Mancini, siamo ai saluti Dolore ancora vivo, ma il calcio non ha troppo tempo per le pause di riflessione. Si muove sempre, a maggior ragione quando una stagione va verso la fine. Per il Taranto, in realtà, è finita già. E, quindi, i gioielli di famiglia cominciano ad essere ambiti. Più di tutti, ovviamente, ha richieste Manuel Mancini. Che ha ancora fiato per dribblare le domande, mantiene la sua cortesia, ma comincia a capire che, presto, potrebbe dover fare le valigie. Sa di essere al centro delle attenzioni. E’ evidente quando risponde al telefono, dalla sua casa di Roma: «So cosa mi dovete chiedere, ma non so cosa rispondere». Il punto di partenza non è utile, ma indicativo. Di certo Mancini sa che il mercato è argomento che lo riguarda. Però ora non ne parla: «Mi sto ancora leccando le ferite per la sconfitta. E continuo a rivedere quella punizione. Sono convinto: quel fallo su Evacuo non l’ho fatto. Ma posso mai buttare giù con un contatto un giocatore così grosso? Questo aumenta l’amarezza e non mi consente di pensare ad altro: sono un giocatore del Taranto e ragiono da tale». Chi ha più cose da dire è il suo procuratore Lionello Manfredonia. A lui le voci arrivano prima, dovendo curare gli interessi del ragazzo di Ostia. Non sembrano esserci molte possibilità per la conferma: «Tutte le decisioni le prenderemo d’accordo con Blasi. E’ chiaro che se dovesse arrivare un’offerta che entrambe le parti riterranno vantaggiosa verrà presa in considerazione. Soprattutto se arriva la possibilità di fare il salto di categoria». Il punto è questo: Mancini vorrebbe giocare almeno un piano più su. Sa di potersi giocare le sue opportunità. E Manfredonia continua a ricevere chiamate: il Lecce lo segue dall’estate scorsa, il Catania già un anno fa aveva chiesto la comproprietà del giocatore, la Reggina ha voluto un’amichevole per vederlo più da vicino, il Genoa si è fatto avanti di recente. Tutte squadre di un altro mondo, tutte trattative che fanno gola all’agente del Mancio. Vede un’opportunità irripetibile per il ragazzo: «Io ho la parola del presidente, data quando firmammo il primo contratto. Mancini era uno sconosciuto e decidemmo che, dopo due anni, avremmo ascoltato le richieste senza tarpare le ali a nessuno. Credo sia anche un’opportunità per la società, che potrebbe fare cassa». Le parole girano intorno all’argomento. Stringendo, ecco il succo: Mancini, che ha un contratto fino al 2009 con il Taranto, sta per salutare: «Credo sia giusto non prendere in giro nessuno: il ragazzo ha possibilità di salire di categoria, è giusto che lo faccia. Ne parleremo, anche se adesso, con la delusione fresca, non è il momento: ero ad Avellino e ho visto la squadra meritare la vittoria e, invece, uscire dai playoff. Il Taranto aveva i mezzi per andare in B: sarebbe stata l’aspirazione massima per Mancini. Purtroppo così non è». La lista di pretendenti è lunga, Manfredonia non le dice: «Confermo che diverse squadre si sono informate e lo hanno fatto seguire durante la stagione. Ma è un discorso prematuro: in questi giorni vedrò il presidente e penso si parlerà anche del valore di mercato del giocatore». Poi, è facile da ipotizzare, partirà. E servirà un altro Mancini. di Fulvio Paglialunga
In attesa di un cenno da Blasi Quali pensieri scorrono, lo sa solo Blasi. Il futuro del Taranto sta anche nel suo silenzio. Per ora di programmi non se ne parla. Si attende che la sofferenza scivoli via, prima di risvegliare l’antico istinto. Il presidente non parla e per questo non agisce. I giocatori che hanno ancora un anno di contratto, come mostra la tabella qui sopra, sono gli unici a stare tranquilli. Coloro che andranno a scadenza, devono cominciare a guardarsi intorno. Il
Emergenza-Iacovone La Lega vigila su tutto. Anche sugli stadi. Ieri è giunta nella sede rossoblù di via Umbria una circolare rivolta ovviamente a tutte le società di C1 e C2, firmata da Mario Macalli, nella quale s'invitano formalmente i club a rispettare rigorosamente quanto è stato scritto nel Comunicato ufficiale n. 219 emesso il 15 maggio scorso in tema di capienza e di modalità legate all’agibilità degli impianti calcistici. Tale documentazione d’idoneità occorre allegarla alla domanda d’iscrizione al prossimo campionato. Viene espressamente detto che gli stadi non a norma saranno chiusi al pubblico finchè gli stessi non risulteranno idonei. La soglia minima consentita, a partire da questa stagione, è di 7500 posti. Quindi lo Iacovone, allo stato attuale, non è regolamentare perchè vanta una dotazione di 9904 spettatori. Secondo la circolare dovrà essere la Commissione di Vigilanza sui pubblici spettacoli che dovrà decretarne la capienza e, quindi, l’idoneità. Per adeguare lo Iacovone alla Legge Amato occorrono: la recinzione interna; l’area esterna di parcheggio per i tifosi ospiti; la perimetrazione ed i varchi d’accesso attraverso i preselettori ed i tornelli; la videosorveglianza interna ed esterna; il posto di Polizia; i posti numerati; i biglietti nominativi, gli stewards. La maggior parte di queste incombenze spetta al Comune, la restante parte al Taranto. E qui nascono i problemi. Intanto bisognerà ottenere l’ok dalla Commissione di Vigilanza ad abbassare il numero degli spettatori sotto i 7500. Ma soprattutto c'è da verificare la disponibilità economica della nuova amministrazione locale far svolgere i lavori necessari che richiedono una cifra consistente: il vecchio progetto prevedeva uno stanziamento di un milione e mezzo di euro. Il nuovo sindaco, dunque, avrà un’impellenza in più sulla carta. Tanto più che il dissesto finanziario ha provocato danni e le casse sono praticamente vuote. Come si farà per reperire i notevoli fondi necessari? Ma sullo Iacovone incombe un’altra terribile tegola: la carenza strutturale ed impiantistica. Il problema è grosso. Ed è stato sollevato più volte dalla Commissione di Vigilanza che ha inoltrato agli organi competenti diverse missive. E le rinnoverà a breve alla nuova amministrazione comunale. In sintesi l’agibilità è a rischio per due grosse motivazioni per cui il Taranto si vedrebbe costretto ad emigrare su altri stadi limitrofi. Blasi ha il progetto di costruire il nuovo stadio a Buffoluto, ma anche sotto questo profilo i tempi non sono stretti. Fra autorizzazioni e lavori da effettuare si andrebbe sicuramente oltre la metà di agosto, data d’inizio dell’attività ufficiale. Due le uscite a breve: l’intervento di qualche sponsor oppure la concessione in gestione dello Iacovone. di Giuseppe Dimito
Barasso: “Il Taranto meritava la finale” Sei mesi in riva allo Ionio vissuti appassionatamente. Nicola Barasso sta per partire (per Pompei, suo luogo natale, via Genova, come dichiara), l’auto è carica ma il desiderio di sfogarsi dopo la concente delusione derivata dal mancato accesso del suo Taranto alla finale play off è intenso. “Sono molto triste- confessa a cuore aperto- Volevo chiudere quest’esperienza con una promozione, traguardo che era alla nostra portata. Il calcio sa riservarti gioie e dolori: mi è pesata meno la retrocessione in C ottenuta col Genoa,comunque maturata nel corso della stagione, che questa ingiusta eliminazione”. Il venticinquenne portiere del Taranto ammette con malinconia: “Quando è entrata la palla in porta, mi è caduto il mondo addosso”. Poi spiega con razionalità: “L’Avellino ha trovato il goal quando non aveva più armi a disposizione, i giocatori erano stanchi ed accusavano crampi. Secondo me la punizione causata da Mancini non c’era- continua Barasso- Moretti ha tentato il tutto per tutto, la palla è passata forte e bassa sotto un sacco di gambe. Ed io l’ho vista troppo tardi”. Confessione spontanea: “Conosco Moretti, come molti giocatori dell’Avellino: eravamo compagni nel Genoa- dichiara l’estremo difensore di Pompei- Dopo due giorni mi ha chiamato e mi ha detto “Se hai voglia, ne parliamo, sennò va bene lo stesso, ti capisco”. Era l’unico modo per gli irpini di far goal: non esistevano più soluzioni”. Che la compagine rossoblu è stata bravissima ad esaurire, bloccano incessantemente le fonti d’ispirazione degli avversari: “Abbiamo giocato a ritmi elevatissimi, in entrambe le gare- Nicola Barasso ha un lampo- La sfortuna ci ha impedito di trovare la rete vincente, a differenza dell’Avellino. Abbiamo creato tantissimo, abbiamo dominato i biancoverdi: solo un episodio li ha favoriti, pur non avendo quasi mai tirato in porta”. Nicola Barasso è contrariato, e ci tiene a precisarlo: le critiche in merito alla presunta disposizione errata della barriera, in occasione della punizione di Moretti, terminata proprio sul suo palo, non le condivide. “Sono tutti allenatori, ma pochi chiedono la mia opinione- dichiara- Sono rammaricato: molti lodano la mia stagione, ma mi fa male leggere che è stata macchiata da “un’ultima pecca”. “Non è facile parlarne, io sono stufo di giustificarmi- confida il portiere rossoblu- Non voglio essere ricordato come il portiere che ha preso goal da 30mt, rasoterra, sotto sei gambe. A sorti invertite, avrei potuto compiere il miracolo del’anno...”. Piccolo sfogo, giustificato. Poi torna prepotente il valore rossoblu: “Il Taranto meritava la finale, lo sanno tutti- sottolinea Barasso- Un episodio ci condanna, siamo stati sfortunati. E dire che a pochi istanti dal fischio finale eravamo noi e la Cavese a doverci giocare la B!”. Fato beffardo: “In finale approdano le due concorrenti che lo meritavano meno- afferma Nicola Barasso- La nostra squadra e quella di Campilongo erano meglio organizzate. Sotto il profilo del gioco espresso, il Taranto era la più forte”. Qualcosa è mancato, e l’estremo difensore campano non lo nega: “Purtroppo l’assenza di due attaccanti d’esperienza come Deflorio e Cammarata si è fatta sentire: erano stati decisivi per il passaggio ai play off- afferma- Nelle semifinali, la squadra ha pesato sulle spalle di Ambrosi, bravo a fruttare punti preziosi con i suoi nove centri in campionato, ma da solo non poteva reggere il peso di un reparto”. “Nonostante ciò- continua Barasso- il Taranto ha dimostrato, sotto il profilo tecnico-tattico, di essere più forte di tutte. Forse in campionato si poteva fare qualcosa in più, anche era difficile avere il passo di Ravenna ed Avellino. A preoccupare, semmai, sono stati i cinque pareggi di fila in casa”. La tenuta atletica del gruppo ionico è risultata invidiabile: “Nella seconda metà del girone d’andata- conferma il portiere- la squadra ha vantato una continuità di risultati, la quadratura giusta per disputare i play off. Dal punto di vista psicofisico, eravamo il gruppo più in forma, ed il modulo era quello giusto, esaltava le nostre caratteristiche”. Nicola Barasso è stato un discepolo di Vavassori: il tecnico avellinese ha rivoluzionato la formazione, schierando insieme le tre punte: “Biancolino è il vero attaccante che cambia tutta la squadra: in campionato ha siglato molte reti e decisive- spiega il portiere rossoblu- E’ stato supportato da Evacuo e Grieco, elementi che fanno la differenza, ricercati sul mercato”. “Eppure la nostra difesa li ha annientati- sorride- La piazza temeva Biancolino, ma di testa è stato sempre intercettato. Ad un certo punto, arretrava il suo raggio d’azione, ostacolato da Pastore, Prosperi e Cosenza, impeccabili nei contrasti aerei più duri”. Al primo giro di lancette del secondo tempo, Barasso ha sventato un tiro minaccioso di Evacuo: “Felice ha vissuto una stagione travagliata, ma in queste partite si fa trovare pronto: Vavassori è stato intelligente a rischiare, ha avuto ragione. Pensiamo ad attaccanti come Mastronunzio del Foggia: ingaggiato in inverno, ha segnato solo due goal, è stato quasi contestato. Ma è stato lui a regalare la finale ai dauni”. Le immagini emozionanti ed i pensieri intrisi di pathos attraversano la mente di Nicola Barasso: “I tifosi tarantini meritano molo di più di quello che hanno adesso- confida emozionato- Ho assistito a scene incredibili: noi piangevamo sotto il settore del Partenio a loro riservato, i tifosi sono stati eccezionali ad accoglierci con i cori”. “Non è semplice perdere una semifinale ed applaudire- prosegue il portiere- Sulla strada del ritorno, ci siamo fermati in tre autogrill ed abbiamo incontrato i tifosi, che ci hanno abbracciato e ringraziato. E questa squadra merita i ringraziamenti, perchè ha fatto vivere un sogno”. Nicola Barasso è innamorato di Taranto: “Una città in cui il calcio è tutto. Noi calciatori ringraziamo simbolicamente i sostenitori, ci sono stati vicini, pur essendo loro i più delusi”. “Sono i tifosi a “subire” maggiormente- svela- Noi calciatori passiamo. Non è facile per Taranto vedere sfumare di nuovo la possibilità della B”. In terra ionica Nicola Barasso resterebbe volentieri: “Mi piacerebbe restare a Taranto- dichiara perentorio- Ho letto di una mia firma imminente con la Salernitana, la stampa campana mi ha ripetutamente chiamato. Non esiste alcun contatto, nemmeno con i dirigenti del Genoa, società a cui appartengo. Addirittura le indiscrezioni circolavano prima dell’inizio dei play off: non è un comportamento corretto”. Nicola Barasso regala una confidenza: “In tempi non sospetti, ho detto a Blasi che io dò la priorità al Taranto- sorride- In caso di serie B la mia volontà sarebbe stata ferrea, in caso di permanenza in C1 avrei preteso che le due parti si incontrassero al più presto. Questa piazza mi piace, mi dona gli stimoli di cui ho bisogno”. La speranza è dolce, Nicola è determinato: “Il presidente Blasi riuscirà a conquistare la B- profetizza- Reagirà, come è giusto che sia: vederlo piangere allo stadio mi ha commosso ulteriormente. Farà tesoro delle esperienze per ripartire alla grande: non è un presidente “di passaggio”. di Alessandra Carpino
«Orgoglioso del Taranto»
Aldo Papagni adesso parla. Ha pensato, si è riposato. Ma non ha ancora digerito. Si è preso, legittimamente, un giorno per le riflessioni, si è smarcato dalle parole per vedersela da solo. Per interrogare la propria coscienza e trovarsi assolto. Papagni sa di avere riconquistato una città. Sente la sua riconferma invocata dopo aver ascoltato anche i fischi. Sa che tutto è possibile quando al calcio si dà un volto umano. Anche che si ricevano gli applausi ad Avellino, dopo l’eliminazione.
Questione-stadio all'orizzonte
Ricominciare è difficile. Più del previsto. I dirigenti del Taranto erano pronti a raggiungere Firenze per la riunione organizzativa della finale playoff: si sono ritrovati con un pugno di mosche in mano. Ed una stagione nuova da organizzare. Ma bisogna ripartire e negli uffici del club di via Umbria è ripresa la marcia verso i primi adempimenti della nuova stagione. Due innanzitutto: per l’iscrizione al prossimo campionato sarà necessario presentare le ricevute liberatorie dei tesserati entro il 27 giugno (che devono comprendere il soddisfacimento delle spettanze fino al 30 aprile); poi, entro il 30 giugno, bisognerà presentare la domanda per iscriversi e l’intera documentazione. Che dovrà comprendere, ovviamente, anche le certificazioni riguardanti lo stadio, le possibilità di utilizzo della struttura, la capienza “accettata”. E’ questa, probabilmente, la questione più delicata in vista della prossima stagione: il Taranto ha giocato, nell’ultimo anno, in uno “Iacovone” ridotto a 9990 posti, escamotage utilizzato per sottrarsi ai dettami del decreto Pisanu sulla sicurezza negli stadi. Ma l’anno prossimo l’aggiramento delle norme non sarà più possibile: troppi (e univoci) i segnali arrivati dalle massime istituzioni dello Stato e del calcio. Dopo la scomparsa dell’ispettore Raciti e l’adozione del Decreto Amato-Melandri le regole sono cambiate: bisognerà fare delle scelte. Confidando nell’aiuto e nella comprensione dell’amministrazione comunale che verrà eletta dopo il ballottaggio del 10-11 giugno. Il limite di capienza “deregolamentata”, infatti, è stato abbassato a quota 7500 spettatori. Al di sopra di questa cifra diventa obbligatorio munire gli stadi di un’area attrezzata e un parcheggio esterno per la tifoseria ospite, della perimetrazione e di varchi d’accesso con preselettori e tornelli, dell’impianto tv a circuito chiuso e dell’ingresso attraverso biglietti nominativi. Lo “Iacovone”, non c’è neanche bisogno di sottolinearlo, è lontanissimo dall’essere a norma. Servirebbero lavori di ristrutturazione e investimenti ingenti: ma anche il sindaco che verrà non potrà mai essere in grado di far sobbarcare all’ente pubblico una spesa simile. Resterebbe l’altra ipotesi: Iacovone sotto quota 7500 per l’intera stagione. Ma non è detto che si possa fare: l’Osservatorio nazionale per le manifestazioni sportive parte con altre idee. La linea-guida sarebbe quella di non accettare alcun tipo di riduzione di capienza: se gli impianti non sono a norma, andrebbero chiusi in attesa dell’adeguamento. Al momento, è impossibile fare previsioni su cosa accadrà: l’addio del Taranto ai playoff ha congelato ogni discorso e ogni proposta. Blasi, si sa, ha da tempo in cantiere proposte per la gestione dello “Iacovone” e, in alternativa, un piano per la costruzione di un nuovo stadio in zona Buffoluto. La presentazione del plastico doveva avvenire ai primi di giugno: la delusione ha rinviato la “vernice” del progetto. di Leo Spalluto
«È tempo di riflettere» La voce è ancora impregnata di amarezza e delusione, ma l’umiltà e la bontà d’animo restano intatte. Come pure la competenza e la serenità. Aldo Papagni ha atteso due giorni per cominciare a tracciare le linee programmatiche del suo prossimo futuro. Cosa sta pensando dalle ore 18 di domenica scorsa? «Cerco di metabolizzare la enorma tristezza per l’immeritato epilogo. Ho un chiodo fisso: non meritavamo di rimanere esclusi dalla finale. Noi potevamo esserci. Penso alla delusione dell’intera tifoseria che ci ha seguito con affetto ad Avellino. Penso, soprattutto, all’amarezza che ha dovuto immagazzinare il presidente Blasi. Per tutta la stagione non solo non ci ha fatto mancare nulla, quanto ci è stato vicino tutte le volte che ha potuto. Negli ultimi quindici giorni non si è mosso da Manduria per non farci mancare attenzioni e affetto. Resta l’orgoglio per quanto fatto. Non è bastato, lo so; ma siamo pur sempre arrivati ad un passo dalla gloria. Sul piano tecnico rimpiango le assenze di Cammarata e Deflorio, due attaccanti che avrebbero potuto darci tanto». Ciclo tecnico finito? «Credo che smantellare questo gruppo sarebbe un errore. L’organico ha al suo interno gli elementi giusti, dotati cioè di capacità tecnico-tattiche, oltre che di indiscusse qualità morali, per continuare a far bene. Evangelisti conosce molto bene le problematiche della squadra. Ritengo che provvederà a rimettere in sesto un gruppo altrettanto capace di centrare i playoff, ricorrendo a qualche operazione di mercato. La presenza di Blasi alla guida della società è fondamentale. In due anni e mezzo è riuscito ad ottenere risultati che sanno del miracoloso. Non lo dico per piaggieria. E’ la verità. Basta guardare i fatti». E la sorte di Papagni? «Sono uomo di campo. Valuto ciò che mi viene offerto. A Taranto ho avuto tantissimo. In questo momento è giusto e doveroso che ciascuno rifletta. Prima deve farlo il presidente; poi tutti gli altri, compreso il sottoscritto. Intendo attendere qualche giorno ancora. Quando sarò convocato, ci metteremo a tavolino e decideremo in assoluta tranquillità. Posso solo dire che non ho ricevuto alcuna offerta da altre società. Mi fa piacere, però, che il mio lavoro sia stato apprezzato anche altrove, ma per il momento resto in attesa degli eventi». di Giuseppe Dimito
Papagni fra attesa e
meditazione La meditazione dello stratega. Facile immaginare Aldo Papagni immerso nei suoi pensieri, nella sua casa di Bisceglie, ubicata dinanzi alla distesa marina. Negli occhi e nella mente, l’ultima performance del suo Taranto al Partenio di Avellino, l’abbandono ingiusto sul percorso che avrebbe potuto regalare un sogno lungamente atteso, la serie B sulle sponde dello Ionio. Dopo un giorno intero di silenzio voluto, l’allenatore rossoblu torna a parlare, lo fa con lo stile riflessivo che lo ha sempre contraddistinto: “Come va? La risposta è scontata: c’è grande amarezza per come è finita quest’avventura: a detta di tutti, il Taranto avrebbe meritato di disputare la doppia finale play off”. La strada proponeva già un orizzonte allettante: non era stato semplice, per la compagine ionica, incanalarsi, ma quel quinto posto conquistato al termine della stagione regolare conteneva significati più intensi: “Eravamo consapevoli di avere importanti chances per giungere alla finalissima, al sogno della promozione- continua Papagni, con voce pacata-Ci siamo allenati bene, dentro di noi eravamo convinti delle molte possibilità di accesso alle finali: lo abbiamo dimostrato contro un avversario degno come l’Avellino, attraverso la prestazione”. “La condizione psicofisica e tecnico tattica della squadra era ottimale- continua il tecnico rossoblu- Abbiamo lavorato particolarmente bene, nell’ultimo mese, ed in campo se n’è avuta ampia dimostrazione”. Spiegazioni fluide, ma la delusione regna sovrana nell’animo di Aldo Papagni: “Dispiace per il modo in cui siamo usciti dagli spareggi- prosegue- per quello che abbiamo compiuto in entrambe le gare con gli irpini. Non serve a molto pensare alla punizione vincente di Moretti: nel calcio si vince e si perde anche per gli episodi. Questo nonostante il Taranto abbia fornito una prova di superiorità al cospetto dell’Avellino”. Un momento aulico, che assume contorni di solennità calcistica, esiste ed Aldo Papagni desidera descriverlo minuziosamente: “Sappiamo di aver lasciato tante lacrime nel Partenio- racconta con spirito intenso- ma anche l’orgoglio per aver vissuto una stagione straordinaria e due semifinali in cui abbiamo dato il massimo di noi stessi”. Immancabile l’omaggio ai mille e più sostenitori ionici accorsi in Irpinia: “Il comportamento, la vicinanza, l’incitamento incessante e da brividi del nostro pubblico rappresenta un ricordo esaltante- Aldo Papagni parla col cuore- E’ stato magnifico, a fine partita, quando ha accolto ed abbracciato simbolicamente la squadra, anche se il sogno era svanito”. “Una grande dimostrazione di maturità affettiva e sportiva- ammette l’allenatore del Taranto- Un grande segno nei confronti dei miei ragazzi:sono stati compresi sino in fondo, soprattutto in quest’appendice di campionato, l’impegno straordinario e l’anima dei miei giocatori”. In estate, la Società aveva dichiarato di puntare quanto meno al raggiungimento dei play off: missione compiuta, anche se l’obiettivo stava assumendo sembianze più interessanti. Il tutto affidato alla razionalità ed alla sensibilità dell’ “esordiente atipico” Aldo Papagni: “Non mi sono mai sentito un debuttante per la categoria, nonostante sia scritto sulla carta- sorride il trainer di Bisceglie- L’esperienza a Taranto mi ha donato tantissimo: ogni giorno, ogno ora trascorsa sulla panchina rossoblu mi ha rafforzato. mi ha riempito di esperienza, pur con un dispendio di energia notevole! Ho vissuto quest’opportunità con tutto me stesso, arricchendo il mio patrimonio esperienziale”. Aldo Papagni psicologo, sopraffino a tutelare i suoi alfieri, bravo a non lasciar trasparire nulla fuori dallo spogliatoio: ma non è stato sempre un idillio. “Come in ogni gruppo, ci sono stati conflitti, soprattutto nei momenti più complicati della stagione- conferma- Ma servono a rafforzare lo spirito di ciascun componente. E’ importante che, quando le incomprensioni sono emerse, sono sempre state affrontate e superate”. “La gioia più grande è stato vedere come tutti i giocatori fossero compatti in queste semifinali, uniti verso lo stesso obiettivo- racconta il mister- Emblematico è stato il coinvolgimento e la partecipazione di uno dei difensori più forti della categoria, cioè Maurizio Caccavale, pedina basilare nel Taranto, soprattutto quando Pastore è stato assente per l’infortunio. Non ha disputato da titolare i play off, ma ha incitato, mostrando attaccamento alla maglia. Sono grandi segnali da cui ripartire”. I cosiddetti “senatori”, per età e curriculum, quanto sono mancati nell’economia di gioco di questo Taranto, vista l’intermittenza della loro disponibilità durante la stagione? “Ambrosi si è ripreso nel momento giusto, ed ha disputato a mio avviso due gare molto positive, dispensando sostanza in avanti- precisa Papagni- Sono mancati Deflorio e Cammarata: avrebbero sicuramente aumentato il potenziale qualitativo, offensivo ed esperenziale della squadra”. “I ragazzi sono stati straordinari nel far pesare il meno possibile queste assenze- continua il trainer barese- Elementi di tale incredibile spessore non sono stati fortunati, nel rinunciare ad una semifinale che avremmo meritato di vincere”. Molti affermano che la vera finale doveva essere fra Taranto e Cavese, le matricole rivelazioni: in un certo senso, per un arco di tempo fulmineo, è stato così. “A 5’ dal termine, in finale c’erano due squadre che hanno espresso la migliore organizzazione di gioco, di fronte due avversarie dotate di organici stratosferici- conferma Papagni- Una finale fra Taranto e Cavese sarebbe stata più giusta: avrebbe rappresentato la vittoria della continuità, della progettualità. Non è un caso che la mia squadra e quella di Campilongo siano giunte a disputare questi spareggi: li hanno meritati”. Il Taranto di Aldo Papagni ha sempre prediletto una manovra intelligente, il fraseggio, il binomio fra la concretezza e, possibilmente, l’elegante dialogo: le lodi, però, sembrano arrivate con un certo ritardo. “Dico sempre che i momenti che restano impressi sono quelli finali- sorride il tecnico- Ricordo le partite in trasferta disputate anche nel girone d’andata: abbiamo raccolto parecchi complimenti, sotto il profilo del gioco. Solitamente, i meriti e le lodi sono proporzionalmente collegate ai risultati ed agli esiti finali: in tal caso, abbiamo disputato i play off ad altissimi livelli e tutti se ne sono accorti”. Il periodo appena inaugurato equivale ad una lunga attesa, per Aldo Papagni e la sua squadra: “Stiamo attendendo comunicazioni da parte della Società- afferma il tecnico rossoblu, che ha contratto sino al 30 giugno prossimo, come la maggior parte dei tesserati- Presto saremo convocati, la dirigenza vorrà rivedere e parlare con tutti”. Ancora nessun colloquio con Gigi Blasi, gli eventi sono troppo freschi: “Il presidente sta prendendo i giusti giorni di pausa, come tutti noi- spiega Papagni- La delusione è stata forte e lui ha speso parecchie energie: dopo il pareggio casalingo col San Marino, il presidente ci è stato particolarmente vicino, è stato fondamentale per la nostra ripresa”. Qualche piccolo contatto c’è stato fra allenatore e giocatori: “Con qualche calciatore mi sono sentito telefonicamente- svela Papagni- Pastore, per esempio: volevo sincerarmi delle sue condizioni fisiche, era preoccupato all’uscita dal campo, domenica. Mi ha tranquillizzato”. “Altri mi hanno telefonato- confida- I ragazzi stanno ancora metabolizzando la delusione. Anzi, stentavano a credere che non si sarebbero più ritrovati per i prossimi allenamenti. Già manca la quotidianità del nostro lavoro: è un ambiente di sentimenti veri”. Non si avverte aria di disfattismo, però: la qualificazione sfumata, paradossalmente, appare come un trampolino di lancio verso una crescita definitiva. “Il gruppo ha doti importanti, dal punto di vista tecnico tattico ed umano- ribadisce Papagni- Mi sembra si possa ripartire da questo presupposto. L’importante è che il presidente Blasi metabolizzi l’amarezza e sia pronto a ripartire con rinnovato entusiasmo, facendo tesoro dell’esperienza di due anni esaltanti”. Molte società mirano ad Aldo Papagni (Bari, Perugia, Ascoli, per citarne), ma lui sorride: “Le attestazioni di stima fanno piacere, inutile negarlo. Vuol dire che si è lavorato bene. Posso assicurare di non aver avuto alcun contatto”. Ermetico in merito alla possibilità di riconferma sulla panchina del Taranto: “Non me lo sono chiesto, è giusto che passi questo momento. Attenderò: questo passaggio è stato troppo forte, ed è naturale stopparci un attimo”. di Alessandra Carpino
L'analisi, il piacere e la ricostruzione Capire e ripartire: il compito è doppio. Capire perché questa stagione è comunque da applaudire, capire perché la finale è degli altri. E ripartire senza dolersi ancora, imparando dall’esperienza e costruendo ancora, fidandosi del proprio intuito e della serenità di chi non deve rimproverarsi troppo. Tre punti per l’analisi, con i pensieri che ancora si accavallano:
E' stato il gol il grande limite È doloroso tornare su Avellino-Taranto 1-0, la sconfitta che ha messo la parola fine ad un’annata bella e struggente. Ma bisogna farlo. Per spremere le ultime verità, quelle nascoste. Quelle che solitamente emergono col senno di poi, quando ragionare diventa più facile. La partita del "Partenio", al di là dell’esito beffardo, è un’efficace sintesi della stagione rossoblù: di quello che poteva essere e non è stato, di quello che spesso è stato senza che potesse essere. Ha, cioè, ribadito le virtù e circostanziato i limiti di una squadra che è forse andata oltre le sue possibilità, centrando comunque l’obiettivo dichiarato: i playoff. La partita del "Partenio" ha, per esempio, confermato una indiscutibile facilità di gioco e un problematico rapporto con il gol. Il gioco scorre, il gol non arriva: ecco una traccia da seguire. Il gol è la grande discriminante dell’annata. L’equazione che, in troppe occasioni, non ha saputo svelare l’incognita. Il gol rimanda fatalmente il discorso alla spendibilità delle punte. Cammarata (9), Deflorio (9) e Ambrosi (8) hanno messo insieme 26 gol, che è quasi il bottino di Biancolino (24). Oggettivamente pochi. Non può essere per forza una colpa non riuscire più a fare gol con la regolarità sperata, ma da Cammarata (soprattutto), Deflorio e Ambrosi era forse lecito attendersi un contributo più corposo. Invece, quasi mai sono stati nella piena e simultanea disponibilità. Età, usura, amnesie, infortuni: tutto ha congiurato perché la loro stagione si risolvesse in un piccolo flop. Il 4-2-3-1, approdo tattico conclusivo, oltre ad essere una felice intuizione, è in fondo l’ammissione definitiva di una debolezza. Papagni ha dovuto depennare una punta per liberare ciò che forse intralciava la strada del gol. Paradossale ma vero. Si poteva tentare qualcosa di diverso al "Partenio"? Pensiamo di no. Siamo, anzi, convinti che era la partita giusta per chiudere la storia, pur nella consapevolezza delle difficoltà realizzative. Perché l’Avellino non capiva le traiettorie, non trovava mai la palla, non aveva idee. È sembrato a lungo una squadra immobile e vecchia, dai pensieri lenti e dal furore appassito. Un avversario che il Taranto ha tenuto facilmente sotto controllo sino alla punizione-gol di Moretti. Sino all’attimo del gol. L’attimo non previsto dal copione del Taranto, forse troppo preoccupato di avere un uomo in più nella zona della palla da dimenticare che nel calcio ha ragione chi segna. Ha ragione, cioè, l’Avellino che, se non altro, ha sempre avuto chi poteva portare avanti il pallone e chi doveva cercare solo la porta. Perché è stato essenzialmente questo durante la stagione regolare: una squadra spezzata in due. E questa "diversità" ha fatto pesare alla fine. La confidenza estrema col gol. È stato questo abisso culturale - la cultura del gol contro la cultura del gioco - a scavare la differenza. Ora, però, occorre ripartire. E serve sicuramente il miglior Blasi. Quello che tira le somme e decide. Che cosa farà? Considererà esaurito un ciclo per subito metterne in cantiere un altro? È possibile. Com’è possibile che esattamente la stessa cosa pensi Papagni, la cui esperienza sulla panchina rossoblù potrebbe essere giunta fisiologicamente al capolinea. Questioni di stimoli, di orizzonti, di prospettive. Papagni ha molti estimatori. Decidesse di spiccare il volo, non sarebbe giusto tarpargli le ali. Non senza avergli comunque detto: grazie. di Lorenzo D'Alò
E adesso sarà mercato Voltare pagina significa guardarsi in casa e capire in che modo e con quali giocatori il Taranto può riprendere il percorso interrotto ad Avellino. Innanzitutto un progetto è credibile se si identificano gli uomini capace di avviarlo sotto l’aspetto tecnico. Il riferimento è al responsabile dell’area tecnica e all’allenatore. Evangelisti e Papagni, rispettivamente, devono sciogliere la loro riserva. Occorre essere realisti: la sensazione è che la loro appartenenza ai colori rossoblu sia destinata ad esaurirsi. Una conclusione fisiologica, anche se gli incontri dei prossimi giorni, potrebbe rimettere ancora tutto in discussione. In attesa di novità in tal senso, possiamo analizzare la situazione contrattuale dell’organico rossoblu. La base per allestire una squadra, magari anche competitiva per il vertice, in teoria esiste. Faraon, Panini, Colombini, Cosenza, Cejas, Mancini, Zito, Toledo, Cammarata possono proseguire la loro avventura con la maglia del Taranto. Alcuni di questi (Colombini, Cejas, Mancini e Cammarata) hanno il contratto anche per l’anno prossimo; per gli altri c’è da risolvere alcuni intrecci di mercato. Ad esempio Zito è in comproprietà con il Sorrento e spetta alle due società arrivare ad un’intesa, salvo dirimere la questione alle buste. Cosenza è in prestito dalla Reggina con diritto di riscatto. Questo significa che il club di via Umbria può esercitare il suo diritto, ma dovrebbe poi rinunciare al giocatore nel caso in cui la società calabrese dovesse far valere il proprio contro-riscatto. Situazione che può essere accomunata a Faraon (in prestito dal Padova), Panini (Catania), Toledo (Udinese). Torneranno alle società di appartenenza Barasso (Genoa), Monticciolo (Lucchese) e Mattioli (Lecce). Questi tre giocatori erano giunti in riva allo Ionio con un prestito secco. Poi c’è da tenere in considerazione quegli elementi che hanno giocato gli ultimi cinque mesi di stagione lontano dal club ionico. Pasca, ad esempio, che ha chiuso l’annata in prestito all’Andria in C2, ha un contratto fino al 2008. Piroli, alla Spal in questa parte terminale di stagione, è in comproprietà con il Torino. Malagnino, dopo l’esperienza a Monopoli, tornerà nei ranghi rossoblu. Tutti gli altri giocatori hanno il proprio legame con scadenza 2007 e devono scegliere se restare o prendere altre strade. Anche i discorsi di mercato, lasciano il tempo che trovano. Per quanto concerne gli eventuali movimenti in entrata, nelle settimane scorse è apparsa la notizia di un giro perlustrativo del ds Evangelisti a San Benedetto del Tronto. Motivo: raccogliere informazioni su giocatori come il centrocampista Visone o l’attaccante Morante. Contatti che potrebbero avere poco senso nel caso in cui Evangelisti terminasse il suo lavoro a Taranto. Nel mese di gennaio, ad esempio, sono stati bloccati gli attaccanti Longobardi (sta giocando i playoff per andare in C1 con il Pergocrema) e Plasmati (una presenza quest’anno in serie A con il Catania). Prenotato nel gennaio scorso il centrocampista del Morro D’Oro (serie D), Pietrella, occorrerà capire il grado di interesse di elementi come Carcione o Biagianti. Sono previsti, ovviamente, anche dei movimenti in uscita. Il Taranto ha l’orgoglio di avere nel proprio organico elementi che si sono messi in grande evidenza e meriterebbero anche un’opportunità in una categoria superiore. Mancini è stato posto sotto osservazione da Reggina e Lecce. Cosenza avrebbe un contatto avviato con il Treviso. Toledo, con la buonissima stagione giocata, ha molti pretendenti. Il capitano Deflorio quasi certamente approderà al Noicattaro, fresco di promozione in C2. Anche Prosperi e De Liguori sarebbero finiti su taccuini di società prestigiose di serie B. Cammarata a gennaio finì nelle mire di Monza e Novara. Magari presto ci potrebbe essere un nuovo assalto. di Luigi Carrieri
Papagni, attesa muta Anche Aldo Papagni può diventare introvabile. Ed è una notizia: mai era capitato da quando è a Taranto. Troppa tristezza per rispondere, troppe cose a cui pensare. Papagni si prende un giorno di solitudine, dribblando i troppi pensieri e masticando ancora il boccone amaro. E’ fatto così: vive tutte le emozioni al massimo, anche quando sono negative. E aspetta che la delusione evapori prima di far finire su carta le sue riflessioni. Ma riflette, comunque. Da solo, nella sua Bisceglie. Pensando a quella maledetta punizione di Moretti che ha reso ingiusto il verdetto, che ha scippato tutti i meriti del suo gruppo. Ci credeva ma non osava dirlo in giro. Vedeva i giocatori e ci credeva. Non aveva calcolato il caso. E, ora, con il caso deve fare i conti: in silenzio, in solitudine. Non è il giorno dopo quello delle parole. Il Taranto è fuori dai playoff e Papagni deve capire. Il suo passato recentissimo, il suo presente, il suo futuro. L’esperienza a Taranto lo ha esaltato, proponendolo al grande pubblico come un tecnico pronto al salto. Ha attirato occhi, elogi. E gente pronta a coprirlo di applausi. Ha vissuto la sua panchina in modo puro, addolorandosi per i fischi, compiacendosi per gli applausi. Ora, spulciando tra i siti dei tifosi, molti si augurano che il Taranto possa ripartire da lui. Blasi, prima dei playoff, aveva rinnovato la fiducia e la stima nei confronti del tecnico. Ma tutto resta aggrovigliato nei silenzi, ingolfato da voci. Che vogliono, ad esempio, Papagni vicino a troppe società anche per apparire tutte vere: Lucchese, Ascoli, Perugia, Gallipoli, anche Bari. Voci che non trovano confronti: Papagni, del resto, non ha voluto intavolare discussioni prima dei playoff. Pensava al Taranto e ci pensa ancora: non sa, non ha fatto capire, cosa gli riserva il domani. Di certo è un buon domani, perché il suo nome adesso ha mercato. Di certo Taranto rimane una città privilegiata nella sua lista. Ma la domanda rimane: dopo aver superato indenne mari a volte troppo tempestosi Papagni accetterebbe nuovamente il rischio di imbarcarsi? Qualcuno è pronto a scommettere sul “no”, ma sono i sentimenti la possibile trappola del tecnico. Potrebbe nuovamente cedere alle forme di una piazza che l’ha sedotto, oppure potrebbe tentare una nuova svolta alla sua carriera, pronta a decollare dopo anni di sottovalutazione inspiegabile. Il dubbio rimane, la soluzione non c’è. E non ci sarò presto: Papagni, per ora, è introvabile. Magari sente il rumore del mare di casa sua e pensa. Forse cerca solo di dimenticare gli ultimi cinque minuti di una stagione emozionante. Per ora non sfoglia la margherita. di Fulvio Paglialunga
«Lassù non ci amano» Il successivo paletto non è stato conficcato. Il vocabolo tanto caro al presidente Blasi resta accantonato, chissà per quanto tempo. Perché accettare una sconfitta del genere non è esercizio facile; perché il futuro è un velo scuro al di là del quale non è, al momento, possibile scorgere alcunchè. Blasi è trasfigurato, quasi non riconoscesse i suoi interlocutori. Il motivo risiede anche nell’escursione di umore che invade l’ultima porzione di partita. Ottantacinque minuti che sollecitano il sogno; la rasoiata di Moretti è una pugnalata alle spalle che cambia il corso della sua gestione. Ora, innanzitutto, bisogna accettare la sconfitta. Bruciante e fondamentalmente immeritata. Ma occorre fermarsi a riflettere e avere la forza di ripartire. E’ normale che le ore successive siano dedicate al rammarico, ai presunti torti, alle imprecazioni. Blasi non parla del domani. Non è in grado, oggettivamente, di farlo. «Cosa succede ora? Voglio solo arrivare a casa e fermarmi un attimo. E’ terminato un percorso ed ora occorre trovare la forza e il modo per ripartire. Ripenserò sicuramente a questa partita, al suo esito che stento a capire. Perché il Taranto ha dato tutto e doveva andare in finale». La sua trasferta irpina non era cominciata in modo tranquillo. Una serenità interrotta bruscamente da un episodio che viene raccontato dallo stesso presidente rossoblu. Una storia che fa parte, purtroppo, di un rituale stucchevolmente ripetitivo. Nel calcio non è facile vestirsi da ospite. A volte si rischia di fare dei brutti incontri. «Quando siamo arrivati allo stadio - dice Blasi - ci siamo imbattuti in cinque psuedo-dirigenti. Tengo a precisare che il presidente Pugliese non c’entra nulla con questo episodio. Devo, però, sottolineare che questi comportamenti minacciosi non fanno parte del mio modo di intendere il calcio. Io sono per la civiltà e la correttezza e queste cose mi feriscono molto. Tanti auguri all’Avellino, se questi sono i metodi con cui vuole primeggiare». Il progetto di Blasi riceve una spallata. La locomotiva-Taranto, però, non è deragliata. Ha solo subito una frenata improvvisa. Il presidente ionico intreccia le emozioni. «Io sono soddisfatto della stagione che il Taranto ha compiuto. Avevamo un traguardo preciso e l’ho abbiamo raggiunto. Quello che veniva in più era di guadagnato» . Poi si irrigidisce quando affonda nei dettagli della partita. «Purtroppo questa partita ha dimostrato ancora una volta le nostre caratteristiche. Giochiamo bene, ma non facciamo molti gol. Le assenze di Cammarata e Deflorio? Non si può - sbotta Blasi - parlare sempre di queste cose. Sono francamente stufo». La chiusura è tinta di speranza. «I tifosi sono con me, come la città. Bisogna accettare la sconfitta. Qualcuno lassù, probabilmente, voleva che non vincessimo. Lo prendo come un segnale». Visibilmente affranto Luca Evangelisti. Il responsabile dell’area tecnica conosce troppo bene il calcio e la meraviglia non invade il suo animo. La squadra di sua costruzione è andata molto vicina al secondo successo di fila. Purtroppo la storia si è interrotta con centottanta minuti di anticipo. «Dispiace perdere in questa maniera - afferma - Abbiamo giocato bene, ma non siamo stati capaci nella fase di concretizzazione. Ce la siamo giocata, non avendo timore di una squadra forte come l’Avellino». L’analisi della partita è sintetica, ma quanto mai appropriata. «Nel primo tempo siamo anche andati al tiro. Nella ripresa non abbiamo concluso diversi contropiede, anche in superiorità numerica. Poi è arrivata questa punizione di Moretti che ci ha piegato le gambe. Però, in tutta onestà, cosa si può rimproverare a questa squadra? Sono amareggiato perché va in finale l’Avellino che ha fatto un tiro in porta in due partite». Evangelisti non se la sente di guardare oltre. «Non bisogna abbattersi, non si deve mollare. Ora però, cerchiamo di ricomporci e poi penseremo al futuro» . A cominciare da quella risposta che il dirigente romano dovrà fornire al suo presidente che, più di un mese fa, gli ha offerto il prolungamento del contratto. di Luigi Carrieri
Prima la speranza poi lacrime rossoblu Lacrime rossoblu. Tutti giù per terra, a piangere, con le mani tra i capelli. La tivù rilancia le immagini del dolore, della speranza tradita: il Taranto resta in C1, in finale ci va l’Avellino. Il replay passa di continuo, ed è una coltellata inferta ogni volta. Tutto accade a cinque minuti dalla fine, a pochi attimi da una finale per molti versi meritata: il fallo (inutile) di Mancini, il calcio di punizione, l’arcuata e fortunosa traiettoria indovinata da Moretti. Il Destino applicato al calcio: la sfera passa tra una selva di gambe, Barasso si tuffa in ritardo, la palla si insacca all’angolino. Un’annata cancellata in un secondo: il boato del "Partenio", il gelo del settore dei tifosi rossoblu. C’è ancora qualche attimo da giocare ma in realtà la partita è finita: il Taranto senza attaccanti non ha più la forza di pungere, l’Avellino controlla sulle ali dell’entusiasmo. Finisce così: con il pianto sincero dei giocatori ionici, ammutoliti come i supporters, mentre i cronisti televisivi continuano a parlare. Con il groppo in gola. Le scene sono quelle di ogni finale: solo le lacrime sono in comune. Ecco quelle di gioia: i giocatori di casa esprimono la felicità per un traguardo in cui forse non credevano più. Ecco quelle di tristezza: Barasso è sdraiato per terra e non trova la forza di rialzarsi. Gli altri siedono sull’erba in ordine sparso: Papagni resta in piedi, sconfortato. Cerca di consolare qualcuno, probabilmente vorrebbe essere consolato anche lui. Cinque minuti, bastava resistere altri cinque minuti: il telecomando finisce lì dove merita. Scagliato per terra: emerge il sentimento del tifoso, non doveva finire così. Eppure, per 85 minuti, tutto era filato liscio. La mente pigia sul tasto rewind e ti riporta all’inizio del pomeriggio: la tensione addosso, seduti in poltrona, il battito a tremila. Davanti allo schermo in una giornata a tema: Rossi, Luna Rossa e i Rossoblu. Ma già all’inizio è un Taranto che dà fiducia, saltabeccando nella multitelecronaca. Sebastio, Carrieri, Sorace o Nesca e una specie di poeta avellinese sul canale di stato: le voci si confondono, ma chi se ne importa. Le prime riprese mostrano il riscaldamento e una squadra serena, con Papagni che passeggia tranquillo. Blasi fa fatica a raggiungere il suo posto in tribuna, sepolto dagli improperi: ma signorilmente il presidente osserva: “Non è successo nulla, questo è il calcio, solo tifo, niente violenza”. Poco distante c’è persino l’ex ministro degli Interni, Mancino. Il poeta Rai loda il pubblico rossoblu che offre “una piacevole sensazione cromatica”. La partita è un istante: Cejas con la bandana in testa sembra un pirata, la regia stacca sul mago di Arcella (?!) mentre l’Avellino attacca. Ma è il Taranto ad avvicinarsi alla rete con Mancini e Toledo: Ambrosi è davvero un leone ma si avvicina alla porta solo con un colpo di testa. Però c’è Prosperi che annulla Biancolino ed Evacuo sembra invisibile. Ma nella ripresa l’Avellino costringe al miracolo Barasso dopo 27 secondi: con le sostituzioni i padroni di casa si imbottiscono di attaccanti, il Taranto di difensori. E poi a cinque minuti dalla fine... Moretti: e la luce si spegne. La sigla finale scelta da Studio 100 è la più giusta: Freddy Mercury canta “The show must go on”. Brivido. Lo spettacolo deve continuare... di Leo Spalluto
Pastore: “Il Taranto riparta dal gruppo” Il giorno dopo. La semifinale del Partenio lascia in dote al Taranto l’amarezza per un’eliminazione immeritata, ma anche immagini di lacrime simbolicamente asciugate dai sostenitori rossoblu, accorsi ad Avellino per l’evento. Un abbraccio, testimonianza di onore e rispetto per gli ionici di Aldo Papagni, accolto anche da lui, Ivano Pastore, il gladiatore della difesa, il capitano di un Taranto che non si arrende, nemmeno di fronte ad una debacle tramata dalla sorte a pochissimi minuti dal termine. L’animo del regista difensivo salernitano, quasi 37 anni e protagonista di mille avventure in rossoblu, appare sostanzialmente sereno e riflessivo, durante il rituale ed atteso commento del lunedì: “Dopo dieci minuti dall’inizio della gara di Avellino, ho risentito di uno stiramento alla capsula del legamento posteriore del ginocchio operato- esordisce Pastore- Il dottor Petrocelli mi ha controllato e mi ha detto di stare tranquillo. Ho resistito, forse perchè il dolore era a caldo, forse per la tensione: non sarei mai voluto uscire, in una partita del genere. Me lo sono ripetuto: avrei potuto saltare l’eventuale finale, non volevo cedere”. Incredibile: il tempismo, le chiusure, il perfetto e costante controllo sul pressing offensivo di Baincolino, Evacuo e Grieco tutto avrebbero fatto pensare, tranne che ad Ivano Pastore sofferente. Il difensore è stato lodato senza remore anche dagli avellinesi: “Devo dire la verità: ricevere complimenti anche dalla stampa avversaria non fa che inorgoglirmi- commenta commosso Pastore- Ho superato un periodo bruttissimo, un grave infortunio e sono felice di essere arrivato a giocarmi l’accesso in finale per la B. Il rammarico sta nell’aver perso per un calcio di punizione calciato addirittura male...” Visione da esperto del settore: “Conosco Moretti, non ha colpito bene la palla- svela il difensore- E’ andata bassa ed ha ingannato i nostri in barriera. Questi episodi dimostrano che tutto è scritto, nel destino. Ed i play off sono gare particolari: a cinque minuti dalla fine, non abbiamo avuto nemmeno il tempo per pensare a quello che era successo, per riorganizzarci e rincorrere”. Fatalista ed obiettivo, Ivano Pastore: “Fra andata e ritorno, la nostra difesa è stata particolarmente attenta alle palle alte, bravissima nel tempismo sui temibili attaccanti irpini- analizza- Il calcio si è evoluto, le squadre tendono ad assomigliarsi, nell’impostazione tattica, nella corsa: le statistiche rivelano che i calci piazzati spesso risolvono molti incontri equilibrati”. La rapida e quasi sconcertante esecuzione del match winner Moretti è avvenuta immediatamente dopo l’uscita dal campo proprio di Ivano Pastore, rilevato da Caccavale: “Avevamo marcato a zona tutti i calci piazzati, solo in quell’occasione la squadra ha optato per la marcatura a uomo- precisa il capitano- Io ero uscito, questo è stato l’episodio che ha inciso”. Quasi una confessione: “L’ho valutato col senno di poi- conferma Pastore- Fino a quel momento, avevo dato le direttive, sistemato tutto. Rubavo la palla corta, facevo il vertice. Ma i miei compagni non hanno alcuna colpa: una circostanza simile può accadere, in qualsiasi categoria”. Impressionante il brevissimo arco cronologico in cui sono cambiate le storie di quattro squadre: “L’episodio decide la vita ed il calcio- Pastore insiste nella sua personale teoria- A cinque minuti dal termine, la finale doveva essere Taranto- Cavese, poi si è tramutata in Avellino-Foggia! Ho apprezzato, però, la maturità dei nostri avversari, penso che le loro non siano parole di circostanza: il Dg Maglione ha dichiarato che l’Avellino ha meritato la qualificazione, per il modo in cui ha condotto il campionato, ma in 180’ c’è stata una sola squadra, il Taranto. E’ una logica che ci riempie d’orgoglio: il gruppo era unito per cercare di regalare il sogno della B”. Il doppio confronto fra ionici ed irpini è stato giudicato all’insegna dell’equilibrio, dai tecnici Papagni e Vavassori: “L’Avellino ha dimostrato durante l’anno di essere una grande squadra- ribadisce il regista difensivo- Noi abbiamo dimostrato di essere superiori tatticamente. I play off sono stati creati per dare spettacolo: rappresentano una grossa possibilità, ed il Taranto ha confermato parità di fronte all’Avellino sul campo”. “Il comportamento dei tifosi rossoblu è stato uno specchio per la superiorità dimostrata- l’encomio è per il pubblico- La gente ci ha incitato oltre la delusione, dopo la partita ci siamo fermati sotto la curva. I tifosi ci hanno ringraziato per il campionato e per le partite dei play off, non semplici da affrontare. Abbiamo ricevuto pacche sulle spalle e parole di incoraggiamento”. Armonia ufficialmente ricreata, fra squadra, tifoseria e società, dopo tante vicissitudini: “I sostenitori erano convinti di accedere in finale- prosegue Pastore- ed io, nello spogliatoio, avevo profetizzato che, se avessimo passato il turno, sulle ali dell’entusiasmo e per la bontà del gioco, saremmo approdati in serie B. Non è andata così. Peccato”. Avere a disposizione una punta di ruolo in più avrebbe agevolato il compito? “Può darsi- dichiara il difensore- Ma anche chi ha giocato, ha fatto benissimo. Posso comprendere la tristezza di Deflorio o Cammarata: non è facile rinunciare ad una finale”. Ivano Pastore prova ad azzardare un pronostico: “L’Avellino ha più chance del Foggia. Non mi aspettavo che la Cavese riuscisse a segnare tre goal, D’Adderio cura molto la fase difensiva. Pensavo comunque che avrebbe dato filo da torcere ai satanelli- spiega- Taranto e Cavese sono state le matricole terribili dei play off. Mi vengono in mente squadre allestite per vincere, che non ce l’hanno fatta, come Salernitana o Perugia”. “Noi avevamo cinque giocatori che non erano mai stati in C1 o avevano collezionato poche apparizioni- ha continuato- Penso a Prosperi, Mancini, Cejas, Cosenza: la nostra era una squadra giovane ed impreziosita da elementi d’esperienza”. Primo passo per ripartire con entusiasmo, per realizzare il programma del presidente Blasi: “Immagino la delusione del presidente, ma credo che presto riordinerà l’interno- dichiara Ivano Pastore- Attenderemo le sue convocazioni. Mi auguro che riparta: Blasi è un uomo vulcanico ma ricco di idee, vuole davvero bene al Taranto. Se rispetta i programmi, potrebbe un giorno mirare alla massima serie. La prossima C1 sarà più dura: Blasi non illude la piazza, ma è consapevole che per un ambiente di tale spessore occorra una squadra valida”. Quello di Ivano Pastore appare come un consiglio appassionato: “La Società e mister Papagni hanno raccolto grossi frutti, in due anni. Le esigenze sono tante, come le richieste sul mercato per i calciatori. Scegliere Taranto significa avere calore,senza problemi economici. I dirigenti valuteranno le cose convenienti o meno intorno ad un tavolo”. Partendo da un presupposto, però: “Nessun repulisti: questa è una soluzione che si attua quando non si possiede un gruppo di base- afferma deciso il centrale difensivo- Qui è stato compiuto un lavoro certosino, con unità d’intenti: ringiovanire un organico, individuare i giocatori giusti fa parte del calcio”. Taranto e Pastore sono un binomio indissolubile, ormai: “Ed il mio desiderio è restare in rossoblu- sorride il difensore- La mia famiglia si è ambientata, mio figlio Giuseppe ha frequentato qui già due anni di scuole elementari. Ora penso a rimettermi in sesto”. La squadra ha mantenuto fede alle promesse estive: “L’obiettivo dichiarato, quello dei play off, è stato raggiunto: vincerli avrebbe rappresentato l’impresa- ricorda Pastore- Due anni molto belli hanno inaugurato un ciclo che può e deve continuare. Bisogna contare sul gruppo, la componente da cui il Taranto deve ripartire”. La squadra, per il momento, non si ritroverà: “ Dopo la delusione, non sarebbe benefico rivedersi e stare insieme- analizza Pastore- Verrebbero in mente tante scene, la tristezza potrebbe innescare qualche incomprensione. Meglio che ognuno di noi smaltisca di suo e rapidamente lo sconforto”. Il corso della storia cambia inevitabilmente: un anno fa esatto (4/06/06), Ivano Pastore siglava il pareggio col Rende, ipotecando la promozione per i rossoblu: “Eravamo i favoriti, secondi in campionato- sorride il difensore campano- Questa volta la dea bendata non ci ha dato una mano, forse non era ancora il nostro momento. Ma io sono fiero di essere stato parte integrante di quest’avventura”. di Alessandra Carpino
Taranto, beffa all'85° Accade cinque minuti prima della fine: ciò che è ingiusto diventa vero. Segna Moretti, passa l’Avellino. Piange il Taranto, che nel doppio confronto dimostra la propria superiorità eppure esce con la testa bassa. Piange chi ha giocato meglio, chi ha mostrato forza maggiore, carattere da grande e spirito da squadra vera. Dopo settanta minuti di controllo tattico e occasioni mancate, dopo ottantacinque di resistenza attiva, di soffocamento dell’avversario, di mosse giuste. Solo la punizione di Moretti non è prevista: infatti il castigo arriva da trentacinque metri e crea un dolore spropositato. Perché l’Avellino giocherà la finale e il Taranto della B non sentirà nemmeno l’odore, senza saperne il motivo. O meglio: senza che ce ne sia uno vero, senza che i meriti degli irpini vadano oltre la classifica finale e oltre l’episodio che decide. Al Taranto manca il graffio, ma l’esito è comunque sproporzionato: l’Avellino vince trovando il colpo del caso, l’unico attimo di superiorità in novanta minuti spesi a capire (senza riuscirci) come scardinare l’avversario. Ma al Taranto non basta mostrare la migliore organizzazione: non basta l’annullamento delle idee altrui attraverso il gioco. Non c’è, infatti, voglia di chiudersi nel gruppo di Papagni: c’è un sistema studiato di sottrazione degli spazi e di movimento studiato. Il 4-2-3-1 previsto ha, infatti, due fasi chiaramente suddivise: quando difende tiene i quattro difensori bloccati e muove i due mediani davanti, per togliere spazio vitale a Grieco, oscurato senza palla e sistematicamente raddoppiato in possesso. Quando attacca affida la ricostruzione della manovra a De Liguori e l’imprevedibilità ai tre incursori, gestendo sempre il pallone con lucidità. L’Avellino non ha movimenti corali: è 3-4-1-2 (uomini rivoluzionati) ma si difende in cinque (si abbassano Ametrano e Moretti) e, non vedendo Grieco, ha solo i lanci lunghi come tema d’attacco. Il Taranto sa in che partita si trova, l’Avellino sa solo che deve forzare: serenità contro ansia, idee pulite contro tentativi sporcati, attesa contro fretta. C’è differenza e si vede. E c’è più Taranto in ogni zona del campo e in ogni momento. Il solco è morale: i rossoblu hanno un’anima unica, fotografata dal sacrificio di Toledo in copertura (nasconde Moretti ai portatori di palla irpini) e dal sostegno che la linea dei difensori (quasi perfetta) riceve nei momenti duri. I tentativi di Biancolino e Grieco (su punizione) sono occasioni morbide che lavano la coscienza ma non spostano equilibri: comanda il Taranto e si nota anche quando gli spazi diventano dell’Avellino. Perché la banda di Vavassori non conquista: approfitta delle concessioni del Taranto, che per alcuni minuti si trova troppo schiacciato verso la porta e lascia metri all’avversario. Il pericolo è più incombente che reale, i rischi non si sommano né si appuntano. E la lettura giusta di Papagni porta alla soluzione: Toledo e Zito invertono la zona di competenza e Ametrano, per tenere a bada il brasiliano, deve arretrare un po’. Tira il Taranto: Toledo, accentrandosi, costringe Gragnaniello al volo (34’, palla in angolo) e Ambrosi, con un colpo di testa morbido, colpisce la parte superiore della traversa (38’, cross di Zito). Poi tocca a Mancini: il sinistro (42’) in traffico finisce fuori, il destro (44’, sponda di Ambrosi) è alto. Tutto appare chiaro: il Taranto ha la chiave tattica della partita, l’Avellino cerca Biancolino e Evacuo e trova, spesso, il salto perfetto (per scelta di tempo e efficacia) di Prosperi e Cosenza o la chiusura di Pastore e Colombini, pronti in seconda battuta. Nemmeno il giro di boa cambia l’andamento. Il destro violento di Evacuo dopo ventotto secondi è deviato in tuffo da Barasso, ma non sposta equilibri. Il rammarico si ricava diritto di cittadinanza: perché il Taranto non cede e governa ancora. Ma banalizza le opportunità che si sta costruendo, spreca le ripartenze e i momenti di superiorità numerica. E’ in partita, ma non se la prende. Ambrosi, non volendo, toglie a Mancini l’occasione ispirata da Toledo (9’). La risposta di Evacuo è una girata (11’) deviata dalla difesa. Vavassori fiuta l’aria cattiva e prova l’assalto: dentro Porcari, fuori De Angelis, modulo meno definibile (sarebbe sempre lo stesso) ma maggiore densità a centrocampo e staffetta per contenere Mancini (prima Procari, poi Garzon). Puleo ci prova (28’), Evacuo manca l’aggancio (30’), Papagni corre ai ripari: Larosa aumenta i centimetri nella zona centrale, l’impianto somiglia a un 4-4-1-1 e l’equilibrio sembra resistere. Perché le correzioni sono previste, ma il tiro di Moretti no: la punizione nasce da un fallo di Mancini su Garzon, il tiro supera due uomini in barriera, tante gambe nascondo il pallone a Barasso che si tuffa senza salvare la porta. Segna l’Avellino, passa chi non merita. E’ il calcio. di Fulvio Paglialunga
Le pagelle di Fulvio Paglialunga
BARASSO - Sul gol sembra distendersi in ritardo, ma probabilmente non vede il pallone arrivare, coperto da troppe gambe. Sugli altri interventi sembra sicuro ed è provvidenziale su Evacuo: 6
Taranto, beffa atroce Merita il Taranto, passa l’Avellino. Nel calcio succede spesso. Verdetto iniquo. Tutto, adesso, tace. L’Avellino in finale fa un rumore che sentono solo i tifosi irpini. Il Taranto che si pianta fa un silenzio perfetto. Un silenzio teatrale. Un silenzio che sembra debba cessare da un momento all’altro. E invece continua, si propaga agli attimi successivi, alle ore e ai giorni che verranno. Un silenzio immobile: come quello che inchioda sulla panchina Toledo, Evangelisti e Pastore. Fermo immagine di una delusione violenta perché giunta a tradimento. Un silenzio beffardo: quello che precede la punizione di Moreti al 40’ della ripresa, ad una manciata di minuti dalla realizzazione del sogno. Vincenzo Moretti, terzino sinistro: è lui l’uomo del destino avverso. Quello che scaglia da oltre trenta metri non è un tiro. Ha la scioltezza del gesto calligrafo e la spietatezza del colpo letale. Il pallone schizza sull’erba viscida, trapassa gambe, attraversa corpi, recupera velocità sull’invisibile binario d’acqua e s’infila nell’angolo più lontano. È il gol che disarciona il Taranto e rimette in pista l’Avellino, lanciandolo verso la finalissima contro il Foggia. Il limite del Taranto è che non ha praticamente colpe. Cerca e trova la sua partita, quella che lo porrà al riparo da ogni agguato, sino alla punizione-imboscata di Moretti. La partita giusta, quella studiata a tavolino. La partita più vicina alla sua "visceralità" di squadra. Quella fatta di contenimento attivo, di ripartenze veloci, di ribaltamenti repentini. Una partita di misurata arroganza e di spalvaderia ideale. Non ha colpe il Taranto: e qui sta il limite. Perdere una partita, accumulando meriti, calamitando simpatie, rastrellando consensi. Ma si può? Sì, è possibile. Se l’avversario da piegare si chiama Avellino ed è capace di tradurre anche in gol il non-gioco che riesce a produrre, sfruttando una situazione di palla inattiva. Un morso avido e via: la finale è dell’Avellino. I rimpianti sono del Taranto che gioca meglio, si muove di più, non va mai in affanno. E, però, perde. La stranezza è solo nell’esito: incoerente. Non riflette ciò che si vede. Il doppio confronto, se restiamo al calcio, dice Taranto. E lo dice chiaramente. Ma l’1-0 dell’andata non pesa quanto l’1-0 del ritorno. Il risultato che matura al «Partenio», sotto gli occhi increduli dei mille tifosi rossoblù stipati in uno spicchio di curva nord, vale di più. Calcio spalmato su quattro linee, com’era facile prevedere. Quattro difensori, due mediani, tre incursori, una punta: Papagni conferma impianto (4-2-3-1), uomini e loro destinazione d’uso. Il Taranto non si snatura. E va risolutamente incontro alla sua partita. Nell’Avellino, invece, cambia molto. Il modulo: 3-4-1-2 (fase di distensione). Atteggiamento: scontatamente più aggressivo. E uomini: Ametrano, Di Cecco, Riccio ed Evacuo rappresentano scelte profondamente diverse rispetto al match d’andata. Ma il primo tempo è quasi un monologo del Taranto, che scintilla in appoggio e ringhia su ogni pallone. Difesa alta, reattività costante, corsa continua. Sta bene il Taranto, che copre con disinvoltura ogni zona del campo. Dietro, Cosenza stringe su Evacuo, Prosperi non cede un centimetro a Biancolino, Pastore sorveglia ogni operazione, Colombini chiude tutte le diagonali. In mezzo Cejas e De Liguori assicurano argine e fanno da catapulta. Tra le linee Toledo, Mancini e Zito si tuffano negli spazi. In avanti Ambrosi è l’uomo-reparto. L’Avellino è un guscio vuoto. Il ricorso al lancio lungo è sintomatico: denota assenza di manovra, povertà di idee, approssimazione tattica. Tre tiri di Mancini e un colpo di testa malandrino di Ambrosi sunteggiano la superiorità del Taranto. La ripresa potrebbe essere la stessa storia che continua. Nonostante la maggiore intraprendenza dell’Avellino. Malgrado la stanchezza che affiora. E la paura sulla conclusione di Evacuo, sul destro a volo di Puleo, sulla girata lunga di Biancolino. Ma la storia, dopo i cambi (tutti logici) e dopo un paio di controfughe banalmente sciupate, cambia di colpo. Segna Moretti. Il mondo del Taranto diventa opaco, prigioniero di una malinconia infinita. di Lorenzo D'Alò
Le pagelle di Lorenzo D'Alò BARASSO 6- Forse non copre con prontezza il suo lato sulla punizione di Moretti. Ma è una sensazione. Il pallone, comunque, filtra tra una selva di gambe.
Avellino, uno stadio stregato Una rete di Moretti a cinque minuti dal termine manda l’Avellino in finale ed il Taranto dopo 5 anni è costretto nuovamente ad abbandonare il sogno di risalire in serie B, una categoria che manca dal 1992-93, quando i rossoblù finirono penultimi in classifica retrocedendo in serie C1, poi durante l’estate la Federcalcio non ratificò l’iscrizione alla C1 del sodalizio ionico che venne radiato e fu costretto a ricominciare dal Campionato Nazionale dilettanti.
La lezione dello sport nella città del dissesto Nel 1948 Gino Bartali, vincendo il Tour de France, salvò l’Italia dalla guerra civile. Oggi il Taranto, mettendo le mani sulla finale e tornando a guardare in faccia la serie B, può realizzare qualcosa di simile. Può regalare un sollievo alla città martoriata dal dissesto. Alla città delle manifestazioni di protesta e dei blocchi stradali, dei cassonetti rovesciati e delle tensioni sociali. Alla città dei primati sbagliati: inquinamento, neoplasie, infortuni sul lavoro, disoccupazione. A questa Taranto ridotta in uno stato compassionevole da una classe politica che la cronaca - la cronaca fitta e dolente di questi giorni - ha già bocciato. E che la storia - la storia che di cronaca è fatta - dovrebbe condannare senza concedere attenuanti. Definitivamente. Oggi il calcio - e dunque lo sport - può offrire un’occasione di riscatto. Un momento in cui essere nati qui, piuttosto che altrove, possa farci sentire meglio. Possa risvegliare l’orgoglio e il senso d’appar tenenza, restituendoci un po’ di fierezza. Taranto ha un disperato bisogno di giorni così. Giorni in cui i sogni si realizzano, le imprese riescono e i progetti vanno in porto. Giorni che dovrebbero essere la regola di ogni comunità normale. E che a Taranto, dove la normalità non esiste più, soppiantata da uno stato d’emergenza senza precedenti, sono diventati un’eccezione. Eccezione che arriva dallo sport: dal calcio, dal volley, dal basket, dal basket in carrozzina. Da un’irresistibile ma attesa - perché programmata, perché voluta, perché cercata - fioritura di risultati e di soddisfazioni. La lezione oggi arriva dallo sport. di Lorenzo D'Alò
Taranto, la finale ti aspetta Pareggio o vittoria. Non ha alternative il Taranto questo pomeriggio (ore 16) allorché dovrà affrontare al Partenio la formazione di casa per la gara 2 delle semifinali dei playoff. Per centrare l’obiettivo serve una prova vigorosa, ossia impregnata di grande determinazione, concentrazione, cinismo, cattiveria agonistica ed aiuto reciproco. Ricca anche di personalità. Non solo non bisognerà farsi impressionare dai ritmi elevati che gli irpini imporrano al match nel primo tempo, ma occorrerà conservare una calma olimpica allorché i toni agonistici saliranno vertiginosamente. Presumibilmente gli attacchi non verrano unicamente dal settore centrale dal momento che, nella gara allo Iacovone, il duo Cejas-De Liguori impedì ai costruttori di gioco ospiti di lanciare Biancolino e Grieco. Ametrano e Moretti potrebbero agire lungo le due fasce laterali alla ricerca della “palla buona” da servire ai tre attaccanti che, verosimilmente, Vavassori immetterà dall’inizio: Biancolino, Grieco ed Evacuo. I rossoblù dovranno essere abili e bravi a rintuzzare gli attacchi dei padroni di casa e, nel contempo, a far ripartire i propri negli ampi spazi che inevitabilente si apriranno, pungendo al momento opportuno. Per quanto riguarda la formazione, Papagni, al solito, non l’ha annunciata. Zito, ieri mattina, si è allenato regolarmente. Il pestone alla caviglia sinistra è un lontano ricordo. Spazio, dunque, verosimilmente alla stessa formazione che è uscita vincitrice al termine della gara d’andata. Con il 4-2-3-1 dovrebbero scendere in campo: Barasso; Cosenza, Pastore, Prosperi, Colombini; Cejas e De Liguori; Toledo, Mancini, Zito; Ambrosi. I convocati sono 22. C'è pure capitan Deflorio il quale, nonostante il noioso infortunio agli adduttori, non ha voluto far mancare il proprio sostegno psicologico ai compagni che scenderanno in campo. E’ rimasto a casa soltanto Cammarata. La squadra sarà seguita da circa 1000 tifosi i quali dovranno comportarsi esattamente come all’andata: non solo non bisognerà rispondere alle eventuali provocazioni dei supporter di casa (saranno 10mila) quanto occorrerà concentrarsi unicamente sulla partita e puntare ad incoraggiare i giocatori in campo, specialmente nei momenti più difficili. La Questura avellinese indica il seguente percorso: autostrada A/16, uscita Avellino Est, statale 7 variante, nucleo industriale, strada Bonatti, contrada Amoretta, Via Annarumma, campo Genova. Qui è previsto un ampio parcheggio custodito. La gara sarà trasmessa in diretta su Rai Tre e su Studio 100 in chiaro. E sul satellite (Studio 100 Sat - canale 925). Maxi-schermo in via Temenide. di Giuseppe Dimito
Partenio avaro Per approdare alla finale dei playoff il Taranto dispone di due risultati a favore su tre, ovvero la vittoria o il pareggio ma in caso di sconfitta, con qualsiasi punteggio, passerebbe il turno l’Avellino in virtù di un migliore piazzamento raggiunto alla fine della “regolar season”.
La ricetta di Evangelisti per la B
Diciassette domande a Luca Evangelisti, direttore sportivo del Taranto.
«17? È un numero che mi piace. Porta bene». Il Taranto continua a stare meglio dell’Avellino?
Papagni ha le contromosse La vera impresa è quella di considerarla una partita normale. Avellino-Taranto per tutto quello che rappresenta, per l’emozioneì che contagia i tifosi ionici, deve essere affrontata come tutte le precedenti trentacinque gare di stagione. Non è facile, perchè il rischio che sia l’ultima recita c’è. Dentro o fuori. Non proprio come una partita normale. Ma, nonostante tutto, il Taranto si prepara secondo le abitudini del tecnico Papagni. Senza pressioni eccessive, inutili mutismi e chiusure a riccio. La cena di questa sera con tutti i giocatori accompagnati da moglie e fidanzate è un modo per bandire le inquietudini e ammorbidire le durezze del caso. «Come ci stiamo preparando? Con assoluta normalità». Ecco, Papagni si sforza di considerare Avellino-Taranto una partita normale. Quanto meno nel suo modo di approcciarla. «La fiducia deriva dal fatto che vedo la squadra piuttosto attenta e motivata - prosegue l’allenatore biscegliese - E’ quello che mi trasmette ogni singolo allenamento. Siamo alquanto sereni. Penso sia un modo conveniente per affrontare partite del genere». L’anno scorso si giocava la C1. Ora Papagni scorge sul piatto la serie B. Da allenatore l’ambizione cresce a dismisura. In sole due stagioni, il tecnico rossoblu sta toccando vette elevate. Il pensiero di giocare con scarpini e pantaloncini, una sfida come quella di semifinale di ritorno, non lo sfiora nemmeno. «A trentatrè anni facevo già l’allenatore - dice - Non esiste il desiderio di essere protagonisti in campo. Alleno ormai da diciotto anni, preferisco viverle dalla panchina. Ci ho fatto l’abitudine, ormai». Papagni ha messo le cose in chiaro poche ore dopo l’1-0 maturato nella gara di andata. Non ci sarà spazio per la gestione del vantaggio; non ci sarà interesse a fare partita di conserva. Il Taranto dovrà fare il Taranto: vale a dire, dovrà giocare con lo spirito propositivo di sempre. Ai playoff i rossoblu sono arrivati con una precisa indicazione tattica. Non c’è assoluto motivo di cambiare mentalità proprio nell’appuntamento decisivo della stagione. «Quest’anno c’è stata una volontà precisa. Il suggerimento che ho voluto lanciare mi sembra ovvio. Questa squadra ha un senso se va alla ricerca della prestazione. Non siamo in grado di fare calcoli. L’ideale sarebbe ripetere il comportamento avuto nella gara d’andata. Attenzione alle due fasi, cercando di essere equilibrati in campo. Sin dai primi giorni di ritiro non ho mai detto alla mia squadra di dover vincere. Ho ribadito un unico concetto: continuiamo a tracciare la strada per arrivare alla vittoria». Zito con un piede dolorante. Soprattutto Cammarata e Deflorio inutilizzabili. Papagni si duole, ma invita a serrare i ranghi. «Sappiamo benissimo che siamo di fronte ad assenze importanti. Quando penso che mancheranno giocatori del calibro di Cammarata e Deflorio, riconosco che ci manca un potenziale d’attacco enorme. Proviamo a togliere all’Avellino Evacuo e Grieco oppure Biancolino ed Evacuo e ci renderemo conto di quanto viene sottratto alla squadra. Poi sappiamo anche che possediamo le contromisure per fare a meno di questi elementi. Lo abbiamo dimostrato a più riprese in questa stagione. La compattezza del gruppo è una nostra caratteristica da sempre». Nei sogni di qualunque sostenitore del Taranto, c’è quello di rivedere l’Avellino rinunciatario dell’andata. Papagni non si fa illusioni. Sa che il pomeriggio irpino non sarà un tappeto rosso su cui sfilare liberamente. «Mi aspetto una squadra più votata all’attacco. Adesso non so chi giocherà, ma i biancoverdi avranno un peso maggiore davanti. Noi lo sappiamo e abbiamo le contromosse pronte. Li abbiamo studiati bene. Di sicuro sarà una sfida aperta a tutti i risultati». di Luigi Carrieri
Taranto, ancora 4-2-3-1 Magari Papagni proverà ancora, sperimenterà altre soluzioni. Ma nulla sembra smuovere le certezze di una formazione che ha trovato la sua dimensione: il Taranto, almeno all’inizio, anche ad Avellino sarà 4-2-3-1. Per due ragioni, una conseguenza dell’altra. La prima è una considerazione quasi ovvia: il tecnico rossoblu ha ormai la prova che questo è il modulo ideale, quello che più si adatta agli uomini a disposizione e al loro attuale stato di forma. L’impianto, adesso, è rassicurante: perché ha migliorato la qualità delle prestazioni e, soprattutto, ha tenuto lontani i cali. C’erano già stati buoni momenti di calcio per i rossoblu, infatti, in molte partite di questo campionato, ma la pecca era la continuità, che, invece, il modulo attuale garantisce essendoci meno spazi da coprire, reparti più corti e, quindi, meno fatica a fare. La scelta delle quattro linee è, poi, quella paradossalmente più offensiva, perché nasconde i pericoli e li rende troppi vari per essere agevolmente annullati. Zito, Mancini e Toledo alle spalle dell’unica punta sono una potenziale tempesta di insidie. Perché mescolano l’irruenza grezza e il fiuto raffinato di Zito (giocherà, nonostante l’acciaccodi ieri), la qualità e l’intelligenza di Mancini e la rapidità e l’estro di Toledo. E, poi, Cejas e De Liguori, parzialmente depurati dai compiti di costruzione, sono anche rivalutati nel loro lavoro da catapulte: recuperano e fanno ripartire con un passaggio senza complicazioni, visto che c’è sempre uno dei tre incursori che accorcia verso la palla. La pericolosità, poi, si integra con la saldezza: la difesa, con il 4-2-3-1 resta quasi sempre bloccata, anche se all’andata l’arretramento sistematico degli esterni irpini ha creato qualche volta spazio per Cosenza e Colombini. L’impianto, con l’Avellino di fronte, ha anche la sua efficacia nella "distruzione" delle idee del gruppo di Vavassori, perché Grieco e Moretti spesso finiscono nella morsa tra i mediani e i difensori, diventando irraggiungibili. Del resto anche all’andata della stagione regolare Papagni creò una inedita formazione su quattro linee (fu 4-3-2-1) e, infatti, il gioco dell’Avellino si inaridì: la sconfitta maturò, però, su calci da fermo rendendo parzialmente inutile lo sforzo. Domenica non solo non cambierà il modulo, ma molto probabilmente non cambieranno nemmeno gli uomini. Stesso Taranto dell’andata, visto che Deflorio e Cammarata non dovrebbero rientrare nei ranghi nemmeno questa volta e che non sembra esserci, almeno per ora, l’intenzione di fare scelte differenti. La seconda motivazione a favore del 4-2-3-1 è, probabilmente, conseguente alla prima: con questo modulo il Taranto ha giocato a Martina, a Salerno, con l’Ancona e nella prima partita con l’Avellino. Risultato? Quattro vittorie. Se non è la prova che il modulo è redditizio, confermarlo potrebbe essere quantomeno questione di scaramanzia. Ma a questa domanda Papagni non risponderebbe mai. di Fulvio Paglialunga
Taranto spuntato Prove tecniche di ingresso in finale nei playoff. In vista della gara 2 in programma domenica al Partenio (ore 16), Papagni ha fatto disputare la canonica partitella infrasettimanale contro gli Allievi. Deflorio è rimasto a riposo. Salterà la trasferta. Piangeva il capitano per la rabbia (per lui si parla di stagione finita). Stesso discorso per Cammarata (ha fatto solo un po’ di corsa). Barasso ha lavorato in palestra. Purtroppo si è infortunato Zito. L’esterno offensivo ha ricevuto un pestone che lo ha costretto ad uscire dopo 20' circa. Papagni ha abilmente “nascosto” le sue intenzioni. Probabilmente darà fiducia agli stessi uomini che hanno disputato il match d’andata. Se Zito non dovesse farcela, ci sono pronti per sostituirlo Catania o Mattioli. L’alternativa potrebbe prevedere, in fase di non possesso, una difesa a 5 con Cosenza, Caccavale (farebbe il suo rientro), Pastore, Prosperi e Colombini, un centrocampo a 4 con Toledo, Cejas, De Liguori, Mancini ed in avanti il solo Ambrosi. Quando la squadra si stenderà in avanti, Colombini si sposterebbe in mezzo e Mancini andrebbe a sorreggere Ambrosi in avanti. Il romano avrà il dente avvelenato per quanto gli accadde il 23 dicembre scorso, al termine della gara di campionato. Intanto la fase organizzativa che consentirà ai 1000 tifosi tarantini di assistere al match di Avellino, gara 2 della semifinale dei playoff, è in piena attuazione. La Questura irpina, guidata dal tarantino dott. Vittorio Rochira, ha fatto sapere che i supporters jonici, muniti di biglietto, dovranno uscire dal casello autostradale Avellino Est. Lì troveranno gli agenti della Polizia che li scorteranno fino al Partenio. Invita, altresì, a non muoversi da Taranto senza avere in tasca il tagliando d’ingresso. Per chi resterà a Taranto è prevista la diretta sia in chiaro, su Rai Tre, sia sul satellite (Studio 100 Sat, canale 925). La Digos tarantina scorterà i tifosi che partiranno in gruppo. di Giuseppe Dimito
Papagni, attesa in “assoluta normalità” Nulla sembra scalfire la tranquillità del Taranto. Gli infortuni, i dubbi, il responso che il Fato emetterà al termine dell’insidiosa semifinale di ritorno di domenica prossima, al Partenio di Avellino. I rossoblu sono circondati da un alone di sano ottimismo, frutto della consapevolezza nelle proprie potenzialità tecnico tattiche, sfoderate nell’entusiasmante gara che permette agli ionici di partire da una vittoria, con un goal di vantaggio sul quotato antagonista. Il loro pensiero è rivolto alla conquista della finale: alla battaglia decisiva di Avellino qualcuno dovrà rinunciare a malincuore. Andrea Deflorio, per esempio: il capitano, portato in trionfo la scorsa stagione nel giorno della promozione in C1, era assente al test ufficiale (a porte rigorosamente chiuse) disputato ieri pomeriggio. Il Cobra non ci sarà, la sua stagione sembra irrimediabilmente finita: stiramento all’adduttore, qualcosa di serio. Si raccontra che l’attaccante abbia lasciato in lacrime lo spogliatoio, al termine dell’allenamento di mercoledì. Il reparto avanzato rossoblu rischia di non avere ancora protagonista Fabrizio Cammarata, perseguitato da tempo da un problema al polpaccio. Zito è uscito zoppicando dalla partitella: nulla di preoccupante, solo un pestone rimediato da un giovane avversario della formazione Allievi. Lo stratega Aldo Papagni sta avendo il grande merito di tenere compatto un ambiente in fermento: da buon psicologo, sa “analizzare” le intime- e comprensibili- ansie dei suoi ragazzi. “Tutto procede nell’assoluta continuità di lavoro, seriamente e serenamente- sorride il tecnico rossoblu, al terime della seduta- Ed è giusto che ci si avvicini a questo appuntamento importante in quella che io amo definire “l’assoluta normalità”. Impresa non semplice, Avellino sarà un campo infuocato, la squadra avrà voglia di riscatto: “La partita è straordinaria- conferma Aldo Papagni- però noi dobbiamo essere bravi a rimanere sempre “normali”. E’ destino, per l’allenatore di Bisceglie, dover rinunciare a pedine importanti, per esperienza e tecnica: “Io vorrei tanto non convivere con queste emergenze- commenta- Sfiderei qualsiasi squadra a fare a meno di giocatori fondamentali come Cammarata e Deflorio. Sarebbe come togliere Biancolino, Evacuo o Grieco ai nostri avversari”. “Vorremmo avere tutti a disposizione- spiega Papagni- quando questo non avviene, puntiamo essenzialmente sulla consapevolezza di essere un gruppo che ha dimostrato già ampie garanzie, sotto l’aspetto della compattezza. Molto spesso è riuscito a sopperire ad assenze preoccupanti, ma non siamo matti da considerare queste situazioni come vantaggiose...” La semifinale di ritorno si prospetta diversa, sul piano tecnico tattico rispetto a quella dell’andata allo Iacovone? “Credo che, da parte dell’Avellino, ci sarà un cambiamento di base- svela mister Papagni- nel senso che i biancoverdi dovranno attaccare più spesso, rispetto alla partita di Taranto. Lo dice il risultato che vede in vantaggio noi, lo dice anche il fatto che non si è verificata una grossa mole di gioco, dal punto di vista dell’Avellino”. “Credo che ci sarà una partita diversa- ribadisce il trainer rossoblu- quello che noi dobbiamo fare è continuare a giocare così come abbiamo fatto nell’arco del campionato, con grande attenzione nella fase di non possesso, grande capacità di creare problemi a qualsiasi formazione avversaria”. La difesa ionica sarà probabilmente costretta ad un super lavoro, in terra irpina: “E’ preparata alle insidie, l’ha dimostrato nell’arco delle 34 partite del campionato e nella prima partita di questi play off- sorride Papagni- L’intera squadra sa attuare molto bene la fase di non possesso palla. Quando è compatta, riesce a creare molte occasioni, a concedere pochissime possibilità alla formazione avversaria. Speriamo di poter ripetere queste doti ad Avellino. Questo però non significa che non siamo consapevoli dei mezzi stratosferici del miglior attacco dell’Europa, quello avellinese. Ma conosciamo anche la nostra forza, e su questa basiamo il nostro gioco”. La mentalità con cui l’ambiente ionico sta affrontando la vigilia dell’evento è quella giusta: “Credo che dobbiamo continuare a rimanere noi stessi, ad essere il Taranto di tutto il campionato e di questa prima parte di tale straordinaria appendice- mister Papagni non smette di ripeterlo- La straordinarietà del caso non deve inficiare il nostro modo di pensare. Quando siamo noi stessi, cerchiamo la prestazione, ed in tali situazioni il Taranto ha mostrato di saperci fare”. Non fa conti in tasca dell’avversario, il tecnico rossoblu: “Penso solo al Taranto, che ha mostrato nella parte finale di campionato, ed in queste settimane di preparazione, di avere tutte le carte in regola per giocarsi quelle chances che meritatamente si è conquistato durante il campionato”. di Alessandra Carpino
Ieri test a porte chiuse. Deflorio, stagione finita Stagione finita per Andrea Deflorio. Il capitano del Taranto non potrà partecipare alla semifinale di Avellino ed all’eventuale doppia finale play off a causa di un serio stiramento all’adduttore. Il Cobra chiude mestamente il suo secondo campionato in riva allo Ionio, dopo aver conquistato la promozione in serie C1 lo scorso anno. Ieri Andrea Deflorio è rimasto a riposo (sono stati consigliati dieci giorni di stop assoluto), risultando assente al test ufficiale che la squadra ha disputato a porte rigorosamente chiuse. Nel corso della stessa partitella contro gli Allievi di mister Passariello, hanno lavorato a parte anche Fabrizio Cammarata e Nicola Barasso. L’attaccante, ancora in dubbio per il suo rientro in campo (l’ultima partita è stata quella di Salerno, ndr), ha effettuato un allenamento differenziato, dedicandosi ad una corsa leggera. Solo palestra per il portiere Barasso, reduce da sintomi influenzali. Dopo circa una ventina di minuti, anche Antonio Zito ha dovuto abbandonare il rettangolo di gioco: è stato visto zoppicare al termine della seduta, a causa di una contusione al piede sinistro, frutto di uno scontro con un giovane avversario. Aldo Papagni ha fornito le formazioni, che hanno visto l’alternarsi in porta di Faraon e dell’Allievo Maraglino. Nel primo tempo, un 4-4-1-1, con difesa composta, da destra verso sinistra, da Panini, Caccavale, Pastore e Prosperi. A centrocampo, Toledo ha custodito il versante destro, Colombini avanzato su quello mancino, con Monticciolo e De Liguori interni. Mancini ha svolto ruolo di rifinitore a supporto di Ambrosi unica punta effettiva. Nel secondo tempo, invece, ancora carte mischiate da parte dell’allenatore ionico per un modulo votato al 3-4-3. Il reparto arretrato è stato appannaggio di Cosenza, Castroni e Prosperi, mentre la zona nevralgica ha visto protagonisti Mortari sulla fascia destra, Larosa e Cejas mediani, Zito (poi sostituito) sulla corsia sinistra. La triade offensiva è stata formata da Scarci a destra, Catania centrale e Mattioli largo a sinistra. Quattro le reti realizzate, segnate da Ambrosi, Mancini e Toledo nel primo tempo, e da Catania nella ripresa. Oggi i rossoblu effettueranno una seduta unica pomeridiana, ma il previsto preritiro è stato annullato. La squadra, comunque, cenerà al gran completo nell’abituale struttura alberghiera del Nicotel di Castellaneta Marina, poi i calciatori torneranno nelle proprie abitazioni. Domani mattina, invece, è in programma l’allenamento di rifinitura allo Iacovone, al termine del quale l’intero organico e lo staff tecnico pranzeranno e partiranno, successivamente, alla volta di Avellino. di Alessandra Carpino Foto e testi presenti in tifo-e-amicizia.it sono stati in parte prelevati da Internet e quindi valutati di pubblico dominio. Se i soggetti o gli autori avessero qualcosa in contrario alla pubblicazione possono segnalarlo alla redazione che provvederà prontamente alla rimozione. |
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