Sciogliere gli ultras L’ultima speranza è che un mondo complesso come quello degli ultras rossoblù, dove la logica dell’appartenenza fa spesso miscela col disagio della marginalità, imploda da sé. E implodendo, ponga fine ad un fenomeno che sta devastando per prime le vite di chi ne è coinvolto. Ma perché ciò avvenga non bastano gli appelli edificanti e la drastica repressione. Da sole, queste misure, non sono sufficienti. Ormai è chiaro. Servono gli ultras per ridurre gli ultras alla ragione, alla decenza, al buon senso. Occorre rivolgersi direttamente a loro, ai soggetti sani di una minoranza malata. Ci sono. C’erano anche domenica in curva nord: inermi al cospetto di giovanissimi militanti che, invece, si davano un gran da fare: con le pietre e con le mani. C’erano: impotenti davanti al loro fallimento. Quello di non aver saputo controllare le deviazioni peggiori dell’utopia ultras. Di quest’inganno collettivo che è il tifo organizzato. Non tutto. Non quello sincero e gioioso che faticosamente resiste. Ma del tifo che sempre più degenera nella collusione criminale e che, in qualche caso, diventa lobby economica. Cioè fonte di guadagno illecito, strumento di ricatto inaccettabile, pretesto di soprusi e scontri. Questa parte del tifo organizzato va combattuta e debellata. Ma per farlo servono gli ultras. È necessaria la loro collaborazione. È a loro che, dopo trent’anni di immagini livide, di morti assurde, di violenza cieca, di odio di branco, rivolgiamo l’invito: scioglietevi. Rinunciate alla vostra missione. Lo diciamo ai «capi», a chi ha ancora una coscienza critica e conserva la capacità di guardarsi dentro. Scioglietevi, fatelo ora. Adesso che sulla curva incombe una lunga chiusura. Restituite lo stadio alla sua dimensione primordiale. Fate in modo che torni ad essere il luogo della passione di tutti. E non il ricettacolo del vizio di pochi. È impossibile? Non lo pensiamo. È difficile, semmai. Ma può accadere. Basta prendere atto che un’idea di tifo - quello imbevuto di disprezzo e di rancore - ha fatto naufragio. Sarebbe bello se questa proposta dello scioglimento partisse proprio da Taranto, balzata ai disonori della cronaca per le canaglierie di una curva che ha imposto la sua dittatura al resto dello stadio. Sarebbe bello se questa "nuova utopia" dello stadio, ripulito da ogni forma di violenza fisica e verbale, partisse dai nostri gruppi organizzati. E si propagasse, come un contagio salutare, al resto dell’Italia. di Lorenzo D'Alò
Il calcio all'inferno L’inferno. La violenza che vince, il calcio schiacciato. Pomeriggio nero, uno dei più neri. Oggetti che volano, scontri, devastazioni. E il Taranto in mezzo, vittima degli incidenti e anche di scelte incomprensibili. Perché il calcio italiano stavolta non si ferma e calcola male: un poliziotto, scelleratamente, uccide con un colpo di pistola un tifoso della Lazio in autogrill. Lo spettacolo, dicono le menti del pallone, deve andare avanti. Senza tenere conto delle possibili reazioni, della voglia di vendetta. Non accade ovunque, ma a Taranto sì. Comincia un pomeriggio strano, comincia una giornata da ostaggi della violenza. Comincia qualcosa che dovrebbe finire, finisce una partita che non dovrebbe cominciare. Tutto strano, tutto incredibile. E tutto alla luce del sole: arrivano gli ultras, non vogliono che la partita si giochi. Lo urlano, mescolando il messaggio a cori contro le forze dell’ordine. Un poliziotto ha ucciso un tifoso: la sintesi è questa. E la partita va fermata. Lo dicono subito ai rossoblu: parlano con Pastore e De Liguori, chiedono di fermarsi, di non giocare. Messaggio trasportato all’arbitro: il capitano, il suo vice e Colombini parlano con il molisano Tagarelli, chiedono di non giocare. Niente da fare, nemmeno dopo un confronto di Pastore con il capitano della Massese Bonatti. Le squadre sarebbero d’accordo, l’arbitro e l’ispettore di Lega no. Si cerca il dialogo: entra una delegazione di ultras nello spogliatoio, cercando di ottenere il rinvio. Si gioca, però. Non c’è spazio per niente. Si gioca dieci minuti dopo le altre, perché il caos ha rubato tempo. Si comincia ma si capisce che il rischio che non finisca è alto. Ultras del Taranto e della Massese urlano incessantemente il loro scopo. “Sospendete la partita”, da una parte e dall’altra. In mezzo tribuna e gradinata, che fanno partire fischi e cori di disapprovazione. Lo stadio si spacca, gli ultras cominciano dando le spalle al campo. Volano oggetti di ogni tipo, fischi dalla curva a chi gioca e dagli altri settori alla curva. In campo arriva di tutto, la violenza comincia a appesantire l’area. Lo stadio sembra sotto sequestro: gli ultras lanciano oggetti e la gente non sa che fare. Sembra un brutto film, sembra tutto irreale. Il Taranto sta vincendo, il calcio sta perdendo. Un occhio al campo, uno agli spalti: la paura nel volto delle persone. Oppure il disappunto di chi allo stadio è arrivato per vedere una partita. Mezz’ora di Taranto-Massese o poco più: i tifosi toscani (una ventina) lasciano il settore e abbandonano lo stadio per protesta, i tarantini lasciano la curva e si trasferiscono dietro il settore. Ci sono incidenti, devastazioni. Partono i lacrimogeni: uno finisce in Curva, poco prima dell’intervallo. Un altro finisce addirittura in una macchina al di fuori dello stadio, provocando un piccolo incendio, prontamente domato. Aria pesante, non solo per l’odore acre. E l’impressione che il peggio debba ancora arrivare. Eccolo, il peggio: la violenza raggiunge picchi impensabili, sfiora il dramma. Già al nuovo ingresso in campo: l’arbitro propone l’inversione delle porte, perché è pericoloso tenere sotto la Nord il portiere della Massese. I giocatori parlano, poi tutto resta com’è. Per poco, perché la fine è vicina. E la ragione cessa di esistere: diventa violenza cieca. Allucinante è, ad esempio, il pestaggio visto in gradinata: tifosi della curva che scavalcano e entrando nel settore dove ci sono altri sostenitori del Taranto, che però si sono dissociati rumorosamente dagli atti violenti. Una rissa, un tifoso di gradinata aggredito da almeno altri cinque tifosi. Lotta fratricida, assurda. Che scuote tutti, avvicina la fine. Della partita e del calcio: ora non c’è più controllo. Vengono divelte le recinzioni, le ringhiere della gradinata: tutto vola in campo, la sospensione viene cercata con ogni mezzo. La furia-ultras distrugge i bagni per farne munizioni. Pezzi di sanitari arrivano in campo prima che qualcuno, in curva, compaia con una sbarra da usare come ariete: spinta con la forza per sfondare le porte che conducono al campo. Impossibile da pensare, ma l’obiettivo degli ultras viene raggiunto, brutalmente. E’ follia: in campo arrivano i tifosi e piomba la polizia. Non c’è più partita: solo incidenti, solo fango che sporca il pallone. Le forze dell’ordine non cercano la carica, ma presidiano. I giocatori rientrano: sono passati tredici minuti dall’inizio della ripresa. Ventisette minuti dopo la partita è sospesa. E per il Taranto la sorte diventa durissima: prevedibile una maxi squalifica del campo, oltre alla sconfitta a tavolino. E una lunga scia di polemiche, dopo una domenica da ostaggi di pochi violenti. I filmati degli scontri sono già nelle mani delle forze dell’ordine, che cercheranno di individuare i responsabili. Tutto, però, sembra far parte del male minore. Perché quando si è saputo che la partita era finita, a molti è sembrato che stesse finendo il calcio. Forse è davvero così. di Fulvio Paglialunga
Taranto, vincono gli ultras In un’area di servizio nei pressi di Arezzo, muore, in circostanze assurde, un tifoso laziale. A Taranto, in circostanze meno drammatiche ma altrettanto assurde, il calcio rossoblù esala, forse, l’ultimo respiro. Succede perché gli ultras - i gruppi organizzati della curva nord - non vogliono che si giochi. E cercano in ogni modo, con una deprecabile escalation di azioni violente, d’imporre la propria volontà. D’imporla a tutti, anche a chi non è d’accordo. Anche a chi pensa, pur nella costernazione per la morte del giovane sostenitore laziale, che si possa esprimere solidarietà, assistendo dignitosamente alla partita. Al confronto leale fra due squadre. A Taranto-Massese, tredicesima giornata d’andata del campionato di serie C1. No, non è possibile. A Taranto, come a Bergamo, non si può. Perché la curva ha deciso così. E l’ha deciso per tutti, ancora una volta. Mostrando i muscoli e coprendosi il volto. Dando un’ulteriore dimostrazione di forza prevaricante, di atteggiamento ostile, di odio ottuso. E guai a chi, come quel malcapitato tifoso della gradinata, osa ribellarsi. Taranto-Massese dura esattamente sessanta minuti. Poi la terna arbitrale e le squadre si rifugiano negli spogliatoi. Partita sospesa al 13’ del secondo tempo. Non riprenderà più. Ci sono gli ultras in campo, quello sparuto gruppo di esagitati che è riuscito ad aprirsi un varco sotto la curva, abbattendo una porta d’accesso. Ci sono le forze dell’ordine schierate, con gli elmetti e gli scudi. Ci sono le pietre che continuano ad atterrare sul prato. C’è, insomma, tutta una scena di isterismo collettivo che va offrendosi all’incredula visione del resto dello stadio. Non manca nulla. Viene meno solo, e definitivamente, Taranto-Massese, la partita. All’inizio sembra tutto normale: il riscaldamento delle squadre, l’atmosfera mesta, il tifo tiepido. Ma in curva nord è già partito l’ordine: non si deve giocare. Pastore, capitano del Taranto, ne parla con Bonatti, capitano della Massese. La discussione si sposta negli spogliatoi. L’arbitro spiega ai due capitani che non è possibile alcun rinvio della partita. E, d’intesa con le forze dell’ordine, stabilisce che si deve giocare. Comincia una strana partita. Il Taranto segna al primo affondo, sfruttando una combinazione Di Bari-Mancini-Di Bari. Il laterale difensivo, schierato da Cari al posto di Colombini, penetra in area e deposita di giustezza, indovinando l’angolo più lontano (2’). Esultano i tifosi della gradinata e della tribuna. Quelli della curva nord, invece, disapprovano con ululati di scherno e cori inequivocabili. Gridano "vergognatevi" alle squadre in campo e ai tifosi sugli spalti che non appoggiano la loro protesta. Anzi, si dissociano apertamente. La Massese non reagisce. Sembra spaventata. Lascia fare al Taranto. Mancini è ispirato. Ogni pallone intercettato si trasforma in un’idea spendibile. Come l’apertura che al 18’ mette Cutolo nella condizione di puntare verso l’area, liberarsi con una finta di Cangi e cogliere il palo più lontano. La Massese è confusa. Il Taranto, tra una intuizione e l’altra, controlla con disinvoltura. E al 19’ raddoppia. Mancini asseconda il movimento di Cammarata, che riceve palla al limite dell’area , l’addomestica, si gira e con un sinistro impeccabile la infila sotto l’incrocio. Gran gol. Ma dalla nord, ora, volano pietre. L’arbitro ne raccoglie una e la mostra alla panchina rossoblù. La nord, per un po’, si spopola. Anche i tifosi della Massese abbandonano il settore loro riservato. Si consuma il primo tempo. La ripresa dura tredici minuti. C’è un tentativo iniziale di non procedere all’inversione del campo, in modo che sia sempre il portiere del Taranto a difendere la porta sotto la curva nord. Non va in porto. Volano altre pietre. Sale la tensione fra ultras e tifosi della gradinata, dove alcuni scalmanati fanno irruzione, accendendo una furibonda rissa. Il Taranto è frastornato. La Massese si fa più intraprendente e al 5’ accorcia le distanze con Bonatti, che sfrutta l’esito sporco di un corner. È l’ultimo sussulto della partita, che di lì a poco sarà sospesa. Perché gli ultras vogliono l’interruzione. E la ottengono, lanciando
Con la Cavese nel 2004 l’ultima gara sospesa L'ultima gara sospesa dei rossoblù prima di Taranto-Massese è stata quella giocata in casa contro la Cavese il 17 ottobre 2004; la partita viene prima interrotta per 3 minuti al 7', quindi ancora per un minuto all’11', infine definitivamente al 29' per incidenti tra le due tifoserie e ripetuti lanci di oggetti in campo e all’indirizzo delle forze dell’ordine (nel frattempo la Cavese si era portata in vantaggio con un gol di Schetter al 28'). In seguito il Giudice Sportivo assegna lo 0-3 a tavolino ad entrambe le squadre, mentre al Taranto vengono anche sanzionale tre gare da giocare a “porte chiuse”.
Taranto senza alternative L'ampio ventaglio di scelta cancella quasi tutti i dubbi. La vigilia della gara contro la Massese ha regalato buone notizie a Marco Cari. Antonio Zito ha svolto regolarmente la seduta di rifinitura, mentre Salvatore D’Alterio, pur avendo smaltito quasi del tutto il risentimento agli adduttori che gli aveva impedito di allenarsi negli ultimi due giorni, non è stato convocato. La ritrovata disponibilità di, però, non ha sconvolto i piani del tecnico di Ciampino. Contro i toscani il Taranto giocherà quasi sicuramente con il 4-3-2-1. E' il modulo che Cari ha provato durante la settimana e che la squadra ha utilizzato in diverse gare sinora disputate. L’utilizzo del più offensivo 4-2-3-1 (con Zito) è rimandato a tempi migliori, così come appare ormai accantonata l’ipotesi di schierare due punte (Dionigi e Cammarata). Cari ha optato per questa soluzione nelle prime tre giornate e i risultati non sono stati soddisfacenti (4 punti). Entrambi, inoltre, rientrano da lunghi infortuni e la prudenza consiglierebbe di non utilizzarli contemporaneamente. I rossoblù sanno di non poter fallire l’appuntamento contro la sorprendente compagine guidata da Giannini. La vittoria in casa manca da quasi due mesi (16 settembre, 2-1 contro il Gallipoli) e un ulteriore rinvio potrebbe avere conseguenze pesanti sull’umore della piazza. «In questo lungo periodo abbiamo commesso diversi errori - ha dichiarato l’estremo difensore Nicola Barasso -, ma nelle ultime partite siamo stati anche abbastanza sfortunati. Oggi abbiamo un solo risultato a disposizione: i tre punti ci darebbero fiducia e serenità per rientrare nei playoff prima della sosta». Di fronte ci sarà la Massese che, guardando i rossoblù dall’alto verso il basso (+1), firmerebbe per tornare a casa con un pareggio. «La classifica - prosegue il portiere di Pompei - non esprime i reali valori delle squadre. Credo che il Taranto sia superiore al Lanciano e alla Massese e abbia le carte in regola per competere con le prime quattro della classe». Cari, che non hai mai perso l’ottimismo riguardante gli obiettivi di questo campionato, sembra aver già individuato le insidie del confronto. Rispetto alle precedenti occasioni avrà a disposizione Pastore, Cammarata e Dionigi. Toccherà all’ex centravanti di Verona e Pescara giocare dal primo minuto, potendo contare su una settimana in più di lavoro (è già andato in panchina domenica scorsa). Dinanzi a Barasso la linea difensiva sarà composta da Tesser (nuovamente titolare dopo due mesi), Pastore, Migliaccio e Colombini. Davanti alla difesa giocherà Cejas, Cavallo (ha vinto il ballottaggio con Marsili) e De Liguori completeranno la linea mediana. Toccherà a Mancini e Cutolo accendere la manovra tra le linee e garantire il sostegno necessario a Cammarata. di Fabio Di Todaro
Doppio 0-0 nei precedenti Due i precedenti di campionato tra Taranto e Massese finiti entrambi per 0-0: risalgono al torneo cadetto 1970-71. Il primo confronto a Taranto al “Nuovo Salinella” di fronte a 12mila spettatori, il 27 settembre 1970 ed i rossoblù guidati da Tofani si schierano così: Cimpiel, Biondi, Nodari, Fabrizi, Jannarilli, Pelagalli, Pucci (dal 60' Malavasi), Romanzini, Santonico, Tartari, Di Stefano. La Massese allenata da Viviani va in campo con: Violo, Palù, Oddi, Nimis, Nenci, Zana, Colombo, Agostini, Menconi, Del Barba, Albanese; l’arbitro è Moretto di San Donà di Piave.
Cari fotografa la Massese Non è ancora il tempo delle ultime chiamate. Marco Cari non vuole sentire alcun tipo di rintocco o di conto alla rovescia. Contro la Massese si deve vincere. Va bene, per il morale e anche per la classifica. Occorrono tre punti perchè solo così il Taranto può cominciare l’assalto alle prime cinque posizioni. Però l’allenatore romano non vuole forzare i ritmi. «Siamo a quattro punti dai playoff e con un campionato intero ancora da giocare» rimarca. Intanto incassa i recuperi acclarati di uomini importanti come Cammarata, Pastore e Dionigi. Difficile vederli tutti insieme dal primo minuto contro la Massese. «Abbiamo ancora due allenamenti per valutare - ammette l’allenatore rossoblù - Cammarata sta più avanti degli altri e potrebbe giocare. Devo anche fare attenzione a non forzare i tempi. Non posso buttarli nella mischia contemporaneamente anche perchè sono rimasti fermi alcune settimane. Sicuramente Dionigi e Cammarata possono giocare insieme: l’ho detto dal primo giorno che sono arrivato qui». Esternare a metà settimana, non ha lo stesso effetto che farlo a caldo, dopo una partita. Cari appare più disponibile al confronto. «Mi interessa vincere contro la Massese perchè ne gioverebbe la classifica e il nostro morale. Capisco le ultime critiche, probabilmente ce le meritiamo per certi versi. Siamo i primi a pensare che possiamo dare di più. Io, però, sono soddisfatto delle prestazioni, di come la squadra sta lavorando giorno dopo giorno». Una ventata di auto-stima che deriva da una precisa considerazione. «Perchè nessuna squadra, in questo avvio di stagione, ci ha messo sotto». Ora arriva la Massese. La formazione allenata da Giuseppe Giannini è in grado di provocare disturbi ai rossoblù. «E’ una squadra in ottima forma - dice Cari - E’ reduce da cinque risultati utili. E’ una Juve Stabia con più qualità. Con questo voglio dire che ci attendiamo un complesso chiuso, con undici giocatori eventualmente dietro la linea della palla. Una squadra arcigna, robusta che vorrà “prima non prenderle”». Il tecnico si accoda alle considerazioni del capitano Pastore che, due giorni fa al “Corriere” ha voluto ridurre l’influenza della sfortuna sull’andamento del Taranto. «Sì, forse non è tutta colpa della sfortuna. Non siamo particolarmente fortunati, ma facciamo anche noi qualche errore». Gli innesti di giocatore come Pastore, Cammarata o Dionigi potrebbe anche servire a diminuire le ingenuità e migliorare la capacità di leggere in campo la partita. «La loro esperienza ci può tornare utile, soprattutto in certe situazioni di gioco. Abbiamo peccato in attenzione e furbizia in certi frangenti. Però devo anche valutare se impiegarli tutti e tre insieme». Questione modulo di gioco. Cari potrebbe variare ancora. Non più un tridente mascherato, ma uno schieramento con due punte fisse. «Il 4-3-1-2? E’ una soluzione credibile. Ma ne ho anche altre. La possibilità di giocare in diverso modo è una ricchezza da sfruttare. Penso sia un vantaggio avere tanti giocatori che possono darmi l’opportunità di mutare assetto tattico. E’ un modo per sorprendere l’avversario». Cari non si imbarazza di ritrovarsi con il “problema abbondanza”. «Per un allenatore non è mai un problema poter contare su tante soluzioni. Mi auguro di avere questi dilemmi anche in fase di convocazione». Per Cari il primo obiettivo è battere la Massese. Il mercato, ad esempio, è ancora una questione lontana nel tempo. «Non è il momento per parlarne». di Luigi Carrieri
La ricetta di Pastore L'onestà non gli manca. Ivano Pastore parla da capitano, seppur nelle ultime settimane sia stato costretto ad osservare i compagni dalla tribuna. «Non è un momento felice - esordisce - e l’infortunio al ginocchio mi ha impedito di fornire il mio contributo. Le nostre responsabilità? Ci sono, è inutile negarlo. A Lanciano, inspiegabilmente, abbiamo cambiato atteggiamento tra il primo e il secondo tempo. Contro il Potenza avremmo potuto chiudere prima il confronto, ma credo che ci sia mancata anche un pizzico di fortuna. Il fallo di Migliaccio era netto, ma non ho capito l’interpretazione dell’arbitro dal momento che ha ammonito Di Bari. Non avrebbe dovuto fischiare senza essere sicuro di ciò che aveva visto. Sono convinto che abbia agito in buona fede, ma comprendo lo sfogo del nostro presidente considerando i numerosi torti subiti dall’inizio del campionato». La microfrattura alla rotula, adesso, è un lontano ricordo. E il difensore salernitano, contro la Massese guidata dall’ex numero 10 (e capitano) della Roma Giuseppe Giannini, è pronto a giocare dal primo minuto. «Sono a disposizione del tecnico - prosegue -, toccherà a lui decidere se schierarmi dall’inizio. Non sarà una gara facile: come spesso accade allo "Iacovone" troveremo un avversario deciso a tornare a casa con un pareggio. Noi soffriamo questo atteggiamento rinunciatario e, sebbene i toscani siano in netta ripresa, stento ad immaginare un approccio diverso al confronto». La stagione del Taranto, intanto, potrebbe già essere giunta al bivio. Un eventuale passo falso contro i bianconeri potrebbe costare la panchina al tecnico Cari. I due pareggi consecutivi contro Juve Stabia e Potenza non hanno rinsaldato la sua posizione. «Il presidente ha rimandato ogni decisione a gennaio e, comunque, non so quanto possa giovarci un ulteriore ribaltone. Toccherà a noi, in campo, scongiurare questa ipotesi». La classifica non lascia spazio ai sogni di gloria. Il Taranto è nella terra di nessuno, equidistante dai playoff e dai playout e con la vetta che appare irraggiungibile (l'Ancona ha 27 punti). «Meriteremmo 4-5 punti in più che mi auguro di non dover rimpiangere a maggio. Anche l’anno scorso il nostro avvio fu simile. L’andamento del girone di ritorno fu eccezionale, eppure non ci ritrovammo in lotta per il primo posto a causa del rendimento balbettante che avemmo fino a Natale. Al momento ci sono formazioni che hanno un passo più deciso del nostro. Con i rientri degli infortunati, però, potremo dare una svolta al nostro cammino». Pastore conosce la ricetta giusta per rientrare nei playoff. «Non dobbiamo scendere in campo con l’ossessione del risultato. Senza fare programmi e con più tranquillità potremo centrare un traguardo che è alla nostra portata». di Fabio Di Todaro Foto e testi presenti in tifo-e-amicizia.it sono stati in parte prelevati da Internet e quindi valutati di pubblico dominio. Se i soggetti o gli autori avessero qualcosa in contrario alla pubblicazione possono segnalarlo alla redazione che provvederà prontamente alla rimozione. |
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