantino è insicuro, non c'è traccia di lavori, di adeguamento al Decreto Pisanu. Finora si è retto sull'espediente, aggirando le nuove misure organizzative previste per gli impianti con capienza superiore ai diecimila spettatori. In un modo addirittura semplice: capienza ridotta da 27.500 a 9.990. Bisogno multiplo: di una società che vuole giocare, delle autorità che devono comunque garantire l'ordine pubblico e del Comune, ente proprietario dello stadio, che non ha i soldi (pare servano due milioni di euro) per effettuare i lavori richiesti. Così si è andati avanti, così forse non si potrà fare più: il giro di vite ordinato dal Governo, la fermezza già annunciata da Amato mettono tutto in discussione. Tutti gli impianti verranno sottoposti alle valutazioni del Commissario della Figc Pancalli e allo screening dell'Osservatorio Nazionale per le Manifestazioni Sportive. E l'aria che tira a quei piani non sembra buona per il Taranto.
Le porte chiuse sono una possibilità concreta, che si cercherà di scongiurare fino all'ultimo. Ma che, nel frattempo, è già contestata apertamente da Gigi Blasi: «A queste condizioni nessuno potrà giocare. Tutto il calcio, o quasi, sarà a porte chiuse. Ancora una volta hanno colpito l'anello debole: le società, gli abbonati, la tifoseria sana. Perché se a Taranto vengono diecimila persone, il due per cento sono violenti. E l'altro novantotto sta pagando». Il presidente rossoblu scatena la sua ira: «Non si cambiano le regole a bocce in movimento. Quando noi abbiamo chiesto lo stadio, anche in comodato d'uso, per fare i lavori siamo stati presi in giro. Adesso nessuno può farli e noi dobbiamo essere costretti a giocare a porte chiuse? Non faccio scendere la squadra in campo. L'incasso, per una società di C, è fondamentale». Il proprietario del Taranto, nonostante l'annuncio di dimissioni, è agguerrito: «Scriverò a Macalli, parlerò con le altre società. Annuncerò la mia decisione di non far giocare la squadra, chiederò di seguire questa strada: che calcio è senza tifosi? Faccio l'esempio di Taranto: così pensate che arrivi il messaggio anti-violenza che io ho mandato?».
Visto che c'è, Blasi attacca tutte le idee del Governo: «Vietano la vendita dei biglietti ai tifosi che vogliono andare in trasferta: ma sanno che i violenti il biglietto nemmeno lo comprano? Serve più potere alla Polizia, ai questori. Invece i delinquenti avranno ancora libertà di agire all'interno dello stadio». In stadi chiusi no. Soprattutto se gli impianti diventassero sicuri: «Lo Iacovone non è insicuro: basta mettere i frangiflutti all'ingresso, tornelli manuali senza arrivare a quelli con il lettore ottico. Modi per disciplinare gli ingressi, semplicemente. Chi dovrebbe provvedere a questo? Il Comune, che è il proprietario e che ha bocciato la mia proposta. Se poi le leggi sono queste diventa insicuro ogni stadio». 
Per evitare nuovi tentativi di aggirare il Decreto Pisanu il Governo ha deciso di abbassare la soglia a cinquemila o al massimo settemila spettatori: «Abbasseremo ulteriormente la capienza, se necessario. Ma la violenza non terminerà. Perché se ci fanno giocare con il pubblico io faccio scendere la squadra in campo. Ma i violenti potranno ancora portare bombe carta dentro lo stadio e i poliziotti non potranno prenderli e sbatterli in galera per cinque anni. E' così che si combatte la violenza?». di Fulvio Paglialunga06 febbraio 2007

Iacovone, rischio porte chiuse
Blasi non ci sta: «Meglio mollare tutto e andare via»

Luigi Blasi, presidente dimisisonario del Taranto, non ci sta. I provvedimenti del vertice anti-violenza tenutosi ieri sera a Palazzo Chigi non lo soddisfano. E spiega il perché. «E' semplice. Colpiscono l’anello debole del sistema, ossia società e tifoseria sana. Chiudere gli stadi, infatti, significa precludere alla maggioranza dei frequentatori degli stadi di poter assistere allo spettacolo calcistico e tifare per la propria squadra del cuore. Il problema è un altro. Bisogna impedire ai violenti, che sono una risicatissima minoranza, di provocare incidenti e danni economici alla società. Ricordo che il Taranto è stato finora multato di ben 170mila euro. E siamo ancora alla terza giornata di ritorno. Ribadisco ciò che penso da tempo: chi delinque fuori e dentro lo stadio dovrebbe essere arrestato, condotto in galera e condannato con una sentenza esemplare senza sconti o benefici di sorta. E per raggiungere questo obiettivo, serve dare più poteri alla Polizia. La stessa flagranza di 48 ore è insufficiente. Bisogna allargarla ad almeno due settimane per consentire alle forze dell’ordine di visionare le immagini con maggiore attenzione e compiere i dovuti accertamenti». Lo stadio Iacovone, alla luce dei provvedimenti che stanno per essere varati, rischia seriamente le "porte chiuse". Blasi: «Vogliono i tornelli. Bene. A chi spetta installarli? Uno solo tornello costa 15mila euro. Ne servono 25 per consentire il regolare afflusso dei diecimila spettatori. Dunque, occorrono ben 375 mila euro solo per queste infrastrutture. A questa cifra bisogna aggiungere la spesa per la videosorveglianza e per tutto ciò che è necessario per mettere lo Iacovone a norma. La somma, dunque, lievita di parecchio. In tempi non sospetti chiesi al Comune di affidarmi lo stadio in comodato d’uso. La proposta venne clamorosamente bocciata. Perché dovrei sobbarcarmi di oneri pesantissimi senza avere un ritorno economico?». Blasi guarda con estremo scetticismo anche gli altri divieti e le altre prescrizioni. «Le “diffide” preventive, ancorchè allargate ai minori, sono, secondo me, difficili da applicare perché mancheranno i presupposti.
Se un violento si è già reso protagonista di qualche episodio poco tollerabile, va punito immediatamente. Ma anche il divieto di vendere i biglietti a chi abitualmente si reca in trasferta non serve. Come si farà ad impedire ai facinorosi di partire la domenica mattina? Sulla efficacia della prescrizione per i diffidati di essere adibiti a servizi sociali, ho le mie più grandi riserve: come saranno controllati? E da chi?».
La conclusione del presidente Blasi è preoccupante. Eccola: «Poiché sono convinto che si sta facendo di tutto per rovinare il calcio, tenterò di convincere gli altri presidenti di C a non far scendere in campo le proprie squadre per protesta. Se non dovessi riuscirci? Confermo quanto ho già detto: mollo tutto e vado via». di Giuseppe Dimito06 febbraio 2007

Taranto rivuole il calcio
La domenica senza partite genera riflessioni sull'escalation di violenza nel pallone e sul difficile momento anche per la società rossoblu. Ex dirigenti, tifosi e sportivi uniti per ricominciare da zero

Alle 14.30 nessun coro, nessun pallone libero di rimbalzare. Calcio fermo, Iacovone vuoto. Doveva esserci Taranto-Juve Stabia. Doveva. Invece è un giorno in cui chi può riflette, mentre qualcuno dovrebbe affannarsi a decidere sul serio. 
Taranto ha due opportunità di riflessione, due occasioni per migliorarsi. Pensando agli incidenti di Cava e alle conseguenti decisioni di Blasi (dimissioni comprese). E pensando al poliziotto morto a Catania, durante il derby con il Palermo. E ha l'opportunità di parlarne dopo la manifestazione di sabato, utile per il messaggio e per i cenni di risveglio della città che vuole tifare. Che ha smesso di stare zitta. Non si può, di fronte a tanta violenza.
Parla chi nel calcio rossoblu c'è stato. Chi l'ha attraversato, mescolando gioie occasionali a tanta sofferenza. Tenendo comunque in piedi il blasone. 
Donato Carelli non ha perso l'amore per un sport che lo ha visto protagonista. Presidente del Taranto dei record, fino al fallimento dell'estate nel '93: «Finché si fanno le leggi e non vengono applicate i violenti avranno sempre spazio. E se non si introducono sistemi di repressione e prevenzione analoghi a quello inglese tra dieci giorni sarà tutto come prima. Assurdo: quante persone patiscono per quattro delinquenti? Certa gente va tenuta fuori dagli stadi. In galera, se possibile». Il suo calcio ebbe a che fare con la violenza, pure: «Ma io denunciai tutto e il problema fu risolto: stettero due anni lontani dagli stadi. Quando tornarono erano più calmi. Ho subito di tutto: volevano soldi per le trasferte e, se non li avevano, lanciavano pietre e bombe in campo. Denunciai, finì tutto. Ma serve coraggio: Blasi ne sta avendo, reagendo ai violenti. La storia della maglia, ad esempio, è un'assurdità. Tutto è assurdo. Giusto lo sfogo del presidente, anche se non credo possa lasciare il suo patrimonio così. Tornerà, quando tutto sarà calmo».
Gino Bitetti è stato in prima linea, anche quando l'aria era cattiva. E ora, da semplice tifoso del calcio, vede un sport costretto a fermarsi: «E' quello che hanno voluto, rimpallandosi ogni volta le responsabilità. Non è colpa delle società, però. Piuttosto mi meraviglio che Amato si lamenti: mandano i poliziotti allo sbaraglio, lasciano i colpevoli fuori, non applicano le leggi, fanno giocare in stadi inadeguati. Di chi è la colpa se non la loro?». Il pericolo è la violenza. E gli intrecci con il calcio: «Le società subiscono il ricatto dei delinquenti e questi continuano a girare intorno agli stadi. Io mi ribellavo a questo, poi arrivò una componente estranea che cambiò i programmi: avevo in mente mini-abbonamenti per famiglie. E volevo eliminare le curve: chi andava allo stadio avrebbe dovuto condividere lo spazio con gli altri, senza impadronirsi di un settore in cui, poi, tutto è permesso». Sulla dura reazione di Blasi agli incidenti: «Ho l'impressione che non abbia capito cosa sta accadendo: i violenti sono sempre gli stessi e finché ci saranno non si potrà avere vita facile. Il brutto è che nessuno si adopera per fermarli: Blasi da solo non può, gioca con una cosa più grande di lui. Fa bene a lasciare questo calcio se non gli piace. Perché non meravigliamoci: il calcio è questo».
E' stato l'ultimo presidente dell'era Pieroni. Enzo Stanzione ha vissuto il periodo del lento disimpegno del patron marchigiano, prima dell'ineludibile discesa verso il fallimento. «L'episodio di Catania, per la sua gravità, si commenta da sè. L'idea di fermare i campionati mi trova d'accordo. In questo momento servono decisioni drastiche permettendo alle famiglie di tornare allo stadio. Auspico che le pene siano severe. Le leggi ci sono, devono essere applicate. Certo, se la pena viene cancellata da provvedimenti come quello dell'indulto, allora è difficile risolvere qualcosa».
Stazione, indirettamente, ha lasciato il testimone a Blasi. La vicenda dell'attuale presidente dimissionario rossoblu viene seguita con interesse da chi, per qualche mese all'inizio di questa stagione, ha ricoperto la carica di direttore generale della Sanremese. «Io posso comprendere la delusione e i comportamenti di Blasi. Mi sarebbe piaciuto che qualcuno avesse manifestato la solidarietà nei miei confronti quando, insieme a mia moglie, ero costretto a tornare a casa con la scorta. Vorrei anche ricordare che io non ero il proprietario del Taranto. Se lo fossi stato avrei mollato tutto molto prima e mi sarei dimesso con anticipo».
Non è passato molto tempo da quando ha lasciato le vicende del Taranto. Il tema della violenza, però, resta sempre d'attualità. «Da questo punto di vista anche la mia gestione ha dovuto fare i conti con episodi di violenza. Ricordo Taranto-Cavese, ad esempio. Purtroppo c'è una linea di continuità, nonostante nuovi leggi. I rapporti con i tifosi? Non ho avuto particolari legami e credo abbia fatto bene. Ho sempre trattato tutte le frange del tifo alla stessa maniera, senza fare distinzioni. Non mi sembrava giusto dare un aiuto ad un gruppo e penalizzare gli altri».
Le parole William Uzzi sono molto chiare e controcorrente. «Io credo che non cambierà mai nulla. Il discorso è sociale e non bastano delle leggi per risolvere il problema. E' utopistico. Il calcio si sta espandendo soprattutto in quelle città dove c'è maggiore emarginazione e povertà. La questione ha radici profonde e affondano nel contesto sociale. Si parla tanto di Decreto Pisanu? Come si fa a riprendere a giocare sapendo che al massimo, in Italia, ci sono solo quattro stadi a norma. Bisognerebbe cancellare il calcio per un anno e lasciare spazio solo al settore giovanile».
Ha legato parecchi anni del suo passato ai colori rossoblu. Uzzi sa bene di quello che sta parlando. 
«Chi ha avuto un ruolo nel calcio sa bene che si bisogna misurarsi con certa tifoseria. La passione sportiva di queste persone ha due aspetti: quello positivo è che in trasferta ti seguono in sei-settecento; quello negativo è che si può incorrere in questi incidenti. Ma le leggi non correggono nulla. Blasi? Non voglio parlare di lui. Credo, comunque, che siano dimissioni pro-forma». di Luigi Carrieri e Fulvio Paglialunga05 febbraio 2007

Io, poliziotto e bersaglio degli ultrà

Antonio non si chiama così. Ma c'è, può raccontare. E sa che pure questa è una conquista. Antonio è un nome di fantasia in una storia tragicamente vera. 
Poliziotto appena uscito dalle fiamme dell'inferno: era a Catania per il derby insanguinato. Ordine pubblico nel giorno del disordine organizzato. Degli incidenti, delle botte, delle bombe carta. Del morto. Reparto mobile di Reggio Calabria, rinforzo in un venerdì di guerriglia. In una partita di calcio con millecinquecento poliziotti schierati, vergognoso pretesto per un'imboscata, per l'assalto alle forze dell'ordine. 
Un mestiere come passione. Un compito: garantire la sicurezza. Spesso negli stadi o intorno. Quasi sempre con il fiato sospeso, con i tifosi armati da fronteggiare. Bersagli di cieca violenza, obiettivi di piani organizzati in modo criminale. 
Domeniche che si ripetono: una dopo l'altra, in una cupa fila dell'orrore. E un sospiro alla fine, tante volte: per fortuna - si dice - non c'è scappato il morto. Adesso, però, il morto c'è: «Filippo Raciti l'ho visto a mensa: tutti gli uomini del servizio eravamo insieme a pranzo. Incredibile, davvero». Antonio deve compiere trent'anni. Ma nel reparto mobile ha già visto di tutto: «Ogni domenica. Sempre. Quello che avete visto a Catania è storia di ogni partita. Siamo ormai abituati ai cori contro, agli oggetti lanciati. Ma tutto sembra peggiorare: prima c'erano incidenti nelle partite più difficili, nei derby. Adesso accade ogni volta. E' una guerra dichiarata da anni: lo sappiamo. E ogni volta che andiamo verso uno stadio siamo coscienti di quello che ci aspetta». Guerra non è un termine roboante. E' l'impietosa polaroid di una vita sul filo dell'agguato. I violenti, ormai, utilizzano il calcio per condurre la loro battaglia settimanale: il nemico è il poliziotto. «Prima le tensioni erano tra le tifoserie e noi dovevamo preoccuparci di evitare il contatto. Dovevamo frapporci, formare cordoni, tenere i tifosi lontani. Ora dobbiamo pensare alla nostra incolumità, dobbiamo garantire l'ordine e preoccuparci di tornare vivi a casa. Venerdì il problema non era tenere i palermitani lontani dai catanesi, ma evitare che entrambe le fazioni ci aggredissero». 
Tarantino con destinazione Reggio Calabria: Antonio sa cosa vuol dire vivere lontano da casa propria. Ma spera sempre di poterci fare ritorno: «Allo stadio sembra tutto inutile. Perché ci sono obiettivi diversi, che non hanno legami con la partita, perché può sempre accadere di tutto. E' inutile anche il filtraggio: i tifosi, spesso, entrano bombe e molto altro nello stadio due giorni prima della partita. Le società, tacitamente o apertamente conniventi, lo consentono. Poi, però, non dovrebbero stupirsi». Il servizio diviso in un venerdì di calcio brutalizzato: «Inizialmente dovevamo controllare i varchi principali: eravamo schierati lì per le prime verifiche. Dovevamo, cioè, vedere se chi si avvicinava allo stadio avesse armi o striscioni inneggianti al razzismo. Finito questo ci siamo schierati sotto la Curva Nord, ad attendere i tifosi del Palermo che, nel frattempo, avevano trovato difficoltà nel seguire il percorso alternativo e ritardavano l'arrivo». 
Al Cibali il settore ospiti è adiacente a una delle due curve. Aspettare i tifosi del Palermo vuol dire sostare sotto un settore con ultras catanesi: «Ci è arrivato di tutto dall'interno dello stadio: ci hanno buttato piastrelle dei bagni, pezzi di sanitari, seggiolini, bombe carta, persino bottigliette con dentro acido muriatico. Noi potevamo solo ripararci con gli scudi, al massimo indietreggiare. Ma non sempre può andare bene: un collega che avevo a fianco è stato ferito perché gli è scoppiata una bomba carta sotto i piedi ed è entrata una scheggia nel polpaccio. Gli hanno applicato dei punti di sutura». 
C'è tensione anche nel racconto: come se da venerdì non si fosse interrotto nulla. Non sono giorni normali: Antonio continua a leggere giornali, a guardare immagini in tv. «E' possibile? Ditemi: è possibile?». Lui se lo chiede, Filippo Raciti non può farlo. E' morto, macchiando per sempre il calcio con il suo sangue. E' morto sotto la Curva Nord. Antonio, nel frattempo, era entrato nello stadio: «Erano arrivati i palermitani, li abbiamo scortati dentro il settore. E non abbiamo avuto problemi con loro: stavamo attenti che nessuno tentasse di scavalcare, visto che tifosi ospiti e locali erano divisi solo da una rete. Ma nessun incidente». Il rischio era fuori, nella zona appena lasciata. Lì Antonio aveva atteso poco prima, cento metri più in là Raciti è stato colpito a morte: «Via radio abbiamo appreso che c'era un morto: non sapevamo se era un tifoso o qualcuno delle forze dell'ordine, se era poliziotto, carabiniere o finanziere. Solo dopo, con qualche telefonata a casa, siamo riusciti a sapere che era stato ucciso un poliziotto. Nonostante tutto continuavamo a sperare: in un errore, in un eccesso di catastrofismo. Dentro di noi non volevamo crederci ancora, volevamo sentirci dire che non era vero. Noi non siamo Rambo: siamo lavoratori. Alcuni accettano di prestare servizio allo stadio per pagare un mutuo, per mantenere una famiglia. Come Raciti, che aveva due figli». Rischiare la vita per qualche spicciolo in più: «Ventuno euro netti: questo è quanto mi spetta come indennità di servizio pubblico fuori sede. Raciti, che era nel reparto di Catania, avrebbe guadagnato diciotto euro lordi. Più cinque euro per ogni ora di straordinario». Un'ora a rischiare la vita, per cinque euro. Un'altra ora, per altri cinque euro. Sarebbero cose dell'altro mondo se non fossero, purtroppo, di questo: «Soldi maledetti: il servizio inizia alle otto del mattino e, nel caso di venerdì, finisce alle due di notte. Quasi digiuni, con il peso delle armi addosso. In piedi per ore: fatichiamo a mantenerci in piedi e dobbiamo anche pensare a difenderci. In un derby a Roma rimasi ferito da un sampietrino: cinque punti di sutura sul mento, un segno che mi rimarrà per sempre. Non mi fu riconosciuto alcun risarcimento». 
E adesso? «Continuo a sentirmi il mondo addosso, come mi fosse crollato adesso. E' una sensazione che non mi ha lasciato un istante, una volta appreso che un collega era morto. Lasciare il Reparto Mobile? Non è semplice, ma soprattutto non è quello che voglio. Questo è il mio lavoro: garantire l'ordine pubblico. Il problema è che ormai siamo in guerra»
Conflitto totale, senza divisione di colori, di fede calcistica. Raciti muore a Catania, mentre a Livorno e Piacenza mani dementi lasciano sui muri scritte contro la memoria del poliziotto: «E' la conferma che il calcio è un pretesto: siamo noi l'obiettivo. E allo stadio possiamo essere attaccati, perché è una zona in cui tutto sembra permesso, in cui c'è la certezza dell'impunità. La rabbia è questa: ci sono le leggi, ma non vengono applicate. Sapete quanti tifosi diffidati troviamo negli stadi ogni domenica? In curva come gli altri, ad aggredirci, invece che in Questura. Sapete quanti stadi non hanno una videosorveglianza adeguata? Chiaro che in questo terreno fertile la vita del teppista è più facile: si copre il volto con un passamontagna o una sciarpa e sa che potrà fare tutto senza essere punito. Perché non c'è la volontà politica di farlo, nemmeno. Il Decreto Pisanu, ad esempio, era una buona legge: è stato annacquato». 
Ora il calcio è fermo. E studia soluzioni per restituire lo sport alla gente, per restituire il tifo agli uomini di passione. Senza depravazioni: «Lo so, è brutto dirlo: ma ho passato giornate peggiori di quella di Catania davanti a uno stadio. In un derby Lazio-Roma accaddero cose molto più pesanti, ci furono scontri di violenza inaudita. Ma nessuno si preoccupò, nessuno alzò la voce. C'è stato bisogno della tragica fatalità, del morto. Non prendiamoci in giro: se non avessimo perso un collega anche lo sdegno per questi incidenti sarebbe durato un attimo. E non è giusto. Perché il degrado continua, perché le bombe carta sono già un'arma vecchia, visto che ora i tifosi ci mettono dentro persino i chiodi, rendendole pericolosissime. Possono ucciderci ogni domenica. Spero che venga trovata una soluzione. E non riparta tutto come prima, con domeniche sempre uguali. In attesa del prossimo morto». di Fulvio Paglialunga05 febbraio 2007

Attenti allo Iacovone
Il giro di vite sugli stadi potrebbe investire l'impianto tarantino, anche se nella prossima stagione. Finora il Decreto Pisanu è stato aggirato, ma adesso c'è il rischio-porte chiuse

Meglio stare attenti. Perché il giro di vite sugli stadi potrebbe investire lo “Iacovone”. Senza spazzarlo via, probabilmente. Ma mettendolo sotto osservazione, come molti altri stadi d'Italia. Forse più di altri. Perché l'impianto della Salinella è ormai catalogato tra quelli inadeguati pressoché a tutto. Appunti del Ministero degli Interni, dell'Osservatorio Nazionale sulle Manifestazioni Sportive: poco è stato fatto e quasi niente, in prospettiva, si farà.
Storia vecchia: lo “Iacovone” ha una capienza di 27.500 spettatori e, quindi, rientra in quelli da mettere a norma secondo le direttive del Decreto Pisanu. Ma nel vuoto amministrativo tutto si è perso: non sono state divise le competenze, non sono stati assegnati i lavori da fare, sono stati accartocciati progetti. E si è andato avanti con soluzioni tampone. La principale, la madre di tutte le alchimie: capienza ridotta sotto i diecimila posti, per sfuggire dagli adeguamenti normativi.
L'ondata di violenza nel calcio, il poliziotto morto a Catania, le leggi inapplicate hanno fatto scattare la molla. Oggi il Coni presenterà al Governo le sue linee guide, invitando l'Esecutivo a prendere provvedimenti seri e severi. Tra queste c'è la creazione di una struttura federale per il rilascio della licenza per gli impianti, a prescindere dal decreto Pisanu. Non solo: è stato deciso di rifiutare la licenza per il 2007-2008 a impianti non in regola con il decreto Pisanu. In Italia gli stadi che rispettano queste norme sono l'Olimpico di Roma, il Barbera di Palermo e l'Olimpico di Torino. Le squadre che giocano in stadi non in regola, invece, dovranno giocare la prossima stagione in altre località o a porte chiuse. Il Taranto rientra in queste squadre. Perché lo “Iacovone” e il Decreto Pisanu sono due cose troppo distinte: mancano opere le aree di prefiltraggio, i tornelli, la videosorveglianza. E la zona in cui si trova lo stadio non fa nemmeno stare troppo ottimisti. «Ci sono pietre ovunque»: fanno sapere dai piani alti. Soprattutto queste opere (dal computo delle norme sono volutamente esclusi biglietti nominali e steward, inseribili con lo stadio in regola) non sono nemmeno in programmazione. 
Quanto scritto nella premessa al progetto di completamento dello stadio sembra adesso inchiostro buttato via: «Partendo - c'era scritto - dal generale adeguamento alle più recenti normative in materia di impiantistica sportiva e di pubblico spettacolo, in particolar modo il Decreto del Ministero dell'Interno del 6 Giugno 2005 (cosiddetto Decreto Pisanu), riguardante la sicurezza ed ordine pubblico negli impianti sportivi di capienza superiore alle diecimila unità, con l'intervento di messa a norma e completamento funzionale si prevede il raggiungimento di una visione organica della struttura polifunzionale, esaltandone le peculiarità degli spazi e delle attrezzature ivi presenti». Macché: lo stadio è fermo, il Taranto si arrangia. Nessuno decide e, per ora, si tira avanti. Fino a quando?05 febbraio 2007

«No alle porte chiuse»
Il presidente del Taranto critica la proposta all’esame del vertice governativo sull’emergenza calcio. Blasi contro le partite senza pubblico. «Ritiro la squadra»

Luigi Blasi, presidente dimissionario del Taranto, dice "no" alla partite a porte chiuse. «È un provvedimento iniquo. Meglio continuare a non giocare. Meglio continuare a riflettere su quanto è avvenuto a Catania, dove un poliziotto ha perso la vita, e su quanto avviene ogni domenica in tutti gli stadi, salvo rarissime isole felici. Ma le porte chiuse a che cosa servono? Danneggiano le società, autentico anello debole di un sistema-calcio ormai prossimo al collasso. Penalizzano gli sportivi veri, quelli che allo stadio ci vanno esclusivamente per godere dello spettacolo del calcio. E penalizzano quanti hanno pagato in anticipo le partite interne della propria squadra: gli abbonati». Blasi respinge con decisione l’ipotesi delle partite a porte chiuse che invece oggi il Governo, nel summit a Palazzo Chigi, prenderà seriamente in considerazione. Quella delle partite a porte chiuse, infatti, fa parte di un pacchetto di proposte che prevede anche: 1) stop alle trasferte dei tifosi per tutta la stagione; 2) arresto per chi introduce petardi o fumogeni negli stadi e sospensione immediata della partita in casi di lancio di petardi; 3) inasprimenti delle pene per alcuni reati commessi anche nelle vicinanze degli stadi; 5) applicazione immediata del decreto Pisanu; 6) trasferimento ai club della proprietà degli impianti; 7) scioglimento dei gruppi ultrà. «Ma a porte chiuse il Taranto non gioca. Piuttosto, ritiro la squadra dal campionato. Ripeto: meglio fermarsi a tempo indeterminato, sfruttando la pausa per pensare a serie misure repressive. Il calcio è alle prese con un’emergenza senza precedenti. Ha ricevuto un attacco straordinario. La risposta dev’essere adeguata alla straordinarietà del momento». La prospettiva di giocare a porte chiuse rimanda inevitabilmente alla condizioni di degrado in cui versa lo Iacovone, la cui capienza è stata ridotta da 28mila a 9900 spetattori proprio per sfuggire alle prescrizioni del decreto Pisanu (steward, biglietti nominativi, tornelli automatici con lettore magnetico, videosorveglianza, filtraggi). Il 12 febbraio è previsto un vertice in Prefettura. di Lorenzo D'Alò05 febbraio 2007

Adesso si tratta di scegliere

Adesso si tratta di scegliere da che parte stare. Perché un’altra parte esiste. Basta avere il coraggio di cercarla e di riconoscerla. Il coraggio di esserci e di testimoniare la propria diversità. Quel coraggio ieri Taranto l’ha trovato, sfilando in silenzio: il vento in faccia, il cuore gonfio di una nuova speranza. Quanti erano? Pochi? Tanti? C’erano: questo conta. E la loro presenza non è solo la risposta alla violenza che assedia lo sport, che mortifica il nostro tempo e che calpesta il diritto di vivere in pace. È di più. È un segnale forte: di rottura, di discontinuità, di partecipazione. È il tentativo - riuscito - di rubare, per una volta, la scena alla cantilena coatta delle curve, alle coreografie impiccione, alla scompostezza degli spalti. È la ribellione pacifica di una maggioranza incredula e da troppo tempo, ormai, soggiogata da una minoranza bellicosa. È il rifiuto netto e definitivo di una visione aberrante dello sport: quella che scambia il confronto con lo scontro, quella che prevede la volgarità in luogo della lealtà, quella che confonde la competizione con la sopraffazione. È l’occasione - questa adunata spontanea, questo ritrovarsi contagioso - per recuperare, tutti insieme, il sogno fanciullo che è in ognuno di noi e tale resta nel corso degli anni. È forse l’ultima possibilità per sperare di ricondurre la malattia del tifo a una pandemia cronica e in fondo benevola. Non più piaga sociale, mai più questione di ordine pubblico. Ma solo il rinserrarsi ostinato e innocente di una passione unica, ereditata dai nostri padri. Adesso, dunque, si tratta di scegliere. Tra i facinorosi della curva, le teste rasate, gli sguardi allucinati, le frange del disagio, gli estremisti del tifo contro. Tra chi si svuota come un pozzo nero, cavando dall’abisso di se stesso una rabbia, un’infelicità e un livore che poi si trasformano in odio. Tra questa umanità incandescente e senza futuro, che ha paura del niente che è e che rappresenta. Perché essere niente nella nostra società è spesso una colpa grave. Si tratta di scegliere: tra l’industria dell’idiozia e chi ancora riesce a trattenere il fiato in attesa che il pallone concluda la sua corsa, rigiocando all’infinito la partita con la propria infanzia. di Lorenzo D'Alò04 febbraio 2007

No alla violenza
Un migliaio di persone e le maggiori società tarantine alla manifestazione: "Lo sport è gioia, non violentarlo". Si sfila in silenzio per rispetto al poliziotto ucciso a Catania

Quattro ragazzini con la divisa del Taranto, forse quarant’anni in tutto, reggono un piccolo striscione di carta. Scritto a penna, su fogli forati: “Basta con la violenza”. Uno di loro riprende il compagno: «Potevi colorarlo, però: una lettera rossa e una blu, una rossa e una blu». Sono il volto innocente di un giorno in cui il calcio cerca di tirarsi fuori dal fango in cui i violenti l’hanno cacciato. Un giorno tristemente segnato dal lutto di Catania, da un poliziotto che muore di calcio. Da una partita che diventa una guerra. Doveva essere la reazione della città ai fatti di Cava, alle dimissioni di Blasi. Doveva essere la presa di distanze dai violenti, con musica, animazione e pubblici discorsi. Poi c’è stato il derby di sangue, l’ispettore Filippo Raciti morto mentre cercava di garantire l’ordine pubblico. Cioè: mentre faceva il proprio mestiere. Si sfila in silenzio, allora. Gianni Florido, anima della manifestazione, regge con i rappresentanti delle società tarantine maggiormente rappresentative lo striscione che apre il corteo: “Lo sport è gioia. Non violentarlo”. Messaggio chiaro, dietro il quale ci sono un migliaio di partecipanti. C’è tutto il Taranto (o quasi): dirigenti, giocatori, tecnici. E ci sono gli altri sport, stretti in un unico messaggio. Marciano Lillo Basile e Mino D’Antona, presidente e vice del Cras Basket, Tonio Bongiovanni, presidente della Prisma Volley, Vito Mastroleo, amministratore del Dream Team di basket in carrozzina. Marcia la gente che dice basta e quasi nessun club organizzato (si notano esponenti di Tifo è Amicizia e Taranto Supporters). Marcia chi vuole un calcio vero, uno sport depurato dai professionisti della violenza. Blasi è tra i più ricercati: stringe mani, incassa pacche sulle spalle. Il suo gesto ha fatto rumore. Ed è stato un fosco presagio: «Spero sia chiaro, adesso, che servono leggi severe, simili a quelle inglesi. Non lo dico oggi, lo dico da quando ho preso il Taranto: non c’è calcio laddove c’è violenza. E io sono stanco di dover combattere ogni giorno: ho deciso di dimettermi e, adesso, ribadisco di essere deciso a portare avanti tutto fino a fine stagione per poi lasciare. E sono pronto a ritirare la squadra, se dovessero esserci altre domeniche di incidenti». Blasi parla da presidente. E parla per i presidenti di calcio: «Le società sono vittime dei signori della violenza. Non è tifo, non è voler bene al calcio tutto quello che accade. A Taranto e non solo. Io, in questo sport, non ci sto più». Mino D’Antona raccoglie l’occasione. E parla da uomo di sport: «Dovevamo festeggiare lo sport, offrirne un’altra immagine. Ma dopo una notte come quella di Catania la gioia che dovevamo esprimere è diventata tristezza. Adesso è ora di applicare le leggi, di identificare i responsabili. Non si può distruggere l’entusiasmo di chi fa sport, di chi ama il calcio. Ecco perché le società di Taranto si sono unite, insieme alla gente sensibile: vogliamo mandare un messaggio di speranza». Passa un messaggio forte. Di una Taranto che ha voglia di esistere, di distinguersi. Di non finire nell’angolo dei cattivi. Taranto mostra il suo cuore. Mille, ma buoni. Tonio Bongiovanni dice la sua: «Intanto bisogna essere solidali con le forze dell’ordine e meditare tutti. Serve un impegno straordinario, soprattutto della classe politica che ha il compito di trovare una adeguata soluzione legislativa. Dobbiamo andare avanti, pensare che non si può morire così stupidamente. Dobbiamo proporre una speranza. Il calcio deve fare un passo indietro e guardare agli altri sport, dove le famiglie hanno ancora diritto di cittadinanza». Da Piazza Immacolata a Piazza Garibaldi. Le vie del centro non restano indifferenti, la gente segue. Capisce, anche. Perché nel passo pesante del corteo c’è il dolore di un calcio ferito quasi a morte. Che mobilita tutti. Vito Mastroleo porta simbolicamente il gonfalone del basket in carrozzina: «Quando nello sport entra la violenza, lo sport ha il dovere di reagire. Per il calcio è un momento drammatico, ma nessuno deve pensare che sia un problema di altri. Anche una disciplina minore come la nostra può dare il suo contributo, la sua solidarietà. Serve il ritorno a una sana competizione sportiva». Piazza Garibaldi, non si sfila più. Si riflette, adesso. Florido commenta prima di salire sul palco: «Sono contento per la partecipazione, ma anche per il clima che si respira. Purtroppo abbiamo tragicamente anticipato quello che doveva ancora accadere, ma avevamo deciso di mobilitarci contro la violenza e lo abbiamo fatto. Dovevamo essere una serata di gioia, che avrebbe trasformato la sofferenza del Taranto in festa. Non possiamo uccidere lo sport, che nella nostra città è uno dei pochi punti d’eccellenza. E’ il momento di reagire. E capire che nello sport ci sono avversari, non ci sono nemici. Adesso, invece, è chiaro che molti identificano nel poliziotto un nemico. Ma non si può perdere la vita per difendere lo sport». Florido annuncia una collaborazione con Anna Cammalleri, dirigente dell’Ufficio Scolastico Provinciale, e con le società per far accedere gratuitamente negli stadi e nei palazzetti giovani di elementari e medie inferiori accompagnati dai genitori. Per educare allo sport le giovani generazioni. Le società rinunciano al loro discorso. Troppo dolore. Solo un messaggio, letto da Gianni Fabrizio, portavoce di Florido. E un lungo applauso in memoria di Filippo Raciti, morto sul campo. Anzi morto intorno a un campo di calcio. Non si può, davvero. di Fulvio Paglialunga04 febbraio 2007

Muore un agente, il calcio si ferma
Tragedia al Massimino Il derby col Palermo si trasforma in guerriglia, la partita viene sospesa, scontri per ore e centinaia di feriti. L'ispettore Raciti muore colpito da una bomba carta, la Figc blocca i campionati

Nemmeno una settimana dopo la tragedia di Luzzi, nella quale il dirigente di una squadra di terza categoria aveva perso la vita cercando di fare da paciere in una rissa tra giocatori e tifosi, l'Italia riscopre quanto è violento anche il calcio di serie A. Ieri sera il derby siciliano tra Catania e Palermo è stato funestato dalla morte di un agente di polizia, colpito da una bomba carta durante i primi scontri tra ultras e forze dell'ordine che sono poi proseguiti per diverse ore. La partita è stata sospesa per trenta minuti tra tafferugli, petardi e fumogeni che hanno costretto l'arbitro Farina a riportare le squadre negli spogliatoi. Poi la gara è ripresa e gli ospiti hanno vinto per 2-1 tra mille polemiche e un'isteria collettiva che è riesplosa subito dopo per strada, provocando centinaia di feriti. La vittima è l'ispettore capo Filippo Raciti, 38 anni, raggiunto da una bomba carta mentre la polizia cercava di far entrare i tifosi del Palermo, a partita iniziata, senza che venissero a contatto con quelli del Catania. Non si sa da quale parte sia stato scagliato l'ordigno. Poco dopo aver ricevuto la notizia del decesso, il Commissario della Federcalcio Luca Pancalli ha deciso il blocco di tutti i campionati e oggi dunque il pallone osserverà una domenica di silenzio.
Il caos è cominciato fuori dal Massimino, dove gli ultras rosanero sono stati tenuti fino all'inizio del secondo tempo. I primi tafferugli hanno spinto la polizia a caricare e sparare lacrimogeni, i cui effetti si sono rapidamente estesi alle tribune e al terreno di gioco proprio mentre uno sparuto gruppo di palermitani si accomodava sugli spalti e cominciava a lanciare fumogeni. Arbitro e giocatori hanno fatto avanti e indietro con gli spogliatoi un paio di volte. Poi, ristabilita una calma apparente, lo spettacolo è continuato. Nel giro di un minuto il Catania ha pareggiato con un tiro di Caserta il gol segnato prima dell'interruzione da Caracciolo. Al 73' però gli ospiti sono tornati in vantaggio grazie a una rete di Di Michele dopo un tocco di mano. Al fischio finale, i dirigenti delle due squadre iniziavano il balletto delle responsabilità arrivando (quelli del Catania) a chiedere l'annullamento della partita. Fuori dallo stadio invece gli incidenti riprendevano ancora più violenti e a guerriglia in corso arrivava la notizia della morte di un poliziotto durante gli scontri di due ore prima. I pronto soccorso degli ospedali Garibaldi e Vittorio Emanuele si sono riempiti di feriti in arrivo dallo stadio, sia poliziotti che tifosi. Proprio al reparto di rianimazione del Garibaldi si è spento l'agente Raciti che i medici hanno tentato invano di salvare.
Il derby siciliano era stato anticipato al venerdì per non farlo coincidere con i festeggiamenti di Sant'Agata ma c'era grande preoccupazione perché già all'andata le due tifoserie avevano dato vita a scontri violentissimi con numerosi arresti. Erano stati mobilitati 1500 tra poliziotti e carabinieri e ancora non è chiarissima la dinamica di una folle giornata che ha messo a soqquadro la città, lasciando i tifosi palermitani dentro la stadio fino a tarda sera. La Figc, che aveva a lungo tentennato dopo la morte di Ermanno Licursi sabato scorso al termine di una gara tra dilettanti nel cosentino (era stata decisa una sospensione simbolica dei campionati minori per il 25 febbraio), ha annunciato alla fine lo stop totale del mondo del pallone. «Così non si può andare avanti. Se il calcio è questo, fermo tutto», sono state le parole amareggiate del Commissario Pancalli. di Matteo Patrono03 febbraio 2007

Ora tutti in piazza

Aguzziamo la vista. E spalanchiamo bene anche le orecchie. Perchè oggi nel corteo contro la violenza nel calcio, dovremmo vedere e sentire la Taranto perbene. Quella della gente onesta. Quella fatta di uomini e donne che tra legalità ed illegalità sceglie senza alcuna esitazione la prima. Quella della gente di cuore, capace di commuoversi e piangere con il Paese la vita di un agente ucciso dalla follia di criminali. Criminali, attenzione, non tifosi. I tifosi sono altro. Scocca l’ora, in sintesi, della città di cui tanto si parla e che troppo spesso si fa fatica a trovare. Della città che sceglie di cambiare e ribellarsi alla violenza di chi vuole ributtarci indietro. Che intende liberarsi dal pantano del dissesto, economico e morale, alzando la voce e scoprendosi comunità nel momento più difficile che collima con una tragedia per il Paese e per lo sport più amato dagli italiani. E’ una prova di civiltà a cui sarebbe sconfortante rispondere con l’indifferenza. di Mario Diliberto03 febbraio 2007

Tragedia della follia a Catania
Si riparte dal corteo di Taranto. Alle 17 da piazza Immacolata al via la manifestazione contro la violenza

Una manifestazione che non cambia di significato, ma che si accresce di valori e contenuti nuovi. Una marcia che, adesso, porterà con sè un messaggio più forte. Oltre i confini del territorio ionico, per guardare all’intero Paese che vive un momento difficile. Taranto scende in piazza per difendere il “suo” sport e, nel contempo, potrà lanciare un messaggio capace di far capire che il calcio italiano non è morto. E quei riflettori che spesso si sono accesi su una città capace di esportare violenza adesso potrebbero illuminare una comunità con tanta voglia di cambiare e che «Lo sport è gioia, non violentarlo»: quando il presidente della Provincia Florido ha presentato lo slogan per il corteo di questo pomeriggio, aveva immaginato una manifestazione che mettesse insieme le società sportive del territorio - Taranto Sport, Prisma Volley, Cras Basket, Dream Team, il Coni - e la gente comune, a camminare insieme per rimarcare che lo sport - tutto lo sport - è una occasione di riscatto, un mezzo per esportare una Taranto migliore. Una Taranto capace anche di scendere in piazza, alle 17 in piazza Immacolata, per difendere i suoi gioielli da chi, come i violenti che a Cava dei Tirreni hanno trasformato uno stadio in un campo di battaglia, rischia di travolgere come un fiume d’acqua sporca quanto di buono ci può essere in una sana competizione sportiva. Mettere insieme le maggiori realtà sportive cittadine e le società “minori”, superando magari le piccole rivalità, in una festa capace di riconciliare con lo sport chi ha negli occhi quanto visto a Cava dei Tirreni. E’ stato il calcio a dare la stura alla manifestazione tarantina, è stato il calcio a darle un senso nuovo dopo quanto successo ieri sera. Nessuna festa, cancellati i canti e balli che avrebbero dovuto fare da cornice alla marca da piazza Immacolata a piazza Garibaldi. Ma una desiderio di rispondere ed un bisogno di riflettere ancora più forti dopo che, al termine di una partita di pallone, la città di Catania si è trasformata in una città in guerra, in cui ha perso la vita un uomo di 38, con due figli piccoli, che di professione faceva il poliziotto ed è stato ucciso, nell’adempimento del dovere, da una bomba carta gettata nella jeep della Polizia da un sedicente ultras del Catania. Quanto successo ieri in Sicilia, in occasione del derby tra i rossazzurri ed il Palermo, ha segnato infatti il “punto zero” per tutto il football italiano. Il Taranto, domani, non giocherà allo Iacovone contro la Juve Stabia. Non giocherà nessuno, dalla serie A giù sino ai Dilettanti, e sarà una domenica di silenzio, dopo che il commissario della Federcalcio Luca Pancalli ha proclamato la sospensione “a tempo indeterminato” di tutti i campionati. Uno stop deciso nella tarda serata di ieri, quando già si piangeva la morte del poliziotto Raciti e si faceva la conta dei tanti feriti. Il presidente del Catania, Antonino Pulvirenti, recatosi di persona all’ospedale Garibaldi, ha parlato in televisione di uno «scenario di guerra, qualcosa di mai visto». Parole azzeccate: oltre 100 i feriti, alcuni gravi, ricoverati negli ospedali di Catania e provincia. Una ventina invece i teppisti fermati, tutti catanesi, nel corso di una notte d’indagini. Tra loro, particolare agghiacciante, molti minorenni. Come già aveva fatto lunedì il presidente del Taranto Gigi Blasi, all’indomani degli scontri di Cava, anche Pulvirenti si è dimesso dalla carica di presidente del Catania ed ha annunciato il suo disimpegno dal mondo del calcio. «Un mondo che non mi appartiene più»: le parole di Pulvirenti sono state drammaticamente identiche a quelle di Blasi. Anche su questo dovrà riflettere il circo del pallone italiano, anche su questo rifletteranno i tarantini che oggi pomeriggio saranno in piazza per manifestare la voglia di un calcio diverso, che recuperi la sua dimensione perduta di gioco amato da tutti, oltre che a sostegno dello sport di casa nostra. Chi deciderà di percorrere la strada che unisce piazza Immacolata e piazza Garibaldi lo farà, inevitabilmente, pensando all’ispettore Raciti ucciso nel corso di una serata che ha visto il calcio trasformarsi in guerra. Ad aprire il corteo saranno, insieme al presidente dellaprovincia Gianni Florido, i dirigenti delle quattro realtà d’eccellenza del panorama sportivo ionico. Calcio, pallacanestro, pallavolo e basket in carrozzina, rappresentato rispettivamente dalla Taranto Sport, dal Cras Basket, dalla Prisma Volley e dal Dream Team Onlus cammineranno fianco a fianco, insieme ad una rappresentanza dei rispettivi atleti ed ai ragazzi dei vivai e dei settori giovanili. Con loro anche i vertici del Coni provinciale, esponenti del mondo della scuola e della cosiddetta “società civile”, chiamata a rispondere all’appello lanciato dalle Istituzioni per manifestare la propria vicinanza allo sport vero ed a isolare i tifosi violenti. Ma soprattutto, a rispondere devono essere i cittadini comuni. Spetta a loro scendere in piazza per dire no alla violenza, a Taranto come in tutti gli stadi ed i palazzetti italiani. Sarà anche il modo migliore per ricordare Filippo Raciti, poliziotto morto a 38 anni perchè chiamato a prestare servizio. Non in un posto di blocco, o nello sventare una rapina. Ma per una semplice, maledetta partita di pallone. di Giovanni Di Meo03 febbraio 2007

Il grido di Blasi: «Basta»
Il presidente del Taranto sconvolto per la morte dell'agente di polizia avvenuta dopo la partita Catania-Palermo. «Pancalli ha fatto bene, giusto sospendere i campionati»

Sono passate da poco le dieci e mezza di sera. Una partita di calcio è finita in tragedia. Ha vinto la follia, ha vinto la morte.
Le agenzie battono frenetiche le notizie provenienti da Catania, la tivù satellitare mostra immagini da guerriglia, da guerra civile. Senza senso.
Un agente di polizia è morto, ucciso dalla follia di una bomba carta. Ma Gigi Blasi, presidente del Taranto dimissionario, non sa ancora nulla. E' in riunione ad Imola, concentrato su un appuntamento di lavoro. Lo raggiungiamo al telefono, illustrando una notizia che mai avremmo voluto dare. E che Blasi non avrebbe mai voluto sentire. Aveva accolto la chiamata del cronista con allegria, il sorriso si spegne subito di fronte alla tragedia di Catania.
Appena lunedì scorso il presidente ionico aveva scelto la strada più dolorosa e lacerante: quella di lasciare il Taranto per dire basta ai violenti.
Gli incidenti di Cava avevano rappresentato solo l'ultimo tassello di un puzzle di indignazione e tristezza. Il massimo dirigente, con la voce rotta dalla commozione, aveva illustrato la propria decisione: chiudere con il calcio a fine anno, onorando gli impegni già presi. E minacciando: “Al prossimo incidente ritiro la squadra dal campionato”.
Adesso, in una sera di febbraio che ghiaccia il cuore, Blasi passa in pochi secondi dalla sorpresa alla rabbia. Realizza subito la gravità dell'accaduto. 
In una settimana il calcio italiano è costretto a piangere due morti. Nella stessa settimana in cui il Taranto ha dichiarato guerra alla violenza negli stadi.
Una coincidenza che rende le parole di Blasi ancor più sentite, accorate, vere. Non è una presa di posizione di maniera: il presidente tarantino è commosso, sconcertato, ancor più deciso. Andrà avanti nella sua battaglia per un calcio sano. Costi quel che costi.
Le parole sono un rivolo che si trasforma in fiume: sgorgano limpide, senza esitazioni. Aggiorniamo “in diretta” Blasi sulle decisioni della Federcalcio: il commissario Pancalli ha deciso, tutti i campionati sono sospesi a tempo indeterminato. Così, non si può più andare avanti.
L'imprenditore manduriano concorda, approva, commenta: «Pancalli ha fatto benissimo a sospendere tutto. Una partita di calcio non può finire così, non possiamo ritrovarci a contare i feriti. Questo non è sport, ma non è nemmeno civiltà». 
Da Catania giungono aggiornamenti: più di cento feriti, un secondo poliziotto in gravi condizioni. Un bollettino degno di un agguato terroristico. «E' terribile - prosegue Blasi - non è possibile che accada tutto questo. Questa è delinquenza, non si può definire in altro modo. Sto male solo a pensarci: non si può morire a trentotto anni per una partita di calcio. Spiegatemi: come facciamo adesso a portare i bambini allo stadio? Quello che sta accadendo mi affligge: non credo che basti una giornata di stop, forse sarebbe necessaria una lunga sospensione dei campionati».
Oggi Taranto sportiva manifesta contro la violenza. Era già previsto, ora l'iniziativa diventa prioritaria. Blasi, nonostante gli impegni di lavoro, prenderà un aereo stamattina per essere presente. «Sarei venuto comunque, ma adesso voglio esserci a tutti i costi: e invito tutta la città a partecipare. Dobbiamo essere uniti, combattere insieme senza aver paura. Se lottiamo insieme, lo ribadisco, nessuno può farci del male: il 99% della gente non vuole la violenza, vuole assistere serenamente alle partite. Isoliamo i violenti: ormai è una esigenza non rimandabile. Dal giorno delle mie dimissioni ho ricevuto 3800 e-mail di solidarietà: quella di un bambino mi ha fatto riflettere. Mi ha scritto: “Papa non mi porta allo stadio perchè ha paura”. E' questo il calcio che vogliamo? No, le parole non servono. Basta, basta, basta. Lo grido forte. Ci vogliono leggi dure, all'inglese, come quelle nate per combattere gli hooligans. Altrimenti rischiamo di far morire il calcio».
Forse, per il pallone nostrano, è l'ultima occasione. L'ultima possibilità di rinascere. di Leo Spalluto03 febbraio 2007

Taranto verso il 4-4-2
Papagni pensa a reinserire Catania e dovrebbe rinunciare a Deflorio. Prosperi verso il recupero, Panini giocherà centrale. Cammarata: cinque gol nella partitella

Dieci gol, qualche dubbio. E discrete indicazioni. La partitella di metà settimana non svela il Taranto, ma concede seri indizi. Aldo Papagni si ricava la nicchia di normalità e, qui dentro, pensa. Pensiero unico: la squadra da schierare contro la Juve Stabia nasce in una situazione curiosa. Con gli uomini contati in difesa, con tanti centrocampisti potenzialmente titolari e due attaccanti. Emergenza differenziata, ma comunque soluzione da inventare. In difesa, soprattutto: l’assenza contemporanea di Caccavale e Cosenza complica i piani. E se il rientro di Pastore (che ha svolto regolarmente la partitella) è una buona notizia, ma non immediatamente spendibile, le attenzioni sono tutte su Prosperi: ieri ha lavorato a parte, ma per un eccesso di precauzione: domenica dovrebbe esserci, ma nel frattempo la linea provata ha Panini e Castroni al centro, con a destra Larosa e a sinistra Colombini. Prosperi dovrebbe prendere il posto di Castroni, facendo coppia con Panini. La frazione attendibile della partitella è la seconda: quella in cui Papagni schiera una formazione (linea difensiva compresa) assai possibile. Con Catania e Toledo sui lati del centrocampo, Cejas e De Liguori mediani. E con Cammarata e Ambrosi attaccanti. Perché l’altro dubbio è legato a Deflorio, che anche ieri ha girato a parte per via di una botta al polpaccio rimediata domenica: il suo impiego è a rischio e Cammarata, mentre il capitano correva a bordo campo, ha cercato di non far preoccupare troppo lo staff, segnando cinque gol. Sette, in totale, le reti segnate in questa frazione (durata trentasei minuti) contro gli Allievi: le altre due portano la firma di Cejas e Toledo. Mancavano altri due giocatori alla seduta: Mortari ha riavvertito, durante il riscaldamento, un problema alla caviglia che mercoledì lo aveva messo un po’ in difficoltà, mentre Barasso, dopo l’influenza, è stato tenuto precauzionalmente a riposto. Anche la prima frazione, però, ha dato tracce importanti. Intanto nel modulo: Papagni ha giocato con il 3-4-3, modulo che sembra affascinarlo non poco. Non troppo spregiudicato (esterni di centrocampo sono due difensori: Cosenza e Vetrugno), ma fantasioso in avanti, con Zito e Mattioli ai lati di Formuso. Idea che solletica Papagni, avendo ora abbondanza di giocatori offensivi e potendo quindi schierare una formazione ricca d’estro. La curiosità, in questa parte di test (durata quaranta minuti), era ovviamente per i due nuovi: Monticciolo ha mostrato buon senso della posizione, discreta intelligenza tattica e la propensione a fare da “guida” del reparto, mentre Mattioli si è subito messo in mostra per la sua vivacità e per due dei tre gol segnati nella frazione (l’altro è di Formuso). E proprio Mattioli sembra tentare Papagni, che non sembra escludere sorprese. Non lo dice (tutti sono in silenzio stampa), ma è una questione di abitudine. A margine una buona azione: all’ingresso in campo di De Liguori i tifosi presenti hanno applaudito. Il campano, domenica, ha ricevuto uno schiaffo mentre chiedeva ai sostenitori rossoblu di interrompere gli incidenti. Un piccolo sforzo verso il sereno. De Liguori ha gradito. di Fulvio Paglialunga02 febbraio 2007

Mattioli: «Andiamo insieme in B»
Il nuovo giocatore rossoblu presentato ieri: «Con i risultati convinceremo Blasi a ritirare le dimissioni»

E' l'ultimo tassello del calciomercato rossoblu, il dovuto “varco” in giorni di silenzio stampa. Italo Mattioli, centrocampista esterno o attaccante all'occorrenza, sin dall'estate era l'oggetto del desiderio per il Taranto. 
Arriva allo “Iacovone” in compagnia del direttore genrale Vittorio Galigani: e ammette sorridendo l'errore compiuto appena qualche mese fa. «Adesso - scherza il minuto giocatore (è alto 1.62) - dovrò farmi perdonare... è una bella responsabilità. Sono felice di indossare questa maglia. Cosa mi ha spinto ad accettare? La società vuole centrare l'obiettivo della promozione, Taranto è una piazza importante, c'è un pubblico caldo. Io darò il massimo per aiutare la squadra a raggiungere la B». Mattioli, nonostante la giovane età (è nato ad Aversa il 17 aprile del 1985) ha già un lungo curriculum alle spalle: a 12 anni è entrato nelle giovanili del Foggia, vincendo due campionati nazionali Allievi. In seguito è passato al Lecce, conquistando anche uno scudetto Primavera e diversi trofei, prima di esordire in A per volere di Zeman: l'anno scorso ha giocato nel Catanzaro, quest'anno ha iniziato il campionato nelle fila della Salernitana. «Ma ho avuto problemi con la società: anche senza l'offerta del Taranto sarei andato via comunque». Le caratteristiche del gioco sono dettate dalla struttura fisica: Mattioli è un calciatore sgusciante, abituato a svariare sulla fascia. «Mi piace giocare in velocità, sono piccolino, amo essere servito in corsa e dribblare. Preferisco agire sulla fascia, ma in serie B sono stato schierato anche da centrale dietro la prima punta. La concorrenza non mi fa paura, cercherò di ritagliarmi uno spazio. Quando ho giocato qui con la Salernitana, ho apprezzato una compagine ben organizzata. Chi conosco del gruppo? Cosenza, Caccavale, e poi Deflorio: non l'ho mai affrontato da avversario, ma ho sempre seguito con attenzione la sua carriera».
Mattioli arriva a Taranto nella settimana più difficile, dopo le dimissioni del presidente Blasi (“che non derivano solo dai fatti di Cava, ma sono il frutto di una lunga serie di episodi” precisa Galigani). Il neo-rossoblu non è turbato: «Ho sentito il presidente prima del match con la Cavese - testimonia - . Era carico di entusiasmo e di voglia di vincere. Toccherà a noi, adesso, fargli tornare il sorriso con i risultati e convincerlo a recedere dalla sua decisione». 
Nel passato, Mattioli ha tre “maestri” da ricordare: «Ricordo con piacere Roberto Rizzo, che ho avuto a Lecce nella Primavera, Zeman che mi ha fatto esordire in A e Novelli che mi ha insegnato tanto a livello umano».
Una cosa è certa: Mattoli è sicuro di integrarsi in fretta con i nuovi compagni. E, soprattutto, non ha timori reverenziali verso l'ambiente. «Ho avuto le mie passate esperienze in grandi città del calcio come Foggia, Lecce e Salerno, molto simili a Taranto per l'attenzione e la passione dei tifosi. Sono abituato a questo tipo di pressioni».
Galigani giura sulle qualità del giocatore: «L'ho avuto con me a Foggia e anche a luglio ho cercato di convincerlo a venire qui. Potrà scendere in campo già domenica contro la Juve Stabia: abbiamo depositato il contratto martedì. Per sabato, invece, diamo appuntamento a tutti alla manifestazione contro la violenza organizzata dal presidente della Provincia, Florido. E' una iniziativa che abbiamo apprezzato molto». di Leo Spalluto02 febbraio 2007

Taranto, la scelta di Mattioli
«Affascinato dall’idea di indossare la maglia rossoblù»

Dopo Monticciolo, presentato martedì, ieri è stato il giorno del 22enne Italo Mattioli, il giovane talento di proprietà del Lecce giunto alla corte del Taranto nell’ultimo giorno utile di mercato, dopo un lungo corteggiamento, che durava dalla scorsa estate. Nel girone di andata Mattioli ha giocato con la Salernitana realizzando tre gol, mentre parte della scorsa stagione l’ha disputata in B a Catanzaro andando a segno sempre tre volte. Ma non va trascurata l’esperienza al Foggia e la sua lunga militanza nella primavera del Lecce con cui ha vinto praticamente tutto da protagonista. E sempre col Lecce ha esordito in serie A con Zeman allenatore. Il neo rossoblù, disponibile già da domenica prossima (si attende solo il visto di esecutività), è stato presentato ufficialmente nel corso della canonica conferenza stampa tenutasi allo Iacovone, alla presenza del direttore generale della Taranto Sport Vittorio Galigani. Piccolo di statura, faccia da peperino, accento tipicamente napoletano e soprattutto tanta voglia di cominciare la nuova avventura, così come confessa lo stesso Mattioli. «Ho accettato con entusiasmo di vestire una maglia importante come quella del Taranto, anche se a campionato in corso. Sono pronto a dare il massimo in campo per ricambiare la fiducia della società e raggiungere l’obiettivo della promozione, anche attraverso i play off». Perchè ho lasciato la Salernitana? «Ho avuto qualche problema con la società, ma indipendentemente da questo avevo già deciso di andare via, affascinato dall’idea di venire a Taranto». Poi passa alla sua descrizione tecnica. «Sono un esterno, ma ho giocato anche da attaccante centrale dietro la prima punta. La mia caratteristica principale è la velocità, la mia specialità, il dribbling. Mi esalto nell’uno contro uno». Non sarà facile accaparrarsi una maglia da titolare, ma Mattioli è pronto a giocarsi le proprie carte. «Dappertutto c'è concorrenza. Nessuno ti assicura un posto da titolare, ma con l’impegno quotidiano e il sacrificio uno spazio riesci sempre a ritagliartelo. Spero di riuscire anche nel Taranto». Il gioiellino del Lecce arriva a Taranto in un momento delicato, col presidente Blasi dimissionario. Ma Mattioli si mostra fiducioso. «Ho sentito il presidente prima dei fatti di Cava ed era entusiasta. Poi gli episodi accaduti domenica scorsa lo hanno portato a mollare tutto. Ora toccherà a noi farlo ricredere con i risultati, per convincerlo a rituffarsi in un progetto che ha come obiettivo la serie B. Vuole riportare al più presto il Taranto nel calcio che conta». Non poteva mancare un giudizio sulla sua nuova squadra, che ha affrontato da avversario proprio allo Iacovone lo scorso dicembre. «E' un buon gruppo, che gioca un calcio organizzato. Spero di ambientarmi il più presto possibile. Dei miei nuovi compagni conosco Cosenza, Caccavale e Deflorio. Quest’ultimo per me è stato un punto di riferimento quando ero più piccolo e muovevo i primi passi nel mondo del calcio». di Enrico Sorace02 febbraio 2007

Si torna al 4-4-2?
Prosperi a parte. Emergenza in difesa. Si rivede Pastore. Deflorio out

Sono bastati appena tre minuti ad Italo Mattioli per siglare la prima rete in maglia rossoblù. Il passaggio filtrante di Formuso, uno sguardo alla posizione di Faraon e la palla piazzata di interno destro sul palo più lontano. Biglietto da visita invitante e sufficiente per strappare i primi applausi dei tifosi accorso allo "Iacovone" per ammirare il ragazzo di Aversa e l’altro rinforzo Monticciolo (buona visione di gioco e discreto calcio lungo). Ma sembrano quasi nulle le possibilità di vederli in campo dal primo minuti con la Juve Stabia. Papagni li ha utilizzati nella prima frazione del consueto test infrasettimanale (40'), in un Taranto sperimentale schierato secondo un elastico 3-4-3 con i due esterni d’attacco, Zito e Mattioli, sempre pronti ad incrociarsi per supportare i movimenti del giovane attaccante degli Allievi Formuso - autore della seconda rete nel primo tempo. A chiudere i conti ci ha pensato ancora il furetto campano che ha depositato in fondo al sacco un cross proveniente dalla destra. Ma la nota positiva della prima frazione è giunta dall’or mai completo recupero di Ivano Pastore, ai box dallo scorso 1 ottobre, e impiegato al centro della difesa in coppia con Caccavale. Nella ripresa (36'), invece, si è visto il Taranto più credibile, molto vicino a quello che potrebbe affrontare le "vespe" di Ezio Capuano. L’unico assente dei possibili titolari - considerando le defezioni certe di Cosenza e Caccavale, squalificati - era Prosperi che ha lavorato a parte con Deflorio. Ma il difensore pescarese, così come il portiere Barasso (influenzato, è rimasto a riposo), dovrebbe riaggregarsi al gruppo da domani tornando pienamente a disposizione.
Sicuramente out il bomber di Noicattaro alle prese con un risentimento al polpaccio. Dinanzi a Faraon, la linea difensiva era composta da Larosa, Panini, Castroni (al posto di Prosperi) e Colombini. I due interni di centrocampo erano Cejas e De Liguori, con Catania e Toledo esterni. Sandro Ambrosi e Fabrizio Cammarata componevano il tandem d’attacco, con il centravanti nisseno autore di 4 reti. A chiudere i conti (10-0) ci hanno pensato Cejas e Toledo. Francesco Passatore, intanto, ha firmato un contratto fino a giugno con la Pro Vasto. di Fabio Di Todaro02 febbraio 2007

Mattioli, ora è ufficiale
Il Taranto ha chiuso il mercato di gennaio con l'ingaggio del giovane attaccante di proprietà del Lecce. Questa mattina presentazione allo Iacovone. Pasca ceduto all'Andria

Dopo Alessandro Monticciolo, Italo Mattioli. Come previsto. Il Taranto aveva due impegni, come li ha definiti il presidente dimissionario Luigi Blasi, e li ha mantenuti. Il lungo inseguimento del responsabile dell'area tecnica, Luca Evangelisti ha prodotto i frutti sperati. Non era facile sottrarre il 21enne attaccante esterno ad una concorrente come la Salernitana. Ma hanno influito tanti fattori: innanzitutto la volontà del nuovo tecnico granata, Gianfranco Bellotto di adottare uno schieramento più prudente e la conseguente diminuzione degli spazi per lo stesso Mattioli, che ha manifestato la volontà di essere ceduto. Il Taranto è stato molto bravo ad approfittare della situazione, anche perchè le concorrenti non sono mancate. Una su tutte la Sambenedettese. 
Manoni, Bussi e Prosperi chiusero il mercato di dodici mesi fa. Monticciolo e Mattioli sono stati i colpi sul filo di lana messi a segno in questa stagione. Addentrarci in similitudini è azzardato. Il Taranto inserisce due elementi di sicuro valore: Mattioli (questa mattina è in programma la presentazione nella sala stampa dello Iacovone) è una giovane promessa, uno dei fiori all'occhiello del fulgido vivaio del Lecce. Monticciolo è il giocatore di sicuro affidamento, con palmares vincente, in grado di irrobustire con senso tattico e di leadership il reparto mediano. 
Di più non si è potuto (o voluto) fare. Le vicissitudini societarie hanno frenato entusiasmi ed ambizioni. Si è rimasti al programma stilato qualche giorno fa. Nell'ultimo giorno il Taranto, dopo la cessione di Sirio Silvestri al Sorrento, ha trovato una collocazione a Roberto Pasca che è finito in prestito all'Andria. I due ex rossoblu, quindi, saranno protagonisti di una lotta di vertice nel girone C di C2.
Tralasciando la sostituzione di Pinna con Barasso tra i pali, si nota come la difesa sia rimasta intaccata. Panini, vicino alla cessione, è rimasto. Pastore e Mortari, a lungo fuori per infortunio, potranno essere addizioni importanti. A centrocampo si è persa la geometria di Danucci, ma si è acquistato maggior dinamismo con Monticciolo, sperando (quando rientrerà dalla squalifica) nel definitivo rilancio di Mancini nel settore mediano. In attacco la linea è stata precisa: piena fiducia al tridente Ambrosi-Cammarata-Deflorio, pronti ad alternarsi in avanti e precisa volontà di rinforzare il reparto degli esterni. Catania, Toledo, Zito e Mattioli sono armi efficaci in grado di colpire lateralmente gli avversari. Un mosaico da modellare preferibilmente secondo i canoni del 4-4-2, anche se Papagni ha dimostrato più volte di non volersi fossilizzare su un unico schema.
Il Taranto è questo: lo sarà fino al termine del campionato. Barasso, Monticciolo e Mattioli in entrata; Pinna, Danucci, Silvestri e Pasca in uscita. La somma algebrica partorisce per ora solo riflessioni. Il campo deciderà circa le mosse della società rossoblu. di Luigi Carrieri01 febbraio 2007

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