Qualcosa d'intentato e le domande da farsi La condanna rischia di essere continua: il Taranto non riesce a farsi bastare niente. Si cruccia, quando la partita è finita: di una superiorità non espressa, di intenzioni rimaste sulla carta, di un episodio contrario. Esercizio sterile, molto spesso. Perché non arriva in fondo, perché non porta l’analisi laddove serve. Ovvero: perché nemmeno a Potenza basta segnare due gol per vincere? Perché l’episodio diventa decisivo? Quesiti che dovrebbero preoccupare, piuttosto che permettere sorrisi illogici. Che qualcuno dovrebbe porsi, cercando di darsi una risposta seria. Sarebbe il primo passo per evitare che il mucchio di rimpianti si ingrossi ancora, fino a diventare intollerabile. Necessario, a questo punto, capire con cosa si ha a che fare: il Taranto, anche Potenza lo ha dimostrato, ha qualità davanti che possono rendere spontaneamente la squadra credibile, che possono sopperire persino ad alcune lacune. Ha un organico che, lontano il rinnegato obiettivo d’estate, può serenamente competere per un posto nell’aristocrazia del campionato. Soprattutto se il campionato - è onesto dirlo - non sembra tecnicamente allo stesso livello dei precedenti. Ma pareggia contro un Potenza normale, contro una Juve Stabia modesta e altro ancora. Perché lascia sempre qualcosa di intentato, rendendo decisivo l’episodio. Perché la forza della squadra rischia di diventare un boomerang. Poggiata solo sugli uomini di fantasia e talento, il Taranto dipende dal loro umore e dalla personale ispirazione. Non ha una manovra di rifugio se non contempla (a Potenza è accaduto) l’utilizzo dei centrocampisti nella fase di possesso e nemmeno i loro inserimenti per cercare di aggiungere pericoli (e gol) all’attacco. Scarica molte responsabilità, invece di condividerle. E capita, poi, che il logico (anche temporaneo) appannamento di qualche singolo possa inevitabilmente bloccare la squadra. Mancano, cioè, continuità di manovra e solidità di squadra: qualità che, insieme, potrebbero far diventare sufficienti due gol per vincere una partita. E potrebbe dare maggior lustro a un Mancini di qualità superiore alla media: a Potenza sembrava di vederlo recuperare, lanciare e concludere al tempo stesso. Uomo ovunque di una squadra che, adesso, si trova a quattro punti dai playoff e a quattro dai playout: di un gruppo che potrebbe stare più in alto e invece gioca nella zona anonima. Senza che nessuno si chieda un perché vero, senza che ci siano indagini sensate, che arrivino alla radice del problema. Non è tutta fatalità: ci sono ragioni sufficienti per capirlo. E non è tutto normale: solo che a volte sembra che il Taranto non lo capisca. I giocatori sembrano mortificati, a fine partita: si chiedono come sia possibile e danno risposte migliori di quanto si possa immaginare. Riconoscono l’esistenza di un problema. Il resto, invece, finge che tutto proceda regolarmente: blindando la posizione di chi, almeno, andrebbe provocato per costringerlo a tirar fuori il meglio, di chi dovrebbe immaginarsi vicino a un baratro per reagire e creare le condizioni per la svolta, traumatica o no. Invece sorrisi, braccia larghe, quasi rassegnazione, in attesa che qualcosa accada. E accuse, incomprensibili, al sistema. Senza domande da farsi. di Fulvio Paglialunga
La rinascita di Mancini in un Taranto immaturo La rinascita di Mancini. L’errore di Cari. Le esternazioni di Blasi. Tre spunti tratti dal derby. A Potenza Mancini si riprende il Taranto, riportando la sua bravura e la sua maturità a misura delle esigenze della squadra. La prova è senza sbavature. Corre quanto un mediano, ispira come un interno di regia, inventa più di un fantasista di ruolo, segna due gol da vecchio centravanti. Gioca tra le linee, sulla trequarti, dove tutto diventa inevitabile, se l’idea è giusta: affondare centralmente (lo spazio c’è) o assecondare i movimenti delle ali larghe (Zito e Cutolo). L’ultimo Mancini, questa versione più versatile e tagliente, ha tutto: la rapidità, il palleggio, l’invenzione, il dribbling, ora anche il tiro. Merce rarissima in un calcio solo fisico. Mancini adesso tira e segna, attingendo ad un repertorio di tocchi, avvitamenti, sensibilità, fiuto che sono tipici di un attaccante. Ma Mancini non è una punta. È di più, è altro. È un giocatore moderno che, a vederlo, nemmeno lo immagini così muscolare, così resistente, così flessibile. Invece non finisce mai, assorbe gli urti, si piega e non si spezza. Cinque partite (neppure piene), 4 gol: record personale di realizzazioni. L’anno scorso: 26 presenze, 1 gol. Il salto di qualità è evidente. Come sono ormai evidenti i tratti del suo carattere, i segni della sua personalità. Mancini è puro e misterioso. Chi lo conosce bene, racconta che sarebbe capace di spaccare il mondo per amicizia e di incepparsi dentro una sola contraddizione. Sembra, però, che abbia bisogno di essere felice per dare il meglio di sé. Mancini oggi è un giocatore felice? Quando è in campo sì. Quando la partita finisce, dà ancora l’impressione di non esserlo. La doppietta del "Viviani" lo rimette idealmente sul mercato, riportandolo al centro delle attenzioni. Andrà via a gennaio? Domanda inevitabile, dopo una partita così. Mancini dice di non saperlo. Blasi butta lì, un «vedremo» di circostanza. Che è comunque una risposta diversa, rispetto a quella ripetuta un sacco di volte qualche mese fa, quando Mancini sembrava incedibile. In un Taranto che si allontana dalla prospettiva, allo stato semplicemente fantastica, della serie B, Mancini diventa nuovamente oggetto del desiderio di molti club. Perché, felicità a parte, ha la luce di un grande destino. A Potenza Cari comincia la partita senza punte e non sbaglia. Perché asseconda sino in fondo la natura di una squadra ricca di ali di fantasia. Il discorso è vecchio. Fuori uso Dionigi, convalescente Cammarata, poco spendibile Ascenzi: impossibile ipotizzare un reparto offensivo. Meglio esaltare le virtù dei singoli più ispirati, allagando di giocate la trequarti, dove la manovra può diventare spontaneamente pericolosa. Logica, dunque, la scelta iniziale. Non totalmente comprensibile la gestione dei cambi. Ovvia la sostituzione di Cejas (dentro Cavallo). Meno scontata quella di De Liguori (dentro De Falco). Inopportuna quella di Cutolo con Zaccanti (un difensore). Perché è un messaggio alla squadra. Un invito a retrocedere mentalmente, lasciando campo agli ultimi, disperati, assalti dell’avversario. Difendere a cinque, aumentando il tasso di densità davanti alla propria area, è sempre una pessima idea, quando il vantaggio è minimo e il convulso finale incombe. A Potenza Blasi parla di «sistema che complotta contro il Taranto», partendo da un sopruso che non c’è. Perché la trattenuta di Migliaccio ai danni di Konte è netta, oltre che sciocca. Tanto netta che l’arbitro la punisce col giallo (sventolato in faccia all’incolpevole Di Bari). Con la teoria del complotto Blasi, invece, finisce con l’offrire un appiglio giustificativo alla squadra e all’allenatore, unici responsabili di un incredibile pareggio. di Lorenzo D'Alò
Taranto, quanto spreco Lo spreco, ancora. Così il Taranto si strappa il sorriso dalle labbra: trovandosi con un pareggio quando era maturo il successo. Sfarinandosi inaspettatamente: il Potenza, colpevolmente rimesso in vita, si aggrappa all’ultimo episodio utile per prendersi un punto. Così diventa vano il calcio sontuoso di Manuel Mancini e i rossoblu sciupano la possibilità di riprendere confidenza con la vittoria (solo una nelle ultime otto partite). L’incapacità
Le pagelle di Fulvio Paglialunga BARASSO - Attento sugli interventi che ci sono da compiere. Sembra avere maggiore coraggio nelle uscite e, anche su palla bassa, è provvidenziale su Konte in due occasioni. Subisce due gol, ma non sembra poterli evitare: 6
Potenza e Taranto, basta un punto Il Taranto fa di più, ma non vince. Il Potenza fa quello che può e pareggia. Il 2-2 che, alla fine, matura al "Viviani" racchiude una formale giustizia, pur mortificando maggiormente i meriti del Taranto. Meriti di giornata. Meriti tecnici, essenzialmente. Ma anche di tenuta e di interpretazione. Meriti che sommati non danno, comunque, il totale desiderato: la vittoria. Ma solo un pareggio che non cambia il destino del Taranto. Devia leggermente il corso degli eventi. Cari guadagna tempo. La squadra riprende fiato. La discussione su futuro e prospettive resta, però, aperta. Conviene continuare ad interrogarsi sulla natura della squadra tarantina che qualcosa d’intentato lascia anche a Potenza, sciupando, a rimonta perfezionata, prolungati momenti di superiorità. Il punto gratifica soprattutto il Potenza. Perché lo acciuffa al culmine della fatica, dando un senso a questo derby di transizione (domani la società dovrebbe annunciare il nome del nuovo allenatore) e offre un seguito ideale al pareggio ottenuto giovedì scorso con la Lucchese (un altro sfinente 2-2). L’ultima vittoria rimane un ricordo lontano (9 settembre). I limiti ci sono. Ma il gruppo è vivo. Reagisce alle avversità, risponde ancora ai comandi. Non è poco, di questi tempi. Al Taranto non basta la doppietta di Mancini. Due gol di pregevolissima fattura. Roba da attaccante e non da universale illuminato. Gol di una precisione chirurgica. Perché soccorrono il Taranto al momento del maggior bisogno, quando è importante riportare in equilibrio il risultato (18’ del primo tempo) e quando è fondamentale riportare in partita la sua squadra (18’ del secondo tempo). La perfetta corrispondenza del minutaggio conferisce ai gol di Mancini un valore simbolico. Sembra quasi che il fantasista tarantino usi un orologio interno per colpire. I gol di Mancini occupano il centro della contesa, allagando di buone intenzioni e di giuste aspettative il derby del Taranto. Quelli del Potenza, invece, aprono (Dettori al 9’ della frazione iniziale) e chiudono (Grillo al 46’ della ripresa) il confronto. Sono gol di una bellezza inferiore, ma hanno in sé la capacità di squarciare l’equilibrio nascente e di cambiare l’esito finale. Sono gol, insomma, più pesanti. Il Potenza (3-5-2) in avvio sembra possa sorprendere il Taranto (4-3-1-2). E, infatti, dopo nove minuti è già in vantaggio. L’azione si sviluppa sulla destra. Pignalosa quasi dal fondo riesce a mettere in mezzo un pallone per l’accorrente Dettori che, libero e indisturbato, infila di piatto destro. La reazione del Taranto è immediata, oltre che credibile. È fatta di tentativi che germogliano direttamente sulla trequarti, dove Mancini ispira, Cutolo inventa e Zito crea. Non c’è bisogno di costruire gioco. Basta far recapitare il pallone fra i piedi dei fantasisti. Qualcosa succede sempre. Come al 18’, il primo minuto magico di Mancini. Si vede Cutolo lavorare un pallone sulla sinistra. Stavolta non indugia in dribbling. Bada al sodo, assecondando la sovrapposizione puntuale di Colombini, che va sul fondo e crossa basso. In area Mancini controlla col sinistro, si gira e infila col destro. Fa cioè quello solitamente fanno i bomber di razza. Derby nuovamente in equilibrio. Il Potenza, che dopo l’uscita precoce di Urbano si è messo a difendere a quattro, continua a saltare il centrocampo, lanciando lungo, preferibilmente su Konte. Sull’attaccante africano è decisivo Barassoì (23’). Poi è Zito a cincischiare davanti a Iuliano (28’). Ed è ancora Konte a lambire di testa il palo più lontano (34’). Nella ripresa il Taranto si concede un quarto d’ora di disorientamento. Poi scade il secondo minuto magico di Mancini, che trafigge Iuliano di giustezza, sfruttando un millimetrico invito di Cutolo. È, ovviamente, il 18’. Il Potenza si spegne. Il derby sembra offrirsi alle nuove voglie del Taranto. Cari comincia a cambiare. Entra Cavallo per l’esausto Cejas. Entra De Falco per l’incredulo De Liguori. L’allenatore tarantino porta energie fresche in mezzo al campo. Cutolo, attivato da un magistrale lancio di Mancini, chiama Iuliano alla parata provvidenziale (27’). Il Taranto sembra proprio in grado di farcela, stavolta. Cari, cautelandosi forse eccessivamente, ordina l’ultimo cambio: dentro Zaccanti, fuori Cutolo. Ora il Taranto si difende a cinque. Abbassarsi, lasciando campo alla pressione un po’ scomposta del Potenza, diventa così inevitabile. Migliaccio strattona Konte. La punizione dal limite è un cattivo presagio, almeno per il Taranto. Grillo, infatti, fulmina Barasso, imponendo il definitivo 2-2. di Lorenzo D'Alò
Le pagelle di Lorenzo D'Alò BARASSO 6 - Sui gol sembra senza colpe. Più preciso e tempestivo del solito nelle uscite.
Una vittoria inseguita da quattro turni Con la rete di Grillo al 91' sfuma il secondo successo esterno per il Taranto; i rossoblù inseguono i tre punti da quattro turni.
Taranto, trasferta-bivio E' il giorno della svolta. In qualunque modo finisca la gara di Potenza qualcosa cambierà. E' l'ultimo banco di prova per Marco Cari e per molti giocatori. Vincere (e convincere) potrebbe valere una parziale riabilitazione. Ma occorre qualcosa di più che il semplice risultato. Urge vedere in campo il Taranto che, finora, non è stato: una squadra attenta, lucida e organizzata. Con un’identità, una manovra corale da sviluppare senza attendere le giocate dei più ispirati. Le ultime cronache descrivono una compagine svuotata. Cari sa di essere di fronte ad una montagna quasi invalicabile. Deve dimostrare in novanta minuti ciò che non gli è riuscito, seppur con diverse attenuanti, in due mesi. Potenza-Taranto rappresenta l’ultima chance per evitare che la crisi provochi reazioni più fragorose. Se non dovessero arrivare i tre punti, con ogni probabilità, il tecnico di Ciampino non si accomoderebbe più sulla panchina ionica. Anche il presidente Blasi, pur avendogli confermato la fiducia giovedì pomeriggio, ha capito che un ulteriore passo falso non sarebbe ammissibile. E nel calcio il conto lo paga (prima e per tutti) l’allenatore. Cari, probabilmente, sa di non poter contare su un blocco unico nello spogliatoio. Le sue scelte saranno decisive. Le tre partite ravvicinate suggeriscono il turnover (anticipato e disatteso contro la Juve Stabia). Oggi il Taranto cambierà, partendo dal modulo: Cari rispolvererà il 4-3-1-2 atipico (4-3-3 in fase di possesso) varato a Lanciano. Senza un centravanti di ruolo, ma con tre uomini in grado di inserirsi senza dare punti di riferimento. In avanti potrebbero giocare Cutolo, Mancini e Zito (da destra verso sinistra). Ma Zito non attraversa un buon momento: l’alternativa è inserire una punta di ruolo (Ascenzi). Il centrocampo sarà composto da Cavallo, Cejas e De Liguori. In panchina si rivedrà Cammarata. di Fabio Di Todaro
A Potenza l’ultima sconfitta 44 anni fa Dodici i precedenti di campionato giocati dal Taranto in casa del Potenza, nove nell’ambito dei tornei di serie C, uno nel Campionato Nazionale Dilettanti e gli ultimi due in C2; ionici in testa nel bilancio con sette vittorie contro le tre raccolte dai lucani.
Taranto, che figura Si chiama crisi, piaccia o no. Ed è dannoso continuare a ignorarla. Crisi di gioco, di risultati, ma soprattutto crisi tecnica. Il Taranto non gioca più. O forse, continua a non giocare: dimentica come si vince (lo ha fatto una sola volta nelle ultime sette partite) e al tempo stesso ricorda tutti i suoi vizi. Riesce persino nell’impresa al contrario di non segnare a una squadra che, finora, aveva subito almeno un gol a partita. Ancora fischi, ancora cori, ancora contestazione: logicamente. Perché difendere l’indifendibile è controproducente e, soprattutto, non è comprensibile. Il Taranto sbatte su una Juve Stabia imbarazzante, contrapponendo alla povertà tecnica degli avversari la propria povertà tattica. Facendo diventare un muro invalicabile una appena onesta resistenza. Permettendo a un gruppo semplicemente organizzato di uscire indenne, dopo novanta minuti di innegabile bruttezza. Il calcio è altrove: è manovra, schemi, cambi in corsa, movimenti studiati, alternative tattiche pronte, lettura della gara, guida tecnica adeguata. Tutto quello che manca al Taranto, che improvvisamente smette anche di esistere come somma di individualità. Come se avesse smesso di crederci, non trovando nemmeno sostegno dalla propria guida. Cari, nonostante tutto, non è a rischio. Ma il processo della piazza è già avviato. E le prestazioni di una squadra in involuzione costante continuano a dargli torto. Tutto fuori controllo, anche le parole. Perché si potrebbe parlare di una squadra troppo brutta per essere vera, ma comincia a farsi largo l’idea che proprio la versione così brutta del Taranto sia quella vera. In perfetta continuità con le ultime prove: senza idee spendibili, senza una forma credibile e senza correzioni logiche. A Capuano (confinato in tribuna) basta organizzare i suoi, mettere almeno nove uomini sistematicamente sotto la linea della palla per dare al Taranto solo l’illusione di una supremazia. Senza lasciarla concretizzare. Perché quando la difesa avversaria è schierata servono movimenti giusti e coordinazione tra chi porta palla e chi la deve ricevere. Serve qualcosa di pensato, spiegato, provato e memorizzato. E i rossoblu non mostrano nulla di questo, rispondendo solo ai comandi dell’istinto, cercando ripetutamente l’iniziativa individuale, anche nella giornata di peggiore ispirazione dei singoli. Così il Taranto somma i propri errori a quelli di chi lo guida, rendendo vuota la resa. Si sbaglia troppo in una volta sola. Sembrano errate le scelte iniziali: il turnover annunciato da Cari si riduce a sostituire Cavallo con Ascenzi (ancora impalpabile) e a tornare al 4-2-3-1, insistendo su uomini provati mentalmente (Zito sente ancora il peso degli errori di Lanciano e non è di nessun aiuto) o scarichi (Cutolo). Sono errate, certamente, le correzioni: tardive e senza una chiara utilità. E suonano come unghie sugli specchi le parole a partita finita, con i fischi che ancora si sentono, la contestazione che monta (un centinaio di tifosi attende fuori dagli spogliatoi). Parole che vedono il buono in una partita che non ha nulla di buono da prendere. La Juve Stabia, formazione umile e conscia dei propri limiti, si arrangia. Difensivista per vocazione e schieramento: il 3-5-2 di Capuano è, in realtà, molto più stabilmente un 5-3-2, vista la prolungata fase di non possesso. Scelta logica: perché ogni volta che Pisani e Rizza oltrepassano la metà campo il Taranto trova il modo di ripartire sugli esterni. Così la Juve Stabia risolve per conto proprio l’anomalia dei rossoblu, che paradossalmente giocano in contropiede in una partita da vincere e, quindi, da comandare: blocca i suoi esterni, costringendo la banda di Cari a cercare il gioco. Qui il Taranto si arena: deve muoversi in spazi soffocati, avrebbe bisogno di idee. E non ne trova. Non trovando nemmeno occasioni pericolose: situazioni favorevoli, al massimo, frenate dall’inevitabile errore all’ultimo passaggio o dalla frapposizione orgogliosa dei campani. Il gol non ha premesse e non arriva. Nemmeno quando Sabatino, su cross di Zito, rischia di deviare nella propria porta (30’), con Milan che accompagna il pallone sulla traversa. Nemmeno quando il guardasigilli avversario provoca una punizione in area (42’, Cutolo tira, Mancini involontariamente respinge, Zito calcia alto). La confusione che sapientemente la Juve Stabia crea e le difficoltà che il Taranto incontra si traducono in un gioco spezzettato, da falli o da errori. Che non diventa bello nemmeno nella ripresa. Senza gol, ancora: ci prova Mancini (4’, girata in area deviata da Milan), ci va vicino Di Bari (5’, Rizza sulla linea devia sulla traversa), si avventura De Liguori (12’, sinistro deviato in angolo). Momenti tirati fuori dal nulla: da un pallone che rimbalza, da una respinta corta. Che non hanno costruzione e non sono sufficienti a superare le barricate di Capuano. Cari guarda la partita, ma non la cambia: sembra contento di una squadra quasi inguardabile. E non la tocca. Dall’altra parte, invece, qualcosa si muove. E l’equilibrio non si rompe. Nemmeno quando Zito, di sinistro in corsa, alza da posizione favorevole (24’). Il Taranto non capisce la partita, Cari non la interpreta né cerca la svolta. La gente, invece, è molto più chiara. Canta: "Vergognatevi". Inequivocabile. di Fulvio Paglialunga
Le pagelle di Fulvio Paglialunga BARASSO - Giornata totalmente inoperosa: guarda gli altri giocare, sapendo che la Juve Stabia non gli darà mai fastidio: s. v.
Le pagelle di Lorenzo D'Alò BARASSO sv - Praticamente inoperoso. Non giudicabile.
Terzo pareggio interno di fila Il Taranto non riesce più a vincere; nelle ultime 7 giornate i rossoblù hanno conquistato i tre punti solo una volta vincendo per 1-0 in trasferta contro il Foto e testi presenti in tifo-e-amicizia.it sono stati in parte prelevati da Internet e quindi valutati di pubblico dominio. Se i soggetti o gli autori avessero qualcosa in contrario alla pubblicazione possono segnalarlo alla redazione che provvederà prontamente alla rimozione. |
|
|