C’è Martina-Taranto Parlare di ultima spiaggia sarebbe eccessivo, ma se il Taranto non dovesse vincere al "Tursi", probabilmente, i proclami del presidente Blasi potrebbero essere ufficialmente riposti nel cassetto. Otto punti dopo sette giornate: il distacco dalla vetta è già abbastanza ampio e ha fatto scattare la protesta dai parte dei tifosi della curva nord. Al massimo dirigente rossoblù i supporters rimproverano «una gestione dilettantistica della società» e «la costruzione di un organico non all’altezza dei programmi annunciati con enfasi durante l’estate». Da via Umbria è giunta ieri la pronta risposta, affidata al sito ufficiale del club, che allude a una presunta commissione in atto tra politica e sport. Al Taranto, però, va dato altro tempo per poter certificare il suo valore. I vari avvicendamenti tecnici attuati stanno condizionando l’andamento dei rossoblù. Prima le difficoltà tattiche (risolte, per il momento, confermando il 4-3-2-1), poi i numerosi infortuni (Cejas, Mancini, Caccavallo, Migliaccio, Cavallo, Dionigi e Cammarata) che hanno ridotto il ventaglio di scelte a disposizione del tecnico di Ciampino. E' ancora presto per poter prevedere le ambizioni dei rossoblù in questo campionato. Cari ha diverse attenuanti, ma ciò che stride sono le parole utilizzate da Blasi appena dieci giorni dopo la delusione di Avellino. «Alla trentaquattresima giornata saremo in serie B» annunciò, senza fare i conti con la voglia di riscatto di altre piazze ambiziose come Salerno, Arezzo, Perugia e Gallipoli. Ma Pastore e compagni vorrebbero vivere alla giornata, cercando di risalire la classifica gradualmente. Iniziando da Martina: gli ultimi risultati (due punti in tre giornate) impongono una prestazione convincente sotto il profilo del gioco e del risultato. La squadra è consapevole della delicatezza del momento. Rinviando l’appuntamento con la vittoria, i malumori emergerebbero copiosi e si caricherebbe di eccessiva tensione la settimana che si concluderà con il match casalingo contro il Sorrento. I derby sono sempre gare particolari: tese, combattute, poco spettacolari. Martina-Taranto non dovrebbe distaccarsi da questo copione. L’elevata posta in palio potrebbe bloccare il confronto. Cari conosce queste partite e spera che i suoi elementi di maggiore qualità possano segnare la svolta. Il loro utilizzo, però, è tutto da valutare: ieri si è bloccato Barasso (febbre: allertato Faraon), Cutolo si è allenato, Zito è alle prese con un malanno al ginocchio (molto difficile il suo recupero). Se il primo dovesse recuperare agirebbe tra le linee al fianco di Pellecchia. In alternativa troverebbe spazio De Falco, con De Liguori e Pellecchia dirottati sulle corsie esterne (4-5-1). Il centrocampo muterà profondamente: si rivedranno dall’inizio Cavallo e Cejas (fuori Marsili e De Falco) che, al fianco del furetto partenopeo, garantiranno copertura alla difesa e geometrie in fase d’impostazione. Fiducia confermata ad Ascenzi, a segno contro il Martina negli ultimi due confronti (con le casacche di Paternò e Martina). di Fabio Di Todaro
Otto i precedenti al Tursi Sono otto i precedenti di campionato tra Martina e Taranto disputati al “Tursi”. I primi cinque confronti nell’ambito del Campionato Dilettanti o serie D, gli ultimi tre in serie C1; rossoblù in vantaggio nel bilancio con quattro successi contro i due dei biancazzurri.
Lontano dallo Iacovone qualcosa non funziona Giocando con le parole il Taranto è una squadra pantofolaia: appena esce di casa si impigrisce. Preferisce la poltrona e gli ambienti che meglio conosce. Però nel calcio non basta il tepore di casa propria. Per lottare ai vertici e raggiungere gli obiettivi che una squadra stabilisce. La verità va cercata anche fuori casa, dove il Taranto va troppo piano. L’ultima vittoria cinque mesi e mezzo fa, estate compresa: il 22 aprile, a Salerno. Partita perfetta, gol straordinario di Cammarata, risultato secco: 1-0, nulla più. Momento più alto del campionato scorso, vissuto con ricchi profitti anche fuori casa. Poi, la frenata. Nell’ultima partita di un campionato ormai segnato: con i playoff in tasca il Taranto perse a Foggia. Sconfitta indolore alla quale, però, ha fatto seguito una dolorosissima: quella nella semifinale di ritorno dei playoff contro l’Avellino. Un gol di Moretti spense il sogno del gruppo di Papagni. Da quelle lacrime si progettò (anzi: si annunciò) qualcosa di diverso. Che, tuttavia, non ha cambiato la tendenza: fuori casa il Taranto non funziona, almeno per ora. Fino a Perugia e Salerno il Taranto è andato per niente: viaggio di andata carico di speranze e di ritorno ricco di delusioni. Due sconfitte, diverse per la genesi, ma comunque senza punti da ricordare. E due pareggi senza gol, a Pistoia e ad Arezzo. Gioco frenato: il Taranto fuori casa si è speso solo a Salerno, fermandosi per troppa paura nelle altre partite. Troppi calcoli e non sempre giusti, qualche volta anche la tentazione di accontentarsi. E, soprattutto, una vocazione al gioco in velocità che in trasferta trova sfogo, ma ha anche l’effetto di un boomerang: la fase difensiva dei rossoblu, infatti, non è ancora rigida e spesso la squadra, lanciata in lunghe volate verso la porta avversaria, si trova scoperchiata, con pochi uomini a coprire e una pressione che comincia troppo tardi. Capita che così che non bastino i due gol segnati a Salerno. Oppure che, prestando attenzione alla copertura, si sacrifichi la costruzione: risultato 0-0. E’ capitato a Pistoia e ad Arezzo, per citarne due. Ora Martina è una trasfertalimite. Per la distanza non sembra nemmeno una trasferta, in verità. E, poi, è un campo in cui gli equilibri saltano e la lotta si esalta. Ma è, soprattutto, il momento di capire il valore dei rossoblu lontano da casa: l’anno scorso, proprio al Tursi, il Taranto capì di avere una nuova forza, vincendo e raccogliendo l’entusiasmo, ma soprattutto comprendendo il proprio valore. Fu una svolta vera. Ora l’occasione è analoga e la situazione assai difficile. E, soprattutto, il 22 aprile inizia sempre ad essere troppo lontano. di Fulvio Paglialunga
Prove tecniche... di Taranto-Martina Ivano Pastore, sul “Corriere” di due giorni fa, ha certificato la crisi del Taranto. Marco Cari, ieri, ha invitato a non drammatizzare. Forse dipende da quale prospettiva si vede il famoso bicchiere. Otto punti dalla vetta preoccupano meno dei cinque giocatori indisponibili lunedì scorso e che rischiano di saltare l’appuntamento con il derby. «Questo è il mio cruccio - dice Cari - Gli infortunati hanno un peso decisivo sul nostro rendimento. Mi piacerebbe avere tutti a disposizione, perchè potrei dare una mia impronta di gioco. Non si può modificare assetto ogni due partite». L’1-1 con il Pescata ha avuto un effetto notevolmente negativo. Ha rallentato la marcia verso la vetta, ha creato malumore tra i tifosi ed ha abbassato il livello di auto-stima dei calciatori. «Effettivamente facciamo fatica a smaltire questo pareggio casalingo. L’umore dei ragazzi, anche ieri, non era dei migliori. Più che delusione, c’è amarezza. Brucia parecchio come è arrivato questo stop interno. Anche perchè all’inizio sembrava una partita stregata, come ha dimostrato il rigore sbagliato. Poi, dopo la rete di De Liguori, pensavo realmente di avere portato a casa i tre punti. Dobbiamo fare tesoro di queste partite. Il Pescara ci ha fatto soffrire perchè si è chiuso e non ci ha dato molto spazio. Allo Iacovone è un problema che si ripeterà sicuramente. Nonostante tutto eravamo venuti a capo di questa partita. Peccato per quel gol arrivato proprio all’ultimo minuto». Si è detto di un Cari che invita a non drammatizzare. Ecco il pensiero del tecnico nella sua estensione. «Capisco che in questo momento si possa fare un certo tipo di valutazioni, ma io non la vedo così male. Non c’è una squadra che può ammazzare il torneo, tanto meno il Taranto. Io credo che a parte la prima gara di Perugia e un tempo a Pistoia, siamo stati sempre all’altezza a livello di prestazione. Il pareggio contro il Pescara ha finito con il condizionare i giudizi. Io credo che qualche punto in più lo meritavamo, specie per quei torti arbitrali che abbiamo subito». Cari, nel post-partita di lunedì scorso, ha usato l’arma del paradosso. Essere a meno otto, ha detto, rischia di diventare un aspetto positivo. La classifica non va più guardata; meglio concentrarsi sulla gara singola. «Ed io voglio essere ancora più chiaro. Tutti noi dobbiamo fare un bagno di umiltà. Dico tutti: società, giocatori, tifosi e stampa. Non perdiamoci dietro discorsi sui punti di distacco dalla classifica. Pensiamo a giocare e, qualche volta, buttare la palla in tribuna. A me interessa che la squadra pratichi un buon calcio, ma dobbiamo essere fermamente convinti che il risultato si ottiene con una grande determinazione». Superfluo sottolineare come i gol su palla inattiva siano un problema di cui tenere conto. «E’ vero. In questo momento è l’aspetto tecnico su cui dobbiamo lavorare maggiormente». Il derby con il Martina arriva al momento giusto? «Penso proprio di sì. Non ci sarà bisogno di caricarla eccessivamente. Le due squadre, per esigenze differenti, vorranno ottenere i tre punti. E’ una sfida molto sentita. La gara adatta per riprendere la marcia». E ai tifosi cosa dice? «In modo abusato diciamo che i tifosi devono sostenerci durante la partita e, eventualmente al novantesimo, avere il diritto di applaudire o fischiare. Loro hanno fatto questo. C’è stato incitamento e poi è arrivata la disapprovazione. Non posso che ringraziarli per il loro onesto comportamento. Mi auguro che possano agire sempre in questo modo». di Luigi Carrieri
Pastore consola il Taranto «In momenti difficili come questi, è la calma la medicina più utile per riuscire a venirne fuori. Se ci agitiamo, facciamo soltanto il gioco dei nostri avversari».
Chi parla è capitan Ivano Pastore, una delle "bandiere"
del Taranto. Il pari contro il Pescara ha lasciato profondamente amareggiati i tifosi. E la contestazione finale è stato il naturale epilogo.
«Parliamoci chiaro. Abbiamo gettato al vento due punti preziosi che ci avrebbero fatto molto comodo in classifica, ma non dobbiamo piangerci addosso. Ci faremmo male da soli».
Tra tensioni e incomprensioni Quanti altri gol segnerà di destro De Liguori, che è solo mancino? Per capirci: non è sufficiente nemmeno la casualità. Perché il Taranto non è convinto di sé (al punto di aver paura) e non riesce nemmeno a convincere. Una macchina inceppata: ecco cosa si ha l’impressione di vedere. Che non trova il modo per mettersi in cammino, che fatalmente sbuffa senza partire. Un calcio inespresso, ma forse non inesprimibile. Ostaggio di tensioni e incomprensioni. Le tensioni sono logiche: se si nota che il Taranto è a otto punti dalla vetta e a tre dalla zona playout senza notare che tre sono anche le distanze dalla zona playoff vuol dire che la contabilità è saltata e che le parole dell’estate non hanno smesso di rimbalzare. Così l’ambiente attende e la squadra percepisce: bloccandosi, disperdendo anche le qualità individuali. Il gruppo non capisce se stesso, la piazza non capisce il gruppo: un corto circuito devastante, che fa viaggiare il Taranto a un ritmo al di fuori delle promesse. Che produce fischi e brutte prestazioni, disattenzioni e errori. Problemi, insomma. E demotivazione, depressione sportiva. Le incomprensioni sono, invece, evitabili. Ma ci sono: restituiscono un Taranto che fatica a diventare credibile, che non si stacca dall’idea di somma di individualità e quindi non diventa una squadra. Che sembra muoversi senza ordini, che perde facilmente i collegamenti: non scorrono idee tra una linea e l’altra e molto spesso non riesce a scorrere nemmeno il pallone. Impressione triste: di un gruppo che stavolta non riesce nemmeno a gestire l’attacco, finora risorsa di una squadra zoppa, perché già non in grado di assicurare una fase difensiva rigida. E’ bastato al Pescara tenere fermi i difensori e schierare un centrocampista sempre davanti alla retroguardia per oscurare gli uomini di fantasia di Cari. E, di colpo, inaridire una manovra che vive di spunti e di uomini da saltare palla al piede, senza nessun esercizio di memoria. Svelando il trucco, prima noto ora evidente: il Taranto non prevede la costruzione, ma una corsa cieca per portare il pallone ai trequartisti. E, quando l’avversario lo capisce, diventa facile da controllare. Ma non si può credere a un Taranto condannato a un campionato anonimo. Serve, anzi, capire le qualità del gruppo e dargli un volto vero, spendersi nel confronto e spargere umiltà. Andare oltre l’ordinario per rimettere in piedi una classifica difficile. Decidendo, a costo di forzare. Decidendo la strada idonea senza aspettare che tutto precipiti. Intervenire, farsi venire idee. Ecco: Cari deve farsi venire un’idea e togliersi le nubi d’attorno. Dare risposte in campo e fuori, riconoscendo i problemi del gruppo. Perché il Taranto ha problemi: non dirlo è sponsorizzare una menzogna. Ha problemi anche quando il rigore arriva (ma Cutolo sbaglia), quando l’episodio è favorevole (De Liguori che segna di destro a cinque minuti dalla fine). E ha problemi, soprattutto, sulle palle inattive: altro rischio calcolato male. di Fulvio Paglialunga
Nel Taranto il grande assente è il gioco I fischi dei tifosi firmano la critica più feroce. Il Taranto spreme due punti dalle ultime tre partite e la sua gente accende un piccolo stato di agitazione. Non si fida della squadra confusa e labile che s’incaglia nel Pescara. Teme fortemente che non possa mantenere ciò che il presidente Blasi, forse con troppa disinvoltura, ha promesso: la serie B. Il problema non è solo il presente: la pochezza di molti singoli o la classifica che sfiorisce. No, il problema è capire se può esistere un futuro, continuando a giocare così. Il dubbio c’è. Ad insinuarlo è la prova impersonale offerta contro il Pescara. Quella sensazione di squadra molle nel palleggio e spenta nella concentrazione. Capace di produrre pochi momenti di gioco e di logica. Sempre in attesa di qualcosa: un’intuizione, un episodio, una prodezza. E nell’attesa, quel suo avanzare facendo a meno di una manovra corale, di una visione collettiva, di un dialogo articolato. Manca il gioco al Taranto. Negarlo non è più possibile, a meno che non si voglia spacciare qualche ripartenza di qualità per l’intreccio di una trama improvvisa. E se, dopo sette partite, la resa organizzativa è così misera, un motivo ci deve essere. O sbaglia Cari o è sbagliata la squadra. Questa specie di equivoco elementare va ormai affrontato e chiarito. Il Taranto non è ancora una squadra compiuta. È solo difesa (spesso distratta) e rifinitura (non sempre ispirata). Non c’è costruzione. Non c’è un inizio di mediazione tra le due fasi di gioco. E non esiste, se vengono meno contemporaneamente Dionigi e Cammarata, tensione realizzativa, cioè possibilità di fare gol. Ascenzi non li porta. Porta confusione, sbatte sui corpi degli avversari, non ha i piedi per giocare di sponda o per far salire la squadra. È un Taranto condannato a prendere le partite come vengono, non avendo ancora memoria degli schemi e capacità di metterli in pratica. O il confronto va come detta la sua indole fantasiosa, o sopraggiungono le difficoltà. E tutto diventa più arduo: ogni tentativo si arena, ogni proposta risulta vana, ogni idea evapora. Una squadra così può facilmente prendere il sopravvento contro qualsiasi avversario, ma anche smarrirsi in un vortice di banalità. Contro il Pescara la natura ambigua del Taranto è sembrata evidente. Rimane alle sue spalle una forza acerba che però si sperde sul campo quasi senza controllo. E su questa "forza" conviene concentrarsi: per catturarla e imbrigliarla in una forma stabile. Non lasciandola più sola, in balìa degli eventi e degli umori. Altrimenti, basterà sempre poco, anche una squadra normale come il Pescara, per annullarla. E appiattire il Taranto, chiudendo la tempesta dei suoi fantasisti in un bicchiere. di Lorenzo D'Alò
La strana notte di De Liguori Che Vincenzo De Liguori sia una fonte inesauribile per l’economia del gioco del Taranto è noto da tempo. Che possa sfruttare le esibizioni sotto i riflettori, rigorosamente in diretta satellitare, per porre anche il suo sigillo, sembra un piccolo sfizio del mediano partenopeo. “La notte mi porta bene: in un anno, due partite e due gol, mica male- Vincenzino stempera il rammarico per l’occasione persa col Pescara sorridendo e ricordando anche la rete messa a segno lo scorso torneo contro la Samb. “Ho notato lo scambio fra Sciaudone e Pellecchia, una combinazione fra due giovani di assoluto valore- De Liguori descrive la sua esecuzione- Ho visto Pellecchia allungarsi, mentre io calcolavo lo spazio a disposizione in avanti. Sono stato anche fortunato, perchè il suo cross è stato leggermente deviato da un pescarese: ho raccolto la palla ed ho colpito di prima intenzione”. Regalano un’emozione fortissima al pubblico, per una vittoria quasi insperata a pochissimi minuti dal termine. Eppure la prodezza del mediano è stata clamorosamente annullata da un’ingenuità, dopo soli quattro giri di lancette: “Non riesco a spiegarmelo- il tono di voce è critico e riflessivo nel contempo- Forse siamo stati troppo superficiali, oppure la squadra ha mancato d’esperienza”. “A quattro minuti dal fischio di chiusura- ha proseguito il napoletano- non è possibile subire gol in questo modo, addirittura su azione di contropiede... Sul calcio d’angolo che ha portato al pari di Sansovini occorreva maggiore attenzione. Magari dobbiamo imparare ad avere più furbizia: penso ai nostri avversari bravi, nel frangente, a “perdere” del tempo prezioso”. Vincenzo De Liguori analizza da sè, spontaneamnete, il dato statistico che più risalta: “Si può sbagliare un calcio di rigore, Cutolo non ha colpe- commenta- E’ accaduto anche a grandi campioni, è un terno al lotto. Il problema è un altro: su sette reti subite dal Taranto, cinque risultano calci piazzati. Dobbiamo lavorare sotto questo aspetto, come già da settimane stiamo facendo”. Eppure il reparto arretrato consta di elementi di qualità ed esperienza: “La difesa è buona- ci tiene a precisare De Liguori- In effetti, non abbiamo subito troppe reti su azione. Le difficoltà sui calci da fermo scaturiscono forse da qualche titubanza di troppo”. Episodi a parte, il Taranto in notturna non ha soddisfatto i suoi tifosi: “Abbiamo disputato un bruttissimo primo tempo- il mediano non usa eufemismi- Il secondo è stato meno inguardabile, ma non “da Taranto”. Abbiamo concesso troppo ai nostri avversari, eravamo imballati e perdevamo molti palloni, venivamo costantemente anticipati o intercettati”. Si è evidenziato proprio a centrocampo: “Abbiamo sbagliato troppi passaggi, io in primis- è l’onestà di Vincenzo De Liguori- E’ importante fare un esame di coscienza. Con tre centrocampisti, nonostante la posizione più larga di De Falco sulla destra, era nostro compito non perdere equilibrio. Quello che è venuto a mancare: fra noi si contavano circa 30 metri di distanza”. Nel frattempo, le dirette concorrenti alla zona nobile avanzano in classifica: “E’ normale avvertire del rammarico per il terreno perso finora- spiega il mediano- Sarebbe un errore, adesso, concentrarci sulla graduatoria: dobbiamo valutare le insidie partita dopo partita. Non farlo potrebbe peggiorare la situazione, creare ansia nello spogliatoio”. De Liguori parla da esperto della categoria qual è: “Le partite hanno storia a sè, tutte. In casa dobbiamo concentrarci ulteriormente, perchè siamo consapevoli dell’atteggiamento degli ospiti- afferma- Si chiudono, ci impediscono di dialogare palla a terra. Sarà una sorta di rituale delle prossime gare casalinghe: dobbiamo temere soprattutto le sfide con formazioni che puntano a tutelarsi per poi provare le ripartenze”. Primi fischi per gli ionici, dopo il pareggio in notturna di lunedì: “Conosco Taranto: basta poco per esaltarsi o per deprimersi- è l’opinione dell’uomo che ha rinnegato la serie B, per prolungare di tre anni il contratto in rossoblu- Dobbiamo rifarci sul campo per riconquistare i nostri tifosi, splendidi anche lunedì sera”. A cominciare dall’ostico derby di Martina: “I biancazzurri stanno vivendo una situazione critica di risultati- conclude De Liguori- Avranno il dente avvelenato. Non sarà una passeggiata, come non lo è mai in questa categoria”. di Alessandra Carpino
Oggi doppia seduta per i rossoblu Il Taranto non perde tempo e torna subito al lavoro. I rossoblu di mister Cari si sono ritrovati ieri pomeriggio, dopo il posticipo serale di lunedì pareggiato con il Pescara, allo stadio Iacovone, per svolgere una tipica seduta defatigante. L’allenatore di Ciampino ha diviso l’intero organico a disposizione in due gruppi: il primo, composto dai giocatori impiegati nella gara con gli abruzzesi, ha effettuato una seduta più leggera; il secondo, formato dai ragazzi non impiegati, alcuni sulla piena via del recupero, ha intensificato il ritmo. Alla ripresa della preparazione erano assenti gli attaccanti Dionigi e Cammarata, e l’esterno Caccavallo, tutti infortunati. Ha girato a parte Mancini, dedicandosi alla corsa. In merito ad un recupero di Davide Dionigi per il derby di Martina, Marco Cari ha dichiarato: “Soffre ancora per la contrattura al polpaccio, ma dovrebbe aggregarsi al gruppo a metà settimana. Dionigi sta continuando le sue cure, dovremo valutarne le condizioni”. Il tecnico romano ha colloquiato con i suoi giocatori, prima di iniziare l’allenamento: “La partita col Pescara ha lasciato l’amaro in bocca a tutti- ha rivelato- Eravamo venuti a capo di una gara complicata a pochi minuti dalla fine, dopo un rigore fallito, ed abbiamo vanificato la vittoria al novantesimo”. “Occorreva una prestazione di livello superiore, di fronte ad un Pescara che concedeva davvero poco- ha proseguito Cari- Con i ragazzi ci siamo detti che, fra le prossima gare da disputare in casa, solo cinque potrebbero rivelarsi abbordabili: saranno tutte formazioni d’alta classifica. Alcune giocheranno ad ostacolarci e noi dovremo essere più veloci e determinati”. Il trainer rossoblu è stato velatamente criticato dal pubblico: “Non mi sono accorto della contestazione, ma credo che appartenga alla normalità del calcio- Cari è sereno- L’amarezza del pubblico è comprensibile: ci ha incitato sino alla fine in modo encomiabile. Prendersela con l’allenatore, poi, è una sorta di “status symbol”. Oggi è prevista la rituale doppia seduta per i rossoblu. di Alessandra Carpino
Poche illusioni in una serata senza stelle E’ triste quando i riflettori si spengono e la platea dispensa solo amare contestazioni. La notte del posticipo non è appartenuta al Taranto, che pure aveva cercato di farla propria con una rete a pochi minuti dal fischio finale. Un’illusione regalata da Vincenzino De Liguori, autore di un rasoterra chirurgico di destro dal limite, vanificata dall’ennesimo sortilegio su calcio piazzato, un tiro dalla bandierina del Pescara che vaga in area fra le teste di Pomante e Sansovini e il disordine della difesa ionica. Una festa rovinata? Forse solo nell’acquisizione di tre punti pesanti per una classifica che si sta allungando. In fondo il pareggio è giusto, in fondo i pescaresi, rigenerati dopo il rischio fallimento e compatti nel proprio scacchiere, hanno saputo bloccare le fonti di gioco rossoblu con pragmatismo notevole. Ed il Taranto non ha entusiasmato, mostrando timidezze inaspettate dopo gli approcci decisamente più spavaldi notati nelle due precedenti trasferte, lasciando trapelare i limiti di una squadra quasi incompiuta. Basti ricordare i molteplici palloni persi a metà campo, le azioni intercettate, il filtro nella zona mediana che rischiava di favorire il Micco o il Felci di turno, l’evanescenza in fase offensiva (Dionigi serve come il pane, con tutto il rispetto per Ascenzi, scelta unica ed obbligata, che non disputava una partita intera da mesi). “Virtù non luce in disadorno ammanto”, recitava Leopardi nell’Ultimo Canto di Saffo: in un contesto confusionario, le doti naturali dei singoli rischiano seriamente di affievolirsi. Eppure il modulo era quello prediletto, un 4-3-2-1 che ha vissuto però di qualche correttivo di troppo, concepito da Cari e dalla tipologia tattica dell’avversario: Cutolo ha spaziato partendo dal versante destro, collocandosi anche dietro l’attaccante di ruolo. Il giovane De Falco è stato costretto ad una sorta di allargamento a destra, soffrendo in occasione di qualche intervento di recupero. La defezione di Caccavallo, è innegabile, ha privato il Taranto di una bella dose di estro e suggerimenti preziosi: sarà difficile rinunciare alle capacità dell’esterno partenopeo, a quella sua indole esuberante che l’ha contraddistinto nelle ultime esibizioni. Alle sue conclusioni a rete, che avrebbero meritato miglior sorte. Non sempre, però, il talento dei giovani può rivelarsi taumaturgico: su Cutolo pesano come macigni due errori, l’impreciso sinistro al volo del primo tempo ed il netto calcio di rigore deviato da Indiveri sul palo basso. Il piccolo Marsili racchiude nel suo scrigno balistico una visione di gioco interessante, destinata a crescere, ma lunedì è apparso ovattato anche lui. Ed a tratti irritante è stato Zito: sempre anticipato sulla corsia mancina, battuto nel contrasto avversario, avaro di spunti. Irriconoscibile ed evanescente. Il “sole nella pioggia” di una partita che ha decretato il primo pari interno degli ionici va sempre cercato: corrisponde al rientro in campo del guerriero Cejas, dopo l’infortunio patito nell’esordio del campionato. Scampoli di grinta dell’argentino, che è apparso deciso nel contatto con la palla, senza i comprensibili timori psicologici di un ex convalescente. Il debutto assoluto di Sciaudone, gioiello prelevato dal Tritium:ha apportato fresco dinamismo nel finale, ha suggerito la combinazione vincente con un altro giovanissimo, Pellecchia, per la rete di De Liguori. E’ un Taranto in “attesa”: di migliorare, perfezionare gli automatismi. Il presidente Blasi è stato criticato, dopo i proclami estivi, l’allenatore Cari mantiene la calma. In vista del derby di Martina, circondato da un alone d’ansia anche per i biancazzurri. Chi rischierà di più? di Alessandra Carpino
Taranto, i primi fischi Vincere sarebbe stato troppo. Ma De Liguori aveva regalato l’illusione. Invece finisce come deve: pari tra due squadre che si annullano, molto spesso anche da sole. Peggio per il Taranto, che ha altre ambizioni rispetto al Pescara. Peggio perché la gente non apprezza e fischia, perché la classifica si slabbra e le grandi scappano via. Peggio perché il malumore si ammassa come le nuvole minacciose della notte dello Iacovone. Su Cari non piove, per ora. Ma a otto punti dalle prime (e tre sopra la zona calda) e con il resto della compagnia lanciata verso altrove la discussione si apre. Peggio per il Taranto perché quando la gente canta «meritiamo di più» è evidente che parole e fatti non trovano più sincronia. Non basta trovare un gol nella spazzatura (da rimbalzi occasionali) e nemmeno un rigore (che Cutolo si fa parare). Non basta perché i vizi sono in agguato e persino a un gruppo di operai organizzati come il Pescara viene concesso il gol su palla alta. Non basta nemmeno che Cari scelga secondo logica e secondo convenienza: mette il Taranto più solido, muovendo le pedine fino a formare il 4-3-2-1, modulo di maggiori garanzie. Senza sorprese, qualche novità si scruta in panchina. Chiede copertura e la ottiene da subito, smarrendo però l’iniziale ordine nell’avanzata. Difetti di manovra a cui la fantasia stavolta non sopperisce, limiti che il tempo non rende leggeri, collegamenti che saltano e passaggi che non arrivano. Anche il Pescara, però, ci mette qualcosa. Risponde furbamente alle idee di Cari: Lerda (squalificato, gli ordini li dà Luca Leone, riserva anziana) piazza Caracciolo davanti alla difesa, come un fermaglio. Elemento di raccordo del 4-1-4-1 tirato fuori per avere quattro linee come l’avversario: in fase di possesso Di Matteo e Micco avanzano e il capitano finisce tra i mediani. Tanto timore da produrre calcio estemporaneo: in tv non vedono manovre godibili e, in verità, nemmeno dal vivo. Qualche accelerazione, al massimo. Quella che porta Cutolo al tiro, ma senza costrutto: buona l’apertura di Ascenzi (esterno destro), pessimo il tiro da sinistra (23’, alto nonostante la buona posizione). Mosse veloci o mosse a sorpresa: non c’è ragionamento. Infatti il tiro che Marsili fa partire al 24’ (destro da venti metri) è un’idea tirata fuori da nulla, che però Indiveri respinge. Il Pescara esiste quando si difende, ma inciampa quando attacca (solo un tiro di Micco al 1’). Il Taranto è prigioniero dell’avversario che si rintana e anche un po’ di se stesso. Prova a cambiare forma: dopo mezz’ora diventa 4-2-3-1 cercando comunque un equilibrio. Il mediano che avanza sulla linea degli incursori è De Falco, chiamato a una vita da pendolare per tornare subito indietro in fase di non possesso. Mosse che aumentano la presenza, ma non riducono gli errori: l’ultimo passaggio è un incubo che spesso si presenta. Lì il Taranto si incaglia. Quando, invece, trova i tempi giusti qualcosa produce: cross di D’Alterio (47’) di sinistro, colpo di testa (alto) di Ascenzi in corsa. I balbettii sono una costante che inquieta: non c’è continuità di manovra e nemmeno una pericolosità eccessiva in zona alta. Senza un spunto il rischio è il pantano. Lerda cerca di evitarlo muovendo la panchina: entra Packer (più offensivo) a inizio ripresa, prendendo il posto di Micco ma con il compito di spingere di più. Cari lo chiede a voce, semplicemente. Risultato ambiguo. Perché prima spinge il Pescara. Due volte: Packer sciupa facendosi respingere la palla dal traffico (2’, passaggio di Sansovini prima lanciato contro Barasso) e Di Matteo prova a fare tutto da solo (5’, sinistro fuori). E poi il Taranto sente improvvisamente odor di vantaggio. Fa tutto Cutolo: intercetta un errore di Diliso, crossa e si vede respingere con la mano il pallone. Solo che l’imperfezione è in agguato sul rigore, che l’arbitro (giustamente) concede: calcia di sinistro (8’), Indiveri devia sul palo e recupera sulla spalla. Spreco troppo grosso in una partita zoppa in ogni fase: quella difensiva e quella offensiva. La novità (non bella) è questa. Al punto che Cari, che dalla panchina vede quello che vedono tutti, prova a fare la cosa più semplice: chiede conforto a Pellecchia, sperando che la somma dei singoli restituisca una squadra. Poi mette Sciaudone, che ha la faccia tosta di lottare subito e di trovarsi nell’azione del gol. Pellecchia butta in area un pallone che rimbalza impazzito: arriva a De Liguori, che di destro (non il suo piede) batte Indiveri. Segnare al 39’ a volte è utile a strappare punti senza accumulare meriti. Non accade al Taranto, che sbatte contro la rara giustizia del calcio (il risultato che aderisce alla partita) e si incarta in un suo antico vizio. Minuto 44: corner di Vitale, Pomante allunga di testa e Sansovini (ancora di testa) batte Barasso. Finisce con la gente che fischia, mentre Blasi lascia la tribuna e Cari abbandona il campo. Il derby sarà un bivio. di Fulvio Paglialunga
Le pagelle di Fulvio Paglialunga BARASSO - Non ha quasi niente da parare, ma una sua uscita su Sansovini è rischiosa e sul gol sembra troppo lontano dal pallone, anche se il cross che lo
Il Taranto si fa male
da solo Un muro d’ansia. Per abbatterlo serviva un altro Taranto. Non la squadra superficiale e irrisolta che, nella notte senza stelle dello Iacovone, rimedia solo un punto. La prova è difettosa. Il risultato anche: e la classifica non respira. Stavolta le scelte di Cari sono coerenti, aderendo alle possibilità attuali del Taranto. Confermata la struttura piramidale (4-3-2-1). Senza sorprese la formazione. Ma la resa immediata non è quella sperata. L’approccio alla partita è, infatti, pieno di titubanze. Ci sono errori in disimpegno e imprecisione nel tocco. La squadra rossoblù sembra patire una specie di stordimento, come se fosse avviluppata da fili invisibili. Cerca di mettersi il vento alle spalle, ma non lo trova. Non sembra una questione di modulo. Risulta deficitario, semmai, il contributo degli interpreti. Le timidezze diffuse dei tre mediani: De Falco, Marsili e De Liguori. Le astrazioni dei fantasisti: Cutolo e Zito. L’isolamento dell’unica punta: Ascenzi. È, insomma, il Taranto, nella sua interezza di squadra, a dare la sensazione di essere capitato nella partita sbagliata. Partita che, in avvio, rimane saldamente a disposizione del Pescara. La formazione adriatica ha stabilmente cinque uomini in mezzo al campo, sparsi su due linee. Caracciolo e Ferraresi sono gli interni tattici. Felci, Di Matteo e Micco assicurano mobilità, con frequenti spostamenti e cambi di direzione. Un lavoro meticoloso, che dovrebbe tornare utile al riferimento più avanzato: Sansovini. Il Pescara, volendo risalire al modulo, è 4-2-3-1 (fase di non possesso). Il primo quarto d'ora scivola così, privo di sussulti. Non c'è cronaca. Il Taranto è dentro questa bolla d’aria che sembra inibirlo. E per venti minuti non riesce quasi a muoversi. Poi, però, si scuote. Si allargano i fantasisti. I mediani hanno idee da spendere. Il Pescara, se attaccato in pienezza di organico, facendo salire anche gli esterni bassi, dà segni di sfilacciamento. Ci sono sortite «buone» per il taccuino. Da una combinazione Colombini-Ascenzi, nasce un’oppor tunità per il sinistro di Cutolo. Il pallone sorvola la traversa (23’). Il Taranto prova a prendere il passo. Ma nella metà campo abruzzese gli spazi sono sempre intasati. Si chiudono rapidamente davanti all’avanzare della squadra tarantina. Così Marsili tenta di sorprendere Indiveri con un tiro dalla distanza: il portiere pescarese scorta il pallone oltre la traversa. Il finale più denso del Taranto non annulla tutte le approssimazioni della squadra di Cari. Resta il dubbio di un cattivo funzionamento. Dubbio che Ascenzi, girando di testa il cross dal destra di D’Alterio, potrebbe cancellare. Ma anche, stavolta, il pallone accarezza la traversa, perdendosi sul fondo. La ripresa sembra nuovamente aprirsi alle voglie della sbarazzina formazione abruzzese. Packer per Micco: è la mossa che ordina Lerda (squalificato) dalla tribuna. Non muta granché l’atteggiamento tattico. Sansovini scavalca Barasso e porge un pallone interessante proprio a Packer, che calcia male e si fa rimpallare il tiro. Poi è Di Matteo a liberarsi per la conclusione da fuori. Il Taranto resta a guardare. Quando riesce a far filtrare un pallone nell’area, pesca Cutolo e trova un ineccepibile calcio di rigore (braccio di Diliso). Dal dischetto, però, Cutolo non è impeccabile: pallone sul palo e quindi tra le braccia di Indiveri (8’). Brutto segnale. Cari aumenta il tasso di fantasia, inserendo Pellecchia (fuori De Falco). Oscilla il modulo: ora è 4-2-3-1. Nel Pescara entra Zappacosta (fuori l'ammonito Diliso). Tocca a Felci arretrare sulla linea dei difensori. Le difficoltà del Taranto persistono. Cari richiama Marsili, facendo rivedere la luce del campo a Cejas. Ma le idee continuano a scarseggiare. Al Pescara è sufficiente ammassare uomini dietro la linea della palla per inaridire ogni tentativo del Taranto. I gol sono alla fine. De Liguori illude (destro filante da dentro l’area), Sansovini disillude (girata di testa sulla sponda aerea di Pomante). Dal 39’ al 44’, succede molto ma non cambia niente. di Lorenzo D'Alò
Taranto, così non va proprio Il Taranto non c’è: per demeriti propri e per forza di cose. Le assenze di Cammarata e Dionigi, tra gli altri, penalizzano oltremisura il reparto offensivo ionico e l’abulico posticipo con il Pescara lo dimostra ampiamente: il Taranto crea tre occasioni da gol in 90 e passa minuti. Cutolo ne sbaglia due: l’unica del primo tempo, quando spara alto solo davanti ad Indiveri, e quella più importante, il rigore ad inizio ripresa. Più freddo De Liguori, che invece all’82’ piazza la palla nell’angolino sfruttando una dormita colossale della difesa abruzzese. Ma il vantaggio è un’illusione: il pareggio di Sansovino arriva ancora una volta su calcio piazzato e, seppur premi forse oltremisura l’assoluta vaghezza offensiva del Pescara, riporta a galla con prepotenza problemi che i tre punti avrebbero potuto camuffare. Perché a prescindere dagli eventi esterni, dal falcidio muscolare che sta colpendo il Taranto, dal fatto che l’1 a 1 possa essere giusto o no, quella messa insieme in estate resta una squadra disomogenea e tenacemente aggrappata ai lampi di pochi singoli. Una squadra specchio del posto in classifica che occupa, e non può essere altri che questo emblematico nono posto: troppo poco, visti soprattutto i proclami di partenza, per evitare i fischi finali dello Iacovone.
Le pagelle di Pietro Cinieri Barasso 5,5 – Un’uscita suicida su Sansovini, poi normalissima amministrazione.
Taranto, notte d'esami Notte di esami. Difficile perché sotto i riflettori nulla sfugge, perché è meglio che non sfugga la concorrenza (Salernitana e Ancona per ora sono a più nove), perché le ambizioni vanno pesate e perché il processo di crescita ha bisogno di arrivare a un punto vicino alla verità. Notte di Taranto-Pescara (20.45, diretta RaiSport Sat), stadio illuminato e tensione viva: qualunque risultato esca porterà a una riflessione. A una squadra pronta a rilanciarsi, a un destino ufficiale da incompiuta o all’interno di un tunnel dal quale sarà complicato, poi, uscire. E’ il Taranto a decidere per sé, ma l’avversario non è uno scarto della riflessione: è formazione allenata agli sbalzi d’umore, partita male e adesso rafforzata negli uomini e nel ruolino, passata dall’orlo del fallimento alla salvezza economica già più volte e adesso, forse, definitivamente di fronte a una nuova era. E’ gruppo che mescola spessore di svincolati di lusso a effervescenza di una gioventù costretta a crescere in fretta. E’ guidata da Lerda, ex attaccante rossoblu (squalificato con il suo secondo: in panchina il team manager Multineddu e, forse, Di Battista, allenatore degli Allievi). Da temere: lo dice il recente cammino (due vittorie nelle ultime tre partite). Ma il Taranto ha usato sei partite di questo campionato per infilarsi già nel collo di un imbuto: per capire che il valore dell’avversario rischia di non avere spazio nella discussione. Conta il risultato. Anzi: ne conta solo uno. Condizione difficile, che Cari ha già ufficializzato indicando da che parte puntare. Iacovone illuminato: fascino che resiste nonostante le intemperie verbali e le restrizioni a norma di legge. Luci sul campo, dove - polemiche a parte - si dice la verità: lì il Taranto deve esprimersi, dando una versione credibile di sé a chi osserva e, finora, non è mai stato totalmente persuaso. Da una squadra che quando si difende non attacca e quando attacca non si difende, di un gruppo ancora alla ricerca di un reale equilibrio tattico che riesca a conservare il patrimonio di talento in avanti e non sommi troppi rischi in fase di non possesso. Cari non ha ammesso, ma ha compreso il problema: ha portato nuovamente la squadra in laboratorio per trovare la sintesi migliore. Ne è uscito, per ora, con l’albero di Natale fuori stagione: sarà 4-3-2-1, con Ascenzi in campo come unica punta da schierare e a disposizione. Mancano Cammarata e Dionigi, ma non sono i soli a stazionare in infermeria. Si è arreso anche Caccavallo, infortunato domenica scorsa e non è ancora rientrato Mancini. Di buono c’è che Cejas, Cavallo e Migliaccio sono nuovamente tra i convocati e pronti per qualche minuto di partita. Opzioni da non sottovalutare: i rientri graduali aumentano le alternative possibili, soprattutto per cambiare assetto durante la gara. Ora, però, la partenza sembra stabilita: tre mediani (Marsili a gestire il traffico, De Falco e De Liguori a dare dinamismo), due incursori (Cutolo e Zito) pronti ad allinearsi ad Ascenzi per assisterlo o ad accentrarsi per puntare direttamente alla porta. Resta la linea di difesa con Zaccanti centrale. E le altre idee spendibili: modulo con tre trequartisti (Pellecchia è pronto) o senza una vera punta di ruolo o centrocampo a quattro. In novanta minuti c’è spazio per le idee. Meglio se sono quelle giuste. Perché l’esame è difficile. di Fulvio Paglialunga
Taranto obbligato a fare il pieno La settimana lunga ha permesso a Marco Cari di recuperare alcuni infortunati: Vincenzo Migliaccio, Max Cejas e Luca Cavallo hanno risolto i rispettivi acciacchi e stasera torneranno ad annusare l’odore del campo accomodandosi in panchina. Il tecnico di Ciampino ha già chiesto ai due centrocampisti di tenersi pronti in caso di necessità per subentrare a partita in corso. L’idea stuzzicante, infatti, prevede il passaggio al 4-4-2 in caso di momentaneo vantaggio. Ma è soltanto un’ipotesi, subordinata all’andamento della gara. In questa maniera Cari potrebbe far rivedere la luce del campo anche a Pellecchia (fermo dalla seconda giornata) che, con Zito, occuperebbe le corsie esterne del centrocampo. Cutolo, invece, giocherebbe da solo a ridosso di Ascenzi. La base di partenza, invece, è pronta da diversi giorni. L’undici titolare subirà alcune variazioni rispetto alla trasferta di Arezzo. A partire dal modulo: sarà 4-3-2-1, per scelta (il Taranto ha cambiato volto contro i toscani in seguito all’ingresso di Marsili) e per necessità (sono indisponibili i trequartisti Mancini e Cutolo). Il 4-2-3-1 finisce, momentaneamente, in soffitta pur rappresentando l’approdo definitivo a cui il Taranto giungerà non appena tornerà a disposizione il trequartista di Ostia (tra due settimane). A difesa dei pali ci sarà Barasso, protetto dalla terza linea composta da D’Alterio, Pastore, Zaccanti e Colombini. I tre centrocampisti saranno De Falco (un ex, 25 presenze e 2 reti nello scorso campionato di B), Marsili e De Liguori. Cutolo e Zito si muoveranno tra le linee con il preciso compito di limitare la costruzione del gioco da parte dei due interni di centrocampo abruzzesi. Dai loro movimenti e dalla susseguente imprevedibilità dipende gran parte della manovra rossoblù. Ai due ragazzi napoletani, cresciuti ad un passo dallo stadio San Paolo, toccherà accendere la fantasia e mettere Ascenzi nelle condizioni ideali per rendersi pericoloso. L’ex attaccante dell’Ascoli rappresenta l’unica scelta per Cari. Ai box ci sono Cammarata (altro ex) e Dionigi, fermati entrambi dai problemi muscolari al polpaccio. Non saranno arruolabili prima di trenta giorni. Taranto-Pescara verrà trasmessa in diretta da RaiSportSat (ore 20:30). L’ultima volta che i rossoblù hanno giocato sotto la luce dei riflettori è giunta una roboante vittoria: 4-2 contro la Sambenedettese (doppietta di Cammarata, De Liguori, Ambrosi). Col Pescara serve il pieno, anche alla luce delle puntuali vittorie di Salernitana, Ancona, Crotone, Perugia e Gallipoli. di Fabio Di Todaro
Una sfida ricca di precedenti Il Pescara occupa la terza posizione nella graduatoria delle squadre più volte affrontate dal Taranto in campionato: 68 i precedenti contro il Lecce, 54 contro il Foggia e 53 contro gli abruzzesi. Foto e testi presenti in tifo-e-amicizia.it sono stati in parte prelevati da Internet e quindi valutati di pubblico dominio. Se i soggetti o gli autori avessero qualcosa in contrario alla pubblicazione possono segnalarlo alla redazione che provvederà prontamente alla rimozione. |
|
|