Torna all'elenco dei libriFlebo e trofei, Juve degli scandali 
Nel libro Scudetti dopati, la Juventus 1994-98, l'ex calciatore Carlo Petrini analizza e smonta i successi bianconeri alla luce del processo per doping svoltosi a Torino. Autore Carlo Petrini, Euro 16, pp. 281

«Zeman dovrebbe tirare fuori le prove di quello che dice... Comunque, noi della Juve siamo per il calcio pulito, alla Pantani». Lo dice Bettega nel luglio del '98, poco prima che Zeman rincari la dose e - ad agosto - sostenga che il calcio «deve uscire dalle farmacie» e l'esplosione muscolare di Vialli e Del Piero non è spiegabile. Se non con pratiche illecite. Al tempo Pantani è ancora un mito, universalmente amato. Un anno dopo sarà travolto dal doping, e chissà che Bettega non si riferisse proprio a «quel» Pantani come modello Juve. Ai bianconeri Carlo Petrini dedica il suo quinto libro, sempre per Kaos Edizioni, Scudetti dopati. Petrini è stato uno dei più noti attaccanti di serie A dei Settanta. La sua carriera è stata stroncata dallo scandalo calcioscommesse, che lo vide protagonista - reo confesso e condannato - con la maglia del Bologna. E' stato uno dei pochi a pagare per le colpe commesse. Nella plurivenduta autobiografia Nel fango del Dio pallone (2000), libro che spiega come la Juventus si salvò dalla giusta retrocessione in B per illecito sportivo (a differenza di Milan e Lazio) e che andrebbe insegnato nelle scuole per far vedere cosa è veramente il calcio, ha raccontato il lungo elenco di «cose che non si fanno ma non si devono dire». Con Il calciatore suicidato (2001) ha firmato una meticolosa inchiesta sulla morte - omicidio, non suicidio - di Donato Bergamini, calciatore del Cosenza. Nei suoi libri fa quello che dovrebbe fare un giornalista sportivo. Come premio, i giornali non lo recensiscono, i colleghi lo denigrano, il suo compaesano Luciano Moggi (entrambi di Monticiano, Siena) lo «compatisce». Ma nessuno lo querela. Per un motivo molto semplice: Petrini, e il suo qualificato entourage, sanno di cosa parlano. E documentano quanto scrivono. Lo si può paragonare, Petrini, al Beppe Grillo post-televisivo, capace di fare opera di controinformazione. Meritoria, trasversale. Vera.

Scudetti dopati è diviso in due parti. La prima, scritta da Petrini, riassume le gesta sportive (e affini) della Juventus di Lippi di quel quadriennio. La seconda riporta, pressoché integralmente, le motivazioni della sentenza - rese note a febbraio - che hanno condannato in primo grado il medico della Juve, Agricola e assolto l'amministratore delegato, Giraudo. A fine libro, Petrini elenca poi le «ultime di cronaca pallonara», riportando il nome del fischietto che frequentava il «centro massaggi» Viva Lain, lo stesso caro ai giocatori della Juventus: Pierluigi Pairetto. Non è un gossip, il libro pubblica addirittura la fotocopia del verbale dell'interrogatorio che Pairetto rese in merito. Eppure, nessun giornale ha mai pubblicato la notizia, non proprio minore, che il designatore arbitrale di serie A e B era particolarmente «vicino» a un ambiente clandestino frequentato da membri della società bianconera.

La sentenza ufficiale, che presta particolare attenzione ai valori del sangue sballati di Antonio Conte, Tacchinardi e Pessotto, ha concluso che Agricola «non poteva agire senza l'approvazione dei superiori». Contro Giraudo e Moggi, però, la procura torinese non ha trovato «la prova piena e diretta». I due dirigenti, quindi, sono stati assolti per insufficienza di prove. Il libro non riporta - tranne brevi casi - le sconfortanti testimonianze rese al processo dai giocatori della Juve. Petrini ne aveva già pubblicati ampi stralci nel suo quarto libro, Senza maglia e senza bandiera (2004), e Kaos li aveva resi integralmente noti in un libro ad hoc, Processo alla Juventus per frode sportiva (ottobre 2004). Sentenza e motivazione avrebbero dovuto provocare un terremoto nel mondo del calcio, che ha però messo come sempre la testa sotto la sabbia. Lippi, oggi ct della Nazionale e ieri allenatore di quella Juve, si è scagliato contro il grande accusatore Zeman, spalleggiato da Gigi Riva (brutta fine, Rombo di Tuono). E i giornali maggiori hanno così interpretato la notizia: Giraudo è stato assolto, quindi la Juve è innocente. E in fondo anche Agricola è stato condannato «soltanto» in primo grado. Suona sgradevole, sapere che al processo Agricola arrivò a sostenere che, in presenza di pazienti non adeguati intellettualmente e culturalmente, lui non era tenuto a dare informazioni sulle diete farmacologiche, dando di fatto dei minus habens ai suoi giocatori. E c'è anche un libro scritto dall'ex preparatore atletico juventino Giampiero Ventrone, oggi finito alla dependance-Gea (il Siena) col fido Antonio Conte, intitolato Sul campo con la Juve. Scritto col giornalista Massimo Lodi. Un libro che teorizza le virtù taumaturgiche della creatina a dosi «allegre», misteriosamente scomparso dopo la pubblicazione (edito nel 1998 da Sperling & Kupfer, prefazione di Gianluca Vialli, in copertina Del Piero che fa squat, 135 pagine, ufficialmente è fuori catalogo).

Col consueto stile incazzato - ma lucido - che gli è solito, Petrini scrive che i dati inoppugnabili emersi dal processo sono questi: «per migliorare illegalmente le prestazioni in campo, (in quel quadriennio) i giocatori bianconeri si iniettavano in vena quantità di medicinali - compresi cardiotonici e antidepressivi - subito prima o subito dopo le partite, e ingoiavano dosi "pericolose" di creatina perfino nell'intervallo tra il primo e il secondo tempo». Alterando il risultato finale delle partite. «Altro fatto sicuro: il perito del tribunale [..] ha accertato che vari giocatori juventini si dopavano con l'eritropoietina, la micidiale Epo». Petrini, che con questo libro si garantirà altri detrattori, ha però torto su una cosa: sulla speranza. «Con questo libro», scrive, «il lettore-tifoso potrà rendersi conto di quello che i media sportivi - giornali, radio e tv - hanno nascosto e continuano a nascondere in merito a questa importante sentenza». Sbagliato, e Petrini lo sa bene. Il tifoso, per sua stessa natura, non vuole rendersi conto. Ormai accetta tutto. Nega l'evidenza. E non s'indigna più. di Andrea Scanzi

 

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