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Stadio, fumata bianca
Siglata l’intesa tra Comune e Taranto Sport. Domani si gioca. Decisiva la mediazione del prefetto. Blasi: «È la vittoria del buon senso»

Lo Iacovone riapre. Taranto-Juve Stabia si giocherà regolarmente domani con inizio alle ore 14,30. La decisione è giunta ieri sera. Questi i retroscena dell’accordo. Il Prefetto Pironti ha convocato d’urgenza per le ore 18 il sindaco Stefàno ed il presidente Blasi. Scontato il tema: vicenda stadio Iacovone. Alla importantissima riunione hanno partecipato il Questore Pozzo (prezioso il suo contributo), la dottoressa Galeone ed il direttore generale Galigani. La discussione è andata avanti per circa tre ore. E’ stata intensa, corretta e soprattutto decisiva per la risoluzione di un problema che si trascinava da almeno quattro mesi. Al termine è stato sottoscritto il seguente accordo: «Il Comune di Taranto s'impegna a lasciare nella disponibilità della Taranto Sport lo stadio Iacovone per la disputa delle partite ufficiali e per lo svolgimento degli allenamenti per tutta la durata della stagione sportiva 2007-2008. Il presidente della Taranto Sport si impegna a corrispondere entro il 19 di ogni mese la somma di 2000 euro per ciascuna partita nei trenta giorni precedenti. In tale corrispettivo è compreso l’uso dell’impianto per gli allenamenti. Nella determinazione di tale corrispettivo si è tenuto conto da un lato della ridotta capienza dello stadio e dall’altro della gestione della pubblicità della Taranto Sport e procacciata dal Comune di Taranto. Quest’ultima sarà oggetto di ulteriore successivo accordo». Le parti hanno lasciato l’Ufficio del Prefetto con larghi sorrisi. Sia il presidente Blasi che il sindaco Stefàno hanno detto all’unisono: «E' stata la vittoria del buon senso e della città». I due hanno ringraziato il dott. Pironti per la positiva e determinante mediazione ed il Questore Pozzo per l’attenzione sempre prestata alla vicenda. Intanto sul fronte giudiziario ieri mattina si è svolta l’udienza in Tribunale, dinanzi alla dottoressa Fasano, per la discussione del ricorso improntato alla reintegra in possesso presentato dall’avv. Bassi, difensore della Taranto Sport. Per il Comune era presente l’avv. Fischetti il quale ha contestato il possesso detenuto dalla società rossoblù perchè privo di alcun contratto. Il giudice si è riservata la decisione che è prevista per questa mattina. di Giuseppe Dimito31 ottobre 2007

La sconfitta, i malumori, la febbre e il termometro

Una squadra che crolla così è una squadra che ha paura. Che non ha la testa giusta, che non si sente sicura di sé. Che non si conosce ancora, che non recupera mai fiducia. Che non riesce a rendere sufficienti nemmeno i momenti di ispirazione che si concede. Che banalizza le qualità che possiede. Le due versioni del Taranto di Lanciano sono troppo lontane tra loro per restituire una squadra credibile. Sono l’esempio di un gruppo che vorrebbe, può, ma non riesce. Di un equilibrio fragile, di un male oscuro che inficia costantemente la resa. Bisogna capirlo, oppure finisce in modo doloroso. Capire cosa blocca, cosa appesantisce le ali impedendo il decollo nonostante la pista sgombra. Persino cosa provoca errori banali come quelli di Lanciano, che non sembrano appartenere al repertorio dei singoli. Il Taranto non sta bene: è ora di dirlo. Soffre da luglio: fa fatica a capire. E a farsi capire. Restando un gruppo inespresso, capace nella stessa partita di far pensare a un risveglio reale e, poco dopo, a un coma calcistico. Basta un attimo e tutto frana. E’ la mente il grosso problema. E’ anche qualche limite che affiora. E’ anche un’altra occasione persa per intervenire a turare le falle. Isolare un reparto è utile per capire: la funzionalità del Taranto è rimasta visibile finché a centrocampo si è vista, netta, la supremazia. Così arrivavano palloni puliti agli attaccanti e nascevano giocate che rendevano giusto e intelligente l’assetto e restituivano pericolosità. Quando in mezzo il Lanciano ha ritrovato forza e il Taranto stava calando non c’è stata la lettura pronta, la correzione in corsa, la lucidità per intervenire. E da un pallone perso proprio lì il Lanciano ha vinto. E’ il terzo motivo per cui il Taranto ha perso: per gli errori individuali, per la fragilità emotiva e per l’aiuto che serviva e non è arrivato. In questo momento, però, occorre spiegare anche l’altro che c’è intorno, che infesta l’aria. Bisogna ammettere che il Taranto ha la febbre e smetterla di dare la colpa al termometro. Ci sono voci che corrono, bruttezze che si inseguono e malcontento che si gonfia. Di tutto che sbanda e di nessuno che tiene la carreggiata. Quando le indiscrezioni sono tante, anche le smentite non bastano. Rumori che mettono comunque Blasi in evidenza, imponendogli uno sforzo: spazzare tutto quello che provoca maldicenze, se maldicenze sono. Mettersi completamente dalla parte della ragione, se ritiene di averne. E non andare, di tanto in tanto, a pestare il terreno che sta dalla parte del torto. Se Blasi è, adesso, criticabile e perché si è messo nella condizione di esserlo. Forse può venirne fuori anche da solo, senza l’aiuto di chi insegue i complotti invitandolo a far finta di nulla. Perché si complotta (ammesso che lo si faccia), quando c’è terreno fertile. Si può uscire, se è tutto gonfiato come la società sostiene: basta fermare tutte le voci ripristinando la normalità. Con la forza, se necessario. Non alimentando guerre che, storicamente, non fanno vincitori ma solo devastazioni. Per guarire dalla febbre a volte basta semplicemente la giusta medicina. Basta capire, intanto, che va affrontata e curata. Per rimettere qualcosa a posto Blasi deve ritrovare credibilità e, contemporaneamente, rendere vuote le voci che ronzano. Riportare il calcio e la gestione societaria al di fuori dei sospetti, agire come farebbe chiunque si sente a posto con la propria coscienza. Basta guardare cosa accade e capire che la soluzione può essere più facile di quello che si pensa. Basta un esempio: la squadra vive un momento che somiglia molto a quello dell’anno scorso, quando la parabola discendente fu fermata da un patto di ferro. Tutto come allora: manca il sorriso e la serenità, le prestazioni sembrano viziate dalle tensioni, le frizioni aumentano, il malumore pure. E il finale di puntata è un ritiro punitivo che arriva dopo il congelamento degli stipendi. L’esperienza, però, ha spiegato altro: un anno fa il Taranto reagì con la solidarietà interna, tra tecnico e ciascuno dei giocatori, con il presidente che smise di lanciare fulmini e reagì da dirigente vero, azzerando le voci di contrasti e portando tutti nella stessa direzione. Gli altri provvedimenti si rivelarono inutili di fronte alla reazione della normalità. di Fulvio Paglialunga30 ottobre 2007

Umori e limiti di un Taranto in crisi
Ma sul ko di Lanciano pesano altri fattori

La terza sconfitta stagionale, oltre a sancire l’uscita dal giro dei playoff, ufficializza lo stato di crisi. Non ci sono più dubbi. È crisi: di risultati, di gioco e di personalità. Negare la crisi significa non tenere conto dell’evidenza. Far finta che non ci siano problemi. E che si tratti solo di un momento in cui nulla va come dovrebbe andare. Ma non è così. I problemi ci sono ed emergono anche nelle giornate in cui la squadra sembra nella condizione di poterli risolvere. A Lanciano il Taranto passa da un primo tempo credibile (come concetto di squadra e come espressione di gioco) ad una ripresa lacunosa (di patimenti assortiti e di diffusa vaghezza). A far deragliare una comoda vittoria, sono gli errori dei singoli (Zito dilapida lo 0-2, Barasso favorisce l’1-1) e un senso di frustrazione collettiva che coglie la squadra quando comincia a temere di non farcela. Il Taranto che va inizialmente incontro alla partita, traccia una linea di discontinuità rispetto alle sue versioni precedenti. Perché è diverso: più logico, più reattivo, più plausibile. Non c’entra il modulo e nemmeno l’inedito schieramento senza punte di ruolo. La diversità la portano Cejas e Mancini che ritrovano la vecchia intesa e il vecchio spirito. È una spontanea comunione d’intenti. Qualcosa che non si può spiegare. Ma si vede. Cejas-Mancini fanno quasi squadra da soli. Cejas assicura filtro di qualità: non si limita a segmentare la manovra avversaria, riesce anche, con improvvise aperture e lanci millimetrici, a far immediatamente ripartire l’azione. Mancini, invece, provvede alla fase successiva: quella della messa fuoco e dello sviluppo. Non tiene palla come la tengono solitamente Cutolo e Zito, che ragionano da attaccanti e puntano dritti verso la porta. Mancini tiene palla in funzione della trama nascente, il tempo necessario per consentire una sovrapposizione o uno smarcamento. Cejas-Mancini è il combinato disposto che sorregge il Taranto del primo tempo. Nella ripresa, però, quella complicità viene meno. E un’idea di calcio e di squadra sfiorisce. Cominciano gli sbandamenti, le esitazioni, le paure. Tradito dall’imperizia dei singoli, il Taranto si allunga innaturalmente, nel tentativo disperato di riprendersi ciò che pensava di meritare: la vittoria. E così facendo, mobilita il ritorno del Lanciano. Lo rende possibile, concedendogli spazi e opportunità. Cari, dalla panchina, resta fermo sul Taranto che ha cominciato la partita senza concentrarsi sull’altro Taranto, quello che la partita sta finendo col perderla. È un’ipotesi, ovviamente, se restiamo all’analisi del confronto, cioè al calcio. Ma a Lanciano, forse, entrano pesantemente in gioco altri fattori: l’umore della squadra, la sua ormai fragile psicologia e le ambiguità di una società sulla quale continua soffiare un venticello di sprovvedutezze e di piccolo cabotaggio. di Lorenzo D'Alò30 ottobre 2007

Taranto, solite amnesie
I rossoblù partono bene (gol di Mancini), ma nella ripresa cedono troppo campo al Lanciano che ribalta la partita con Bolic e Lauria. Ionici fuori dalla zona playoff

Sembra un suicidio. Nasce, infatti, da un’insana capacità di farsi del male, dalla mente annebbiata e dalla lucidità che viene meno quando, invece, è necessario aiutarsi. Non vince il Lanciano: perde il Taranto. Per colpa sua, per le amnesie che lo condannano, per le correzioni che non arrivano e, anche, per la testa dei suoi uomini ormai scossa da troppe frizioni. Per un cumulo di granelli di sabbia negli ingranaggi: finiscono per bloccare il meccanismo, rendendolo inutile. Il Taranto perde perché quando deve chiudere si astiene e quando deve resistere frana: consente, cioè, al Lanciano di restare sempre in partita anche da abusivo, anche quando non trova una logica tattica. Il Taranto perde perché è una squadra apparentemente provata da troppe tensioni, perché non è sereno e perché ha smarrito il sorriso da tempo. Alla fine la banda di Moriero festeggia quasi senza sapere il vero motivo. E il gruppo di Cari piange: ci sono troppi motivi. Che, ripensandoci, rendono la sconfitta quasi inevitabile se non si pensa al campo come qualcosa che isola tutti i malumori, che annienta le difficoltà e che dona improvvisamente capacità di lettura. Niente di tutto questo: il Taranto non riesce a spendersi, non si dà forza. Fa esplodere il suo malessere. Scivola, sul campo umido di Lanciano e in classifica. Parte in vantaggio e finisce sconfitto, lontano dalla zona playoff, lontanissimo dalla vetta, in ritiro da subito e nel mezzo di una contestazione che i risultati non leniscono. Tutto contro, ma molto lo fa la squadra. Cominciando bene e spendendo idee: sfruttando i movimenti illogici e caotici degli avversari e trovando spazio per farsi venire l’ispirazione. Segnando (con Mancini) e sentendosi sicuro di poterlo fare ancora. Prima di crollare, senza trovare riparo nelle mosse correttive, prima di finire ostaggio della paura e del Lanciano, aggiustato con imbarazzante semplicità. Gli abruzzesi trovano la strada, la voglia e una forma esatta, il Taranto perde improvvisamente tutto. Vince Moriero, anche. Dopo aver sbagliato l’inizio. Perché nel gioco delle scelte, in partenza, va meglio a Cari: si affida alle individualità e schiera le migliori davanti. Zito, Cutolo e Mancini sono un reparto unico che si muove in modo inverso: uno sale verso la palla e due tagliano verso la porta. Più stabilmente è Mancini l’uomo di raccordo, ma le posizioni spesso cambiano e le contromisure non sono facili: il Taranto si concentra lì, ricavandosi il vantaggio a centrocampo e riuscendo a far arrivare palloni puliti a chi, poi, deve attaccare. Nella terra di mezzo non c’è partita: perché Moriero osa un po’ troppo mettendo i suoi come fosse un 4-3-2-1, ma studiando un sistema di movimenti (Vicedomini si aggiunge spesso ai trequartisti, Triuzzi galleggia senza posizione) e di tagli che spesso lascia solo un uomo in mediana. La partita vive di opposte frenesie, di ripartenze alterne e accelerazioni improvvise. Si concede maggiormente al Taranto, che per prendersela sceglie un lungo corteggiamento: comincia con Zito. Al 9’ (deviazione con il corpo su cross di Cutolo, fuori) e al 22’ (sinistro in progressione, fuori). Basta per spiegare parte del tema: la differenza di passo tra Zito (emigrato a sinistra dopo pochi minuti) e Del Prete è tale da generare costanti pericoli, gli spazi che il calcio inutilmente sofisticato di Moriero concede sembrano arma da sfruttare. Il Taranto gioca in campo largo e si trova a suo agio. Ha fiducia e resiste anche alla correzione del Lanciano: Vicedomini più avanti e 4-2-3-1 adesso identificabile. Resiste e va avanti. Al 39’: cross di D’Alterio da destra, De Liguori a sinistra recupera e mette al centro, Mancini calcia un pallone in comproprietà con Viviani (in scivolata) e segna. Sembra giusto, ma non è tutto. Perché la contabilità successiva è in pareggio (Zito e Pintori sfiorano il gol) e la ripresa è sorprendente per due motivi: perché il Taranto si sgonfia fino a sparire e perché al Lanciano basta un cambio per ribaltare il predominio e cominciare la progressione verso il successo. Entra Lauria, rendendo più credibile la linea di trequartisti. E il Taranto sbanda. Si salva quando Bonvissuto respinge involontariamente un tiro secco di Vicedomini (11’), spreca ciò che non si può con Zito (14’, tiro altissimo nel cuore dell’area, a portiere battuto) e finisce, inevitabilmente, per capitolare. Ispira Lauria: destro da venticinque metri a sorpresa. Si macchia Barasso: respinta goffa e corta. Risolve Bolic: scatto vincente (16’) e deviazione felice. Il Taranto finisce qui. Il Lanciano è l’unico che sembra giocare per vincere. E Cari non indovina la mossa per impedirglielo: mette in campo Ascenzi (per Zito) allungando la squadra, lasciando porzioni di campo agli avversari. Che ripartono con regolarità, rendendo Lauria un’insidia permanente. Infatti il ragazzo tascabile segna: in contropiede (43’, palla soffiata a Cavallo) su lancio di Tricarico, indovinando lo scatto (ma il Taranto non è d’accordo), lo stop e il destro che supera Barasso. Tutto si ribalta, il pareggio non vale: lo segna Ascenzi in mischia (49’). L’arbitro si fida dell’assistente e annulla. Se chiama fuorigioco sbaglia, se fischia il fallo è da rivedere. Ma non toglie nulla alle colpe del Taranto. Sempre più incomprensibile. Sempre più solo. E triste. di Fulvio Paglialunga29 ottobre 2007

Le pagelle di Fulvio Paglialunga

BARASSO - Ha la colpa grave di generare il gol del pareggio, che poi segna la svolta della partita. Gli era capitato anche prima, a dimostrazione di una giornata negativa. Finisce, anche prima del gol, per non sembrare mai sicuro: 4.5
D’ALTERIO - Prova alterna: quando deve tenere Triuzzi rischia di andare in difficoltà, qualche volta ripara con il mestiere. Ispira il gol del vantaggio, ma non sempre è lucido nell’avanzata: 5.5
COLOMBINI - Lauria sfugge dal suo lato in occasione del gol decisivo. Ma anche Pintori, prima, non sente la marcatura rigida e prova qualcosa di buono. Non è lo stesso giocatore che abbiamo apprezzato: 5
MIGLIACCIO - Lo agevola il gioco del Lanciano, che ignora le vie centrali e si concentra sugli esterni. Segue tutto con attenzione. Tempismo e semplicità: 6
DI BARI - Resiste senza sbavature, seguendo Bonvissuto che, per la squadra avversaria, non sembra esattamente un punto di riferimento. Sta attento a non concedere vantaggi, alla fine esce dal campo senza macchie: 6
DE LIGUORI - Sembra avere idee e spazio per spenderle. Ma l’impressione è che sia servito poco e, quindi, utilizzato male. Ma, anche se meno appariscente, fa comunque bene il suo lavoro. E entra con caparbietà nel gol del vantaggio. Poi si scarica, ma Cari non cambia nessuno in mezzo: 6
CAVALLO - Discreto per un tempo, ma poi in calo visibile. Finisce male (perde anche la palla che aziona il contropiede del 2-1 del Lanciano), stanco e distratto. Non doveva, però, arrivare fino in fondo: andava sostituito quando ha mostrato il fiato corto: 5.5
CEJAS - Grande personalità, continui progressi nel controllo di palla. E’ dove serve, ferma gli avversari e orchestra la ripartenza con lanci lunghi. Gestisce ogni pallone in due tocchi, inventa un contropiede dal nulla, lanciando De Liguori e Cutolo. In splendida forma: 7
MANCINI - Esce perché esausto. Prima della sostituzione, però, fa la partita: corre, inventa e segna. Ma la forza che mostra, la continuità di corsa e l’utilità delle giocate restituiscono il giocatore che conosciamo. Con il fiato da ritrovare: 6.5
CUTOLO - Dovrebbe rendere più utili le sue giocate e non cercare sempre il numero o chiedere troppo a se stesso. Altrimenti finisce per tenere il pallone quando c’è un contropiede da lanciare. Gli è capitato: 5.5
ZITO - Nel primo tempo sovrasta Del Prete a ogni progressione, regalandosi attimi di luce. E’ vivo, ha voglia. Ma sbaglia un gol imperdonabile, segnando
inconsapevolmente la partita: 5.5
Ascenzi - Cari sostiene di averlo schierato per avere un punto di riferimento. Non fa in tempo a diventarlo: s. v.
Malagnino - Forse andava schierato prima, se l’idea era non mutare lo schieramento: s. v.
L’arbitro, Tasso di La Spezia - Si fa rispettare, si fida degli assistenti. Se c’è qualche errore non è il suo, ma anche gli errori non sono certi: 6
La squadra avversaria - Sbaglia l’inizio, indovina la ripresa. Moriero fa e disfa, alla fine trova la soluzione giusta. La squadra ha voglia di lottare: 629 ottobre 2007

Le pagelle di Lorenzo D'Alò

BARASSO 4,5 - Non trattiene il pallone scagliato dalla lunga distanza da Lauria, favorendo il tempestivo irrompere di Bolic. Ma non è l'unica presa difettosa.
D'ALTERIO 5,5 - Non sempre puntuale nelle chiusure esterne. Non trova mai il tempo dell'inserimento.
COLOMBINI 5,5 - Timidezze diffuse in fase difensiva. Un po' di pigrizia quando si tratta di spingere.
MIGLIACCIO 6- Niente da farsi perdonare. La difesa centralmente tiene.
DI BARI 6 – Chiude su Bonvissuto, impedendogli di giocare palloni importanti dentro l'area di rigore.
DE LIGUORI 6 – Poco coinvolto inizialmente. Ma del suo contributo dinamico è impossibile fare a meno.
CAVALLO 5,5 – Cerca di mettersi dove più occorre, sfruttando l'esperienza degli anni e dei campionati disputati. Finale declinante.
CEJAS 7 – Tappa buchi, apre varchi, recupera palloni, pensa gioco: il migliore in campo.
MANCINI 6,5 – Corsa e idee a disposizione del collettivo. Trova anche il gol. Un po' di ruggine da rientro: sostituzione inevitabile.
CUTOLO 5,5 – Geniale in alcuni spunti, solo fumoso in molti momenti. Serve maggiore concretezza e, forse, un po' di cattiveria.
ZITO 5,5 – Gli errori nella finalizzazione sporcano la solito prova ricca di generosi slanci. Non sente il gol.
ASCENZI sv – Entra per dare profondità alla manovra. Ingiudicabile.
MALAGNINO sv – Rileva l'esausto Mancini nel finale. Ingiudicabile.
CARI 5,5 – Il tema tatto e le scelte iniziali sono logiche. Ma la resa complessiva non è quella sperata. E il barile delle soluzioni possibili è quasi vuoto.29 ottobre 2007

Il Taranto querela il Comune
E’ stata inoltrata per volere del presidente Blasi, che richiede l’intervento della procura per il dissequestro dello Iacovone: l’ha annunciato l’avvocato Maggio. “La riapertura è possibile solo se la società rossoblu paga- ha ribadito l’assessore allo Sport Spalluto- I dirigenti erano a conoscenza dell’aggiornamento delle tariffe”

Nello scacchiere dell’annosa vicenda legata allo stadio Iacovone si procede con piccole mosse, astute quanto improvvise. All’indomani della frattura fra il Comune ionico e la Taranto Sport, con relativo divieto di accesso per la società e la squadra rossoblu all’interno dell’impianto del quartiere Salinella, la società del presidente Gigi Blasi, partita in controffensiva sulle vie legali, ha compiuto un ulteriore movimento strategico. Nella giornata di ieri, che pareva rivelarsi mestamente interlocutoria, con i calciatori dirottati nel solito campo di gioco di Castellaneta Marina, al fine di riprendere il programma di allenamenti, la Taranto Sport ha deciso di querelare il Comune. L’ha reso noto l’avvocato Salvatore Maggio, legale che cura proprio la questione della preclusione dello stadio: “E’ stata inoltrata una querela da parte del presidente Blasi, nei confronti del Comune, per i fatti accaduti- ha spiegato- Rappresenta una richiesta di intervento alle autorità superiori per il dissequestro e quindi la disponibilità dello Iacovone per le partite casalinghe di campionato e coppa Italia”. Il sodalizio ionico non intende certo arrendersi a quello che ha reputato un “atto arbitrario”, una sorta di sopruso da parte del Comune: la chiusura dello stadio per morosità nei pagamenti della stessa società rossoblu. “La querela è stata inviata alla Stazione Centrale dei Carabinieri ed alla Procura dei Carabinieri: ce l’ha in mano già il procuratore della Repubblica”. Salvatore Maggio attende i risvolti del gesto e confida: “Andremo avanti, sotto il profilo giudiziario. Nei prossimi giorni conosceremo l’esito di questi primi passi”. Nel corso della concitata serata di martedì, l’assessore comunale alle Attività Sportive Alfredo Spalluto aveva annunciato pubblicamente spiragli interessanti, per quel che concerne la reale possibilità che il Taranto disputi regolarmente le partite casalinghe nel proprio stadio. “Quella dichiarata dall’assessore Spalluto è una “disponibilità apparente”- inisiste l’avvocato Maggio- In realtà ci sottopone ad un dictat, pretende che la Taranto Sport accetti la convenzione alle condizioni del Comune. E’ irremovibile”. 
Da parte sua, l’amministrazione comunale ha vissuto una giornata di assoluto stand by, dopo le dichiarazioni di ultimatum della scorsa settimana ed il conseguente, duro atto della chiusura dei cancelli dello Iacovone: “Nessuno sviluppo da parte del Comune, ha ribadito ieri sera Alfredo Spalluto, assessore allo Sport. La Taranto Sport ritiene valida ed ancora in vigore la convenzione stipulata ai tempi del commissario prefettizio Tommaso Blonda, prima dell’avvento del Sindaco Stefàno e, con essa, tutto il tariffario sul quale si posava il precedente accordo. Una questione di date: tale convenzione aveva termine il 30 giugno scorso, quindi immediatamente dopo la firma di società ed ente civico sul documento del nulla osta per la disponibilità dello stadio (allegato alla domanda d’iscrizione in Lega Calcio, per il campionato attualmente in corso), che “non può essere sottoposto a revoca”. Una seconda convenzione, rinnovata, doveva essere concordata e stipulata entro la fine del mese di luglio, ma le due parti non hanno mai raggiunto l’accordo definitivo: la Taranto Sport, infatti, non gradiva assolutamente l’esagerazione insita nelle somme da versare per l’utilizzo dell’impianto. Da qui l’inghippo: “La convenzione Blonda è ormai scaduta, è chiaro- l’assessore Spalluto rimarca la posizione del Comune-Lo scorso 23 giugno la Taranto Sport ci chiese il nulla osta, noi l’abbiamo concesso, a patto che fosse stipulato al più presto l’atto della nuova convenzione”. A quel punto, il presidente Blasi propose un’innovazione: “La società rossoblu ci dichiarò che preferiva pagare singole tariffe per le ore di utilizzo dello Iacovone, sia per quel che concerne le partite, sia per gli allenamenti della Prima Squadra- Alfredo Spalluto ripercorre brevemente le tappe- I dirigenti del Taranto sottoscrissero l’impegno a pagare determinate somme: erano a conoscenza dell’aggiornamento del tariffario”. Insomma, parti assolutamente lontane: la volontà di rivedere accessibile lo Iacovone però esiste e, in un modo o nell’altro, le accomuna. “Il Taranto ci chiede l’uso dello stadio: ribadisco che, con il pagamento dovuto e la risoluzione del debito in cui la societò versa nei confronti dell’amministrazione, l’impianto si può tranquillamente riaprire”. di Alessandra Carpino25 ottobre 2007

Mancini tra polemica e determinazione
“Lo sfratto? Siamo stati presi alla sprovvista ed ora paghiamo le conseguenze. Il nostro è un lavoro fisico, i continui spostamenti stancano- confida il fantasista rossoblu- Nel calcio occorre la cura dei dettagli, perchè una squadra diventi grande”

E’ cresciuto, Manuel Mancini. Maturo per parlare del suo rientro in campo, domenica scorsa col Sorrento, dopo l’intervento chirurgico ed il desiderio estivo di spiccare il volo in categorie superiori. Determinato nel farsi araldo dei pensieri dell’intera squadra, in merito allo sfratto ricevuto martedì dalla “casa” Iacovone. Spontaneo, velatamente polemico ma mai fuori dalle righe, il fantasista di Ostia conosce approfonditamente i pregi ed i difetti dell’ambiente rossoblu, che l’ha coccolato al suo timido arrivo, tre anni fa, in riva allo Ionio, consacrandolo a nuovo talento del calcio nostrano. Il primo pensiero di Manuel non è per se stesso, per la prestazione che ha sancito il suo rinnovato feeling con i novanta minuti, dopo l’esordio con gol a Perugia, nella prima di campionato. L’immagine della squadra che osserva attonita lo stadio blindato coinvolge anche lui: “Il morale di noi calciatori non è alle stelle- confida Mancini- E’dura vivere una situazione simile, diventa pesante persino muoversi per raggiungere un altro campo di gioco. Svolgiamo un lavoro fisico: un viaggio in auto quotidiano, tra andata e ritorno dalla città, può far accrescere la pressione, anche sotto il profilo mentale. Sono cose impensabili per chi deve stare nel professionismo”. Le peregrinazioni della squadra non devono però diventare un alibi: “Assolutamente: noi cerchiamo sempre di offrire il meglio, in occasione di ogni allenamento e nelle partite di campionato- Manuel Mancini non si scompone- Però mi sembra che la situazione inerente il nostro stadio non è destinata a migliorare in fretta...”. Rianimato dalle voci sul regolare svolgimento delle partite casalinghe allo Iacovone, Mancini incalza: “Martedì pomeriggio sono stato preso alla sprovvista, non mi aspettavo che si arrivasse alla chiusura dell’impianto: è un fatto grave”. La comitiva ionica è ritornata, così, ad allenarsi sull’erba ormai nota di Castellaneta Marina: concentrazione massima per recuperare punti in graduatoria ma umore altalenante. “Noi cercavamo di tenere alto lo spirito oggi (ieri per chi legge, ndr)- racconta il fantasista laziale- Tentavamo di ridere, di scherzare, di pensare meno a tutto ciò che sta circondando il Taranto. E’ fondamentale che la testa di noi calciatori sia sgombra da vicende complicate e di altra natura, in questo momento”. Manuel Mancini intende bacchettare: “Non so se la ragione della chiusura dello stadio sia del Comune o della Società: noi calciatori preferiamo non entrare nel merito- spiega- Dobbiamo soltanto continuare a comportarci da professionisti, dentro e fuori dal rettangolo di gioco”. “Nel calcio sono i dettagli che fanno la differenza- la polemica è sottile e sagace al tempo stesso, senza toni forzati- Solo così uan squadra può fare bene. Alcune società l’hanno capito e meritano di stare in alto”. Il messaggio è implicito ma comprensibile: “Occorre lavorare bene, in condizioni adeguate, durante la settimana: se non si fa calcio in modo preciso, si rischia di non essere vincenti- Manuel Mancini va a ruota libera, ma sempre con criterio- Siamo noi calciatori ad essere giudicati da un’intera città, alla quale non è sempre possibile spiegare tanti risvolti del nostro lavoro”. “Bisogna migliorare, noi siamo “merce pubblica”- conclude deciso- Non mi va di subire fattori esterni che condizionino la mia serenità mentale ed il mio rendimento”. Da sempre sensibile, Manuel ha imparato ad attutire i colpi, anche metaforici: col Sorrento è ritornato in campo fra gli applausi, ma le malelingue avevano precedentemente espresso dubbi sulla reale entità del suo infortunio, abbinan­­dolo ad una presunta disaffezione alla maglia rossoblu, all’insoddisfazione per non aver fatto il cosiddetto “salto di categoria”. “Chi mi conosce sa che non sono abituato a fare capricci, che sono un ragazzo puro. E la purezza, nel calcio moderno, spesso non paga- ribatte con determinazione il ventiquattrenne centrocampista- Qualcuno ha dubitato del mio stato di salute, dell’operazione all’ernia? Accetto, fa parte del gioco, ma me ne dispiace. Tutti possono affermare quello che vogliono: la mia risposta è sul campo”. Mai sentito parlare con tale sicurezza: Mancini non è nemmeno preoccupato che le lunghe pause indotte, da infortuni o squalifiche, alle quali è stato soggetto, possano influire sulla sua continuità di prestazione. “Io sono soddisfatto del mio rendimento- puntualizza- Paradossalmente, lo scorso campionato, dopo le cinque giornate di squalifica successive al mio sdegno di Avellino, mi sono sempre espresso ad alti livelli. Non penso che i lungi periodi di stop siano penalizzanti: è importante il modo di allenarsi, il coraggio di rimettersi in gioco”. Dopo la porzione di gara disputata col Sorrento, in cui è andato anche vicino alla rete con un’interessante conclusione sul fondo, il talentuoso rossoblu ammette: “Fra due, tre partite riacquisterò la condizione ottimale. Pian piano, con il lavoro quotidiano svolto bene”. Consigli indiretti a mister Cari su come utilizzarlo in campo: “La posizione in cui ho giocato con il Sorrento, trequartista centrale, è quella che più mi appartiene. Mi vedo bene fra due esterni mobili, non sulla destra”. La valutazione, poi, è per il suo Taranto: “Ha qualità, carattere: sono sicuro che uscirà fuori presto- precisa il giovane fantasista- Deve migliorare, ma può andare lontano. Purchè venga valorizzato e tutelato”. Le strade del successo, in fondo, non sono compromesse per nessuna formazione: “Il campionato attuale è simile a quello dello scorso anno- spiega Mancini- Sarà difficile che una squadra preda il volo, mentre è fondamentale inanellare una serie di risultati utili per dare la dovuta svolta alla classifica”. E’ il percorso che il Taranto deve seguira, a partire dalla trasferta frentana: “In vista dell’impegno a Lanciano, ci stiamo allenando con disinvoltura. Non mi è però dispiaciuta la squadra vista col Sorrento- confida Manuel Mancini- E’ difficile giocare con formazioni abituate a chiudersi in difesa: oltre l’azione del rigore, i campani hanno prodotto ben poco, ma hanno saputo chiuderci tutti gli spazi. Molto meglio affrontare le squadre che se la giocano a viso aperto, come a Salerno: sarà una costante per tutte le pretendenti al vertice”. di Alessandra Carpino25 ottobre 2007

Finisce a carte bollate?
Il Taranto considera nullo l’atto d’intesa con il Comune, nel quale si impegnava a firmare la convenzione. «Per noi vale quella di Blonda». L’incarico all’avv. Maggio: «Togliere lo stadio è un reato: decida un magistrato»

Ovviamente lo stadio è stato chiuso. E il Taranto non si è allenato. Ma la questione è già molto lontana dal campo. Siamo quasi alle carte bollate, anche se nessuno lo dice apertamente. E’ una minaccia, per ora. Che il Taranto ventila in una conferenza stampa convocata per difendersi. Senza Blasi, ma con i legali. Brutto segno, il primo pensiero. Infatti: la questione diventa strettamente legale, uno scontro in punta di diritto. Annunciato in un incontro tumultuoso: c’eranoì gli ultras della curva nord, infuriati con la società e in aperta contestazione. Con accuse chiare e momenti di tensione palpabile. Il Taranto ha i suoi avvocati: Salvatore Maggio e Valerio Bassi. Parla Maggio, incaricato per la questione. E va subito giù duro: «Il Comune sta commettendo un reato, facendo un esercizio abusivo del proprio potere». Per il Taranto lo stadio non andava chiuso: «Se si ritiene la società morosa si adiscono le vie legali, non si chiude lo stadio». Dopo l’affondo, le ragioni. Maggio parte dal 23 giugno scorso, dalla dichiarazione di disponibilità firmata da Stefàno per il nulla-osta dello stadio. Atto che serviva per l’iscrizione, ma che fu seguito dalla firma di un atto di intesa. Che impegnava le parti a sottoscrivere la convenzione entro il 30 luglio. Non è stato fatto. «Ma per Blasi - dice Maggio - quello era un ricatto: senza quel documento non poteva iscriversi e quindi ha firmato, pur di averlo. Ma al buio, senza conoscere le tariffe». Tariffe che, però, il Taranto secondo il Comune non ha rispettato: «Intanto questo - dice agitando l’atto d’intesa - è un contratto capestro. Ma il Taranto oggi (ieri, ndr) ha fatto un bonifico di quattromila euro, pagando il mese di ottobre e, quindi, mettendosi in regola. Eppure il Comune ha lo stesso chiuso lo stadio». Ecco un punto di divergenza: il Comune ha delle tariffe, il Taranto applica quelle della precedente convenzione, firmata con Blonda. Ovvero: quattromila euro al mese. Perché? «Perché il Comune ha fissato quelle tariffe arbitrariamente e, perchè, le ha fissate il 16 luglio e comunicate alla società il 24 settembre, ovvero oltre la data fissata dall’atto di intesa che, in questo caso, risulta nullo. Per questo, per noi, restano in vigore le tariffe della convenzione precedente». Il Taranto parla di reati del Comune, di abusi, di ricatti. Ma adirà le vie legali? Non è detto, a sentire i protagonisti: «Ci tuteleremo, ovviamente». A toni alti, perché gli ultras contestano. Anche animatamente: contro Blasi, che volevano presente, contro la società in genere. Non per lo stadio, ma per la gestione. Quando la discussione avanza Maggio fa sapere che 18.000 euro al mese (seguendo le tariffe) per il Taranto sono troppi e che, comunque, il Comune non doveva chiudere lo stadio: «Se si ritiene la società morosa si interpreta un giudice, che stabilisce quanto si debba pagare e chi ha ragione, ma non si impedisce alla squadra di allenarsi. Se sarà il
caso faremo un esposto per questo». La discussione si sposta, anche. Dice Maggio: «Ci sono fa fare dei lavori per la messa a norma dello stadio entro il 30 giugno. Se non vengono fatti il Taranto non potrà iscriversi: il Comune ha 1.800.000 euro per fare questi lavori?». A onor del vero ne servono meno. Per chiarezza: entro il 30 giugno lo stadio dovrà essere riportato non alla capienza piena, ma a 9.904 posti. Lo dice la legge: in quella data lo stadio va riportato alla capienza comunicata prima dell’entrata in vigore del decreto Amato-Melandri. E 1.800.000 euro servono per riportare lo stadio al massimo delle capacità. Nella discussione, poi, si inserisce Luca Vinciguerra, commercialista e uomo di fiducia di Blasi. Che resta nel suo campo: «La delibera del Comune non ha una giustificazione economica: parte dalla necessità di adeguare le tariffe del 1997 che erano di otto milioni di lire al mese e, quindi, 4.400 euro attuali. Ma quelle tariffe si riferiscono a uno stadio a capienza piena (e prima del dissesto, ndr), mentre ora lo stadio vale un quarto di quello di prima e le tariffe sono aumentate almeno di quattro volte. Non mi sembra giusto e nemmeno giustificabile. E poi: non è consentito nemmeno ai privati di fare giustizia da sè, perché un ente pubblico come il Comune lo fa, chiudendo lo stadio? E ancora: è grave che questo provvedimento si inserisca dentro una contestazione sportiva, perché la squadra non va bene e viene più comodo farlo adesso». Parole dure e questioni legali: non si sa quando la storia finirà, ma di certo non c’è pace. E, forse, nemmeno la possibilità di un confronto (necessario, invece) a stretto giro, tra due parti che hanno smesso di parlarsi. Gli ultras, invece, non si accontentano. Attendono fuori. E poi rilasciano una dichiarazione unica: «Stadio o no, siamo stanchi di questa società. Non vogliamo più Blasi, non vogliamo più questi dirigenti. Chiediamo, anzi, al sindaco, o a imprenditori facoltosi, di iniziare a trovare un’alternativa a una proprietà da cui prendiamo le distanze». La protesta poi si è spostata sotto l’emittente che ospita la trasmissione “di famiglia”. Una sessantina di ultras. E cori inequivocabili. di Fulvio Paglialunga24 ottobre 2007

Gli impacci del Taranto e i dubbi di Blasi

Limiti e inquietudini che s’infiltrano come perdite d’acqua. I limiti rimandano al campo. Fanno riferimento alla natura della squadra, alla logica con la quale è stata costruita, alle responsabilità di chi la guida. Le inquietudini arrivano da più lontano. E segnalano gli eccessi e le incongruenze di una società che non riesce più ad essere credibile: qualsiasi cosa faccia o dica. I limiti sono un problema tecnico, cioè risolvibile. Le inquietudini sono un problema esistenziale, che rischia di azzerare ogni prospettiva di futuro. I limiti ci riportano direttamente al pareggio col Sorrento: prova difettosa e risultato monco. La rilettura del confronto, purtroppo, rafforza la tesi di una squadra in crisi d’identità. Una squadra che dà sempre l’i mpressione di essere altro da sé, disperdendo energie e occasioni. Una squadra che, dopo nove partite, sembra ora giunta ad un punto morto: oltre il quale non c’è maturazione. Ma solo fermate, smarrimenti, esitazioni. Una squadra che, se non recupera stabilità d’impianto e non guadagna armonia di gioco, sembra destinata a non avere margini di crescita. A non trovare nulla - uno spunto, un’idea, un’intuizione - che rallenti l’ineluttabile compiersi delle cose. Col Sorrento ha creato poco e inciso quasi niente. Unico momento di follia artistica: la combinazione Cutolo-Dionigi-Cutolo che ha prodotto il gol del pareggio. Una discesa fiorita in mezzo al deserto delle intenzioni. Un numero assolutamente fuori contesto, che i due protagonisti realizzano, attingendo al repertorio personale. Insomma, con quell’azione non pareggia il Taranto, inteso come collettivo. Vanno semplicemente a segno due singoli, condividendo la fecondità di un momento. Col Sorrento il Taranto conferma di essere ancora alla ricerca di un gioco riconoscibile, di un tratto identificante, di una lingua comune. Ognuno va incontro alla partita, portando la sua visione, la sua andatura e la sua indole. Il risultato è una squadra indecifrabile, a cui non basta esibire un modulo per assumere una dimensione compiuta. E una manovra scarnificata, ridotta all’osso: un giocattolo di ripartenze (quando va bene) o un inutile recapitare palloni direttamente sui piedi dei trequartisti (quando va male). Di più e di meglio il Taranto di Cari non riesce a farci vedere. Non è, ovviamente, in discussione la competenza dell’allenatore. Il punto è un altro. Ha capito Cari dove sta sbagliando? Lo hanno capito la squadra e le tante anime della società? Domandeì che invocano una risposta e che, però, rischiano di essere travolte da altre urgenze: la rottura tra Comune e Taranto Sport sull’uso dello stadio (oggi lo sfratto diventerà esecutivo); il cortocircuito mediatico provocato dallo strappo con l’ex emittente esclusivista e la frettolosa nascita di Taranto Channel; l’insoddisfazione dei tifosi sempre meno convinti della bontà del progetto. E, sullo sfondo, la stanchezza, ormai evidente, di Blasi che forse sente di aver già dato il meglio di sé, senza aver avuto la forza di sposare un sentimento. Blasi sa di essere rimasto solo, con una corte che non stima più e un popolo che ormai marcia lontano. Solo e contrariato, perciò pronto a tutto. di Lorenzo D'Alò23 ottobre 2007

Galigani: “Non è il momento di fare processi”
Cari ed i calciatori, amareggiati per la prestazione offerta con il Sorrento, decidono di non parlare in sala stampa. Il direttore generale è l’unico a presentarsi: “Dopo il pareggio, sono mancate le idee e la lucidità per ottenere la vittoria”

Il sospetto che la sala stampa, luogo notoriamente designato per commenti, spiegazioni e risposte del dopo partita, si fosse improvvisamente trasformata nelle “colonne d’Ercole” del calcio rossoblu, era sorto spontaneo. Nessun esponente del Taranto all’orizzonte stava percorrendo il lungo corridoio che lega il suddetto reparto dello stadio Iacovone alla discesa per gli spogliatoi: una sorta di remake della lunga attesa notturna del posticipo pareggiato col Pescara. Il risultato è lo stesso, un 1-1 maturato contro un Sorrento orgoglioso e contestato dal pubblico, in un clima troppo gelido e piovoso per appartenere al mese di ottobre. Eppure, anche ieri il destino è stato avaro del dialogo con i protagonisti in campo: a dipanare ogni dubbio è stato Vittorio Galigani, direttore generale e, per l’occasione, unico portavoce della Taranto Sport. “Mister Cari ha deciso di non parlare, oggi- ha esordito il dirigente- Con lui, l’intera squadra”. Un atipico silenzio stampa di appena un giorno: “Preferiscono non fare commenti al termine della partita col Sorrento. La società è disponibile”, ha spiegato Vittorio Galigani. Una scelta interna allo spogliatoio che potrebbe essere condivisa o meno: magari il pareggio, frutto di una prestazione deludente, lascia l’amaro in bocca ed un pizzico di depressione ma, in qualsiasi caso e dopo qualsiasi risultato, esternare problemi ed argomenti a “caldo” può rivelarsi addirittura taumaturgico. Accettiamo ed attendiamo di sviscerare i temi salienti nei prossimi giorni. Ad esaminare l’accaduto è lo stesso Galigani: “E’ stata una partita quanto meno strana, con vari episodi che ci hanno notevolmente penalizzato”. Entra nel dettaglio: “Parlo del rigore, giustissimo: niente da eccepire, è colpa nostra. La palla è slittata, ha preso controtempo Zaccanti, è sgusciato Rastelli ed il nostro difensore ha compiuto il fallo - ammette Galigani- Forse è stata un pò troppo eccessiva l’espulsione di Zaccanti, avvenuta alla mezz’ora del secondo tempo. Una volta aver ottenuto il pareggio con Cutolo, non siamo stati in grado di costruire una prestazione interessante. Abbiamo avuto sprazzi di buon gioco ed altri meno brillanti”. Incalzato dai colleghi di Sorrento, il direttore generale del Taranto si esprime in merito agli avvesari: “Il Sorrento? Una buona squadra, ha fatto il suo dovere. E’ andata in vantaggio, poi ha cercato di mantenerlo e di contenere le iniziative del Taranto. Ha giocato in difesa, cercando di colpire in contropiede: ha agito come chiaramente farebbe una formazione che viene ad esibirsi allo Iacovone”. Le due reti sono maturate nel corso della prima frazione di gioco, ma il secondo tempo è stato improduttivo, insoddisfacente per idee e carente di fiato e lucidità: “Se avessimo avuto più lucidità ed idee chiare, forse saremmo riusciti ad ottenere i tre punti- è l’onestà di Galigani- Ci dobbiamo accontentare del pareggio, in conseguenza di questo atteggiamento della squadra: possiamo considerare le condizioni climatiche, il terreno scivoloso. Senz’altro alla fine il risultato è giusto”. La gara con i campani del golfo lascia in eredità le contestazioni ed i fischi da parte dei tifosi: “Abbiamo visto tutti come la squadra ha giocato:ne prendiamo atto- puntualizza il diggì di via Umbria- Secondo me, non è il momento di fare processi”. “Nel corso del secondo tempo, ho notato il desiderio di rimettere in piedi la partita- ha continuato- ma con scarso successo e poca perspicacia. E’ anche giusto che, alla fine, la gente contesti dagli spalti: se il pubblico non assiste ad un bello spettacolo, ha motivo di recriminare”. Il momento migliore del Taranto è arrivato proprio dopo il vantaggio del Sorrento al quarto d’ora: “Quando ha incassato il rigore, la nostra squadra si stava esprimendo su livelli accettabili- ha affermato Galigani- Il Taranto ha avuto una buona reazione. Peccato che non abbia dato nella ripresa quello che tutti speravamo”. Meriti e demeriti, quindi: “E’ sempre difficile spartirli- ha dichiarato- Ci sono i meriti del Sorrento che ha saputo tenere bene il campo, ma anche i demeriti del Taranto che non trovato le combinazioni migliori”. Nessun allarmismo in casa rossoblu: “Non è stato compromesso nulla: dopo la brutta prestazione, allenatore e giocatori dovranno, all’interno dello spogliatoio, analizzare la situazione e decidere quel che è meglio fare”. Mantenere la calma è fondamentale: “Non voler parlare immediatamente dopo la gara è dovuta soprattutto all’amarezza di non aver saputo ottenere il risultato- ha sottolineato Galigani- quindi la difficoltà di esprimere corrette argomentazioni, il timore di compromettere i concetti”. La società aspetta una risposta da tecnico e giocatori? “Abbiamo sempre dato ampio mandato all’area tecnica- ricorda il direttore- E’ dall’area tecnica che le risposte devono arrivare: ritengo che la dirigenza stia facendo quanto più possibile. Non è il risultato odierno che compromette l’intero campionato: speravamo di continuare con una striscia positiva, invece si sta ripetendo che pareggiamo in casa e,magari, otteniamo vittorie fuori”. Totalmente escluse “decisioni eclatanti” da parte del presidente Blasi (non intervenuto in sala stampa per una partenza di lavoro, ndr): “Non ne vediamo il motivo. Non credo proprio ci sia motivo di un ritiro: non possiamo parlare di scarso impegno da parte della squadra. Possiamo parlare, semmai, di poca lucidità nella manovra di gioco”. Due le note liete, che indorano la pillola del secondo pari interno consecutivo: “Nella mezz’ora in cui è stato in campo, Mancini mi pare che abbia fatto appieno il suo dovere- ha dichiarato Galigani- Nella parte finale della partita, era anche difficilecontrollare la palla, per il terreno scivoloso e la pioggia battente. C’è stato un pò di nervosismo, perchè passavano i minuti e non si riesce a concretizzare. Mi viene in mente un calcio d’angolo, in cui c’erano tre rossoblu in area del Sorrento e nessuno è riuscito a colpire bene la palla”. La seconda bella notizia, il rientro di Dionigi: “E’ stato prezioso nel gioco di sponda. Due recuperi preziosi che, però, non sono bastati. Ho visto alcuni movimenti interessanti in area da parte di entrambi, ma non sono stati sfruttati”. di Alessandra Carpino22 ottobre 2007

La soddisfazione del Sorrento
“Un punto prezioso su un campo difficile. Potevamo osare di più”

“Il risultato ha espresso una parità che ci sta tutta, per quel che s’è visto sul campo. Il vantaggio del mio Sorrento è stato conquistato con un approccio positivo, senza rinunciare a nulla. Sapevamo di trovar di fronte una squadra che merita molto rispetto, come il Taranto”: ha stile, Nicola Provenza, tecnico del Sorrento, nel commentare l’esito di una gara che avrebbe potutto segnare il suo destino in panchina. “La rete subita dai rossoblu era evitabile: abbiamo perso un pallone sulla trequarti- rimprovera indirettamente i suoi ragazzi- Sicuramente la giocata del Taranto è stata pregevole: anche a Salerno ho visto gli ionici creare azioni simili e linerai. La qualità di due, tre calciatori ionici, in particolare, brevilinei e rapidi, si conosceva”. “Dovevamo opporci e farlo con armi diverse- continua l’allenatore rossonero- C’è stato un momento in cui il Sorrento poteva gestire meglio la palla e farla circolare con maggiore tranquillità. Per quanto mi riguarda, si poteva osare di più”. Meglio il Sorrento del Taranto, nella ripresa: “Il nostro ruolino esterno parla di gare tutte disputate con piglio autoritario, senza timore, anche più spregiudicate di questa. Le due sconfitte con Salernitana ed Ancona, di misura ed immeritate, ci hanno suggerito inconsciamente di essere meno sbarazzini: un aspetto che abbiamo “pagato”, nella spensieratezza del gioco”. Sorrento da fair play: vicina al raddoppio, la squadra di Provenza ha rinunciato ad un corner guadagnato per permettere i soccorsi ad un rossoblu a terra. “Nel calcio e nella società odierna, tutti siamo bravi a parlare. C’è bisogno di esempi, che devono venire da tutti gli addetti ai lavori, che desiderano che questo sport torni ad avere una valenza- sorride Provenza- Spesso si approfitta di ogni cosa: questo gesto va controcorrente”. Sul rigore di Rastelli: “Mi pare che l’arbitro fosse molto deciso. I ragazzi hanno contestato la decisione di non estrarre il rosso a Zaccanti”. Opinione sul Taranto: “Buona squadra, aspirerà alle zone alte della classifica. talvolta, i risultati, nelbreve, possono non venire: il Sorrento ha dimostrato, ancora una volta, di essere una squadra tonica, viva, che fuori ha molti apprezzamenti”. “Nel finale avremmo potuto sfruttare la superiorità numerica, ma abbiamo speso molto a centrocampo: il lavoro di contenimento non era facile”, conclude Nicola Provenza. Lo Iacovone continua a portargli fortuna, è imbattutto: “Con la Nocerina qui ho pareggiato 0-0, col Lamezia ho vinto: bene, ci tornerò volentieri”, scherza. Massimo Rastelli, classe ‘68 ed un passato speso in massima categoria, ha procurato e siglato il rigore del vantaggio: “Un pizzico d’esperienza è servito: mentre Zaccanti cercava di rinviare, mi sono portato dinanzi a lui che, mentre entravo in area, mi ha trattenuto. Potevamo gestire meglio la fase successiva: stavamo tenendo bene e ripartivamo in contropiede”. Il Sorrento poteva osare in superiorità numerica: “Reduci da due gare ben disputate ed in cui non si era raccolto nulla, un contraccolpo psicologico esiste. Avevamo timore di tornare a acas con un’ulteriore beffa- confida Rastelli- Non ci siamo sbilanciati,ma il Taranto, anche con un uomo in meno, era ben disposto in campo e ci ha concesso davvero poco”. Prima della partita, Massimo Rastelli ha abbracciato Davide Dionigi: “Ho giocato con lui due anni a Piacenza (dal 97/98 al 98/99), due campionati ottimi di serie A- sorride- Col passare del tempo, è normale che per noi ci sia meno spazio nelle categorie importanti: se uno vuole continuare a mettersi in gioco, è costretto a scendere di serie”. E Rastelli, con la sua prestazione gagliarda, l’ha dimostrato: “In campo non va il nome- dichiara l’attaccante- In campo bisogna correre e dimostrare ogni domenica di meritare la maglia che s’indossa. Abbiamo responsabilità maggiori rispetto agli altri, e dobbiamo farci valere, perchè l’età a volte si fa pesare. Noi cerchiamo di far capire che siamo ancora in grado di offrire il meglio”. Chiude Gennaro Fragiello, che ha reputato giusta l’espulsione di Zaccanti da lui “provocata”: “Il Sorrento era ben messo in campo, ha saputo chiudere bene gli spazi al Taranto. Abbiamo capito che potevamo raccogliere punti importanti, ci abbiamo provato sino alla fine, ma la stanchezza è emersa”. Non è semplice sostituire il bomber Ripa infortunato: “Una grossa responsabilità. Ripa ha fatto benissimo l’anno scorso: il mio unico compito è cercare di non farlo rimpiangere”. di Alessandra Carpino22 ottobre 2007

E’ un Taranto sconfortante
Con il Sorrento è la sagra degli errori e della noia: i campani passano con un rigore di Rastelli, gli ionici pareggiano con un’invenzione di Cutolo, poi il niente. Fischi dagli spalti: la delusione dei tifosi è palpabile

Il Taranto non c’è e guardando indietro si può ormai dire che non c’è mai stato. La vittoria con il Gallipoli e quella della scorsa domenica con il Martina, a questo punto, rappresentano due lampi avulsi dalla realtà. Forse, cielo volendo, il Taranto non è neanche quello visto con il Pescara e con il Sorrento, di certo, in questo momento, non solo non è competitivo per la tanto sbandierata promozione, ma neanche per i play-off. Quella con il Sorrento è l’ennesima partita scialba della stagione: pochissime idee, errori a ripetizione, nessuna emozione. Nelle scorse settimane i tifosi avevano manifestato la loro disapprovazione solo nel finale del match, contro i campani invece i fischi del pubblico accompagnano l’intero incontro.
Alla resa dei conti è questo il commento più eloquente dell’ennesima, deludentissima domenica calcistica in riva allo Ionio: i fischi dello Iacovone.
Cari cambia modulo e s’affida al 4-2-3-1: Zaccanti rivela l’infortunato Pastore al centro della difesa, Pellecchia va posizionarsi sull’esterno destro del tridente di trequarti alle spalle del rientrante Dionigi, a Cejas e De Liguori i compiti di interdizione e ricostruzione. Provenza risponde con un 4-4-2 in linea, in attacco lo squalificato Russo è sostituito da Fragiello, in fase di possesso palla gli esterni di centrocampo Piccioni e Marciano si sganciano.
Pronti, via ed il Taranto prende il possesso del centrocampo, al 12’ Colombini ci prova dalla sinistra con un rasoterra che Brunner blocca in presa. Il Sorrento sembra non pungere ma alla prima occasione buona passa: al 14’ su un lancio dalle retrovie apparentemente innocuo, Zaccanti si lascia beffare da Rastelli, che gli ruba palla e s’invola solissimo verso Barasso. Il centrale rossoblu completa la frittata stendendolo in area: rigore ineccepibile e giallo (sarebbe potuto essere rosso). Lo stesso attaccante ex-Piacenza realizza il vantaggio con una conclusione centrale: Taranto 0, Sorrento 1.
La reazione degli ionici è scarna e va costantemente a perdersi negli ultimi 15 metri: i campani controllano senza particolari affanni. Gli spazi sono chiusissimi: per spezzare gli equilibri ci vuole l’invenzione del singolo ed il Taranto la trova al 26’. Cutolo prende palla a centrocampo, scambia nello stretto con Dionigi e taglia verso il centro destra dell’area di rigore: l’attaccante modenese lo serve alla perfezione ed il trequartista ionico, solo davanti a Brunner, incrocia il tiro e non sbaglia: 1 a 1. Ancora una volta sembra si siano creati i presupposti per un bel match invece la partita si spegne improvvisa nella bagarre di centrocampo, dove la fanno da padrone i numerosi errori reciproci: il tabellino langue ed il fischio del primo tempo di Donati si confonde con quelli di uno Iacovone a giusta ragione deluso.
Si riparte con gli stessi ventidue e con la stessa noia: gli unici a fare movimento sono Rastelli e Cutolo e Dionigi e dall’altra. Il regista ionico ci prova all’8’ con un esterno da fuori area, ma Brunner blocca facile. Al 15’, dopo due mesi di assenza, torna in campo Manuel Mancini (per Pellecchia), il talento romano va a posizionarsi al centro del tridente di mezzepunte, Cutolo scala a destra. L’occasione però se la crea il Sorrento in contropiede: Marciano tocca per Ottobre che spara da fuori area: bravissimo Barasso a deviare in angolo. Al 24’ arriva la mossa di Provenza: fuori un centrocampista, Piccione, dentro una punta, Sibilli. Il Sorrento passa al 4-3-3. Al 28’ Zaccanti completa la sua giornata facendosi espellere per fallo da dietro su Fragiello. Cari corre ai ripari: sostituendo Zito con Di Bari, indietreggiando i trequartisti sulla mediana e passando al 4-4-1. Il Sorrento prende il possesso del campo: Barasso è chiamato in causa sulla punizione di Maury. Al 37’ Provenza inserisce Maiorano, un centrocampista, per Rastelli e torna al 4-4-2. Cari gli risponde subito con Ascenzi per Cutolo: il Taranto passa a 4-2-1-2. Al 39’ Mancini ci prova dal limite con un rasoterra pungente: Brunner devia in angolo. Il Sorrento si accontenta del pari, pur in inferiorità numerica gli ionici provano a prendere campo, ma è tutto inutile: finisce 1 a 1. Ancora una volta tra i fischi. di Pietro Cinieri22 ottobre 2007

Le pagelle di Pietro Cinieri

Barasso 6,5 – Si oppone in bello stile alle conclusioni di Maury e Ottobre.
D’Alterio 6 – Sufficiente in entrambe le fasi. 
Zaccanti 4 – Scandaloso l’errore su Rastelli, che gli ruba palla e lo costringe poi al calcio di rigore. Conclude il suo pomeriggio orribile con l’espulsione: difficile fare peggio di così.
Migliaccio 6 – Fragiello non è avversario semplice: alla resa dei conti lo contiene e non gli concede nulla.
Colombini 5,5 – Non si propone più in avanti: se fosse una direttiva di Cari sembrerebbe incomprensibile. 
Cejas 5,5 – Cresce coi minuti ma farcisce la sua prestazione di tanti errori banali. Gli manca il ritmo partita e si vede.
De Liguori 5,5 – Non è lo stesso giocatore delle passate stagioni: pochissimi gli spunti e le sgroppate, troppe le imprecisioni. 
Pellecchia 4 – Non gli riescono neanche le cose più facili: perde continuamente palla. Sostituito tra i fischi. 
Cutolo 6,5 – L’unico in grado di creare l’occasione, ma spesso predica nel deserto e finisce per confondersi nella pochezza generale.
Zito 4,5 – Sembra volersi impelagare a tutti i costi in dribbling molteplici e finisce quasi sempre con il perdere palla. Una giornata men che mediocre. 
Dionigi 6 – Lotta su ogni pallone e chiude bene il triangolo largo del gol di Cutolo. Poi Maury e Braca non gli concedono più niente.
Mancini (dal 12’ s.t.) 6 – La voglia c’è, i piedi anche. Adesso deve ritrovare la forma.
Di Bari (dal 29’s.t.) 6 – Entra subito in partita.
Ascenzi (dal 35’ s.t.) s.v. – Gettato nella mischia nella bagarre finale. Ma non ha alcun pallone giocabile. 
L’allenatore, Marco Cari 5 – E’ il primo indiziato dell’atavica crisi e questo punto ha sicuramente delle responsabilità, perché il modulo che ha studiato, quello che alterna mediani e trequartisti alle spalle delle punte, non funziona proprio. Il problema forse, paradossalmente, è in difesa e nelle sovrapposizioni mancanti, ma questa è solo teoria. La realtà parla di una squadra priva di idee e lontana dagli obiettivi che lui stesso ha definito raggiungibili qualche giorno or sono. 
LA SQUADRA AVVERSARIA – Il Sorrento è una buona squadra, con un impianto di gioco ben organizzato, anche se spesso limitato dagli errori dei singoli. Il Taranto però, gol a parte, non punge davvero mai. Strano, a questo proposito, il comportamento di Provenza, che prima inserisce l’attaccante Sibilli per il centrocampista Piccioni (passando al 4-3-3) poi, dopo l’espulsione di Zaccanti, cambia Rastelli con Maiorano tornando al 4-4-2 e rinunciando, sulla carta e di fatto, a vincere la partita. Certo, quello dello Iacovone è un buon pareggio per il Sorrento, ma con un po’ più di coraggio i punti forse sarebbero potuti essere tre. 
L’arbitro, sign. Donati di Ravenna 6,5 – Nettissimo il rigore su Rastelli nel primo tempo, giusta l’espulsione di Zaccanti nel secondo. Il metro di giudizio è equilibrato: una buona partita.22 ottobre 2007

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